Ci fu un periodo in cui un vecchio aveva preso l’abitudine di passare un’oretta, verso la metà della mattina, seduto su un tronco della spiaggia, con la schiena appoggiata al muro a cui il legno era addossato. Non tutti i giorni, solo in quelli particolarmente tersi, dall’inizio dell’autunno alla tarda primavera. Lo si vedeva arrivare, con un passo lento e sicuro, che contrastava piuttosto marcatamente con l’età dimostrata dal suo corpo. “Mi ricorda una vecchia quercia” pensò un ragazzo, osservandolo.
Quando questo vecchio veniva a sedersi su quel tronco, sempre quasi nello stesso punto, si cavava di tasca una scatoletta di pezzettini di liquirizia e menta e se ne ficcava in bocca un paio, dispiegava poi il giornale, che teneva sempre sotto braccio, tentando d’immergersi nella lettura.
Ma il vecchio faceva uno sforzo per concentrarsi su quanto stava leggendo, sperando di riuscire a farsi interessare dalle solite notizie al punto di concedersi uno stacco dal continuo lavorio dalla mente, impegnata nell’incessante rimuginare attorno alla sua esistenza, al rimpianto per ciò che avrebbe voluto ma che non aveva potuto fare, ed al rammarico d’essersi venuto a trovare ormai in un mondo che non riusciva più a seguire, e dal quale si sentiva sempre più estraniato.
Dopo aver letto per pochi minuti, però, ripiegava quasi sempre il giornale sbattendolo con uno scatto spazientito al suo fianco, sul tronco; si lasciava andare, appoggiando la schiena contro il muro alle sue spalle e, con le mani ficcate nelle tasche del giubbotto o del soprabito, si metteva ad osservare il luccichio del mare.
‹‹Però sono stati bei tempi!›› Un leggero sorriso gli si disegnò sulle labbra: “Ciarlii! Portaci ancora un litro di rosso!” Eh sì, mi chiamavano Ciarli per via del mio cognome
Lavorare in quella trattoria al porto, sempre satura di fumo e d’odore di baccalà, per pagarsi il mangiare e poi tornare di corsa alla barca
Sono stato fortunato. Senza il becco d’un quattrino, mi son costruito due barche! Anche se di ferro-cemento, erano sempre barche! Beh, la prima ho dovuto buttarla via, perché quelli del Registro Navale non me l’avevano passata al collaudo chi lo sapeva che volevano vedere l’armatura di tondino, prima della colata di cemento?! Certo, mi sarebbe piaciuta di più una bella barca di legno, caldo e profumato! Ma una di ferro-cemento viene a costare quasi niente, soprattutto se ti fai amico il capomastro di qualche impresa ed hai delle mani come le mie Quando il Registro Navale non me l’ha passata ho gettato via ben poco! Solo delle ore di lavoro. Ma quelle erano mie, mica le avevo pagate!
Ma la seconda! La seconda sono riuscito a farla navigare! E tutto con queste mani!›› Istintivamente se le guardò: erano mani larghe, forti ancora adesso che aveva passato l’ottantina, mani abituate a tirar di lima, ad aver confidenza con ogni tipo d’attrezzo. Se le rimise in tasca. ‹‹Un po’ di tondino, un po’ di fil di ferro e un po’ di cemento! Sì, è stato un bel periodo
Poi poi ho cominciato a navigare Ma mia moglie non aveva nessuna voglia di seguirmi. E mio figlio? Mi ricordo quando sono riuscito a convincerli a venire con me! Fin dai primi momenti di quella che sarebbe dovuta essere una lunga crociera, si guarda attorno, con l’aria annoiata, e mi chiede:
“Ma, papà, non va più forte ‘sta barca?”
Mi son cadute le braccia!
Forse è stata colpa mia, che non l’avevo coinvolto durante la maturazione dell’idea e nella costruzione. Forse avrei dovuto portarlo con me, ma come avrei potuto farlo? Ero già io ospite nella baracca del cantiere di Paolo e poi era troppo piccolo. O forse è stata colpa di mia moglie, che gli aveva inculcato le sue idee e che gli correva sempre dietro a servirlo come fosse un principe.
Fatto sta che, al primo scalo, a Barcellona, li ho scaricati tutti e due, li ho messi sul primo treno che tornava in Italia, ed io ho proseguito da solo!
Ma cosa ci facevo da solo? Io m’ero fatto la barca per andare in giro con mia moglie e mio figlio, per vivere con loro una vita diversa, un po’ spartana forse, ma più calma, più naturale, più serena. E volevo, non che mi fossero riconoscenti per questo, ma che almeno mi sostenessero moralmente, che fossero partecipi con me nel cogliere i lati positivi d’una vita che molti avrebbero considerato una perpetua vacanza. Adesso invece, da solo con chi potevo condividere le gioie, le ansie, i timori?
Ho girovagato per qualche anno, con quella barca, tornando a casa ogni tanto. Ho continuato a tentare di far collimare le due cose che più volevo: andarmene in giro e stare con la mia famiglia. Ma erano come il giorno e la notte: dove c’è l’uno non può esserci l’altra.
Alla fine ho dovuto scegliere. Quando uno ha una barca sogna d’andarsene in giro per il mondo e, anche per me, era quello il miraggio: uscire dallo Stretto di Gibilterra. Poi sarei andato un po’ qua ed un po’ là, fino a quando avrei magari trovato un posto tranquillo, dove fermarmi e farmi raggiungere dalla mia Elsa e dal mio Marco! Non è stato facile, ma alla fine ce l’ho fatta a decidermi, e sono uscito da Gibilterra!››
Sorrise al ricordo, ma gli venne in mente l’atterraggio nel porto di Tangeri e non poté evitare di provare ancora un vago senso di disagio.
‹‹Sì, ho avuto paura. C’erano in giro certi ceffi! Ho pensato che se qualcuno m’avesse tagliato la gola per portarmi via la barca, nessuno si sarebbe accorto di niente o avrebbe fatto qualcosa! Ripensandoci adesso, magari nessuno di quelli che mi si erano avvicinati, aveva cattive intenzioni, ma il trovarmi da solo, fissato da occhi scuri, penetranti, quasi indagatori, mi metteva a disagio. O forse era l’idea di trovarmi lontano da casa, sapendo che mia moglie e mio figlio non mi erano spiritualmente vicini, anzi che subivano quella mia smania d’andare come la conseguenza inevitabile d’avere un marito, e un padre, di scarsa affidabilità, a farmi temere pericoli immaginari
Non ce l’ho fatta a proseguire! Ricordo ancora le notti passate con un buco allo stomaco perché non sapevo cosa fare. Quando poi mi son convinto che il male minore era il tornare, mi son sentito come liberato da un peso. Mi pareva che tutto il mondo mi sorridesse! Tranne i brutti ceffi che mi guardavano dal molo mentre facevo gli ultimi preparativi per la partenza! Quelli mi facevano sentir sicuro d’aver preso la decisione più saggia. Tornare.
Mia moglie e mio figlio s’erano stabiliti qui, a Sanremo. Nel vecchio porto, vicino ai pescherecci, allora una barca poteva starci fin che voleva, senza pagare nulla. Ero convinto che, tornando e tenendo la barca qui, avrei salvato capra e cavoli. Avrei avuto vicino i miei e, in porto, sarei stato circondato da amici. C’ero già stato per tre anni di fila in quel porto! Conoscevo tutti, e tutti mi conoscevano!
Poi, per colpa della girante
Quel giorno, ero già rientrato in Mediterraneo, la pompa dell’acqua mi parte! Naturalmente non posso più usare il motore, perché, senza di quella, non viene raffreddato. Devo sostituirla. Ma non posso fare quest’operazione in mare. La posizione della pompa è sotto il motore; dovrei sollevarlo per cambiarla. Bisogna che entri in un porto.
Non sono distante da Gandia, un porticciolo un poco più a nord del Capo di S. Antonio, in Spagna. Non ho la carta nautica dettagliata, ma fa niente. Mi ci dirigo a vela. C’è poco vento, la barca è piuttosto lenta, ma non posso fare diversamente.
Quando arrivo davanti all’imboccatura del porto, filo l’ancora e preparo il canotto per scendere a terra a cercare una barca che, a rimorchio, mi tiri in porto. C’è un po’ d’onda lunga, ma il vento è sempre una bava.
Mentre sto gonfiando il canotto, sento un lieve e sordo colpo sotto di me. La barca si traversa alle onde e comincia a rollare, invece di beccheggiare come prima. L’ancora non ha tenuto, e l’onda ha spostato la barca verso riva, facendola arenare. Ad ogni ondata che arriva, lo scafo ne segue il profilo, galleggiando con la sua parte superiore, ma la chiglia resta sempre piantata nella sabbia, facendo da perno.
Mentre sto a prua, nell’inutile tentativo di far qualcosa con l’ancora, ho la sensazione che la barca oscilli più lentamente. Mi pare d’udire il rumore d’uno sciacquio. Torno in pozzetto e caccio la testa nel tambuccio per controllare l’interno: mi vengono le lagrime agli occhi! La barca è piena d’acqua che, seguendo gli ampi movimenti del rollìo, corre violentemente da una parte all’altra; ma, ciò che è peggio, con quel movimento ha già divelto la maggior parte dell’arredamento. Ci sono sportelli che galleggiano, sbattendo di qua e di là, oltre ai materassi ed ai cuscini; gli stipetti e le cuccette hanno le fiancate divelte o spaccate e, tutto ciò che contenevano, fluttua od è sparso a rotolare sul pagliolo immerso. Non avrei mai creduto che la forza dell’acqua in movimento fosse così potente!
«Ma da dove è entrata tutta quest’acqua?!» mi chiedo mentre sto a guardare inebetito senza sapere cosa fare. Quando la barca s’inclina sulla sinistra, il livello sulla destra si abbassa, fino a farmi intravedere, pochi centimetri più sotto, la sagoma del lavandino della cucina; scorgo così i segni di un fiotto d’acqua che sale dallo scarico. La valvola! La lasciavo aperta, per comodità, ma inclinandosi troppo la barca, l’acqua è entrata da lì, allagando tutto. La stessa cosa dev’essere successo nel bagno, sull’altro lato.
Sto per scendere a chiuderle, ma i pezzi di legno scheggiati trasportati violentemente dall’acqua, mi trattengono: non riuscirei a schivarli tutti e, se qualcuno mi colpisse, potrebbe farmi male.
Più di così, la barca non può andare a fondo! Per questo, anche se mi pare strano che da due buchi di sei centimetri di diametro sia entrata tutta quell’acqua in così poco tempo, non vado nemmeno a controllare se si sono formate altre vie.
Sto pensando a questo, quando la barca resta coricata su un fianco. Sussulta quando un’onda lunga, più alta delle altre, la colpisce senza più sollevarla, sommergendola con la sua cresta e buttando dentro altra acqua dal tambuccio.
Bagnato da capo a piedi, mi rendo conto che non c’è nulla da fare, se non prendere il canotto, prima che un’onda strappi la cima con cui l’avevo legato, ed entrare in porto a chiamare qualcuno.
Ma qui m’aspetta un’amara sorpresa:
«La barca la deve togliere da lì il più presto possibile!» m’intima il tizio della Guardia Civil che era ad aspettarmi sul molo «Altrimenti, se ci sono delle perdite di gasolio, lei rischia una denuncia per inquinamento!»
Mi ricordo che, mentre sentivo quelle parole, qualcosa dentro di me voleva costringermi a non capirle
«E come faccio a toglierla?»
«Ci vuole un rimorchiatore attrezzato, perché si deve sollevarla. Qui non ce ne sono. Bisogna farlo venire da Barcellona»
«È possibile?» chiedo con un filo di speranza, mentre cerco d’immaginare quanto ciò potrebbe venirmi a costare.
Entriamo in ufficio e quello telefona. Con la cornetta ancora all’orecchio mi dice:
«Sì, possono venire Vogliono tre milioni di pesetas »
«Tre milioni di pesetas?? Sono un po’ più di trenta milioni di lire!! Dove vado a prenderli?» gli chiedo, come se lui potesse darmi una risposta «Tutti quei soldi non li ho proprio! Che cosa posso fare?».
La guardia bofonchia ancora qualcosa al telefono, ripone la cornetta e, stringendosi nelle spalle, mi fa:
«L’unica soluzione è che lei ceda la proprietà della barca e la lasci qui.»
Non ci penso due volte ad infilare quella scappatoia! Quando ci si trova con le spalle al muro, davanti ad imprevedibili ed oscure conseguenze, un angusto spiraglio sembra la porta del Paradiso!
«Dove devo firmare?!»
Così, con un paio di pantaloncini ed una maglietta bagnati, ho preso il treno per Sanremo. Fortunatamente, prima di mettermi a gonfiare il canotto m’ero messo in tasca i documenti e le poche pesetas che avevo.
In fondo, non so se hanno fatto un affare. La barca non valeva certo trenta milioni!
Ricordo che, al momento, avrei voluto chiudere gli occhi e non riaprirli più. Ma, ripensandoci adesso e tirando le somme di tutto quel periodo, devo dire che non è stato così brutto come m’era parso. Ho fatto cose che altri neanche si sarebbero sognate; sono stato, con la mia bagnarola da quattro soldi, con la mia mattonella, come la chiamavano quelli che avevano barche di vetroresina o di legno, dove altri avevano avuto bisogno di roba da nababbi per arrivarci! Sono stato ormeggiato di fianco a barche enormi e di lusso, e pensavo: «Vedi? Sono qui anch’io, esattamente come te! E senza bisogno di tutti i tuoi soldi!»
Sì, ero uno spiantato (navigavo utilizzando le cartine stradali, perché non potevo permettermi quelle nautiche), ma ogni tanto ero anche contento, perché ero pieno di speranza Speranza d’arrivare a qualcosa A che cosa, ad essere sinceri, non lo so neanche adesso. Forse avevo la convinzione che sarei riuscito ad andare da qualche parte, in qualche baia circondata da sabbia chiara e palme, sotto un sole caldo, senza più alcun problema, se non quello di mettermi nello stomaco qualche cocco e un po’ di pesce
Invece, eccomi qui a Sanremo, seduto su questo tronco a scaldarmi le ossa e ad aspettare. Eh, alla mia età c’è una cosa sola che s’aspetta
A fare un bilancio da ragioniere, devo reputarmi fortunato. Sono arrivato agli ottantacinque in buona salute; beh, eccettuati i normali acciacchi della vecchiaia. Il milione e mezzo di pensione che mi passa lo Stato mi permette di tirare avanti senza troppe difficoltà, anche perché ho da tempo imparato ad adeguare i miei bisogni alle mie possibilità.
Certo, dovrei essere soddisfatto: ho visto molte cose, ho fatto un sacco d’esperienze, invece non lo so, mi manca qualcosa, come se ci fosse, dentro di me da qualche parte, un vuoto. Un vuoto non ben definito, ma accompagnato dalla chiara percezione che non potrò mai colmarlo: ormai so che mi manca il tempo e l’energia ”
| Torna al precedente | Torna al sommario |