TESTI DI FORMAZIONE MARXISTA

"L’A.B.C. DEL COMUNISMO"

Parte Prima

Lo sviluppo del capitalismo
e la sua sconfitta

 

[Dopo Stato e rivoluzione, che tratta della teoria marxista dello Stato e della necessità della rivoluzione proletaria, pubblichiamo l’A.B.C. del comunismo scritto da Bucharin e Preobrazenskij, apparso il 15/10/1919 e da cui abbiamo tolto le parti illustrative.Pubblichiamo questo testo tra quelli utili alla formazione di base in particolare per la parte concernente l’analisi generale del modo di produzione capitalistico, delle classi, del potere. Certo ci distanzia da questo testo quasi un secolo e bisognerebbe quindi aggiornarlo per mettere a punto lo sviluppo imperialistico e la sua catastroficità, la fine della Rivoluzione d’Ottobre e l’avvento dello stalinismo in Russia nel 1924-26, l’asservimento dei partiti stalinisti in tutti i paesi alla democrazia parlamentaristica dal 1926, le vicende delle minoranze rivoluzionarie, ecc.]

 

Introduzione:
Il nostro programma

 

1. Che cosa è un programma?

Ogni partito persegue determinati obiettivi, sia esso un partito di latifondisti o capitalisti che di operai o contadini. Ogni partito deve avere i suoi obiettivi, altrimenti esso perde il carattere di partito. Se è un partito che rappresenta gli interessi dei latifondisti, esso perseguirà gli obiettivi dei latifondisti: in quale modo si possa mantenere il possesso della terra, tener soggetti i contadini, vendere il grano a prezzi più alti, ottenere prezzi d’affitto superiori, e procurarsi operai agricoli a buon mercato. Un partito di capitalisti, di industriali, avrà ugualmente i suoi propri obiettivi: ottenere mano d’opera a buon mercato, tenere in freno gli operai industriali, cercare nuove clientele alle quali si possa vendere le merci ad alti prezzi, realizzare alti guadagni e a tal fine aumentare le ore di lavoro, e soprattutto creare una situazione che tolga agli operai ogni velleità di aspirare ad un ordinamento sociale nuovo: gli operai debbono vivere nella convinzione che padroni ve ne sono sempre stati e ve ne saranno anche nell’avvenire. Questi gli obiettivi degli industriali. S’intende che gli operai e contadini hanno obiettivi ben diversi, essendo ben diversi i loro interessi. Un vecchio proverbio russo dice: "Ciò che è salutare per il russo, è mortale per il tedesco". Sarebbe più appropriata la seguente variante: "Ciò che è salutare per l’operaio, è mortale per il latifondista e per il capitalista". Ciò significa che il lavoratore ha uno scopo, il capitalista un altro, il latifondista un altro. Ma non tutti i proprietari si occupano con assiduità ed accortezza dei loro interessi, e più di uno vive nell’ozio e nei bagordi non curandosi nemmeno di ciò che gli presenta l’amministratore. Ma vi sono anche molti operai e contadini che vivono in questa noncuranza ed apatia. Essi ti dicono: "In un modo o nell’altro si camperà la vita, che m’importa il resto? così hanno vissuto i nostri antenati e così vivremo anche noi". Questa gente s’infischia di tutto e non comprende nemmeno i suoi propri interessi. Coloro invece che pensano al modo migliore di far valere i propri interessi si organizzano in un partito. Al partito non appartiene quindi l’intera classe, ma soltanto la sua parte migliore, la parte più energica, ed essa guida tutto il rimanente. Al partito dei lavoratori (il partito dei comunisti bolscevichi) aderiscono i migliori operai e contadini. Al partito dei latifondisti e capitalisti ("Cadetti", "Partito della libertà popolare") aderiscono i più energici latifondisti e capitalisti ed i loro servitori: avvocati, professori, ufficiali, generali, ecc. Ogni partito abbraccia quindi la parte più cosciente di quella classe i cui interessi esso rappresenta. Perciò un latifondista o capitalista organizzato in un partito combatterà i suoi contadini od operai con maggiore efficacia di uno non organizzato. Nello stesso modo un operaio organizzato lotterà contro il capitalista o latifondista con maggiore successo di uno non organizzato; e ciò perché egli si è reso conscio degli interessi e delle finalità della classe operaia, e conosce i metodi più efficaci e più rapidi per conseguirli.
L’insieme degli obiettivi, cui un partito aspira nella difesa degli interessi della propria classe, forma il programma di questo partito. Nel programma sono formulate le aspirazioni di una data classe. Il programma del partito comunista contiene quindi le aspirazioni degli operai e dei contadini poveri. Il programma è la cosa più importante per ogni partito. Dal programma si può sempre giudicare di chi un dato partito rappresenti gli interessi.

2. Quale era il nostro vecchio programma?

Il nostro attuale programma venne approvato dall’VIII Congresso del Partito, verso la fine di marzo 1919.

Fino ad allora non avevamo un programma ben definito e formulato. Il vecchio programma, elaborato dal II Congresso del 1903, risaliva all’epoca in cui bolscevichi e menscevichi formavano un partito unico ed avevano quindi anche un programma comune. La classe operaia cominciava allora appena ad organizzarsi. Le fabbriche e le officine erano ancora rare. Molti dubitavano persino che la nostra classe operaia avesse un avvenire. I "Narodniki" (i predecessori dell’attuale partito dei Socialrivoluzionari) sostenevano allora che la classe operaia in Russia non avesse nessuna possibilità di sviluppo, come pure che non aumenterebbe il numero delle nostre fabbriche ed officine. I socialdemocratici marxisti (sia gli attuali bolscevichi che gli attuali menscevichi) erano invece dell’opinione che in Russia, come in tutti gli altri paesi, la classe operaia si sarebbe sempre più sviluppata e sarebbe divenuta l’elemento rivoluzionario principale. La storia smentì l’opinione dei "Narodniki" e diede ragione ai socialdemocratici.

Ma all’epoca in cui i socialdemocratici nel loro II Congresso elaborarono il loro programma (all’elaborazione parteciparono sia Lenin che Plechanof), le forze della classe operaia erano ancora troppo esigue. Perciò nessuno pensava allora seriamente alla possibilità di poter abbattere subito la borghesia. Si pensava soltanto alla possibilità di abbattere lo zarismo, di conquistare la libertà di organizzazione per gli operai e contadini e per tutti gli altri, di realizzare la giornata di otto ore e di mozzare un po’ le unghie ai latifondisti. Ma nessuno pensava ancora di poter instaurare un duraturo governo della classe operaia e di espropriare immediatamente le fabbriche e le officine della borghesia. Tale era il nostro antico programma del 1903.

3. Perché si dovette formulare un nuovo programma?

Da quell’epoca alla rivoluzione del 1917 sono trascorsi molti anni, e le condizioni si sono notevolmente cambiate. La grande industria in Russia ebbe in questo periodo un enorme sviluppo e con essa la classe operaia. Già durante la rivoluzione del 1905 questa si manifestò come un elemento potente. Ed al tempo della seconda rivoluzione si vide chiaramente che la rivoluzione non poteva vincere senza la vittoria della classe operaia. Ma ora la classe operaia non poteva più accontentarsi di quel poco che l’avrebbe soddisfatta nel 1905. Essa era diventata così potente da poter pretendere la espropriazione delle fabbriche, la conquista del potere e la soppressione della classe capitalistica. E ciò perché le condizioni interne della Russia, dalla formulazione del primo programma in poi, s’erano fondamentalmente mutate. Ma anche le condizioni esterne, il che è ancora più importante, avevano subito un profondo mutamento. Nel 1905 regnava in tutta Europa "pace e tranquillità". Nel 1917 invece ad ogni persona intelligente era chiaro che dal grembo della guerra mondiale doveva uscire la rivoluzione mondiale. Alla rivoluzione russa del 1905 succedettero soltanto un debole movimento degli operai austriaci e sconvolgimenti nei Paesi arretrati dell’Oriente: nella Persia, nella Turchia e nella Cina. La rivoluzione russa del 1917 invece è stata seguita da rivoluzioni, non soltanto in Oriente, ma anche in Occidente, dove la classe operaia ha ingaggiato la lotta per l’abbattimento del capitale. Noi vediamo che attualmente le condizioni interne ed esterne sono completamente differenti da quelle dell’anno 1903, e sarebbe quindi assurdo che il partito della classe operaia mantenesse nel 1917-1919 il vecchio programma del 1903.

Quando i menscevichi ci rimproverano di aver rinnegato il nostro vecchio programma e quindi anche la dottrina di Carlo Marx, noi rispondiamo loro, che secondo la dottrina di Marx i programmi non escono dai cervelli, ma scaturiscono dalla vita. Quando la vita si è profondamente trasformata, anche il programma non può rimanere immutato. Le pellicce si portano d’inverno. D’estate soltanto un pazzo porterebbe una pelliccia. Lo stesso vale per la politica. È stato proprio Carlo Marx ad insegnarci di osservare le condizioni storiche contingenti e di agire in corrispondenza. Da ciò non consegue che dobbiamo cambiare le nostre convinzioni come una signora i suoi guanti. L’obiettivo principale della classe operaia è la realizzazione dell’ordine sociale comunista. Questo è l’obiettivo costante e immutabile della classe operaia. Ma si intende che a seconda della distanza in cui essa si trova da questa meta varieranno anche le sue rivendicazioni immediate. Durante il regime autocratico la classe operaia doveva agire in segreto, visto che il suo partito veniva perseguitato come un’associazione a delinquere. Ora la classe operaia è al potere ed il suo partito è il partito governante. Soltanto una persona irragionevole può quindi pretendere che il programma del 1903 sia ancora valido ai nostri giorni. Il mutamento delle condizioni interne della vita politica russa, nonché quello di tutta la situazione internazionale, hanno provocato la necessità di un mutamento anche del nostro programma.

4. L’importanza del nostro programma

Il nostro programma (di Mosca) è il primo programma di un partito della classe operaia che si trovi già da parecchio tempo al potere. Per questa ragione il nostro partito doveva accogliere in esso tutte le esperienze acquistate dalla classe operaia nell’amministrazione e nella costruzione di un nuovo assetto sociale. Ciò è importante non soltanto per noi, per gli operai e per i contadini russi, ma anche per i compagni stranieri. Non soltanto noi impariamo dai nostri successi ed insuccessi, dai nostri errori e dai nostri equivoci, ma l’intero proletariato internazionale. Pertanto il nostro programma non contiene soltanto ciò che il nostro partito intende realizzare, ma anche ciò che esso ha già in parte realizzato. Il nostro programma deve essere noto in tutti i suoi particolari ad ogni membro del partito. Poiché membro del partito può essere soltanto colui che ha riconosciuto il programma, cioè che lo ritiene giusto. Ma ciò non è possibile se non lo si conosce. Vi è certamente molta gente, che senza avere mai visto un programma si insinua nel partito comunista per ottenere qualche vantaggio o per occupare qualche posticino. Di questa gente non abbiamo bisogno; essi non ci sono che nocivi. Senza conoscere il nostro programma, nessuno può diventare un vero comunista. Ogni operaio e contadino povero cosciente deve conoscere il nostro partito. Ogni proletario straniero deve studiarlo per approfittare delle esperienze della rivoluzione russa.

5. Il carattere scientifico del nostro programma

Abbiamo già detto che un programma non deve essere il prodotto artificioso di una mente, ma deve esser tratto dalla vita stessa. Prima di Marx molti difensori della classe operaia avevano tracciato quadri incantevoli del paradiso futuro, ma nessuno si era domandato se esso fosse raggiungibile e quale via vi conducesse. Marx seguì un metodo ben diverso. Egli partì da un esame accurato dell’ordinamento cattivo, ingiusto e barbaro che vige fino ad ora in tutto il mondo. Marx esaminò l’ordinamento sociale capitalistico con l’obiettività e precisione con cui si esamina un orologio od una macchina qualunque. Supponiamo che esaminando un orologio abbiamo trovato che due ruote non ingranano bene, e che ad ogni nuovo giro si incastrino sempre più l’una nell’altra. In questo caso noi possiamo prevedere che le ruote si arresteranno e che tutto l’orologio si fermerà. Marx non esaminò un orologio, ma il sistema capitalistico, studiò la vita sociale come essa si presenta sotto la dominazione del capitale. Da questo suo studio egli trasse la conclusione che il capitale si scava la propria fossa, che questa macchina si spezzerà, e precisamente per l’inevitabile sollevazione dei lavoratori, che trasformeranno tutto il mondo secondo la loro volontà. Marx raccomandò a tutti i suoi allievi di studiare in primo luogo la vita nelle sue manifestazioni reali. Soltanto così si può elaborare un giusto programma. Perciò è naturale che il nostro programma cominci con una esposizione del dominio del capitale.

Ora il dominio del capitale in Russia è infranto. Le previsioni di Carlo Marx si avverano davanti ai nostri occhi. La vecchia società sta crollando. Le corone cadono dal capo agli imperatori ed ai re. Ovunque gli operai s’avviano alla rivoluzione e all’instaurazione del potere dei Soviet. Per comprendere come tutto ciò sia avvenuto, bisogna conoscere esattamente come era costituito l’ordinamento capitalistico. Noi vedremo allora che esso doveva inevitabilmente crollare. Ma quando avremo riconosciuto che non si può ritornare indietro, che la vittoria del proletariato è sicura, noi continueremo con maggior lena e risolutezza la lotta per la nuova società del lavoro.

 

 

 

Capitolo I
L’ordinamento sociale capitalista

 

 

6. L’economia mercantile

Se noi consideriamo più da vicino l’economia come essa si è sviluppata sotto la dominazione del capitalismo, vediamo innanzi tutto che vi si producono merci. Che cosa c’è di straordinario in ciò?, potrebbe domandare qualcuno. Ciò che vi è di notevole è il fatto che la merce non è un prodotto qualsiasi, bensì un prodotto destinato per il mercato.

Un prodotto non è una merce finché esso viene prodotto per il proprio bisogno. Quando il contadino semina il grano, lo miete, lo trebbia, lo macina e ne cuoce il pane per sé e la sua famiglia, questo pane non è ancora una merce, ma semplicemente pane.

Esso diventa una merce quando lo si vende e si compera, vale a dire, quando lo si produce per il mercato.

Nel regime capitalista tutti i prodotti sono destinati per il mercato, essi diventano tutti quanti merci. Ogni fabbrica, ogni azienda ed ogni officina produce generalmente un solo dato prodotto, ed ognuno comprenderà che questa merce non può essere destinata al proprio bisogno. Il proprietario di un’impresa di pompe funebri, che esercisce un’officina per la fabbricazione di casse mortuarie, non produce certamente queste casse per sé ed i suoi familiari, ma per il mercato. Il fabbricante di olio di ricino, anche se soffrisse ogni giorno di disturbi gastrici, non consumerebbe che una minima parte dell’olio da lui prodotto. La stessa cosa avviene nella società capitalistica per tutti gli altri prodotti.

I milioni di prodotti che vengono prodotti in una fabbrica di questa specialità non sono destinati al panciotto del proprietario della fabbrica, ma al mercato. Tutto ciò che viene prodotto nella società capitalistica è destinato al mercato, dove confluiscono guanti e salsicce, libri e lucido da scarpe, macchine e liquori, pane, stivali, fucili, insomma tutto ciò che viene prodotto.

Il presupposto dell’economia mercantile è necessariamente la proprietà privata.

L’artigiano e l’esercente, che produce delle merci, possiede il suo laboratorio ed i suoi utensili; l’industriale ed il proprietario d’officina la sua fabbrica e la sua officina con tutti gli stabili, le macchine ed altri beni. E la proprietà privata e l’economia mercantile sono sempre accompagnate dalla lotta per il compratore, dalla concorrenza fra i venditori. Quando non esistevano ancora industriali, proprietari di officine e grandi capitalisti, ma soltanto artigiani lavoratori, anche questi erano in lotta fra di loro per il compratore. E quell’artigiano che era più forte e più abile, che possedeva migliori attrezzi, e soprattutto si era messo da parte qualche piccolo capitale, faceva strada, conquistava la clientela, rovinava gli altri artigiani, e si faceva una fortuna. La piccola proprietà produttrice e l’economia mercantile basata su di essa, contenevano in sé il germe della grande proprietà, ed erano causa della rovina di molti.

La prima caratteristica dell’ordinamento sociale capitalistico è quindi l’economia mercantile, vale a dire una economia che produce per il mercato.

7. La monopolizzazione dei mezzi di produzione per opera della classe capitalistica

Per caratterizzare il capitalismo non basta indicare la sola caratteristica dell’economia mercantile. Vi può essere un’economia mercantile senza capitalisti, come, ad esempio, nell’artigianato. L’artigianato lavora per il mercato e vende i suoi prodotti; i suoi prodotti sono quindi merci e l’intera sua produzione è una produzione di merci. Ma ciò nonostante questa economia mercantile non è ancora una produzione capitalistica, ma una semplice produzione di merci. Perché questa semplice produzione di merci si trasformi in produzione capitalistica è necessario che, da una parte, i mezzi di produzione (attrezzi, macchine, fabbricati, terreni, ecc.) diventino proprietà di una piccola classe di ricchi capitalisti, e dall’altra, che numerosi artigiani e contadini indipendenti diventino operai.

Noi abbiamo già visto che la semplice economia mercantile recava in sé il germe della rovina degli uni e dell’arricchimento degli altri. Ciò è divenuto realtà. In tutti i paesi gli artigiani lavoranti ed i piccoli maestri d’arte sono andati per la maggior parte in rovina. Il più povero, dopo aver venduto in ultimo anche i suoi ordigni, da maestro d’arte ch’era diventò un uomo che non possiede altro che le proprie braccia. Coloro invece che erano un po’ più ricchi divennero ancora più ricchi; essi ingrandirono le proprie officine, acquistarono migliori attrezzi e più tardi anche macchine, cominciarono ad occupare molti operai, e si trasformarono così in fabbricanti.

Tutto ciò che è necessario per la produzione, le fabbriche, le materie prime, i depositi, le case, le miniere, le ferrovie, i piroscafi, passò gradatamente nelle mani di questi ricchi. Tutti questi mezzi di produzione divennero proprietà esclusiva della classe capitalistica (o come si suol dire "monopolio" della classe capitalista). Un piccolo numero di ricchi domina tutto; la maggioranza dei poveri non possiede altro che la propria forza di lavoro. Questo monopolio della classe capitalista sui mezzi di produzione è la seconda caratteristica dell’ordinamento sociale capitalista.

8. Il lavoro salariato

La numerosa classe di uomini che sono rimasti senza alcuna proprietà si è trasformata in classe di lavoratori salariati del capitale. Infine che cosa altro restava da fare al contadino o all'artigianato impoverito? Egli poteva o entrare al servizio del grande proprietario terriero, oppure andare in città e diventare operaio salariato in una fabbrica od in una officina. Non gli restava altra scelta. Così si sviluppò il lavoro salariato, la terza caratteristica dell'ordinamento capitalista.

Che cosa è veramente il lavoro salariato? In altri tempi, quando esisteva ancora la schiavitù, si poteva comperare o vendere ogni schiavo. Uomini di carne ed ossa erano proprietà privata del padrone. Il padrone bastonava a morte lo schiavo, come nell'ubriachezza rompeva una sedia od una poltrona. Lo schiavo o servo della gleba era semplicemente un oggetto. Gli antichi romani dividevano infatti ogni proprietà padronale necessaria alla produzione in "mezzi di lavoro muti" (oggetti), "mezzi di lavoro semi-parlanti" (bestiame da lavoro, pecore, vacche, buoi, ecc.) e "mezzi di lavoro parlanti" (schiavi, uomini). Lo schiavo era un mezzo di lavoro alla stessa stregua della vanga e del bue, che il padrone poteva comperare, vendere o distruggere.

Nel lavoro salariato l'uomo di per sé non viene comperato né venduto. Si compera e si vende non lui, ma soltanto la sua forza-lavoro, la sua capacità di lavoro. L'operaio salariato è personale libero; l'industriale non può né bastonarlo, né venderlo o barattarlo col suo vicino contro un giovane cane da caccia, come era possibile ai tempi del servaggio. L'operaio viene soltanto assoldato. A prima vista sembra addirittura che il capitalista e l'operaio siano ugualmente liberi: "se non vuoi lavorare, puoi farne a meno; nessuno ti costringe a lavorare": così dicono i signori capitalisti. Essi pretendono perfino di essere loro a nutrire l'operaio, dandogli da lavorare.

In realtà però operai e capitalisti non si trovano nella stessa situazione. Gli operai sono tenuti alla catena mediante la fame. La fame li costringe ad assoldarsi, vale a dire, a vendere la loro forza-lavoro. L'operaio non ha nessun'altra via d'uscita, non gli rimane nessun'altra scelta. Con le sole mani non si può produrre nulla! mettetevi senza macchine e senza ordegni a fucinare l'acciaio, a fabbricare tessuti o a costruire vagoni! Essendo poi tutta la terra di proprietà privata, è impossibile fermarsi in un luogo qualsiasi per impiantarvi un'azienda agricola. La libertà per l'operaio di vendere la sua forza produttiva, la libertà per il capitalista di comperarla, la uguaglianza del capitalista e dell'operaio, tutto ciò non è altro che una catena di fame che costringe l'operaio a lavorare per il capitalista.

L'essenza del lavoro salariato consiste dunque nella vendita della mano d'opera, ossia nella trasformazione della forza-lavoro in merce. Nell'economia mercantile primitiva, di cui parlammo sopra, si poteva trovare sul mercato latte, pane, stoffe, scarpe, ecc., ma non mano d'opera. La mano d'opera non era in vendita. Il suo proprietario, l'artigiano, possedeva, oltre ad essa, anche una cassetta ed i suoi attrezzi. Egli lavorava personalmente, conduceva la sua economia produttiva, impiegava la propria forza lavoro nella propria azienda.

Nel regime capitalista le cose sono ben differenti. Colui che lavora non possiede mezzi di produzione; egli non può impiegare la propria forza-lavoro nella propria azienda. Per non morire di fame egli deve vendere la sua forza-lavoro al capitalista. Accanto al mercato sul quale si vendono cotone, formaggio o macchine, si costituisce il mercato della mano d'opera, sul quale i proletari, cioè gli operai salariati, vendono la loro forza-lavoro. L'economia capitalista si distingue quindi dall'economia mercantile primitiva per il fatto, che nell'economia capitalista anche la forza-lavoro diventa una merce.

La terza caratteristica dell'ordinamento sociale capitalistico è quindi il lavoro salariato.

9. I rapporti capitalistici di produzione

L'essenza dell'ordinamento sociale capitalista è quindi data dalle tre seguenti caratteristiche: la produzione per il mercato (produzione di merci); la monopolizzazione dei mezzi di produzione per opera della classe capitalista; il lavoro salariato, vale a dire, il lavoro basato sulla vendita della mano d'opera.

Tutte queste caratteristiche si connettono con la questione di determinare in quali reciproci rapporti entrino gli uomini attraverso la produzione e la distribuzione dei prodotti. Che cosa significano le definizioni: "economia mercantile" o "produzione per il mercato"? Significano che gli uomini producono l'uno per l'altro, ma ognuno nella propria economia produce per il mercato senza sapere prima a chi egli venderà la propria merce. Prendiamo ad esempio l'artigiano A ed il contadino B. L'artigiano A porta gli stivali da lui prodotti sul mercato, e col denaro che ne ricava compera del pane da B. Lo A, andando al mercato, non sapeva di trovare colà B ed il B non sapeva di incontrarsi coll'A; sia l'uno che l'altro andavano semplicemente al mercato. Quando lo A ebbe comprato il pane dal B ed il B gli stivali dall'A, fu come se il B avesse lavorato per lo A e viceversa lo A per il B; soltanto che la cosa non era così riconoscibile a prima vista. Il movimento del mercato nasconde il fatto che essi lavorano realmente l'uno per l'altro, come se l'uno non potesse vivere senza l'altro. Nell'economia mercantile gli uomini lavorano l'uno per l'altro, ma in modo inorganico ed indipendente, senza accorgersi che in realtà l'uno dipende dall'altro. Nella produzione mercantile le funzioni degli uomini sono quindi distribuite in un dato modo, gli uomini stanno in determinati rapporti l'uno verso l'altro; qui si tratta dunque di reciproci rapporti tra uomini.

Quando si parla di "monopolizzazione dei mezzi di produzione" o di "lavoro salariato", si tratta ugualmente di reciproci rapporti tra uomini. Ed infatti che cosa significa questa "monopolizzazione"?. Essa significa che gli uomini possono produrre merci, a condizione che i produttori lavorino con mezzi di produzione appartenenti ad altri, che i produttori siano sottomessi ai proprietari di questi mezzi di produzione, ecc. insomma, anche qui si tratta di rapporti reciproci tra gli uomini nel corso della produzione. Questi reciproci rapporti tra gli uomini nel corso della produzione si chiamano rapporti di produzione.

Non è difficile riconoscere che i rapporti di produzione non furono sempre uguali. In tempi remoti gli uomini vivevano in piccole comunità; tutti lavoravano insieme da camerati (andavano a caccia, pescavano, raccoglievano frutta e radici) e ripartivano poi tutto fra di loro. Questa è una forma dei rapporti di produzione. Ai tempi della schiavitù vigevano altri rapporti di produzione. Nel regime capitalistico di nuovo altri, ecc. Vi sono dunque diversi generi di rapporti di produzione. Questi generi dei rapporti di produzione formano ciò che si chiama comunemente la struttura economica della società od il sistema di produzione. "I rapporti della produzione capitalistica" o, ciò che è lo stesso, "la struttura capitalistica della società" od "il sistema di produzione capitalistico", non sono altro che i rapporti tra gli uomini nell'economia mercantile, nel possesso monopolistico dei mezzi di produzione da parte di un piccolo numero di capitalisti e nel lavoro salariato della classe operaia.

10. Lo sfruttamento della mano d'opera

Qui sorge il quesito: per quale motivo la classe capitalistica assume degli operai? Ognuno sa che ciò non avviene perché gli industriali vogliano dare da mangiare agli operai affamati, ma per spremere da essi qualche profitto. Per il profitto l'industriale fa costruire la sua fabbrica, per il profitto egli assume i suoi operai, per il profitto egli va in cerca di una buona clientela. Il profitto è la molla di tutte le sue azioni. In ciò si manifesta un tratto caratteristico della società capitalistica. In essa non è già la società quella che produce ciò che le occorre e le è utile, bensì è la classe capitalista quella che costringe gli operai a produrre ciò che viene meglio pagato, ciò che apporta un maggior profitto. La grappa, ad esempio, è un liquore nocivo e l'alcool dovrebbe essere prodotto soltanto per scopi tecnici o medicinali. Ma noi vediamo invece che i capitalisti di tutto il mondo coltivano questa produzione, per la semplice ragione che dall'alcolismo del popolo si può trarre un enorme profitto.

Ora dobbiamo renderci chiaro come si formi il profitto, e a tale scopo vogliamo considerare la questione più da vicino. Il capitalista riceve il profitto in forma di denaro, realizzato con la vendita della merce prodotta nella sua fabbrica. Quanto denaro riceve egli per la sua merce? Ciò dipende dal prezzo della merce. Ora sorge il quesito: come si determina questo prezzo? Perché il prezzo di una merce è alto, quello di un'altra basso? Non è difficile riconoscere che, quando in una qualunque industria vengono introdotte nuove macchine e quindi il lavoro vien reso più produttivo, i prezzi della merce scendono. Viceversa se la produzione viene ostacolata ed il lavoro reso meno produttivo, vale a dire se si producono meno merci, il loro prezzo aumenta.

Se la società deve impiegare molto lavoro per produrre una data merce, il prezzo di tale merce sarà alto: se vi è stato impiegato poco lavoro, il prezzo sarà basso. La somma del lavoro sociale impiegato nella produzione di una data merce, dato un livello tecnico medio (cioè, né con le peggiori, né con le migliori macchine e attrezzi), determina il prezzo di questa merce. Ora vediamo che il prezzo è determinato dal valore. Nella pratica il prezzo è ora superiore, ora inferiore al valore, ma per maggiore chiarezza vogliamo ammettere che esso sia uguale.

Parlavamo prima dell'assunzione degli operai. La assunzione degli operai non è altro che la compera di una merce speciale chiamata "mano d'opera". La mano d'opera divenuta merce assume tutti i caratteri di qualunque altra merce. Un proverbio russo dice: "Se ti chiami fungo devi andar a finire nella cesta". Quando il capitalista assume l'operaio, gli paga il prezzo per la sua forza lavoro (o più semplicemente il suo valore). Come viene determinato questo valore? Abbiamo visto che il valore di tutte le merci viene determinato dalla somma del lavoro che è stato impiegato nella sua produzione. Lo stesso vale per la forza-lavoro. Ma che cosa s'intende sotto l'espressione: produzione della forza produttiva? La forza- lavoro non viene prodotta in una fabbrica come la tela, il lucido da scarpe o qualche macchina. Come bisogna intendere la cosa? Basta considerare la vita attuale nel regime capitalista per capire di che si tratti. Ammettiamo che gli operai abbiano in questo momento cessato di lavorare. Essi sono esausti dalla dura fatica, spremute sono le loro energie. La loro forza-lavoro è quasi consumata. Che cosa è necessario per rigenerarla? Mangiare, riposarsi, dormire, rinvigorire l'organismo per restaurare in questo modo le forze. Solo con ciò essi riacquistano la facoltà di lavorare, e la loro capacità produttiva, la loro forza-lavoro è restaurata. Il nutrimento, il vestiario, l'alloggio, insomma, il soddisfacimento dei bisogni dell'operaio rappresenta la produzione della forza-lavoro. Vi si aggiungano ancora altre cose, come le spese di un eventuale tirocinio se si tratta di operai qualificati, ecc.

Tutto ciò che la classe operaia consuma per rinnovare la sua forza-lavoro ha un valore. Il valore degli articoli di consumo e le spese per il tirocinio determinano quindi il valore della forza-lavoro. Differenti merci hanno anche un differente valore. Così anche ogni genere di forza-lavoro ha un differente valore: la forza-lavoro di un tipografo ha un valore differente da quella di un manovale, ecc.

Ora ritorniamo alla fabbrica. Il capitalista acquista materie prime e combustibile, macchine e lubrificanti, ed altre cose indispensabili; infine egli acquista la forza-lavoro, egli "assume operai". Egli paga tutto in contanti. La produzione comincia il suo corso: gli operai lavorano, le macchine corrono, il combustibile arde, il lubrificante si consuma, l'edificio si logora, la forza-lavoro si esaurisce. Ma in compenso una nuova merce esce dalla fabbrica. Questa merce ha come tutte le altre un valore. Quale è il suo valore? In primo luogo essa contiene il valore dei mezzi di produzione consumati: le materie prime, i combustibili, il logoramento delle macchine, ecc. In secondo luogo vi è contenuto il lavoro degli operai. Se per la produzione di questa merce 30 operai impiegarono 30 ore di lavoro essi vi impiegarono complessivamente 900 ore lavorative. Il valore totale della merce prodotta sarà quindi dato dal valore delle materie consumate (ammettiamo che questo valore corrisponda a 600 ore lavorative) e dal nuovo valore aggiuntovi dal lavoro degli operai (900 ore), e sarà quindi rappresentato da 600 più 900 ore uguale a 1500 ore.

Ma quanto viene a costare al capitalista questa merce? Per le materie prime l'intero importo corrispondente a 600 ore lavorative. E per la mano d'opera? Ha egli pagato le intere 900 ore? Qui sta appunto la questione. Egli paga secondo il nostro calcolo l'intero valore della forza-lavoro per i giorni di lavoro. Se 30 operai lavorano per 30 ore, 3 giorni a 10 ore, il fabbricante paga la somma necessaria per il restauro della forza-lavoro consumata in questi giorni. Quale è l'ammontare di questa somma? La risposta è semplice: essa è di gran lunga inferiore al valore di 900 ore. Perché? Perché la somma di lavoro necessaria per il mantenimento della mia forza-lavoro è inferiore alla somma di lavoro che io posso fornire in una giornata. Io sono capace di lavorare 10 ore al giorno, mentre il nutrimento che io consumo, il vestiario che io logoro in un giorno, corrisponderanno forse ad un valore di 5 ore. Io sono quindi capace di lavorare molto più di quanto sia necessario per il mantenimento della mia forza-lavoro. Ammettiamo nel nostro caso che gli operai consumino in tre giorni viveri e vestiario per un valore di 450 ore, mentre essi prestano un lavoro del valore di 900 ore; 450 ore restano al capitalista e formano la fonte del suo profitto. Come abbiamo visto, la merce costa, al capitalista, 1050 ore (600 più 450), mentre egli la vende per il valore di 1500 ore (600 più 900); le 450 ore che vanno a profitto del fabbricante sono il plusvalore creato dalla forza produttiva. Metà del tempo gli operai lavorano per ricostituire ciò che essi personalmente consumano, e l'altra metà interamente per il capitalista. Ora consideriamo tutta la società. A noi non interessa ciò che fa il singolo industriale o il singolo operaio. Noi vogliamo sapere come è congegnata questa enorme macchina chiamata società capitalista. La classe capitalistica da lavoro alla numerosissima classe operaia. In milioni di fabbriche, di miniere, di boschi e di campi lavorano come le formiche centinaia di milioni di operai. Il capitale paga loro il salario, il valore della forza-lavoro, col quale essi rinnovano continuamente questa forza produttiva a profitto del capitale. La classe operaia col suo lavoro non soltanto paga se stessa, ma crea anche gli introiti delle classi dominanti, crea il plusvalore. Per mille vie questo plusvalore confluisce nelle tasche della classe dominante: una parte la riceve il capitalista stesso, e ne costituisce il profitto; una parte la riceve il latifondista, il proprietario terriero; una parte va a finire, sotto forma di imposte, nelle mani dello Stato capitalista; una parte va nelle tasche dei commercianti, dei mediatori, delle chiese e dei postriboli, dei commedianti e dei pennaiuoli borghesi, ecc., ecc. Di questo plusvalore vivono tutti i parassiti che la società capitalista nutre nel suo seno.

Una parte del plusvalore viene però di nuovo investita dai capitalisti. Essi aumentano in questo modo il loro capitale, ingrandiscono le loro aziende, assumono nuovi operai, acquistano macchine più moderne. Un maggior numero di operai produce per essi un maggior plusvalore. Le aziende capitalistiche diventano sempre più grandi. Così il capitale progredisce accumulando plusvalore. Il capitale aumenta spremendo dalla classe operaia il plusvalore, sfruttandola.

11. Il capitale

Ora vediamo chiaramente che cosa sia il capitale. Esso è innanzi tutto un dato valore, sia sotto forma di denaro, macchine, materie prime, fabbricati, sia sotto forma di merce finita. Ma è un valore che serve a produrre un nuovo valore, il plusvalore. Il capitale è un valore che produce il plusvalore. La produzione capitalistica è la produzione del plusvalore.

Nella società capitalistica le macchine e i fabbricati appaiono come capitale. Ma macchine e fabbricati sono essi sempre capitale? Certo che no. Se l'intiera società costituisse una economia di compagni producenti tutto per sé stessi, né le macchine né i fabbricati sarebbero capitale, perché essi non costituirebbero i mezzi per creare profitto a favore di pochi ricchi. Le macchine diventano capitale solo quando esse sono proprietà privata della classe capitalista, quando servono allo sfruttamento del lavoro salariato e alla produzione del plusvalore. La forma del valore è in questo caso differente: esso può consistere in dischi metallici, monete, oppure in biglietti di banca, coi quali il capitalista compera la forza-lavoro ed i mezzi di produzione; questo valore può essere anche rappresentato da macchine con le quali gli operai lavorano, o da materie prime con le quali essi producono le merci, o da merce finita destinata alla vendita. Quando questo valore serve per la produzione del plusvalore esso diventa capitale.

Il capitale cambia di solito il suo rivestimento esteriore. Ora vediamo come avviene tale trasformazione:

a) il capitalista non ha ancora acquistato né la mano d'opera né i mezzi di produzione. Egli bensì desidera assumere operai, acquistare il macchinario, le materie prime, i combustibili, ecc.; ma per ora non possiede che danaro. In questo caso il capitale si presenta nella sua forma monetaria;

b) con questo danaro egli va sul mercato (s'intende non personalmente; vi è il telefono e il telegrafo).Qui avviene l'acquisto dei mezzi di produzione e della mano d'opera. Il capitalista ritorna nella sua fabbrica senza denaro, ma con operai, macchine, materie prime e combustibile. Adesso tutte queste cose non sono più merci; esse non vengono più vendute. Il denaro si trasforma in mezzi di produzione, in mano d'opera. Il capitale si è spogliato della sua forma monetaria ed appare in quella di capitale industriale.

Poi comincia il lavoro. Le macchine sono in azione, le ruote girano, le leve si muovono, gli operai e le operaie si affaticano, le macchine si logorano, le materie prime si consumano, la forza produttiva si esaurisce;

c) le materie prime e il macchinario logorati, la forza produttiva consumata si trasformano ora a poco a poco in merce. A questo punto il capitale si sveste della sua forma di impianto industriale ed appare come un cumulo di merci. Ecco il capitale nella sua forma di merce. Ma esso non ha cambiato soltanto la forma. Esso è pure aumentato di valore, poiché il processo di produzione vi ha aggiunto il plusvalore;

d) ma il capitalista non fa produrre la merce per il proprio uso, bensì per il mercato, per la vendita. Ciò che è stato accumulato nei suoi magazzini deve vendersi. Dapprincipio il capitalista andò sul mercato come compratore; ora, vi ritorna come venditore. Prima egli aveva in mano denari e voleva merci (mezzi di produzione). Ora egli dispone di merci e desidera denaro. Quando la sua merce viene venduta il capitale passa di nuovo dalla forma di merce nella forma di denaro. Sennonché la forma di denaro che il capitalista riceve non è più quella originariamente spesa, poiché essa è aumentata dell'importo dell'intero plusvalore.

Ma con ciò il movimento del capitale non è ancora terminato. Il capitale aumentato viene di nuovo messo in circolazione e produce un maggior plusvalore. Questo plusvalore viene in parte aggiunto al capitale e comincia un nuovo ciclo. Il capitale procede come una palla di neve ed ad ogni giro vi resta attaccata una maggiore quantità di plusvalore. In altre parole, la produzione capitalistica si sviluppa e si espande.

In questo modo il capitale spreme alla classe operaia il plusvalore e si espande dappertutto. Il suo rapido sviluppo si spiega colle sue particolari qualità. Lo sfruttamento di una classe da parte di un'altra si conosceva anche in altri tempi. Prendiamo p. es. un feudatario ai tempi del servaggio od un proprietario di schiavi nei tempi antichi. Essi opprimevano i loro servi e schiavi. Tutto ciò che questi producevano veniva consumato dai loro padroni stessi o dal loro seguito, e dai loro numerosi parassiti. La produzione di merci era ancora poco sviluppata. Non si poteva vendere in nessun luogo. Se i latifondisti avessero costretto i loro servi e schiavi a produrre monti di pane, di carne, di pesci ecc., tutto ciò sarebbe putrefatto. La produzione si limitava allora al soddisfacimento dei bisogni fisici del proprietario e della sua brigata. Sotto il capitalismo la cosa è del tutto differente. Qui non si produce più per il soddisfacimento dei bisogni, ma per il profitto. Qui si produce la merce per venderla, per ricavarne un guadagno, per poter accumulare profitto. Quanto maggiore il profitto, tanto meglio. Con ciò si spiega la pazzesca caccia al profitto della classe capitalistica. Questa ingordigia non conosce limiti. Essa è il perno, la molla principale della produzione capitalista.

12. Lo Stato capitalista

La società capitalistica è, come abbiamo visto, basata sullo sfruttamento della classe operaia. Una piccola minoranza di uomini domina tutto; la maggioranza degli operai non possiede nulla. I capitalisti comandano; gli operai vengono sfruttati. Tutta la natura della società capitalistica consiste in questo implacabile, sempre crescente sfruttamento.

La produzione è una efficace pompa che serve ad attingere il plusvalore. Come questa pompa si mantiene fino ad un certo tempo in efficienza? Perché tollerano gli operai questo stato di cose?

A questa domanda non è tanto facile dare senz'altro una risposta. Ma in generale vi sono due ragioni: in primo luogo, che l'organizzazione ed il potere si trovano nelle mani della classe capitalistica; in secondo luogo, che la borghesia signoreggia spesso la mente della classe operaia.

Il mezzo più sicuro di cui si serve a questo scopo la borghesia è l'organizzazione statale. In tutti i paesi capitalistici lo Stato non è altro che una associazione degli imprenditori. Prendiamo qualunque paese, l'Inghilterra o gli Stati Uniti, la Francia o il Giappone. I ministri, gli alti funzionari, i deputati sono dappertutto gli stessi capitalisti, latifondisti, imprenditori e banchieri od i loro fedeli e ben rimunerati servitori: avvocati, direttori di banca, professori, generali, arcivescovi e vescovi.

Il complesso di tutti questi dipendenti della borghesia, che abbraccia tutto il paese e lo domina, si chiama Stato. Questa organizzazione della borghesia ha due scopi: in primo luogo, e ciò è la cosa principale, quello di reprimere tutti i movimenti e le insurrezioni degli operai, di assicurare l'indisturbato sfruttamento della classe operaia ed il rafforzamento del sistema di produzione capitalistico, ed in secondo luogo quello di combattere altre simili organizzazioni (cioè altri Stati borghesi) per la ripartizione del plusvalore spremuto dalla classe operaia. Lo Stato capitalistico è quindi un'associazione di imprenditori, che garantisce lo sfruttamento. Solo gli interessi del capitale guidano l'attività di questa associazione brigantesca. [...]

Lo Stato borghese non è soltanto l'organizzazione più grande e più potente della borghesia, ma anche la organizzazione più complicata, divisa in numerosi dicasteri, i quali estendono in tutte le direzioni i loro tentacoli. E tutto ciò serve allo scopo principale: la difesa, il consolidamento e l'espansione dello sfruttamento della classe operaia. Contro la classe operaia lo Stato borghese dispone dei mezzi di coercizione brutale e di quelli dell'asservimento mentale; essi formano gli organi più importanti dello Stato capitalista.

I mezzi di coercizione brutale sono soprattutto l'esercito, la polizia e gendarmeria, le carceri ed i tribunali, e i loro organi sussidiari: le spie, gli agenti provocatori, l'organizzazione di crumiri, di sicari ecc.

L'esercito dello Stato capitalistico è organizzato in modo speciale. Alla testa dell'esercito sta la casta degli ufficiali "dalle spalline d'oro e d'argento". Essi si reclutano dalle file dei latifondisti feudali, della grande borghesia ed in parte anche degli intellettuali. Questi nemici feroci del proletariato imparano già da ragazzi in scuole speciali (accademie militari) come si bastonino i soldati, come si tuteli "l'onore della divisa" cioè come si mantengano i soldati in completa servitù e li si trasformino in tante pedine. Gli ufficiali appartenenti alla aristocrazia più alta ed alla grande borghesia diventano generali ed immigrati ornati di nastri e di croci.

Gli ufficiali non provengono mai dalle classi povere. Essi tengono nelle proprie mani tutta la massa dei soldati, i quali vengono educati in modo da non osar neppur di domandare per che cosa debbano combattere, e da diventar ciechi strumenti dei loro superiori. Un tale esercito è in prima linea destinato a tener soggetti gli operai. [...]

Polizia e gendarmeria. Lo Stato capitalistico mantiene, oltre l'esercito regolare, anche un esercito scelto di farabutti ed un corpo speciale addestrato alla lotta contro gli operai. Questi corpi (come la polizia) hanno per compito anche la lotta contro la delinquenza e la difesa della cosiddetta "sicurezza personale e materiale dei cittadini". Ma essi servono nello stesso tempo a perseguitare, arrestare e punire gli operai malcontenti. In Russia la polizia era la tutela più sicura dei latifondisti e dello Zar. Particolarmente brutale è in tutti i paesi capitalistici la polizia segreta ("polizia politica", da noi chiamata "Ochrana") ed il corpo della gendarmeria. D'accordo con essi lavora anche una massa di spie, agenti provocatori, crumiri, ecc. [...]

Il sistema giudiziario dello Stato borghese è un mezzo di autodifesa di classe della borghesia; la giustizia borghese si vendica in prima linea di coloro che osano intaccare la proprietà capitalistica ed offendere il sistema borghese. Questa giustizia condannò Liebknecht ai lavori forzati, ed assolse i suoi assassini. Le autorità carcerarie statali ed i carnefici eseguiscono le sanzioni dei tribunali borghesi. Tutte queste istituzioni gravano soltanto sui poveri e non sui ricchi.

Queste sono le istituzioni dello Stato capitalistico che hanno per compito di opprimere brutalmente la classe operaia.

Fra i mezzi di asservimento spirituale della classe operaia di cui dispone lo Stato capitalistico sarebbero da menzionare i tre più importanti: la scuola di Stato, la chiesa di Stato e la stampa di Stato o sovvenzionata dallo Stato.

La borghesia capisce di non poter reprimere le masse operi colla sola forza brutale. Essa vede che è necessario annebbiarne anche il cervello. Lo Stato borghese considera l'operaio come bestia da soma, che deve lavorare, ma deve essere messa anche nella impossibilità di mordere. Perciò non soltanto lo si sferza e si uccide quando esso morde, ma lo si addomestica come nei serragli. Perciò lo Stato capitalistico eleva specialisti per l'incretinimento e l'addomesticamento del proletariato: insegnanti borghesi e professori, preti e vescovi, pennaiuoli e giornalisti borghesi. Questi specialisti insegnano ai bambini sin dalla prima infanzia ad ubbidire al capitale, a disprezzare ed odiare i "ribelli". Si raccontano ai bambini delle favole sulla rivoluzione e sui movimenti rivoluzionari, e si glorificano gli imperatori, i re, gli industriali ecc. I preti, al soldo dello Stato, predicano dal pulpito che "ogni potere è istituito da Dio". I giornali borghesi ripetono giorno per giorno questa menzogna ai proletari (i giornali proletari vengono di solito soppressi dallo stato capitalista). Come possono gli operai in tali condizioni uscire dal pantano?

Un brigante imperialista tedesco ha scritto: "Noi abbiamo bisogno non soltanto delle gambe dei soldati, ma anche dei loro cervelli e dei loro cuori". Lo Stato borghese è perciò intento a fare dell'operaio un animale domestico, che lavora indefesso e paziente come un cavallo. Lo Stato capitalistico si assicura in questo modo il suo sviluppo. La macchina sfruttatrice funziona, e spreme continuamente plusvalore dalla classe operaia. E lo Stato sta di guardia a che gli schiavi del salariato non si ribellino.

13. Le contraddizioni dell'ordinamento sociale capitalistico

Ora occorre esaminare se la società capitalista borghese sia ben costruita. Una cosa è solida e buona quando tutte le sue parti vanno d'accordo. Prendiamo il meccanismo d'un orologio. Esso funziona regolarmente e senza arresti soltanto se ogni ingranaggio combacia con l'altro dente per dente.

Consideriamo ora la società capitalista. E noi vedremo subito che essa non è così solidamente costruita come appare a prima vista, ma anzi presenta grandi contraddizioni ed enormi falle. Soprattutto sotto il capitalismo non esiste una organizzata produzione e distribuzione dei prodotti, ma bensì un'anarchia della produzione.

Che cosa significa ciò? Ciò significa che ogni imprenditore capitalista (od ogni associazione capitalistica) produce merci indipendentemente dall'altro. Non è che la società stabilisca quanto e che cosa ad essa occorre, ma gli industriali fanno semplicemente produrre col miraggio di un maggiore profitto ed al fine di battere la concorrenza. Perciò avviene talvolta che vengono prodotte troppe merci (si tratta naturalmente dell'anteguerra) che non possono venir vendute (gli operai non possono acquistare non avendo sufficiente denaro). In questi casi subentra una crisi: si chiudono le fabbriche, gli operai vengono messi sul lastrico. L'anarchia della produzione ha per conseguenza la lotta per il mercato. Ognuno tende a portare via la clientela all'altro, a conquistare il mercato. Questa lotta assume varie forme, vari aspetti; essa comincia con la concorrenza fra due fabbricanti e finisce con una guerra mondiale fra gli Stati capitalistici per la ripartizione dei mercati in tutto il mondo. Qui abbiamo, anziché un combaciare degli organi della società capitalistica, il loro cozzo diretto.

La prima ragione del caos capitalistico sta quindi nell'anarchia della produzione, che trova la sua manifestazione nella crisi, nella concorrenza e nella guerra.

La seconda ragione dello stato caotico della società capitalistica sta nella sua divisione in classi. In fondo la società capitalista non è omogenea, ma divisa in due società: il capitalista da una parte, gli operai ed i poveri dall'altra. Queste due classi si trovano in una continua, inconciliabile ed implacabile inimicizia, che si manifesta nella lotta di classe. Anche qui vediamo che le varie parti della società capitalistica, nonché armonizzare tra loro, si trovano in continuo antagonismo.

Il capitalismo crollerà o no? La risposta a tale quesito dipende dalle seguenti considerazioni. Se, esaminando lo sviluppo del capitalismo, come esso si è verificato nel corso dei tempi, noi troviamo che il suo stato caotico va sempre diminuendo, noi possiamo augurargli una lunga vita; e viceversa noi troviamo che nel corso del tempo le singole parti della società capitalistica cozzano sempre più violentemente l'una contro l'altra e ci persuadiamo che le crepe di questa società si trasformeranno inevitabilmente in abissi, noi possiamo celebrare il suo requiem.

Bisogna quindi prendere in esame il problema dello sviluppo del capitalismo.

 

 

Capitolo II

Lo sviluppo dell'ordinamento sociale capitalista

 

 

14. La lotta fra la piccola e grande azienda (fra la proprietà di colui che lavora personalmente e la proprietà capitalistica senza lavoro)

a) La lotta fra la piccola e la grande azienda nell'industria. Le grandi fabbriche di oggi, che occupano spesso più di diecimila operai, attrezzate con enormi macchinari, non sono esistite in tutti i campi. Esse si svilupparono lentamente e sorsero dalle rovine dell'artigianato e della piccola industria, ora quasi completamente tramontati. Per comprendere questo sviluppo, bisogna innanzi tutto tener conto del fatto, che nell'economia mercantile e nel regime della proprietà privata la lotta per il compratore, la concorrenza, è inevitabile. Chi è il vincitore in questa lotta? Colui che è capace di cattivarsi il compratore allontanandolo dal concorrente. Ma un cliente si guadagna innanzi tutto vendendo la merce a miglior prezzo di concorrenza. Ma chi può vendere ad un prezzo molto più basso? Bisogna appunto risolvere innanzi tutto questo problema. È evidente che il grande industriale può vendere ad un prezzo molto inferiore a quello del piccolo industriale od artigiano, poiché la merce gli viene a costare molto meno. La grande azienda presenta in questo campo una infinità di vantaggi. Prima di tutto quello per cui l'imprenditore capitalista è in grado di installare migliori impianti, macchine ed attrezzi. L'artigiano, che campa la vita a stento, lavora di solito a mano, con mezzi più o meno primitivi e, per mancanza di mezzi, non può nemmeno pensare all'acquisto di grandi macchine moderne. Pure il piccolo capitalista non è in grado di introdurre nella sua azienda le macchine più perfezionate e redditizie. Quindi quanto maggiore è l'impresa, tanto più perfezionato è l'attrezzamento tecnico, tanto più redditizio il lavoro, tanto meno viene a costare all'imprenditore ogni pezzo di merce. [...]

La grande azienda risparmia dappertutto; nelle costruzioni, nelle macchine e materie prime, nell'illuminazione e nel riscaldamento, nell'impiego della mano d'opera, nello sfruttamento dei residui, ecc. Immaginiamoci mille piccoli laboratori ed una grande fabbrica che produca quanto producono i mille piccoli laboratori; è molto più facile costruire un edificio che mille piccoli, le mille piccole aziende consumano più materie prime (che vanno in parte disperse, vengono sciupate, si guastano ecc.); è più facile illuminare una grande fabbrica che mille piccole capanne; anche la manutenzione, la sorveglianza, le riparazioni sono semplificate. Insomma in una grande azienda si fanno maggiori risparmi, si raggiunge una maggiore economia. Anche nell'acquisto di materie prime e di altri approvvigionamenti la grande azienda si trova avvantaggiata. La merce comperata all'ingrosso costa di meno ed è di migliore qualità; di più il grande industriale conosce meglio il mercato, e sa quindi dove e come si possa comperare a migliori condizioni. Anche nella vendita dei prodotti la grande azienda è privilegiata. Non soltanto il grande industriale sa meglio dove si possano vendere le merci a maggior prezzo (a tale scopo egli mantiene agenti e viaggiatori, sta in stretto contatto colla borsa, dove affluiscono tutte le notizie sulla richiesta delle merci, ed ha relazioni con tutto il mondo); ma un altro suo vantaggio consiste in ciò che egli può attendere. Quando per esempio i prezzi per le sue merci sono troppo bassi, egli può imboscarle nei suoi depositi, nell'attesa che i prezzi aumentino. Il piccolo proprietario non può fare lo stesso. Egli vive della vendita della sua merce, e non possiede scorte di denaro. Perciò egli deve vendere a qualunque prezzo se non vuole morire di fame. È chiaro che in tali condizioni egli si trova in condizioni d'inferiorità.

Finalmente la grande azienda presenta un altro vantaggio in ciò che riguarda il credito. Quando il grande imprenditore ha bisogno di denaro, egli trova sempre qualcuno che glielo impresta. Ad una "ditta solvibile"; farà credito qualunque banca verso interessi relativamente bassi. Al piccolo proprietario invece non farà credito quasi nessuno.

Ma se qualcuno gli fa credito, è certo che egli dovrà pagare interessi usurari. In questo modo il piccolo imprenditore va facilmente a finire nelle mani di strozzini.

Tutti questi vantaggi della grande azienda ci spiegano perché la piccola azienda deve inevitabilmente sparire nella società capitalistica. Il grande capitale la mette alle strette, la rovina e ne trasforma il proprietario in un proletario e vagabondo. Il piccolo proprietario lotterà naturalmente fino all'estremo, impiegherà tutte le sue risorse, obbligherà i suoi lavoranti ed i suoi familiari a lavorare oltre le loro forze, ma in fine egli dovrà cedere il posto al grande capitale. Spesso crediamo di essere in presenza di un proprietario indipendente, ma in realtà egli dipende completamente dal grande capitalista per il quale egli lavora e senza il quale non gli è consentito di fare nemmeno un passo. Il piccolo imprenditore è spesso dipendente dall'usuraio; in tal caso la sua libertà è soltanto apparente; in realtà egli lavora per questo succhione; egli dipende anche dal cliente che compera la sua merce, o dal negozio per il quale lavora; egli è soltanto in apparenza indipendente, in realtà si è trasformato in un operaio salariato dal proprietario capitalista. In certi casi il capitalista fornisce all'artigiano le materie prime e gli attrezzi (ciò avvenne spesso coi nostri lavoratori a domicilio), nel quale caso il lavoratore a domicilio diventa una semplice appendice del capitale. Vi sono anche altri generi di asservimento al capitale: nelle vicinanze delle grandi aziende si stabiliscono spesso piccole officine di riparazioni, le quali non sono altro che piccoli ingranaggi nel congegno della grande azienda. Anche qui l'indipendenza è soltanto apparente. Talvolta avviene che artigiani, piccoli proprietari, lavoratori a domicilio, negozianti, scacciati da un ramo d'industria e di commercio, passano ad un altro dove il capitale non è ancora tanto potente. Molto spesso questi artigiani rovinati si danno al piccolo commercio ecc. Così il grande capitale soppianta passo per passo in tutti i campi la piccola produzione. Nascono gigantesche imprese, che occupano migliaia, spesso centinaia di migliaia di operai. Il grande capitale diventa il dominatore del mondo. La proprietà di chi lavora personalmente scompare e le si sostituisce la grande proprietà capitalistica. [...]

b) La lotta fra la piccola e la grande azienda nell'agricoltura. - La stessa lotta che si combatte fra piccola e grande azienda nell'industria, si verifica sotto il capitalismo anche nell'agricoltura. Il latifondista che conduce la sua azienda come l'industriale la sua fabbrica, il grande contadino, il medio contadino, il contadino povero, che deve spesso andare a lavorare dal grande proprietario perché il suo pezzo di terra non gli consente di vivere, corrispondono nell'industria al grande capitalista, al medio proprietario di officina, all'artigiano, al lavoratore a domicilio ed all'operaio salariato. Nella campagna come nella città la grande proprietà si trova in condizioni più favorevoli in confronto alla piccola.

Il grande proprietario è in grado di acquistare impianti tecnici moderni. Le macchine agricole (aratri elettrici ed a vapore, mietitrici, seminatrici, trebbiatrici) restano quasi inaccessibili al piccolo proprietario. Come sarebbe assurdo installare nel laboratorio di un piccolo artigiano una grande macchina (gli mancherebbe del resto anche il denaro per comperarla), così anche il piccolo contadino non può impiegare un aratro a vapore; perché una macchina di questo genere sia conveniente, è necessaria una estensione di terreno di gran lunga superiore al pezzo di terra che possiede il piccolo proprietario. [...]

L'irrigazione, il prosciugamento di paludi, il drenaggio, la costruzione di ferrovie agricole possono trovare applicazione soltanto nella grande azienda agraria. Questa, come la grande industria, risparmia sulle materie prime, sulla mano d'opera, sulla illuminazione, sul riscaldamento, ecc.

Nella grande azienda si hanno anche per ogni ettaro meno siepi, steccati, ecc. e si perdono meno sementi.

Oltre a ciò i grandi proprietari possono impiegare agronomi specializzati e condurre la loro economia secondo sistemi scientifici.

Nel campo del commercio e del credito avviene la stessa cosa che nell'industria: il grande imprenditore conosce meglio il mercato, può attendere, acquista a migliori prezzi tutto il necessario e vende a prezzi superiori. Al piccolo proprietario non resta altro che lottare tendendo tutte le sue forze; egli non può campare la vita che compiendo sopralavoro e limitando i propri bisogni. Soltanto in questo modo egli può mantenersi nel regime capitalista; e il suo immiserimento viene accelerato dalle alte imposte. Lo Stato capitalistico aggrava la piccola proprietà terriera di un'enorme fardello; basta ricordare che cosa significassero le imposte zariste per i contadini: "vendi tutto, ma paga le imposte".

In generale si può dire che la piccola produzione nell'agricoltura è molto più resistente che nell'industria. Mentre nelle città i piccoli imprenditori ed artigiani vanno in rovina relativamente presto, la piccola proprietà agricola si mantiene in tutti i paesi su basi più solide. Ma anche qui l'impoverimento progredisce, benché non sia tanto evidente. Spesso un'azienda che per estensione di terreno non è grande, è in realtà ricca di capitali ed occupa un grande numero di operai (per esempio i giardini ed orti nei dintorni delle grandi città). Spesso crediamo di trovarci in presenza di tanti piccoli proprietari del tutto indipendenti, ma in realtà si tratta quasi sempre di operai salariati che vanno a lavorare nelle grandi tenute come lavoratori stagionali od anche in città. Fra la classe dei contadini si verifica lo stesso fenomeno che abbiamo osservato nell'artigianato. Pochi di essi si trasformano in strozzini che arrotondano la loro proprietà, mentre la maggioranza vive di stenti e va completamente in rovina; questi ultimi vendono prima la vacca ed il cavallo poi il loro pezzo di terra e vanno a cercare lavoro in città o come servi su qualche tenuta. Il contadino più povero, rimasto senza cavallo, diventa così operaio salariato; la sanguisuga usuraria, che può tenere operai salariati, diventa latifondista o capitalista.

Così anche nell'agricoltura una gran parte della terra, degli attrezzi, delle macchine, del bestiame si trova nelle mani di un piccolo nucleo di grandi proprietari capitalisti, al servizio dei quali lavorano milioni di contadini. [...]

15. La dipendenza del proletariato, la riserva industriale, il lavoro delle donne e dei fanciulli

Sempre maggiori masse popolari si trasformano sotto il regime capitalista in operai salariati. Tutti gli artigiani, piccoli proprietari, contadini, commercianti falliti, insomma tutti coloro che sono stati rovinati dal capitale, finiscono nelle file del proletariato. A misura che le ricchezze si concentrano nelle mani di pochi capitalisti, le masse popolari si trasformano sempre più in schiere di schiavi salariati.

Dato il continuo decrescere delle classi medie, il numero degli operai esorbita i bisogni del capitale, ed incatena l'operaio al capitale. Egli è costretto a lavorare per il capitalista: in caso contrario il capitalista troverebbe cento altri al suo posto.

Questa dipendenza dal capitale viene consolidata anche in altro modo, che non sia la rovina di sempre nuovi strati sociali. Il capitale rinsalda il suo dominio sulla classe operaia mettendo sul lastrico gli operai superflui e creandosi in questo modo una riserva di mano d'opera. Come avviene questo fenomeno? Nel modo seguente: noi abbiamo visto più sopra che ogni industriale tende a ridurre il prezzo di costo dei suoi prodotti. Per tale ragione egli introduce sempre nuove macchine. Ma la macchina sostituisce generalmente l'operaio, rende superflua una parte degli operai. L'introduzione di ogni nuova macchina significa il licenziamento di una parte degli operai. Gli operai, che prima erano occupati nella fabbrica, diventano disoccupati. Ma dato che l'introduzione di nuove macchine, ora in questo ora in quel ramo d'industria, è continuo, è senz'altro chiaro che anche la disoccupazione dovrà sempre esistere nel regime capitalista. Il capitalista non si cura già di procurare a tutti del lavoro e di fornire tutti del necessario, ma si preoccupa soltanto di spremere dalla classe operaia il maggior profitto possibile. Quindi è naturale che egli getti sulla strada quegli operai che non gli danno più il profitto di una volta.

Ed infatti noi vediamo in tutti i paesi capitalistici che nelle grandi città vi è sempre un grande numero di disoccupati. Vi troviamo operai cinesi e giapponesi provenienti da classi contadine andate in rovina, giovani contadini venuti dalla campagna, artigiani e piccoli negozianti rovinati; vi troviamo però anche operai metallurgici, tipografi e tessitori che hanno lavorato per molti anni nelle fabbriche e ne sono stati licenziati per fare posto a nuove macchine. Tutti insieme formano una riserva di mano d'opera per il capitale, o, come la chiamò Carlo Marx, la riserva industriale. L'esistenza di questa riserva industriale e la continua disoccupazione permettono ai capitalisti di accentuare la dipendenza e l'oppressione della classe operaia. Mentre da una parte degli operai il capitale spreme coll'ausilio della macchina un maggiore profitto, l'altra parte si trova sul lastrico. Ma anche i disoccupati servono al capitale come sferza che incita i ritardatari. [...]

L'introduzione della macchina portò con sé anche il lavoro delle donne e dei fanciulli, che è più economico e perciò più conveniente per il capitalista. Prima dell'introduzione della macchina ogni mestiere richiedeva una lunga preparazione ed una speciale abilità. Le macchine invece possono venir spesso manovrate da un bambino; e questa è la ragione per cui dopo la invenzione della macchina il lavoro delle donne e dei fanciulli ha trovato una così larga applicazione. Oltre a ciò le donne e i fanciulli non possono opporre al capitalista una resistenza così forte come gli operai. Quelli sono più timidi, più mansueti, hanno per lo più una fede superstiziosa nell'autorità e nei preti. Perciò il fabbricante sostituisce spesso gli uomini con delle donne e costringe i fanciulli ad esaurire le loro giovani energie per il suo profitto. [...]

Queste condizioni portano con sé il dissolvimento della famiglia operaia. Dove va a finire la vita di famiglia se la madre e spesso anche il fanciullo debbono andare all'officina?

La donna che va a lavorare in fabbrica, che diventa un'operaia, è come l'uomo esposta a tutte le miserie della disoccupazione. Anche essa viene messa dal capitalista sul lastrico, anche essa entra nelle file della riserva industriale, anche essa può, come l'uomo, moralmente degenerare. Un fenomeno che sta in intima relazione con la disoccupazione dell'operaia è la prostituzione. Senza lavoro, affamata, cacciata dappertutto, essa è costretta a vendere il suo corpo; ed anche quando trova lavoro, il salario è generalmente così magro che essa deve guadagnarsi il necessario per la vita con la vendita del proprio corpo. Ed il nuovo mestiere diventa col tempo abitudine. Così si forma la categoria delle prostitute professionali. [...]

A mano a mano che nella società capitalistica vengono inventate nuove macchine più perfezionate, a mano a mano che sorgono fabbriche sempre più grandi e cresce la quantità dei prodotti, il giogo del capitale diventa sempre più pesante, la miseria della riserva e la dipendenza della classe operaia dai suoi sfruttatori sempre più grande.

Se non esistesse la proprietà privata, ma tutto fosse proprietà di tutti, il mondo avrebbe un ben diverso aspetto. Gli uomini ridurrebbero semplicemente l'orario di lavoro, risparmierebbero le loro forze e si accorderebbero maggiore libertà. Ma il capitalista che introduce una nuova macchina pensa soltanto al profitto: egli non riduce l'orario di lavoro poiché in tal caso ridurrebbe anche il suo profitto. Nel regime capitalista la macchina non libera l'uomo ma lo asserve.

Con lo sviluppo del capitalismo una parte sempre maggiore del capitale viene impiegata nell'acquisto di macchine, apparecchi, edifici, alti forni ecc., mentre per la remunerazione degli operai viene spesa una sempre più piccola parte del capitale. In altri tempi, quando si lavorava ancora a mano, la spesa per l'attrezzatura era minima, e quasi l'intero capitale veniva impiegato nella paga degli operai. Ora avviene il contrario: la maggior parte del capitale è destinata ai mezzi di produzione. Ciò significa che la richiesta di mano d'opera non aumenta nella misura in cui cresce il numero dei proletari. Quanto maggiore è lo sviluppo della tecnica nel regime capitalista, tanto più opprimente diventa il giogo del capitale per l'operaio, al quale riesce sempre più difficile trovare lavoro.

16. Anarchia della produzione, concorrenza, crisi

La miseria della classe operaia aumenta sempre più con lo svilupparsi della tecnica, la quale, invece di essere utile a tutta la società, sotto il capitalismo è apportatrice di maggiore guadagno ai capitalisti e di disoccupazione e rovina a molti operai. Ma questa miseria aumenta anche per altre ragioni.

Noi abbiamo visto sopra che la società capitalistica è assai male costruita. Vi domina la proprietà privata, senza alcun piano generale. Ogni intraprenditore conduce la sua azienda indipendentemente dall'altro. Egli lotta contro gli altri, sta in rapporto di "concorrenza" con essi.

Ora si presenta il quesito se questa lotta vada o no attenuandosi. Il numero dei capitalisti diventa infatti sempre più piccolo; i grandi capitalisti divorano i piccoli; prima, quando lottavano tra loro diecine di migliaia di capitalisti, la concorrenza era accanita, quindi ora che non vi sono più tanti concorrenti la lotta dovrebbe essere meno aspra. Ma la realtà è diversa, anzi contraria. Il numero dei concorrenti è infatti minore, ma ognuno di essi è diventato molto più grande e più forte di quanto fossero i suoi concorrenti di un tempo. E la loro lotta è diventata non minore ma maggiore, non più umana ma più aspra. Se nel mondo vi fossero soltanto due Stati lotterebbero l'uno contro l'altro. In ultima analisi siamo infatti arrivati a questo punto. La lotta fra i grandi gruppi capitalistici si manifesta nell'antagonismo fra i vari gruppi di Stati capitalistici, antagonismo che conduce dalla guerra commerciale alla guerra armata. La concorrenza diminuisce quindi con lo svilupparsi del capitalismo soltanto se si considera il numero dei concorrenti, ma si accentua avuto riguardo al suo accanimento e alle sue disastrose conseguenze.

Bisogna in ultimo rilevare ancora un fenomeno: le cosiddette crisi. Che cosa sono le crisi? Ecco come va la cosa. Un bel giorno risulta che alcune merci sono state prodotte in quantità troppo grandi. I prezzi diminuiscono, e tuttavia le merci non possono trovare compratori. Tutti i magazzini sono ricolmi. Molti operai sono ridotti in misere condizioni e non possono più comperare nemmeno quel poco che essi acquistavano in altri tempi. Allora comincia la miseria. Cominciano in un ramo d'industria i fallimenti; prima delle piccole e medie aziende, poi di quelle grandi. Ma una industria è dipendente dall'altra per l'acquisto delle merci: per esempio le sartorie comprano le stoffe dalle fabbriche di tessuti; queste comprano la lana da altri produttori e così via. Se le sartorie fanno fallimento, le fabbriche di tessuti non troveranno compratori per i loro prodotti ed andranno in rovina, e lo stesso avverrà per i produttori di lana. Dappertutto si chiudono le fabbriche e le officine, la disoccupazione aumenta all'estremo, le condizioni degli operai peggiorano. E con tutto ciò vi è abbondanza di merci; tutti i magazzini sono ricolmi. Questo fenomeno si verificò ripetutamente prima della guerra: l'industria fiorisce, gli affari degli industriali vanno benissimo, tutto ad un tratto fallimenti, disoccupazione, miseria; poi l'industria si riprende di nuovo e rifiorisce, per andare incontro ad una nuova crisi, e così di seguito.

Come si spiega questo paradossale fenomeno per cui gli uomini diventano mendicanti in mezzo all'abbondanza ed alle ricchezze?

La risposta a questa domanda non è tanto facile. Noi abbiamo visto già più sopra che nella società capitalista regna il caos, l'anarchia della produzione. Ogni imprenditore produce merci indipendentemente dagli altri, a proprio rischio e sotto la propria responsabilità. Con questo sistema di produzione si arriva al punto che la produzione esorbita la richiesta. Quando si producevano beni e non merci, cioè quando la produzione non era destinata per il mercato, la sovrapproduzione non poteva riuscire pericolosa. Nella produzione delle merci invece le cose sono diverse. Ogni industriale deve vendere le merci già prodotte, prima di poter acquistare altre merci per l'ulteriore produzione. Ma quando la macchina si arresta in un punto, la stasi si ripercuote subito su un'altra industria, e cos' via: scoppia una crisi generale.

Le conseguenze di queste crisi sono disastrose. Grandi quantità di merci vanno perdute. I residui della piccola industria vengono spazzati via. Anche grandi aziende non possono mantenersi in piedi e fanno fallimento.

Alcune fabbriche cessano la produzione completamente, altre riducono la produzione e gli orari, altre sospendono temporaneamente i lavori. Il numero dei disoccupati aumenta di giorno in giorno. La riserva industriale s'accresce. E nello stesso tempo aumenta la miseria e l'oppressione della classe operaia. Durante le crisi peggiorano ancora di più le già cattive condizioni della classe operaia. [...]

17. Lo sviluppo del capitalismo e la divisione in classi

L'inasprimento dei conflitti di classe. Abbiamo visto che la società capitalistica soffre di due mali fondamentali: in primo luogo essa è "anarchica" (manca di organizzazione); in secondo luogo essa consta di due società (classi) avversarie. Abbiamo visto come con lo svilupparsi del capitalismo l'anarchia della produzione, che si manifesta nella concorrenza, si accentui continuamente e conduca al disgregamento ed alla distruzione. Il processo di dissoluzione della società non diminuisce ma aumenta. Nello stesso modo si approfondisce l'abisso che divide la società in due classi. Da una parte, presso i capitalisti, si accumulano tutte le ricchezze del mondo, dall'altra parte, presso le classi oppresse, la miseria, la fame, la disperazione. La riserva industriale rappresenta la classe degli affamati, demoralizzati, abbrutiti. Ma anche quelli che lavorano restano sempre più distanziati nel loro tenore di vita dai capitalisti. La differenza fra proletariato e borghesia diventa sempre maggiore. In altri tempi esistevano numerosi piccoli e medi capitalisti, molti dei quali stavano in stretta relazione con gli operai e non vivevano molto meglio di loro. I grandi signori conducono ora una vita che in altri tempi non si sognava neppure. È vero che anche le condizioni degli operai si sono migliorate con lo sviluppo del capitalismo, e che fino al principio del secolo XX la media dei salari salì. Ma nello stesso tempo aumentò ancora più rapidamente il profitto del capitalista. Attualmente la classe operaia è lontana dal capitalista come il cielo dalla terra. E quanto più si sviluppa il capitalismo, tanto più si arricchiscono i grandi capitalisti, tanto più profondo diventa l'abisso fra questa piccola schiera di re incoronati e la grande massa di proletari asserviti.

Abbiamo detto che i salari salgono bensì, ma che il profitto aumenta molto più rapidamente e che per questa ragione l'abisso fra le due classi si approfondisce sempre più. Ma dal principio del secolo XX i salari non aumentano più, anzi diminuiscono. E nello stesso tempo i profitti hanno avuto aumenti enormi, sicché la disuguaglianza sociale è diventata negli ultimi anni particolarmente evidente.

È naturale che la crescente disuguaglianza dovrà condurre tosto o tardi al cozzo tra capitalisti ed operai. Se la disuguaglianza scomparisse e le condizioni economiche degli operai si avvicinassero a quelle dei capitalisti, potrebbe naturalmente regnare pace e fratellanza sulla terra. Ma dato il modo come stanno le cose nella società capitalistica, gli operai non possono avvicinarsi ai capitalisti ma si staccano sempre più da essi. Il che non significa altro se non che la lotta di classe fra proletariato e borghesia deve inevitabilmente accentuarsi. [...]

La lotta di classe si basa sugli antagonismi di interesse fra la borghesia ed il proletariato. Questi antagonismi sono altrettanto inconciliabili come quelli fra le pecore ed i lupi.

Ognuno comprenderà che al capitalista conviene di far lavorare l'operaio più che è possibile e di pagarlo il meno possibile; l'operaio invece ha l'interesse di lavorare il meno possibile e di ricevere il salario più alto possibile. È quindi chiaro che già col sorgere della classe operaia doveva iniziarsi la lotta per l'aumento del salario e la riduzione delle ore di lavoro.

Questa lotta non è stata mai interrotta né mai completamente sospesa. Ma essa non si limitò alla lotta per l'aumento di pochi centesimi. In tutti i paesi dove l'ordinamento capitalista si sviluppava, le masse operaie si persuasero della necessità di farla finita col capitalismo stesso. Gli operai cominciarono a pensare al modo come questo ordinamento odioso potesse venire sostituito con un ordinamento di lavoro giusto e fraterno. Così nacque il movimento comunista della classe operaia.

La lotta della classe operaia fu spesso accompagnata da sconfitte. Ma la società capitalista racchiude in se stessa la vittoria finale del proletariato. Per quali ragioni? Semplicemente perché lo sviluppo del capitalismo porta con sé la trasformazione delle larghe masse popolari in proletariato. La vittoria del grande capitale implica la rovina dell'artigiano, del piccolo commerciante, del contadino. Ma ogni passo dello sviluppo capitalistico aumenta il numero dei proletari. Quando la borghesia soffoca movimenti operai, essa consolida l'ordinamento sociale capitalista. Ma lo sviluppo dell'ordinamento sociale capitalista porta alla rovina milioni di piccoli proprietari e contadini, asservendoli al capitale. Ma appunto per tale via cresce il numero dei proletari, dei nemici della società capitalista. La classe operaia non diventa però soltanto numericamente più forte ma diventa anche sempre più compatta. Per quali ragioni? Appunto perché con lo svilupparsi del capitalismo cresce anche il numero delle grandi fabbriche. Ogni grande fabbrica raccoglie entro le sue mura migliaia, spesso diecine di migliaia di operai. Questi operai lavorano in stretto contatto fra di loro. Essi vedono come l'imprenditore capitalista li sfrutta. Essi vedono come ogni operaio è l'amico ed il compagno dell'altro. Uniti nel lavoro, essi imparano ad agire uniti. Essi hanno anche la possibilità di intendersi più presto. Con lo sviluppo del capitalismo cresce perciò non soltanto il numero, ma anche la compattezza della classe operaia.

Nella stessa proporzione in cui aumentano le grandi fabbriche, in cui si sviluppa il capitalismo, periscono gli artigiani e contadini, crescono rapidamente i grandi centri industriali. Infine si raccolgono sopra uno spazio relativamente piccolo, nei grandi centri, enormi masse popolari, delle quali il proletariato industriale forma la grande maggioranza. Esso vive nei sudici e malsani quartieri popolari, mentre la piccola schiera dei padroni onnipossenti abita in sfarzosi villini. Gli operai diventano sempre più numerosi e si stringono sempre più insieme.

In tali condizioni la lotta, che va sempre più inasprendosi, deve inevitabilmente finire con la vittoria della classe operaia. Tosto o tardi accade il cozzo supremo fra borghesia e proletariato; la borghesia viene spodestata, il proletariato distrugge lo Stato brigantesco ed instaura un nuovo ordinamento sociale comunista. Il capitalismo quindi nel corso del suo sviluppo conduce inevitabilmente alla rivoluzione comunista del proletariato. [...]

Dall'esame dello sviluppo dell'ordinamento sociale capitalista possiamo quindi trarre le seguenti conclusioni: il numero dei capitalisti diminuisce, ma essi diventano sempre più ricchi e potenti; il numero degli operai aumenta sempre più ed aumenta anche la loro compattezza, sebbene non nella stessa misura; la differenza fra il tenore di vita dei capitalisti e degli operai diventa sempre più stridente. Lo sviluppo del capitalismo conduce perciò inevitabilmente all'urto fra queste due classi, cioè alla rivoluzione comunista.

18. La concentrazione e la centralizzazione del capitale come condizione della realizzazione dell'ordinamento sociale comunista

Come abbiamo visto, il capitalismo stesso si scava la propria fossa dando origine ai suoi propri becchini, i proletari, e in proporzioni del suo sviluppo aumenta il numero e la forza dei suoi nemici mortali. Ma il capitalismo non alleva soltanto i suoi nemici, bensì prepara anche il terreno per la nuova economia comunista. In quale modo? A ciò risponderemo subito. Noi abbiamo visto precedentemente (par. 11: "Il Capitale") che il capitale si accresce sempre più, dato che il capitalista aggiunge al suo capitale una parte del plusvalore, creato dal lavoro. E l'aumento del capitale permette un allargamento della produzione. Questo aumento del capitale, questo suo accrescersi in una sola mano si chiama accumulazione e concentrazione del capitale.

Noi abbiamo pure visto (vedi 14: "La lotta fra piccola e grande azienda") che con lo svilupparsi del capitalismo rimane distrutta la piccola e media produzione. I piccoli e medi produttori vanno in rovina, senza parlare degli artigiani. La proprietà dei piccoli e medi capitalisti va per diverse vie a finire nelle tasche dei grandi briganti. Il capitale che prima era diviso tra parecchi proprietari si concentra ora nella mano, nel pugno che ha vinto nella lotta. Questo ammassamento del capitale, che era prima sparso, si chiama centralizzazione del capitale.

La concentrazione e la centralizzazione del capitale, cioè la sua accumulazione in poche mani, non è ancora concentrazione e centralizzazione della produzione. Ammettiamo che il capitalista abbia acquistato col plusvalore accumulato la piccola fabbrica del suo vicino e continui in essa la produzione come prima. Di solito avviene però che il capitalista trasforma, allarga anche la produzione, ed ingrandisce le fabbriche stesse. In tal caso non si verifica soltanto un ingrandimento del capitale, ma anche della produzione stessa. Si introduce un maggior numero di macchine, si assumono nuovi operai. Talvolta avviene che alcune dozzine di grandi fabbriche coprano il fabbisogno di merci di un intero paese. In sostanza gli operai lavorano qui per l'intera società, il lavoro è, come si suol dire, socializzato. Ma l'amministrazione ed il profitto appartengono al capitalista.

Una siffatta centralizzazione e concentrazione della produzione dà luogo ad una produzione veramente sociale soltanto dopo la rivoluzione proletaria. Se questa centralizzazione della produzione non esistesse, ed il proletariato si impadronisse del potere in un momento in cui la produzione fosse ancora sparpagliata in centinaia di migliaia di piccoli laboratori con due-tre operai, sarebbe impossibile organizzare la produzione su base sociale. Più il capitalismo si sviluppa, più la produzione si centralizza, tanto più facilmente il proletariato potrà gestirla dopo la sua vittoria finale.

Il capitalismo non soltanto produce i suoi propri nemici e conduce alla rivoluzione comunista, ma crea anche la base economica per la realizzazione del regime comunista.

 

Capitolo III:

Comunismo e dittatura del proletariato

 

 

19. Caratteri del regime comunista

Noi abbiamo visto perché la società capitalistica deve morire (e la vediamo ora morire davanti ai nostri occhi). Essa muore perché vi sono due fattori che ne determinano la fine: l'anarchia della produzione, che dà luogo alla concorrenza, alle crisi ed alle guerre; ed il carattere classista della società, che dà ineluttabilmente origine alla lotta di classe. La società capitalistica è paragonabile ad una macchina male costruita, nella quale una parte incaglia continuamente l'azione delle altre. (Vedi § 13: "Le contraddizioni dell'ordinamento sociale capitalista"). Perciò questa macchina deve prima o dopo sfasciarsi.

È chiaro che la nuova società dovrà essere molto più saldamente congegnata che con il capitalismo. Non appena l'urto delle forze antagonistiche avrà spazzato via il capitalismo, dovrà sorgere sulle rovine una società che non conoscerà quegli antagonismi. Le caratteristiche del sistema di produzione comunistica sono le seguenti: 1° la società sarà organizzata, cioè in essa non esisterà né anarchia della produzione, né concorrenza degli imprenditori privati, né guerre, né crisi; 2° non esisterà più la divisione in classi, cioè la società non sarà più divisa in due parti che si combattano reciprocamente e non sarà possibile che una classe venga sfruttata dall'altra. Una società in cui non esistano classi ed in cui tutta la produzione sia organizzata non può essere che una società comunista nella quale tutti lavorano solidarmente.

Consideriamo questa società più da vicino. La base della società comunista è la proprietà sociale dei mezzi di produzione e di scambio, cioè le macchine, gli apparati, le locomotive, i piroscafi, gli edifici, i magazzini, le miniere, il telegrafo ed il telefono, la terra ed il bestiame da lavoro sono proprietà della società. Nessun singolo capitalista e nessuna associazione di ricchi può disporre di questi mezzi, che appartengono all'intiera società. Che cosa significa questa espressione di "intiera società"? Significa che neppure una singola classe può essere proprietaria di questi mezzi, ma bensì tutti gli individui che formano questa società. In tali condizioni la società si trasforma in una grande e solidale cooperativa di lavoro, nella quale non può esistere né sparpagliamento della produzione, né anarchia. Anzi siffatto ordinamento permette l'organizzazione della produzione. La concorrenza non è più possibile poiché nella società comunista tutte le fabbriche, le officine, le miniere ed ogni impianto speciale non sono che altrettanti reparti di una grande officina nazionale che abbraccia tutta la economia. S'intende che una organizzazione così grandiosa presuppone un piano di produzione generale. dal momento che tutta l'industria e l'agricoltura formano una unica immensa cooperativa, bisogna naturalmente pensare come si debba distribuire la mano d'opera fra le singole industrie, quali e quanti prodotti siano necessari, come e dove debbano venir distribuite le forze tecniche ecc. Tutto ciò deve essere prestabilito, almeno approssimativamente, ed in base a questo programma bisogna agire. In ciò consiste appunto l'organizzazione della produzione comunista. Senza un piano ed una direzione comune, senza una esatta contabilità, non vi può essere organizzazione. E appunto nella società comunista esiste un piano di questo genere. Ma l'organizzazione sola non basta. La cosa essenziale consiste in ciò che questa è un'organizzazione solidale di tutti i membri della cooperativa. Oltre che per l'organizzazione, l'ordinamento sociale comunista si distingue per il fatto che esso elimina lo sfruttamento, abolisce la divisione della società in classi. Noi potremmo immaginarci che la produzione sia organizzata in modo che un piccolo gruppo di capitalisti domini tutto, ma domini in comune. In tal caso la produzione è organizzata, nessun capitalista combatte l'altro, ed alla concorrenza è sostituito lo sfruttamento in comune della classe operaia, ridotta in semischiavitù. Qui esiste un'organizzazione, ma anche lo sfruttamento di una classe per opera dell'altra. Anche qui abbiamo una proprietà collettiva dei mezzi di produzione, ma nell'interesse di una classe sola, della classe capitalista, qui non si tratta di comunismo, sebbene esista un'organizzazione della produzione. Una siffatta organizzazione della società eliminerebbe soltanto uno dei mali fondamentali - l'anarchia della produzione - ma rafforzerebbe l'altro male del capitalismo: la divisione della società in due classi antagonistiche; e la lotta di classe si accentuerebbe ancor più. Questa società sarebbe organizzata soltanto sotto un aspetto, ma la divisione in classi persisterebbe. La società comunista invece non organizza soltanto la produzione, ma libera anche l'uomo dall'oppressione per opera di altri uomini. Essa è organizzata in tutte le sue parti.

Il carattere sociale della produzione comunista si manifesta anche in tutti i particolari di questa organizzazione. Nel regime comunista, per esempio, non vi saranno direttori di fabbrica stabili o gente che durante tutta la sua vita fa il medesimo lavoro. Nell'odierna società le cose stanno così: se uno ha imparato il mestiere del calzolaio, egli non farà in tutta la sua vita altro che scarpe e non vedrà altro che le sue forme; se è pasticciere, non farà in tutta la sua vita altro che paste; se è direttore di fabbrica non farà altro che amministrare e comandare; se è semplice operaio dovrà in tutta la sua vita ubbidire ed eseguire gli ordini degli altri. Nella società comunista le cose sono diverse. Tutti gli uomini vi godono una cultura multiforme, di modo che tutti possono esplicare la loro attività in tutti i rami della produzione. Oggi sono amministratore, domani lavorerò in un saponificio, la settimana ventura in qualche serra, e di qua ad un mese in qualche centrale elettrica. Ma ciò non sarà possibile che quando tutti i membri della società potranno usufruire d'una educazione adeguata.

20. La distribuzione nella società comunista

Il sistema di produzione comunista non presuppone la produzione per il mercato, ma per il proprio bisogno. Soltanto che qui non produce più ogni singolo per sé stesso, ma l'intiera immensa cooperativa per tutti. Quindi non vi esistono più merci, ma soltanto prodotti. Questi prodotti non vengono reciprocamente scambiati: essi non vengono né venduti né comperati, ma semplicemente accumulati nei magazzini comuni e distribuiti a coloro che ne hanno bisogno. Il denaro sarà quindi superfluo. Come mai? potrà domandare qualcuno - allora vi saranno di quelli che prenderanno una grande quantità di prodotti ed altri che ne prenderanno soltanto pochi. Quale vantaggio si avrà da questo sistema di distribuzione? - Ecco come sarà organizzata la distribuzione. Nei primi tempi, forse nei primi 20-30 anni, si dovranno naturalmente introdurre nuovi regolamenti, e dati prodotti non verranno assegnati che a coloro che avranno una corrispondente annotazione nel libretto di lavoro. Più tardi, quando la società comunista si sarà sviluppata e consolidata, tutto ciò diventerà inutile. Tutti i prodotti saranno in tale abbondanza che ognuno potrà prendere quanto gli occorre. Ma non avranno gli uomini interesse a prendere più di quanto essi hanno bisogno? Certo che no. Attualmente a nessuno verrebbe in testa di prendere nel tram tre biglietti per occupare un posto solo. Così nella società comunista per tutti i prodotti. Ognuno prenderà dai depositi comuni soltanto ciò che gli occorrerà e niente di più. Nessuno avrà interesse a vendere il superfluo, poiché ognuno potrà avere ciò che gli occorre. Anche il denaro non avrà più nessun valore. Quindi agli inizi della società comunista i prodotti verranno distribuiti probabilmente secondo il lavoro prestato e più tardi semplicemente secondo i bisogni dei cittadini, dei compagni.

Spesso si sente dire che nella società futura verrà realizzato il diritto di ciascuno al prodotto integrale del proprio lavoro: ognuno riceve quanto ha prodotto. Ciò è erroneo e non potrebbe essere mai realizzato. Per quale ragione? Se tutti ricevessero ciò che hanno prodotto, non sarebbe possibile sviluppare, allargare e migliorare la produzione. Una parte del lavoro prestato deve venir sempre impiegata ad allargare e migliorare la produzione. Se si consumasse tutto ciò che viene prodotto, non si produrrebbero più macchine, le quali non possono essere né mangiate, né indossate. Ognuno comprende che la vita migliorerà con lo sviluppo della macchina. Ma ciò implica che una parte del lavoro contenuto nella macchina non ritorni più a colui che l'ha prodotta. Quindi non potrà mai avvenire che ognuno ottenga l'intero prodotto del suo lavoro. E ciò non è neppure necessario, poiché coll'impiego di macchine perfezionate la produzione sarà così abbondante, che tutti i bisogni potranno essere soddisfatti.

Quindi, nei primi tempi, la distribuzione dei prodotti si effettuerà secondo il lavoro prestato (se anche non secondo l'intero valore del prodotto) e più tardi secondo i bisogni. Non vi sarà più né carestia né miseria.

 

21. L'amministrazione nella società comunista

 

Nella società comunista non esisteranno più classi. Ma se non ci saranno più classi vuol dire che non esisterà più uno Stato. Noi già dicemmo più avanti che lo Stato è l'organizzazione del dominio di classe. Lo Stato è stato sempre impiegato come mezzo di oppressione da una classe contro l'altra. Lo Stato borghese è diretto contro il proletariato, lo Stato proletario contro la borghesia. Ma nella società comunista non esistono né latifondisti, né capitalisti, né salariati, ma soltanto uomini, compagni. Non esistono classi, e quindi né lotta di classe, né organizzazioni di classe. Non essendo più necessario di tener in freno nessuno, lo Stato diventa superfluo. Ora qualcuno mi domanderà:" Come può funzionare una organizzazione così grande senza una direzione? Chi elaborerà il piano dell'economia collettiva? Chi distribuirà le forze di lavoro? Chi calcolerà gli introiti e le spese sociali? Insomma, chi sorveglierà l'intiero ordine?".

La risposta a tutte queste domande non è difficile. La direzione centrale risiederà nei vari uffici di contabilità e negli uffici statistici. In essi giorno per giorno ci si renderà conto della produzione e dei bisogni; e inoltre si stabilirà dove la mano d'opera sia da ridurre e dove da aumentare, e quanto si debba produrre di un articolo o di un altro. E poiché tutti saranno abituati al lavoro collettivo fin dall'infanzia e tutti comprenderanno che questo lavoro è necessario e che la vita è molto più facile se tutto si svolge secondo un piano sistematico, non vi sarà nessuno che si rifiuterà di lavorare secondo le disposizioni di questi uffici di organizzazione. Non saranno necessari né ministri, né polizia, né prigioni, né leggi, né decreti - niente di tutto questo. Come in un'orchestra tutti seguono la bacchetta del maestro, così anche qui tutti seguiranno il piano di produzione, lavorando a norma di esso.

Non esisterà dunque più uno Stato. Non esisterà una casta od una classe che domini le altre. Negli uffici di organizzazione vi saranno oggi queste, domani quelle persone. La burocrazia scomparirà. Lo Stato morirà.

Quest'ordine di cose vigerà naturalmente nel regime comunista già sviluppato e consolidato, dopo la vittoria completa e definitiva del proletariato, ed anche allora non subito. La classe operaia dovrà lottare ancora lungamente contro i suoi nemici, soprattutto contro le eredità del passato, come l'ozio, la negligenza, gli istinti antisociali e criminali. Dovranno passare ancora due o tre generazioni educate nelle nuove condizioni perché le leggi e le punizioni, perché l'autorità dello Stato proletario possano venir soppresse, e tutti i residui del passato capitalista possano scomparire. Se fino allora lo Stato operaio sarà necessario, invece nella società comunista già sviluppata, in cui le tracce del capitalismo saranno state già completamente cancellate, anche il potere statale del proletariato scomparirà. Il proletariato si confonderà con le altre classi, poiché tutti a poco a poco saranno attratti nel lavoro collettivo e dopo 20-30 anni sorgerà un mondo nuovo, vi saranno altri uomini, altri costumi.

 

22. Lo sviluppo delle forze produttive nel regime comunista

 

I vantaggi del comunismo. Dopo la vittoria del regime comunista ed il risanamento di tutte le piaghe, le forze produttive prenderanno un rapido sviluppo. Le ragioni di un più rapido sviluppo delle forze produttive nella società comunista sono le seguenti. In primo luogo una quantità di energie umane, che prima erano assorbite dalla lotta di classe, diventeranno libere. Pensiamo soltanto a quanta energia, forza di nervi e lavoro vengono sprecati nell'attuale società per la politica, gli scioperi, le rivolte e la loro repressione, la giustizia, la polizia, il potere statale e la giornaliera tensione di forze dall'una come dall'altra parte! La lotta di classe divora un'infinità di energie e di mezzi. Queste energie nella società comunista saranno disponibili per il lavoro produttivo. In secondo luogo rimarranno intatte quelle energie e quei mezzi, che oggi vengono distrutti o consumati dalla concorrenza, dalle crisi e dalle guerre. Basterebbe calcolare le distruzioni prodotte dalle guerre per raggiungere cifre vertiginose. E quante perdite non subisce la società in seguito alla lotta fra venditori, o fra venditori e compratori! Quante energie vanno disperse durante le crisi! Quale spreco di forze è determinato dalla mancanza di organizzazione e dal caos della produzione! Tutte queste forze, che adesso vanno perdute, restano intatte nella società comunista. In terzo luogo l'organizzazione ed il piano sistematico non prevengono soltanto perdite non necessarie (la produzione in grande stile è sempre più economica) ma permettono pure il miglioramento tecnico della produzione. La produzione avrà sede nelle più grandi aziende e si varrà dei mezzi tecnici più perfezionati. Nel regime capitalista anche l'introduzione di nuove macchine ha i suoi limiti. Il capitalista introduce nuove macchine soltanto quando manca la mano d'opera a buon mercato; ma quando questa è largamente a sua disposizione egli non ha bisogno di introdurre innovamenti tecnici per aumentare il suo profitto. Egli ricorre alla macchina soltanto quando essa gli risparmia mano d'opera ad alto costo. Ma siccome nella società capitalistica la mano d'opera è generalmente a buon mercato, le cattive condizioni della classe operaia diventano un ostacolo al miglioramento tecnico. Questo fatto si manifesta con particolare evidenza nell'agricoltura. Quivi infatti la mano d'opera è sempre stata ed è ancora molto economica, e perciò lo sviluppo dell'industrializzazione è molto lento. Ma nella società comunista, che non si cura del profitto, ma del bene dei lavoratori, nessuna innovazione tecnica verrà trascurata. Il comunismo batte ben altra strada che il capitalismo. Le invenzioni tecniche progrediranno nel regime comunista meglio che in quello capitalista, poiché tutti godranno di buona cultura, ed avranno la possibilità di sviluppare le proprie capacità inventive, mentre nella odierna società molti operai intelligenti debbono vivere nell'ignoranza.

Nella società comunista sarà abolito qualsiasi parassitismo. Tutti i valori che nella società borghese vengono consumati e sprecati dai capitalisti, nella società comunista verranno utilizzati per le esigenze della produzione. Scompariranno i capitalisti ed i loro lacchè, i preti, le prostitute ecc. e tutti i membri della società compiranno un lavoro produttivo.

Il sistema di produzione comunista determinerà un immenso sviluppo delle forze produttive, dio modo che il lavoro che ognuno dovrà compiere nella società comunista sarà molto minore di prima. La giornata di lavoro diventerà sempre più breve e gli uomini si libereranno dalle catene con le quali li tiene vincolati la natura. Quando gli uomini dovranno impiegare soltanto poco tempo per procurarsi ciò che è necessario per la vita materiale, essi potranno dedicare una gran parte di tempo al loro sviluppo spirituale. La civiltà umana raggiungerà un grado mai sognato. La cultura sarà generale e non più una cultura di classe. Con l'oppressione dell'uomo sull'uomo scomparirà il dominio della natura sull'uomo. E l'umanità, per la prima volta nella sua storia, condurrà una vita veramente ragionevole e non più bestiale.

 

23. La dittatura del proletariato

 

Per poter realizzare l'ordinamento sociale comunista il proletariato deve essere padrone di tutto il potere e di tutta la forza statale. Esso non può distruggere il vecchio mondo finché non ha il potere nelle proprie mani e non è diventato per un certo tempo classe dominante. Si intende che la borghesia non abbandonerà la sua posizione senza lotta. Infatti il comunismo significa per essa la perdita della sua posizione dominante, la perdita della "libertà" di spremere il sudore ed il sangue della classe operaia, la perdita del diritto ai profitti, alle rendite, agli interessi, ecc. La rivoluzione comunista del proletariato, la trasformazione comunista della società, incontra perciò la più accanita resistenza degli sfruttatori. Il potere proletario ha quindi il compito di infrangere implacabilmente tale resistenza. Ma poiché questa sarà inevitabilmente molto forte, il dominio del proletariato dovrà assumere la forma della dittatura. Sotto il nome di "dittatura" s'intende un rigido sistema di governo e la massima risolutezza nella repressione dei nemici. Si intende che in tali condizioni non vi può essere questione di "libertà" per tutti gli individui. La dittatura del proletariato è inconciliabile con la libertà della borghesia. Essa è necessaria appunto per privare la borghesia di ogni libertà, per legarle mani e piedi e toglierle ogni possibilità di combattere il proletariato rivoluzionario. E quanto più forte è la resistenza della borghesia, quanto più disperatamente essa raccoglie le sue forze, quanto più pericolosa essa diventa, tanto più dura e implacabile deve essere la dittatura proletaria, che nei casi estremi non deve nemmeno rifuggire dal terrorismo. Soltanto quando gli sfruttatori saranno del tutto eliminati e la loro resistenza repressa, quando la borghesia non avrà più nessuna possibilità di nuocere alla classe operaia, la dittatura proletaria potrà diventare più mite. Nel frattempo l'antica borghesia si sarà fusa a poco a poco col proletariato, lo Stato operaio andrà lentamente morendo e l'intera società si trasformerà in una società comunista senza alcuna divisione di classi.

Sotto la dittatura proletaria, che è soltanto un fenomeno transitorio, i mezzi di produzione appartengono, come è naturale, non a tutta la società, ma al proletariato, alla sua organizzazione statale. I mezzi di produzione vengono transitoriamente monopolizzati dalla classe lavoratrice, vale a dire, dalla maggioranza della popolazione. Perciò non possono ancora esistere rapporti di produzione veramente comunisti. Persiste ancora la divisione della società in classi; esiste ancora una classe dominante, il proletariato, la monopolizzazione dei mezzi di produzione da parte di questa nuova classe, un potere statale, che sopprime i suoi nemici. A mano a mano che la resistenza degli antichi capitalisti, latifondisti, banchieri, generali e vescovi viene infranta, il regime della dittatura proletaria trapasserà senza alcuna rivoluzione nel comunismo.

La dittatura proletaria non è soltanto un'arma per la repressione dei nemici, ma anche una leva per la trasformazione economica. Attraverso questa trasformazione la proprietà privata dei mezzi di produzione deve venir sostituita dalla proprietà sociale; questa trasformazione deve strappare alla borghesia i mezzi di produzione e di scambio (espropriare). Ma chi può e deve compiere questa espropriazione? S'intende non una singola persona. Se la potesse compiere una singola persona, od anche singoli gruppi, noi avremmo nella migliore delle ipotesi una spartizione e nella peggiore una semplice rapina. Perciò è naturale che l'espropriazione della borghesia debba venir attuata dal potere organizzato del proletariato. E questo potere organizzato è appunto lo Stato operaio dittatoriale. [...]

 

24. La conquista del potere politico

 

Il proletariato attua la sua dittatura mediante la conquista del potere statale. Ma che cosa significa la conquista del potere? Molti credono che strappare il potere alla borghesia sia una cosa altrettanto facile quanto il passaggio di una palla da giuoco da una tasca ad un'altra.

Questa concezione è sbagliatissima e noi vedremo subito dove risiede l'errore.

Il potere statale è un'organizzazione borghese, nella quale a ogni individuo sono assegnate determinate funzioni: a capo dell'esercito sono i generali, alla testa dell'amministrazione i ministri provenienti dalle classi dei ricchi. Nella sua lotta per il potere contro chi lotta il proletariato? In prima linea contro l'organizzazione borghese. In quella lotta il proletariato ha il compito di colpire, di distruggere lo stato borghese. Ma poiché la forza principale dello stato borghese risiede nel suo esercito, è necessario, per poter abbattere la borghesia, minare e distruggere l'esercito borghese. I comunisti tedeschi non possono abbattere gli Scheidemann e i Noske se prima non viene distrutto l'esercito bianco. Finché l'esercito dell'avversario rimane intatto, la rivoluzione non può vincere; quando la rivoluzione vince l'esercito della borghesia, quest'ultimo si disgrega e si decompone. Così, per esempio, la vittoria sullo zarismo determinò soltanto una parziale distruzione dello stato zarista ed un parziale disgregamento del suo esercito. Solo la vittoria della rivoluzione d'ottobre compì definitivamente la distruzione dell'organizzazione statale del Governo provvisorio e lo sbandamento dell'esercito di Kerenski.

La rivoluzione distrugge quindi il potere esistente e ne crea uno nuovo. S'intende che il nuovo potere conserva alcuni elementi dell'antico, ma questi elementi trovano un'altra applicazione. La conquista del potere non è quindi una conquista dell'antica organizzazione, ma la creazione di una nuova, dell'organizzazione di quella classe che ha vinto nella lotta. [...]

 

25. Il partito comunista e le classi nella società borghese

 

Perché in un paese il proletariato possa vincere, è necessario che esso sia compatto ed organizzato, che esso possegga il suo partito comunista, il quale deve avere una esatta comprensione dello sviluppo del capitalismo, delle condizioni politiche e dei reali interessi della classe operaia, che esso ha il compito di illuminare e di condurre alla lotta. Un partito non è mai riuscito a comprendere nelle sue file tutti i membri della classe che esso rappresenta; questo alto grado di coscienza non è stato mai raggiunto da nessun partito.

Generalmente entrano in un partito gli elementi più progrediti di una classe, gli elementi più audaci, più energici, più tenaci nella lotta, più coscienti degli interessi della loro classe. Ne consegue che un partito sarà sempre inferiore per numero dei suoi membri a quello della classe i cui interessi esso rappresenta. Ma appunto perché i partiti rappresentano gli interessi delle classi, essi hanno una funzione direttiva nella lotta politica. Essi conducono l'intera classe, e la lotta delle classi per il potere si manifesta nella lotta dei partiti politici per il dominio. Per comprendere la natura dei partiti politici, bisogna esaminare la posizione di ogni singola classe nella società capitalista. Da tale posizione derivano determinati interessi di classe, la cui difesa costituisce appunto la sostanza dei partiti politici.

 

Latifondisti. Nel primo periodo dello sviluppo capitalistico l'economia si basava sul lavoro da semi-schiavi dei contadini. La terra veniva data in affitto contro tributi in natura od in denaro. I latifondisti avevano interesse a che i contadini non emigrassero in città; perciò essi ostacolavano ogni innovazione e mantenevano nella campagna gli antichi rapporti di semischiavitù; per questa ragione essi furono anche accaniti avversari della crescente industria. Questi latifondisti possedevano antiche proprietà feudali, e generalmente non si curavano personalmente della loro economia, ma vivevano come parassiti del lavoro dei contadini. In corrispondenza a queste condizioni i partiti dei latifondisti furono e sono ancora oggi i puntelli della più nera reazione. Questi sono i partiti che desiderano dappertutto il ritorno del vecchio ordine, del dominio dei latifondisti, dello Zar, il predominio dell'aristocrazia feudale, e il completo asservimento dei contadini e degli operai. Questi sono i cosiddetti partiti conservatori, o più propriamente reazionari.

Poiché i militaristi sono sempre sorti dalle file dei latifondisti aristocratici, non è da meravigliarsi se questi partiti dei latifondisti sono in ottimi rapporti con i generali ed ammiragli. Ciò vale per tutti i paesi.

Quale modello di questo genere vogliamo citare i "Junker" prussiani (in Prussia si intendono sotto il nome di "Junker" i grandi proprietari agrari), dai quali esce la casta degli ufficiali, e la nostra aristocrazia russa, i cosiddetti latifondisti selvaggi o "buffali" della specie del deputato Markof il secondo, di Krupenski, ecc. Il Consiglio di Stato zarista era in gran parte composto di rappresentanti della classe dei grandi proprietari. I latifondisti dell'alta aristocrazia sono gli eredi dei loro antenati che possedevano migliaia di servi della gleba. In Russia esistevano diversi partiti di proprietari agrari: l'Unione del popolo russo, il Partito nazionalista (capeggiato da Krupenski), gli Ottobristi di destra, ecc.

 

La borghesia capitalista. Questa classe tende a trarre dalla sviluppantesi "industria nazionale" il maggior profitto possibile, cioè a spremere dalla classe operaia il plusvalore. È evidente che i suoi interessi non si identificano del tutto con quelli degli agrari. Il capitale che penetra nella campagna vi distrugge gli antichi rapporti; esso attira i contadini nella città, crea nella città un enorme proletariato, suscita nella campagna nuovi bisogni, nuovi desideri; i contadini che furono sempre mansueti cominciano a "diventar scostumati". Perciò i latifondisti avversano tutte queste innovazioni.

La borghesia capitalista invece vede in esse le fonti del suo benessere. Più contadini affluiscono nelle città, più numerosa è la mano d'opera disponibile, e più bassi possono essere i salari. Quanto più il villaggio decade, quanto più i piccoli proprietari cessano di produrre per il proprio consumo i diversi prodotti, tanto maggiormente essi sono costretti a comperare tutto dal grande industriale; dunque quanto più presto scompariscono i vecchi rapporti di produzione nella campagna, dove il villaggio con la sua produzione era in grado di soddisfare tutti i bisogni del contadino, tanto più si allarga il mercato della grande industria, tanto più aumenta il profitto della classe capitalista.

Perciò la classe capitalista inveisce contro gli antichi latifondisti. Vi sono però anche agrari capitalisti che conducono la loro economia con l'impiego del lavoro salariato e di macchine; i loro interessi sono più vicini a quelli della borghesia, ed essi entrano di solito nei partiti della grande borghesia. La loro lotta si dirige naturalmente in prima linea contro la classe lavoratrice. Quando questa dirige la sua lotta soprattutto contro i latifondisti e combatte la borghesia soltanto in seconda linea, questa le sta di fronte con una certa benevolenza (per esempio dal 1904 all'ottobre 1905). Ma quando la classe operaia si accinge a realizzare i suoi interessi comunisti ed attacca la borghesia, allora questa si allea coi latifondisti contro il proletariato. I partiti della borghesia capitalista (i cosiddetti partiti liberali) conducono attualmente in tutti i paesi una lotta accanita contro il proletariato rivoluzionario, e formano lo stato maggior politico della controrivoluzione.

I partiti di questa corrente politica in Russia sono il "Partito della libertà popolare", chiamato anche partito "costituzionale democratico" o comunemente partito dei "cadetti", ed il partito quasi scomparso degli "Ottobristi".

La borghesia industriale, gli agrari capitalisti, i banchieri ed i loro difensori, gli intellettuali (avvocati, professori, direttori di fabbrica, giornalisti), formano il nucleo di questi partiti. Nel 1905 essi mormoravano contro l'autocrazia, ma in fondo temevano più gli operai e contadini. Dopo la rivoluzione di febbraio i cadetti si misero alla testa di tutti i partiti che combattevano il partito della classe operaia, cioè i Bolscevichi (comunisti).

Negli anni 1918 e 1919 il partito dei C.D. diresse tutte le congiure contro il potere dei Soviet e partecipò ai governi di Denikin e di Kolciak. Esso si mise a capo della controrivoluzione e si fuse completamente coi partiti dei latifondisti. Infatti sotto la pressione della classe operaia tutti i partiti degli sfruttatori si uniscono in un unico esercito, alla cui testa si mette generalmente il partito più energico.

 

La piccola borghesia urbana e gli intellettuali piccolo borghesi. A questa classe appartengono gli artigiani ed i piccoli commercianti, i piccoli impiegati e professionisti stipendiati. Veramente non si tratta di una classe, ma di un'accozzaglia ibrida. Tutti questi elementi vengono più o meno sfruttati dal capitale e lavorano spesso oltre le loro forze. Nel corso dello sviluppo capitalista molti di essi vanno in rovina. Le loro condizioni di lavoro sono però tali, che essi di solito non si rendono conto della loro situazione disperata in regime capitalista. Prendiamo ad esempio un artigiano. Egli lavora come una bestia; è sfruttato dal capitale in vari modi: dall'usuraio che gli fa prestito, dal negozio per il quale egli lavora, ecc.

Ma egli crede di essere un "padrone indipendente", ci tiene a non venir confuso con gli operai, ma imita in tutto i "signori", poiché anche egli spera di diventare un signore. Questa sua presunzione ed ambizione lo avvicina spesso più agli sfruttatori che alla classe operaia, benché anch'egli sia povero in canna. I partiti piccolo borghesi appaiono generalmente nella forma di partiti "radicali", "repubblicani" e talvolta anche "socialisti". (Vedi anche il §22, in lettere piccole). Riesce molto difficile smuovere l'artigiano dalla sua falsa posizione, che non è sua "colpa" ma sua disgrazia.

In Russia più che negli altri paesi i partiti piccolo borghesi solevano nascondersi dietro la maschera socialista, come i partiti dei "socialisti popolari", dei "socialisti rivoluzionari" ed in parte dei menscevichi. Va notato che i "socialrivoluzionari" poggiano soprattutto sui medi e grandi contadini.

 

La classe contadina. La classe contadina assume nella campagna una posizione simile a quella della piccola borghesia della città. I contadini nel regime capitalista non formano veramente una classe stabile, ma varie classi, continuamente fluttuanti: una parte, quelli più poveri, sono spesso costretti a lavorare per salario, sia sulle grandi tenute che nell'industria, diventano manovali, braccianti, proletari. Quelli più ricchi invece aumentano la loro proprietà, migliorano i loro mezzi di produzione, assumono altri operai, - insomma diventano imprenditori, capitalisti. Fra i contadini bisogna distinguere almeno tre gruppi: la borghesia agraria, che sfrutta lavoratori salariati; i contadini medi che posseggono una propria azienda ma non sfruttano salariati, ed infine i semiproletari e proletari.

Non è difficile comprendere che questi tre gruppi prenderanno nella lotta di classe fra il proletariato e la borghesia una posizione differenziata, in corrispondenza alle proprie condizioni. I grandi contadini sono di solito alleati con la borghesia, spesso anche coi latifondisti. (In Germania per esempio i "grandi contadini" sono coi preti e coi latifondisti nella stessa organizzazione; così anche in Svizzera, nell'Austria, ed in parte anche in Francia; in Russia gli "usurai" di villaggio hanno appoggiato nel 1918 tutte le mene controrivoluzionarie). Gli strati semiproletari e proletari appoggiano naturalmente gli operai nella loro lotta contro la borghesia ed i grandi contadini. La posizione dei medi contadini è un po' più complicata.

Se i medi contadini comprendessero che per la maggioranza di essi non vi è via d'uscita nel regime capitalista, che soltanto pochi possono diventare ricchi mentre i più debbono condurre una vita stentata, essi aiuterebbero risolutamente gli operai. La loro disgrazia è di avere la mentalità degli artigiani e della piccola borghesia urbana. Ognuno spera nel fondo dell'anima di diventare ricco. D'altra parte però egli viene sfruttato dal capitalista, dal latifondista e dall'usuraio. Il medio contadino oscilla perciò fra il proletariato e la borghesia. Egli non può mettersi senza riserve sul terreno della classe operaia e d'altra parte teme il latifondista come il fuoco.

La cosa è particolarmente evidente in Russia. Da principio i medi contadini aiutarono gli operai contro i latifondisti e i grandi contadini; più tardi, temendo di stare peggio nella "comune" ed allettati dai grandi contadini, essi presero una posizione ostile verso gli operai: ma quando si affacciò il pericolo d'un ritorno dei latifondisti (Denikin, Kolciak) appoggiarono di nuovo gli operai.

Gli stessi rapporti si manifestarono nella lotta dei partiti. I medi contadini seguirono ora il partito degli operai, i bolscevichi (comunisti), ora quello dei grandi contadini ed usurai - i socialrivoluzionari.

 

La classe operaia (il proletariato) rappresenta la classe "che non ha nulla da perdere, fuorché le sue catene". Essa non soltanto viene sfruttata dai capitalisti, ma dallo sviluppo storico è fusa in una potente massa, abituata a lavorare ed a lottare insieme. Perciò la classe operaia è la classe più progressiva della società capitalistica. Perciò anche il suo partito è il più avanzato, il più rivoluzionario che possa esistere.

È anche naturale che l'obiettivo di questo partito sia la rivoluzione comunista. Per raggiungere tale meta il partito del proletariato deve essere intransigente. Il suo compito non è quello di patteggiare con la borghesia, ma di rovesciarla e di infrangerne la resistenza. Questo partito deve mettere in evidenza "l'antitesi insormontabile fra gli interessi degli sfruttatori e quelli degli sfruttati" (così diceva anche il nostro antico programma, sottoscritto anche dai Menscevichi, i quali lo hanno purtroppo dimenticato e trescano ora con la borghesia).

Quale atteggiamento deve prendere il nostro partito di fronte alla piccola borghesia?

Da quello che abbiamo detto sopra il nostro atteggiamento è senz'altro chiaro. Noi dobbiamo in tutte le maniere dimostrare alla piccola borghesia che ogni speranza in una vita migliore sotto il capitalismo è una menzogna od un autoinganno. Noi dobbiamo, con pazienza e costanza, far comprendere al contadino medio che egli deve risolutamente passare nel campo del proletariato e lottare con esso, malgrado tutte le difficoltà; noi dobbiamo dimostrargli che con la vittoria della borghesia guadagnerebbero soltanto i grandi contadini usurai, che diventerebbero i nuovi latifondisti. Insomma noi dobbiamo portare tutti i lavoratori ad una intesa col proletariato e trarli sul terreno della classe operaia. La piccola borghesia ed i contadini medi sono pieni di pregiudizi, cresciuti sul terreno delle loro condizioni di vita. Il nostro dovere consiste nel mettere in evidenza il reale stato delle cose: vale a dire che le condizioni dell'artigiano e del contadino lavoratore nel regime capitalista sono senza speranza. Nella società capitalista il contadino avrà sempre sul collo il latifondista, e soltanto dopo la vittoria ed il consolidamento del dominio del proletariato la vita economica e sociale potrà prendere un altro assetto. Ma siccome il proletariato non può vincere che grazie alla sua compattezza ed organizzazione, e con l'aiuto di un forte e risoluto partito, noi dobbiamo attirare nelle nostre file tutti i lavoratori che anelano ad una nuova vita e che hanno appreso a vivere e lottare da proletari.

Quale importanza abbia l'esistenza di un forte e battagliero partito comunista noi lo vediamo dall'esempio della Germania e della Russia. In Germania, ove esiste un proletariato progredito, non esisteva prima della guerra un partito combattivo della classe operaia come quello dei comunisti russi (Bolscevichi). Solo durante la guerra i compagni Carlo Liebknecht, Rosa Luxemburg ed altri si misero ad organizzare un partito comunista. Perciò gli operai tedeschi non riuscirono negli anni 1918-1919 a vincere la borghesia, malgrado una serie di insurrezioni. In Russia invece, dove esisteva un partito rivoluzionario, il proletariato ebbe una buona direzione. E malgrado tutte le difficoltà esso fu il primo proletariato che seppe così risolutamente sollevarsi e così presto vincere. Il nostro partito può servire in questo riguardo da modello a tutti gli altri partiti comunisti. La sua coesione e disciplina sono note dappertutto. Esso è realmente il partito più combattivo, il partito dirigente della rivoluzione proletaria.

 

Capitolo IV:

Come lo sviluppo del capitalismo conduca alla rivoluzione comunista

 

26. Il capitale finanziario

 

Come già vedemmo, fra i singoli capitalisti vi furono sempre continue lotte per il compratore, nelle quali lotte vincevano sempre i grandi capitalisti. I piccoli capitalisti andavano in rovina mentre il capitale e tutta la produzione si concentravano nelle mani dei capitalisti maggiori. (Concentrazione e centralizzazione del capitale). Verso gli ultimi decenni del secolo scorso il capitale era già abbastanza centralizzato. Al posto delle imprese individuali apparvero in grande numero le società anonime, cioè "cooperative per azioni", le quali erano naturalmente società di capitalisti. Quale è il loro significato? E dove vanno ricercate le loro origini? La risposta non è difficile. Ogni nuova impresa doveva disporre subito di un capitale relativamente grande. Una impresa che si costituiva con scarsi capitali aveva poche probabilità di poter resistere alla concorrenza dei grandi capitalisti che la stringevano da tutte le parti. Perciò ogni nuova impresa, che volesse vivere e prosperare, doveva essere fin dal principio organizzata su vasta scala. Ma ciò non era possibile se essa non disponeva di un forte capitale. Da questa necessità nacque la società per azioni, la cui essenza sta nel fatto che in essa alcuni grandi capitalisti mettono in valore i capitali dei piccoli capitalisti, e perfino i risparmi dei gruppi non capitalistici (piccoli borghesi, contadini, impiegati ecc.). Ciò avviene nel modo seguente. Ognuno versa una o più quote e riceve in cambio un titolo, chiamato "azione", che gli dà il diritto di usufruire di una parte dei guadagni. In questo modo si ottiene, per l'accumulazione di tante piccole somme, un grande "capitale sociale".

All'apparire di queste società, molti scienziati borghesi ed in seguito anche i socialisti riformisti dichiararono che era incominciata una nuova epoca: il capitale non avrebbe più condotto al dominio di un piccolo gruppo di capitalisti, ma ogni salariato o stipendiato avrebbe potuto acquistare con i suoi risparmi azioni e sarebbe così diventato capitalista. Il capitale diventerebbe sempre più "democratico" ed in ultimo scomparirebbe senza rivoluzione la differenza fra capitalista ed operaio.

Lo sviluppo delle cose dimostrò invece che tutte queste profezie erano assurde. Avvenne proprio il contrario. I grandi capitalisti sfruttarono semplicemente i piccoli per i loro scopi, e la concentrazione del capitale progredì ancora più rapidamente di prima, poiché adesso entravano il lotta fra di loro anche le grandi società per azioni. [...]

Ma la concentrazione e centralizzazione del capitale non si arresta qui. Negli ultimi decenni al posto dei singoli imprenditori e delle società anonime sorsero intere associazioni di capitalisti, i cosiddetti sindacati ed i trusts.

Supponiamo che in un ramo dell'industria, per esempio nell'industria tessile od in quella metallurgica, siano scomparsi tutti i piccoli capitalisti e siano rimaste soltanto cinque o sei delle maggiori imprese a sostenere tutta la produzione. La concorrenza che si svolge fra queste imprese ha per effetto che i prezzi diminuiscono e quindi il profitto diventa minore. Supponiamo ora che alcune di queste imprese siano più forti delle altre. In tal caso le più forti continueranno la lotta di concorrenza finché le imprese minori siano distrutte. Ora supponiamo che tutte le imprese abbiano su per giù la stessa forza: esse avranno presso a poco la stessa produzione, le stesse macchine, lo stesso numero di operai, e quindi anche il prezzo di costo sarà uguale per i concorrenti. In tale caso la lotta non può essere vinta da nessuno, ma esaurisce tutti nella stessa misura; il profitto di tutti diminuisce. I capitalisti vengono quindi a questa conclusione: perché dobbiamo guastarci reciprocamente i prezzi? Non sarebbe meglio per noi di unirci e derubare il consumatore in comune? Infatti se noi ci uniamo non vi sarà più concorrenza, ed essendo tutte le merci nelle nostre mani potremmo far salire i prezzi a beneplacito nostro.

In questo modo sorge un'associazione di capitalisti: il sindacato o il trust. Fra sindacato e trust c'è questa differenza. I capitalisti organizzati in sindacato stabiliscono di non vendere le merci al disotto di un dato prezzo, di dividersi tra loro le ordinazioni o di ripartirsi il mercato ecc.; ma la direzione del sindacato non ha il diritto, per esempio, di chiudere uno stabilimento e ogni membro del sindacato conserva fino a un certo punto la sua indipendenza. Nel trust invece l'unione è così stretta che ogni singola impresa perde la sua autonomia: la direzione del trust ha il diritto di chiuderla, di organizzarla in altri casi, di trasferirla altrove, se ciò può riuscire utile agli interessi complessivi del trust. Il proprietario dell'impresa continua a godere del suo profitto, il quale può anzi aumentare; ma su tutto impera la stretta e salda unione dei capitalisti, il trust.

I sindacati ed i trusts dominano quasi interamente il mercato. Essi non temono nessuna concorrenza, dato che l'hanno completamente distrutta. Al posto della concorrenza è subentrato il monopolio capitalistico cioè il dominio di un trust.

In questo modo la concorrenza è stata lentamente distrutta dalla concentrazione e centralizzazione del capitale. La concorrenza ha consumato sé stessa. A misura che essa si accentuava, progrediva la centralizzazione, poiché i capitalisti più deboli andavano più presto in rovina. In ultimo la concentrazione del capitale, provocata dalla concorrenza, uccise la concorrenza stessa. Al posto della libera concorrenza subentrò il dominio delle associazioni monopolistiche dei sindacati e dei trusts. [...]

I sindacati e trusts non centralizzano soltanto imprese di una sola industria. Sempre più frequentemente si formano dei trusts che comprendono varie industrie. Come avviene ciò?

Tutti i rami di produzione sono collegati per mezzo della compera e vendita. Prendiamo per esempio la produzione della ghisa e dell'antracite. Qui si tratta di un prodotto che serve come materia prima alle fonderie ed agli stabilimenti metallurgici; queste ultime costruiscono macchine che servono alla loro volta a vari altri rami d'industria. Supponiamo d'esser proprietari di una fonderia di ferro. Questa compera ghisa e carbone. Essa ha quindi interesse a comperare questi materiali a buon mercato. Ma come fare se la ghisa ed il carbone si trovano nella mani di un altro sindacato? In tal caso, fra i due sindacati si inizia una lotta che termina o con la vittoria di un sindacato sull'altro o con la loro fusione. In un caso come nell'altro sorge un nuovo sindacato che abbraccia due branche produttive. In questo modo si possono naturalmente unire non soltanto due, ma anche tre o dieci industrie. Imprese di questo genere si chiamano imprese composte o anche "combinate".

I sindacati ed i trusts non organizzano dunque soltanto singole industrie, ma uniscono anche varie industrie in una sola organizzazione, collegano una branca di industria con una seconda, terza, quarta, ecc. In altri tempi gli imprenditori erano in tutti i campi indipendenti uno dall'altro, e tutta la produzione era spezzettata in centinaia di migliaia di piccole fabbriche. Verso il principio del secolo XX questa produzione era già concentrata in giganteschi trusts, che abbracciavano molte branche industriali.

La fusione dei vari rami dell'economia non avveniva soltanto mediante la formazione di imprese "combinate". Occorre qui esaminare un fenomeno che è più importante di queste imprese combinate: la dominazione delle banche.

Dobbiamo però far precedere qualche osservazione sulle banche stesse.

Noi abbiamo già visto che dopo che la concentrazione e centralizzazione del capitale ebbe raggiunto un alto grado di sviluppo, si fece sentire il bisogno di forti capitali per la fondazione di nuove imprese su larga base. (Del resto tale bisogno diede origine anche alle società per azioni). L'organizzazione di nuove imprese richiedeva sempre maggiori capitali.

Ora vediamo come il capitalista impiega il suo profitto. Una parte egli la consuma personalmente per il suo nutrimento, vestiario, ecc., il resto l'accumula. In qual modo avviene questa accumulazione del profitto? È egli in qualsiasi momento in grado di ingrandire la sua azienda, di investire questa parte del suo profitto? No, per la semplice ragione che il profitto gli affluisce bensì continuamente ma a gradi, a mano a mano che viene prodotta e venduta la merce. Ma il profitto deve raggiungere una certa altezza prima di poter essere impiegato per l'ingrandimento dell'azienda. Fino allora il denaro non può venir utilizzato, e giace inerte nei forzieri. E ciò non avviene soltanto per un capitalista, ma per tutti. Vi è sempre capitale disponibile. Ma, come abbiamo visto sopra, vi è anche una richiesta di capitale. Da una parte vi sono sempre delle somme superflue che rimangono inutilizzate e dall'altra vi è sempre una richiesta di denaro. Quanto più presto si centralizza il capitale, tanto maggiore è la richiesta di grandi capitali, tanto maggiore è la quantità del capitale disponibile. Appunto questi fattori aumentano l'importanza delle banche. Perché questo denaro non resti senza frutti, l'industriale lo deposita in una banca e questa lo dà in prestito a quegli industriali che ne hanno bisogno per l'allargamento di qualche vecchia azienda o per la fondazione di una nuova. Con l'aiuto di questo capitale i capitalisti spremono dalla forza-lavoro nuovo plusvalore, che permette loro di pagare gl'interessi dei prestiti ricevuti dalla banca, la quale restituisce una parte di tale somma ai suoi creditori, mentre il resto rimane ad essa come profitto bancario. Questo è il funzionamento dell'ingranaggio bancario. Negli ultimi tempi l'importanza e l'attività delle banche è enormemente cresciuta. Le banche assorbono sempre maggiori capitali e li investono nell'industria. Il capitale bancario impiegato nell'industria diventa capitale industriale. L'industria cade così in dipendenza delle banche che la sostengono e nutrono col loro capitale. Il capitale bancario si fonde col capitale industriale e diventa capitale finanziario.

Il capitale finanziario attraverso le banche unisce tutte le branche d'industria in una misura superiore a quella che avviene per le imprese combinate. Per quali ragioni?

Prendiamo una qualsiasi grande banca. Essa finanzia non soltanto una, ma molte imprese e molti sindacati. Essa ha perciò interesse a che queste intraprese non vengano alle prese fra di loro; la banca le unisce; la sua politica tende continuamente a realizzare la fusione di queste imprese in una organizzazione unica sotto la sua direzione; la banca diviene così padrona di tutta l'industria, di tutta una serie di branche industriali; i fiduciari della banca vengono nominati direttori di trusts, sindacati e singole aziende.

In ultimo ci troviamo in presenza della seguente situazione: tutta l'industria nazionale è unita nei sindacati, trusts ed imprese combinate; il mezzo d'unione sono le banche; alla testa dell'intera vita economica sta un piccolo gruppo di grandi banchieri che dominano tutta l'industria. Ed il potere statale è l'esecutore della volontà di questi finanzieri, dominatori delle banche e dei trusts. [...]

In conclusione possiamo dire che sotto la signoria del capitale finanziario il paese capitalista si trasforma complessivamente in un enorme trusts combinato, alla testa del quale stanno le banche ed il cui Comitato esecutivo è rappresentato dal potere statale borghese. L'America, l'Inghilterra, la Francia ecc., non sono altro che trusts capitalistici di Stato, potenti organizzazioni dei grandi banchieri e magnati industriali, che dominano e sfruttano milioni di operai, schiavi salariati.

 

27. L'imperialismo

 

Il capitale finanziario elimina fino ad un certo punto l'anarchia della produzione capitalistica nei singoli paesi. I singoli imprenditori concorrenti si uniscono in trusts capitalistico-statali.

Ma a questo punto qualcuno potrebbe domandare: in tal caso non viene a risolversi una delle antitesi fondamentali del capitalismo? Non abbiamo noi ripetutamente detto che il capitalismo deve trovare la sua fine per mancanza di organizzazione e per essere dilaniato dalla lotta di classe? Ma se una di queste antitesi viene a cadere (vedi §13), il pronosticato tramonto del capitale è ancora possibile.

Gli è però che in realtà l'anarchia della produzione e la concorrenza non vengono affatto eliminate: o meglio, eliminati questi fenomeni da una parte, essi si presentano tanto più accentuati da un'altra. Cerchiamo ora di spiegar ciò dettagliatamente.

 

L'attuale capitalismo è un capitalismo mondiale. Tutti i paesi dipendono l'uno dall'altro per l'acquisto e la vendita delle merci. Non vi è oggi un solo paese che non sia asservito al capitale, che produca tutto ciò che gli fa bisogno. [...]

La concorrenza sul mercato mondiale viene eliminata dal capitale finanziario? Il capitale finanziario con l'associare i capitalisti nei singoli paesi, crea esso una organizzazione mondiale? Certamente no. Con l'organizzazione dei grandi imprenditori in trusts capitalistico-statali viene bensì più o meno eliminata la concorrenza e l'anarchia della produzione, ma soltanto per dar luogo ad una lotta ancora più accanita fra gli stessi trusts capitalistico-statali. Questo è un fenomeno caratteristico della centralizzazione del capitale: con la rovina della singola azienda diminuisce il numero dei concorrenti e in luogo della concorrenza subentra la lotta dei trusts. Il numero di quest'ultimi è bensì inferiore a quello dei singoli capitalisti, ma la loro lotta è tanto più accanita e distruttiva. Una volta che i capitalisti di un paese hanno rovinato tutti i piccoli imprenditori e si sono uniti in un trusts capitalistico statale, il numero dei concorrenti si riduce ancora di più. Come concorrenti si presentano ora le grandi potenze capitalistiche. E la loro lotta ha per conseguenza spese e distruzioni come nessuna altra, poiché la concorrenza dei trusts capitalistico-statali si manifesta in tempo di pace nella gara degli armamenti e sbocca infine nella guerra distruttrice.

Il capitale finanziario distrugge quindi la concorrenza in seno ai singoli Stati ma dà luogo ad una spietata concorrenza fra questi stessi Stati.

Per quali ragioni la concorrenza degli Stati capitalistici deve infine condurre alla politica di conquista, alla guerra? Perché tale concorrenza non può svolgersi in forme pacifiche? Due fabbricanti che si fanno la concorrenza non si scagliano l'uno contro l'altro con coltelli, ma cercano in una lotta pacifica di portarsi via la clientela. Perché dunque la concorrenza sul mercato mondiale deve assumere una forma così violenta ed armata? Qui dobbiamo innanzi tutto esaminare quali trasformazioni ha dovuto subire la politica della borghesia col trapasso dall'antico capitalismo della libera concorrenza al nuovo caratterizzato dalla dominazione del capitale finanziario.

Cominciamo dalla cosiddetta politica doganale. Nella lotta fra i singoli paesi, il potere statale, che difende sempre i propri capitalisti, aveva già da tempo trovato nei dazi un mezzo di lotta per la propria borghesia. Quando per esempio gl'industriali tessili russi temevano che la concorrenza tedesca od inglese potesse provocare un ribasso dei prezzi, il Governo servizievole si affrettava a gravare i tessuti inglesi e tedeschi di un forte dazio. Questi dazi ostacolavano naturalmente l'importazione di merci straniere in Russia. Gl'industriali dichiaravano i dazi essere necessari come protezione della industria indigena. Ma se noi consideriamo più da vicino come stanno le cose nei vari paesi, vediamo che vere ragioni sono tutt'altre. Non fu un semplice caso che proprio i paesi più grandi e più potenti, in prima linea l'America, abbiano introdotto dazi proibitivi. La concorrenza estera avrebbe realmente potuto danneggiarli?

Supponiamo che l'industria tessile di un paese sia monopolizzata da un sindacato o trust. Quali conseguenze ha qui l'introduzione di un dazio? I capitalisti pigliano in questo caso due piccioni con una fava: in primo luogo essi si sbarazzano della concorrenza estera, ed in secondo luogo possono aumentare senza alcun rischio di tutto l'importo del dazio i prezzi della propria merce. Supponiamo che il dazio per un metro di qualche tessuto venga aumentato di un rublo. In questo caso i capitalisti dell'industria tessile possono senz'altro aumentare il prezzo della propria merce di un rublo o di novanta kopeki al metro. Se non esistesse il sindacato, la concorrenza dei singoli capitalisti determinerebbe automaticamente un equilibrio dei prezzi. Il sindacato invece può senz'altro aumentare il prezzo; lo straniero rimane lontano perché il dazio è troppo alto e la concorrenza interna è stata eliminata. Lo Stato capitalista mediante i dazi aumenta i suoi introiti ed il sindacato con l'aumento dei prezzi realizza un sopraprofitto.

Dato questo sopraprofitto i baroni dei sindacati sono in grado di esportare le loro merci e di vendere all'estero sotto costo allo scopo di soppiantare i loro concorrenti anche nei paesi stranieri. Così per esempio il sindacato russo dello zucchero teneva in Russia i prezzi relativamente alti mentre in Inghilterra vendeva lo zucchero a prezzo molto basso allo scopo di battervi la concorrenza. Tanto è vero che circolava il detto che in Inghilterra si allevavano i maiali con lo zucchero russo. Per mezzo dei dazi i baroni dei sindacati sono quindi in grado di derubare senza posa i propri connazionali e di asservire i compratori stranieri.

Tutto ciò porta gravi conseguenze. È evidente che il plusvalore realizzato dai baroni dei sindacati aumenta col numero delle pecore che si lasciano tosare, chiuse entro i confini doganali. Se questa barriera racchiude soltanto un piccolo territorio, il profitto non sarà grande. Se invece essa abbraccia un vasto territorio con una grande popolazione, il guadagno realizzabile sarà corrispondentemente grande e permetterà di operare sul mercato mondiale con arditezza e con la prospettiva di un sicuro successo. Gli è perciò che la frontiera doganale coincide generalmente col confine statale. Come si può allargare quest'ultimo? Come si può togliere ad un altro paese un pezzo del suo territorio ed incorporarlo al proprio organismo statale? Mediante la guerra! Ne consegue che il dominio dei capitalistici sindacati è sempre congiunto con guerre di conquista. Ogni Stato capitalistico tende ad "allargare i suoi confini". Lo esigono gli interessi dei baroni dei sindacati, gli interessi del capitale finanziario. Ma allargare i confini significa in lingua povera fare la guerra.

Così avviene che la politica doganale dei sindacati e trusts, che si informa alla loro politica economica sul mercato mondiale, conduce ai più violenti conflitti internazionali. Vi sono però anche altre cause concomitanti.

Noi abbiamo visto che lo sviluppo della produzione ha per conseguenza un continuo accumularsi di plusvalore. In ogni paese capitalista sviluppato aumenta pertanto continuamente il capitale eccedente, che dà qui un minore profitto che in un paese economicamente più arretrato. Quanto più grande è in un paese l'eccedenza di capitale, tanto più forte diventa la tendenza ad esportare il capitale, ad investirlo in un altro paese. Tale tendenza viene grandemente favorita dalla politica doganale.

I dazi protettori ostacolano l'importazione di merci. Quando per esempio i capitalisti russi gravarono di forti dazi le merci d'importazione tedesca, gli industriali tedeschi trovarono grandi difficoltà a vendere le loro merci in Russia.

Che cosa fecero i capitalisti tedeschi vedendosi tolta la possibilità di esportare le proprie merci? Essi cominciarono ad esportare in Russia i loro capitali; costruirono fabbriche ed officine, acquistarono azioni di aziende russe e ne fondarono delle nuove. I dazi erano loro di impedimento in queste operazioni? Nient'affatto. Anzi, nonché impedirle, le favorivano, servivano da allettamento all'importazione di capitali. E ciò per le seguenti ragioni. Il capitalista tedesco, che possedeva una fabbrica in Russia ed era per di più membro di qualche sindacato, trovava nei dazi russi un mezzo di intascare il sopraprofitto; i dazi russi permettevano a lui di derubare i consumatori come ai suoi colleghi russi.

Il capitale non viene esportato da un paese all'altro soltanto per fondarvi od aiutare imprese. Molto spesso il capitale viene prestato allo Stato straniero verso interessi (vale a dire lo Stato che contrae un prestito aumenta il suo debito pubblico, e diventa debitore dell'altro Stato). In questi casi lo Stato debitore s'impegna di solito a contrarre tutti i prestiti (specie di guerra) presso i capitalisti dello Stato creditore. In questo modo, fluiscono ingenti capitali da un paese in un altro, dove essi vengono investiti, parte in costruzioni ed imprese, parte in debito pubblico. Sotto il dominio del capitale finanziario l'esportazione di capitale raggiunge un'enorme estensione. [...]

Anche l'esportazione dei capitali è di grande portata politica. Le grandi Potenze cominciano a lottare per la supremazia nei paesi nei quali intendono collocare i propri capitali. Qui bisogna però notare che i capitalisti i quali investono i propri capitali in un paese straniero non rischiano soltanto la perdita di qualche partita di merce, ma quella di enormi somme che ammontano a milioni e miliardi. È naturale che ciò susciti in essi il desiderio di asservirsi completamente i piccoli paesi debitori, di mettere a guardia di questi capitali i propri eserciti. Gli Stati creditori tendono quindi ad assoggettare questi paesi al proprio potere statale, a conquistarli. I diversi grandi Stati rapinatori aggrediscono i piccoli paesi ed è naturale che i concorrenti debbano cozzare l'uno contro l'altro (ciò che è infatti avvenuto). Quindi anche l'esportazione di capitali conduce alla guerra.

Con l'introduzione di dazi protezionisti si è rincrudita enormemente la lotta per il possesso dei mercati. Paesi liberi, nei quali si potessero esportare merci o capitali, non esistevano più già sullo scorcio del secolo XX. Aumentavano i prezzi delle materie prime, come quelli dei metalli, della lana, del legno, del carbone, del cotone, ecc... Negli ultimi anni prima dello scoppio della guerra mondiale si era iniziata la caccia agli sbocchi per lo smercio e la lotta per nuove sorgenti di materie prime. I capitalisti di tutto il mondo andavano in cerca di nuove miniere, di nuovi giacimenti di metalli e di nuovi mercati, per esportarvi i propri prodotti industriali e sfruttare nuovi consumatori. In altri tempi le varie imprese concorrevano in un dato paese "pacificamente". Col dominio delle banche e dei trusts le cose hanno cambiato aspetto. Supponiamo che siano stati scoperti nuovi giacimenti di rame. Vi sarà subito una banca od un trust che si impadronirà di questa nuova ricchezza e vi stabilirà il suo dominio monopolistico. Ai capitalisti degli altri paesi non resterà che citare il proverbio russo: "Ciò che cade dal carro è perduto". La stessa cosa avviene non soltanto per le materie, ma anche per i mercati. Supponiamo che in una lontana colonia penetri capitale straniero. La vendita delle merci viene ivi subito organizzata in grande stile. Generalmente vi è qualche grande ditta che prende l'iniziativa, dissemina in tutto il paese le sue succursali e cerca, con l'appoggio del potere locale e con mille altri intrighi, di monopolizzare tutto il commercio, tenendo lontani i suoi concorrenti. È chiaro che il capitale monopolista, i trusts e i sindacati, debbono agire su vasta scala; sono passati "i bei tempi antichi", e le lotte odierne sono quelle dei briganti monopolisti per la conquista dei grandi mercati mondiali.

 

Per queste ragioni lo sviluppo del capitale finanziario doveva necessariamente rincrudire la lotta per la conquista dei mercati e delle fonti di materie prime e condurre ai più violenti conflitti.

Nell'ultimo quarto del secolo XIX i grandi Stati predatori si impossessarono di molti piccoli paesi. Dal 1876 al 1914 le cosiddette "grandi Potenze" hanno arraffato circa 25 milioni di chilometri quadrati. La superficie dei territori da essi rubati supera del doppio quella di un intero continente europeo. L'intiero mondo è stato diviso fra i grandi predoni: essi hanno trasformato tutti i paesi in loro colonie; in paesi tributari e schiavi. [...]

Queste imprese brigantesche colpivano naturalmente in piccolo luogo i piccoli paesi inermi e deboli. Questi perdettero per primi la loro indipendenza. Come nella lotta fra industriali e artigiani dovettero soccombere questi ultimi, così i piccoli Stati vennero schiacciati dai grandi trusts statali. In questo modo si compì la centralizzazione del capitale nell'economia mondiale; i piccoli Stati andarono in rovina o perdettero la loro indipendenza, mentre i grandi Stati briganteschi si arricchivano ed aumentavano la loro estensione e potenza.

Ma dopo aver depredato l'intero mondo si accentuò la lotta fra di loro. Doveva incominciare la lotta per la nuova ripartizione del mondo, una lotta a vita o morte, che non poteva esser combattuta che fra le grandi potenze, rimaste padrone del mondo.

 

La politica di conquista, che il capitalismo finanziario conduce nella sua lotta per i mercati, delle fonti di materie prime e dei territori dove il capitale possa investire le sue riserve, questa politica si chiama imperialismo. L'imperialismo si sviluppa dal capitale finanziario. Come la tigre non può nutrirsi di erba, così il capitale finanziario non poteva e non può condurre un'altra politica che non sia quella della conquista, della rapina, della violenza e della guerra. Ognuno dei trusts capitalistico-finanziarii intende conquistare tutto il mondo, fondare un impero mondiale nel quale dominerebbe incontrastato un piccolo gruppo di capitalisti della nazione vincitrice.

L'imperialismo inglese per esempio sogna una "più grande Britannia" che dovrebbe dominare il mondo intero e nella quale i padroni dei trusts inglesi terrebbero sotto la loro sferza Negri e Russi, Tedeschi e Cinesi, Indiani ed Armeni, in una parola, milioni di schivi bianchi, neri, gialli e rossi. L'Inghilterra è infatti quasi arrivata a questo punto. Mangiando le cresce l'appetito. La stessa cosa vale per gli altri imperialismi. Gli imperialisti russi vagheggiano una "grande Russia", quelli tedeschi una "grande Germania", ecc.

È senz'altro chiaro che in questo modo il dominio del capitale finanziario doveva spingere l'intera umanità a sanguinose guerre a tutto profitto dei banchieri e dei grandi trusts, guerre, che non vennero condotte per la difesa del proprio paese, ma per la conquista dei paesi stranieri, per soggiogare il mondo al capitale finanziario del paese vincitore. Una di queste guerre fu appunto la grande guerra mondiale del 1914-1918.

 

28. Il militarismo

 

Il dominio del capitale finanziario, dei banchieri e dei grandi trusts si manifesta ancora in un altro notevolissimo fenomeno: nel continuo aumento delle spese per l'armamento, per l'esercito e la flotta. E ciò è ben comprensibile. In altri tempi nessuno dei briganti avrebbe nemmeno sognato un dominio mondiale. Ma ora gli imperialisti sperano di poter realizzare il loro sogno. Ed è perciò più che naturale che essi facciano tutti gli sforzi per essere preparati a questa lotta. Le grandi Potenze rubavano continuamente beni altrui, e quindi dovevano stare all'erta affinché uno dei loro vicini, anch'esso animale di rapina, non le aggredisse. Da ciò la necessità per ogni grande Potenza di mantenere un forte esercito, non soltanto per le colonie e per tener soggetti i propri operai, ma anche per la lotta contro i propri compagni in brigantaggio. Ogni innovazione, che una Potenza introduceva nel campo militare, suscitava nelle sue concorrenti il desiderio di superarla per non avere la peggio. Da questo reciproco incitamento sorse la pazzesca gara degli armamenti, che diede a sua volta origine alle imprese gigantesche ed ai trusts dei magnati dei cannoni, i Putilof, Krupp, Armstrong, Wikers, ecc. Questi trusts dei cannoni, che realizzano enormi profitti, stanno in intima relazione con gli Stati maggiori dei vari paesi, e cercano in tutti i modi di attizzare il fuoco per provocare sempre nuovi conflitti: poiché dalla guerra dipende il loro profitto.

I trusts statali si circondarono di una selva di baionette; tutto era pronto per la lotta mondiale; le spese per l'esercito e la flotta aumentavano anno per anno nei bilanci di tutti gli Stati. In Inghilterra per esempio le spese per l'esercito e la flotta costituivano nel 1875 il 38,6 per cento, quindi più di un terzo, e nel 1907-1908 il 48,8 per cento, quindi quasi la metà delle spese generali. Negli Stati Uniti le spese per gli armamenti costituivano il 56,9 per cento, quindi più della metà del bilancio statale. La stessa cosa avveniva negli altri paesi. Il "militarismo prussiano" fioriva in tutti i grandi trusts statali. I magnati dei cannoni tosavano le loro pecorelle, e l'intero mondo andava rapidamente incontro alla più tremenda di tutte le guerre, alla carneficina mondiale.

Di particolare interesse era la gara degli armamenti fra la borghesia inglese e quella tedesca. L'Inghilterra deliberò nel 1912 di costruire tre dreadnoughts per ogni due che ne costruiva la Germania.

Le spese per l'esercito e la marina crebbero nei singoli Stati nella seguente misura (milioni di rubli):

Paese

1888

1908

Russia

210

470

Francia

300

415

Germania

180

405

Austria-Ungheria

100

200

Italia

75

120

Inghilterra

150

280

Giappone

7

90

Stati Uniti

100

200

Nel corso di venti anni le spese aumentarono del doppio, e nel Giappone niente meno che 13 volte. Immediatamente prima della guerra la febbre degli armamenti degenerò in frenesia. La Francia spese nel 1910 502 milioni di rubli per armamenti, nel 1914 740 milioni di rubli. La Germania spese nel 1906 478 milioni di rubli e nel 1914 943 milioni di rubli, cioè il doppio nel corso di otto anni. In una misura ancora maggiore si armava l'Inghilterra. Nel 1900 essa spese per armamenti 499 milioni di rubli, nel 1910 694 milioni e nel 1914 804 milioni. Nel 1913 la sola Inghilterra spese per la sua flotta più che nel 1886 tutti gli Stati messi insieme. Le spese militari della Russia zarista ascendevano nel 1892 a 293 milioni di rubli, nel 1902 a 421 milioni, nel 1906 a 529 milioni, nel 1914 a 957 milioni.

Queste spese inghiottivano una grande parte delle imposte. La Russia per esempio stanziava per la sua armata più di un terzo del suo bilancio e calcolando gli interessi dei prestiti ancora di più.

Su ogni 100 rubli erano destinati nella Russia zarista: per l'esercito, la flotta, pagamento degli interessi rubli 40,14; per l'istruzione pubblica rubli 2,86; per l'agricoltura rubli 4,06; per l'amministrazione, la giustizia, la diplomazia, le ferrovie, il commercio, l'industria, le finanze, ecc. rubli 51,94.

La stessa cosa noi vediamo negli altri Stati. Prendiamo la "democratica Inghilterra". Nel 1904 si spendevano su ogni 100 rubli: per l'esercito e la flotta rubli 53,80; per il pagamento degli interessi dei prestiti e l'ammortizzazione del debito pubblico rubli 22,50; per i servizi pubblici rubli 23,70.

 

29. La guerra imperialista degli anni 1914-1918

 

La politica imperialista delle grandi Potenze doveva tosto o tardi condurre ad un conflitto. È evidente che le origini della guerra mondiale sono da ricercarsi nella politica brigantesca di tutte le grandi Potenze.

Soltanto un pazzo può ancora credere che la guerra sia scoppiata perché i Serbi uccisero il principe ereditario austriaco o perché la Germania aggredì il Belgio. Agli inizi della guerra si discusse molto per colpa di chi essa fosse scoppiata. I capitalisti tedeschi sostenevano naturalmente che la Germania era stata aggredita dalla Russia, ed i capitalisti russi strombazzavano a tutti i venti che la Russia era stata aggredita dalla Germania. L'Inghilterra pretendeva condurre la guerra per la difesa del piccolo Belgio così duramente colpito. Anche la Francia si vantava di combattere nel modo più disinteressato e generoso per l'eroico popolo belga. E la Germania e l'Austria dicevano di combattere per tener lontane dai loro confini le orde dei cosacchi e di condurre una guerra santa di difesa.

Tutto ciò non era altro che una menzogna ed un inganno teso alle masse lavoratrici. La borghesia doveva ricorrere a questo inganno per spingere i suoi soldati al macello. E non fu la prima volta che la borghesia si servì di questo mezzo. Noi abbiamo visto più sopra come i baroni dei grandi trusts introducessero ali dazi per poter condurre, attraverso lo sfruttamento dei propri connazionali, la lotta per i mercati esteri in condizioni privilegiate. I dazi erano quindi per essi un mezzo offensivo. La borghesia invece protestava di dover difendere "l'industria nazionale". La stessa cosa avvenne con la guerra. La natura della guerra imperialista, che doveva asservire il mondo al dominio del capitale finanziario, consisteva appunto nel fatto che tutti erano aggressori. Oramai queste cose sono fuori dubbio. I lacchè dello zar affermavano di essere sulla "difensiva". Ma quando la rivoluzione d'ottobre aprì i cassetti segreti dei Ministeri si poté constatare, in base a documenti, che sia lo Zar che il signor Kerenski conducevano la guerra, in accordo con gli Inglesi e Francesi, per annettere Costantinopoli, depredare la Turchia e la Persia e per strappare all'Austria la Galizia.

 

Gli imperialisti tedeschi sono stati pure smascherati. Basta ricordare la pace di Brest-Litovsk, le invasioni dei Tedeschi nella Polonia, nell'Ucraina, nella Lituania e nella Finlandia. Anche la rivoluzione tedesca ha portato alla luce parecchio ed ora sappiamo, in base a documenti sicuri, che la Germania era entrata in guerra con intenti annessionisti, con la speranza di poter conquistare nuovi territori e nuove colonie.

Ed i nostri generosi alleati? Anch'essi sono ora smascherati. Dopo aver strangolato la Germania con la pace di Versailles, dopo averle imposto 125 miliardi di indennità, dopo averle tolto tutta la flotta, tutte le colonie, quasi tutte le locomotive, nessuno crederà più alla loro generosità. Essi depredano anche la Russia del Nord e del Sud. Anch'essi hanno condotto una guerra di rapina.

I comunisti (bolscevichi) previdero tutto ciò già prima della guerra. Ma se allora ci credettero soltanto pochi, ora non vi è più persona sensata che ne dubiti. Il capitale finanziario è un rapace e sanguinario brigante, qualunque sia la sua origine, sia egli russo, tedesco, francese giapponese od americano.

È quindi ridicolo sostenere che in una guerra imperialista uno degli imperialisti sia colpevole e l'altro no, oppure che questi imperialisti siano gli aggressori e gli altri si trovino in difesa. Tutto ciò era stato escogitato per imbottire i crani degli operai. In realtà tutti aggredirono in prima linea i piccoli popoli coloniali, tutti pensarono di depredare il mondo intiero e di asservirlo al capitale finanziario del proprio paese.

Questa guerra doveva diventare una guerra mondiale. Quasi tutto il mondo era diviso fra le grandi potenze, collegate fra di loro da una comune economia mondiale. Nessuna meraviglia quindi se la guerra divampò in quasi tutte le parti del mondo.

L'Inghilterra, la Francia, l'Italia, il Belgio, la Russia, la Germania, l'Austria-Ungheria, la Serbia, la Bulgaria, la Rumenia, il Montenegro, il Giappone, l'America, la Cina ed una dozzina di altri piccoli Stati vennero attratti nel vortice sanguinoso. Il miliardo e mezzo di uomini che popolano la terra dovettero direttamente od indirettamente subire le dolorose conseguenze della guerra, che un piccolo gruppo di delinquenti capitalisti aveva loro imposto. Il mondo non aveva mai visto eserciti così giganteschi, come quelli che vennero messi in campo; né armi micidiali né una simile potenza del capitale hanno riscontro nella storia. I capitalisti inglesi e francesi non costrinsero soltanto i propri connazionali a farsi uccidere per i loro interessi, ma anche i popoli coloniali. I predoni civili non si peritano neppure di impiegare dei cannibali per i propri fini di dominazione e sfruttamento. E tutto ciò viene mascherato colle ideologie più nobili. [...]

 

30. Il capitalismo di Stato e le classi

 

Il metodo di guerra imperialista non si distingue soltanto per le sue dimensioni e distruzioni, ma anche per il fatto che l'intiera economia dei paesi belligeranti viene subordinata agli interessi di guerra. In altri tempi bastava avere del denaro per condurre una guerra. Ma la guerra mondiale è stata così enorme, e venne condotta da paesi così poco sviluppati, che il solo denaro non poteva bastare. Questa guerra esigeva che le fabbriche metallurgiche costruissero soltanto armi e munizioni, che tutti i prodotti, metalli, tessuti, pellami, servissero soltanto per i bisogni degli eserciti. È perciò naturale che potesse sperare nella vittoria finale quello dei trusts capitalistico-statali, presso il quale l'industria ed i mezzi di trasporto sarebbero stati meglio conformati alle esigenze della guerra. Come si poteva ottenere ciò? Soltanto mediante la centralizzazione dell'intera produzione. La produzione doveva svolgersi senza ostacoli, essere ben organizzata, e direttamente sottoposta al Comando supremo.

Per raggiungere questo fine la borghesia ebbe un mezzo molto semplice: mettere la produzione privata ed i singoli sindacati e trusts privati a disposizione dello Stato brigantesco borghese.

Ciò avvenne infatti durante la guerra. L'industria venne "mobilitata" e "militarizzata", vale a dire messa a disposizione dello Stato e delle autorità militari. Come, potrebbe obbiettare qualcuno, la borghesia non perde in tal caso i suoi profitti? Non è ciò forse una nazionalizzazione dei mezzi di produzione? Se tutta la produzione viene messa nelle mani dello Stato, che cosa ci guadagna la borghesia? Ma la borghesia accettò volentieri le nuove condizioni; e non c'è punto da meravigliarsene, poiché i sindacati privati consegnarono tutto ciò, non già allo Stato operaio, ma al proprio Stato imperialista. Che cosa poteva trattenere la borghesia da questo passo? Essa non fece altro che passare le sue ricchezze da una delle sue tasche in un'altra, senza che perciò ilo contenuto diminuisse.

Bisogna sempre tener presente il carattere classista dello Stato. Lo Stato non è una "terza potenza" che stia al di fuori, al di sopra delle classi, ma una organizzazione classista per eccellenza. Sotto la dittatura della classe operaia esso è una organizzazione degli operai, sotto il dominio della borghesia è una organizzazione di imprenditori, come un trust o un sindacato.

Per questa ragione la borghesia non perdette nulla quando essa affidò la gestione dei sindacati privati al proprio Stato (non a quello proletario, ma a quello capitalistico). Poco importava all'industriale di ritirare i suoi profitti dalla cassa del sindacato o da quella dello Stato. La borghesia anzi ci guadagnò. Ci guadagnò per il semplice motivo che con una simile centralizzazione la macchina di guerra funzionava meglio e rendeva più probabile la vittoria.

Non c'è quindi da stupirsi se durante la guerra si sviluppò, in luogo dei sindacati privati, il capitalismo di Stato. La Germania, per esempio, non avrebbe potuto conseguire tante vittorie e resistere per così lungo tempo alla pressione di forze preponderanti, se la sua borghesia non avesse saputo organizzare il capitalismo di Stato in un modo così geniale.

Il passaggio al capitalismo di Stato si verificò sotto varie forme ed in vari modi. Le forme più frequenti furono i monopoli di Stato nel dominio della produzione e del commercio, vale a dire che la produzione ed il commercio nella sua totalità passò nelle mani dello Stato. Talvolta questo passaggio non avvenne di colpo, ma gradatamente, in quanto lo Stato acquistò soltanto una parte delle azioni di un sindacato o trust.

Una impresa di questo genere era per metà statale e per metà privata, e lo Stato borghese attuava in essa la sua politica. Alle imprese che rimasero di proprietà privata lo Stato imponeva ordinamenti coercitivi, obbligando, per esempio, date imprese ad approvvigionarsi presso dati fornitori, e questi a vendere soltanto determinati quantitativi ed a determinati prezzi; lo Stato prescriveva determinati metodi di lavoro, dati materiali, e razionava tutti i prodotti più importanti. Così si sviluppò, in luogo del capitalismo privato, quello statale. [...]

Il capitalismo di Stato significa un formidabile rafforzamento della grande borghesia. Analogamente alla dittatura proletaria, che è tanto più forte quanto più intima è la collaborazione fra il potere dei Soviet, i sindacati, il partito comunista, ecc., anche la dittatura borghese è tanto più potente quanto più strettamente sono collegate tutte le organizzazioni borghesi. Il capitalismo di Stato, centralizzando le organizzazioni borghesi e trasformandole in elementi di un unico organismo integrale, conferisce al capitale una enorme potenza. Proprio qui la dittatura della borghesia raggiunge il suo apice. [...]

Il capitalismo di Stato, che unendo ed organizzando la borghesia ne aumenta il potere, indebolisce per conseguenza la forza della classe operaia. Gli operai sotto il capitalismo di Stato divennero gli schiavi bianchi dello Stato oppressore. Essi vennero privati del diritto di sciopero, mobilitati e militarizzati; chi si dichiarò contrario alla guerra venne subito condannato per alto tradimento; in molti paesi gli operai perdettero il diritto di libertà di scelta del lavoro e del luogo del lavoro. Il "libero" operaio salariato divenne proprietà dello Stato, fu costretto a farsi uccidere sui campi di battaglia, non per la propria causa, ma per quella dei suoi nemici, o ad esaurirsi sul lavoro, ma non pel proprio interesse bensì per quello dei suoi sfruttatori.

 

31. Lo sfacelo del capitalismo e la classe operaia

 

La guerra accelerò in questo modo al suo inizio la centralizzazione ed organizzazione dell'economia capitalista. Ciò che non avevano potuto compiere i sindacati, i trusts e le imprese combinate, cercò di compiere in fretta e furia il capitalismo di Stato, creando una vasta rete di vari organismi, destinati a regolare la produzione e distribuzione, e preparò così il terreno sul quale il proletariato potrà iniziare la grande produzione centralizzata.

Ma la guerra che gravava con tutto il suo peso sulla classe operaia doveva inevitabilmente provocare l'esasperazione delle masse proletarie. In prima linea sta il fatto che la guerra fu una carneficina senza precedenti nella storia. Secondo le varie statistiche il numero dei morti e dei feriti raggiungeva nel marzo 1917 2 milioni; fino al 1 gennaio 1918 si calcolavano 8 milioni di morti. Per essere più esatti bisognerebbe aggiungere ancora qualche milione di mutilati e di infermi. La sifilide, che dilagò enormemente durante la guerra, ha infettato quasi l'intera umanità. Lo stato fisico generale è notevolmente peggiorato dopo la guerra. I danni maggiori riportò naturalmente la classe operaia e quella dei contadini.

Nei grandi centri degli Stati belligeranti si sono formate piccole colonie di mutilati di guerra, dove questi disgraziati, in parte orribilmente deformati, sono una vivente testimonianza della civiltà borghese.

Ma il proletariato non è stato vittima soltanto di questa infame carneficina. Ora si cerca di rovesciare sulle spalle dei superstiti l'enorme fardello dei debiti di guerra. Mentre i capitalisti si godono i loro soprapprofitti, la classe operaia deve sopportare gravose imposte per coprire le spese di guerra. Il ministro delle Finanze francese dichiarò alla Conferenza della pace nell'autunno 1919 che le spese di guerra complessive di tutti gli Stati belligeranti ammontano ad un trilione di franchi. Non tutti sono in grado di afferrare l'entità di tale cifra. In altri tempi si calcolavano con queste cifre le distanze fra le stelle, oggi si calcolano con esse le spese del delittuoso massacro. Un trilione è formato di un milione di bilioni. Secondo altri calcoli le spese di guerra si presentano come dal seguente specchietto (miliardi di rubli):

Primo anno di guerra

91,00

Secondo anno di guerra

136,50

Terzo anno di guerra

204,70

Quarto anno di guerra (dal 31.7 al 31.12 del 1917)

153,50

Totale

585,70

In seguito le spese sono ancora aumentate. Nessuna meraviglia quindi se gli Stati capitalistici cominciarono ad accollare alla classe operaia enormi imposte, sia dirette che indirette, facendo in questo modo salire i prezzi dei generi di prima necessità. La carestia assunse proporzioni disastrose, mentre gli industriali e specialmente quelli che lavoravano per forniture di guerra realizzavano guadagni favolosi. [...]

Anche l'industria di guerra andò in definitiva, per mancanza di carbone, di acciaio e di altri materiali, in rovina. Tutti i paesi del mondo, ad eccezione dell'America, immiserirono completamente. La fame, il freddo e la distruzione fecero la loro corsa trionfale attraverso tutto il mondo. La classe operaia fu in tutti i paesi - nei monarchici come nei democratici - esposta alle più inaudite persecuzioni. Gli operai vennero privati del diritto di sciopero, ed il minimo loro atto di protesta spietatamente represso. In questo modo il dominio del capitalismo condusse alla guerra civile fra le classi. [...]

La società capitalistica cominciò a scricchiolare in tutta la sua compagine. L'anarchia della produzione aveva condotto alla guerra, e questa, inasprendo gli antagonismi di classe, sboccò nella rivoluzione. Il capitalismo cominciò a disgregarsi in due direzioni principali (vedi § 13). Si aprì il periodo dello sfacelo del capitalismo.

Esaminiamo ora più da vicino questo processo di decomposizione della società capitalistica.

La società capitalistica era organizzata in tutte le sue parti secondo un unico modello. La fabbrica aveva la stessa struttura organica come il reggimento dell'esercito borghese: di sopra i ricchi che comandano, di sotto i poveri, gli operai, i piccoli impiegati che ubbidiscono; fra mezzo gli ingegneri, i sottufficiali, gli alti impiegati. Da questo confronto si vede come la società capitalista possa mantenersi soltanto finché l'operaio-soldato si subordini al latifondista-generale e finché l'operaio industriale ubbidisca agli ordini del direttore che percepisce un favoloso stipendio, od a quelli del proprietario che intasca il plusvalore. Ma dal momento in cui le masse lavoratrici cominciano a riconoscere di non essere altro che pedine nelle mani dei loro nemici, cominciano pure a spezzarsi le fila che legano il soldato al generale, l'operaio all'industriale. Gli operai cessano di ubbidire ai loro padroni, i soldati ai loro ufficiali, gli impiegati ai loro superiori. Comincia così il periodo di dissoluzione dell'antica disciplina di cui si servirono i ricchi per dominare i poveri. Questo periodo durerà inevitabilmente finché la nuova classe, il proletariato, non avrà spodestato la borghesia, l'avrà costretta a mettersi al servizio di chi lavora, e avrà creato una disciplina nuova.

Questo caos, nel quale il vecchio non è ancora distrutto ed il nuovo non ancora creato, può terminare soltanto colla vittoria definitiva del proletariato nella guerra civile.

 

32. La guerra civile

 

La guerra civile è una lotta di classe inasprita, che si trasforma in rivoluzione. La guerra imperialista fra i vari gruppi della borghesia per la ripartizione del mondo venne condotta coll'aiuto degli schiavi salariati. Ma la guerra addossò agli operai tali oneri, che la lotta di classe dovette trasformarsi in una guerra civile degli oppressori, in quella che Marx chiamò l'unica giusta guerra.

È naturalissimo che il capitalismo debba condurre alla guerra civile, e che la guerra imperialista fra gli Stati borghesi debba terminare colla guerra di classe. Tutto ciò è stato predetto dal nostro partito già nel 1914, quando nessuno pensava neppure lontanamente alla rivoluzione. Ma già d'allora era evidente che da una parte gli enormi sacrifici imposti alla classe operaia avrebbero provocato la ribellione del proletariato, e dall'altra parte la borghesia non sarebbe stata capace di comporre gli antagonismi che tengono divisi i vari gruppi nazionali, e di assicurare una pace duratura.

Troviamo ora le nostre previsioni pienamente confermate. Dopo i terribili anni di massacri e di distruzioni scoppiò la guerra civile contro gli oppressori. Questa guerra civile ebbe il suo inizio nella rivoluzione russa del febbraio ed ottobre 1917; la rivoluzione finlandese, ungherese, austriaca e tedesca ne furono la continuazione, ma anche tutti gli altri paesi sono entrati in un periodo rivoluzionario. La borghesia si sforza invano di concludere una pace duratura. La pace di Versailles venne firmata appena molti mesi dopo la cessazione delle ostilità, e tutti prevedono che essa non sarà di lunga durata. Dopo la firma di essa gli Italiani si sono già accapigliati con gli Jugoslavi, i Polacchi con i Tedeschi, i Lituani con i Polacchi, e così di seguito. E tutti gli Stati insieme aggrediscono la Repubblica dei vittoriosi operai russi. Così la guerra imperialistica sbocca nella guerra civile, dalla quale dovrà uscire vittorioso il proletariato.

La guerra civile non è l'invenzione od il capriccio di un partito politico, ma la forma in cui si manifesta la rivoluzione, la quale doveva fatalmente scoppiare poiché la guerra imperialista ha finalmente aperto gli occhi alle masse operaie. [...]

Nella guerra civile le classi della società capitalistica, divise da insanabili antagonismi economici, marciano armate l'una contro l'altra. Il fatto che la società capitalistica è divisa in due parti, che essa rappresenta in sostanza due società, questo fatto rimane in tempi normali quasi ignorato. E ciò perché gli schiavi ubbidiscono ai loro padroni senza mormorare. Ma nella guerra civile questa supina rassegnazione trova la sua fine, e la parte oppressa della società insorge contro quella opprimente. In tali condizioni non si può naturalmente pensare ad una pacifica convivenza delle classi; l'esercito si divide in guardie bianche (composte dell'aristocrazia, dell'alta borghesia, degli intellettuali, ricchi, ecc.) ed in guardie rosse (composte di operai e contadini). Qualsiasi assemblea nazionale, nella quale i capitalisti seggano accanto agli operai, diventa un assurdo; come è mai possibile che essi collaborino "pacificamente" nell'assemblea, mentre sulle strade combattono i loro compagni di classe colle armi in pugno? Nella guerra civile, una classe si leva contro l'altra. Perciò essa può terminare colla vittoria completa di una classe sull'altra, ma in nessun modo con un compromesso, con un'intesa. E l'esperienza della guerra civile in Russia e negli altri paesi (Germania, Ungheria) conferma pienamente questa nostra asserzione: attualmente non esiste che la dittatura del proletariato o quella della borghesia e del militarismo. I governi delle classi medie (socialrivoluzionari, menscevichi) non rappresentano che una passerella verso una delle due parti. Al governo soviettista di Ungheria, rovesciato coll'aiuto dei menscevichi, succedette un governo di "coalizione" che, dopo pochi giorni di esistenza, dovette far posto alla reazione. I Socialrivoluzionari costituzionali, riusciti ad impossessarsi di Ufa, del territorio al di là del Volga, e della Siberia, vennero ventiquattro ore più tardi soppiantati dal generale Kolciak che poggiava sui capitalisti e latifondisti, e che sostituì la dittatura degli operai e contadini con quella dei latifondisti e borghesi.

La vittoria decisiva sul nemico e l'instaurazione della dittatura proletaria saranno il risultato fatale della guerra civile mondiale!

 

33. La forma della guerra civile e le sue spese

 

Il periodo della guerra civile venne aperto dalla rivoluzione russa, che è soltanto l'inizio della rivoluzione mondiale. La rivoluzione scoppiò in Russia prima che negli altri paesi, perché colà si iniziò il processo di decomposizione del capitalismo. La borghesia ed i latifondisti russi, che volevano conquistare Costantinopoli e la Galizia, e d'accordo coi loro alleati inglesi e francesi avevano provocato quella immane guerra, perirono per primi a causa della loro debolezza e disorganizzazione; la carestia e lo sfacelo generale si verificò in Russia prima che negli altri paesi. Per questa ragione il proletariato russo riuscì per primo a debellare i suoi nemici, a riportare la vittoria, ad instaurare la sua dittatura. [...]

Molti credono che la violenza della guerra civile sia una conseguenza dell'"asiatismo", della primitività russa. I nemici della rivoluzione nell'Europa occidentale affermano che in Russia fiorisce il "socialismo asiatico" e che la rivoluzione negli altri paesi si svolgerà senza violenze. Queste sono stupide chiacchiere. Nei paesi più capitalisticamente più evoluti la resistenza della borghesia sarà più forte, tanto più che gli intellettuali sono più intimamente legati al capitale e perciò più ostili al comunismo. Per queste ragioni la guerra civile in questi paesi sarà molto più violenta che in Russia. Lo vediamo infatti in Germania, dove si è chiaramente dimostrato che la lotta nei paesi capitalisticamente più progrediti assume forme più violente. [...]

A misura che la guerra civile progredisce, essa assume sempre nuove forme. Allorquando il proletariato è oppresso in tutti i paesi, esso conduce questa guerra nella forma di insurrezioni contro il potere statale della borghesia. Ma che cosa succede quando il proletariato di un paese o dell'altro si è impadronito del potere? In questo caso esso dispone dell'organizzazione statale, dell'esercito proletario, dell'intero apparato del potere, e conduce una aspra lotta contro la propria borghesia che cerca, per mezzo di congiure e di rivolte, di strappare il potere alla classe operaia. Ma lo Stato proletario è pure costretto a combattere contro Stati borghesi stranieri. La guerra civile assume dunque qui una nuova forma, quella di una vera guerra di classe, nella quale vediamo lo Stato proletario in lotta contro gli Stati borghesi. Gli operai non combattono più soltanto la borghesia del proprio paese, ma lo Stato operaio conduce una guerra vera e propria contro gli Stati capitalistici. Questa guerra non viene condotta al fine di conquiste e di rapine, ma per la vittoria del comunismo, per la dittatura della classe operaia.

Il che avvenne realmente. Dopo la rivoluzione di ottobre, la Russia dei Soviet venne aggredita da tutte le parti: dalla Germania e dalla Francia, dall'America e dal Giappone, ecc. A misura che la rivoluzione russa incitava col suo esempio gli operai degli altri paesi alla rivolta, il capitale internazionale si organizzava sempre più contro la rivoluzione, e cercava di stringere contro il proletariato una alleanza di tutti i briganti capitalisti.

Un tentativo di questo genere fecero i capitalisti alla conferenza di Versailles dietro suggerimento di Wilson, di questo scaltro agente del capitale americano. La "Società delle nazioni" - come essi chiamarono questa nuova organizzazione - non è in realtà una lega di popoli ma dei capitalisti dei vari paesi e dei loro governi borghesi.

Questa lega rappresenta il tentativo di organizzare un enorme trust mondiale che dovrebbe abbracciare l'intero nostro pianeta, sfruttare il mondo intero e reprimere nel modo più efficace la rivoluzione della classe operaia. Tutte le chiacchiere secondo le quali la Società delle nazioni dovrebbe essere una garanzia della pace sono ipocrite menzogne. I suoi unici e veri obiettivi sono in prima linea lo sfruttamento del proletariato mondiale e dei popoli coloniali ed in secondo luogo lo strangolamento della crescente rivoluzione mondiale. [...]

Quanto più minacciosa diventa l'offensiva del proletariato, tanto più strettamente si unisce la masnada capitalista. Marx ed Engels scrissero nel 1847 nel "Manifesto dei comunisti": "C'è uno spettro in Europa, lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono unite in una santa alleanza contro questo spettro, il Papa e lo Czar, Metternich e Guizot, i radicali francesi ed i poliziotti tedeschi". Lo spettro del comunismo è diventato ormai un corpo di carne ed ossa. Contro di esso scende in campo, non soltanto la "vecchia Europa" ma l'intero mondo capitalista. La "Società delle nazioni" però non sarà capace di assolvere i suoi due compiti: organizzare l'intera economia mondiale in un unico trust e schiacciare la rivoluzione mondiale. Fra le grandi potenze stesse regna la discordia. L'America ed il Giappone sono divisi da insanabili antagonismi e proseguono nei loro armamenti. In quanto alla Germania, sarebbe puerile voler credere che essa possa nutrire sentimenti amichevoli verso i predoni dell'Intesa che l'hanno completamente spogliata. Anche i piccoli Stati sono divisi da gelosie ed inimicizie. Ma, ciò che è più importante, le colonie sono in pieno fermento. I popoli oppressi dell'India, dell'Egitto, dell'Irlanda, ecc. insorgono contro i "civili" loro oppressori. Alla guerra di classe, che il proletariato europeo conduce contro la borghesia, si aggiungono le rivolte nelle colonie, che contribuiscono a minare e distruggere il dominio dell'imperialismo mondiale. Il sistema capitalista si sfascia sotto l'urto del proletariato insorto, sotto la pressione delle repubbliche proletarie, sotto il cozzo dei popoli coloniali risvegliati, senza contare l'azione dissolvente dei contrasti e delle discordie che dilaniano gli stessi Stati imperialisti. Invece della "pace duratura" - un caos completo; invece dello schiacciamento del proletariato mondiale - una accanita guerra civile. Mentre le forze del proletariato aumentano in questa lotta, quelle della borghesia diminuiscono. E la lotta non potrà finire che con la vittoria del proletariato. Ma il trionfo della dittatura proletaria non lo si ottiene senza sacrifici. La guerra civile, come ogni altra guerra, esige sacrifici di vite umane e di beni materiali. Ogni rivoluzione è accompagnata da tali sacrifici. Perciò è da prevedersi che nelle prime fasi della guerra civile il processo di dissoluzione, provocato dalla guerra imperialista, si accentuerà maggiormente. La produzione industriale soffre soprattutto pel fatto che i migliori operai vengono mobilitati per difendere il suolo della repubblica proletaria contro le armate bianche della controrivoluzione. Ma ciò è inevitabile in ogni rivoluzione. Anche durante la rivoluzione francese del 1789-1793, nella quale la borghesia strappò il potere dalle mani dei latifondisti feudali, la guerra civile ebbe per conseguenza gravi distruzioni. Ma dopo la sconfitta dell'assolutismo feudale la Francia rifiorì rapidamente.

Ognuno comprenderà che in una rivoluzione così grandiosa come quella del proletariato mondiale, destinata a distruggere un edificio sociale costruito nel corso di secoli, i sacrifici non potranno essere lievi. La guerra civile si svolge attualmente su scala mondiale, e in parte si trasforma in una guerra fra Stati borghesi e proletari. Gli Stati proletari che si difendono contro l'imperialismo capitalista conducono una guerra di classe, che è santa. Ma questa guerra richiede sacrifici di sangue e, coll'allargarsi della battaglia, aumenta il numero delle vittime, progredisce la distruzione.

Ma i sacrifici della rivoluzione non possono in nessun caso fornire un argomento contro di essa. La società capitalistica ha dato origine al più spaventoso dei massacri che abbia mai visto la storia. Quale guerra civile può essere paragonata a quella folle e delittuosa distruzione di tanti esseri umani e di tante ricchezze, accumulate nel corso di secoli? L'umanità deve farla finita col capitalismo una volta per sempre. Per compiere questa opera nessun sacrificio può essere troppo grande. È necessario sopportare per qualche tempo i dolori e i danni della guerra civile per l'avvento del comunismo, che guarirà tutte le piaghe e determinerà un rapidissimo sviluppo delle forze produttive della società.

 

34. Sfacelo generale o comunismo?

 

La rivoluzione che si sta sviluppando diventerà una rivoluzione mondiale per le stesse ragioni per cui la guerra imperialista diventò una guerra mondiale. Tutti i paesi più importanti sono collegati fra di loro, rappresentano i membri dell'economia mondiale e vennero dalla guerra mondiale uniti in modo particolare. In tutti i paesi, la guerra causò distruzioni terribili, generò la carestia e l'asservimento del proletariato, determinò il lento disgregamento e lo sfacelo del capitalismo, condusse al dissolvimento della disciplina del bastone nell'esercito e nell'officina. E con la stessa implacabile fatalità essa conduce alla rivoluzione comunista del proletariato.

Nulla può arrestare il dissolvimento del capitalismo e l'avanzata della rivoluzione mondiale. Qualsiasi tentativo di ricondurre la società umana sulle antiche vie del capitalismo è a priori condannato all'insuccesso. La coscienza delle masse operaie ha raggiunto un così alto grado di sviluppo, che esse non sono più disposte né a lavorare né a combattere per gli interessi dei capitalisti, per la conquista di terre straniere e di paesi coloniali. Oggi per esempio sarebbe impossibile ricostituire in Germania l'esercito di Guglielmo. E come non è più possibile ristabilire la disciplina capitalista del lavoro e costringere l'operaio a lavorare per il capitalista o per il latifondista. Il nuovo esercito non può essere che l'opera del proletariato, come la nuova disciplina del lavoro non può venir realizzata che dalla classe operaia.

Ora vi sono soltanto due soluzioni possibili: o lo sfacelo, il caos generale, il crescente disordine, l'abbrutimento e l'anarchia - oppure l'avvento del comunismo. Stanno a dimostrazione di ciò tutti i falliti tentativi di rimettere in piedi il capitalismo nei paesi dove il proletariato fu già in possesso del potere. Né la borghesia finlandese né quella ungherese, né Kolciak, né Denikin, né Skoropadsky sono stati capaci di ravvivare la vita economica, e questi ultimi non furono nemmeno capaci di mantenere il loro regime di sangue.

L'unica via d'uscita per l'umanità è il comunismo. E poiché soltanto il proletariato può realizzarlo, esso appare in quest'ora come il vero salvatore dell'umanità dagli orrori del capitalismo, dallo sfruttamento atroce, dalla politica coloniale, dalla fame, dall'abbrutimento, da tutte le mostruosità del capitalismo finanziario e dell'imperialismo. Questa è la grande missione storica del proletariato. Esso potrà subire delle sconfitte in singole battaglie, e magari in singoli paesi; ma la sua vittoria finale è così inevitabile come è fatale il tramonto della borghesia.

 

Capitolo V:

La Seconda e la Terza internazionale

 

35. L'internazionalismo del movimento operaio come premessa della vittoria della rivoluzione comunista

 

La rivoluzione comunista può vincere soltanto come rivoluzione mondiale. Se per esempio la classe operaia di un paese si impadronisse del potere, mentre negli altri paesi il proletariato non per paura ma per convinzione resta soggetto al capitale, quel paese sarebbe ben presto sopraffatto dagli Stati capitalistici. Negli anni 1917, 1918 e 1919 le potenze capitalistiche fecero tutti gli sforzi per annientare la Russia soviettista. Se gli Stati borghesi non sono riusciti a strangolare la Russia dei Soviet ciò è dovuto al fatto che la loro situazione interna non permetteva ai capitalisti di continuare la guerra contro la volontà delle masse operaie che reclamavano il ritiro delle truppe dalla Russia. L'esistenza della dittatura proletaria circoscritta ad un solo paese è continuamente minacciata nel caso in cui ad essa venga a mancare l'appoggio della classe lavoratrice degli altri paesi. A ciò si aggiungano le numerose difficoltà che ostacolano l'opera di ricostruzione economica in un tale paese. Esso non riceve dall'estero niente o quasi niente: è bloccato da tutte le parti.

Ma se per la vittoria del comunismo è necessaria la vittoria della rivoluzione mondiale ed il reciproco aiuto degli operai ciò significa che la condizione indispensabile della vittoria è la solidarietà internazionale della classe operaia. Come nelle lotte economiche la vittoria degli operai dipende dalla compattezza della loro organizzazione e dalla loro solidarietà, così anche nella lotta per la conquista del potere i lavoratori dei vari paesi capitalisti non possono riportare la vittoria se non combattono in file serrate, se non sentono di essere una sola classe, unita da comuni interessi. Soltanto la reciproca fiducia, la fraterna solidarietà e l'unità dell'azione rivoluzionaria possono assicurare la vittoria della classe lavoratrice. Il movimento operaio comunista non può vincere che come movimento comunista internazionale. [...]

La solidarietà internazionale per gli operai non è un giocattolo od una bella parola, ma una necessità di vita senza la quale la causa della classe operaia è votata alla sconfitta.

 

36. Lo sfacelo della II. Internazionale e le sue cause

 

Allorché nell'Agosto del 1914 cominciò la guerra mondiale, i partiti socialdemocratici di tutti i paesi si misero a fianco dei loro governi, rendendosi in questo modo correi della immane carneficina. Soltanto il proletariato russo e serbo e più tardi quello italiano dichiararono la guerra alla guerra dei loro governi. I deputati social-democratici della Francia e della Germania nello stesso giorno votarono i crediti di guerra dei loro governi. Invece di insorgere insieme contro la borghesia criminale, i partiti socialisti si dispersero, ciascuno sotto la bandiera del proprio governo borghese. La guerra imperialista ebbe il diretto appoggio dei partiti socialisti, i cui dirigenti rinnegarono e tradirono il socialismo. La II Internazionale ebbe così una fine ingloriosa. [...]

Per comprendere lo sfacelo e la ingloriosa morte della II Internazionale, dobbiamo renderci conto delle condizioni, nelle quali si sviluppò il movimento operaio prima della guerra. Fino a quel momento il capitalismo dei paesi europei e degli Stati Uniti si sviluppò a spese delle colonie. E qui esso si manifestò nel suo aspetto più brutale ed inumano. Con tutti i sistemi i mezzi dello sfruttamento, della rapina, dell'inganno, della violenza vennero spremuti dai popoli coloniali valori che procuravano ricchi profitti al capitale finanziario europeo ed americano. Quanto più forte e più potente si sentiva un trust capitalistico-statale sul mercato mondiale, tanto maggiori erano i profitti che esso intascava mediante lo sfruttamento delle colonie. Questo soprapprofitto gli permetteva di concedere ai suoi schiavi salariati una mercede superiore alla normale. S'intende non a tutti, ma soltanto agli operai qualificati. Questi strati della classe operaia vennero corrotti col denaro dal capitale. Questi operai ragionavano così:" Se la nostra industria possiede mercati di vendita nelle colonie africane, questo è un vantaggio anche per noi. L'industria si svilupperà, i guadagni dei padroni aumenteranno e così qualcosa ci sarà anche per noi". In questo modo il capitale incatena i suoi schiavi salariati al proprio carro.

Le masse operaie non erano abituate - e non ne avevano neppure l'occasione - a condurre una lotta su scala internazionale. L'attività delle loro organizzazioni nella maggior parte dei casi era circoscritta al territorio dello Stato della propria borghesia. E questa "propria" borghesia seppe guadagnare una parte della classe operaia, e specialmente gli operai qualificati, alla sua politica coloniale. Anche i dirigenti delle organizzazioni operaie, la burocrazia sindacale ed i rappresentanti parlamentari, che occupavano posticini più o meno comodi ed erano abituati ad un'attività "pacifica", e "legale", caddero nella pania tesa dalla borghesia. Il lato brutale del capitalismo, del resto, si manifestava spiccatamente nelle colonie. Nell'Europa e nell'America l'industria si sviluppava rapidamente, e la lotta della classe operaia assumeva forme più o meno pacifiche. Grandi rivoluzioni non si erano più verificate dopo il 1871, e per la maggior parte dei paesi dopo il 1848 (ad eccezione della Russia). Tutti si erano ormai familiarizzati col pensiero che il capitalismo si sarebbe anche nell'avvenire pacificamente evoluto, ed anche quando si parlava di future guerre, nessuno ci pensava seriamente. Una parte degli operai e fra essi anche i dirigenti, sempre più si abituarono all'idea, che anche la classe operaia fosse interessata alla politica coloniale e che essa dovesse perciò assecondare le iniziative e le azioni della propria borghesia tendenti a dare sviluppo e prosperità a "questo interesse di tutta la nazione". Per conseguenza anche le masse piccolo-borghesi cominciarono ad affluire nella socialdemocrazia. Nessuna meraviglia, quindi, se nel momento decisivo l'attaccamento allo Stato imperialista ebbe il sopravvento sulla solidarietà internazionale della classe operaia.

La causa precipua dello sfacelo della II Internazionale era dunque dovuta al fatto che la politica coloniale e la posizione monopolistica dei maggiori trusts capitalistico-statali legavano gli operai e soprattutto le "aristocrazie" della classe operaia allo Stato imperialista della borghesia. [...]

 

37. Le parole d'ordine della difesa nazionale e del pacifismo

 

Il tradimento della causa degli operai e della lotta comune della classe operaia venne giustificata dai dirigenti dei partiti socialisti e della II Internazionale col pretesto dovere della "difesa nazionale".

Noi abbiamo già visto che in una guerra imperialista nessuna delle grandi potenze si "difende", ma tutte attaccano. La parola d'ordine della difesa nazionale era semplicemente un inganno col quale i dirigenti cercarono di mascherare il loro tradimento.

A questo punto dobbiamo considerare più da vicino tale questione.

Che cosa è veramente la patria? Che cosa si intende sotto questo termine? Un aggruppamento di uomini che parlano la stessa lingua? Oppure una "nazione"? Nient'affatto. Prendiamo per esempio la Russia zarista. Quando la borghesia russa sbraitava di difendere la patria, essa non pensava ad un territorio popolato da una sola nazione, per esempio da noi grandi Russi; non, essa pensava all'intero territorio della Russia popolato da vari popoli. Che cosa si trattava allora di difendere? Nient'altro che il potere statale della borghesia e dei latifondisti russi. Alla difesa di questo potere statale vennero chiamati gli operai e contadini russi (in realtà non a difenderlo ma ad estendere i suoi confini fino a Costantinopoli ed a Cracovia). Quando la borghesia tedesca fece gran clamore intorno alla difesa della "patria", di che cosa si trattava allora? Anche in questo caso del potere della borghesia tedesca, dell'allargamento dei confini del brigantesco impero degli Hohenzollern.

Noi dobbiamo perciò domandarci se la classe operaia ha veramente una patria sotto il dominio del capitalismo. Marx si esprime esplicitamente a questo riguardo nel "Manifesto comunista": "gli operai non hanno patria" Perché? Per la semplice ragione che sotto il dominio del capitalismo essi non dispongono di alcun potere, dato che l'intero potere si trova nelle mani della borghesia, e perché nella società capitalistica lo Stato non è altro che un mezzo di oppressione e di asservimento della classe operaia. La classe operaia ha il compito di distruggere lo Stato della borghesia e non di difenderlo. Il proletariato avrà una patria soltanto quando esso avrà conquistato il potere dello Stato e sarà divenuto il padrone del paese. Soltanto allora il proletariato dovrà difendere la sua patria, poiché allora egli difenderà veramente il proprio potere e la propria causa e non il potere dei suoi nemici e la causa dei suoi oppressori. [...]

I nostri avversari potrebbero qui obiettare: Voi riconoscete dunque che la politica coloniale e l'imperialismo hanno contribuito allo sviluppo dell'industria dei grandi Stati e che alcune briciole sono andate anche a favore della classe operaia. Ne consegue che conviene difendere il proprio padrone ed aiutarlo nella sua lotta contro i concorrenti. Ciò non è affatto vero. Prendiamo, per esempio, due industriali: Schulz e Petrof, due accaniti concorrenti fra di loro. Supponiamo che lo Schulz dica ai suoi operai: "Amici! Difendetemi con tutte le vostre forze! Arrecate tutti i danni che potete alla fabbrica di Petrof, alla sua persona, ai suoi operai, ecc. In tal caso io rovinerò il Petrof, la mia azienda prospererà ed i miei affari andranno a gonfie vele. Allora anche voi otterrete dai miei guadagni un aumento di salario". La stessa storia racconta il Petrof ai suoi operai.

Supponiamo che lo Schulz abbia vinto il questa lotta. Può darsi che dapprima egli conceda qualche aumento di salario ai suoi operai, ma più tardi egli si rimangerà tutte le promesse fatte. E se gli operai di Schulz, entrati in sciopero, chiederanno la solidarietà degli operai di Petrof, questi ultimi potranno loro rispondere: "Che cosa volete da noi? Prima ci avete giuocato un brutto tiro ed ora venite a chiedere un aiuto da noi? Andatevene!" Così uno sciopero comune non può effettuarsi, e la disunione degli operai rafforza la posizione del capitalista. Questi, dopo aver vinto il concorrente, rivolge le sue armi contro gli operai disuniti. Gli operai di Schulz hanno avuto, è vero, in seguito all'aumento del salario un piccolo vantaggio effimero, ma più tardi essi perdono anche questa piccola conquista. La stessa cosa avviene nella lotta internazionale. Lo Stato borghese rappresenta una associazione di proprietari. Quando una tale associazione vuole arricchirsi a spese di un'altra, essa trova modo di ottenere il consenso degli operai col denaro. Lo sfacelo della II Internazionale ed il tradimento del socialismo da parte dei dirigenti avvenne, perché questi erano disposti a "difendere" lo Stato borghese per ottenere qualche briciola che cadeva dalla mensa dei padroni. Ma durante la guerra, quando gli operai in seguito al tradimento erano ormai divisi, il capitale si scaraventò su di essi con feroce violenza. Gli operai si accorsero di aver sbagliato i calcoli, e si persuasero che i dirigenti dei partiti socialisti li avevano venduti per pochi denari. Con questo riconoscimento comincia la rinascenza del socialismo. Le prime proteste vennero elevate dalle file degli operai non qualificati ed i vecchi dirigenti invece continuarono ancora per qualche tempo il loro gioco ed il loro tradimento.

Un altro mezzo per trarre in inganno ed infrollire le masse era, oltre la difesa della patria borghese, il cosiddetto pacifismo. Che cosa si intende sotto questa parola? Essa denota la concezione utopistica che già nella società capitalistica, senza rivoluzioni e senza insurrezioni del proletariato ecc., possa instaurarsi il regno della pace sulla terra. Basterebbe istituire tribunali arbitrali, abolire la diplomazia segreta, effettuare il disarmo - limitando in principio gli armamenti - ecc., perché tutto andasse per il meglio.

L'errore fondamentale del pacifismo è quello di credere che la borghesia possa mai accettare cose di questo genere, come il disarmo, ecc. È un perfetto nonsenso il voler predicare il disarmo nell'epoca dell'imperialismo e della guerra civile. La borghesia continuerà ad armarsi malgrado i pii desideri dei pacifisti. E se il proletariato disarmerà o non si armerà, esso si esporrà semplicemente al proprio annientamento. Il ciò appunto consiste l'inganno del proletariato per mezzo delle ideologie pacifiste, il cui scopo è quello di distogliere la classe operaia dalla lotta armata per il comunismo. [...]

 

38. I socialpatrioti

 

Le parole d'ordine ingannevoli, con cui la borghesia imbottiva giorno per giorno i crani delle masse proletarie per mezzo di tutta la sua stampa (giornali, riviste, opuscoli, ecc.), divennero anche le parole d'ordine dei traditori del socialismo.

I vecchi partiti socialisti si dividono in quasi tutti i paesi in tre correnti: i traditori spudorati ma sinceri, o socialpatrioti; i traditori inconfessi e tentennanti, i cosiddetti "centristi"; ed infine quelli che rimasero fedeli al socialismo. Da questi ultimi gruppi si svilupparono più tardi i partiti comunisti.

Come socialpatrioti, vale a dire come predicatori di odio nazionale sotto la bandiera del socialismo, come fautori della politica brigantesca degli Stati borghesi e spacciatori dell'inganno della difesa nazionale, si rivelarono i capi di quasi tutti gli antichi partiti socialisti; In Germania: Scheidemann, Ebert, Heine, David ed altri; in Inghilterra: Henderson; in America: Samuel Gompers (il dirigente dei sindacati); in Francia: Renaudel, Albert Thomas, Jules Guesde ed i dirigenti sindacali come Jouhaux; in Russia: Plechanof, Potressof, i socialrivoluzionari di destra (Breschko-Breschovskaja, Kerenski, Cernof); in Austria: Renner, Seitz, Victor Adler; in Ungheria: Garami, Buchinger ed altri.

Tutti erano per la "difesa" della patria borghese. Alcuni di essi si rivelarono apertamente come fautori di una politica di rapina, dichiarandosi favorevoli alle annessioni di territori stranieri, agli indennizzi di guerra ed alla conquista di colonie (socialimperialisti). Essi appoggiarono, durante la guerra, questa politica non soltanto votando i crediti di guerra, ma facendo attiva propaganda nazionalista ed imperialista. Il manifesto di Plechanof venne affisso in Russia dietro ordine del ministro zarista Chvostof. Il generale Kornilof nominò Plechanof ministro nel suo gabinetto. Kerenski (socialrivoluzionario) e Zeretelli (menscevico) nascosero al popolo i trattati segreti dello Zar; dopo le giornate di luglio il proletariato di Pietrogrado venne da essi perseguitato in tutti i modi; i socialrivoluzionari e i menscevichi presero parte al governo di Kolciak; Rosanof era una spia di Judenic. In una parola, essi furono sempre alleati della borghesia per la difesa della patria di lor signori e per l'annientamento della patria soviettista del proletariato. I socialpatrioti francesi fecero parte di governi di guerra (Guesde, Albert, Thomas), diedero il loro appoggio a tutti i piani annessionisti degli alleati, approvarono l'intervento armato in Russia tendente a soffocare la rivoluzione proletaria. I socialpatrioti tedeschi andarono già sotto Guglielmo al governo (Scheidemann), aiutarono l'imperialismo tedesco a soffocare la rivoluzione finlandese ed a depredare l'Ucraina e la Grande Russia; membri del partito socialdemocratico tedesco (Winnig a Riga) diressero i combattimenti contro operai russi e lettoni; i socialpatrioti assassinarono Carlo Liebknecht e Rosa Luxemburg e soffocarono nel sangue le insurrezioni degli operai comunisti a Berlino, Amburgo, Lipsia, Monaco, ecc. I socialpatrioti ungheresi appoggiarono a suo tempo il governo monarchico e tradirono più tardi la repubblica dei Sovieti. In una parola, essi si sono dimostrati in tutti i paesi i carnefici della classe operaia. [...]

I socialpatrioti (od opportunisti) si trasformarono in aperti nemici della classe proletaria. Nella grande rivoluzione mondiale essi combattono nelle file dei bianchi contro i rossi, in stretta alleanza coi militaristi, capitalisti e latifondisti. S'intende che il proletariato deve condurre contro di essi, come contro la borghesia di cui son diventati strumenti, una lotta senza quartiere.

I residui della seconda Internazionale, che questi partiti cercano di ravvivare, non sono in fondo altro che un ufficio della "Società delle nazioni", un'arma della borghesia nella sua lotta contro il proletariato.

 

39. Il "centro"

 

Questa corrente deve la sua denominazione al fatto che essa si destreggia fra i comunisti da una parte ed i socialpatrioti dall'altra. A questa corrente appartengono in Russia i Menscevichi di sinistra con Martof alla testa; in Germania il partito socialista indipendente con Kautsky e Ledebour; in Francia il gruppo Longuet; in America il partito socialista americano con Hilquith; in Inghilterra una parte del partito socialista britannico ed il partito indipendente del lavoro, ecc.

All'inizio della guerra tutta questa gente, d'accordo con i socialtraditori, era per la difesa nazionale e contro la rivoluzione. Kautsky scriveva allora la cosa più terribile essere "l'invasione nemica" e che soltanto dopo la guerra si potesse riprenderne la lotta contro la borghesia. In tempo di guerra l'Internazionale, secondo Kautsky, non avrebbe nulla da fare. Dopo la "conclusione della pace" il signor Kautsky scriveva che, essendo tutto distrutto, non era il caso di pensare al socialismo. Insomma: durante la guerra non bisogna lottare perché la lotta sarebbe senza prospettive e conviene perciò rimandarla ai tempi di pace; ma, d'altra parte, anche in tempi di pace non si deve lottare perché bisogna ricostruire ciò che la guerra ha distrutto. La teoria di Kautsky è, come si vede, la filosofia del nullismo e dell'impotenza assoluta che addormenta e paralizza le energie del proletariato. Ma il più grave si è che Kautsky iniziò nel periodo rivoluzionario una furibonda campagna contro i Bolscevichi. Dimentico degli insegnamenti di Marx, egli condannò aspramente la dittatura proletaria, il terrorismo, ecc., senza accorgersi di aiutare con ciò il terrore bianco della borghesia. Le sue speranze sono in fondo quelle dei pacifisti (tribunali arbitrali, ecc.), ed in ciò egli non si distingue da un pacifista borghese qualunque.

La politica del "Centro" consiste sostanzialmente in ciò, che esso tentenna impotente fra la borghesia ed il proletariato, inciampa nei propri piedi, volendo conciliare l'inconciliabile e trattenendo il proletariato nei momenti decisivi. Durante la rivoluzione d'ottobre i centristi russi (Martof e comp.) deploravano la violenza dei Bolscevichi; essi cercavano di "riconciliare" tutti, aiutando così la guardie bianche ed indebolendo le energie del proletariato nella sua lotta. Il partito menscevico non espulse nemmeno quelli dei suoi membri che avevano preso parte alle congiure dei generali ed avevano prestato loro servizi di spionaggio. Nei giorni più critici per il proletariato, i centristi organizzarono agitazioni e scioperi a favore della Costituente e contro la dittatura proletaria; durante l'offensiva di Kolciak alcuni di questi Menscevichi lanciarono, d'accordo coi cospiratori borghesi, la parola d'ordine di porre fine alla guerra civile (il menscevico Plesscof). Gli "indipendenti" della Germania, durante le insurrezioni proletarie a Berlino, fecero la parte dei traditori, contribuendo coi loro tentativi "conciliativi" alla disfatta della classe operaia; fra gli "indipendenti" vi sono molti fautori delle collaborazioni coi maggioritari. Ma il più esiziale si è che essi non esplicano nessuna propaganda per l'insurrezione delle masse contro la borghesia, cullando il proletariato con delle parole d'ordine pacifiste. In Francia ed in Inghilterra i centristi "condannano" la controrivoluzione; "protestano" a parole contro l'intervento in Russia, ma rivelano la loro assoluta incapacità di condurre le masse all'azione.

Attualmente i centristi sono altrettanto dannosi quanto i socialpatrioti. Anche i centristi e "Kautskyani" si sforzano di infondere nuova vita al cadavere della seconda Internazionale e di raggiungere una "riconciliazione" coi capitalisti. È evidente che senza una definitiva rottura e senza lotta con essi, la vittoria sulla controrivoluzione non è possibile.

I tentativi di ricostruire la seconda Internazionale vennero fatti sotto la benevola protezione della "Società delle Nazioni", visto che i socialpatrioti sono oggi realmente gli ultimi puntelli dell'ordinamento capitalista in decomposizione. La guerra imperialista poté durare cinque anni, soltanto perché i partiti socialisti avevano tradito la propria classe. Gli antichi partiti socialisti sono per il proletariato il maggiore ostacolo nella sua lotta per l'abbattimento del capitale. Durante la guerra i partiti dei socialtraditori ripetevano ciò che la borghesia loro dettava. Conclusa la pace di Versailles e costituita la "Società delle Nazioni", con la seconda Internazionale, accusa i Bolscevichi di terrorismo, di violazione della democrazia, di "imperialismo rosso". Invece di condurre una lotta a fondo contro gli imperialisti, i socialpatrioti e centristi si fanno banditori delle loro parole d'ordine.

 

40. La Internazionale Comunista

 

Come vedemmo, durante la guerra i socialpatrioti e centristi fecero propria la parola d'ordine della difesa della patria (borghese), dell'organizzazione statale dei nemici del proletariato. Per conseguenza si concluse con la borghesia la "pace civile" che significò sottomissione completa della classe proletaria allo Stato borghese. Venne abolito il diritto di sciopero e di protesta contro la borghesia criminale. I socialtraditori dichiararono: prima bisogna vincere i "nemici esterni" e poi si vedrà. In questo modo gli operai di tutti i paesi vennero abbandonati all'arbitrio della borghesia. Ma alcuni gruppi di socialisti onesti intuirono fin dal principio della guerra che la "difesa della patria" e la "pace civile" avrebbero legato mani e piedi al proletariato e che quelle parole d'ordine sarebbero state un vero tradimento verso la classe operaia. Il partito bolscevico dichiarò già nel 1914 che non la pace interna con la borghesia, ma la guerra civile contro di essa, cioè la rivoluzione, si imponeva e che il primo dovere del proletariato era quello di abbattere la propria borghesia. In Germania il gruppo rimasto fedele alla causa del proletariato era capeggiato da Carlo Liebknecht e da Rosa Luxemburg (il gruppo "Internazionale"). Questo gruppo dichiarò che la cosa più importante era la solidarietà internazionale del proletariato. Poco tempo dopo Carlo Liebknecht lanciò apertamente la parola d'ordine della guerra civile e chiamò la classe operaia all'insurrezione armata contro la borghesia. Così ebbe origine il partito dei Bolscevichi tedeschi, lo "Spartakusbund". Anche negli altri paesi avvennero scissioni degli antichi partiti. In Isvezia si formò il cosiddetto "Partito socialista di sinistra", in Norvegia la sinistra conquistò l'intiero partito. I socialisti italiani durante la guerra avevano sempre tenuta alta la bandiera dell'internazionalismo. Su questo terreno sorsero tentativi di unificazione, che alla conferenza di Zimmerwald e di Kienthal gettarono il seme dal quale doveva più tardi nascere la Internazionale Comunista. Ma ben presto si vide che vi si erano insinuati elementi sospetti del "centro" che di diedero a frenare il movimento. Per questa ragione in seno all'unione internazionale di Zimmerwald si formò la "sinistra zimmerwaldiana", capeggiata dal compagno Lenin. La sinistra zimmerwaldiana era favorevole all'azione risolutiva e criticava aspramente l'atteggiamento del "centro", guidato da Kautsky.

Dopo la rivoluzione di ottobre e l'instaurazione del potere soviettista, la Russia divenne il fulcro principale del movimento internazionale. Per distinguersi dai socialtraditori, il Partito riprese l'antico glorioso nome di Partito Comunista. Sotto l'influenza della rivoluzione russa si formarono partiti comunisti anche in altri paesi. Lo "Spartakusbund" cambiò il suo nome in quello di Partito Comunista della Germania. Si costituirono partiti comunisti in Ungheria, nell'Austria tedesca, in Francia, ed in Finlandia. In America il "centro" escluse l'ala sinistra che si costituì in partito comunista. Il partito comunista d'Inghilterra venne fondato nell'autunno 1919. Dall'unione di questi partiti sorse l'Internazionale comunista. Nel marzo 1919 ebbe luogo al Cremlino, l'antico castello degli zar a Mosca, il primo Congresso Internazionale Comunista nel quale venne fondata la Internazionale Comunista. A questo Congresso parteciparono i rappresentanti dei partiti comunisti russo, tedesco, austro-tedesco, ungherese, svedese, norvegese, finlandese e di altre nazioni, nonché compagni francesi, americani ed inglesi.

Il Congresso accettò all'unanimità la piattaforma programmatica dei compagni tedeschi e russi. Il suo svolgimento dimostrò chiaramente che il proletariato è fermamente deciso a seguire la bandiera della dittatura proletaria, del potere soviettista e del comunismo.

La terza Internazionale assunse il nome di Internazionale comunista, sull'esempio dell'Unione dei comunisti, il cui capo fu Carlo Marx. Con ogni sua azione l'Internazionale Comunista dimostra di seguire le orme di Marx, vale a dire di seguire la via rivoluzionaria che conduce all'abbattimento violento dell'ordinamento capitalista.

Non c'è pertanto da stupirsi se quanto vi è di veramente e onesto e rivoluzionario nel proletariato internazionale, aderisca alla nuova Internazionale, che riunisce tutte le forze dell'avanguardia proletaria. [...]

(FINE Prima parte)

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