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FACCIAMOCI DEL BENE:

Votiamo SI al referendum per estendere l’art.18


Strane discussioni si intrecciano sul referendum per l’estensione dell’art.18.

Quasi nessuna affronta il nocciolo del problema: dal 1970 ad oggi le aziende sono cambiate e la distinzione tra più o meno di 15 dipendenti non risponde più ad un modello d’impresa come allora.

Non corrispondono nemmeno le condizioni interne alle fabbriche: allora, trent’anni fa, si contrastavano i licenziamenti di massa per rappresaglia politica verso chi voleva discutere di sindacato e politica nel luogo di lavoro.

Le piccole imprese (in realtà soprattutto in Emilia Romagna) erano realtà che spesso nascevano da ex-operai, si integravano con un sistema economico in crescita.

Oggi, le grandi imprese si frantumano, scorporano pezzi, divisionalizzano.

Nascono tante aziende sotto i 15 che fanno capo, per cultura d’impresa e organizzazione del lavoro, alla grande.

E nascono in un contesto di leggi e provvedimenti che riducono diritti, aumentano la precarietà (vedi 848 e 848 bis), modificano rapporti e storia sociale.

Se a ciò si aggiunge una situazione molto anomala, che non conosce precedenti in Italia, tale per cui il Parlamento è praticamente esautorato dalla sua funzione di rappresentanza di tutto il popolo e del suo potere legiferante, il cerchio di chiude sulla necessità che i lavoratori, i giovani, i pensionati , i cittadini che vogliono libertà ma anche giustizia, regole e non soprusi, si rimbocchino le mani e provino a fermare questo disegno pericoloso per il benessere e il futuro dell’Italia.

Come? Andando a votare SI al referendum per l’estensione del’art.18 alle Aziende sotto i 15 dipendenti.

Non è la soluzione a tutti i problemi, certo.

Ci vuole una legge che stabilisca anche per loro ammortizzatori sociali in caso di crisi (ma visto che già possono essere licenziati se l’azienda va male, non è ovvio siano reintegrati se licenziati ingiustamente???)

Ci vuole una legge che si occupi di diritti e tutele dei lavoratori precari, più generalmente detti “atipici”.

L’impegno su questi fronti è doveroso e come metalmeccanici siamo convinti.

Ma lo siamo altrettanto nel dire che il primo segno da dare, per coerenza verso tutto quello che abbiamo detto e fatto dal 23 marzo al Circo Massimo in poi, è che quello che oggi già c’è, cioè lo Statuto dei lavoratori (legge 300) va migliorato e reso attuale per le nuove realtà.

Non lasciamolo in balia delle picconate di Confindustria e Governo.

Il decreto 848 bis , che va alle Camere in queste settimane, ridurrà l’applicazione dell’art.18, cioè non varrà per le aziende di 15 dipendenti che assumeranno oltre quella soglia.
Un diritto che prima, con l’aumento di personale, si estendeva a vecchi e nuovi, ora viene ribaltato in peggio per tutti, cioè ognuno potrà essere licenziato e qualora il giudice sentenziasse che il motivo era ingiusto non potrà riavere il suo posto di lavoro, solo un risarcimento economico e poi a casa.

Qualcuno dice che in un’Azienda piccola, dopo un fatto come questo, nessuno tornerebbe sul posto di lavoro.

Ne siamo così certi di questi tempi, con la disoccupazione che sale, con il costo della vita che cresce, che lavoratori i poco specializzati, madri di bambini, lavoratori vicino alla pensione non si terrebbero quel posto?

Stiamo parlando di lavoratori a tempo indeterminato: se se ne andassero, bene che vada, potrebbero aumentare la fila di lavoratori precari, con lavori di qualche mese, con una pensione che non cresce, con mutui e bollette sempre più difficili da pagare.

La vittoria dei SI al referendum dimostrerebbe che il Paese non è rappresentato da quello che si decide con decreti, accordi separati, atti di forza, dove la democrazia appare morta.

Sono tante le persone che in questo anno hanno dimostrato che non vogliono ingiustizie, quelle dei condoni, dei falsi in bilancio, degli scudi fiscali, oltre quelle contro popoli affamati e bambini innocenti .

Anche la giustizia è senza SE e senza MA: a un licenziamento sentenziato ingiusto da un giudice deve corrispondere il reintegro nel posto di lavoro.

E’ tempo di scegliere su questo preciso concetto, liberi da ragionamenti elettoralistici e di schieramento, è tempo di condizionare la politica e non esserne condizionati.

 

03 marzo2003 RSU Acma GD