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Capitolo Primo
La Notte del Risveglio

"Una mostruosita' del nostro secolo e' stata la costituzione degli allevamenti intensivi e lo sviluppo di una complessa disciplina di tortura che si chiama zootecnia. Il lager zootecnico non solo ha rimosso qualsiasi senso di responsabilita' umana nei confronti degli animali domestici, ma ha fatto di piu': ha volutamente ignorato le loro caratteristiche di essere senzienti. Questa attivita' e' letteralmente un crimine legalizzato".
(Roberto Marchesini, Oltre il muro, 1993).







Infilò la chiave nella toppa compiendo il gesto che più amava. Era il momento. Pochi secondi ancora e la porta si sarebbe chiusa alle spalle isolandolo nell'unico luogo terrestre sopportabile. Spalancò, varcò il confine e tirò un profondo respiro. La giornata non era stata delle migliori. Anzi, una delle più tremende di tutta la sua squallidissima permanenza nella Scuola della Repubblica. Poteva essere una bella svolta! Sarebbe stato sufficiente saltare alla gola di quell'indisponente teppista di periferia che da quattro mesi lo stava mettendo in croce affaticandosi in una pura e semplice opera di presenza in classe. Anzi, magari si fosse limitato a fare questo... E invece no! Distruggendo la sua dedizione con una sistematica tecnica di guastatore, gli metteva contro anche gli altri. Stronzi come lui ma solo più vigliacchi. Se l'avesse menato lo scandalo sarebbe stato immenso. Licenziato come un cane, avrebbe rotto definitivamente con una professione superflua e si sarebbe liberato. Ma poi? Come avrebbe fatto poi? Senza uno straccio di stipendio...Mah! Domanda inutile. Non l'aveva menato! E comunque adesso era felice di non averlo fatto. Ripensava al ragazzo che poche ore prima avrebbe preso a pugni e provava grande pena per lui. Il Tarocchi in fin dei conti non è una vittima? Con quei lumpen per genitori, poveracci e senza prospettive, come poteva il ragazzo uscire diverso? Non poteva. Semplicemente. Quanti pensieri in un solo istante!

Chiuse la porta e si abbandonò spossato sulla poltrona del suo squallido monolocale sollevando una invisibile nuvola di polvere. Inspirò e espirò a lungo forzando l'aria per scacciare col ritmo cadenzato le ansie accumulate, ma non poteva dimenticare il momento topico, quella rissa verbale, un volto a pochi centimetri dall'altro, pronto a scattare in una pulsione distruttiva. E ora si ritrovava a comprendere le ragioni di quella specie di disgustoso personaggio. Pensò alla propria strana condizione. Come nessun altro, almeno tra i suoi conoscenti vicini e lontani, era in grado di capire i peggiori atti umani. Capire nel senso di giustificare. L'idea di un enorme caleidoscopio in cui infiniti vetrini formano tutte le combinazioni dell'esistenza universale, belle e brutte, tristi e divertenti, giocose e drammatiche, lo attanagliava. Egli vedeva, nel movimento eterno del divenire, nel susseguirsi di movimenti meccanici degli atomi, lo spazio per ogni possibile disposizione dell'essere: compresa la fenomenologia del Tarocchi. Forse non tutte le disposizioni possibili, ma molte dentro una serie di infinite possibilità. E ogni atto inteso come effetto di una causa. Ma un effetto dovuto a una causa può essere moralmente eccepibile? Persino quella schifezza di ragazzo apparteneva alla famiglia del possibile.

Si pose la stessa domanda per la millesima volta. Come posso odiare il mondo concepito come collezione di persone insopportabili, se non addirittura detestabili per via di questa ragione o di quella, se poi il discorso sfocia inevitabilmente nella più ragionata giustificazione. Ecco un grande problema! Poiché si ritrovava sempre immerso nella intricata aporia, più volte si era detto che quello era "il" problema. Pensava che se fosse riuscito a darsi una risposta, la sua vita non sarebbe stata inutile giacché avrebbe gettato una sciabolata di luce nelle tenebre dell'esistenza. Non sarebbe certo riuscito a socializzare la sua scoperta; come potevano i vetrini del caleidoscopio comprendere sé stessi anche con un aiuto esterno? Ma lui sarebbe uscito felice da questo mondo portando a termine la sua missione, l'unica per la quale sarebbe valsa la pena vivere.

Da anni girava intorno a questo problema che anziché alleviargli le pene dell'esistenza, gliel'appesantiva. Non c'era verso di schiodarsi quel punzone dalla testa. Doveva conviverci. Del resto la fissazione non lo perseguitava a lungo. Pietro era incapace di sostare su quel nodo filosofico; era troppo per lui. Dopo un accenno, qualcosa lo distraeva sempre e, anche ora, qualcosa venne a distrarlo. Nel locale buio, appena riempito delle ombre concepite dalla luce fioca che entrava dalle fessure delle serrande abbassate, fece a tempo a vedere schizzare verso l'alto la sagoma doppiamente nera della compagna della sua vita prima che gli atterrasse addosso. Le unghie si piantarono sulle gambe costringendolo a un lamento prolungato. Lisetta, la sua "darling", stabilizzandosi su quelle gambe familiari, ritrasse le unghie e prese posizione. La sua tenera compagna si elevava sempre in quel modo: saltava buffamente verso l'alto, oltre il livello necessario, e poi si lasciava cadere per quanto era in più. Le sue zampe posteriori permettevano la spinta ma non il governo, a causa di un danno cerebrale avvenuto tra le macerie di quella casa demolita presso la quale era stata raccolta da piccola. Lei, terrorizzata, sgomenta per una sopraggiunta incompresa solitudine, con la madre ormai travolta chissà dove sotto quel mucchio, emetteva senza fine un flebile miagolio. Pietro passando vicino al cantiere l'aveva notata e raccolta; poi se l'era portata a casa e, con dieci anni di convivenza, aveva stabilito un sodalizio dorato. Un tempo infinito in stretto contatto, avvinti l'uno all'altro, normalmente alla sera, al suo ritorno, ma anche in certe ore del giorno, quando capitava, e poi sempre di notte, al punto che ormai non si ricordava più un sonno continuo e ristoratore. Ma trovava che fosse un sacrificio accettabile perché quel calore peloso era una meravigliosa medicina per l'anima. Ed anche ora la gatta incominciò a placare le sue ansie con il consueto concerto di fusa serale

Stette a lungo nello scuro appena attenuato dalle luci morenti del tramonto finché il buio fu totale. Solo allora si alzò dalla poltrona riponendo delicatamente la gatta sul tappeto logoro. Infine si decise a dare luce all'ambiente; poi aprì il frigo ereditato, con forme assurdamente arrotondate, che da quasi tre decenni non ne voleva sapere di rompersi. Era ora di mangiare qualcosa. Diede il cibo serale alla sua compagna e poi pensò a sé. Prese una padella alla quale aveva rubato molto del teflon mischiandolo a frittate e fritture, vi versò sopra la pasta imburrata del giorno prima, quasi ritornata allo stato di crudezza originaria, la scaldò un po' e, come il solito, ancora dura e mezza fredda, incominciò a mangiarla senza nemmeno metterla nel piatto.

Considerò che se qualcuno avesse scelto di vivere da eremita, non poteva apparire tale più di quanto lui non si mostrasse agli occhi di un estraneo. O anche di un parente o un amico. Di entrambi ne aveva, ma tutti assai freddi perché dovevano pensare che con un tipo così non fosse sano mischiarsi. Ma Pietro non si preoccupava dell'isolamento sociale. Magari lo avesse subito fin dal giorno in cui aveva aperto gli occhi sul mondo! Invece poteva solo sperare di vivere per sempre quella condizione conquistata con fatica. Tantomeno si preoccupava dei giudizi altrui sulla casa disadorna e trascurata. In fin dei conti il mondo era disadorno da quando era stato deturpato della sua sacra bellezza, e in quanto a trascuratezza, con tutta quella che aveva invaso gli animi, c'era poco da flagellarsi. Se il mondo è così, tanto di guadagnato. Non dovrò mai abbassarmi a mediazioni superiori a quelle che già compio frequentando quel posto di malaffare che mi inghiotte tutti i giorni. Questo pensava quando, ascoltando il dettato dello stomaco ancora pretenzioso, estrasse la bistecca dal frigo dandogli calore con la solita padella. Mentre friggeva riapparvero gli allievi menefreghisti e i colleghi complici e di nuovo si lasciò prendere dallo sconforto. Si rasserenò pensando alla lettura serale e rimuginando che fino al giorno dopo quella realtà, forse persino illusoria, non doveva far sentire la morsa al suo spirito libero.

Finì di cenare e, come ogni sera, percepì la sua irrimediabile solitudine. Vi fu un tempo in cui l'attivismo lo catturava proiettandolo in una militanza così intensa da togliere il fiato. Serate, nottate a discutere all'infinito su questioni che oggi l'avrebbero fatto sorridere. Ma allora la fiducia nell'umanità era il pilastro primario su cui poggiava la sua esistenza. In quell'epoca Pietro era un immenso consumatore di informazione. Nell'ipotesi totalizzante che aveva sposato, non c'era nulla che potesse uscire dalla sfera del suo interesse; tutto doveva essere collegato con il Grande Tutto. Ma questo accadeva un passato lontano. La sua militanza era scomparsa insieme con gruppi, battaglioni, eserciti, schiere immense di persone che, come lui, avevano marciato verso il sole dell'avvenire. Con la fine di quel mondo, era scomparsa anche la voglia di abbracciare la realtà con il faticoso sforzo analitico. Chissà dov'era finita tutta quella umanita'. Ripensò alla manifestazione serale che trenta anni prima aveva annegato Torino nel rosso. Aveva 16 anni, allora, e non aveva mai visto nulla di così immenso: un serpente infinito che si dipanava denso nei lunghi viali della città; masse sterminate e vocianti, allegre e incazzate. Per il Vietnam o il Cile? Non ricordava bene. Ricordava solo l'innaturale estensione di quella moltitudine. Già, ma dove era finita? Semplice! Coloro che erano in testa al corteo, beh... si erano riconvertiti. La loro attitudine al comando, a quei tempi, si esprimeva in quel modo, visto che erano tenuti fuori dagli ambienti occupati dagli altri. Ma con la modernizzazione del Paese si erano aperti spazi per tutti, e allora extraparlamentari, intellettuali e gli stronzi che stavano al vertice del Partito, si erano sistemati bene; chi qui, chi là. E gli altri? Tutti quelli che venivano dietro? Si erano trasformati da popolo in plebe, o, come oggi si dice, in gente. Gente presa da una quotidianità asfissiante, attanagliata dal banale più grigio, tutta protesa a considerare il modo migliore di fare soldi in Borsa o in altro modo, purché soldi. Maledetto denaro, sterco del demonio, vituperio del mondo, penetrazione funesta del Male nella Natura, simbolo di ogni nequizia, corruttore dei miei allievi, dei loro padri, delle loro madri! A questo segno infame si deve se la Storia è terminata in questo capolinea inamovibile e fetido.

E allora mai più guardare le devastazioni del Mondo per trovare modo di sanarle, ricercare contraddizioni, tentare sortite nell'utopia. Semplicemente, ogni sera... una breve carrellata di immagini e di suoni, qualche notizia, un telegiornale, tanto per godere qualora venga annunciata la fine del mondo, o la discesa dei marziani sul piazzale antistante il palazzo dell'ONU, o, semplicemente, la scomparsa di qualche stronzo che certo lascerebbe le cose come stanno, ma insomma, è sempre meglio di niente. Calma Pietro, cosa dici? Non avevamo convenuto che nessuno è responsabile? Che ognuno è solo un vetrino incolpevole di torsioni esterne che non può governare? Ci risiamo, ma basta pensare. Basta scusare, oggi non posso più tollerare. Non ho forza. Accese allora il vecchio televisore in bianco e nero in mezzo a scariche che cessarono solo con un maneggio sapiente del baffo. Quando l'immagine si stabilizzò... ecco il momento dello splendido telegiornale che lo psicotico, già diventato presidente del consiglio, si ostina a chiamare comunista con il coro deficiente di tutta la marmaglia di bravi con laurea che lo circonda.

Normalmente riservava a questo breve spazio serale il momento dell'invettiva. Credeva che recepire l'offerta del Grande Occhio, e poi esternare in soliloquio il disgusto per le prove che l'umanità dava di sé stessa in quella breve esposizione serale, potesse costituire una buona forma di allenamento nella produzione di un salutare odio inestinguibile. Gli sembrava così di mantenersi vivo, soprattutto nello spirito critico, e allontanare il rischio, puramente teorico, di diventare come il suo orrido prossimo. E allora eccolo imprecare contro il tale esponente politico, contro il sindaco, contro l'imprenditore. Nessuno si salvava dalla sua profonda avversione. Né il volontario, né il sindacalista, né quel leader dell'opposizione che ancora portava un aggettivo pur eroico il quale, attaccato a quel carneade a forma di dandy, gli sembrava ormai sfiorito. E poi non si dimenticava neanche di chi non vedeva, della voce narrante del Grande Occhio che normalmente nasconde il commentatore dando una patina di oggettività, peggio, di ineluttabilità della "verità" raccontata. Anzi, valutava i giornalisti il peggio del peggio proprio per la fine trama di condizionamento a cui attribuiva la costruzione di un mondo tanto assurdo quanto intollerabile. Aveva ereditato questa avversione verso di loro dalla lettura dei tacquini segreti del suo inossidabile mito: l'Incorruttibile. Aveva una vecchia stampa di Pierre Robert proprio sopra la televisione. Lo amava come se fosse vivo. Amava quel ritratto di persona inequivocabilmente garbata, col bastone e il tricorno in mano, in una posa dolce e rilassata e con l'inimitabile sorriso gentile. Non di rado si era trovato a pensare che se un uomo di quella dolcezza era stato dipinto come un mostro, tale attributo doveva per forza ricadere sui suoi infami detrattori. Quando lo fissava, riceveva sempre l'impressione che la mitezza di quella figura uscisse dal quadro e invadesse il suo animo disperato. Spesso dirigeva gli occhi su quell'immagine come a cercare conforto nella memoria di tempi che non sarebbero più ritornati. I tempi in cui gli Dei discesero sulla Terra e poi furono sconfitti dal Male nell'impossibile impresa di porre rimedio al maggiore difetto della Creazione. Forse l'unico.

Ed ecco il consueto osceno spettacolo serale; dallo schermo uscì la classica vomitata serale di demagogia, la medicina che aveva il potere di ripristinargli l’incazzatura anche nei momenti in cui era pacificato. Ma questa sera no! Complice il tono basso, proprio non riusciva a reggere il balletto sgradevole di presentatrici che riescono a passare in un solo istante dal terremoto con 2000 vittime al vincitore della sestina miliardaria, dal volto contrito al sorriso ebete, demolendo giorno per giorno i residui di compassione di un popolo ormai inguaribilmente corrotto. Si alzò dalla poltrona per spegnere il grande condizionatore, ma non fece a tempo: era partito un servizio sulla BSE, sulle mucche pazze, sugli allevatori incazzati, e per uno strano presagio, Pietro arretrò fino a sfiorare di nuovo la poltrona con i polpacci. Sì, si poteva vedere... Si rimise a sedere e subito la gatta gli ripiombò sulle cosce. Fu così che sorbì un servizio televisivo che aveva lo scopo di ragguagliare il telespettatore sugli ultimi avvenimenti bovini.

Dapprima apparvero carovane di trattori guidati da cazzoni strepitanti. Seguirono rapidamente manifestazioni di strada in cui, sempre loro, o altri della stessa risma, organizzavano grigliate nelle piazze per indurre la popolazione a ritenere che tutto sommato quella brutta storia della mucca pazza, se non era una invenzione, costituiva comunque una esagerazione di politici e media. La telecamera riprendeva un allevatore, uno dei più esagitati, offertosi a dire il suo splendido punto di vista. La mucca pazza? Era sempre esistita – diceva – e quando era piccolo si ricordava benissimo di quella sindrome. La vedeva la mucca caracollare e poi cadere, ma non erano mica "pazzi" loro a buttare via quel ben di dio... la mangiavano tutta e eccomi qui, non sono né morto né impazzito. Poi appariva un altro, aggressivo col cronista come se i guai della categoria così colpita dalle circostanze fossero dovute al povero idiota che gli stava dando tutto quello spazio. Urlava l’iracondo, mollando spruzzi di saliva sull’obiettivo, chiedendo a gran voce un sostegno dello Stato per quel pernicioso evento. Ci lasciassero vendere la nostra carne! E invece no, ce le sequestrano. Vogliono rottamarcele le nostre vacche? Le rottamino pure, ma perdio, vogliamo essere indennizzati e i 600 miliardi il governo dei comunisti se li può pure ficcare nel culo. Ne vogliamo di più, come si conviene a un settore dichiarato in crisi. Ma cosa volete? Quali sono le vostre richieste? Ed ecco arrivare uno che dispone di quell’esercizio parolistico che si acquisisce nelle scuole alte per inculare il prossimo con eccelsa capacità dialettica. Parlava il figuro, e sogghignava. Mentre le parole gli colavano dalla bocca, mentre divagava, si vedeva il demone che lo possedeva. Il vero significato della dotta dissertazione era uno soltanto: caro giornalista del cazzo, questa storia è accaduta e adesso vogliamo guadagnarci. Mentre dava segnali inequivocabili della scoperta della vena d’oro, si esprimeva al contrario dicendo che forse con mille miliardi si poteva chiudere la questione pur con grave perdita. Ma insomma, per il bene della Nazione, la categoria poteva anche accettare un certo sacrificio. Stacco.

Ora un tafferuglio. La camera impietosa si dirige verso due gruppi che sembra vengano alle mani. In realtà era un gruppo di energumeni carnivendoli che si avvicinava pericolosamente a un banchetto di ragazze e ragazzi minuti e inermi. Rispondevano urlando anche questi, ma si vedeva che lo facevano per darsi coraggio contro l'aggressività di quelli. Sarebbe bastato uno di quei cialtroni per seminare cadaveri tra i banchettari. Ma di che si trattava? Riportata la calma per mezzo di un drappello di sbirri, il reporter, con doveroso rispetto per la neutralità del servizio, chiese a una ragazza che aveva osato fronteggiare a muso duro quel tanghero dell’allevatore... ma chi siete, cosa volete? Siamo vegani. Chi cazzo sono i vegani? Siamo noi che non mangiamo sofferenza animale sotto nessuna forma. E poi a spiegare che essendo vegani, trovavano assolutamente ingiusto che una parte dei loro contributi fiscali andasse a foraggiare i risarcimenti di persone che avevano dato farine vietate ai loro animali. Già era scandaloso che dei farabutti che si erano arricchiti calpestando la legge fossero risarciti. Anche i cittadini “normali” avrebbero dovuto reagire. Ma loro, a maggior ragione, non potevano essere trascinati, in quanto contribuenti, in questa sporca storia; non era un fatto di soldi – disse - ma di etica sia sociale che interspecifica. Non volevano essere coinvolti in “rottamazioni” di esseri che consideravano loro fratelli. “Puttana” fu l’esclamazione che si levò dall’altra sponda attirando l’attenzione della troupe televisiva. La ragazza, bruna, poco più che trentenne, con una nobiltà dipinta nel volto, occhi che parlavano dal profondo dell’anima, non doveva essere apparsa molto interessante all’intervistatore; infatti la parola le fu tolta velocemente per riconsegnarla agli allevatori. Forse non era stato né logico né giusto distogliere l’attenzione dalla “categoria” così colpita per offrire pochi secondi a una fanatica fondamentalista che aveva deciso di non mangiare carne e formaggi per tutta la vita. Pietro imprecò in cuor suo. Trovò che lo schermovendolo esercitasse sulla donna una violenza ancora più grave di quella dello stronzo che l'aveva offesa. Seguirono altri improperi contro il governo che non aveva ancora deciso di sostenere degnamente una categoria produttiva come quei nobili signori padani, lavoratori, gente che si impegna sodo. Ma il bello è che le urla di quei piccoli eroi riuscivano a superare, sia pur tenuamente, la distanza infilandosi di sbieco nei microfoni direzionali del tecnico del suono. E così quello slogan ripetuto di cui si capiva a mala pena il primo verso si ficcava nella testa di Pietro fino a diventare una specie di mantra: “Niente - soldi - agliuntori.../ ...ori”. Stacco.

E venne il momento dei personaggi istituzionali. Non potevano mancare i ministri delle Politiche Agricole e il Ministro della Sanità. Eccoli... incombono le elezioni e non è ragionevole penalizzare quei merdosi... potrebbero deviare il loro consenso. E così ecco voci suadenti sgorgare dalle loro bocche. Il ministro della Sanità? Le carni sono sicure e la scoperta delle mucche affette dal morbo dimostra che dalla maglia dei controlli il morbo non passa. E poi la rottamazione delle vacche garantisce la terra bruciata realizzata intorno ai casi sospetti. E l’altro? Quello con la faccia da pecoraro? Eccolo a dire che si sarebbero cercati i fondi per integrare i risarcimenti e accontentare i produttori. Visi aperti, dentiere in vista, linguaggio assertivo, spirito amichevole, tono rassicurante verso i consumatori e verso i produttori incazzati. L’obiettivo evidente tentatava di smorzare l’astio dei potenziali elettori col culo sul trattore e il disagio di quelli col culo sulla poltrona.... Quanto la fate lunga con le vostre suadenze. Ma non vi servirà a nulla miei cari; il vostro sforzo sarà inutile perché quel vile sudiciume umano prenderà i soldi e vi inculerà subito dopo. Così pensò Pietro. Stacco.

Ed ora scene di contorno. Ecco i turni straordinari dei grandi macelli di Pegognaga e Brescia. Lavorare senza interruzione! La voce di fondo snocciolava dati: “I giorni dispari lavorano animali destinati a soddisfare i palati umani, i  giorni pari quelli destinati alla rottamazione e a diventare polvere nei cementifici. Tra febbraio e maggio del 2001 ne sono stati rottamati circa 700 al giorno, circa 4000 a settimana". E poi tante immagini tranquillizzanti per non danneggiare il mercato! Fuochi giganteschi che esplodono di rosso nella notte. Fuochi avvolgenti sagome nere. Di cadaveri scuri che poco a poco perdono consistenza per trasformarsi in cenere con l’accompagnamento freddo della voce fuori campo che dice soddisfatto: ecco il morbo che se ne va! Stacco.

Infine le note di colore. Ventidue mucche morte dal freddo nella cascina di Tizio. Ventinove mucche morte di fame nella stalla di Caio. E poi la chiusura del servizio. Ignoti hanno trascinato un vitellino da latte di notte fonda, dentro la metropolitana di Milano. Hanno utilizzato le scale mobili provocando la caduta del vitello che si è spezzato le zampe. Poi l’hanno abbandonato dentro una cabina telefonica dentro la quale entrava a malapena. E giù a riprendere lo sguardo spaventato del vitello. Quello sguardo fatto di pochi fotogrammi penetrò dentro Pietro in modo strano e andò a collocarsi in un luogo segreto della sua mente. Luogo che accolse, fondendo suoni e immagini, anche le parole conclusive dello speacker: “Ecco un emblema del disagio vissuto dagli allevatori”. Fine.

*****


Iniziò qualcos’altro. Ma Pietro non registrò nulla. Si alzò, spense l’arnese e si riaccompagnò alla poltrona. Stanco, esausto delle cose del mondo. Gli vennero in mente alcuni precedenti. Si ricordò di quegli smerdatori di poliziotti in occasione dello scandalo del latte. Quegli infami che per difendere i loro redditi con truffe intollerabili non avevano esitato a sparare sterco di vacca sulle forze dell'ordine. Nella sua testa si formò proprio questa espressione: "forze dell'ordine" e si stupì alquanto. Lui non aveva mai amato la sbirraglia che riteneva il braccio armato di un potere illegale e oppressore. Eppure non di rado si ritrovava a solidarizzare con i poliziotti, per esempio quando decine o centinaia di Tarocchi staccavano i sedili dalle gradinate degli stadi per scaraventarli addosso a altri Tarocchi della tifoseria opposta. In quelle occasioni se la polizia avesse fatto uso delle mitragliatrici Pietro avrebbe solidarizzato. Così come si sarebbe sentito sollevato se gli stessi mezzi fossero stati rivolti contro gli smerdatori corporativi. Anzi, sentiva un disgusto più forte per questi che per quegli zombi senza vita che abitavano negli stadi. Gli zombi, qualche giustificazione l'avevano: periferie degradate, valori dissolti, povertà di stimoli educativi, scuole interrotte. Ma gli altri, no! Si chiedeva dunque cosa avrebbe avuto da guadagnare l'umanità a conservare tra i suoi membri tali personaggi. Gente che faceva del furto un diritto. La sua mente si volse a considerare che nella storia ladri, predoni, truffatori, pirati erano sempre esistiti, ma probabilmente questa meravigliosa crema dell'umano non pretendeva né di essere riconosciuta dal potere vigente, né di porsi sul piano del diritto e delle norme. L'unica legge che cercavano era quella della forza. Allora attaccavano con spade, cannoni; predavano con pistole, spingarde e in quegli atti stava descritta tutta la prevaricazione di una forza primordiale. Ma oggi i metodi erano diversi e mettevano in campo avvocati e commercialisti. Trovò l'idea intollerabile. Farsi impalare dal turco o dal veneziano di turno nel medioevo certo non doveva essere gradevole. Ma versare anche pochi soldi di tasse per rifondere i danni subiti da uno che in realtà aveva rubato e persino attentato alla salute pubblica, costituiva qualcosa di più oscuro, di meno tollerabile. Sia chiaro, non voglio unirmi all'eterno piagnisteo contro le tasse. Ci mancava altro. Proprio lui che predicava il drastico ridimensionamento del tenore di vita dell’uomo bianco! No, il problema è diverso; nel primo caso il portato del Male era evidente. La vittima poteva sempre appellarsi alla morte della giustizia o della pietà. Mentre la guerra con carte bollate mischia le cose fino al punto che Bene e Male non si distinguono più l'uno dall'altro. Insomma gli sembrava che il Male avesse conquistato un patentino, se non di Bene, almeno di legittimità; e la commistione nella sua mente manichea era inaccettabile. Un Male non più primordiale ed eterno, ma nuovissimo, intriso di codici, cavilli, pressioni reciproche in corridoi e sale oscure, contrattazioni segrete tra istituzioni e rappresentanti di lobby, categorie, corporazioni, pezzi di popolo; ognuno specchio e rappresentazione dello schifo costituito dall’altro. A questo punto si ricordò dell'alluvione di un decennio prima in cui, tra le acque turbinose dei fiumi straripati, erano morte, accanto a quelle vere, migliaia di mucche virtuali. Assolutamente inesistenti, se non nella fantasia di schifosi che volevano approfittare del disgraziato evento per ficcare le mani nelle tasche dello Stato.

Ed ora ecco l'ultima emergenza. La BSE. Di nuovo le fogne stavano straripando. Di nuovo povere persone danneggiate dalle circostanze stavano chiedendo allo Stato un sostegno corposo per il male che era loro occorso tra capo e collo. Sostegni dello Stato erano stati promessi. Ma perché? I vegani erano stati chiari... non erano stati loro avvelenare le mucche trasformando erbivori in cannibali? Non erano stati gli allevatori a trasformare animali che producono venti litri di latte al giorno in macchine capaci di crearne più del doppio di tanto? Prima o poi scopriranno qualche altra epidemia collegata all'eccesso della produzione di latte e questi bastardi saranno di nuovo in prima fila a chiedere i danni per il crollo della domanda. Così pensando rivolse lo sguardo alla bonaria figura di Pierre Robert che rielaborò mentalmente nelle linee statuarie e gelide di altri ritratti. Anche quelle immagini, tutte quelle immagini, avevano il potere di scaldare il suo animo come una fornace. Si concentrò e chiese al suo eroe di reincarnarsi. Se occorreva lo avrebbe seguito fino al secondo estremo sacrificio.

Basta! Per quella sera aveva sofferto anche troppo. Guardò il lavandino della cucina sul quale ai piatti dei giorni prima si erano aggiunti la padella maleodorante, il bicchiere e due posate e si chiese se non fosse il caso di un intervento drastico. Non poteva continuare a accumulare piatti e posate sporche, altrimenti presto sarebbe rimasto senza mezzi. Stette per intervenire, ma poi annotò che se avesse condotto a termine l'impresa il giorno dopo non se ne sarebbe accorto nessuno. E poi aveva fretta di riprendere la biografia di Ejzenstejn che si stava divorando in quei giorni. Si accomodò sulla poltrona, il libro in mano, con il faretto ben orientato per generare un cono di luce nel buio ricreato nella stanza. Prelevò da terra delicatamente Lisetta, che cercava faticosamente di arrampicarsi sulle sue gambe, e la pose sulle ginocchia; quindi diede inizio alla lettura del libro: “Le peregrinazioni di Ejzenstejn, Aleksandrov e Tissè nelle Terre Americane”.

Un capitolo facile, descrittivo, lontano dalle complessità esteticheggianti delle parti precedenti. Un capitolo scorrevole che imponeva un unico fastidio: la sopportazione di volgari e pretestuose argomentazioni anticomuniste. Ma nonostante gli occhi scorressero veloci sul testo, si rese conto che i recettori centrali non integravano il senso di quanto leggeva. Infatti era costretto a tornare su ogni frase più volte prima che questa si decidesse a insediarsi in testa. Ma anche allora rimaneva confusa e scollegata da quanto era preceduto. Insomma, si stava creando una condizione assai rara nelle sue serate, una condizione che lo spingeva a prendere le distanze dalla abituale lettura. Cosa stava accadendo? La sera prima aveva licenziato il volume con dispiacere sentendo un trascinante desiderio a inoltrarsi nella notte per conoscere le vicissitudini del suo geniale e amatissimo Sergej. Aveva dovuto soprassedere considerando la tarda ora e le necessità di un riposo ristoratore prima di affrontare le persecuzioni di Tarocchi. Ora che aveva tutta la serata davanti non la sfruttava. Fece parecchi tentativi finché comprese che doveva rinunciare. Abbandonò la testa all'indietro chiudendo gli occhi. Solamente allora si decise a chiudere il libro; produsse uno schiocco facendo sobbalzare Lisetta. Poco a poco il suo disagio emerse nitido. Il suo cervello era rimasto ancorato a quell'orribile servizio sulla mucca pazza. Il Ministro della Sanità, quello delle Politiche Agricole e tutto il corteo degli oscuri personaggi si erano piazzati nella sua mente e non volevano lasciarlo in pace. Incominciò a provare disgusto per le certezze che esibivano, per l'arroganza scientista del primo, l'arroganza e basta del secondo e le pretestuosità di tutti gli altri.

Del primo non sopportava quella ostentata sicurezza con cui cercava di rassicurare il pubblico. Trovare un caso di mucca pazza su 10.000 casi era una bazzecola. Era un valore “insignificante", diceva. Inoltre, il fatto che si trovasse il morbo significava che la rete a protezione dei consumatori funzionava. Già, ma se il morbo si manifestava oggi, esisteva anche prima dell'introduzione dei test. Dunque qualcuno si era mangiato delle belle fettine prioniche e considerando il periodo di incubazione, quello scienziatone aveva poco da esibire la sua smagliante dentiera. Ma subito si rassicurò: quello scimunito, il quale sosteneva che da bambino lui la mucca pazza la mangiava, offriva la migliore prova che il prione produceva davvero danni cerebrali, ma, tutto sommato, meno gravi di quelli documentati dal sistema sanitario inglese. L'altro, di converso, con quella faccia da pecoraio... Si sorprese, lui, così democratico a enunciare un pensiero classista, ma poi trovò il modo di aggiustarla. Per carità, niente contro i pecorai purché evitino di fare i ministri. E' troppo impegnativo per chi non è allenato alle gravi fatiche della politica e dell'amministrazione dello Stato. Al massimo potrei accettarne qualcuno come collega, cosa che di fatto già accade, ma niente più. Dunque, del Ministro con la faccia da pecoraio non accettava la condiscendenza dimostrata verso quella orribile marmaglia che dopo aver dato da mangiare farine vietate ai bovini anche quando erano già fuorilegge, dopo aver fatto profitti ed essersi ingrassata per tanto tempo con azioni contro la legge e la morale, pretendeva ora di essere remunerata profumatamente per il “mancato profitto". Insomma, non l’avrebbe accettato in condizioni normali. Figuriamoci in questo caso in cui una effettiva condizione di colpevolezza e malafede aleggia intorno a quelle teste di cazzo come una statua di marmo.

Riaprì gli occhi proprio sull'immagine di Pierre Robert e gli sembrò che la sua espressione cambiasse. Nella sua immaginazione, il viso bonario e aperto si era contratto in una smorfia cattiva. Non era di fronte a un ritratto, ma a un uomo in carne e ossa che dalla tribuna della Convenzione, con voce metallica, accusava: Cittadini… chi sono i nostri nemici? I borghesi, i ricchi, i nobili, i giornalisti e gli emigrati lo sono sempre stati; oggi si sono aggiunti delinquenti attentatori alla salute del popolo che non contenti delle loro gesta criminali hanno l’ardire di pretendere sovvenzioni da parte della Repubblica di cui hanno tradito la fiducia per la loro infame bramosia di denaro. Chiedo per loro il deferimento al Tribunale Rivoluzionario perché vengano condannati come criminali comuni. Inoltre: chiedo il deferimento anche per i membri corrotti del Comitato di Salute Pubblica che hanno firmato il decreto di sovvenzione. Infine, anticipo che proporrò la messa in stato d'accusa per i convenzionali che voteranno contro il deferimento. Pietro visse un attimo di rapimento. Poi si svegliò. Si domandò se tempi come quelli sarebbero potuti riapparire all’orizzonte ma ebbe una sensazione di sconforto. Gli Dei erano scesi sulla Terra una volta, avevano fatto il bis centoventiquattro anni dopo, ma si dovevano essere scocciati di fallire. Probabilmente avevano deciso di lasciare stare le cose come stavano, una volta accertato che non c’era niente da fare. In fin dei conti perché preoccuparsi? A dispetto della sua sfrenata ambizione, questa scoria dell’universo sarebbe stata confinata per sempre in una pietra vagante nello spazio e lì sarebbe finito tutto. Sarebbe stato necessario solo aspettare, aspettare…

Pietro spense il faretto e rimase nel buio pesto con la fedele Lisetta assopita sul suo corpo disteso. Accarezzava quella testa nera massaggiando il punto in cui la rarefazione del pelo lascia passare un delizioso tepore, proprio lì sulle tempie. Si accorse che la giornata lo aveva stremato. Pensò di andare a dormire, ma poiché la gatta era così ben sistemata sulle gambe, decise di ritardare un poco. Era rilassante anche quella condizione, come negarlo! Finché la storia della pietra vagante lo coinvolse nuovamente. Cosa dico... pietra vagante... no, è una espressione immeritata per un luogo sacro e perfetto come doveva essere stata la Terra prima che la Grande Feccia la immiserisse con la sua oscura presenza. Addirittura, qualche volta, anche l'esistenza umana, per quanto non luminosa, aveva forse aggiunto un certo valore a un fondo di inestimabile bellezza. Aveva in mente centinaia di immagini che riempivano i suoi libri preferiti, in modo particolare i "paesaggisti"... Lorrain, Poussin, Rosa. Chi aveva ritratto la realtà in quel modo, trasferendo il sublime incanto della natura su pezzi di tela ricoperti di luci e colori doveva essere stato un visionario succube della streghevole bellezza del mondo. E non solo la pittura, ma anche molteplici forme della rappresentazione del bello testimoniavano una sicura simbiosi col Sacro della Natura. Certo, il problema era complesso. Si ricordava dell’inquietante Orson Welles del “Terzo Uomo,” nei panni di Harry Lime, un cinico nazista avvelenatore di ammalati con medicinali avariati venduti a borsa nera. In un passaggio chiave del film, aveva posto l'amico-nemico di fronte a una riflessione profonda. La produzione artistica in uno dei suoi periodi più fulgidi - il Rinascimento - non poteva dirsi separata da stragi, ammazzamenti, violenze. Insomma, aveva rivelato lo stretto rapporto tra le stragi e l’arte, individuando nelle prime la condizione per il recupero delle risorse per permettere all’artista di esplodere la sua individualità! E poi? E poi l’infame avvelenatore aveva offerto, beffardo, il contraltare: la Svizzera, con i suoi cinquecento anni di pace, aveva soltanto creato l’orologio a cucù. Ordunque mio caro – diceva al protagonista – non disprezzare i miei crimini giacché tutta la tua storia è costellata di nefandezze. Ogni ricchezza ha un peccato originale. Non solo la ricchezza dei primi accumulatori inglesi, non solo il denaro riciclato dalla mafia in attività legali, non solo la fulgente imperiosità delle manifestazioni del potere, ma anche la regalità del bello.

Con la testa reclinata all’indietro, Pietro sentiva precipitarsi nel buio del sonno profondo. Ma nel momento del passaggio fu scosso dallo strattone di Lisetta che voleva scendere da una posizione divenuta scomoda. Andiamo a dormire. E’ il momento di porre fine a questa orrenda giornata. E pensava, depresso, alla prospettiva del giorno dopo con l’inevitabile incubo del Tarocchi.

Aprì il divano letto e si cacciò sotto le coperte ammucchiate che avevano sopportato la battaglia della notte precedente. Lisetta, come ogni sera, saltò sul divano e si presentò sul risvolto della coperta. Pietro l’aspettava, alzò il risvolto per farla entrare, ma lei si ritrasse. Fece una circonvoluzione della testa del suo amato compagno e si ripresentò. Alla seconda offerta entrò sotto le coperte. Faceva sempre così, da anni e anni. Sempre alla seconda offerta! Entrò, fece dei passaggi rituali e poi si sdraiò di fronte a Pietro, a stretto contatto con il suo petto. Con le zampe inferiori premeva il corpo del suo amico, con quelle anteriori pareva che abbracciasse la sua testa. Pietro ricambiò l’abbraccio ponendo la sua fronte contro la testa dell’amica e il naso contro il naso. Iniziò il respiro strano di Lisetta, quel rantolino dalla natura misteriosa. Pietro interpretava lo strano circuito del respiro come un abbandono della piccola allo stato di estremo piacere che ti inebria quando, uomo o animale, capisci che tutto quanto serve ti è dato. Allora quel poco diventa infinito e ti pervade in ogni fibra. E poi, improvvisamente ecco le fusa, una vibrazione leggera, ma cosmica, stupenda, bitonale come i canti dei Dervisci. Anche Pietro provò la consueta liberazione del momento. Teneva stretto quel fagotto di pelo e smise di pensare. Come se la neocorteccia, quel pezzo di cervello che serve al pensiero astratto, nobile, tanto decantato da solerti apologeti dell’uomo - cioè di sé stessi -, cessasse di essere; come se scomparisse in una presa d’atto dell’inutilità di tanto dono divino. Non aveva bisogno della neocorteccia, Pietro. Ne avrebbe fatto uso l’indomani, col Tarocchi, con i suoi colleghi, o per decifrare i segnali orrendi dei telegiornali. Ora c’era un rapporto diretto, unico. Incorporava Lisetta in sé, come probabilmente la gatta incorporava lui. Fino a essere una cosa unica. A che serve la neocorteccia? A categorizzare, dividere, contare. E ora non c’era bisogno di categorizzare nulla, né di dividere, né di contare giacchè anche il due era superfluo. Non resistette a lungo Pietro. Con quel sublime ristoro dell’anima. E subito fu preso dal sonno.

Vagò nel buio senza coscienza, finché entrò nella magia del sogno. Dapprima seppe che gli scienziati avevano fatto una colossale scoperta: la diffusione del cancro al seno era dovuto a un vettore banale: il latte. La causa erano fattori ormonali dovuti a regolari assunzioni di medicinali somministrati ai bovini negli allevamenti. Scoperto il fatto, la popolazione aveva abbandonato l'alimento creando l'ira negli allevatori i quali stavano invadendo il Parlamento per imporre una legge che obbligasse i cittadini al consumo di latte. Il Ministro della Sanità, che aveva la faccia del "pecoraio", diceva ad altre persone, forse esponenti governativi, che non si poteva lasciare morire di fame quei poveri allevatori e che bisognava accondiscendere alle loro pretese. Perciò, dato che ormai la notizia era trapelata, bisognava proprio obbligare ogni famiglia al consumo di una certa quantità giornaliera. E poi, battendo il pugno sul tavolo, aggiungeva: anche ai vegani. La brunetta apparsa nel servizio televisivo, che era stranamente presente in quello strano consesso, si portava le mani sul volto e incominciava a singhiozzare. Pietro fu preso da infinita tenerezza e voleva consolarla, ma lei fuggiva. Grande fu la sua pena e cercò di seguirla. La perse di vista ritrovandosi in corridoi lunghi e piatrellati in modo scadente. Pensò di essersi perso, quando si ritrovò dentro la metropolitana. Seguendo i cunicoli tortuosi penetrò in una grande stazione con una cabina del telefono vicino alla quale c’era un vitello con le zampe spezzate che giacevano a una certa distanza dall’animale. Ma stranamente le ferite non sanguinavano. Il vitello lo fissava con quello sguardo che era apparso poco tempo prima nello schermo azzurrino. Gli occhi lo guardavano e sembravano chiedergli aiuto. Lo spirito di Pietro si ingolfò di nuovo di compassione. Si ripresentò quella sofferenza che imperiosamente provò il giorno in cui vide Lisetta disperata tra le macerie della casa abbattuta. Gli occhi del vitello erano quelli della gatta, e identica fu la pena che lo invase. Si avvicinò e gli prese la testa fra le braccia e la strinse perché non sapeva che altro fare. Ma il vitello, a un certo punto gli chiese: “Perché mi hai dimenticato? Perché non sei con me. Perché mi hai lasciato in quelle mani? Vedi cosa mi hanno fatto?”. Vedeva il vitello, Pietro, ma credeva di parlare con la sua Lisetta che lo rimproverava per non averla difesa dal Male del mondo. E lui non sapeva cosa dire, sentiva quella colpa gravargli sulla coscienza. Ma il vitello incalzava: “Se sono qui, se mi hanno ammazzato la colpa è tua che mi hai lasciato nelle mani di quelli col trattore”. Non capiva perché diceva “ammazzato”, Pietro, e gli vide sgorgare lacrime innarrestabili, ma non si sorprendeva neanche per questo. Lo lasciava piangere, mentre gli reggeva la testa nel silenzio di quel luogo surreale, e lo baciava.

Uno scossone e si ritrovò seduto sul letto, sudato, fradicio, spaventato. Accese l'abat-jour. Un mal di testa da impazzire e un’intensa sensazione di nausea. Il cuore gli batteva a mille e si rese conto che le lacrime del vitello erano in realtà uscite dai suoi occhi. Non riusciva a fermare la tachicardia ed ebbe anche paura che il cuore cedesse. In seguito al brusco risveglio, Lisetta, con zampe incapaci di attutire le cadute, era rovinata per terra con grande tonfo. E la gatta, ripresasi dallo spavento per il brusco movimento, lo osservava in modo strano, non più spaventata ma perplessa. Egli la prese, la riportò sul divano e incominciò a accarezzarla amorevolmente. Ma non ebbe in premio la dolce e incomparabile calma di prima. Il dolore era troppo grande. La testa sembrava scoppiargli e la nausea era sempre più forte.

Si stese pensando che se riusciva a dormire, il mattino dopo sarebbe rinato senza quella orribile sensazione di rigettare budella e stomaco. Pronto per un’altra partita con il tarocchi di turno. Se si cimentava nella “respirazione condizionata” vipassana avrebbe preso sonno in fretta. Quella era la soluzione universale che funziona sempre. Bastava metterla in atto. Ma il pensiero gli volse altrove. Il sonno l'aveva improvvisamente abbandonato e la tecnica vipassana forse sarebbe stata inutile. Gli si formò l’immagine mentale di quel vitello massacrato del sogno e comprese che se quella era una immagine del suo pensiero, nondimeno essa era stata attinta dalla realtà. Le immagini del servizio televisivo non erano forse reali? Allora riorientò la mente verso la povera vittima. Vide tre schifosi figuri, immersi nelle tenebre per proteggere la loro vigliaccheria, mentre lo conducevano dentro il ventre scuro della metro. Si immedesimò talmente nell’animale che ora vedeva l’ambiente lugubre di una metropolitana di notte come se gli occhi suoi fossero quelli del vitello. Ora era il vitello! Sentiva la sua paura per un ambiente ostile. Sentiva che la sua breve vita era vissuta conoscendo soltanto terrore tra esseri potenti e crudeli. Sentì il dolore della madre che muggiva per la violenza della separazione. Sentì l'esasperazione per l’impossibilità di capire. E ora era lì, in un luogo oscuro reso terrificante dall’impossibilità di elaborare strutture di senso. Si disse che quello doveva essere la cosa più tremenda che potesse capitare a un essere vivente: non comprendere il significato di quanto gli accade. Si vedeva spinto a calci e pugni giù dalle scale a quell’ora immobili. Le sue zampe abituate a prati e terreni morbidi, al contatto di quella sostanza dura, rumorosa e piena di spigoli cedettero, e giù, la caduta rovinosa per le scale. Un dolore lancinante si materializzò nel suo cervello e si trovò in fondo alla scala. Perché, perché... si chiedeva Pietro - vitello. Perché quella disumana tortura? Che bisogno c’era di questo massacro, non bastava un destino segnato da morte precoce? Non bastava la tortura in quei luoghi osceni chiamati allevamenti. Non bastava essere accoppato per essere trasformato in fettine? Che cosa volete ancora da me, essere vivente con dignità identica alla vostra, miserabili... no, ... con una dignità superiore, brutti bastardi, perché non infliggo nessun dolore a esseri viventi come fate voi. Si sentì trascinato nella cabina e vide il ghigno, sentì lo schiamazzo di quei tre infami che, fatto il lavoro, lo abbandonavano e scappavano ridendo dopo aver messo un cartello sulla porta: “Fatti pagare il disagio dal governo”. Ora Pietro uscì dal vitello e nuovamente, come nel sogno, lo vedeva lì, ai suoi piedi. Gli si inginocchiò di fianco, gli riprese la testa fra le mani e gli chiese perdono, e sentiva che non riusciva a frenare il torrente della commozione. Perdono – chiedeva con la suprema condivisione del dolore – perdono, amico, compagno, fratello. Perdono... perdono...

La sofferenza divenne a congestionargli l'anima. Al dolore fisico della testa che gli scoppiava come non aveva mai provato, si accompagnava ora un dolore spirituale ancora più feroce e insopportabile. E su tutto, la nausea. Gli sembrava che la nausea fisica, avesse una natura spirituale per tutti i dolori del mondo. Non bastavano i bambini dell’Africa con le pance gonfie dalla fame, quelli irlandesi, costretti a essere difesi dall’esercito da adulti fanatici, quelli palestinesi massacrati dai mitra israeliani, quelli israeliani colpiti dalla disperazione palestinese. Non bastava la schiavitù sui deboli, le donne, i poveri di tutto il mondo. Un immenso nuovo macigno si abbatteva per la prima volta sul suo animo di comunista e gli faceva sperimentare una nuova sofferenza immensa, mostruosa, tenuta sempre nascosta. Nascosta dalle strutture educative, dalla famiglia, dalle istituzioni, specie quelle sanitarie, con la miserabile bugia della necessità di un'alimentazione varia. Nascosta da quegli immensi bastardoni che odio con tutto il mio sentire, del resto odiati anche dal mio adorato Pierre Robert, i giornalisti di merda. Si ricordò infatti come era stata organizzata la fine del servizio. “Ecco un emblema del disagio vissuto dagli allevatori”! Così avevano concluso gli infami. Il vero soggetto, il vero protagonista, l’animale, la povera cosa vivente, era assente, indistinta. Si parlava di lui, ma lui non c’era. L’odio si mischiò alla sofferenza e Pietro sentì che con la respirazione forzata, lo strumento per vincere la nausea, non ce l’avrebbe fatta. Si alzò di scatto e corse verso il bagno. Fece appena a tempo a mettersi in ginocchio davanti al water e una immensa eruzione gli sconquassò il corpo facendolo sussultare come se un vulcano interiore avesse deciso di svuotarlo. Dopo una serie di conati minori, si sentì liberato. Ma riaprendo gli occhi cisposi distinse i pezzi di cadavere che aveva mangiato quella sera e inorridì. Fu come se un pugnale gli spaccasse il cuore. Ecco la prova di una esistenza trascorsa nell’ignoranza, nell’oscurità buia, nell’orrore vissuto con leggerezza! Aveva contribuito anche lui agli olocausti che insieme a infinite brutture rendevano la terra il peggiore angolo dell’universo! Sentì che tra lui e i tedeschi che per ignoranza e pigrizia mentale avevano accettato il nazismo prima e le camere a gas poi non c’era poi così tanta differenza. Era stato colpevole da sempre! Non aveva ragionato. Non aveva immaginato due cose vicine, attigue, quasi sovrapposte: cibo proprio e dolore altrui. Poi rivide improvvisamente il vitello e ebbe chiaro il motivo delle accuse che l'animale gli aveva rivolto nel sogno. Il suo inconscio gli aveva parlato prima ancora che l'incidente lo avesse messo di fronte alla sua candida e oscena violenza. Pensò ai preti che parlano dell’uomo come figlio di Dio e rise amaro. Ma il riso gli si spense subito ripensando al dolore di cui era stato partecipe. Gli venne in mente la brunetta, i suoi compagni e pensò che la solidarietà con quei giovani eroi doveva guadagnarsela, non bastava dire bravi. E poi, soprattutto, doveva rimediare a tutto il dolore di cui era stato causa fino a quel momento. Perciò non avrebbe mai più assunto cibo che contenesse sofferenza animale sotto alcuna forma; né diretta, né indiretta. Nessun animale sarebbe nato, allevato, torturato e ucciso per causa sua. Provò un lieve senso di liberazione. Inginocchiato davanti alla vittima ignota chiese nuovamente perdono. Ma questa volta non per i crimini altrui. La scoperta improvvisa della sofferenza generata da una vita di ignoranza gli aveva aperto un nuovo varco di disperazione nel cuore. Avrebbe voluto espellere tutta la violenza di cui era stato portatore e si rammaricò di non poterlo fare. Cancellò le tracce del suo crimine, si lavò e ritornò nel suo giaciglio. Lisetta dove sei? Era sparita, la piccola. Avrebbe voluto ricevere il conforto del suo abbraccio, ma non la cercò. Era venuto il momento di dormire visto che nausea e emicrania se n’erano andate con un vero rito di iniziazione. Lo era stato proprio: nella sua vita non aveva mai vomitato.

Si ridistese più rilassato sul divano. Ora il vipassana poteva essere utile. Uno strumento potentissimo che aveva sempre funzionato, pensò. Ma il vipassana non funzionava. Cazzo, come mai? Semplice. Il vipassana era lì, disponibile per cancellare i pensieri che normalmente sono la causa vera dell’insonnia. Ma Pietro non voleva cacciare i pensieri. O meglio, una parte di lui non voleva sottrarsi alla riflessione che gli sconvolgimenti vissuti gli intimavano. Pensava che il suo metodo per svuotare la mente fosse uno strumento messo in una stanza del suo mondo interiore. Bastava entrare in quella stanza, prendere lo strumento e dormire. Ma qualche altro imperioso sentire gli sbarrava la strada di accesso alla stanza, e così, pur disponendo del mezzo per por fine alla spossatezza psicologica, non c’era modo di usarlo.

Pietro pensava e ripensava. Ripensava a quelle montagne di fegati, ossa, zoccoli, occhi, budella che veniva macinata, asciugata, trasformata in farine. Pensava alle farine ormai usate come mezzo per produrre energia. Uno scempio morale prima ancora che ecologico. Quanto pane era stato sottratto dalla bocca di affamati del terzo mondo per essere trasformato in quella massa di materia inerte e cadaverica? Era un problema morale anche questo, sicuramente. Ma prima ancora c’era l’inaccettabile violenza condotta su una materia che richiedeva rispetto. La merda umana non usa i suoi cadaveri per produrre energia! Ci mancherebbe altro. Li ficca dentro loculi costruiti con la fissa della vita eterna e le altre oscene amenità dei preti. La merda umana non trita i suoi cadaveri con macchine infernali che forse richiedono più energia di quella che si ricava dalle cosiddette “farine animali”. Ma gli stronzi cartesiani, come quella nobelata che sostiene l’immoralità dei lucchetti ai cervelli, se ne guardano bene dallo spingere i loro calcoli razionali alle estreme conseguenze. Mirano solo a una orrenda furia trasformativa che li veda protagonisti. Che frega loro del mondo... e poi ripensò al servizio televisivo e a quei farabutti che dall’interno di qualche università, attraverso prestigiose riviste scientifiche avevano sostenuto che ai bovini si poteva dare da mangiare qualunque cosa senza rischio alcuno, anche merda. E ora se ne stavano ben rintanati dentro il loro guscio. Non un nome trapelava. Tutti coperti.

Ora, solo ora comprendeva il senso di ciò che aveva visto un mese prima in una piazza del Centro. Quei cartelloni esposti da antivivisezionisti, non erano la manifestazione di una bruttura circoscritta. Facevano parte di un unico disegno messo in atto da una società che gronda di sangue e torture. Quei gatti con la testa bloccata da scheletri metallici mentre terribili stantuffi tengono loro spalancata la bocca, i conigli a cui vengono spalmate sostanze venefiche fino a che la necrosi non si impossessa della loro vista consegnandoli al buio che anticipa la morte, le scimmie smembrate senza anestesia, i topi costruiti ad arte per clonazioni e sezionamenti, e poi, obbrobrio tra gli obbrobri perché privo persino della menzogna scientista, le violenze costruite ad arte dagli psicologi sperimentali sulla deprivazione affettiva, tutto ciò che aveva visto in quella mostra raccapricciante non era eccezione, ma norma. Maledetti brutali assassini in camice bianco! Possiate sprofondare all'inferno, infami! Ora lo comprendeva. La specializzazione di una pratica diffusa, pervasiva che non lasciava spazi franchi, enclave liberate. La società era un luogo di morte violenta e ora finalmente se n’era accorto.

E pensava a le mucche lasciate morire di fame e di freddo da quei merdosi che, dal momento in cui era scontato il loro sequestro, avevano ritenuto di risparmiare riscaldamento e cibo. Ma quanto tempo occorre a una mucca per morire di freddo o di fame? Un tempo incredibile deve passare, non possono bastare 5 minuti... Una sofferenza immensa, ingiustificata, senza senso. Accade anche in natura. Ma in natura l’essere che soccombe è libero e non legato alla catena; nessuno si è sobbarcato la responsabilità del suo essere. E poi l’uomo, non è un ente morale? Se è un ente morale, perdio, queste brutture non se le può permettere. E lo Stato? Questo Stato, con i suoi regolamenti, le sue leggi, le sue istituzioni materiali, i veterinari pubblici, che cazzo ha fatto? Nel caso concreto, cosa ha fatto? Come può giustificare la sofferenza gratuita? che razza di gente sono questi ministri, i loro segretari tutti protesi a blandire l’infamia e a evitare di comminare sanzioni per non perdere consenso? Così ragionava, ma i percorsi razionali l’abbandonavano. Non riusciva a tenerli fermi. Subito la mente gli sfuggiva e correva alle mucche dimenticate dentro le stalle. Si immaginava la fame e la morte per sfinimento. Prima di una, poi dell’altra in una infinita agonia, nella sofferenza per le mungiture mancate, tra spasmi e dolori. E al bastardo che magari, a casa, aveva soltanto la preoccupazione che quegli animali non potessero più rendergli, tutto preso dall’ansia per gli indennizzi incerti. Il cuore gli sanguinava, altro che vipassana. Come poteva dormire con quello squarcio nell’anima!

Da tempo non poteva accettare la volgarità del mondo e allora si era ritratto, chiuso a riccio. Volete sguazzare nella merda – pensava di dire alla fauna umana – fate pure, ma lasciatemi in pace nella mia solitudine interiore. Certo, così intriso di cultura rivoluzionaria, aveva sempre sofferto il sopraggiungere dell'impotenza seguita alla caduta del Muro di Berlino. Tuttavia era ancora disposto a distinguere: distinguere tra i ricchi del pianeta e la grande maggioranza di poveri e diseredati. E aspettava la rivoluzione, Pietro, perché alla lunga non poteva impedirla neanche dominiddio. Ma ora era smarrito di fronte alla rivelazione insospettata fino a poche ore prima. Ora vedeva esseri che soffrivano per causa degli umani senza essere umani, quindi senza condividere alcuna responsabilità della propria condizione. La sua residua fede nell'umanità stava vacillando. Ne esisteva una parte migliore? Una su cui poter contare? Oppure era la specie che faceva schifo e non si meritava altro che l'inferno da essa stessa prodotto per proprio uso e consumo? In questo istante, in questo preciso istante, ci sono milioni di esseri come me, capaci di percepire la stessa sofferenza che nelle stesse condizioni proverei io, chiusi, stabulati, maltrattati dentro lager o università che aspettano la morte come una liberazione. E altri, allevati per essere lasciati liberi e fucilati da branchi di fottuti che si autoproclamano "ambientalisti con la doppietta". E altri ancora allevati in sicurezza, e perciò deprivati di capacità di sopravvivenza in un ambiente naturale - quale ambiente naturale, poi - e "liberati" ai morsi della fame, del freddo, delle malattie, quando non delle violenze più efferate da parte di cittadini disturbati da presenze ingombranti.

*****


Quanti fantasmi! La stanza si era popolata di tutte le oscenità umane che avevano preso possesso della sua mente. Tachicardia e sudore agivano di nuovo insieme. Inoltre, l'imperioso complesso di colpa continuava a farsi sentire bussando senza tregua nel suo cuore. Non era stato cieco, sordo e muto fino a quella sera? Sentì voglia di un bicchiere d'acqua e accese l'abat-jour. Che strano, la luce era ancora più fioca di quella già debole che la piccola lampadina emanava di solito. Molto più fioca. Illuminava appena la stanza. Sembrava un lumino dei morti. Prese atto senza chiedersi perché. Fece per alzarsi, ma, spossato, ripiombò tra le coperte. Lo sguardo si volse distrattamente verso il centro della stanza e vide lui. In piedi, una mano sul bavero e l'altra sul bastone, appoggiato sulla gamba arretrata con l'altra leggermente protesa in avanti, nascondeva gli occhi dietro i consueti occhiali scuri. Il sorriso della stampa era scomparso e al suo posto Pietro poteva vedere il volto severo che tanto doveva aver incusso timore nei suoi contemporanei. Egli guardava quella visione ma non c'era stupore in lui. Piuttosto appagamento, calmo appagamento.

“Tu qui?”, pensò Pietro. E lui rispose al suo pensiero, come se gli avesse letto la mente.

“Sì, penso che tu abbia bisogno di ispirazione. Per questo sono venuto. La tua crisi interiore richiede conforto... ”. Così rispose, ma in modo strano, in un sibilo sottile. Attese per un intervallo infinito, infine ricominciò.

“In termini di responsabilità nella costruzione delle iniquità di questo mondo, non tutti gli uomini sono uguali. Il più grande magnate della terra non può essere considerato uguale al povero bambino che guarda smarrito l'esercito nemico che gli ha ridotto la casa in macerie e ucciso i genitori. Il potere, la possibilità di muovere capitali, di disporre del lavoro altrui e indirizzarlo in un verso anziché un altro, e, di converso, la sudditanza a tutto questo, rendono gli uomini piuttosto diversi in termini imputabilità. Perciò ti sei sempre sentito vicino ad alcuni e separato da altri. Ma ora, Pietro, hai colto l'essenza: devi incominciare a ordinare i termini della questione in modo molto diverso. Completamente diverso. La scoperta di tutto un mondo di sofferenze inimmaginate e lontane di esseri al cui strazio partecipa l'umanità nel suo complesso, rende l'umanità stessa, quasi un corpo unico con un'unica testa e un'unica colpa. Ecco! Vi e' una "responsabilità di specie", una sorta di marchio che gli uomini e le donne si portano appresso e che li rende tutti corresponsabili in quanto umani. Se fai fatica a comprendere, pensa alla risibile fola del peccato originario! Il concetto è simile. Tu non hai rubato nessuna mela eppure ti trovi in questo mondo osceno. L'ultimo disgraziato della terra, non sarà un ricco magnate, ma anche lui appartiene a una specie assassina e deve rispondere dello "scempio". Dunque è un nemico. Quando sei in guerra non valuti la correttezza, la bontà, l'umanità sempre possibile del soldato che ti sta di fronte. L'umanità ha questo peccato da scontare. Dunque è responsabile tutta intera.

“Ma non dimenticare. Il passaggio che trasforma una persona colpevole in persona onorevole è sottile, impercettibile. Tu stesso sei l'esempio di una trasformazione interiore, alchemica. Anche tu non eri tanto corretto fino a poche ore fa. Anche tu vivevi nello scempio dell'innocenza limitandoti a intenerirti per i randagi che trovavi per la strada. Non dimenticarlo quando avrai di fronte un tuo simile! Ogni essere umano, ricordalo bene, può, in potenza, avere la tua esperienza e molti altri l'hanno fatta prima di te. Approntati dunque a ricevere tra le braccia come un fratello colui che oltrepassa questo invisibile confine con la scoperta della compassione universale. Nessuno è perduto per sempre. D'ora in poi considera tuoi compagni di battaglia tutti coloro che faranno, pur tardivamente, il salto della consapevolezza dell'orrore generato da questa scimmia assassina e si scopriranno separati dalla loro specie. Separati! Ascolta bene questa parola, Pietro, perché essa racchiude un concetto vertiginoso! SEPARATI, caro amico! Separati vuol dire senza diritti, senza doveri rispetto a un ciclo universale di civiltà che ha allontanato i suoi percorsi da quelli del resto del vivente. Separati! Gli uomini come te devono vivere separati dagli altri, al di qua di una linea ben precisa, marcata, spessa e inequivocabile: di là i dispensatori dell'arrogante concezione della scissione uomo-natura, di qua gli uomini umili e consapevoli della loro animalità e di appartenere strettamente alla natura. Una separazione però non fisica. In primo luogo, perché l'appropriazione totale dei territori da parte delle nazioni non consente a nessuno di scegliersi una caverna per vivere da solo. Ma, soprattutto, perché gli atti di guerra prevedono contatti. No! La separazione è civile, politica, persino psicologica, e comporta una distanza incolmabile a cui neppure la comunicazione può porre rimedio; giacché, ormai, ogni parola è vana. L'unico legame con la società è l'inserimento nella rete materiale; infatti, in quanto animale hai bisogni corporali e, in quanto combattente, devi resistere. Comprendi quanto ti dico? Per il resto, tu e quelli come te debbono diventare corpi estranei nella civiltà degli uomini e lavorare instancabilmente per minare dalle fondamenta lo stato di cose esistente. Così, Pietro, scolpirai nel tuo animo la prima regola fondamentale: Il mio contratto con la società degli uomini è sciolto. Non distinguerai gli uomini sulla base del censo, dell'appartenenza etnica, dell'adesione alle idee politiche, religiose e di altro genere, ma soltanto sulla base dell'adesione o meno al principio che tutti i viventi, gli animali umani e non-umani, hanno uguali diritti alla vita, alla libertà, al benessere, al rispetto delle esigenze che la natura ha conferito alle specie. Se accetteranno questo principio saranno semplicemente tuoi amici, persino fratelli e condividerai con loro il tuo destino. Altrimenti, inesorabilmente... nemici!

“Perciò considera: la strada dell'etica è la strada dell'uomo che crede nella minimizzazione del dolore attraverso la moderazione del desiderio. E' il passaggio dell'uomo che vorrebbe compiere il percorso terrestre della sua esistenza in modo silenzioso. Ma è anche il percorso dell'uomo che crede alla superiorità del bene rispetto alla dannazione degli appetiti smodati e per questo è disposto a rompere l'attitudine alla tranquillità e al silenzio. Semplicemente perché preferisce pace e tranquillità per tutti gli altri e per raggiungere questo scopo rinuncia a quella per sé. E' una specie di bodhisattva armato. E non gli interessa il giudizio dell'altro se questo è dettato dalla menzogna e dall'interesse: quando potrà, gli imporrà il suo giudizio, i suoi valori, la sua realtà: anche a fronte della più straordinaria renitenza.

“Ricorda: il senso dell'esistenza per molti sta nell'esperienza individualizzata: "hybris" purissima; per altri, invece, nella via etica, cioè nel distacco dal mondo e dalle cose. Ma la prima si dissolve, mentre la seconda lascia una traccia e si prolunga nell'azione successiva come una staffetta infinita. La realtà dei fatti può anche regredire, ma nessuno sa come sarebbe il mondo se l'azione etica svolta nel passato fosse venuta a mancare. Perciò il rivoluzionario disprezza il desiderio e finanche l'esperienza rivolta allo sviluppo dell’io; non ha incertezze in proposito.

“Dunque, l'etica governa la tua azione. Dovrai sottostare solo al suo supremo magistero. Che forme deve avere l'azione? Deve forse avere un limite nelle norme che un popolo si è dato attraverso le leggi?

“Quali regole e sistemi di gestione civile del conflitto? Quali trasformazioni del nemico in avversario, quale trasformazione della guerra in confronto? Guardati intorno, Pietro! Hai occhi e mente per vedere. Guarda la giustizia! Se tu fossi portato di fronte ai giudici, pensi che potresti, come un potente cialtrone del tuo tempo, addomesticare i processi mandando in prescrizione il tuo eventuale miserabilissimo e vacuo reato? Non ci pensare nemmeno; subiresti tutto quello che il potere dispotico e autoritario deciderebbe di farti subire. Guarda la gestione dell'economia! Osserva l'oscena bulimia dell'uomo bianco che continua a spostare ricchezza dai paesi poveri a quelli ricchi con un sottile sistema di strozzinaggio messo in campo da potenti istituzioni votate alla rapina. Quarda l'umanità! Come violenta la sacralità del mondo e come, a sua volta, diventa vittima dei suoi atti sconsiderati. Tutto questo va rimediato. E ora hai scoperto anche un immenso continente di dolore del tutto occultato agli occhi degli uomini. Anche quello va rimediato insieme a tutto il resto! Il mondo si sta avviluppando in un vortice di pazzia che solo i medium come te o quelli dei banchetti possono percepire. A questo punto non c'è più spazio per una gestione civile del conflitto; c'è solo spazio per una dichiarazione di guerra; non ci sono più avversari, ma soltanto nemici da annientare... nemici da annientare! Essere mite con i buoni, feroce con i violenti, ecco la seconda regola a cui ti atterrai.

“Le leggi? Sai quale importanza diedi alle leggi; sai che mi piegai alla solida ragione che nessun uomo deve essere sopra le leggi che il popolo si è dato. Ma sai anche che l'accettazione di questa guida puramente pragmatica è subordinata ad un altissimo Principio che mai espressi, ma che tenni sempre ben presente. Questo diventerà il terzo comandamento che illuminerà la tua azione: La Legge è la pallida ombra della Giustizia oppure, semplicemente, non è. Se le leggi sono espressione di un popolo pervertito dalla corruzione, cosa che per un certo tempo non riuscii a concepire, ma che si rivelò, prima possibile, poi fatto normale, allora il rivoluzionario terrà in conto le leggi quando gli converrà... solo allora. Ma, in ogni caso, il suo scopo sarà quello di sovvertire da cima a fondo un sistema iniquo perché non corrispondente a un sistema di Giustizia, la Dea suprema al cui dettato, chi segue una via etica, obbedirà soltanto. Ora tu hai scoperto una nuova specie di schiavi? Infiniti lamenti e dolori ti feriscono le orecchie provenendo da luoghi tenebrosi e nascosti? Il sistema delle leggi è sordo a queste sofferenze? E allora trai le conseguenze del caso. Nessuno, con l'accordo o il disaccordo potrà influire sulle tue scelte.

“La pace è il sommo bene, il sottile godimento che rende appena accettabile il nostro percorso terreno per il resto sottoposto alle asprezze della natura. Asprezze che gli umani hanno cercato di ridurre con la tecnica, un sistema che poi è andato ben oltre le sue promesse per trasformare la vita in un doloroso girone infernale per gli animali umani e non umani. Tutti soffrono per questa trasformazione. Ma mentre i primi sono causa del proprio male, i secondi devono subire un destino non scelto. Perciò comprendi il motivo del quarto principio che stabilisce la ragione della solidarietà primaria che gli umani evoluti devono avere verso gli animali non umani prima ancora che verso i propri simili. In questa scelta si compie il perfezionamento essenziale di coloro che la faranno: perfezionamento interiore che sarà tanto più alto quanto maggiore sarà la rinuncia al sommo bene della pace.

“Anche il comportamento umano fa parte dell'addobbo del mondo e come tale può essere modificato nella misura in cui può esserlo. Così come tutte le culture dominanti non fanno altro che tentare di corrompere gli esseri con la proposta di un desiderio sfrenato che alimenta i dolori del mondo, così la cultura rivoluzionaria tenta di liberarli per offrire loro una vita frugale in cui il dolore sia minimizzato. Ma chi si assume il ruolo mercuriale ed educativo sappia che si comporta come il bambino il quale costruisce castelli di sabbia sull'arena. Deve sperare che la marea non li sommerga subito e in ogni caso non avranno vita perpetua. Poi, e questo è l'aspetto essenziale, deve comprendere che il Bene e il Male sono esterni all'uomo che cerca di educare; così come sono esterni all'educato. Come la sabbia non è oscena se si ribella alla buona direttiva, così è anche l'umano. Come disse il filosofo, se Bene e Male influenzano il mondo, influenzano solo gli estremi confini del mondo. Male e Bene non esistono se non nelle fantasie dei preti, dei visionari e degli schiavi, ma dolore e sofferenza da una parte e pace e tranquillità dall'altra, queste sì, esistono. Il rivoluzionario è colui che cerca di risalire il fiume naturale traghettando le prime nel regno delle seconde per mezzo della sua azione riparatrice. E quando scatena il terrore, è perché tenta, attraverso un'azione di purificazione, di liberare il mondo dalla sofferenza per tempi lunghissimi e offrire riposo e conforto a tutti quelli che verranno. Ma che il Terrore sia fuso nella Virtù e che insieme procedano verso la via della liberazione. Giacché la Virtù senza Terrore è impotenza, così come il Terrore senza Virtù è tirannia…

“Forse ti chiederai il perché di questa lezione... io che, al di là dell’amato Brown, dimenticai completamente le persone non umane! Non ebbi chiara la sostanza delle cose! La perfezione dello spirito umano avanza - quando avanza - per gradi. E la "sinistra", ovvero l'azione che perfeziona il mondo e che io mi onoro di aver introdotto due secoli or sono nella storia - è tale se allarga i diritti degli esseri così che la loro sofferenza sia minimizzata. Cessa di esserlo quando incomincia a circoscrivere certi soggetti per avvantaggiarli rispetto agli altri. Oggi, chiunque non riconoscerà persone dimenticate perché senza voce, e quindi incapaci di reclamare i propri diritti, dovrà essere marchiato con l'impronta infamante di reazionario. Indipendentemente dagli onori conquistati nei tempi passati.

“Dunque uscire dall'eremo in cui ti sei rinchiuso e combattere sarà la tua prima vittoria. Cerca le forme giuste e efficaci. Dovrai imboccare un lungo percorso per procedere nella strada della liberazione degli animali non umani. Combatti tuttavia senza passione, consapevole delle difficoltà, della probabile sconfitta e preparati a passare il testimone poiché non sei certo il primo che dovrà soccombere per la grandezza delle idee che porta in seno. Combatterai senza passione perché soltanto il distacco ti conferirà quella tranquillità che può generare successi seppur parziali. Andare oltre l'odio e pacificare il tuo spirito mentre combatti, sarà la tua seconda vittoria, quella più difficile. Ricordalo.

“Sarà arduo? Ti comprendo bene. La consapevolezza che l'inferno si è installato sulla Terra apre nell'animo un grande senso di desolazione. Forse crederai che sono stati beati i giorni che ho vissuto. No, sono stati giorni terribili, ma in effetti la speranza, quella, fino all'ultimo, non è mancata! E rischiarava ogni istante di quel periodo eroico. Ora invece le tenebre hanno distrutto il più piccolo barlume di speranza perché la cultura della rivoluzione è morta. Non c'è speranza e sembra che niente possa rendere accettabile il futuro. Solo la rinascita della cultura e della prassi rivoluzionaria potrà ridare vita all'attesa di un mondo migliore.”

Così dicendo, fece seguire una lunghissima pausa. Poi…

“Tuttavia ti sollecito a una riflessione, caro amico. Esiste una potente compagna della natura che viene tenuta in grande disprezzo dall'uomo. E istintivamente viene aborrita anche dagli animali.”

Pietro pensò subito alla morte.

“La Morte, certo. La Morte, questa parola che gli umani dichiarano oscena e che rappresentano oscenamente come una vecchia scheletrita vestita di nero con la falce sulla spalla. Questa immagine che ha bisogno di coreografie disgustose, elaborate dalla paura umana e potenziate dalle turpitudini delle religioni, tutte le religioni e dal potere che direttamente o meno sostengono: catafalchi, ceri, luoghi adombrati da tende spesse. E poi il corteo di visi lunghi, animi contriti, occhi bagnati di pianto... Così viene rappresentata, non è vero? Ebbene, pochi, solo i migliori comprendono che la Morte, in realtà, dovrebbe essere rappresentata come un ragazza leggiadra che annienta le tensioni dell'esistenza e libera gli esseri viventi dalle forme di attaccamento che ingenerano dolore.

“No... non sono buddista. Anche quella visione si accompagna a una immensa quantità di superstizioni, quindi non può che essere una distorsione dell'Essenza. Ma ciò che i buddisti chiamano Nirvana e desiderano raggiungere è alla portata di tutti i viventi, appunto con la Morte Liberatrice. E allora ti dico: pensa a tutti gli esseri che questa sera hai scoperto. Pensa ai bambini del terzo mondo, pensa agli abitanti delle città malate, pensa a tutte le ansie e i dolori che infestano le terre e i mari. Alle angosce. Tutto scompare alla fine e per quanto sia grave il dolore, anch'esso non si cumula, sparisce. Si dissolve nel nulla. Non è un motivo di conforto questo? Pensa alle violenze del passato, non soltanto del passato remoto, ma anche recente, per esempio di quel vitello delle cui carni ti sei cibato. Tutto è scomparso, disperso. Non è un motivo di grande conforto, ti richiedo? Del resto, una prassi rivoluzionaria che creasse il paradiso in terra, riuscirebbe a rimediare agli impalamenti del Conte Dracula? Alle notte di San Bartolomeo? Al rogo del gran Giordano? Agli stermini in Africa, in Asia, in America? Stragi di deboli e innocenti che la cultura della sopraffazione ha generato attraverso i secoli? Ognuna di quelle sofferenze non è più! E’ scomparsa. Ricorda: la Morte è la più grande benefattrice della natura, non già la vita. La Morte libera! Rimedia al danno della Creazione, sia essa crimine del Demiurgo o degenerazione della Natura. E dunque, la sua essenza consola. Ogni volta che soffriamo dobbiamo rivolgere a lei un caldo ringraziamento. Tutto l'orrore che possiamo vivere è temporaneo. L'inferno non è eterno. Questa è una menzogna dei preti. L'inferno è a tempo, e non può nulla contro la Liberazione di cui la Morte soave è portatrice.

Pietro si sorprese di quanto il suo strano visitatore andava dicendo. Proprio lui? Come poteva elaborare una dottrina della passività insieme all'attivismo disperato? Che fosse effetto dell'abitare il regno delle ombre? No... nemmeno, perché lui non esisteva. La sua speculazione non gli concedeva esistenza, nemmeno in un regno d'ombre!

E sollecitamente, leggendo il suo pensiero, Pierre Robert puntualizzò sorridendo: “Infatti, io non esisto, se non dentro di te, Pietro. Non riesci ad accettare il magistero della rassegnazione? E sei anche sorpreso che l'insegnamento provenga da me, l'ideatore dei "Decreti di Pratile" con i quali volevo minacciare di morte tutta la Convenzione? L'istitutore, col Gran Santo, dell'Ufficio di Polizia, la prima sublime organizzazione per la repressione dei crimini antirivoluzionari... non comprendi, vero...?

“Ti ho detto di confidare nella consolazione della Morte per quanto riguarda le morti avvenute e le sofferenze in atto e inevitabili. Ma ti ho forse detto che il futuro, quello che parte dal prossimo istante non debba essere condizionato, potendolo? Non ti ho detto questo! Ci possono essere due atteggiamenti di fronte alla liberazione della Morte. Quello nichilista che porta all'apatia e alla presa d'atto. E' un pericolo. Nasce in coloro che, di fronte al dolore mentre si manifesta, sono semplicemente e puramente insensibili. Ma se la compassione viene esperita da un essere sensibile allora egli sceglierà una via etica e si dannerà per rimediare i mali del mondo e le sue manifestazioni. Con tutti i mezzi! La via Etica è l'opposto della via Nichilista!”

Rimase a lungo in un silenzio sospeso, Pierre, finché sommessamente concluse:

“Qui io m'arresto, che non posso andar oltre.”

*****


Un dolore lieve. Una puntura sul volto. La zampa di Lisetta batteva ritmicamente sul viso di Pietro che si destò. Era giunto il momento del massaggio mattutino e Lisetta rivendicava. Non è piacevole, appena sveglio, quando la muscolatura è ancora rilassata, provvedere ai massaggi sul collo, sul dorso, sulla testa. Le dita sono pigre, hanno ancora voglia di sostare inerti. Ma da anni c'era anche questo, tra loro. Pietro portava quel massaggio alla sua "gatta carbone" che a quel punto si stendeva e si prendeva 10 minuti di relax. Serena lei, per sensazioni che da sola non poteva darsi; seccato lui per la rinuncia agli ultimi minuti di dormiveglia. Ma questa mattina no! Pietro massaggiava la sua gatta sapendo che sarebbe stata una delle ultime volte e quindi provava qualcosa che aveva il segno della nostalgia e della perdita. Assolto il dovere si alzò, andò in bagno, e si rimise in ordine. Calò lo sguardo sullo specchio e vide un'altra persona. Da molto tempo non si trovava così disteso. Il suo volto era irriconoscibile, eppure la notte era stata devastante...

Uscì dal bagno e prese in mano la caffettiera per prepararla e metterla sul fuoco. Ma lo sguardo gli cascò prima sul lavandino e poi sul divano disfatto. Non poteva andare avanti così, la sua vita richiedeva una impostazione ordinata, disciplinata. Rifece allora il giaciglio togliendo completamente lenzuola e coperte, scuotendole e rimettendole in ordine. Chiuse infine il divano e fu contento. Come ho potuto dormire per tanto tempo in quella cuccia devastata? Prima di uscire di casa devo passare lo straccio umido per terra e questa sera toglierò un po’ di polvere. Saranno mesi... Passò infine al lavandino e si liberò della montagna di piatti e posate; trovò che fosse idiota l'accumulo quotidiano di quelle cose. D'ora in poi, alla fine di ogni pasto, almeno finchè avesse abitato il piccolo appartamento, si sarebbe impegnato a lasciare il lavandino sgombro. Si guardò intorno e, per quanto rimanesse ancora da fare molto, ritenne che quei piccoli interventi avessero dato una impronta diversa all'ambiente. Sì, non è questione di visione borghese del mondo... è piuttosto questione di disciplina. Ogni atto, ogni minimo atto deve possedere il segno di una perfetta chiarezza interiore. Anche in casa, come in ogni luogo.

Finalmente poté mettere la caffettiera sul fuoco. Aveva una gran voglia di caffè, questa mattina. Aprì il frigo e tirò fuori il latte per scaldarlo. Poi si ricordò della sua promessa. Un rapido pensiero. Questo ormai è comprato, se lo buttassi via sarebbe uno spreco e la sofferenza dell'operaia sarebbe stata inutile. Ma subito comprese che era necessario un atto simbolico per rinforzare gli impegni per il futuro e il contenuto del cartoccio prese la via del lavandino. Un attimo dopo i biscotti al burro finirono nella spazzatura. Si avvicinò alla finestra dove le stecche della tapparella si intervallavano all'azzurrognolo dell'incombente giornata e comprese che la luce doveva riconquistare pienamente il locale. Poi alzò la scricchiolante serranda e fu felice di non vedere più il quartiere dalle strette fessure. Quel mondo là fuori non sarebbe stato più lo stesso. Presto se ne sarebbero accorti in molti. Qualcosa gli strofinò gli stinchi. Guardò quella "cosa" meravigliosa, la prese in braccio e la colmò di baci come era abituato a fare sempre. Ma non c'era più gioia in quell'atto. Lisetta avrebbe cambiato casa. Sarebbe finita da sua sorella. Carla non si sarebbe potuta tirare indietro. Quella stronza poi non era così malvagia e le avrebbe voluto bene. Anzi, già gliene voleva; e quelle rare volte che si faceva vedere sembrava avere compassione per una gatta costretta a subire la presenza di suo fratello.

“Lisetta, cambierai casa, lo sai?” E così dicendo riprese a stringerla. Pareva che la gatta comprendesse perché non si ribellava a quella indecorosa insistenza che, portata oltre misura, implicava perdita della dignità felina. Pietro ebbe un istante di felicità: la sua gatta era l'esempio dell'alleanza che avrebbe potuto essere tra uomo e animale. Un'alleanza capace di attenuare il dolore che si era impadronito di questo misterioso angolo dell'universo. Solidarietà degli uomini tra loro e con gli animali. Finché fosse stato possibile. Eliminando la carne, gli allevamenti, la caccia, la sperimentazione. Eliminando anche quell'assurdo logico, tipico di una società malata, che era la chiamata in vita di animali da compagnia. Ma tu non avresti avuto Lisetta! No. Se Lisetta non ci fosse stata, io non l'avrei avuta, e allora? Dopotutto è con me perché sono stato costretto a un atto di riparazione per un peccato commesso dalla scimmia assassina. Che ci faceva quella gattina tra le macerie? Lei non ne voleva sapere di scendere ma anche questa prima separazione divenne necessaria quando la caffettiera incominciò a sbuffare. Mentre preparava la colazione, due pezzi di pane secco immersi in una tazza di caffè nero, ebbe un pensiero. Quelle povere vittime dimenticate chi le difende? Gli animalisti? Chi, quella brunetta? I suoi amici? Non sono adeguati! Quelle signore della mostra antivivisezionista? Mi dispiace, non è pensabile...

Pietro fece ingresso nella sua nuova esistenza...