Presentazione
Pubblichiamo il "Sunto del Primo libro del Capitale di Karl Marx" che ha per oggetto danalisi il processo di produzione del capitale, ossia la creazione e laccumulo del valore (ricchezza) nella nostra società. Il Sunto, che ricalca il procedimento usato nel testo originale da Marx, venne elaborato nel 1968 ed usato come dispensa per i corsi elementari di economia marxista. Esso è un mezzo di studio del Capitale. Non intende sostituirsi alla lettura del testo originale. E ci auguriamo che esso invogli allo studio dellopera di Marx, fondamentale alla comprensione della società moderna e del suo superamento.
INDICE (SEZIONE PRIMA: La merce e il denaro - CAPITOLO 1° LA MERCE - CAPITOLO 2° IL PROCESSO Dl SCAMBIO - CAPITOLO 3° IL DENARO E LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI - SEZIONE SECONDA: La trasformazione del denaro in capitale - CAPITOLO 4° LA FORMULA GENERALE DEL CAPITALE - SEZIONE TERZA: La produzione del plusvalore assoluto - CAPITOLO 5° PROCESSO LAVORATIVO E PROCESSO DI VALORIZZAZIONE - CAPITOLO 6° CAPITALE COSTANTE E CAPITALE VARIABILE - CAPITOLO 7° IL SAGGIO DEL PLUSVALORE - CAPITOLO 8° LA GIORNATA LAVORATIVA - CAPITOLO 9° SAGGIO E MASSA DEL PLUSVALORE - SEZIONE QUARTA: La produzione del plusvalore relativo - CAPITOLO 10° CONCETTO DEL PLUSVALORE RELATIVO - CAPITOLO 11° COOPERAZIONE - CAPITOLO 12° DIVISIONE DEL LAVORO E MANIFATTURA - CAPITOLO 13° MACCHINE E GRANDE INDUSTRIA - SEZIONE QUINTA: La produzione del plusvalore assoluto e relativo - CAPITOLO 14° LAVORO PRODUTTIVO - CAPITOLO 15° VARIAZIONE DI GRANDEZZA DEI PREZZI DELLA FORZA-LAVORO E NEL PLUSVALORE - CAPITOLO 16° DIFFERENTI FORMULE DEL SAGGIO DEL PLUSVALORE - SESTA SEZIONE: Il Salario - CAPITOLO 17° TRASFORMAZIONE IN SALARIO DEL VALORE E DEL PREZZO DELLA FORZA-LAVORO - CAPITOLO 18° SALARIO A TEMPO - CAPITOLO 19° SALARIO A COTTIMO - CAPITOLO 20° DIFFERENZA NAZIONALE DEI SALARI - SEZIONE SETTIMA: Il processo di accumulazione del capitale - CAPITOLO 21° RIPRODUZIONE SEMPLICE - CAPITOLO 22° TRASFORMAZIONE DEL PLUSVALORE IN CAPITALE - CAPITOLO 23º COMPOSIZIONE DEL CAPITALE - CAPITOLO 24º LA COSIDDETTA ACCUMULAZIONE ORIGINARIA - CAPITOLO 25º LA TEORIA MODERNA DELLA COLONIZZAZIONE)
LA MERCE
1) I due fattori della merce.
Tutto ciò che si produce nella moderna società lo si produce per il mercato. Tanto i prodotti dell'industria quanto quelli dell'agricoltura sono destinati dai loro produttori al mercato. Anche in passato i prodotti del lavoro sono stati destinati, entro certi limiti, al mercato. Ma è soltanto con il capitalismo che tale risultato diventa generale. Qui &endash; in linea di massima &endash; tutti i prodotti assumono la forma di merce. L'analisi del modo capitalistico di produzione non può partire dunque che dall'esame di quest'unità economica elementare che è la merce.
Che cos'è la merce? Merce è qualsiasi cosa esterna prodotta dal lavoro, utile a soddisfare dati bisogni. Essa possiede due caratteristiche e proprietà: a) quella di appagare dati bisogni umani (il pane per esempio nutre); b) quella di scambiarsi con altre merci secondo una certa proporzione (un chilo di pane si scambia per esempio con un litro di vino). Nella prima accezione la merce è un valore d'uso. Nella seconda è un valore di scambio, o più semplicemente un valore. Come valori d'uso le merci differiscono l'una dall'altra secondo le differenti qualità fisiche ed organolettiche. Come valori esse differiscono invece soltanto per la quantità; possono cioè avere più o meno valore.
Qualità essenziale della merce però è di essere un prodotto di lavoro; un prodotto di lavoro in generale, non individuale ma sociale. L'oggetto duso acquista valore soltanto se è filtrato dal lavoro, se incorpora lavoro umano. Tuttavia una cosa può essere valore d'uso senza possedere valore. Ciò avviene quando la sua utilità non è ottenuta mediante lavoro (es.: la luce del sole, l'aria, la terra vergine, ecc.).
a) SOSTANZA Dl VALORE
Si è detto che il valore di scambio è il rapporto quantitativo in cui una merce si scambia con un'altra merce. Ma da che cosa dipende il suo valore di scambio? In che misura una merce si scambia con un'altra merce?
Se facciamo astrazione delle loro differenti caratteristiche fisiche, permane nelle merci una sostanza comune, che le rende uguali l'una all'altra, nonostante l'estrema loro diversità qualitativa. La sostanza comune, che rende le merci confrontabili e convertibili reciprocamente consiste nel fatto che esse sono prodotto di lavoro umano, materializzazioni di lavoro. Sostanza comune delle merci è dunque il lavoro. Ed il lavoro è la fonte del valore. Il valore di una merce qualsiasi dipende dal lavoro incorporato in essa.
Il lavoro che crea il valore delle merci però, non è il lavoro individuale impiegato dal singolo produttore, bensì il lavoro medio sociale occorrente alla loro produzione.
b) GRANDEZZA DI VALORE
Se il valore di una merce dipende dal lavoro in essa incorporato, come se ne determina la grandezza? La grandezza si determina mediante la quantità della sostanza "valorificante" (il lavoro) da essa contenuta. Ma la quantità di lavoro si misura a sua volta con la durata temporale, ossia con il tempo di lavoro, calcolato a frazioni di tempo, come ora, giorno, mese ed anno. Quindi la misura della grandezza del valore è data dal tempo di lavoro.
Il tempo di lavoro di una merce è quello occorrente alla sua produzione in condizioni medie sociali. Benché tali condizioni varino di tempo in tempo e di paese in paese, ciononostante, in un'epoca data ed in un paese determinato, questo tempo di lavoro è dato, determinato. Ma che cosa significa specificatamente tempo di lavoro medio sociale? Significa che per merci della stessa natura, prodotte nello stesso periodo di tempo, si considera tempo di lavoro, non quello individuale del singolo produttore, bensì quello medio risultante dalla somma dei lavori oggettivati in quelle merci.
Il tempo di lavoro è una grandezza variabile. Esso varia con il cambiamento della forza produttiva del lavoro, che si verifica in conseguenza di molteplici fattori (sviluppo della tecnica, combinazioni sociali del lavoro, particolari situazioni naturali). La grandezza di valore di una merce varia comunque direttamente con il variare della quantità di lavoro, e inversamente col variare della forza produttiva. A determinare la grandezza del valore resta quindi soltanto il tempo di lavoro socialmente necessario a fornire un dato valore d'uso.
2) Duplice carattere del lavoro rappresentato nelle merci.
La merce si presenta dunque in duplice forma: a) come oggetto d'uso; b) come valore. Ma anche il lavoro contenuto nella merce ha un doppio aspetto: a) quello di creare valore, per la proprietà di essere lavoro umano; b) quello di creare valori d'uso diversi per effetto della diversità dei lavori utili stessi. Il produttore individuale, nell'atto di realizzare un prodotto, da una parte crea un valore, in quanto tale prodotto incorpora una data quantità di lavoro; dall'altra crea un oggetto utile come risultato peculiare del suo particolare e specifico lavoro (lavoro di agricoltore, di fabbro, di calzolaio, di sarto, ecc.). Perché gli oggetti d'uso possono scambiarsi l'uno con l'altro come merci, occorre che siano differenti (il grano non si scambia con il grano, lo stesso oggetto non si scambia con lo stesso oggetto). Per creare l'insieme degli oggetti d'uso occorrono quindi lavori svariati. Questi lavori quantunque vengano eseguiti dai singoli produttori privati, l'uno indipendentemente dall'altro, alla fine risultano costituire parti di un sistema unico di produzione, elementi della divisione sociale del lavoro. Ed in effetti, in una società nella quale domina la forma di merce del prodotto, la differenza qualitativa dei vari lavori utili, eseguiti dai singoli produttori autonomi, dà luogo, e deve dar luogo, ad un sistema pluriarticolato, alla divisione sociale del lavoro.
Il carattere duplice del lavoro contenuto nella merce sta dunque in questo: a) che gli uomini, lavorando gli uni per gli altri, a loro insaputa fanno dei loro lavori individuali un lavoro sociale; b) che inoltre i loro lavori privati, differenti l'uno dall'altro, diventano uguali nel momento dello scambio. Lo scambio, mettendo sul piano di uguaglianza i loro differenti prodotti, stabilisce un rapporto sociale che riporta i valori individuali delle merci al tempo medio sociale occorrente a produrle.
La circostanza che gli oggetti d'uso vengono scambiati fra i produttori, non fa poi mutare il rapporto esistente fra valore d'uso e lavoro. Il lavoro, come generatore d'oggetti d'uso, è sempre necessario in qualsiasi forma della società. Esso è condizione di esistenza dell'uomo, mezzo con il quale si mantiene in vita e si sviluppa. Quindi, mentre la merce è soltanto una forma storica della produzione, il valore d'uso rimane tale in qualsiasi formazione economica della società.
RIDUZIONE A LAVORO SEMPLICE DEI GENERI VARI DI LAVORO.
Per adattare la materia a sé, ossia per trasformare le materie naturali, occorrono lavori di tipo diverso, di grado e di sviluppo differenti. Facendo astrazione dal suo carattere utile, il lavoro, dal punto di vista esclusivo del valore, si presenta soltanto come dispendio di forza lavorativa umana, che ognuno in media possiede nel proprio organismo fisico. Tale dispendio di forza lavoro, senza sviluppo particolare, istruzione speciale, ecc., è il lavoro semplice. Per contro, tutti gli altri tipi di lavoro, che richiedono un grado maggiore di abilità, un'istruzione particolare, sforzi maggiori, ecc., sono lavoro complesso. Ogni lavoro complesso consiste in una quantità maggiore di lavoro semplice, può considerarsi come lavoro semplice potenziato o moltiplicato, e può quindi ridursi a lavoro semplice. La riduzione del lavoro complesso a lavoro semplice avviene in pratica senza che ce ne accorgiamo, per mezzo degli scambi e della moneta.
3) La forma di valore.
Si è detto che il valore della merce dipende dal tempo di lavoro. Orbene, se il valore nasce dal lavoro, esso si manifesta però nello scambio. Il valore è una realtà sociale. In effetti, senza conversione di una merce in un'altra, non si potrebbe parlare di valore delle merci. Pertanto, mentre il valore origina dal tempo di lavoro, ed è quest'ultimo a reggere gli scambi, i rapporti di scambio; è però soltanto per mezzo degli scambi che esso può esprimersi.
Tutte le merci, in quanto coaguli di lavoro, possono sostituirsi, indifferentemente, l'una nell'altra. Questa conversione onnilaterale delle merci tra di loro, è direttamente connessa alla loro forma di valore. Bisogna ora analizzare tale forma di valore per svelare i misteri inerenti alla natura del valore, fino alle sue espressioni più appariscenti, quale il denaro.
I prodotti del lavoro acquistano la forma di merce in quanto posseggono una duplice forma: a) la forma naturale; b) la forma di valore. Ora, si può voltare e rigirare una merce quanto si vuole, questa non rivelerà nessun atomo di valore. In che cosa consiste allora l'oggettività del valore? Abbiamo visto che le merci sono espressione di lavoro umano. In quanto coaguli di lavoro umano esse oggettivano valore, sono l'oggettivazione del valore, rappresentano l'oggettività del valore. L'oggettività del valore non ha quindi niente di naturale; è puramente sociale, e si può manifestare unicamente nel rapporto sociale fra merce e merce, cioè nello scambio.
Anche se non si sa altro, tutti però sanno che le merci hanno una forma di valore inconfondibile: la forma di denaro; dato che col denaro si compra qualsiasi merce. Poiché il denaro è la forma di valore più sviluppata, più astratta, la forma per eccellenza, quella che abbaglia gli occhi di tutti; si tratta allora di vedere da dove esso origina. Con tale indagine vengono difatti alla luce tutti gli enigmi della forma valore e della sua espressione ultima, il denaro.
a) FORMA SEMPLICE DI VALORE
Poniamo la seguente uguaglianza o equazione:
Qui le due merci di genere differente sono messe a raffronto l'una con l'altra. La prima, il grano, esprime il suo valore nel valore d'uso della seconda, le scarpe. Si trova pertanto in posizione relativa di valore. Le scarpe, che sono la merce che fa da specchio al grano, si trovano invece in posizione di equivalente. Tanto la forma relativa di valore quanto quella di equivalente, sono momenti inseparabili, ma polari, opposti l'uno all'altro, dell'espressione di valore. Benché si possano invertire indifferentemente le parti e mettere al posto del grano le scarpe, la stessa merce non può contemporaneamente stare nelle due forme specificate. O si trova in posizione relativa, o si trova in posizione di equivalente.
Quando diciamo che la merce come valore è cristallizzazione di lavoro umano, con ciò ci fermiamo all'astrazione valore, ma non diamo ancora alcuna forma al valore. La forma di valore appare (e può soltanto apparire) nel momento della relazione di una merce con un'altra merce. Nell'esempio le scarpe rappresentano per l'appunto la forma di valore del grano. Il grano può esprimere il proprio valore in quanto ed esclusivamente perché il valore d'uso delle scarpe gli fa da equivalente. Così, mediante il rapporto di valore, il corpo materiale di una merce diventa forma di valore di un'altra merce. Evidentemente la forma di valore non esprime soltanto valore in generale. Esprime anche una grandezza determinata di valore; per cui, ad ogni variazione di valore che si verifica nelle due merci messe a raffronto, se ne modifica il rapporto relativo.
Nell'equazione, il ruolo attivo è svolto dalla merce che si trova nella posizione relativa di valore. Per quanto riguarda partitamente la forma di equivalente, si debbono mettere in rilievo le seguenti particolarità: a) il valore d'uso della merce, che si trova in posizione di equivalente diventa la forma del valore, ossia il corpo dell'oggetto funge, entro la relazione di scambio, da forma del valore; b) il lavoro concreto, specifico, utile, contenuto nella merce, diventa espressione di lavoro astratto; c) il lavoro privato diventa lavoro in forma immediatamente sociale.
b) FORMA DISPIEGATA DI VALORE
La forma semplice di valore trapassa ben tosto in una forma più sviluppata. Se mettiamo a raffronto il quintale di grano, oltre che col paio di scarpe anche con altre merci, quali un ettolitro di vino, una zappa, un pantalone, ecc., otteniamo differenti espressioni di valore. Tante quante sono le merci con le quali il grano si specchia. In questo caso il valore del grano si presenta in una serie di corpi materiali di merci, oppure, il che è la stessa cosa, esso si presenta come lavoro indifferenziato che equivale ad ogni altro lavoro. La merce grano non sta più ormai in relazione con una sola merce (forma semplice di valore), bensì con più merci, col mondo delle merci (forma dispiegata di valore).
c) FORMA GENERALE DI VALORE
Così come abbiamo espresso il valore del grano in rapporto a tutte le altre merci, possiamo altrettanto, rovesciando i termini dell'eguaglianza, vale a dire mettendo al posto del grano l'ettolitro di vino, il paio di scarpe, la zappa, il pantalone, esprimere il valore di tutte queste altre merci in relazione al grano. Con questo rovesciamento di posizione il grano, da merce che esprimeva il suo valore in una serie di merci differenti, funge da forma di valore delle altre merci. Esso diventa in tal modo la forma generale di valore.
Volendo riscontrare sul terreno storico la forma dispiegata di valore, ci accorgiamo che essa sorge allorquando un prodotto di lavoro, per esempio il bestiame, viene scambiato con merci differenti, non più in modo sporadico, ma in forma abituale.
La forma generale del valore sorge come opera comune del mondo delle merci, in quanto essa sola mette tutte le merci in reciproco rapporto fra loro, quali valori di scambio. Nell'esempio, la forma corporea del grano diventa l'incarnazione sociale palpabile di ogni lavoro umano: è la forma generale di equivalente.
d) FORMA DI DENARO
Il passaggio dalla forma generale del valore, in cui qualsiasi merce può fungere da equivalente, alla forma di denaro del valore, non è che immediato. La merce che a mano a mano è venuta ad assumere socialmente la forma di equivalente, è diventata merce denaro, moneta.
Prima che la merce oro acquistasse questo posto di privilegio altre merci (bestiame, sale, metalli, ecc.) hanno ricoperto tale ruolo.
4) L'arcano e il carattere di feticcio della merce.
La merce, considerata quale oggetto d'uso, è una cosa molto semplice che non dà luogo a nessun problema particolare. È un prodotto del lavoro umano, un risultato dell'opera dell'uomo rivolta ad adattare la natura a sé; e tale resta.
Tutt'altra cosa diventa invece quando la si considera come valore di scambio, ossia come valore. In quest'ultimo aspetto, la merce diventa una cosa imbrogliatissima e misteriosa.
Da che cosa dipende questo carattere misterioso del prodotto del lavoro appena assume la forma di merce? Dipende esattamente da tale forma; dalla forma di merce. La forma valore, come si è potuto constatare, dà una falsa idea dei rapporti che intercorrono tra i produttori. Il valore di scambio, che non è altro che un modo di misurare il tempo impiegato nel produrre una merce, si trova così profondamente compenetrato nella merce che sembra una proprietà naturale degli stessi prodotti del lavoro.
Gli oggetti d'uso diventano merci in quanto sono prodotti di lavori privati, eseguiti l'uno indipendentemente dall'altro. L'insieme di questi lavori privati costituisce il lavoro sociale complessivo. I produttori di queste merci entrano in rapporti reciproci mediante lo scambio di esse. È nello scambio che i lavori privati rivelano la loro natura sociale, la qualità di essere articolazioni del lavoro sociale complessivo. Senonché rivelano tale qualità non direttamente sotto forma di relazioni tra i produttori, bensì come rapporti tra cose. I rapporti reciproci fra i produttori si presentano sotto forma di un rapporto tra cose.
L'aspetto misterioso della merce sta nel fatto che la forma di merce del prodotto del lavoro fa apparire il carattere sociale dei lavori privati come proprietà naturali delle cose stesse, ed il rapporto sociale fra i produttori e il lavoro complessivo, come rapporto sociale degli oggetti. Ai produttori le relazioni fra di loro intercorrenti, appaiono come rapporti materiali; mentre le relazioni tra le merci appaiono rapporti sociali fra le cose.
Qualche cosa di analogo avviene nella religione. Qui le immagini create dagli uomini vivono autonomamente tra di loro e in posizione di superiorità rispetto ai creatori delle immagini stesse. Appena dunque i prodotti del lavoro acquistano la forma di merce, essi assumono una vita autonoma, separata dal produttore; anzi, che sta al disopra di esso e lo determina nelle sue relazioni sociali. Il movimento sociale, prodotto dall'attività degli uomini, diventa un movimento di cose al quale essi debbono sottostare. È questo il carattere di feticcio della merce.
Questo carattere di feticcio è legato alla produzione di merci e quindi, anche se in modo differente, a tutte le formazioni economiche della società basate sul mercantilismo.
La merce dunque non è una cosa quando la si considera dal punto di vista del valore. Da questo punto di vista è un rapporto sociale. La forma di valore ne rappresenta l'espressione compiuta. Il denaro la forma più perfetta e socialmente tangibile. Il capitale l'espressione storica più potente.
Proprio il capitale &endash; valore che si valorizza &endash; sospinge tale caratteristica della merce all'estremo. Il dominio del valore di scambio sul valore d'uso, del prodotto sul produttore, si manifestano in tutta la loro estensione e profondità appunto in regime capitalistico.
IL PROCESSO Dl SCAMBIO
5) Lo scambio genera il denaro.
Per andare sul mercato le merci debbono esservi accompagnate dai loro possessori; e in effetti i possessori ve le portano, perché lo scopo per il quale le hanno prodotte è di alienarle in cambio di altre merci, il cui valore d'uso possa soddisfarli. Per il produttore la merce vale non in quanto valore d'uso, ma in quanto condensato di valore (porta-valore). Perciò le merci devono cambiare necessariamente di mano: scambiarsi.
Tanto più è sviluppata la produzione di merci, tanto più il valore di scambio si autonomizza e si impone sul valore d'uso: tanto più lo scambio si allarga e si intensifica.
a) FORMA DEL RAPPORTO DI SCAMBIO
Nell'alienare le merci i produttori entrano in rapporti reciproci. Affinché essi possano cedersi scambievolmente le loro merci, è necessario che se ne riconoscano proprietari privati, in altri termini, che si riconoscano indipendenti l'uno dall'altro. Nella permuta l'incontro delle contrapposte volontà prende la forma del contratto (rapporto di volontà). Ma tale contratto non è che il riflesso del rapporto economico delle merci, poiché qui le persone esistono reciprocamente solo come possessori di merci.
b) DETERMINAZIONE SOCIALE DEL CARATTERE UTILE DELLA MERCE
Lo scambio mette a raffronto le merci in quanto valori, mentre è solo dopo lo scambio che si realizza per il possessore il loro valore d'uso. Ma perché le merci possano realizzarsi come valori occorre che siano valori d'uso e che ciò venga constatato prima. Come soddisfare a queste condizioni contraddittorie?
Si è visto già che le merci possono dimostrare il loro valore unicamente con il loro confronto reciproco, oppure mediante il raffronto con un'altra merce che faccia da equivalente generale e la cui utilità risulti quindi già accertata. Ora è soltanto l'azione sociale di tutte le merci che può fare di una merce determinata l'equivalente generale. Il processo di scambio genera dunque il denaro. Una merce data viene, per consenso comune, messa da parte e utilizzata per esprimere i valori reciproci delle merci.
c) MOLTEPLICI FORME DEL DENARO
Da principio è puramente casuale che a svolgere tale funzione sia una merce specifica. A mano a mano però la funzione passa a merci che presentano requisiti materiali idonei, come i metalli preziosi. Poiché i valori differiscono soltanto quantitativamente, caratteristica della merce denaro deve essere almeno la sua divisibilità. L'oro e l'argento lo sono a volontà. Questa caratteristica ed altre spiegano perché l'oro e l'argento costituiscono da parecchi millenni la forma universale di denaro.
La merce che funge da denaro viene ad acquistare un doppio valore d'uso: a) quello di essere oggetto utile particolare; b) quello di servire come denaro.
Il denaro nella sua essenza non è altro dunque che lavoro umano astratto. Naturalmente la merce denaro, come ogni altra merce riceve il suo valore dal lavoro, dal tempo di lavoro. Il processo di scambio le conferisce soltanto la forma specifica di valore, di denaro, di moneta.
Poiché l'oro appena estratto dalle viscere della terra diventa immediatamente, in quanto merce-denaro, incarnazione del lavoro umano, nel denaro il feticismo della merce diventa accecante.
IL DENARO E LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI
6) Misura dei valori.
Supposto che l'oro funga da denaro, la sua prima funzione è di fornire alle merci la materia mediante cui esprimere i loro valori rispettivi. L'oro diventa cosi misura universale dei valori, delle merci, del tempo di lavoro (beninteso le merci non acquistano da esso il valore, in esso lo rispecchiano soltanto).
LA FORMA DI PREZZO
Come misura di valori il denaro esprime i valori delle merci in prezzi (non cambia sostanzialmente niente se l'oro varia di valore). Una variazione del valore dell'oro può produrre tutt'al più una contemporanea variazione dei valori relativi reciproci dell'oro e delle altre merci. Il prezzo di una merce è il nome monetario della stessa.
Sviluppandosi come unità di misura dei valori, l'oro diventa, in seguito alla propria suddivisione interna in parti aliquote, esso stesso scala dei prezzi. Adempie così una seconda funzione. Come misura di valori trasforma in prezzi (quantità ideali di oro) i valori delle merci. Come scala dei prezzi misura le quantità di oro (le parti aliquote) dell'unità di misura fissata socialmente.
La forma prezzo indica due cose: a) la grandezza di valore delle merci; b) la parte aliquota dell'unità di misura prestabilita contro cui la merce è scambiabile. Nel primo aspetto esprime il rapporto di scambio con il denaro. Nel secondo la proporzione effettiva di scambio che può divergere dalla grandezza di valore, in conseguenza delle variazioni in più o in meno in cui la merce è alienabile in date circostanze. La forma di prezzo della merce cela quindi un'incongruenza quantitativa tra prezzo e grandezza di valore. La grandezza di valore tramutandosi in prezzo può stabilire variazioni in più o in meno, secondo le circostanze.
La possibilità di tale incongruenza risiede nella forma stessa di prezzo. Ciò che poi non è affatto un difetto di tale forma; la quale anzi esprime così adeguatamente il procedere anarchico del modo di produzione; in cui la regola si afferma come legge media della sregolatezza. La forma di prezzo però può celare un'incongruenza qualitativa, nel senso che il prezzo cessi di essere espressione di valore (coscienza, onore, ecc. ) .
7) Metamorfosi delle merci.
Oltre ad essere misura dei valori e scala dei prezzi, il denaro è mezzo di circolazione: l'agente del processo di scambio delle merci. Ora le merci possono passare di mano in mano solo compiendo una serie di cambiamenti di forma. Ogni possessore di merce, che desidera scambiare la propria con un' altra merce, se non ha denaro deve prima vendere la sua, e col denaro ricavato comprare quella che desidera. Sul mercato si affrontano continuamente venditori e compratori e le merci compiono una serie di passaggi da un soggetto all'altro; una serie di conversioni da corpo di merce in denaro e da denaro in corpo di merce. Il processo di scambio della merce avviene quindi attraverso i seguenti mutamenti di forma:
M - D - M
Tale mutamento di forma si svolge in due momenti opposti, integrantisi a vicenda: vendita; compera.
a) VENDITA
La prima metamorfosi è la conversione della merce in denaro: la vendita (M-D). La vendita è il passaggio più "rischioso" per le merci, perché solo così esse possono provare di valere, e di essere utili per la società. Inoltre, l'atto M-D presuppone che il possessore di denaro abbia tale denaro per avere scambiato in precedenza altre merci. Quindi essa lascia presupporre che è un momento di una serie infinita di compere e di vendite.
b) COMPERA
La seconda, la compera (D-M), è più agevole in quanto il denaro, alienabile per eccellenza, può tramutarsi immediatamente in tutte le merci. Ma anche per essa vale, per il resto, quanto si è detto per la vendita.
Il movimento complessivo delle due metamorfosi costituisce un ciclo: il ciclo della circolazione delle merci. Tale circolazione differisce radicalmente dallo scambio semplice dei prodotti, ove si ha unicamente un passaggio di mano e di luogo di valori d'uso, entro limiti individuali e locali molto ristretti. Per converso nella circolazione delle merci il cambiamento è continuo. La compera e la vendita non sono assolutamente simultanee. L'identità fra dare e ricevere, tipica dello scambio dei prodotti, qui è spezzata. Ora si sviluppano una serie di nessi sociali, incontrollabili dalle stesse persone che agiscono nella circolazione; e l'antitesi fra valore di scambio e valore d'uso genera quella possibilità di crisi, che può diventare realtà non appena si verifichino alcune condizioni, che non esistono ancora sulla base della circolazione semplice delle merci.
8) Corso del denaro.
Il posto del denaro è nella sfera di circolazione delle merci, dove esso passa incessantemente di mano. L'incessante passaggio di mano costituisce il corso del denaro. Poiché il denaro si aggira costantemente in questa sfera, occorre sapere quanto denaro necessita in circolazione.
In un dato paese avvengono ogni giorno innumerevoli vendite e innumerevoli compere. Perché le merci circolino agevolmente è necessario che la quantità di denaro corrisponda alla somma dei prezzi delle merci in circolazione. Infatti la massa del denaro circolante è determinata dalla somma dei prezzi delle merci.
Poiché i prezzi delle merci, rimanendo invariati i loro valori, variano col variare del valore dell'oro, la massa del denaro circolante varia in proporzione. Supposta poi una data massa di merci, il volume del denaro circolante fluttua colle oscillazioni di prezzo delle merci.
A parte queste correlazioni, per stabilire con esattezza la quantità di denaro circolante in un dato momento, bisogna considerare la velocità di corso del denaro, vale a dire il numero di giri che compie l'unità monetaria in tale tempo. Considerando quest'ultimo coefficiente si ottiene la seguente legge: "La massa del denaro in circolazione equivale alla somma dei prezzi delle merci divisa per la velocità media del denaro".
Evidentemente, poiché la quantità di denaro complessiva occorrente in circolazione dipende dai seguenti fattori: a) la massa delle merci circolanti; b) il movimento dei prezzi; c) la velocità di corso della moneta; le combinazioni che ne possono sorgere sono molteplici.
Dato che il corso del denaro riflette in genere la circolazione delle merci, ossia le opposte metamorfosi delle merci, nella sua velocità si riflette la velocità delle trasformazioni delle merci: l'unità fluida dei due processi di compera e vendita. Viceversa, nel suo rallentamento di corso si manifestano la separazione e il farsi indipendenti e opposte di compere e vendite: il ristagno del ricambio materiale.
Da cosa scaturisce questo ristagno è cosa che non si può vedere dall'aspetto della circolazione. Questa mostra soltanto il fenomeno. La causa risiede nella base economica: nella produzione e nello scambio materiali delle merci. L'economista volgare invece lo spiega con l'insufficienza dei mezzi di circolazione (scarsezza di moneta).
Delle diverse combinazioni, a cui può dar luogo la massa dei mezzi di circolazione col variare dei differenti fattori, si enumerano qui le più importanti nella storia dei prezzi delle merci. a) Eguali rimanendo i prezzi delle merci, sale la massa del denaro circolante o coll'aumento della massa delle merci, o con il rallentamento del corso del denaro; mentre scende nel caso contrario.
b) A prezzi delle merci generalmente crescenti, la massa del denaro circolante può rimanere uguale se diminuisce la quantità delle merci, o se il corso del denaro aumenta altrettanto rapidamente del rialzo dei prezzi.
c) A prezzi delle merci generalmente calanti la massa del denaro circolante può rimanere uguale se cresce in proporzione la massa delle merci, oppure decresce in proporzione la velocità di corso del denaro.
Come si vede le variazioni dei diversi fattori possono compensarsi reciprocamente; di modo che in un periodo dato &emdash; nonostante la continua instabilità &emdash; si ottiene in ogni paese un livello medio della massa di denaro circolante.
Tale livello è più costante di quanto sembri a prima vista e, eccettuate le perturbazioni periodiche che nascono dalle crisi di produzione, dalle crisi commerciali, e qualche volta da una variazione del valore del denaro, si mantiene stabile.
9) La moneta. Segno del valore.
Come mezzo di circolazione il denaro acquista la figura di moneta. La moneta aurea col suo movimento circolatorio si consuma. Col tempo si usura. Avviene così che il suo titolo non corrisponde più alla sua sostanza. La separazione dell'aspetto nominale dal contenuto reale ed il progressivo allontanamento introduce il bisogno di impiegare simboli o marche al posto della moneta aurea. Considerata quale strumento di circolazione la moneta non è che segno di se stessa. Perciò può essere sostituita da semplici segni, purché socialmente riconosciuti. Ad imprimere validità sociale provvede lo Stato mediante l'emissione di carta moneta.
Fintantoché le cedole di carta, emesse dallo Stato, corrispondono alla massa d'oro sostituita, il processo di circolazione rispecchia le leggi del corso del denaro. Una legge specifica della circolazione cartacea può nascere solo dal rapporto tra moneta e oro e può enunciarsi così: "L'emissione di carta-moneta deve corrispondere alla massa d'oro da essa simbolicamente rappresentata".
La carta moneta essendo segno d'oro (segno di denaro) che acquista validità mediante il corso forzoso imposto dallo Stato, può valere soltanto entro i suoi limiti territoriali. Quando si esce dalla circolazione interna di un paese, il metallo denaro deve spogliarsi delle varie forme assunte e ritornare alla sua forma di verga: moneta universale.
10) Denaro.
a) TESAURIZZAZIONE
Nella circolazione la funzione del denaro è quella di perpetuum mobile. Appena la serie delle metamorfosi viene interrotta e la vendita non è integrata da una compera successiva, il denaro viene immobilizzato. Con lo svilupparsi della stessa circolazione delle merci, si sviluppa la necessità e la passione di fissare il ricavato della vendita, il denaro, nella sua forma fisica d'oro. Si vende merce, non per comprare merce, ma per sostituire merce con denaro. Il denaro, invece di servire da intermediario, si pietrifica in tesoro ed il venditore di merce diventa tesaurizzatore.
Ai primordi della circolazione delle merci soltanto l'eccedenza di valori d'uso si cambia in denaro. Oro e argento sono così il simbolo della ricchezza. Con l'ulteriore sviluppo della produzione di merci, nessun produttore può fare a meno di denaro. Su tutti i punti del traffico si formano così tesori d'oro e d'argento. Con l'estensione della circolazione delle merci cresce il potere del denaro, forma sempre pronta della ricchezza sociale, e con ciò la spinta alla tesaurizzazione .
Accanto alla forma immediata della tesaurizzazione che consiste nel pietrificare denaro, vi è quella estetica, che consiste nel possesso di mercanzia d'oro e d'argento.
Nella circolazione metallica la tesaurizzazione adempie a parecchie funzioni e serve da canale di afflusso e di deflusso del denaro circolante a seconda delle oscillazioni di volume, prezzi, e di velocità della circolazione di merci.
b) MEZZO Dl PAGAMENTO
Con lo sviluppo della circolazione delle merci subentrano situazioni nuove. A volte, tra la vendita di una merce e la realizzazione del suo prezzo, può intercorrere un intervallo di tempo. Le merci esigono periodi di produzione differenti; alcune debbono essere spedite in luoghi lontani, ecc. Ogniqualvolta tra merce e denaro non c'è comparsa contemporanea, il denaro agisce quale mezzo di pagamento. Il venditore diventa creditore, il compratore debitore. (Questo rapporto di creditore e debitore contiene un antagonismo che può assumere forme sempre nuove).
Il denaro qui funziona: a) come misura di valore; b) come mezzo ideale di compera. Nella circolazione il denaro si cristallizza in tesoro allorché alla vendita non segue la compera. Come mezzo di pagamento esso entra in circolazione solo allorquando la merce ne è già uscita. Quindi il venditore converte la merce in denaro, o per acquistare altri oggetti utili, o per conservare il denaro sotto forma di tesoro. Il compratore-debitore dovrà vendere per poter pagare, in quanto se non paga alla scadenza, subirà esecuzioni forzate. In quest'ultimo caso la trasformazione della merce in denaro scaturisce da un bisogno sociale al quale il debitore non può sottrarsi.
La separazione temporale tra compera e vendita, da cui sorge la funzione del denaro come mezzo di pagamento, permette da un lato una notevole economia di mezzi di circolazione, e dall'altro la concentrazione spaziale dei pagamenti (banche, stanze di compensazione). Se i pagamenti da farsi ad una certa data si equivalgono, essi si compensano reciprocamente; in tale modo una massa di monete viene eliminata dalla circolazione. Ma la funzione del denaro come mezzo di pagamento implica una contraddizione: appena debbono effettuarsi pagamenti reali il denaro perde ogni figura di intermediario ed assume le sembianze di merce assoluta originarie, di oro. Tale contraddizione si manifesta in maniera lampante durante le crisi di produzione e le crisi commerciali, periodo detto di "crisi monetaria", nel corso del quale il denaro deve scintillare nella sua forma piena e tangibile e non è più sostituibile con merci profane.
Tenendo conto dei mezzi di pagamento, il totale del denaro circolante in un periodo determinato, data la velocità dei mezzi di circolazione e di pagamento, equivale ora alla somma dei prezzi delle merci che debbono essere realizzate e del totale dei pagamenti venuti a scadenza, meno il totale dei pagamenti che si compensano.
Dalla funzione del denaro come mezzo di pagamento sorge la moneta di credito. Questa a sua volta ne allarga l'ambito. Lo sviluppo del denaro come mezzo di pagamento esige l'accumulo di scorte di denaro per i giorni di scadenza. Mentre col progredire della società la tesaurizzazione scompare come forma autonoma di arricchimento, e ricompare nella forma di fondi di riserva dei mezzi di pagamento.
c) MONETA MONDIALE
Uscendo dalle sfere della circolazione interna, il denaro si spoglia delle forme locali assunte e si ripresenta nella forma originaria di verghe di metalli nobili. Solo sul mercato mondiale il denaro funziona completamente come la merce la cui forma naturale è al contempo incarnazione di lavoro umano in astratto. Qui il suo modo di esistere corrisponde al suo concetto.
A differenza di quanto avviene per ogni singolo paese, sul mercato mondiale regna una doppia misura di valore: l'oro e l'argento. Come per la circolazione interna così pure per la circolazione sul mercato mondiale ogni paese ha bisogno di un fondo di riserva.
1) La formula generale del capitale.
La produzione di merci costituisce la base storica del capitalismo. La circolazione delle merci ne rappresenta il punto di partenza. Il commercio mondiale ne apre nel XVI secolo la storia moderna.
Se si considerano astrattamente le forme economiche scaturite dalla circolazione delle merci, si vede che l'ultimo prodotto di questa è rappresentato dal denaro. Il denaro diventa la prima forma fenomenica del capitale.
Storicamente il capitale si contrappone sempre come patrimonio in denaro (capitale mercantile, capitale usuraio) alla proprietà fondiaria. E tutt'oggi il capitale entra sempre in scena sotto forma di denaro. Denaro come semplice denaro e denaro come capitale differiscono in un primo momento soltanto per la forma diversa di circolazione.
Come si è già visto la forma immediata della circolazione delle merci è costituita dal processo: Merce-Denaro-Merce (M-D-M), trasformazione di merce in denaro e ritrasformazione di denaro in merce: vendere per comprare. Ora accanto a questa forma ne troviamo un'altra, differente: Denaro-Merce-Denaro (D-M-D), trasformazione di denaro in merce e ritrasformazione di merce in denaro: comprare per vendere. Il denaro che percorre questo ultimo ciclo si trasforma in capitale; è già "capitale per sua destinazione".
Come traspare dalle formule stesse, l'ultimo processo (D-M-D) si compone degli stessi elementi del primo: due fasi antitetiche; medesimi personaggi; unità del ciclo. Nondimeno esistono alcune distinzioni di forma che celano già differenze di contenuto. Difatti, se si confrontano le due formule (M-D-M) e (D-M-D) si vede di primo acchito che in esse l'ordine delle due fasi del ciclo è inverso. Nella circolazione semplice delle merci si comincia con la vendita e si termina con la compera. Nella circolazione del denaro come capitale si inizia invece con la compera e si finisce con la vendita. Nella prima forma il denaro è speso. Nella seconda è soltanto anticipato. Inoltre nella prima forma si parte da un estremo, la merce, e si conclude con un altro estremo, la merce. Il suo scopo finale è quindi il valore d'uso, il consumo. Per contro, nella seconda forma si parte dal denaro e si conclude col denaro. Si ha riafflusso di denaro nelle mani di chi l'ha anticipato. Il motivo propulsore del movimento è quindi il valore di scambio, il denaro.
Poiché una somma di denaro si può distinguere da un'altra somma di denaro unicamente per la differente grandezza, gli estremi D-D del processo D-M-D possono distinguersi solo se sono differenti quantitativamente. E siccome sarebbe alquanto inutile scambiare denaro per riaverne altrettanto denaro, discende che il denaro lanciato nella circolazione ne deve tornare aumentato. La forma completa del processo è quindi D-M-D' ove D' equivale a D+d; vale a dire all'originaria somma anticipata più un incremento: D+d(delta). Chiamiamo plusvalore l'aggiunta che eccede sulla somma originaria. Si ha dunque che nella circolazione il valore anticipato non solo si conserva, ma aumenta la propria grandezza: si valorizza. Il movimento lo trasforma in capitale.
Nella vendita a scopo di compera, fine del processo è l'appropriazione di valori d'uso atti a soddisfare bisogni. Nella compera per la vendita invece, fine del processo è la valorizzazione del valore; che in sé non ha limiti, in quanto può aumentare solo mediante l'incessante rinnovamento. Il possessore di denaro che agisce come esponente di quest'ultimo movimento diventa capitalista, personificazione del capitale. Il suo scopo non è l'utilità delle merci, ma il guadagno. E non il singolo guadagno, bensì il moto incessante del guadagnare. Comprare per vendere più caro è dunque il processo del capitale come si mostra nella circolazione. E la formula generale è D-M-D'.
2) Contraddizioni della formula generale.
La forma di circolazione in cui il denaro si rivela come capitale, è in contrasto con i presupposti della circolazione semplice delle merci analizzati fin qua. Invero, come è possibile mai che, comprando e poi rivendendo, ossia scambiando denaro contro merce e ritrasformando la merce in denaro, si realizzi un plusvalore? La circolazione delle merci si fonda sullo scambio di valori equivalenti. Se, considerato in relazione all'utilità reciproca che da essi possono trarne i permutanti, lo scambio può essere vantaggioso per entrambi, dal punto di vista del valore nessuna nuova particella di valore, di più di quello immessovi potrebbe da esso scaturirne. Il cambiamento di forma delle merci non altera la loro grandezza di valore, astrazion fatta da circostanze accidentali, che non sono qui prese in esame. Dalla circolazione non può scaturire plusvalore. E non ne può scaturire nemmeno se si ammette lo scambio di valori ineguali.
Infatti sul mercato stanno di fronte l'uno all'altro solo possessori di merci, che si trovano in un rapporto di reciproca dipendenza in veste di compratori e venditori, secondo che posseggano denaro o altre merci. Supponiamo che in virtù di uno strano privilegio il venditore riesca a vendere la sua merce al disopra del suo valore; per esempio del 10 per cento. Quando egli, in veste di compratore, dovrà acquistare, pagherà la merce acquistata anche lui al disopra del suo valore. È come se i venditori si cedessero l'uno l'altro reciprocamente le merci aumentate del 10 per cento. Il rialzo dei prezzi di questo tipo non modifica il risultato generale: è come se le merci, invece di essere stimate in oro, fossero stimate in una moneta più vile, per esempio argento. I rapporti di valore tra le merci rimangono totalmente inalterati.
Lo stesso dicasi, fatte le debite considerazioni, nel caso in cui ad acquistare la merce sia il compratore, al di sotto del suo valore. Quindi, si rivoltino le cose quanto si vuole, dallo scambio non nasce plusvalore. Non ne nasce se si scambiano equivalenti. Non ne nasce se, in via di ipotesi, si scambiano non equivalenti. La circolazione non crea alcun valore.
Se dalla circolazione non sorge alcun plusvalore è necessario che alle sue spalle avvenga qualcosa che allora lo possa generare. Ma ciò è mai possibile? È possibile che al di fuori della circolazione sgorghi plusvalore? Fuori dalla circolazione il possessore di merci sta in relazione con la propria merce. Tale merce ha già un valore dato. Egli può innalzare il valore di tale merce solo aggiungendo altro valore mediante lavoro (per esempio: trasformando cuoio in scarpe). Egli può soltanto col suo lavoro creare valore, ma giammai valori che si valorizzino. Dunque è impossibile che dalla circolazione scaturisca capitale. E' altrettanto impossibile che esso non scaturisca dalla circolazione.
Le condizioni del problema sono dunque queste: il possessore di denaro deve in un primo momento comprare le merci al loro valore; in un secondo momento deve venderle al loro valore e deve, ciò nonostante, trarne un plusvalore. La trasformazione del denaro in capitale deve necessariamente avvenire e non avvenire nella sfera della circolazione.
3) Compra e vendita della forza-lavoro.
Innanzitutto il cambiamento di valore, che trasforma il denaro in capitale, non può derivare dal denaro stesso. Sia mezzo di acquisto, sia mezzo di pagamento, il denaro non fa altro che realizzare il valore della merce che compera o paga. In secondo luogo il cambiamento di valore non può derivare dal secondo atto della circolazione, cioè dalla rivendita della merce, perché questo atto fa ritrasformare la merce in denaro. Bisogna allora che l'aumento di valore avvenga nella merce, acquistata nel primo atto (D-M). Ma non nel valore di essa (poiché si scambiano equivalenti) bensì ed esclusivamente nel suo valore d'uso, nel suo consumo.
Ora per estrarre valore da una merce occorre che il possessore di denaro sia tanto fortunato da trovare sul mercato una merce che possegga la caratteristica peculiare di creare, nell'atto del suo consumo, valore. Esiste una tale merce? Tale merce esiste: è la capacità di lavoro, la forza-lavoro.
Esaminiamo da vicino questa merce specialissima. Per forza-lavoro bisogna intendere l'insieme delle attitudini fisiche e intellettuali esistenti nella corporeità di un uomo, che egli deve mettere in movimento per produrre oggetti utili. Naturalmente perché questa merce si ritrovi sul mercato occorrono determinate condizioni. Innanzitutto, perché la forza-lavoro possa essere venduta dal suo possessore, è necessario che esso ne sia libero proprietario. In secondo luogo occorre che il possessore della forza-lavoro sia sprovvisto di mezzi di sussistenza e di produzione, dalla cui mancanza è obbligato a cedere l'unica merce di cui dispone. Quindi, per trasformare il denaro in capitale occorre: che il proprietario di denaro trovi il lavoratore libero. Libero nel duplice significato: che disponga della propria forza-lavoro; che sia inoltre esente, privo di tutti i mezzi occorrenti alla sua realizzazione.
Va da sé, detto di passaggio, che non è la natura a produrre da una parte possessori di denaro e dall'altra uomini che posseggono soltanto la loro forza-lavoro, e che questo rapporto, oltre a non essere un risultato della storia naturale, non è neanche un rapporto sociale comune a tutti i periodi storici. Esso è il prodotto di tutto uno svolgimento storico anteriore; così come lo sono le categorie economiche esaminate, le quali caratterizzano un'epoca determinata della società. Senonché tali categorie non erano ancora sufficienti di per sé a far sorgere il capitalismo. Perché questo potesse nascere è stato necessario che il possessore di mezzi di produzione e di sussistenza trovasse sul mercato il lavoratore libero venditore della sua forza-lavoro. Questa sola condizione comprende tutta una storia universale.
Chiuso l'inciso, ritorniamo alla forza-lavoro.
Come quello di qualsiasi altra merce, il valore della forza-lavoro si determina in base al tempo occorrente alla sua produzione. Esistendo come attitudine naturale dell'individuo vivente, la forza-lavoro può durare solo se l'individuo si conserva. Per la propria conservazione l'individuo ha bisogno di una certa quantità di mezzi di sussistenza. Perciò il tempo di lavoro occorrente alla produzione della merce "forza-lavoro", si risolve in sostanza nel tempo di lavoro necessario a produrre quei mezzi di sussistenza occorrenti a reintegrare le energie del lavoratore in modo che egli riprenda all'indomani la propria attività in condizioni di energie rinnovate.
I bisogni naturali, come nutrimento, vestiario, riscaldamento, alloggio, ecc., mutano da paese a paese e secondo le condizioni ambientali. Inoltre, il volume dei bisogni necessari, come pure il modo di soddisfarli, dipendono dal grado di sviluppo sociale raggiunto. Quindi nel determinare il valore della forza-lavoro, a differenza di quanto avviene per le altre merci, subentra un coefficiente storico e morale. D'altra parte, essendo l'individuo mortale, perché il denaro si possa trasformare continuamente in capitale, è necessario che il possessore della forza-lavoro si perpetui come specie. Quindi tali mezzi di sussistenza includono anche ciò che occorre per la riproduzione della forza-lavoro, ossia le spese occorrenti al mantenimento dei figli dei lavoratori.
Infine, perché la forza-lavoro acquisti abilità e destrezza, occorre una certa preparazione e istruzione, le quali costano una data quantità di merci. Le spese di formazione della forza-lavoro differiscono secondo il carattere più o meno complesso di essa, ed entrano anch'esse nel valore speso per riprodurla.
Il possessore di denaro, pagando al lavoratore il prezzo dei mezzi di sussistenza necessari alla sua riproduzione, paga la forza-lavoro al suo valore. Questo è il caso normale preso a base nella presente analisi. Nondimeno vi è un limite inferiore al quale può scendere il valore della forza-lavoro. Tale limite (limite minimo) è determinato dai mezzi di sussistenza fisiologicamente indispensabili. Quando il prezzo della forza-lavoro discende al di sotto di questo limite, scende al di sotto del suo valore, in quanto la forza-lavoro non può conservarsi che in forma angusta, ristretta.
Visto come si determina il valore della forza-lavoro esaminiamo ora cosa avviene del suo uso e consumo, essendo questo il lato decisivo per la soluzione del problema più sopra formulato. Sul mercato, fra possessore di denaro e lavoratore, si stipula un contratto di compra-vendita per l'uso a termine della forza-lavoro. Il valore della forza-lavoro è già determinato prima ancora di entrare in circolazione, risultando dal consumo di una certa quantità di merci. Il possessore del denaro corrisponde tale valore al lavoratore. In realtà paga dopo aver consumato il valore d'uso di essa, che avviene successivamente al contratto; sicché in pratica è il lavoratore che fa credito al capitalista e non viceversa. Ma noi, ai fini della presente analisi, presumiamo che il possessore di denaro ne paghi il prezzo al momento del contratto. Si tratta allora di vedere come viene consumato il valore d'uso della forza-lavoro.
Come per qualsiasi altra merce il valore d'uso si consuma fuori della circolazione. Per la forza-lavoro, tale consumo non può avvenire che nella sfera della produzione. Il processo di consumo della forza-lavoro è al contempo processo di produzione di merci e di plusvalore.
Per comprendere il segreto della formazione del plusvalore bisogna allora abbandonare il mondo fragoroso della circolazione, ove regnano certi dogmi (libertà, uguaglianza, proprietà), ed entrare in un mondo molto più prosaico: quello della produzione.
PROCESSO LAVORATIVO
E PROCESSO DI VALORIZZAZIONE
1) Processo lavorativo.
Per produrre merci occorre innanzitutto che il lavoro si materializzi in valori duso, in cose che debbono soddisfare un bisogno qualsiasi. Perciò, quello che il capitalista fa eseguire alloperaio, è un articolo determinato.
Poiché il controllo del capitalista sotto cui si svolge il lavoro non cambia la natura del "lavoro utile", bisogna esaminare tale forma di lavoro (il processo lavorativo), in generale, a prescindere dalla forma sociale determinata in cui si svolge.
Elementi costitutivi del processo lavorativo sono: lattività del lavoratore o lavoro vero e proprio; loggetto del lavoro; i mezzi di lavoro. a) Il lavoro è un processo che si svolge tra luomo e la natura con cui luomo adatta a sé il mondo circostante e produce, secondo fini prestabiliti, i propri mezzi di sussistenza. b) Loggetto di lavoro è tutto ciò che luomo trova davanti a sé, per natura, e che esso separa con la propria attività dallambiente naturale. La terra è loggetto universale del lavoro. I materiali del lavoro diventano materie prime, appena subiscono un lavoro. c) Mezzo di lavoro è una cosa o un complesso di cose, che il lavoratore interpone tra sé e loggetto del suo lavoro, per svolgere meglio la propria azione. Luomo trasforma le cose esterne che la terra fornisce, in organi della sua stessa attività. A mano a mano che il lavoro si sviluppa, egli ha sempre più bisogno di strumenti lavorativi. Tali strumenti costituiscono lo scheletro di ogni formazione economica. Per questo, quello che distingue le epoche economiche luna dallaltra, non è tanto ciò che sì produce, ma come si produce, ossia con quali mezzi di lavoro.
Fanno parte degli strumenti di lavoro anche le condizioni oggettive del lavoro, vale a dire quelle condizioni materiali (quali strade, canali, edifici, ecc.) senza cui il processo lavorativo non può essere compiuto.
Dunque: nel processo lavorativo il lavoratore, servendosi di dati strumenti, produce il cambiamento voluto delloggetto di lavoro. Il processo si conclude col prodotto: valore duso atto a soddisfare bisogni umani.
Se si considera tale processo in base al risultato (al prodotto), tanto il mezzo di lavoro, quanto loggetto di lavoro, si presentano entrambi come mezzi di produzione, e lattività lavorativa stessa come lavoro produttivo. Poiché, fatta astrazione dallindustria estrattiva, che trova in natura il suo oggetto di lavoro, tutte le altre branche dellindustria trattano materie prime, ne deriva che il prodotto di un lavoro non è solo risultato ma anche condizione di altri lavori (il prodotto di un lavoro diventa il mezzo di produzione per un altro).
La materia prima può costituire la sostanza principale di un prodotto, ma vi può entrare anche solo come materia ausiliaria. Inoltre può essere consumata dal mezzo di lavoro, come può servire ad operare un cambiamento nel materiale di lavoro; infine può aiutare lo svolgimento del lavoro stesso. Daltro canto, dato che ogni sostanza possiede qualità diverse e si presta quindi a parecchie applicazioni, lo stesso prodotto può costituire materia prima di differenti processi lavorativi; come può altresì servire da mezzo di lavoro e da materia prima dello stesso processo lavorativo. Quando il prodotto è lasciato in forme tali che è utilizzabile soltanto come materia prima si ha un semilavorato o un "fabbricato graduale".
Da quanto precede appare chiaro che la caratteristica di un oggetto di essere &endash; a seconda dei casi &endash; materia prima, mezzo di lavoro o prodotto, dipende dalla posizione che esso occupa nel processo lavorativo e che muta col cambiare di posizione.
Ora se i prodotti presenti sono non soltanto risultato, ma anche condizione di esistenza del processo lavorativo, unico modo di conservare il loro valore duso è quello di impiegarli nel processo lavorativo stesso. Il lavoro, trasformando gli elementi materiali con i quali si esercita (oggetto e mezzo di lavoro) diviene un processo di consumo. Tale processo di consumo ha natura produttiva, perché, a differenza del consumo personale che è compiuto dallindividuo vivente a fini di godimento, mira a creare nuovi prodotti: si consumano prodotti per creare nuovi prodotti.
Il processo lavorativo, come è stato esposto sin qui, nella sua forma generale di attività finalistica diretta alla produzione di oggetti duso, è una necessità vitale della specie umana, insopprimibile. Come tale è indipendente ed al contempo comune ad ogni forma di società. Perciò lanalisi d esso non può indicarci in quali specifiche condizioni sociali si compie: se sotto la schiavitù, la servitù della gleba o in regime capitalistico, ecc.
2) Processo di valorizzazione.
Visto il processo lavorativo nella sua forma generale di lavoro utile, vediamolo ora nella sua forma specifica, ossia ritorniamo al capitalista in erba. Questi, dopo aver acquistato materie prime e forza lavoro, esce dal mercato per andare a consumare le merci acquistate. Come consuma egli la forza-lavoro? Facendola lavorare. E, dapprincipio, secondo le sue abilità.
Tale lavoro avviene sotto la duplice condizione: a) loperaio lavora sotto il controllo del capitalista; b) il prodotto del suo lavoro diventa proprietà del capitalista. Tale prodotto, poniamo scarpe, è un valore duso. Ma il capitalista non produce valori duso che in quanto sono depositari di valore di scambio. Egli vuole produrre un articolo destinato alla vendita, una merce. E una merce il cui valore sorpassi il valore delle merci necessarie alla sua produzione stessa. Vuole produrre non soltanto un valore, ma anche un plusvalore.
Siccome la merce è unità di valore duso e di valore, anche il processo di produzione della merce è unità di processo lavorativo e di processo di formazione di valore. Consideriamo ora la produzione dal punto di vista della formazione del valore. Sappiamo che il valore di una merce si determina in base al tempo di lavoro medio socialmente necessario per la sua produzione. Calcoliamo allora il lavoro oggettivato nellarticolo fatto produrre dal capitalista. Supponiamo si tratti di 5 paia di scarpe.
Per preparare le scarpe è stata innanzitutto necessaria la materia prima (il cuoio); poniamo un kilogrammo di cuoio acquistato sul mercato al "giusto" prezzo di L.5.000. Per lavorare il cuoio sono poi occorsi macchinari, che logorandosi perdono valore. Poniamo che il logorio sia uguale a L. 1.000.
Se in un pezzo doro di L. 6.000 sono incorporate 16 ore di lavoro, supponendo la giornata lavorativa di 8 ore, nelle scarpe sono contenute due giornate lavorative.
Il valore dato alle scarpe dal cuoio e dalluso dei macchinari è cosi di L. 6.000; ed è il lavoro trascorso.
Si tratta ora di stabilire il valore che aggiunge al prodotto loperaio calzaturiero. Chiaro che ciò che qui conta non è la qualità utile del lavoro, ma la sua quantità. Si supponga che il lavoro di calzatura sia lavoro semplice e che le scarpe vengano prodotte nel tempo socialmente necessario (solamente questo conta come creatore di valore). Si supponga ancora che il valore giornaliero della forza-lavoro sia di L. 1.500, somma equivalente a 4 ore di lavoro, necessarie per produrre quanto occorre a mantenere loperaio. Se in unora loperaio trasforma un quarto di cuoio, lavorando 4 ore lo trasforma tutto: produce 5 paia di scarpe. Ed aggiunge in tal modo al prodotto il valore di L. 1.500, (somma doro in cui si fissano 4 ore di lavoro).
Calcolando lintero ammontare del valore del prodotto si ottiene: due giornate di lavoro (L. 6.000) costano il cuoio e il logorio dei macchinari; mezza giornata (L. 1.500) è assorbita dalla trasformazione del cuoio in scarpe. Complessivamente tutto il tempo di lavoro occorso alla produzione delle scarpe equivale ad una massa doro di L. 7.500. La somma di Lire 7.500 esprime il valore esatto delle 5 paia di scarpe prodotte, e ogni paio vale L. 1.500. (1)
A questo punto il capitalista si oscura. Il valore del prodotto è uguale al valore del capitale anticipato. Non si è accresciuto nemmeno di un millesimo. Il prezzo delle scarpe è di L. 7.500. Ma proprio L. 7.500 sono state spese nellacquisto dei suoi fattori produttivi: 5.000 per il cuoio; 1.000 per il logorio; 1.500 per la forza-lavoro. Il valore anticipato non ha creato alcun plusvalore. Il denaro non si è quindi trasformato in capitale.
3) Differenza tra il valore della forza-lavoro e il valore che essa può creare.
Vediamo però le cose più da vicino. Il valore della forza-lavoro ammonta a L. 1.500, in quanto a tanto ammonta il valore dei mezzi di sussistenza occorrenti alloperaio, i quali costano da parte loro solo mezza giornata di lavoro (4 ore). Ma loperaio può lavorare unintera giornata (8 ore); e può creare così un valore maggiore di quanto è costato. Il valore della forza-lavoro e quello che essa può creare sono grandezze tuttaffatto differenti. La forza-lavoro allatto della sua vendita realizza il proprio valore (costo quotidiano di mantenimento delloperaio); ma allatto del suo uso può creare un valore superiore al suo costo. Proprio a questa differenza mirava, acquistandola, il capitalista.
Loperaio trova nellofficina mezzi sufficienti per lavorare, non mezza giornata, bensì una giornata intera. Non 4 ore, ma 8 ore. Ed allora rifacendo il calcolo, in base al prodotto del processo lavorativo prolungato, si ha: lavorando 8 ore loperaio produce 10 paia di scarpe. 10 paia di scarpe costituiscono un valore di L. 15.000. Di queste L. 15.000, Lire 10.000 sono state spese per il cuoio, L. 2.000 per il logorio L. 10.500 per lacquisto della forza-lavoro. Complessivamente quindi sono state spese L. 13.500. Il valore del prodotto è di L. 15.000. Il valore anticipato si è accresciuto perciò di Lire 1.500. Dunque il denaro si è trasformato in capitale.
Con ciò tutti i termini del problema (cioè della trasformazione del denaro in capitale) sono risolti e lo sono in pieno rispetto delle leggi, dello scambio tra equivalenti.
Infatti il capitalista compra sul mercato tutte le merci occorrenti per il processo produttivo e le compra al loro proprio valore. Poi come qualsiasi compratore, ne consuma fuori dello scambio il valore duso. Il consumo della forza-lavoro consiste, come visto, nella produzione di merci. Perciò egli ritorna sul mercato per vendere le merci prodotte, che vende sempre al loro valore. Vendute le merci esso ritira però dal mercato più denaro di quanto ve ne ha immesso in partenza. Quindi la trasformazione del denaro in capitale avviene e non avviene nella sfera della circolazione.
Avviene nella circolazione in quanto questa ne è lintermediaria. Non vi avviene in quanto il plusvalore scaturisce al di fuori di essa, dalla produzione.
Poiché la produzione del plusvalore è produzione di valore oltre un certo limite, se la forza-lavoro viene impiegata per il tempo necessario a riprodurre i propri mezzi di sussistenza, si ha soltanto semplice produzione di valore.
(1) Negli esempi fatti le cifre sono arbitrarie, ma anche cambiandole il risultato della dimostrazione non muta.
4) Capitale costante e capitale variabile.
I vari fattori del processo lavorativo contribuiscono in maniera luna diversa dallaltra alla formazione del valore del prodotto. Loperaio aggiunge nuovo valore alloggetto di lavoro con la semplice aggiunta di una nuova quantità di lavoro, astrazion fatta del suo contenuto specifico. Ma nel valore del prodotto ritroviamo, come sua parte costitutiva, anche il valore dei mezzi di produzione consumati. Così, mentre si creano valori, si conservano valori. Come è possibile ciò? E evidente che loperaio non fa un lavoro duplice nello stesso periodo di tempo, ossia egli non lavora un momento per aggiungere valore al cuoio e un altro momento per conservarne il valore nelle scarpe, ma conserva il vecchio valore mediante la semplice aggiunta di nuovo valore. E altresì evidente che laggiunta di nuovo valore alloggetto di lavoro da una parte, e la conservazione dellantico valore nel prodotto dallaltra, sono due risultati differenti. Bene, questo doppio risultato non può essere spiegato che con la duplicità del lavoro stesso: da un canto il lavoro deve creare valore; dallaltro, e nello stesso istante, esso deve conservare o trasferire valore. In che modo ciò avviene? Ciò avviene sempre ed esclusivamente mercé la forma particolare di lavoro.
Loperaio della calzatura aggiunge tempo di lavoro tagliando, cucendo, in una parola lavorando il cuoio; il tessitore tessendo; il fabbro battendo il ferro; e così via dicendo. Soltanto attraverso la forma utile, in cui è consumato, il cuoio e i macchinari diventano quindi un nuovo prodotto: scarpe.
Analizzando il processo di formazione del valore si è già visto che nel valore del nuovo prodotto bisogna anche calcolare il tempo di lavoro necessario alla produzione degli oggetti consumati. Perciò, mediante la forma utile del proprio lavoro aggiunto, loperaio conserva il valore dei mezzi di produzione consumati e lo trasferisce nel prodotto come parte costitutiva del valore di esso. Se il lavoro specifico delloperaio non consistesse nel confezionare le calzature, egli non trasformerebbe cuoio in scarpe, e perciò non trasferirebbe i valori del cuoio e dei macchinari consumati nelle scarpe. Tuttavia egli cambia mestiere e diventa, per esempio, falegname; aggiungerà anche in questo caso, come prima, purché lavori un certo numero di ore, valore al materiale di lavoro. Ma ora egli vi aggiunge valore, non perché compie unattività lavorativa particolare, bensì perché eroga una data quantità di lavoro astratto, indifferenziato; vi aggiunge una data grandezza di valore, non perché il suo lavoro presenti un contenuto utile bensì perché ha una certa durata.
Conclusione. Mediante una certa quantità di lavoro la forza-lavoro aggiunge al materiale di lavoro un nuovo valore; mediante il carattere utile, particolare, del lavoro aggiuntivo trasferisce nel prodotto i valori dei mezzi di produzione consumati.
Questo doppio risultato dello stesso identico lavoro che scaturisce dalla sua bilateralità appare in parecchi fenomeni. Facciamo ora un esempio: se uninvenzione consente alloperaio calzaturiero di produrre in unora le scarpe che prima produceva in 4 ore, il suo lavoro, come attività utile specifica, è come se avesse quadruplicato la propria forza: 20 al posto di 5 paia di scarpe, le quali assorbono lo stesso tempo di lavoro di 5. Rispetto a quanto avveniva col vecchio, col nuovo metodo si aggiunge appena un quarto del valore di prima; mentre però nel prodotto (20 paia di scarpe) oltre al maggiore logorio delle macchine, riappare un valore quadruplo di cuoio. Quindi in unora di lavoro loperaio della calzatura trasmette al prodotto un valore quadruplicato di materia prima; mentre vi aggiunge un valore quattro volte minore. La proprietà con la quale il lavoro conserva valore differisce dunque dalla proprietà con cui esso crea nello stesso tempo valore. Nellipotesi inversa, se la produttività del lavoro rimane inalterata, e varia invece, in più o in meno, di 4 volte il valore di scambio del cuoio, il valore aggiunto non cambia. Aumenta o diminuisce di 4 volte il valore trasmesso dal cuoi o alle scarpe .
Poiché il valore esiste sempre in un valore duso, in una cosa, se si perde il valore duso si perde anche il valore.
I mezzi di produzione trasmettono al prodotto solo il valore che essi perdono; mano a mano si riduce col logorio la loro utilità. In questo i fattori oggettivi del lavoro si comportano differentemente .
Le materie prime e le materie ausiliarie perdono la forma indipendente con la quale sono entrate nel processo lavorativo.
I mezzi di lavoro veri e propri conservano invece di fronte al prodotto la loro forma indipendente, finché col tempo non si esauriscono. Per esperienza si sa quanto può resistere un mezzo di lavoro. Se ne può calcolare il logorio giornaliero e stabilire in tal modo quale valore si trasmette nel prodotto. Un mezzo di produzione entra quindi per intero nel processo lavorativo, ma solo in parte nel processo di valorizzazione. Viceversa può entrare per intero nel processo di valorizzazione e solo parzialmente in quello lavorativo.
I mezzi di produzione non possono trasferire al prodotto più valore di quanto ne posseggono. Inoltre il loro valore è determinato, non dal processo lavorativo in cui fungono come mezzo di produzione, ma dal processo lavorativo dal quale escono come prodotto. Diversamente stanno le cose riguardo al fattore soggettivo del processo lavorativo, cioè per la forza-lavoro. Caratteristica del lavoro vivente è quella di conservare valore aggiungendo nuovo valore. Tale dote di natura della forza-lavoro non costa niente alloperaio, ma frutta molto al capitalista. Esso può conservare il valore esistente del capitale solo grazie ad essa. E se ne accorge molto bene allorché le crisi e le interruzioni violente del processo lavorativo costringono allinattività strumenti, macchine e merci.
Mentre nella sua forma utile, specifica, il lavoro consuma e trasferisce nel prodotto il valore dei mezzi di produzione; come dispendio di forza-lavoro umana crea in ogni istante un valore aggiuntivo (neo-valore). Anche se il processo di produzione si arrestasse al punto in cui loperaio ha prodotto lequivalente della propria forza-lavoro, questa è lunica parte di valore del prodotto che sia stata realmente riprodotta, dal momento che il valore dei mezzi di produzione consumati è soltanto conservato. Ma noi sappiamo che il processo lavorativo continua oltre il punto in cui loperaio riproduce lequivalente della sua forza-lavoro: invece di 4 egli lavora 8 ore. La forza-lavoro in movimento produce quindi non solo il proprio valore, ma anche un valore maggiore, un plusvalore rappresentato dalleccedenza del valore prodotto sul valore dei suoi elementi costitutivi (mezzi di produzione e forza-lavoro).
Dunque: la parte del capitale che nel processo di produzione si converte in mezzi di produzione, mezzi di lavoro, materie prime ed ausiliarie, non cambia la propria grandezza di valore. Per questo dicesi parte costante del capitale; in breve capitale costante. Per contro quella parte del capitale che è convertita in forza-lavoro, cambia nel processo di produzione il proprio valore: riproduce lequivalente del proprio stesso valore e crea per giunta un plusvalore più o meno grande. Tale parte del capitale si trasforma continuamente, da grandezza costante in grandezza variabile. Perciò si chiama parte variabile del capitale; in breve: capitale variabile.
IL SAGGIO DEL PLUSVALORE
5) Il grado di sfruttamento della forza-lavoro.
Il plusvalore si presenta immediatamente come eccedenza del valore del prodotto sul capitale anticipato. Ma il capitale anticipato (C) si compone di due parti: di una somma di denaro spesa in mezzi di produzione, o capitale costante (c); di unaltra spesa nellacquisto della forza-lavoro o capitale variabile (v). Abbiamo visto che questi due fattori si comportano in maniera differente per quanto riguarda la formazione del valore. La parte costante del capitale non trasferisce nel prodotto che il valore dei mezzi di produzione consumati nel processo produttivo. La parte variabile invece riproduce il proprio valore e per di più un incremento (dv).
Derivando dallaumento di valore della sola parte variabile del capitale, il plusvalore va calcolato astraendo (o ponendo uguale a zero) la parte di valore del prodotto equivalente al capitale costante consumato. Pertanto il saggio del plusvalore è dato dal rapporto intercorrente tra il plusvalore creato (p) e il capitale variabile anticipato.
La formula relativa è: p/v
Riportandoci allesempio fatto prima, vediamo che il capitalista paga alloperaio L. 1.500 di salario per una giornata di lavoro, al termine della quale questultimo ha prodotto 10 paia di scarpe del valore complessivo di L.15.000. Tale valore supera di L. 1.500 lintero capitale anticipato. L. 1.500 sono il plusvalore prodotto dalloperaio in una giornata di lavoro. La proporzione tra queste due cifre, L. 1.500 (p) a L. 1.500 (v), esprime il saggio del plusvalore, che qui ammonta al 100 per cento. Tale proporzione riflette il grado di sfruttamento della forza-lavoro e non deve essere confusa col saggio del profitto, che è il rapporto tra plusvalore e capitale complessivo anticipato, di cui si parlerà nel Terzo Libro.
Si è detto che durante una parte della giornata lavorativa loperaio produce solo il valore dei mezzi di sussistenza a lui necessari. Siccome egli produce in un sistema basato sulla divisione sociale del lavoro, non produce direttamente i propri mezzi di sussistenza, ma li materializza in una merce particolare (scarpe), nel cui valore figura quello dei suoi mezzi di sussistenza giornalieri. Se, come nellesempio, il valore dei mezzi di sussistenza rappresenta 4 ore di lavoro oggettivato, esso, sia che lavori per il capitalista, sia che lavori per sé, deve lavorare in ogni caso 4 ore per produrre il valore della propria forza-lavoro. Tale parte della giornata lavorativa, essendo pura e semplice riproduzione, è tempo di lavoro necessario; e il lavoro che viene prodotto in tale periodo di tempo è lavoro necessario.
Necessario per loperaio, perché questo è indipendente dalla forma sociale del suo lavoro. Necessario altresì rispetto al regime capitalista, in quanto è la base di esistenza delloperaio. Per converso, la parte della giornata lavorativa, durante la quale loperaio lavora oltre i limiti del lavoro necessario e crea plusvalore, costituisce tempo di lavoro soverchio; e il lavoro fatto in essa, pluslavoro.
Poiché il valore altro non è che materializzazione di tempo di lavoro, e il plusvalore da parte sua altro che coagulo di tempo di lavoro soverchio, pluslavoro oggettivato; ne discende che soltanto la forma di estorsione del pluslavoro distingue le formazioni economiche della società.
Abbiamo visto che la parte necessaria della giornata lavorativa è determinata dal valore della forza-lavoro, e che il plusvalore è determinato dalla parte soverchia (extra) di essa. Da ciò discende che il plusvalore sta al capitale variabile nello stesso rapporto in cui il pluslavoro sta al lavoro necessario.
Il saggio diventa quindi:
p : v = pluslavoro : lavoro necessario
I due rapporti esprimono la stessa realizzazione, ma in forma differente il primo la esprime in forma di lavoro oggettivato e dà lesatta espressione del grado (intensità) di sfruttamento della forza-lavoro. Il secondo nella forma di lavoro in movimento, ed esprime lentità assoluta dello sfruttamento della classe operaia.
6) Rappresentazione del valore del prodotto in parti proporzionali del prodotto.
Il valore del prodotto è dato dal valore dei mezzi di produzione consumati (c) più il neovalore generato (v+p). Benché differenti, gli elementi costitutivi del valore del prodotto (c+v+p) possono essere rappresentati in parti proporzionali del prodotto stesso. A tale fine il prodotto si può scomporre in tre parti: a) in una che rappresenti lequivalente dei mezzi di produzione consumati; b) in unaltra che rappresenti lequivalente del valore della forza-lavoro; c) in una terza che rappresenti lequivalente del plusvalore generato.
Il valore del prodotto può altresì rappresentarsi, seguendo lo stesso procedimento, in parti equivalenti della giornata lavorativa.
Dal fatto che il valore del prodotto può essere rappresentato nei due modi riferiti non si devono trarre però conclusioni fantastiche, come fanno gli economisti del tipo Nassau Senior (rimasto celebre per la sua "ultima ora"), nellintento di opporsi alla riduzione della giornata lavorativa.
Scomponendo, sulla scorta del nostro esempio, il valore del prodotto in parti aliquote della giornata lavorativa, si ottiene: 10 paia di scarpe costituiscono il prodotto di 8 ore di lavoro; in ogni ora se ne produce 1/8, ossia un paio e 1/4; il valore delle scarpe è di L. 1.500 al paio, e L. 1.500 costituiscono anche il plusvalore. A questo punto leconomista volgare ragiona così: se si dovesse diminuire di 3/4 dora la giornata lavorativa, scomparirebbe tutto lutile del capitalista, perché solo gli ultimi 45 minuti rappresentano il tempo in cui loperaio produce lutile del capitalista (L.1.500); avendo egli, nelle prime 7 ore e 15 minuti, prodotto lequivalente del capitale anticipato Ma le cose non stanno affatto cosi come le pone leconomista volgare. Infatti negli ultimi 45 minuti loperaio produce allincirca un paio di scarpe del valore di L. 1.500, ne più ne meno che come nei primi 45 minuti. Ora il valore delle scarpe si compone: per L. 1.200 di materie prime e logorio macchine; per L. 150 di spesa salario; per L. 150 di plusvalore. Pertanto, se loperaio dovesse lavorare 45 minuti in meno, ossia 7 ore e 1/4 anziché 8, il plusvalore diminuirebbe soltanto di L. 150 e anziché essere di L. 1.500, ossia del 100 per cento, sarebbe di L. 1.350, ossia del 90 per cento. Resterebbe in ogni caso più che rispettabile.
7) Plusprodotto.
La parte del prodotto che rappresenta il plusvalore, dicesi plusprodotto (o prodotto netto). Come il saggio del plusvalore, cosi anche il livello del plusprodotto si calcola in relazione, non allaumentare del prodotto, ma a quella parte di esso che è costituita dal lavoro necessario.
LA GIORNATA LAVORATIVA
8) Limiti della giornata lavorativa.
Comperata la forza-lavoro al suo valore del giorno, il capitalista acquisisce il diritto dl farla lavorare per unintera giornata. Ma che cosè una giornata lavorativa?
Presa in sé e per sé la giornata lavorativa è una grandezza indeterminata e fluida. E indeterminabile nel suo limite minimo, quantunque sulla base del modo di produzione capitalistico il lavoro necessario rappresenta sempre e soltanto una parte della giornata lavorativa e quindi questa non può scendere a tale minimo. Ha invece un limite massimo, che non è prolungabile per motivi fisici e sociali. Infatti, durante una parte del giorno, loperaio deve nutrirsi, riposare, ecc.; mentre ha bisogno di altro tempo per poter soddisfare i bisogni sociali secondo il grado di sviluppo civile raggiunto. Ma anche in questo secondo aspetto i limiti ne restano molto elastici. Pur essendo certo che una giornata lavorativa è in ogni caso minore di un giorno naturale di vita, rimane il problema: di quanto?
Il capitalista è soltanto capitale personificato. E listinto vitale del capitale è quello di assorbire la massa più grande possibile di pluslavoro. Come ogni altro compratore il capitalista cerca di spremere dal valore duso della merce acquistata la più grande utilità possibile. Esso fa quindi lavorare loperaio il più che può. Dal canto suo loperaio, che ha tutto linteresse ad impedire un consumo smodato della propria forza-lavoro e a preservarne il normale sviluppo, alza la voce e ribadisce che una cosa è luso della forza-lavoro, una cosa ben differente è il suo depredamento. Se, supposta una misura media di lavoro, un uomo vive in media 30 anni, il valore giornaliero della forza-lavoro corrisposto dal capitalista è:
1 : (365 x 30) ossia 1 su 10.950 del valore complessivo.
Ma se il capitalista consuma in 10 anni la forza-lavoro, egli non paga che un terzo del suo valore giornaliero: paga loperaio per un giorno e lo usa per tre. Loperaio esige quindi una giornata di lavoro dalla durata normale e lo fa senza appellarsi al cuore del capitalista, bensì reclamando come venditore il valore della propria merce.
Così, da un lato il capitalista sostenendo i suoi diritti di compratore cerca di prolungare al massimo la giornata lavorativa; dallaltro loperaio, affermando i suoi diritti di venditore (la natura specifica della merce che vende implica un limite al suo consumo da parte del compratore) vuole limitare la giornata lavorativa ad una grandezza normale. Diritti del compratore e diritti del venditore si urtano reciprocamente: a decidere lurto è la forza. Cosi la regolazione della giornata lavorativa nel regime del lavoro salariato si presenta come lotta per i minimi della giornata lavorativa tra classe capitalistica e classe operaia .
9) La voracità di pluslavoro del capitale.
Il pluslavoro non è una creatura del capitale. Ovunque una parte della società possegga il monopolio dei mezzi di produzione, il lavoratore, sia libero che schiavo, deve aggiungere al tempo di lavoro necessario per il suo sostentamento il tempo di lavoro soverchio per produrre loccorrente al possessore dei mezzi di produzione. Tuttavia, quando in una formazione sociale prevale non il valore di scambio, bensì il valore duso del prodotto (schiavitù, servitù della gleba), allora il pluslavoro è limitato da una cerchia di bisogni più o meno estesi.
Per contro, non appena domina il valore di scambio (capitalismo), sorge dal carattere stesso della produzione un bisogno illimitato di pluslavoro. Allora far lavorare quanto più è possibile diventa un imperativo categorico.
Lavidità di pluslavoro del fabbricante moderno supera quella del padrone di schiavi e del signore feudale. Listinto del capitale a spremere la forza-lavoro è illimitato. Tanto illimitato che si è resa perfino necessaria, per frenare la brama di pluslavoro del capitale e scongiurare in tal modo il pericolo di esaurimento delle energie vitali della popolazione lavoratrice, la limitazione coatta della giornata lavorativa da parte dello stesso Stato dei capitalisti.
Una statistica regolare ed ufficiale dellavidità di pluslavoro è fornita dalle relazioni degli ispettori di fabbrica inglesi
10) Lo sfruttamento disumano delloperaio.
Le relazioni degli ispettori di fabbrica mettono inoltre in luce come istinto immanente della produzione capitalistica sia quello di appropriarsi pluslavoro durante le 24 ore del giorno. Poiché tale istinto urta contro limiti fisici oltre che sociali, il capitale aggira lostacolo avvicendando le forze-lavoro mediante turni. Così al lavoro diurno si alterna quello notturno .
La rotazione fra il giorno e la notte degli operai può avvenire attraverso procedimenti vari; limportante è che i mezzi di produzione non restino inattivi, in quanto, dal punto di vista del processo di valorizzazione, il tempo in cui essi restano inutilizzati equivale ad una inutile anticipazione di capitale; e per di più si richiedono spese supplementari per lavvio ad ogni ripresa del lavoro.
A parte gli effetti nocivi che il lavoro notturno esercita sulla salute degli operai, il sistema dei turni si presta molto bene al prolungamento della giornata lavorativa "nominale".
Esistendo come forza-lavoro, loperaio durante tutta la sua vita, non esiste che per lautovalorizzazione del capitale. Questo, nella sua smisurata e cieca avidità di pluslavoro tende a sorpassare non solo i limiti sociali della giornata lavorativa, ma anche quelli fisici. Usurpa il tempo necessario ad una crescita sana. Ruba il tempo per consumare aria e sole. Lesina sul tempo dei pasti. Riduce il sonno a poche ore di torpore. Avendo come unica mira la quantità maggiore possibile di lavoro gratuito che può essere assorbito in una giornata lavorativa, il capitale produce lesaurimento precoce della forza-lavoro: abbrevia la vita delloperaio.
Ora parrebbe essere interesse del capitalista curarsi della salute delloperaio, in quanto senza questultimo esso non potrebbe prosperare. Ma non è così. Lesperienza mostra lesistenza di una costante sovrappopolazione in relazione ai bisogni momentanei di valorizzazione del capitale. E daltra parte, mentre lo scopo del capitalista è quello di appropriarsi di plusvalore senza alcun riguardo per la salute fisica e la vita delloperaio, la concorrenza dal canto suo annulla le volontà individuali e pone i singoli capitalisti di fronte alle leggi immanenti della produzione capitalistica.
11) Legislazione sulla giornata lavorativa.
Dunque, fino a quando non è impedito dalla società, il capitale spreme la forza-lavoro al massimo. La fissazione della giornata lavorativa normale è il risultato di una lotta multisecolare tra capitalista e operaio. Questa lotta è caratterizzata da due indirizzi contrapposti: mentre la legislazione sul lavoro, che va dal secolo XIV° al secolo XVIII° (metà e oltre) tende a prolungare la giornata lavorativa, quella moderna tende invece ad abbreviarla.
Sono occorsi secoli perché il lavoratore "libero" si adattasse a vendere volontariamente lintero periodo della sua vita attiva in cambio dei mezzi di sussistenza. In altre parole: cè voluto lo sviluppo del modo di produzione capitalistico perché loperaio fosse socialmente costretto a vendersi vita natural durante per un piatto di lenticchie. Allorquando dopo sforzi secolari il capitale riesce a prolungare la giornata lavorativa fino ai suoi limiti massimi normali, e, al di là di questi fino alla giornata lavorativa di 12 ore, la nascita della grande industria (seconda metà del secolo XVIII°) travolge ogni limite fisico e morale, annullando persino la differenza di sesso, di età, di giorno e di notte: la giornata lavorativa rasenta in pratica le 16 ore e qualche volta anche più.
Appena si riebbe dallo scuotimento prodotto dallintroduzione del sistema delle macchine, la classe operaia cominciò la sua resistenza. E, prima di ogni altro, nel paese di nascita della grande industria: in Inghilterra. Senonché per tre decenni (1802-1833) le concessioni strappate al capitale rimasero lettera morta, in quanto il parlamento nulla fece per mettere ad esecuzione le leggi approvate.
Lesistenza di una giornata lavorativa normale incominciò per lindustria (cotone, lana, lino, seta) a partire dallAtto delle fabbriche del 1833. Ma niente serve a definire meglio della legislazione inglese sulle fabbriche (dal 1833 al 1854) lo spirito del capitale.
Facciamo una succinta rassegna di questa legislazione:
a) La legge del 1833 stabilisce che la giornata lavorativa ordinaria di fabbrica deve cominciare alle cinque e mezza di mattina e finire alle otto e mezza di sera, quivi comprese le interruzioni intermedie per il consumo dei pasti. Proibisce il lavoro dei fanciulli al di sotto dei 9 anni (salvo qualche eccezione). Prescrive per i fanciulli dai 9 anni ai 13 anni un periodo di lavoro di otto ore al giorno.
I legislatori erano tanto lontani dal volere attaccare la libertà dei capitalisti di sfruttare gli operai adulti a fondo, che escogitarono subito il rimedio contro le conseguenze della legge, adattando la giornata dei fanciulli a quella degli adulti mediante limpiego di una doppia serie di fanciulli: la prima dalle cinque e mezza alluna e mezza; la seconda dalluna e mezza alle otto e mezza di sera (sistema a relais). Da parte loro i capitalisti, per nulla contenti di tali escogitazioni, incominciarono una vasta agitazione per labbassamento delletà dei fanciulli agli otto e ai dodici anni. Il governo, spaventato dalla pressione della classe operaia, non si sentì di modificare la legge. Questa rimase in vigore fino al 1844; ma più sulla carta che in pratica. Le relazioni ufficiali degli ispettori di fabbrica traboccano a tale riguardo di lamentele.
b) Latto aggiuntivo sulle fabbriche del 7 giugno 1844, che germoglia nel contratto tra borghesia (industriale e commerciale) e proprietari fondiari (i quali nellabolizione delle leggi sul grano vedevano minacciata la rendita fondiaria), e prende in considerazione le donne al di sotto dei 18 anni e le equipara ad ogni effetto alle persone giovani. Per esse la giornata di lavoro dura 12 ore ed è interdetto il lavoro notturno. Latto stabilisce inoltre che la giornata lavorativa venga calcolata dal momento della mattina in cui il fanciullo comincia il lavoro e cessa al suo termine prescritto. I capitalisti non permisero però tale "progresso" senza compensarsi a loro volta. Infatti ottennero dalla Camera dei Comuni la riduzione a otto anni delletà minima dei fanciulli da consumare col lavoro.
Gli anni 1846-47 sono il periodo doro del libero commercio: vengono abrogate le leggi sul grano e i dazi di importazione sul cotone e su altre materie prime. Dallaltro lato il movimento cartista (che trova alleati nei "tories" anelanti di vendetta), raggiunge notevole sviluppo e lagitazione per le 10 ore giunge in porto.
c) Il nuovo atto sulle fabbriche dell8 giugno 1847 stabilisce che, a partire dal 1° luglio, la giornata lavorativa degli adolescenti (anni 13-18) e delle operaie deve essere ridotta a 11 ore, mentre, a partire dal 1° maggio 1848 essa deve essere portata definitivamente a 10 ore. I capitalisti iniziarono una campagna contro lesecuzione dellatto; ma il 1° maggio questo, nonostante le accanite resistenze, entrò in vigore.
In seguito al fiasco dei cartisti, alla disfatta dellinsurrezione di Parigi del 1848, alla riunificazione dei capitalisti e dei proprietari fondiari, dei preti e degli intellettuali, al grido "sia salva la proprietà, la famiglia, la religione, la società"; la legge delle 10 ore venne messa allostracismo e con essa anche tutta la legislazione, che dal 1833 in avanti aveva cercato di frenare in qualche modo il "libero" dissanguamento della forza-lavoro. Fu ristabilito per gli adulti il lavoro notturno, ormai in disuso; vennero ridotte o eliminate del tutto le pause legali per i pasti, fu introdotto per i fanciulli il sistema a relais.
d) Gli operai, che in tutto il periodo della reazione cercarono di resistere ai capitalisti, cominciarono in alcuni distretti a protestare in modo minaccioso. Gli ispettori di fabbrica ammonirono il governo che lantagonismo di classe si era acuito incredibilmente. Le decisioni contraddittorie dei magistrati circa linterpretazione delle leggi sul lavoro avevano da parte loro creato una situazione di anarchia che provocava brontolii fra gli stessi fabbricanti; i quali vedevano così violato il diritto innato del capitale alleguale sfruttamento della forza-lavoro. Fu in questa situazione che si venne ad un compromesso fra operai e fabbricanti: compromesso che venne suggellato dallatto aggiuntivo del 5 agosto 1850.
La giornata di lavoro viene elevata da 10 ore a 10 ore e mezza per i primi 5 giorni della settimana e ridotta a 7 ore e mezza per il sabato. Per gli uomini, gli adolescenti e le donne, il lavoro doveva svolgersi dalle 6 del mattino alle 6 di sera, con pause di unora e mezza per i pasti da concedersi contemporaneamente. Caduto il sistema a relais per i fanciulli, rimase in vigore la legge del 1844. Poiché per questa legge il periodo nel quale i fanciulli potevano essere impiegati andava dalle 5 e mezza del mattino alle 8 e mezza di sera, essi rimasero sfruttabili ancora per mezzora prima dellinizio, e per due ore dopo la fine dellorario normale per gli adulti, pur durando 6 ore e mezza il lavoro complessivo della loro giornata di lavoro normale. Dopo molte lotte, latto del 1850 venne finalmente, nel 1853, integrato con la proibizione di adoperare i fanciulli prima e dopo del lavoro degli adolescenti e delle donne.
12) La lotta della classe operaia per la riduzione della giornata lavorativa e lipocrisia dei capitalisti.
Dopo mezzo secolo di lotta, il principio della limitazione legale della giornata lavorativa trionfava definitivamente. Lo sviluppo delle grandi fabbriche tra il 1853 e il 1860, accompagnato dalla rinascita fisica delloperaio, colpì anche locchio più stupido. Quegli stessi capitalisti, ai quali la regolazione della giornata lavorativa era stata strappata pezzo a pezzo attraverso una lunga guerra civile, ora andavano ostentando la differenza esistente tra le loro fabbriche e quelle dei settori rimasti ancora senza disciplina legale, mentre dal canto loro i farisei dell"economia politica" andavano proclamando che il principio della regolazione della giornata lavorativa era una conquista qualificante della loro "scienza".
Dopo che i magnati del capitale dovettero adattarsi allinevitabile, si indebolì la loro resistenza, mentre crebbe contemporaneamente la forza di attacco della classe operaia, che dal 1860 attraversa un periodo di rapidi progressi.
13) Come loperaio entra nel processo produttivo e come ne esce.
Abbiamo visto che sul mercato il lavoratore si presenta come proprietario della merce forza-lavoro e che il contratto con il quale esso la cede al capitalista dimostra che dispone liberamente della merce stessa. Nondimeno, concluso il contratto, si scopre che il tempo per il quale egli è libero di cedere la forza-lavoro è il tempo per il quale egli è costretto a cederla. Il contratto stipulato con il capitalista non è affatto latto di un libero agente. Senza una legge strappata con la forza della propria classe loperaio si vede divorare dal capitale. Perciò, al posto della magniloquente dichiarazione "dei diritti inalienabili delluomo", giova alloperaio mettere una modesta legge, la quale fissa quando termina il tempo da lui venduto al capitalista e quando incomincia invece il tempo libero per sé.
SAGGIO E MASSA DEL PLUSVALORE
14) Rapporti e leggi .
Supposto come dato il valore della forza-lavoro o, il che è lo stesso, premessa come grandezza costante la parte della giornata lavorativa necessaria alla riproduzione della forza-lavoro, ne discende che, insieme al saggio, risulta anche determinata la massa del plusvalore producibile da un operaio entro un certo periodo di tempo. Per esempio: se il lavoro necessario ammonta a 4 ore giornaliere espresse in una quantità di oro di L. 1 500 e il saggio del plusvalore è del 100 per cento, questo capitale variabile di L. 1.500 produce una massa di plusvalore di L. 1.500.
Poiché il capitale variabile è lespressione monetaria del valore di tutte le forze-lavoro impiegate dal capitalista ed esso equivale al valore medio di una forza-lavoro moltiplicato per il numero delle forze-lavoro impiegate si deva anticipare un capitale di L. 150.000 per sfruttare giornalmente 100 operai; un capitale di n x 1.500 per sfruttare giornalmente n forze lavoro. Parimenti, la massa del pluslavoro prodotto equivale al pluslavoro fornito in una giornata lavorativa da un operaio moltiplicato per il numero di operai impiegati. Dato il saggio del plusvalore ne discende la seguente legge: "la massa del plusvalore prodotto è uguale allammontare del capitale variabile anticipato moltiplicato per il saggio del plusvalore".
La formula è questa: P = V x (p : v)
Se il saggio del plusvalore varia, per esempio diminuisce, si ha una corrispondente diminuzione della massa del plusvalore nel caso in cui il capitale variabile rimane lo stesso. Per contro, se al diminuire del saggio del plusvalore aumenta il volume del capitale variabile, per esempio in maniera proporzionale, si ottiene una massa invariata di plusvalore. Nella produzione di una determinata massa di plusvalore la diminuzione di un fattore può essere quindi compensata dallaumento dellaltro.
Tuttavia la compensazione non sempre è possibile al di là di certi limiti. La sostituzione del numero degli operai mediante il prolungamento della giornata lavorativa incontra limiti insuperabili. Per esempio, un capitale variabile di L. 150.000 impieghi giornalmente 100 operai al saggio del plusvalore del 100 per cento. In una giornata lavorativa di 8 ore, questo capitale produce un plusvalore di L. 10.000, ossia di ore lavorative 4 x 100. Un capitale di L. 30.000 impieghi ora 20 operai a un saggio del plusvalore del 200 per cento. In una giornata lavorativa di 12 ore, questo secondo capitale produce una massa di plusvalore soltanto di L. 60.000; ossia di ore lavorative 8 x 20. Ne discende questa seconda legge:
"Il limite assoluto della giornata lavorativa media costituisce un limite assoluto alla sostituzione del capitale variabile mediante laumento del saggio del plusvalore".
Infine, dati il saggio del plusvalore e il valore della forza-lavoro, si ricava la seguente terza legge:
"Le masse del plusvalore prodotto variano in proporzione diretta con le grandezze del capitale variabile anticipato".
Evidentemente questultima legge contrasta con ogni constatazione basata sullapparenza. Difatti un capitalista che impieghi molto capitale costante ed in relazione ad esso poco capitale variabile, non intasca per ciò stesso una minore fetta di plusvalore del capitalista che invece impiega poco capitale costante e molto capitale variabile. Per risolvere questa contraddizione apparente sono necessari molti termini intermedi Sarà quindi compito dellanalisi successiva fornire le illustrazioni. necessarie Intanto si noti che il lavoro messo in movimento giorno per giorno dal capitale complessivo di una società può essere considerato come unica giornata lavorativa. Se a lavorare siano 20 milioni di operai e la giornata lavorativa media è di 8 ore, la giornata lavorativa sociale sarà di 160 milioni di ore. Ora, data la durata della giornata lavorativa, fisicamente e socialmente fissata, la massa del plusvalore può essere aumentata soltanto aumentando il numero degli operai, ossia con laumento della popolazione operaia.
15) Quale somma è necessaria per la trasformazione del denaro in capitale.
Da quanto si è detto sin qui sulla produzione del plusvalore assoluto discende che non ogni somma di denaro è trasformabile in capitale e che anzi per tale trasformazione è indispensabile un minimo determinato di denaro o di valore nelle mani del possessore di merci. Quale è questo minimo?
Essendo per il capitalista scopo della produzione non già quello di sostentarsi sul lavoro altrui ma quello di arricchirsi sul lavoro altrui, è necessario che egli abbia una somma di denaro, la quale basti a comandare un numero tale di operai il cui sopralavoro, oltre a sostentarlo, lo arricchisca. Certamente anche il capitalista può mettere mani alla produzione. Ma in tal caso egli sarebbe un capitalista soltanto a metà; una cosa intermedia fra capitalista e operaio: "un piccolo padrone"
Ora un certo livello della produzione capitalistica implica che il capitalista possa impiegare il proprio tempo nellappropriazione e nel controllo del lavoro altrui. A questo livello occorre dunque una somma di denaro che sia sufficiente a comandare tanti operai quanti abbisognano per esonerare il capitalista dal partecipare alla produzione.
Storicamente il possessore di denaro si trasforma in capitalista allorquando la somma minima anticipata per la produzione supera di molto il massimo medioevale. Tale minimo poi varia secondo i gradi di sviluppo della produzione e le sfere produttive.
16) Il dominio del capitale.
Senza soffermarci sui mutamenti subiti, nel corso del processo di produzione, dal rapporto tra capitalista e operaio, si mettono in evidenza alcuni punti principali,
Il capitale si è sviluppato allinterno del processo di produzione come comando sulloperaio. Il capitalista (capitale personificato) vigila affinché loperaio effettui il lavoro con il dovuto grado di intensità e regolarmente
Inoltre il capitale si è accresciuto mercé un rapporto di coercizione, che forza la classe operaia a compiere un lavoro superiore al lavoro occorrente per soddisfare le proprie necessità vitali. Orbene, come sfruttatore della forza-lavoro, il capitale supera in energia, limiti ed efficacia, tutti i passati modi di produzione basati sul lavoro forzato diretto.
Daltra parte mentre nella produzione vista sul piano del processo lavorativo, loperaio tratta i mezzi di produzione come strumenti della propria attività produttiva utile; nella produzione vista dal lato del processo di valorizzazione sono i mezzi di produzione che si trasformano ben tosto in mezzi di assorbimento del lavoro altrui. Non è più loperaio che adopera i mezzi di produzione, sono invece i mezzi di produzione che adoperano loperaio.
CONCETTO DEL PLUSVALORE RELATIVO
1) Forza produttiva del lavoro
Finora la parte della giornata lavorativa, durante la quale loperaio produce soltanto lequivalente del valore della propria forza-lavoro, è stata trattata come grandezza costante; e di fatto lo è in condizioni di produzione determinate. Al di là di questo tempo necessario loperaio poteva lavorare una, due, tre, quattro ore, ecc.; sicché saggio del plusvalore e grandezza della giornata lavorativa variavano in dipendenza del corrispondente prolungamento. Si aveva: tempo necessario di lavoro costante, giornata lavorativa variabile.
Supposta una giornata lavorativa, la cui durata e la cui suddivisione &emdash; in lavoro necessario e sopralavoro &emdash; siano perfettamente determinate, come è possibile aumentare la produzione di plusvalore (ossia prolungare il sopralavoro) senza prolungare ulteriormente la giornata lavorativa? Non ci sarebbe che una via: accorciare il tempo di lavoro necessario. Solo così una parte del tempo che loperaio dovrebbe impiegare per riprodurre lequivalente del valore della propria forza-lavoro diventerebbe tempo di sopralavoro a vantaggio del capitalista. In questo caso infatti non cambierebbe lestensione della giornata lavorativa, varierebbe soltanto la sua suddivisione in tempo necessario di lavoro ed in tempo di sopralavoro. Ma come è possibile ottenere un simile accorciamento? Poiché la durata del lavoro necessario è determinata dal valore della forza-lavoro &emdash; cioè dalla somma dei mezzi di sussistenza quotidianamente necessari al mantenimento delloperaio &emdash; a meno che non si comprima il salario al di sotto del valore della forza-lavoro, la diminuzione del tempo di lavoro necessario è possibile unicamente riducendo il valore della forza-lavoro; in altri termini producendo in un tempo minore la quantità dei mezzi di sostentamento occorrenti alloperaio. Questo risultato è possibile soltanto per mezzo di un aumento della forza produttiva del lavoro, il quale non può ottenersi senza che avvenga un cambiamento nei mezzi di lavoro o nei metodi di lavoro; o negli uni e negli altri insieme. Deve subentrare dunque una rivoluzione nelle condizioni di produzione, nello stesso processo lavorativo.
Per aumento della forza produttiva del lavoro deve intendersi, in generale, un cambiamento nel processo lavorativo, in virtù del quale viene abbreviato il tempo di lavoro socialmente richiesto per la produzione di una merce ed una minore quantità di lavoro acquista la forza di produrre una maggior quantità di oggetti utili. Nella produzione del plusvalore assoluto, il modo di produzione è stato presupposto come dato. Nella produzione del plusvalore mediante trasformazione di lavoro necessario in pluslavoro non è più sufficiente che il capitale si impossessi del processo lavorativo nella forma presente. Occorre che esso metta sotto sopra le condizioni tecniche e sociali del processo lavorativo (lo stesso modo di produzione) per poter aumentare la forza produttiva del lavoro e diminuire in tal modo il valore della forza lavoro.
Chiamiamo plusvalore assoluto il plusvalore prodotto mediante il prolungamento della giornata lavorativa; plusvalore relativo il plusvalore nascente dallaccorciamento del tempo di lavoro necessario e dal corrispondente cambiamento delle parti costitutive della giornata lavorativa.
A rendere più a buon mercato loperaio non basta però un qualsiasi aumento della forza produttiva del lavoro. Affinché diminuisca il valore della forza-lavoro occorre che laumento della forza produttiva del lavoro si verifichi in quei settori dindustria i cui prodotti concorrano a formare il valore della forza-lavoro stessa. Appartengono cioè alla sfera dei mezzi di sussistenza, oppure possono sostituirli.
Il valore delle merci, così pure quello della forza-lavoro, anchesso determinato da quello delle merci, sta in rapporto inverso alla produttività del lavoro; mentre il plusvalore relativo vi sta in rapporto diretto. Pertanto ogni progresso nella produttività del lavoro, riducendo il prezzo delle merci, riduce il prezzo della forza-lavoro e aumenta il plusvalore. Bisogna notare che il capitalista è di per sé indifferente di fronte al valore assoluto della merce. Egli mira esclusivamente al plusvalore in essa contenuto. Poiché il plusvalore aumenta col diminuire del valore delle merci, ciò spiega perché egli ha interesse ad abbassare il valore delle merci. È istinto immanente del capitale aumentare la forza produttiva del lavoro; ridurre più a buon mercato la merce, e con ciò loperaio stesso, onde accrescere per tale via il plusvalore. Leconomia del lavoro, che si ottiene mediante lo sviluppo della forza produttiva, non ha mai lo scopo di abbreviare la giornata lavorativa; ma contrariamente a quanto dicono gli economisti del tipo di Culloch, Ure, Senior, ecc., mira unicamente ad accorciare il tempo necessario per produrre una data quantità di merci. Che in seguito allaumentata produttività I operaio realizzi in due ore quanto realizzava in quattro, ciò non toglie che egli venga fatto lavorare ora quanto prima. Entro i limiti della produzione capitalistica lo sviluppo della forza produttiva del lavoro ha dunque come scopo di abbreviare la parte della giornata lavorativa durante la quale loperaio deve lavorare per se stesso; onde prolungare, attraverso tale via, l'altra parte della giornata lavorativa durante la quale esso lavora gratuitamente per il capitalista.
Passando ad illustrare i metodi particolari di produzione del plusvalore relativo si vedrà come tale risultato sia anche raggiungibile senza ridurre le merci più a buon mercato.
COOPERAZIONE
2) Lavoro libero in massa punto di partenza del capitalismo.
Il capitalismo non comincia realmente a svilupparsi che laddove un solo capitalista comanda, radunando, in uno stesso luogo, un numero considerevole di operai, per produrre una massa di merci quantitativamente notevole. Solo quando molti operai vengono assoldati dallo stesso capitalista, il lavoro, che si oggettiva in valore può acquistare qualità sociale media e diventare esplicazione di una forza-lavoro media. Infatti in ogni ramo di industria loperaio singolo si allontana, più o meno, da questa media; ed i capitalisti, i quali comandano soltanto uno o due operai, risentono le oscillazioni di queste differenti abilità; anche se queste si compensano per la società. Invece quando una massa cospicua di operai lavora alle dipendenze dello stesso capitalista, questultimo mette in moto, fin dallinizio, lavoro sociale medio; e si realizza così, anche per il singolo produttore completamente la legge della valorizzazione.
Il lavoro libero in massa è dunque il punto di partenza della produzione capitalistica. Anche se i modi di lavorare rimangono identici, limpiego contemporaneo di un numero considerevole di operai comporta una rivoluzione nelle condizioni oggettive del processo lavorativo. Una parte dei mezzi di produzione (edifici, recipienti, strumenti, apparecchi, ecc.) viene consumata in comune. I mezzi di produzione consumati in comune cedono nel prodotto una parte costitutiva minore del loro valore; in parte perché tale valore si ripartisce su una massa più grande di prodotti; in parte perché essi entrano nel processo di produzione con un valore che, in assoluto, è maggiore dei singoli strumenti di lavoro isolati, ma relativamente è minore della loro somma. Questa economia nellimpiego dei mezzi di produzione deriva qui esclusivamente dalluso comune dei mezzi di lavoro.
Leconomia dei mezzi di produzione va considerata da un duplice punto di vista: a) riducendo le merci più a buon mercato abbassa il valore della forza-lavoro; b) altera il prodotto tra plusvalore e capitale complessivo anticipato. Il secondo punto sarà oggetto di analisi nella Prima Sezione del Terzo Libro; qui interessa considerare soltanto il primo.
Loperare nello stesso luogo di un numero considerevole di operai fa crescere la scala dei mezzi di produzione utilizzati in comune. Il lavoro assume la forma comune allorquando più persone lavorano insieme, o nello stesso processo di produzione, o in processi di produzione differenti, ma connessi. Tale forma di lavoro in comune si chiama cooperazione. La cooperazione sviluppa una forza produttiva sociale che supera di gran lunga la somma meccanica delle forze individuali dei singoli operai che lavorano insieme e crea una forza produttiva, che è di per sé stessa forza di massa.
A parte la potenza nuova che sorge dalla fusione di molte forze in una sola forza produttiva, il semplice contatto sociale genera una particolare eccitazione e uno spirito di emulazione fra gli uomini, che aumentano la loro capacità di rendimento individuale. Inoltre il lavoro collettivo, abbreviando il tempo di lavoro occorrente a svolgere unoperazione; supplendo con le sue molte braccia alle esigenze dei momenti critici di certe produzioni; rendendo possibile, a seconda delle circostanze, o la dilatazione dellambito spaziale del lavoro, o la contrazione del campo spaziale di produzione; e così via dicendo; dà una serie di risultati che non si potrebbero giammai ottenere con il semplice lavoro individuale.
Considerata in rapporto ad un uguale numero di giornate isolate, la giornata di lavoro combinata produce quantità maggiore di oggetti di uso e diminuisce perciò il tempo di lavoro richiesto per produrre un effetto utile. Da qualsiasi delle circostanze sopra accennate dipenda, la forza produttiva accresciuta della giornata lavorativa combinata è forza produttiva del lavoro sociale, nascente dalla cooperazione stessa. Lavorando collettivamente loperaio si spoglia dei suoi limiti individuali e sviluppa le facoltà della specie.
Poiché la cooperazione diretta non è possibile senza che molti operai stiano insieme, non si può avere collaborazione fra salariati senza che lo stesso capitalista comperi le loro forze-lavoro. Perciò il numero degli operai impiegati nella cooperazione (scala della cooperazione) dipende in primo luogo dalla grandezza del capitale, che il capitalista è in grado di anticipare per lacquisto della forza-lavoro. Daltra parte lagglomeramento di un numero considerevole di operai comporta la concentrazione di masse considerevoli di mezzi di produzione (aumento del capitale costante) e quindi la scala della cooperazione dipende in secondo luogo dal grado di questa concentrazione.
3) Subordinazione reale delloperaio al capitale.
Si è visto che, perché una somma di denaro si trasformi in capitale occorre che il possessore di denaro impieghi un numero tale di operai, il cui pluslavoro sia sufficiente ad esimerlo dal lavoro manuale. Ora, tale grandezza minima si presenta come condizione per la trasformazione dei vari e indipendenti processi lavorativi individuali in processo lavorativo sociale combinato. Non solo, ma il comando del capitale sul lavoro, che dapprima ha un carattere formale, con la cooperazione di numerosi operai salariati diventa una condizione reale della produzione. Ogni lavoro in comune, quando è svolto su scala considerevole, esige una direzione che armonizzi le varie attività individuali e svolga le funzioni generali che derivano dal movimento dellorganismo produttivo complessivo. Un singolo violinista si dirige da solo, lorchestra ha bisogno di un direttore. Questa funzione di direzione, appena il lavoro ad essa subordinato diventa cooperativo, diviene funzione del capitale. E come funzione del capitale assume speciali caratteristiche.
Scopo determinante della produzione capitalistica è la produzione più grande possibile di plusvalore; ossia il maggior sfruttamento possibile delloperaio.
Con laumento della massa degli operai simultaneamente impiegati, cresce la loro resistenza; e, correlativamente, la pressione del capitale per superare tale resistenza. La funzione di direzione del capitalista non scaturisce semplicemente dal processo lavorativo sociale; è contemporaneamente funzione di sfruttamento del lavoro in comune. È un portato dellinevitabile antagonismo tra sfruttati e sfruttatori. Tale direzione è: a) in quanto al contenuto, di duplice aspetto, riflettendo la duplice caratteristica del processo produttivo, che è processo lavorativo e processo di valorizzazione; b) in quanto alla forma dispotica; nella fabbrica chi comanda è il capitalista. Il dispotismo sviluppa poi le sue forme particolari con il progresso stesso della cooperazione. Dapprima, quando il capitale ha raggiunto quella grandezza minima che gli consente di esimersi dal lavoro manuale, è il capitalista stesso che svolge la funzione di direzione (sorveglianza, coordinamento, ecc.). In un secondo tempo, appena il suo capitale aumenta, il capitalista si spoglia della sua funzione di sorveglianza e la confida ad un genere particolare di operai salariati (dirigenti, sorveglianti, capi-reparto, ecc.); i quali durante il processo di lavoro comandano gli altri operai in nome del capitale. Progressivamente il lavoro di sorveglianza diventa funzione esclusiva di questi ultimi.
Siccome gli operai vendono singolarmente al capitalista la loro forza-lavoro, e la loro cooperazione comincia nel processo lavorativo, quando essi hanno cessato di appartenere a se stessi per essere incorporati al capitale, la forza produttiva sviluppata dalloperaio, come operaio sociale, appare forza produttiva propria del capitale.
La cooperazione capitalistica non è che una forma storica particolare della cooperazione. Agli inizi dello sviluppo sociale troviamo varie forme di cooperazione. La cooperazione capitalistica, sviluppandosi in antagonismo alla piccola produzione agricola e allesercizio artigiano, di fronte al contadino e allartigiano indipendenti sembra essere la forma tipica e peculiare del capitalismo stesso. Come la potenza del lavoro collettivo si presenta quale potenza propria del capitale; così la cooperazione sembra forma specifica della produzione capitalistica.
DIVISIONE DEL LAVORO E MANIFATTURA
4°) Origine duplice della manifattura.
Il periodo della manifattura va grosso modo dal secolo XVI al 1775 circa. La cooperazione, che ha come fondamento la divisione del lavoro, assume la sua figura classica nella manifattura. Questa ha una doppia origine. In un primo caso vengono raggruppati in unofficina, sotto il comando di un capitalista, operai di mestieri differenti, attraverso le cui mani deve passare un prodotto per raggiungere la forma definitiva (manifattura delle carrozze). In un secondo caso vengono raggruppati, da parte dello stesso capitalista, molti artigiani che fanno la stessa cosa o cose analoghe. In questultimo caso circostanze esteriori inducono col tempo ad utilizzare differentemente il concentramento di forza-lavoro. Le operazioni, eseguite in successione temporale dallo stesso artigiano, si sciolgono luna dallaltra; si isolano; ciascuna viene affidata ad un singolo artigiano; mentre vengono svolte tutte quante dagli artigiani cooperanti contemporaneamente. Questa suddivisione delle operazioni, dapprima casuale, ben tosto si consolida, formando il sistema della divisione del lavoro. Da prodotto individuale di un artigiano indipendente la merce diventa prodotto sociale di una associazione di artigiani (produzione d aghi).
La manifattura si sviluppa quindi dal lavoro artigianale in due modi. In un primo parte dalla combinazione di mestieri autonomi, ridotti a dipendenza e integrantisi reciprocamente nel processo di produzione di una singola merce. In un secondo dalla cooperazione di artigiani dello stesso tipo, il cui mestiere individuale viene scisso nelle differenti operazioni particolari, fino a diventare funzione esclusiva di un singolo operaio. Dunque: da un lato combina mestieri prima separati; dallaltro introduce e sviluppa la divisione del lavoro. Qualunque ne sia il punto di partenza, la sua figura conclusiva è però sempre la stessa: un meccanismo di produzione i cui organi sono uomini.
5) Loperaio parziale e il suo strumento.
Vediamo più da vicino la divisione del lavoro nel periodo manifatturiero. È evidente che un operaio, il quale esegue per tutta la vita la medesima operazione semplice, trasformi il proprio stesso corpo in un organo di tale operazione; e consumi meno tempo dellartigiano, il quale invece compie una serie di operazioni diverse. Di fronte al mestiere artigianale indipendente, la manifattura, che è basata su tali operai parziali, produce di più in meno tempo: aumenta quindi la forza produttiva del lavoro.
Inoltre una volta resa autonoma la singola operazione, con la costante ripetizione di essa e con lesperienza, si perfeziona il metodo di lavoro e si raggiunge così leffetto utile prefisso col minor dispendio di energie. Daltra parte, lavorando insieme nella stessa officina differenti generazioni di operai, labilità acquisita si accumula e si tramanda.
In terzo luogo lartigiano, che esegue tutte le operazioni occorrenti per produrre un articolo, è costretto, ora a spostarsi, ora a cambiare strumento. Nella produzione artigianale il processo lavorativo incontra perciò intervalli improduttivi che non si hanno nella manifattura. Laumento della produttività può dipendere qui, sia da una diminuzione del consumo improduttivo della forza-lavoro, sia da una crescente intensificazione del lavoro.
Naturalmente laumentata produttività del lavoro non dipende soltanto dallabilità delloperaio parziale, ma anche dal perfezionamento degli strumenti di lavoro. Un utensile può servire a diverse funzioni. Ma non appena viene destinato ad un solo uso, esso prende la forma adatta esclusivamente a tale uso. La manifattura semplifica, perfeziona e moltiplica gli strumenti di lavoro, adattandoli alle particolari funzioni degli operai parziali.
Loperaio parziale e lo strumento particolare sono dunque gli elementi semplici della manifattura. Esaminiamo ora la figura complessiva.
6) Manifattura eterogenea e manifattura organica. Meccanismo complessivo.
La manifattura riveste due forme fondamentali le quali, quantunque possano occasionalmente intrecciarsi, sono sostanzialmente differenti, e giuocano un ruolo del tutto differente nel passaggio dalla manifattura alla grande industria. Tali due forme dipendono dalla natura del manufatto stesso. In una (manifattura eterogenea) il manufatto viene realizzato mediante congiunzione meccanica di prodotti parziali indipendenti (esempio tipico: la fabbricazione dellorologio). Nellaltra (manifattura organica) il manufatto viene formato definitivamente attraverso una serie di processi e operazioni graduali e connessi tra di loro (esempio: la produzione di aghi da cucire). Questultima forma, combinando mestieri prima isolati, riduce la separazione spaziale fra le singole fasi della formazione del manufatto; abbreviando il tempo di passaggio del manufatto da uno stadio allaltro, aumenta di fronte al mestiere artigiano la forza produttiva del lavoro, sorgente direttamente dal carattere cooperativo della manifattura.
Ma ciò che qui è decisivo è la connessione fra le particolari operazioni. Dovendo attraversare una serie successiva di trasformazioni prima che loggetto del lavoro raggiunga la sua forma finita di manufatto, ogni gruppo di operai parziali consegna allaltro gruppo un "semi-lavorato", ossia la materia prima della propria particolare operazione. Il risultato del lavoro delluno diventa punto di partenza del lavoro dellaltro. Già in base allesperienza si fissa il tempo di lavoro necessario per ottenere il risultato prefisso in un processo parziale. Ogni gruppo di operai deve produrre in un dato tempo un effetto utile determinato. Condizione fondamentale del meccanismo della manifattura diventa allora il fatto che nelle singole operazioni si impieghi soltanto il tempo di lavoro socialmente necessario. Pertanto, la necessità che una merce venga prodotta impiegando solo il tempo socialmente necessario, e che nella produzione di merci si manifesta come costrizione esterna per effetto della concorrenza, nella manifattura diventa legge tecnica dello stesso processo di produzione.
Poiché le diverse operazioni richiedono, secondo la loro complessità, tempi di lavoro differenti e gruppi di operai differenti per numero e forza, la divisione del lavoro allinterno della manifattura crea una proporzione matematica fissa per laumento quantitativo dei vari gruppi di operai impiegati in ciascuna funzione particolare. Quando in base allesperienza si è stabilita la proporzionalità più vantaggiosa dei vari gruppi di operai parziali, per allargare la scala della produzione bisognerà impiegare allora un multiplo di ogni particolare gruppo di operai. Così con la divisione qualitativa delle funzioni, la divisione del lavoro manifatturiera sviluppa la legge della proporzionalità quantitativa del processo di lavoro sociale.
La manifattura, come può sorgere dalla combinazione di diversi mestieri artigiani, così essa può svilupparsi dallunione di due manifatture diverse, in cui le manifatture originarie diventano reparti combinati di una nuova manifattura complessiva. Tuttavia, nonostante i vantaggi che una tale unione può offrire, la combinazione delle manifatture non riesce mai a raggiungere quellunità tecnica che si realizza soltanto con la trasformazione della manifattura in industria meccanica, ossia con lintroduzione su grande scala delle macchine. Anche il periodo della manifattura sviluppa qua e là luso delle macchine (impiego di pile a cilindro per la triturazione degli stracci nella fabbricazione della carta; mulino battitore nella triturazione dei minerali; ecc.) (1). Ma nel complesso le macchine vi giuocano un ruolo secondario. Macchinario specifico del periodo della manifattura rimane loperaio complessivo stesso, combinato da molti operai parziali.
Questo "lavoratore complessivo" possiede tutte le qualità produttive con un grado di perfezione molto superiore a quello del singolo artigiano. Lunilateralità e limperfezione, che si sviluppano necessariamente nel singolo operaio parziale, diventano in quello complessivo perfezione e completezza. Dato che le funzioni specifiche di questo operaio complessivo sono più o meno semplici o complesse, basse od elevate, per i vari gruppi di operai parziali si richiedono gradi diversi di preparazione. La manifattura sviluppa quindi una gerarchia di forza-lavoro a cui corrisponde una scala di salari. Come sviluppa la specializzazione, così fa della mancanza di qualsiasi preparazione una "specializzazione". Accanto ad operai abili crea operai non abili; per i quali le spese di tirocinio scompaiono del tutto; mentre, semplificandosi la funzione, diminuiscono anche per gli operai abili rispetto allartigiano. Nelluno e nellaltro caso il valore della forza-lavoro diminuisce e questa circostanza fa aumentare la grandezza del plusvalore.
7) Divisione del lavoro nella manifattura e nella società.
La divisione del lavoro nella società forma la base generale di ogni produzione di merci. Vista nei suoi grandi generi (industria, agricoltura, trasporti), la divisione sociale forma la divisione del lavoro in generale. Questi vari generi di produzione ripartiti in specie e sottospecie formano a loro volta la divisione del lavoro in particolare. Infine la ripartizione delle funzioni allinterno di unofficina forma la divisione del lavoro in dettaglio.
Consideriamo i rapporti tra la divisione del lavoro nella manifattura e la divisione del lavoro nella società. Presupposto materiale della divisione del lavoro nella manifattura è limpiego contemporaneo di un certo numero di operai. Presupposto della divisione del lavoro nella società è la massa della popolazione e la densità di essa, densità che va considerata in stretta relazione allo sviluppo dei mezzi di comunicazione. La divisione del lavoro di tipo manifatturiero, mentre esige che la divisione del lavoro allinterno della società sia giunta ad un certo grado di sviluppo, sviluppa a sua volta per reazione la divisione sociale del lavoro. A mano a mano si differenziano gli strumenti di lavoro, si differenziano sempre di più anche i mestieri che producono gli strumenti stessi. A parte tali legami, tra la divisione del lavoro nella società e quella nellofficina esistono differenze sostanziali. Nella società i diversi mestieri producono merci. Nellofficina loperaio parziale non produce nessuna merce. Soltanto il prodotto comune degli operai parziali diventa merce. Inoltre la divisione del lavoro nella manifattura esige la concentrazione dei mezzi di produzione nelle mani di un solo capitalista. La divisione del lavoro nella società presuppone invece la dispersione dei mezzi di produzione in mano a svariati produttori di merci, indipendenti luno dallaltro. In terzo luogo, al posto della proporzionalità esistente nella manifattura, nella società fra i produttori di merci regna larbitrio. La divisione del lavoro allinterno dellofficina presuppone lautorità incondizionata del capitalista sugli operai impiegati. La divisione del lavoro allinterno della società contrappone produttori di merci ad altri produttori di merci, i quali non riconoscono altra autorità che la concorrenza.
Risultato complessivo dei rapporti esaminati è che: tanto lanarchia produttiva, quanto il dispotismo aziendale, si sviluppano col modo capitalistico di produzione, di cui sono un portato.
8) Il carattere capitalistico della manifattura.
La divisione del lavoro di tipo manifatturiero impone come necessità tecnica laumento del numero degli operai. Laumento del numero degli operai, condizionato dallaumento per multipli, provoca a sua volta laumento, molto più rapido, della parte costante del capitale. La manifattura aumenta quindi il volume minimo del capitale necessario al capitalista.
Ma la manifattura rivoluziona da cima a fondo il modo di lavorare del singolo operaio. Prende alla radice la forza-lavoro individuale. Assoggetta loperaio al comando del capitale. Ne sviluppa labilità particolare. Sovverte le condizioni del suo sviluppo generale e lo riduce ad una mostruosità. Tutto ciò che gli operai parziali perdono (cognizioni, intelligenza), si concentra nel capitale di contro a loro stessi. Questa contrapposizione delle potenze intellettuali del processo di produzione agli operai, nascente dalla divisione del lavoro di tipo manifatturiero, è completa nella grande industria; ove la scienza diventa una potenza produttiva indipendente dal lavoro al servizio del capitale.
La divisione manifatturiera del lavoro, moltiplicando gli strumenti di lavoro, sviluppando gli operai parziali, raggruppandoli in un meccanismo complessivo, crea una determinata organizzazione del lavoro sociale, che sviluppa con sé una forza produttiva nuova. Tuttavia, in quanto forma capitalistica della produzione, la manifattura è soltanto un metodo per accrescere, a spese degli operai, la valorizzazione del capitale. Se rappresenta un progresso, una tappa necessaria dello sviluppo economico della società, non pertanto costituisce un mezzo di sfruttamento potenziato.
Finché la manifattura rimane la forma tipica della produzione, le tendenze peculiari del capitale incontrano molteplici ostacoli. Alla base della divisione manifatturiera del lavoro vige la distinzione fra operai abili e non abili. Entro lofficina il perno del lavoro resta labilità artigiana. Poiché gli operai abili prevalgono sugli altri, il capitale deve fare i conti con la loro resistenza e con le loro abitudini. Daltro canto la manifattura, basata comè sullartigianato e sullindustria domestica rurale, non riesce ad impadronirsi di tutta la produzione sociale nel suo complesso. La sua base tecnica ristretta entra quindi in contrasto con i bisogni di produzione da essa suscitati.
Una delle creazioni più compiute della manifattura è stata lofficina per la produzione degli strumenti di lavoro e degli altri apparecchi meccanici allora in uso. Il prodotto tipico di tale officina sono le macchine. Lintroduzione crescente delle macchine elimina da fondamento della produzione sociale lattività di tipo artigiano. Con ciò da una parte viene a cadere la necessità tecnica di legare loperaio ad una funzione parziale; dallaltra vengono a cadere i limiti che questo stesso fondamento frapponeva ancora al dominio del capitale.
(1) Limpero romano ha tramandato col mulino ad acqua la forma elementare di ogni meccanismo; mentre il periodo dei mestieri artigiani ha lasciato in eredità le grandi invenzioni della bussola, della polvere pirica e dellorologio automatico.
MACCHINE E GRANDE INDUSTRIA
9) Sviluppo del macchinario.
Il macchinario, come ogni altro sviluppo della forza produttiva del lavoro, ha il compito di ridurre più a buon mercato le merci per abbreviare la parte della giornata lavorativa in cui loperaio lavora per sé e prolungare la parte in cui lavora gratuitamente per il capitalista. Esso è quindi un mezzo per la produzione del plusvalore.
La rivoluzione del modo di produzione, che nella manifattura prende le mosse dalla forza-lavoro, nella grande industria parte dal mezzo di lavoro. Bisogna, perciò, prima di tutto, esaminare in che modo il mezzo di lavoro da strumento si è trasformato in macchina.
Ogni macchinario sviluppato è composto da tre parti, sostanzialmente differenti: a) della macchina motrice; b) del meccanismo di trasmissione; c) della macchina utensile e operatrice. Il motore imprime il moto a tutto il meccanismo. Il congegno di trasmissione regola tale movimento e lo distribuisce alla macchina utensile. Questultima infine, mossa dalle prime due, afferra loggetto del lavoro e lo trasforma nel modo prestabilito .
La rivoluzione industriale del secolo XVIII parte dalla macchina utensile. Essa sostituisce loperaio, che adopera un solo strumento, con una massa degli stessi strumenti o con strumenti analoghi; che vengono mossi da una sola forza motrice: animale, meccanica o naturale. Il suo tratto caratteristico consiste nel fatto che gli uomini, possedendo soltanto due mani, possono manovrare solamente pochi utensili, le macchine invece tutti gli strumenti possibili.
Lo sviluppo delle macchine operatrici non solo sostituisce le mani delluomo, ma via via sostituisce anche la forza motrice umana. Laddove questa svolge ancora tale funzione, vengono adoperate al suo posto altre forze motrici, quali il cavallo, il vento, la forza idraulica. Ma queste stesse forze motrici permangono anche se in grado differente e in misura diversa delluomo, incostanti, imprecise e poco adattabili. È soltanto con la seconda macchina a vapore (detta a doppio effetto) che viene realizzato un primo motore; il quale alimentandosi di acqua e carbone, genera da sé forza motrice. Inoltre tale motore è pienamente controllabile dalluomo. È mobile e mezzo di locomozione. Universale nella sua applicazione tecnica. In una parola: è lagente generale della grande industria, come ebbe a chiamarlo il suo inventore Watt, allorquando nellaprile 1784 ne richiese il brevetto.
Appena quindi gli strumenti di lavoro vengono trasformati in congegni meccanici anche la macchina motrice prende la forma indipendente e si emancipa dai limiti della forza umana. Sicché, mentre la macchina utensile, che principia la rivoluzione industriale, diviene semplice elemento della produzione meccanica, una sola macchina motrice può azionare molte macchine operatrici.
A questo punto dello sviluppo della grande industria bisogna distinguere la cooperazione di macchine omogenee, dal sistema di macchine. Nella cooperazione di molte macchine omogenee lintero manufatto è eseguito dalla stessa macchina operatrice. Questa compie tutte le operazioni particolari che prima compiva lartigiano (es: manifattura moderna delle buste da lettera). Quando la fabbrica si basa sullagglomeramento di macchine omogenee (tessitura) si ripresenta, sulla nuova base tecnica dellunità del meccanismo produttivo, la cooperazione semplice. Un vero sistema di macchine (filatura) subentra alla singola macchina operatrice, laddove il prodotto passa attraverso le lavorazioni graduali di una serie di macchine utensili eterogenee, integrantisi reciprocamente. Si ripresenta qui sotto forma di combinazione di macchine operatrici parziali la cooperazione mediante divisione del lavoro, tipica della manifattura.
In generale è la stessa manifattura, che fornisce al sistema di macchine, il fondamento spontaneo dellorganizzazione del processo di produzione. Ma interviene subito una modificazione sostanziale. Nella manifattura ad eseguire processi parziali di lavoro sono operai parziali e la divisione del lavoro, che ne consegue, ha carattere soggettivo. Nella grande industria il processo di produzione si emancipa dai limiti soggettivi delloperaio parziale il processo stesso è analizzato oggettivamente; suddiviso in vari processi parziali, ricollegati fra loro e armonizzati per mezzo dellapplicazione tecnica della meccanica, della chimica, ecc.
Poggi sulla cooperazione di macchine operatrici omogenee; poggi sulla cooperazione di macchine operatrici eterogenee; un sistema di macchine operatrici costituisce un solo grande automa appena è mosso da un motore centrale, generatore di forza motrice. Alla singola macchina subentra un mostro meccanico, che riempie con il proprio corpo interi edifici di fabbrica e muove, a ritmo forsennato, i suoi innumerevoli organi di lavoro. Un sistema di macchine siffatto, che può ovviamente subire molteplici modificazioni, rappresenta tecnicamente la forma più sviluppata del meccanismo produttivo.
10) Lo sviluppo dellindustria meccanica.
La manifattura ha prodotto il macchinario con il quale la grande industria ha soppresso, nelle sfere di produzione conquistate, la conduzione di tipo artigianale e manifatturiero. La manifattura è dunque la base tecnica immediata della grande industria. Tuttavia, finché il mezzo suo proprio di produzione, la macchina, è rimasto legato alla forza muscolare e allabilità personale delloperaio, la grande industria è rimasta fortemente intralciata nel suo cammino. A parte la circostanza che le macchine prodotte dallofficina manifatturiera costavano care, lespansione della produzione era legata alla condizione che aumentasse la categoria degli operai molto abili, il che non poteva avvenire dun balzo, data la natura semi artistica del loro lavoro. Perciò ad un certo grado del proprio sviluppo, essa entra in contrasto con il suo fondamento tecnico.
Lestensione del volume delle macchine motrici, il perfezionamento di quelle operatrici e la soluzione dei problemi ad essi connessi, impongono ovunque il principio dominante della grande industria: limpiego di macchine. La rivoluzione del modo di produzione in una sfera spinge al rivolgimento del modo di produzione nelle altre. La rivoluzione nel modo di produzione dellindustria e dellagricoltura rende necessaria una rivoluzione nelle condizioni generali del processo di produzione: nei mezzi di comunicazione e di trasporto. La grande industria dovette quindi impadronirsi delle macchine e produrre macchine mediante macchine. Ciò facendo, essa creò il fondamento tecnico meglio corrispondente al suo sviluppo.
Di fatto, col crescere dellindustria meccanica nei primi decenni del secolo XIX, le macchine cominciarono ad assoggettarsi la produzione di macchine utensili. Mentre verso gli ultimi decenni, in seguito alla costruzione delle ferrovie e allo sviluppo della navigazione a vapore, vengono costruite macchine ciclopiche per la fabbricazione dei primi motori.
Il presupposto tecnico principale per la costruzione di macchine mediante macchine era una macchina motrice capace di ogni potenzialità di forza e al contempo controllabile. Tale macchina esisteva: era la macchina a vapore. Si trattava poi di produrre le forme geometriche perfette necessarie per le singole parti della macchina: retta, piano, cilindro, cono, sfera. Tale problema venne risolto allinizio del secolo XIX dallinvenzione dello scorsoio automatico del tornio, dovuta a Henry Maudsley. Questo congegno meccanico non sostituisce uno strumento particolare, bensì la mano stessa delluomo. Per suo mezzo è possibile costruire le forme geometriche delle singole parti delle macchine, con una precisione e rapidità che nessuna esperienza, accumulata dalla mano più abile, può consentire.
Dunque, con lo sviluppo del macchinario nel sistema delle macchine, la grande industria si forgia un apparato di produzione, che loperaio trova ormai di fronte a sé, come condizione materiale di produzione pronta e di fronte alla quale nulla può più la sua volontà individuale. In tal modo, lorganismo meccanico di produzione, che ora può funzionare solo mediante il lavoro comune (socializzato), tramuta il carattere cooperativo del lavoro in una necessità tecnica dovuta alla natura propria del mezzo di lavoro.
11) Il valore che la macchina trasmette al prodotto.
Si è già visto che le forze produttive nascenti dalla cooperazione e dalla divisione del lavoro, non costano nulla al capitale; sono forze naturali del lavoro sociale. Neppure le forze naturali (vapore, acqua, ecc.) che vengono sfruttate dai processi produttivi costano alcunché. Tuttavia, per poter utilizzare nel processo produttivo le forze naturali, occorrono apparecchi e congegni meccanici appropriati. E questi congegni costano; vediamo perciò come essi influiscono sul valore del prodotto.
Le macchine, come ogni altro elemento del capitale costante, non creano valore, ma trasmettono al prodotto il loro proprio valore. In quanto rappresentano una parte del valore del prodotto, lo rincarano. Ma bisogna osservare quanto segue. Le macchine entrano sempre interamente nel processo di produzione, ma solo parzialmente nel processo di valorizzazione. Non aggiungono mai al prodotto più valore di quanto ne perdono per logorio. Dopo aver realizzato un prodotto la macchina non scompare, è sempre valida, pronta a ricominciare lo stesso processo produttivo. Vi è quindi una notevole differenza tra la macchina considerata come elemento del valore e la macchina considerata come elemento del prodotto. Tale differenza poi diventa tanto maggiore quanto maggiore è il periodo duso delle macchine e minore il tempo di logoramento. Poiché le macchine sono fatte di materiale più durevole, sono usate secondo leggi scientifiche e hanno un campo di applicazione più vasto dello strumento artigiano, in una parola sono più economiche di questo, rendono un servizio gratuito maggiore dello strumento. Detratti i costi giornalieri, consistenti nellusura giornaliera media, tanto le macchine quanto lo strumento operano gratuitamente come forze naturali. Ma quanto maggiore è leffetto utile delle macchine di fronte allo strumento; tanto maggiore è il servizio gratuito che esse rendono in confronto a questultimo. Ne consegue che solo nella grande industria luomo riesce a fare operare gratuitamente come forza naturale, il prodotto del suo lavoro passato.
Data la differenza intercorrente tra il valore della macchina e il valore che essa trasmette al prodotto; quanto maggiore è il volume del prodotto, tanto minore è il rincaro di esso. Inoltre, data la proporzione nella quale le macchine cedono valore, meno lavoro contengono, meno valore cedono; epperciò esse sono tanto più produttive e il loro servizio si avvicina a quello delle forze naturali. La produzione di macchine per mezzo di macchine, tipica della grande industria, diminuisce appunto il valore delle macchine in proporzione allestensione e allefficacia.
È chiaro che, quando la produzione di una macchina costa tanto lavoro di quanto se ne risparmia con il suo uso, si verifica soltanto un semplice spostamento di lavoro e non si realizza alcun aumento di produttività. Però se la macchina costa quanto la forza-lavoro da essa sostituita, il lavoro contenuto nella macchina è minore del lavoro vivo sostituito, perché nel lavoro vivo sostituito non è compreso il plusvalore che essa crea, mentre il valore della macchina è composto tanto dal valore della forza-lavoro, quanto dal plusvalore. Ne discende che, considerando la macchina solo come mezzo per ridurre più a buon mercato il prodotto, il suo uso incontra il seguente limite: la produzione della macchina deve costare meno lavoro di quanto ne sostituisce. Per il capitale poi tale limite si restringe ancora. Poiché esso paga non il lavoro fatto, bensì il valore della forza-lavoro (che è sempre minore) luso delle macchine è limitato dalla differenza fra il valore della macchina e il valore della forza-lavoro da essa sostituita. Quindi nella società borghese le macchine non possono trovare quel campo molto più vasto di applicazione che invece troverebbero in una società comunista.
12) Effetti immediati dellindustria meccanica sulloperaio.
a) Lavoro delle donne e dei fanciulli. Consentendo di fare a meno della forza muscolare, le macchine diventano il mezzo più adatto per limpiego di operai fisicamente immaturi. La prima parola delluso capitalistico delle macchine è stata quindi: "lavoro delle donne e dei fanciulli". Le macchine, da potente surrogato del lavoro, su base capitalistica diventano un mezzo per aumentare il numero degli operai salariati.
La forza-lavoro viene svalorizzata in quanto tutta la famiglia operaia e non soltanto il capo-famiglia, viene gettata sul mercato ed il valore della forza-lavoro, che prima veniva considerato in relazione al capo-famiglia, viene ora a distribuirsi su tutti i suoi membri. Fin dal principio le macchine allargano quindi, sia il grado di sfruttamento, sia il materiale umano da sfruttare.
Inoltre sovvertono la mediazione formale del rapporto capitalistico; vale a dire il contrasto fra operaio e capitalista infatti il capitale ora acquista minorenni. Prima loperaio vendeva la propria forza-lavoro come persona formalmente libera; ora vende anche la moglie e i figli. Diventa mercante di "schiavi".
Oltre al deterioramento fisico delle donne e dei fanciulli, lintroduzione delle macchine ha fatto salire fortemente la mortalità infantile fra i figli della classe operaia. Essa ha dato anche un impulso formidabile allatrofia fisica e morale dei membri della famiglia operaia. Tutto ciò è documentato da inchieste mediche, da studi e analisi, come la pregevole opera di Federico Engels: "Situazione della classe operaia in Inghilterra". Infine, con limpiego di una quantità notevole di donne e di fanciulli le macchine spezzano la resistenza che loperaio adulto opponeva ancora al dispotismo del capitale nel periodo manifatturiero.
b) Prolungamento della giornata lavorativa. Le macchine sono un mezzo per prolungare al di là di ogni limite naturale la giornata lavorativa. Innanzitutto riducono al minimo la resistenza delloperaio, sia per lapparente facilità del lavoro a macchina, sia per la concorrenza femminile ed infantile In secondo luogo, poiché le macchine sono tanto più economiche quanto più stanno in funzione (in quanto come si è visto il logorio e lusura si ripartiscono su una massa crescente di prodotti) la tendenza del capitale a prolungare la giornata lavorativa agisce, nel loro primo periodo di vita, in modo acutissimo. In terzo luogo, il prolungamento della giornata lavorativa permette di estendere la scala della produzione, senza che sia necessario aumentare la spesa in macchine ed edifici; il che da un lato fa aumentare il plusvalore, mentre dallaltro fa diminuire le spese occorrenti al suo ottenimento. Tale risultato diventa tanto più cospicuo quanto più, con lo sviluppo dellindustria meccanica, aumenta la parte fissa (macchine, edifici, ecc.) del capitale. In quarto luogo, la macchina produce plusvalore relativo non solo svalutando la forza-lavoro, ma anche trasformando, quando viene introdotta per la prima volta in una sfera produttiva, il lavoro impiegato dal capitalista individuale in lavoro potenziato; ossia elevando il valore sociale del prodotto della macchina al di sopra del valore individuale. Durante questo periodo di transizione, in cui essa ha virtualmente carattere di monopolio, i profitti salgono in modo eccezionale; epperciò il capitalista cerca di sfruttare al massimo questo periodo iniziale prolungando il più possibile la giornata lavorativa. Tale profitto straordinario scompare e si afferma la legge per cui il plusvalore sorge non dal lavoro sostituito dalla macchina, bensì dalla forza-lavoro impiegata, ossia dal capitale variabile, appena la nuova macchine viene introdotta in modo generale nella data sfera di produzione.
Poiché lindustria meccanica, in qualunque misura riesca ad ingrandire, mediante laumento della forza produttiva del lavoro, il pluslavoro a spese del lavoro necessario, può raggiungere questo risultato solo riducendo il numero degli operai occupati da un dato capitale (cioè diminuendo la parte variabile in rapporto alla parte costante); luso del macchinario per la produzione del plusvalore contiene una contraddizione immanente: il saggio del plusvalore cresce solo con la diminuzione del numero degli operai, ossia della sorgente stessa del plusvalore. Tale contraddizione appare alla luce del sole non appena, in seguito alla introduzione generale del macchinario, il valore delle merci prodotte con le macchine nuove diventa il valore sociale di tutte le merci dello stesso genere. Allora questa contraddizione sospinge il capitale al più violento prolungamento della giornata lavorativa, al fine di compensare in tal modo la diminuzione del numero relativo degli operai sfruttati. Dunque luso capitalistico del macchinario, mentre crea nuovi motivi per il prolungamento smisurato della giornata lavorativa; produce anche una popolazione operaia sovrabbondante, che è costretta a lasciarsi dettar legge dal capitale. A tale situazione si riconduce il fenomeno, tipico dellindustria moderna, che vede la macchina mandare in aria tutti i limiti, morali e naturali della giornata lavorativa; e da mezzo potente per laccorciamento del tempo di lavoro, divenire mezzo infallibile per trasformare tutto il tempo della vita delloperaio e della sua famiglia in tempo di lavoro disponibile per la valorizzazione del capitale.
c) Intensificazione del lavoro. Come si è visto nel Capitolo X contro il prolungamento smisurato della giornata lavorativa si sviluppa la ribellione della classe operaia, che costringe lo Stato a fissare limiti legali alla sua durata. È su questa base che prende vigore laltra tendenza delluso capitalistico delle macchine: lintensificazione del lavoro. Appena il capitale si trovò preclusa la via al prolungamento smisurato della giornata lavorativa, si gettò con tutta forza sulla produzione del plusvalore relativo, intensificando ovunque il dispendio di lavoro, mediante lintroduzione accelerata del sistema delle macchine.
Con lintensificazione dello sforzo lavorativo subentra un cambiamento nel carattere del plusvalore relativo. In generale il metodo di produzione del plusvalore relativo consiste nel mettere in grado loperaio di produrre, mediante laumento della forza produttiva, di più con lo stesso dispendio di lavoro. Diversamente stanno le cose non appena alloperaio è imposta una tensione di lavoro più alta, possibile nella giornata lavorativa accorciata. Comprimere una massa di lavoro maggiore entro un dato periodo di tempo significa realizzare una quantità maggiore di lavoro. Lora più intensa di lavoro oggettiva più valore dellora meno intensa; e vale come lavoro potenziato. Così accanto alla misura del tempo di lavoro secondo la lunghezza (estensione) si presenta ora la misura secondo il grado di condensazione (intensità).
Come viene intensificato il lavoro? Il primo effetto della giornata lavorativa accorciata risiede nella legge evidente che le capacità di azione della forza-lavoro stanno in rapporto inverso con la durata del lavoro. Meno prolungato è lo sforzo lavorativo e più questo può essere intensificato. Nelle manifatture lintroduzione della legge sulle fabbriche ha visto aumentare la regolarità, la continuità e lenergia del lavoro. Tale effetto sembrava però dubbio per la fabbrica vera e propria, ove la dipendenza delloperaio dal moto uniforme del macchinario aveva creato una disciplina rigorosissima. Ma lincertezza è stata confutata dai molteplici esperimenti fatti, (in particolare quella del signor Gardner e quelli effettuati nei locali dei filatori e cardatori)ed eliminata dai fatti stessi. Non appena la giornata lavorativa viene abbassata per legge, la macchina nelle mani del capitalista diventa il mezzo poderoso per estorcere una quantità maggiore di lavoro nello stesso periodo di tempo. Ciò avviene in due modi: a) per mezzo dellaumento di velocità delle macchine; b) mediante lampliamento del volume del macchinario da sorvegliare (ampliamento del campo di lavoro delloperaio, maggiore tensione in maggiore ambito spaziale). Di conseguenza, mediante il perfezionamento continuo delle macchine che ingrandiscono le fabbriche .
13) La fabbrica.
La fabbrica è un immenso automa. Lutensile che prima era adoperato dalloperaio e la virtuosità di costui nelladoperarlo, qui trapassano da questi alla macchina. Alla gerarchia degli operai specializzati del periodo manifatturiero, si sostituisce ora la tendenza al livellamento dei lavori. Nella fabbrica automatica gli operai diventano semplici ausiliari del meccanismo e la divisione del lavoro si presenta come distribuzione degli operai fra macchine specifiche.
La distinzione sostanziale non è più fra operai abili e non abili, è tra operai addetti alle macchine utensili e i semplici manovali di questi operai. Oltre ad essi vi è un personale di scarsa importanza numerica che si occupa del controllo e della riparazione del macchinario (ingegneri, meccanici, carpentieri, ecc.). Si tratta di operai superiori, in parte altamente istruiti, aggregati agli operai di fabbrica. Tale divisione del lavoro è puramente tecnica.
Qualsiasi lavoro a macchina esige un apprendistato. Ma il lavoro a macchina, in quanto è da questa e non più dalloperaio che parte il movimento complessivo, elimina la necessità di consolidare la divisione del lavoro, e di incatenare loperaio alla stessa funzione per tutta la vita, come avveniva prima. Tuttavia la divisione manifatturiera del lavoro dapprima continua a sopravvivere come tradizione, poi viene sottomessa e riprodotta dal capitale, che se ne serve sistematicamente come mezzo di sfruttamento della forza-lavoro in modo ancor più ripugnante Così la specialità di maneggiare per tutta la vita uno strumento parziale, diventa ora la specialità di servire per tutta la vita una macchina parziale. Si abusa del macchinario per trasformare loperaio fin dallinfanzia nella parte di una macchina parziale. Nella manifattura loperaio si serve dello strumento. Nella fabbrica è la macchina che si serve delloperaio: lautoma meccanico si incorpora gli operai come appendici umane. Il meccanismo morto ne spreme la forza vitale; ne intacca il sistema nervoso; elimina le molteplici attività dei muscoli; abolisce ogni libera azione fisica e mentale. La stessa facilità del lavoro diventa un mezzo di tortura, poiché la macchina non libera loperaio dal lavoro, gli toglie invece il contenuto.
È caratteristica comune di tutta la produzione capitalistica, in quanto il processo di produzione è processo di valorizzazione del capitale, che non è loperaio ad adoperare la condizione del lavoro, ma, viceversa, la condizione del lavoro ad adoperare loperaio. Questo rovesciamento di posizioni con lintroduzione delle macchine assume una realtà tecnologica evidente. Il mezzo di lavoro, divenuto macchina automatica, si contrappone alloperaio come capitale, quale lavoro morto che domina e succhia la forza vivente. Inoltre il macchinismo porta a compimento la separazione tra le potenze intellettuali del processo produttivo e il lavoro manuale, trasformando queste potenze in poteri del capitale sul lavoro.
Labilità parziale delloperaio meccanico scompare come un infimo accessorio dinanzi alla scienza, alle immense forze naturali, al lavoro sociale di massa, incarnati dal sistema delle macchine.
La subordinazione tecnica delloperaio al movimento proprio dei macchinari crea nella fabbrica una disciplina da caserma. Tale disciplina si perfeziona fino a diventare un regime di fabbrica completo, ove il lavoro di sorveglianza e la divisione degli operai in operai manuali e sorveglianti del lavoro raggiungono un pieno sviluppo. Nella fabbrica cessa ogni libertà: loperaio compie i suoi movimenti sotto il comando del capitale. Il capitalista è il legislatore supremo; detta il suo codice in fabbrica. Alla frusta del sorvegliante di schiavi si sostituisce il regime delle punizioni tenuto dai sorveglianti, che falcidia il salario e frutta al capitalista più della stessa osservanza dei regolamenti. Le condizioni materiali, in cui viene compiuto il lavoro di fabbrica, sono le più dannose immaginabili per la salute fisica dei lavoratori. Atmosfera satura di scorie, calore artificiale insopportabile, rumore assordante, ecc., non sono che alcuni degli aspetti del carattere nocivo del lavoro di fabbrica. Su di esso grava costantemente il pericolo di morte, sempre incombente in conseguenza dellammucchiamento di macchine in spazio ristretto, il quale con una regolarità spaventosa fa dei bollettini degli infortuni sul lavoro, autentici bollettini industriali di guerra. Leconomia nei mezzi sociali di produzione spinta al massimo dalla sete di profitto del capitale, diviene una depredazione sistematica delle condizioni di vita delloperaio durante il lavoro. Spazio, luce, protezione contro il pericolo di morte, contro le sostanze nocive, ecc., tutto è confiscato dal capitale. Non ha dunque torto il Fourier a chiamare le fabbriche "ergastoli mitigati".
14) Lotta fra operai e macchine.
La lotta tra capitalista e operaio incomincia con il rapporto capitalistico stesso. Infuria nel periodo manifatturiero. Ma è soltanto con lintroduzione delle macchine che loperaio si rivolta contro il mezzo di lavoro stesso, quale fondamento materiale della produzione capitalistica. Durante tutto il secolo XVIII lEuropa vide rivolte operaie contro la macchina per tessere nastri e galloni. In Inghilterra, e si è agli inizi del secolo XVIII, le segatrici meccaniche poterono spuntarla sulla resistenza popolare solo a fatica. Nei primi 15 anni del secolo XIX, in seguito allo sfruttamento del telaio a vapore si produsse quella distruzione in massa di macchine, che va sotto il nome di movimento dei luddisti.
Evidentemente necessitano tempo ed esperienza affinché loperaio impari a distinguere le macchine dal loro uso capitalistico e possa quindi attaccare, non il mezzo materiale di produzione, ma la forma sociale di sfruttamento di esso. In quanto macchina il mezzo di lavoro è un concorrente diretto delloperaio. Ovunque vengono introdotte macchine nuove gli operai vengono scacciati. E, poiché esse tendono a impadronirsi di tutti i rami di produzione, con lintroduzione del sistema delle macchine lantagonismo si acuisce. Di qui in un primo momento la rivolta delloperaio contro la macchina. Tenendo poi conto che la produzione capitalistica poggia sulla vendita della forza-lavoro e che la divisione del lavoro rende unilaterale labilità delloperaio, non appena la macchina sostituisce loperaio, questi diventa inservibile e quindi anche invendibile. Così quella parte della classe operaia, che viene sostituita dalle macchine, viene trasformata in popolazione superflua. Di questa, una parte cade nel pauperismo; unaltra dilaga verso altri campi di attività, ove alimenta la concorrenza tra gli altri operai facendo scendere il prezzo della forza lavoro.
Si vogliono ora consolare gli operai caduti in miseria col dire che le sofferenze sono soltanto momentanee e che le macchine si impadroniscono solo poco per volta di un ramo di produzione per cui ridurrebbero il loro effetto deleterio. Ma tali asserzioni si annullano a vicenda. Dove la macchina si impadronisce poco per volta di un campo di attività produce la miseria cronica degli operai scacciati. Dove invece il passaggio è rapido la concorrenza è acuta e di massa. La storia non offre esempi più strazianti della fine miserevole dei tessitori di cotone inglesi, compiutasi dopo quarantanni di strazi nel 1838, e di quella dei tessitori dellIndia.
La cacciata degli operai dai settori conquistati dalle macchine è un effetto permanente del capitalismo, che si fa sentire, ancor di più che per il passato, con il perfezionamento del macchinario e lo sviluppo della produzione automatica. Scopo dei perfezionamenti continui del macchinario è quello di diminuire il lavoro manuale, di sostituire apparecchi di ferro agli apparecchi umani; operai abili con operai meno abili, oppure con donne e fanciulli. Si rovesciano per conseguenza sugli operai effetti dolorosi e un abbassamento del salario. Inoltre la macchina agisce, non solo come concorrente delloperaio, sempre pronta a renderlo "superfluo", ma anche come arma per spezzare le insurrezioni periodiche, gli scioperi degli operai contro lautocrazia del capitale. Si potrebbe scrivere una storia intera sulle invenzioni industriali e sui perfezionamenti meccanici, avutisi dopo il 1830 solo come armi del capitale per combattere le sommosse operaie.
15) La teoria della compensazione rispetto agli operai soppiantati dalle macchine.
Le macchine quindi soppiantano operai. Gli economisti borghesi affermano che, nella misura in cui le macchine scacciano operai, liberano un capitale sufficiente ad occuparne un numero uguale in un altro ramo di industria. Che pertanto sussisterebbe una compensazione. Per questi cervelli buttare sul lastrico operai equivale ad occuparli! La realtà è che gli operai soppiantati dal macchinario vengono gettati sul mercato del lavoro alla mercé del capitale. Scacciati da una branca dellindustria essi possono cercare occupazione in un ramo qualsiasi di attività. Se trovano lavoro, riallacciando così i legami coi mezzi di sussistenza, ciò avviene solo e unicamente perché un capitale nuovo, addizionale, preme per essere investito; mai per mezzo del vecchio capitale che ha soppiantato operai e che si è trasformato in macchinario. Né daltra parte la costruzione di nuovo macchinario può compensare la sostituzione verificatasi; sia perché la costruzione di macchine occupa meno operai di quanti ne scaccia il loro uso; sia perché gli operai soppiantati non vengono occupati nella produzione del macchinario, bensì buttati sul lastrico. E poi, quandanche gli operai scacciati dalle macchine trovassero unoccupazione, che prospettiva sarebbe la loro quando, mutilati dalla divisione sociale del lavoro, come pesci fuor dacqua, non potranno trovare posto che in branche sovraccariche e sottopagate? Ovviamente non sono le macchine responsabili di per sé della miseria delloperaio. Anzi, da un lato le macchine riducono più a buon mercato, dallaltro aumentano il volume del prodotto nel ramo di produzione conquistato. Quindi dopo la loro introduzione la società viene a trovarsi con una quantità tosto accresciuta di mezzi di sussistenza. Ed è proprio qui che risiede il nocciolo del paradosso teorico degli economisti borghesi. Per costoro gli antagonismi dovuti alluso capitalistico delle macchine non sussistono perché non nascono dalle macchine, ma dalluso capitalistico. Specificatamente: poiché le macchine in sé e per sé abbreviano il tempo di lavoro, mentre usate capitalisticamente prolungano la giornata lavorativa; alleviano il lavoro, mentre usate capitalisticamente ne aumentano lintensità; rappresentano una vittoria delluomo sulla natura, mentre impiegate capitalisticamente lo impoveriscono, ecc.; leconomista borghese afferma che tutte queste contraddizioni sono solo una parvenza della realtà, perché esse non si ritrovano nelle macchine considerate in sé stesse. Le macchine, pur soppiantando necessariamente operai nelle branche ove vengono introdotte, nondimeno possono suscitare un aumento di occupazione in altri rami. Tale evenienza non ha però niente in comune con la teoria della compensazione. La produzione mediante la macchina aumenta il volume del prodotto. Questo aumento importa a sua volta unaccresciuta richiesta di materie prime. Cresce quindi loccupazione nei rami di produzione che forniscono materiale di lavoro alle industrie che hanno introdotto il nuovo macchinario. Inoltre la costruzione di macchine genera una categoria di operai meccanici, che diviene più numerosa con lo sviluppo del macchinario stesso. Così luso delle macchine allarga la divisione sociale del lavoro in misura molto maggiore della manifattura. Lapertura di nuovi sbocchi provoca unestensione della produzione.
Il primo risultato delle macchine è lingrandimento del plusvalore e della massa di prodotti in cui esso si materializza. Con il crescere della sostanza, della quale si nutrono i capitalisti, aumentano i capitalisti stessi e le loro appendici sociali (servitori, domestici, ecc.). Se da un lato diminuiscono gli operai addetti alla produzione dei mezzi di sussistenza di prima necessità; dallaltro lato la crescente ricchezza dei capitalisti genera nuovi bisogni di lusso e quindi nuovi mezzi per soddisfarli. Cresce la produzione di lusso. La raffinatezza e la varietà dei prodotti dipendono anche dalle nuove relazioni con il mercato mondiale. Si intensificano gli scambi e si sviluppano quindi i trasporti È così che sulla base delle macchine si formano branche di produzione del tutto nuove, le quali aprono nuovi campi di lavoro. Ma tutto ciò nulla ha a che fare con la teoria della compensazione.
Laumento enorme raggiunto dalla forza produttiva del lavoro, legato allo sfruttamento in estensione e in profondità della classe operaia, consente poi di impiegare improduttivamente un numero crescente di lavoratori e di allargare così la "classe dei servitori" (domestici, servi, lacchè, ecc.). È questo un altro risultato "edificante" delluso capitalistico delle macchine.
16) Repulsione e attrazione di operai mano mano si sviluppa lindustria meccanica.
Via via aumentano, le macchine sostituiscono operai. Questo non significa però che col progresso dellindustria meccanica gli operai diminuiscano in senso assoluto. La diminuzione è soltanto relativa, ossia rispetto al capitale complessivo anticipato; ed è perfettamente compatibile con laumento in assoluto degli operai occupati.
Appena il sistema delle macchine si impadronisce dei rami di industria prima dominati dallartigianato o dalla manifattura, esso avanza a colpo sicuro, realizzando profitti straordinari, che accelerano laccumulazione. Quando poi perfezionandosi, il macchinario raggiunge un alto grado tecnico e si sono poste le basi della grande industria, il sistema acquista elasticità ed una improvvisa capacità di espansione a grandi balzi, che incontra limiti solo nella materia prima e nel mercato di sbocco. Si crea una nuova divisione internazionale del lavoro che in corrispondenza delle sedi principali del sistema di macchine trasforma una parte del globo in campo di produzione prevalentemente agricola per laltra parte che costituisce il campo di produzione prevalentemente industriale. La capacità immensa di espandersi a sbalzi spinge la grande industria ad unattività frenetica. Ma dipendendo dal mercato mondiale essa va incontro alla paralisi non appena questo è sovraccarico. La vita dellindustria diventa quindi una serie di periodi di vitalità media, di prosperità, di sovrapproduzione, di crisi e stagnazione.
Ora laumento del numero degli operai di fabbrica è condizionato allaumento proporzionalmente maggiore del capitale complessivo investito nelle fabbriche. Questo aumento si verifica nellambito del flusso e riflusso del ciclo industriale ed inoltre viene introdotto dal progresso tecnico che soppianta operai. Dunque, da un lato il perfezionamento del macchinario (variazione qualitativa) allontana gli operai dalla fabbrica; dallaltro lalto aumento delle fabbriche (estensione quantitativa) attira nuovi contingenti operai oltre quelli gettati fuori. In tal modo gli operai vengono continuamente respinti e continuamente attratti. Vengono gettati continuamente da una parte e dallaltra, in un incessante cambiamento detà, sesso, abilità.
Lincertezza e linstabilità, alle quali è sottoposta
loccupazione (la condizione di esistenza del salariato) nellindustria meccanica, diventano col variare delle fasi del ciclo industriale, lo stato normale della classe operaia.
17) Rivoluzione compiuta dalla grande industria nella manifattura; nel mestiere artigiano e nel lavoro a domicilio.
a) Eliminazione della cooperazione basata sul mestiere artigiano e sulla divisione del lavoro.
Le macchine eliminano, da un lato la cooperazione basata sul mestiere artigiano (la mietitrice meccanica soppianta la cooperazione dei mietitori), dallaltro la manifattura basata sulla divisione del lavoro di tipo artigianale (fabbricazione di aghi da cucire, ove una sola macchina produce 3 volte di più di 10 operai del periodo manifatturiero, mentre una sola donna sorveglia 4 di tali macchine).
b) Effetti della fabbrica sullofficina manifatturiera e sul lavoro a domicilio.
La grande industria non solo allarga la scala della produzione, ma produce anche una modificazione del carattere dei rami produttivi che assoggetta. Il principio di analizzare il processo di produzione nelle sue fasi costitutive e di risolvere i relativi problemi con lausilio della scienza, tipico del sistema delle macchine, diventa determinante in ogni campo. Il macchinario, appropriandosi ora di questo ora dellaltro processo lavorativo parziale delle manifatture, dissolve la vecchia divisione del lavoro; sovverte radicalmente la composizione personale delloperaio complessivo; fonda al suo posto una nuova divisione del lavoro basata sullimpiego delle donne, dei fanciulli, di forza-lavoro in genere immatura e perciò a buon mercato.
Al pari della manifattura, anche il lavoro a domicilio o industria domestica, da non confondersi con lindustria domestica del passato &emdash; basata sul lavoro artigiano indipendente, sulleconomia rurale autonoma e sulla casa della famiglia del lavoratore &emdash; soggiace allinfluenza del sistema delle macchine. Sotto lazione del macchinario lindustria domestica, venga praticata nella casa delloperaio o in piccole officine, si trasforma in un reparto esterno della fabbrica o della manifattura. Accanto agli operai delle fabbriche e delle manifatture, direttamente comandate, il capitale muove con fila invisibili un altro esercito di operai a domicilio, sparsi in città ed in campagna .
Con lo sviluppo dellindustria lo sfruttamento di forze-lavoro immature diventa più spudorato nella manifattura moderna (si tratta delle officine che producono su grande scala eccettuate le fabbriche), che nella fabbrica vera e propria; in quanto la prima difetta di quella base tecnica che esiste nella seconda (sostituzione della forza muscolare con le macchine e facilità del lavoro) e nel contempo le donne e i fanciulli vengono lasciati sotto lazione delle sostanze velenose senza alcuno scrupolo. Nel lavoro a domicilio questo sfruttamento diventa ancor più spudorato della manifattura, innanzitutto perché la dispersione elimina qualsiasi capacità di resistenza delloperaio; in secondo luogo perché tutta una serie di ingordi parassiti si intromette tra capitalista e operaio; in terzo luogo perché il lavoro a domicilio deve sostenere la concorrenza dellindustria meccanica o di quella manifatturiera; in quarto luogo perché la povertà costringe loperaio ad uneconomia inaudita delle condizioni di lavoro più necessarie; in quinto luogo perché fra questi operai la concorrenza è più acuta che altrove.
c) Passaggio dalla manifattura moderna e dal lavoro a domicilio alla grande industria.
Labuso di forze-lavoro femminili ed immature ed il furto delle più elementari condizioni di lavoro cozzano alla fine contro i limiti naturali al di là dei quali non si può andare. Perciò diventa impossibile ridurre per tale via le merci più a buon mercato e aumentare il plusvalore. A questo punto suona lora dellintroduzione del macchinario e della trasformazione rapida del lavoro manifatturiero e del lavoro a domicilio nellindustria di fabbrica. Lesempio più colossale di questo trapasso è fornito dalla produzione di articoli di abbigliamento. E la macchina rivoluzionaria, decisiva che si è impadronita di tutte le branche di questo genere di produzione (modisteria, sartoria, calzoleria, cucitura, cappelleria, ecc.) è stata la macchina da cucire.
Benché la macchina da cucire sia adattabile a diversi metodi sociali di produzione (artigianato, lavoro a domicilio, manifattura), tuttavia le sue molteplici possibilità di applicazione contengono in sé la tendenza a tramutarla in fattore oggettivo del sistema di fabbrica. Agevolano naturalmente il passaggio della manifattura al sistema di fabbrica altri fattori, quali lespropriazione degli artigiani e dei lavoratori a domicilio, che producono con macchine di loro proprietà. La sostituzione delluomo con la macchina a vapore imprime, finalmente, al rivoluzionamento un impulso decisivo.
Il cammino di questo rivolgimento industriale, di per sé spontaneo, viene accelerato artificialmente dalla estensione a tutti i rami di industria &emdash; che occupano donne, adolescenti, fanciulli &emdash; dalla legge sulle fabbriche. La regolamentazione della giornata lavorativa, lesclusione dal lavoro dei fanciulli al di là di una certa ora e di una certa età, hanno resa necessaria lintroduzione di macchinari. Posto un limite alla giornata lavorativa e al lavoro dei fanciulli, alla manifattura e al lavoro a domicilio, viene a mancare il terreno sotto i piedi. La capacità di resistere alla concorrenza, che in queste due forme di lavoro è basata sullillimitato sfruttamento di forze-lavoro a buon mercato, viene ora ad essere minata dalle fondamenta .
18) Clausole sanitarie e pedagogiche della legislazione sulle fabbriche.
a) Clausole sanitarie.
A parte il modo come sono formulate, che ne rende facilissima levasione, le clausole sanitarie sono molto scarne. In pratica si limitano a dettare qualche prescrizione sulla imbiancatura delle pareti e qualche norma concernente la pulizia, la ventilazione dei locali e la protezione contro le macchine pericolose.
Il solo esempio dellindustria del lino irlandese basta da sé a mostrare laccanita resistenza dei fabbricanti contro la clausola che impone loro una piccola spesa per proteggere la salute fisica degli operai. In questo caso, il dogma libero-scambista, che in una società a interessi contrastanti ognuno promuove il bene comune perseguendo il proprio personale interesse, ritorna a fare splendida prova di sé.
Tutti: autorità sanitarie, commissioni dinchiesta, ispettori di fabbrica tornano a ripetere la necessità che nella fabbrica loperaio disponga di una certa quantità di metri cubi daria. E tutti riconoscono limpossibilità di imporre al capitale tale semplice misura igienica.
b) Clausole sulleducazione.
Quantunque nel complesso siano misere le clausole sulleducazione contenute nellatto sulle fabbriche, esse stabilivano che "listruzione elementare è una condizione obbligatoria del lavoro". La loro affermazione rivelò come sussiste la possibilità di collegare listruzione col lavoro manuale e perciò anche il lavoro manuale con listruzione e la ginnastica. Gli ispettori di fabbrica scoprirono che i ragazzi occupati in fabbrica imparavano quanto gli alunni regolari delle scuole diurne e che il sistema metà lavoro &emdash; metà scuola è per il bambino più adatto della continuazione ininterrotta di una sola attività. Dal sistema della fabbrica è nato quindi il germe delleducazione futura, il quale dovrà unire, per tutti i bambini di una certa età, il lavoro produttivo con listruzione e la ginnastica.
E ciò non solo come metodo per aumentare la produzione sociale, ma anche come solo metodo per formare uomini di pieno ed armonioso sviluppo.
19) Natura rivoluzionaria della grande industria; contrasto con la sua forma capitalistica.
Si è visto come la grande industria elimina tecnicamente la divisione del lavoro di tipo manifatturiero, che incatena loperaio ad unoperazione parziale per tutta la vita; mentre nel contempo la sua forma capitalistica riproduce in modo anche più mostruoso nella fabbrica quella divisione del lavoro, trasformando loperaio in appendice di una macchina particolare. Ciò che vale per la divisione del lavoro di tipo manifatturiero nellofficina, vale per la divisione del lavoro nella società. Fino a quando lartigianato e la manifattura costituiscono la base della produzione sociale, la subordinazione di un lavoratore ad un ramo specifico della produzione, e quindi la distruzione della molteplicità e versatilità nelle occupazioni, è inevitabile: rappresenta un momento necessario dello sviluppo economico. Su questa base ogni particolare ramo di produzione raggiunge una struttura tecnica confacente, che ad un certo grado di sviluppo si cristallizza, diventando inaccessibile a chi ignora i segreti del mestiere. È significativo che fino al secolo XVIII i mestieri particolari si chiamassero "misteri".
La grande industria dissolve il velo, che nascondeva agli uomini la natura del processo di produzione e rendeva misteriose luna allaltra le differenti occupazioni. Sorretta dal principio di scomporre ogni processo lavorativo nei suoi elementi costitutivi ha creato la scienza della tecnologia. Questa analizza i singoli processi e risolve i vari problemi scientificamente. La grande industria non tratta mai la forma attuale di un processo di produzione come definitiva. Perciò mentre la base di tutti gli altri modi di produzione è conservatrice, la sua base tecnica è rivoluzionaria. Mediante le macchine, i metodi scientifici, essa sconvolge continuamente, sia il fondamento tecnico della produzione, sia le funzioni degli operai e le combinazioni sociali del lavoro. E ne viene così rivoluzionata costantemente anche la divisione del lavoro nella società; mentre aumentano in ogni senso la fluidità delle funzioni e la mobilità delloperaio (variazione del lavoro). Per contro, la grande industria riproduce la vecchia divisione del lavoro nella sua forma capitalistica, che per loperaio significa: precarietà delle condizioni di vita, minaccia costante di perdere i mezzi di sussistenza e di cadere in miseria, sofferenze spaventose di fronte allo sperpero inaudito delle risorse produttive. In ciò risiede la contraddizione assoluta tra la grande industria e la forma capitalistica del suo funzionamento. Ed è laspetto negativo.
Ma se in regime capitalistico la necessità della variazione del lavoro può affermarsi solamente nella forma distruttiva dellazione cieca di una legge naturale; la grande industria con le sue catastrofi trasforma in una questione di vita o di morte la necessità, che la maggior versatilità possibile delloperaio si affermi come legge sociale della produzione. È, per essa, questione di vita o di morte sostituire allindividuo parziale, semplice strumento di una funzione di dettaglio, lindividuo sviluppato, per il quale le differenti funzioni costituiscono modi di attività scambievoli. E questo risultato costituisce un fondamento di una produzione socialista.
Un aspetto di tale processo di sovvertimento esiste già ed è costituito dalle scuole politecniche ed agronomiche. Un altro lo si può trovare nelle "scuole di insegnamento professionale" ove ai figli degli operai viene impartita qualche nozione di tecnologia e insegnato luso degli strumenti di produzione. Orbene se la legislazione sulle fabbriche, strappata al capitale dopo dura lotta, combina col lavoro di fabbrica soltanto listruzione elementare, la conquista del potere politico da parte della classe operaia darà sicuramente allistruzione tecnologica teorica e pratica, il posto che merita nelle scuole operaie.
La legislazione sulle fabbriche, generalizzandosi, ha contribuito a dissolvere il laboratorio artigiano, lofficina manifatturiera, favorendo così lavvento esclusivo del regime di fabbrica e con ciò la concentrazione del capitale. Ma, mano mano si dissolvono le forme antiquate e transitorie dietro cui si maschera il capitale e vengono sostituite dal suo dominio diretto, diventa generale la lotta contro di esso. La dissoluzione del lavoro a domicilio e delle piccole industrie, eliminando i rifugi estremi degli operai messi in soprannumero, elimina la valvola di sicurezza del meccanismo sociale. La crescente socializzazione del lavoro matura le condizioni e gli antagonismi della forma capitalistica del processo di produzione. Maturano contemporaneamente, anche, gli elementi di formazione di una società nuova e gli elementi di rivoluzionamento della vecchia società.
20) Grande industria e agricoltura.
La rivoluzione prodotta dalla grande industria nei rapporti sociali dellagricoltura verrà trattata più avanti (Libro III); qui si anticipano alcuni risultati. Se luso delle macchine nellagricoltura non arreca al lavoratore i danni fisici che invece arreca agli operai di fabbrica, tuttavia qui le macchine sostituiscono il lavoratore in forma molto più acuta dellindustria. Nelle campagne la diminuzione dei lavoratori non è soltanto relativa, è anche assoluta.
Leffetto più rivoluzionario della grande industria consiste nelleliminazione del contadino, baluardo della vecchia società; nella sostituzione di esso con loperaio salariato. Con questo passaggio le esigenze di cambiamento e la lotta di classe si affermano nelle campagne al pari della città. Lindustria rompe definitivamente il legame originario tra agricoltura e manifattura domestica; ponendo anche qui le premesse per ununione superiore, sulla base stessa dello sviluppo dellantagonismo tra città e campagna.
Anche qui come nella manifattura la trasformazione in forma capitalistica del processo di produzione si svolge in mezzo alle sofferenze inaudite dei produttori. Il mezzo di lavoro si presenta come mezzo di sfruttamento; la combinazione sociale del lavoro come soffocamento organizzato della vivacità e attività individuali. Come nellindustria, laumento della forza produttiva viene realizzato con la devastazione e lo storpiamento della forza-lavoro, di modo che ogni progresso dellagricoltura capitalistica rappresenta un passo avanti sia nellarte di rapinare loperaio, sia in quella di rapinare il suolo. Dunque, il capitalismo sviluppa la tecnica e la socializzazione del lavoro in un solo modo: esaurendo contemporaneamente le sorgenti di ogni ricchezza, la terra e loperaio.
1) Lavoro produttivo.
Quando si è analizzato il processo lavorativo, considerandolo come processo di ricambio organico fra uomo e natura, è stato detto che il lavoro appare in esso, immediatamente, come lavoro produttivo. Però si è notato che la definizione del lavoro produttivo, quale risulta dal processo lavorativo semplice, non è più sufficiente per il processo di produzione capitalistico. Si tratta ora di sviluppare ulteriormente largomento.
Finché il processo lavorativo è attività individuale, lo stesso lavoratore riunisce in sé tutte le funzioni che successivamente si separano. Come egli non può operare senza mettere in moto i propri muscoli sotto il controllo del proprio cervello, così il processo lavorativo riunisce lavoro intellettuale e lavoro manuale. Più tardi però questi si scindono fino allantagonismo. Il prodotto diventa in generale, da opera immediata del produttore individuale, risultato sociale di un lavoratore complessivo. Col sopravvento del carattere cooperativo del processo lavorativo si amplia il concetto di lavoro produttivo e del suo agente: il lavoratore produttivo. A questo punto per lavorare produttivamente non è più necessario porre mano personalmente al lavoro, basta essere organo del lavoratore complessivo e svolgere una qualsiasi delle funzioni subordinate. Di conseguenza, la definizione data del lavoro produttivo, se non vale più per ogni lavoratore singolarmente considerato, resta pur sempre valida per il lavoratore complessivo. Per contro, dal punto di vista del processo di valorizzazione, il concetto di lavoro produttivo si restringe alquanto. La produzione capitalistica non è soltanto produzione di merce, è essenzialmente produzione di plusvalore. Loperaio non produce per sé, produce per il capitale. Non è sufficiente che loperaio produca in genere, deve produrre plusvalore. Quindi è produttivo soltanto quelloperaio che produce plusvalore. Qui il concetto di operaio produttivo non implica soltanto una relazione fra attività ed effetto utile, ma importa un rapporto di produzione storico, in cui loperaio è il mezzo diretto della valorizzazione del capitale. Nel IV Libro si vedrà come leconomia politica classica abbia fatto, nelle sue diverse scuole, della produzione di plusvalore la caratteristica discriminante delloperaio produttivo.
Riepilogando. Produzione del plusvalore assoluto: prolungamento della giornata lavorativa oltre il tempo in cui loperaio produce soltanto lequivalente del valore della propria forza-lavoro e appropriazione del pluslavoro da parte del capitalista. Essa costituisce la base del modo di produzione capitalistico e il punto di partenza della produzione del plusvalore relativo.
Produzione del plusvalore relativo: fin dal principio la giornata è divisa in due parti; il lavoro necessario e il pluslavoro. Per prolungare il pluslavoro viene accorciato il tempo di lavoro necessario, mediante procedimenti che servono a produrre in meno tempo lequivalente del salario. Ciò è possibile soltanto rivoluzionando da cima a fondo i processi tecnici del lavoro e la sua organizzazione sociale. La produzione del plusvalore relativo richiede dunque lesistenza del modo di produzione capitalistico.
Pertanto, se nella produzione del plusvalore assoluto la sottomissione del lavoro al capitale è semplicemente formale; nella produzione del plusvalore relativo essa diviene effettiva e reale. Loperaio viene incatenato al capitale.
Sotto un certo aspetto la differenza fra plusvalore assoluto e plusvalore relativo sembrerebbe illusoria. Il plusvalore assoluto è relativo in quanto implica una tale produttività del lavoro che permette di limitare il tempo di lavoro necessario ad una parte soltanto della giornata lavorativa. Il plusvalore relativo è assoluto in quanto implica un prolungamento della giornata lavorativa al di là del tempo necessario per lesistenza delloperaio. Tale parvenza di identità scompare però ben presto appena si considera il movimento del plusvalore. Una volta che il capitalismo è divenuto il modo di produzione generale la differenza fra plusvalore assoluto e plusvalore relativo emerge chiaramente non appena si vuole far salire il saggio del plusvalore. Infatti, presupposto un limite alla giornata lavorativa, il saggio del plusvalore può crescere soltanto mediante la variazione delle parti costitutive di essa; cioè con laumento dellintensità del lavoro. Viceversa, data la forza produttiva del lavoro e il suo grado normale di intensità, il saggio del plusvalore può crescere soltanto mediante il prolungamento assoluto della giornata lavorativa.
Evidentemente fino a quando luomo ha dovuto impiegare il suo tempo per conservare sé stesso nessun plusvalore è stato possibile. E stato necessario raggiungere un certo grado di produttività del lavoro affinché una parte della società potesse vivere del lavoro altrui. A sua volta questo grado di produttività non ha alcunché di mistico. Solamente da quando gli uomini con il loro lavoro sono usciti dai primi stadi animali e questo ha raggiunto un certo sviluppo sociale, solo da allora sono originati rapporti, in cui il sopralavoro degli uni è diventato la condizione di esistenza degli altri. Agli inizi della civiltà le forze produttive sono esigue, ma esigui sono i bisogni ed è pure infima quella parte della società che vive del lavoro dei produttori diretti. Man mano progredisce la forza produttiva del lavoro la parte della società, che vive del lavoro altrui, cresce tanto in senso relativo quanto in senso assoluto. Del resto il rapporto di produzione capitalistico germoglia su di un terreno economico che è il risultato di un lungo svolgimento storico. La produttività del lavoro, esistente al suo esordio, abbraccia la storia di migliaia di secoli.
Se ora prescindiamo dalla forma specifica della produzione sociale vediamo che la produttività del lavoro risente linfluenza delle c o n d i z i o -n i n a t u r a l i, che possiamo ricondurre tutte quante al carattere delluomo (come razza) e della natura che lo circonda. Tali condizioni naturali dal punto di vista economico possono essere raggruppate in due classi: a) ricchezza naturale dei mezzi di sussistenza (fertilità del suolo, pescosità delle acque, ecc.); b) ricchezza naturale dei mezzi di lavoro (cascate, fiumi navigabili, legname, minerali). Agli inizi della civiltà è la prima forma di ricchezza naturale la più decisiva; in un secondo momento invece è la seconda forma che acquista più importanza. Quanto più è basso il numero dei bisogni da soddisfare e maggiore la fertilità del suolo e la mitezza del clima, tanto minore è il tempo necessario per la conservazione e riproduzione del produttore. Considerando la produzione capitalistica, e fatta astrazione da tutte le altre circostanze, la grandezza del pluslavoro varierà con le condizioni naturali del lavoro.
Ovviamente le condizioni naturali favorevoli forniscono soltanto la possibilità del sopralavoro, mai la realtà di esso. Le differenti condizioni naturali del lavoro fanno sì che il tempo necessario di lavoro sia differente in circostanze altrimenti analoghe; e quindi determinano il punto dal quale può cominciare il lavoro per altri; mai questo lavoro stesso. Perché una parte della società sia costretta a lavorare al di là del tempo necessario per conservarsi, e a favore dellaltra parte, occorre tutta una serie di c i r c o s t a n z e s t o r i c h e (divisione in classe, costituzione politica, ecc.).
Nella produzione capitalistica le forze produttive naturali del lavoro, similmente alle forze produttive sociali, si presentano come forze produttive del capitale, al quale il lavoro viene incorporato. Tale fenomeno, in quanto egli non si preoccupa di analizzare lorigine del plusvalore, non è compreso neanche dal Ricardo; mentre i suoi successori (Stuart Mill) lo scambiano per una piattezza borghese.
VARIAZIONE DI GRANDEZZA
DEI PREZZI DELLA FORZA-LAVORO
E NEL PLUSVALORE
2) Fattori delle variazioni.
Il valore della forza-lavoro, come è stato detto più volte, è determinato dal valore dei mezzi di sussistenza occorrenti alloperaio medio. La massa dei mezzi di sussistenza in un epoca data è perfettamente determinata, anche se la forma di essi varierà. Perciò può assumersi come grandezza costante.
Nel determinare il valore della forza-lavoro entrano anche i seguenti fattori: a) le spese del proprio sviluppo; b) la differenza naturale. Tali fattori restano esclusi dalla presente indagine.
Supposto che le merci vengano vendute al loro valore e che il prezzo della forza-lavoro non scenda mai al di sotto del suo valore, benché possa salire, si trova che la grandezza relativa del prezzo della forza-lavoro e del plusvalore sono determinate da tre coefficienti:
a) La durata della giornata lavorativa;
b) Lintensità normale del lavoro;
c) La forza produttiva del lavoro.
Le combinazioni alle quali questi coefficienti possono dar luogo sono molteplici, qui si presentano solo le principali.
I - P r e s u p p o s t i, costante la durata e lintensità della giornata lavorativa, variabile la forza produttiva del lavoro il valore della forza-lavoro è determinato dalle seguenti tre leggi.
a) La giornata lavorativa di grandezza data si rappresenta sempre nella stessa produzione di valore, comunque vari la produttività del lavoro e con essa la massa dei prodotti ed il prezzo della merce singola.
Il valore creato in una giornata lavorativa ammonta, per esempio, a L. 10.000. Benché col variare della forza produttiva del lavoro aumenti anche la quantità degli oggetti duso prodotti, il valore resta invariato. Si ripartisce su una quantità maggiore di merci.
b) Valore della forza-lavoro e plusvalore variano in direzione inversa luno nei confronti dellaltro. Un aumento o una diminuzione della forza produttiva del lavoro agisce in direzione inversa sul valore della forza-lavoro; nella stessa direzione sul plusvalore.
Laumento della produttività del lavoro abbassa il valore della forza-lavoro e con ciò accresce il plusvalore. Viceversa la diminuzione della produttività del lavoro aumenta il valore della forza-lavoro e con ciò fa diminuire il plusvalore. La variazione relativa nel valore della forza-lavoro e nel plusvalore non è però necessariamente proporzionale.
c) Aumento e diminuzione del plusvalore sono sempre conseguenza e mai causa della corrispondente diminuzione o aumento del valore della forza-lavoro.
II - C o s t a n t i la durata della giornata lavorativa e la forza produttiva del lavoro, variabile lintensità del lavoro.
Ad una giornata di lavoro intensa corrisponde una produzione più alta di valore. Tanto più alta quanto più lintensità specifica sopravanza il grado dintensità normale. In una giornata lavorativa data si produce più valore.
Ne consegue che aumentano contemporaneamente, sia in misura eguale che diseguale, tanto il prezzo della forza-lavoro quanto il plusvalore. Tuttavia laumento del prezzo della forza-lavoro non implica che esso sorpassi il suo valore.
Anzi allaumento può accompagnarsi una diminuzione del valore della forza-lavoro. Ciò avviene quando laumento del prezzo compensa il più rapido consumo della forza-lavoro.
III - C o s t a n t i forze produttive e intensità del lavoro, variabile giornata lavorativa.
La giornata lavorativa può essere o abbreviata o allungata. a) Se viene abbreviata rimane invariato il valore della forza-lavoro, mentre diminuisce il plusvalore. b) Se viene prolungata e il prezzo della forza-lavoro rimane stabile, si ha un aumento assoluto e relativo del plusvalore. Come nel II caso è possibile qui un aumento contemporaneo del prezzo della forza-lavoro e del plusvalore.
IV - V a r i a z i o n i contemporanee della durata, forza-produttiva e intensità del lavoro.
Si può avere, secondo come si fanno variare i singoli fattori, un grande numero di combinazioni. Seguendo i criteri indicati nei casi analizzati è però facile indagare tali combinazioni. Qui si prendono in esame solo due casi importanti.
a) Forza produttiva del lavoro in diminuzione col prolungamento contemporaneo della giornata lavorativa.
La forza produttiva in diminuzione di cui si parla in questo caso deve riguardare quei rami di produzione i cui prodotti determinano il valore della forza-lavoro (per es.: rincaro dei prodotti agricoli per aumentata sterilità del terreno). Diminuendo la forza produttiva del lavoro e prolungandosi contemporaneamente la giornata lavorativa, la grandezza assoluta del plusvalore può restare invariata, mentre diminuisce la sua grandezza proporzionale; può restare invariata la sua grandezza proporzionale, e crescere quella assoluta; possono aumentare entrambe secondo il grado di prolungamento.
b) Intensità e forza produttiva del lavoro in aumento e contemporaneo abbreviamento della giornata lavorativa.
Laumento della forza produttiva del lavoro e la sua crescente intensità accorciano il tempo di lavoro necessario. Se tutta la giornata lavorativa si riducesse a questo limite minimo assoluto scomparirebbe il pluslavoro; cosa impossibile in regime capitalista. Solo leliminazione del modo di produzione capitalistico può consentire di limitare la giornata lavorativa al lavoro necessario. Ma questultimo estenderebbe allora la sua grandezza. Da un lato perché le condizioni di vita delloperaio si faranno più ricche; dallaltro lato perché una parte dellattuale pluslavoro rientrerà nel lavoro necessario, sotto forma di fondo di riserva e di accumulazione.
In generale, quanto più cresce la forza produttiva del lavoro, tanto più può essere abbreviata la giornata lavorativa. E quanto più si abbrevia la giornata lavorativa, tanto più può crescere lintensità del lavoro.
"(Data lintensità e la forza produttiva del lavoro - è scritto a pagina 245 del II volume del Libro Primo del Capitale, ed. Editori Riuniti - la parte della giornata lavorativa sociale necessaria per la produzione materiale sarà tanto più breve, e la parte di tempo conquistata per la libera attività mentale e sociale degli individui sarà quindi tanto maggiore, quanto più il lavoro sarà distribuito proporzionalmente su tutti i membri della società capaci di lavorare, e quanto meno uno strato della società potrà allontanare da sé la necessità naturale del lavoro ed addossarla ad un altro strato. Il limite assoluto dellabbreviamento della giornata lavorativa è sotto questaspetto lobbligo generale del lavoro. Nella società capitalistica si produce tempo libero per una classe mediante la trasformazione in tempo di lavoro di tutto il tempo di vita delle masse."
DIFFERENTI FORMULE
DEL SAGGIO DEL PLUSVALORE
Il saggio del plusvalore, come si è visto, si rappresenta nelle seguenti formule:
plusvalore (p) : capitale variabile (v) = plusvalore : valore forza-lavoro = pluslavoro : lavoro necessario
Le due prime formule esprimono in valore lo stesso rapporto che nella terza si esprime sotto forma di tempo, in cui il valore è prodotto. Tali formule sono rigorose. Nelleconomia politica classica, che non ne ha consapevolezza, al loro posto troviamo le seguenti:
pluslavoro : giornata lavorativa = plusvalore : valore dei prodotti = plusprodotto : prodotto complessivo
Queste formule sono erronee. Esse esprimono, non il grado reale di sfruttamento della forza-lavoro, ma sostanzialmente il saggio di profitto. Tale modo di rappresentarsi il plusvalore, che nasce dal rapporto capitalistico, cela il carattere tipico di questo rapporto stesso, cioè lo scambio del capitale variabile con la forza-lavoro, il quale esclude loperaio dal prodotto. Al posto dellantagonismo e dello sfruttamento troviamo la falsa apparenza di un rapporto associativo, in cui operaio e capitalista si suddividono il prodotto in ragione allapporto da ciascuno di essi rispettivamente fornito nel produrlo. Una terza formula di cui si è fatto cenno è la seguente:
plusvalore : valore forza-lavoro = pluslavoro : lavoro necessario = lavoro non retribuito : lavoro retribuito
Tale formula ha linconveniente di lasciare un malinteso: il capitalista non paga il lavoro, bensì la forza-lavoro. In effetti la formula è unespressione popolare che sta al posto di
pluslavoro : lavoro necessario
Dopo quello che si è detto al riguardo la formula può essere utilizzata senza scapito.
Dunque il capitale non è, come pensa Smith, il potere di disporre del lavoro; esso è il potere di disporre del lavoro altrui non retribuito. Ogni plusvalore, in qualsiasi forma si presenti (profitto, interesse, rendita, ecc.), non è altro che materializzazione di tempo di lavoro non retribuito. Tutto il mistero della autovalorizzazione del capitale non si risolve in altro che nel potere di disporre di lavoro altrui non retribuito.
TRASFORMAZIONE IN SALARIO
DEL VALORE E DEL PREZZO DELLA FORZA-LAVORO
1) Valore e prezzo della forza-lavoro.
A prima vista il salario si presenta come "prezzo del lavoro": tanto denaro pagato per tanto lavoro. Il "lavoro" viene così trattato come una merce. E questo è assurdo.
Innanzitutto, per poter essere venduto come merce il lavoro dovrebbe esistere, prima ancora di essere portato sul mercato. Ma se loperaio potesse dargli unesistenza autonoma, separata dalla propria persona, venderebbe merce e non lavoro. In secondo luogo, a parte questa contraddizione, uno scambio diretto tra denaro e lavoro abolirebbe, o la legge del valore (che comincia a svilupparsi liberamente proprio sulla base della produzione capitalistica), oppure la stessa produzione capitalistica, che si basa sul lavoro salariato.
In realtà, ciò che si presenta sul mercato delle merci di fronte al possessore di denaro, non è il "lavoro", bensì il "lavoratore". E ciò che il lavoratore vende è, non il lavoro, ma la propria forza-lavoro. Appena egli comincia il suo lavoro questa cessa di appartenergli, e non può più essere da lui venduta .
Il lavoro è la sostanza, è la misura immanente dei valori, ma esso stesso non ha valore. Lespressione "valore del lavoro" è unespressione immaginaria, che tuttavia nasce dagli stessi rapporti di produzione (è una categoria del modo di presentarsi di certi rapporti materiali).
Leconomia politica classica ha preso in prestito dalla vita quotidiana, senza elaborarla, la categoria "prezzo del lavoro". Ma quando a conti fatti ha dovuto domandarsi: "Come viene determinato questo prezzo?"; ha dovuto ben tosto riconoscere che, come per qualsiasi altra merce, così anche per il cosiddetto prezzo del lavoro, il rapporto fra domanda e offerta non spiega altro che le oscillazioni del prezzo al di sotto o al di sopra di una certa grandezza, ma non questa grandezza stessa. Di conseguenza il "prezzo del lavoro" non può essere altro che il valore del lavoro espresso in denaro e tale valore non può essere altrimenti determinato che dal costo di mantenimento delloperaio. Così leconomia politica classica sostituisce alloggetto vero della sua ricerca "il valore del lavoro", "il valore della forza-lavoro"; ma senza mai accorgersi che lanalisi diretta ad accertare il valore presunto del lavoro si risolveva nel valore della forza-lavoro. Linconsapevolezza di questo risultato ha avvolto la scuola classica in gravi contraddizioni, le quali hanno offerto alleconomia volgare una comoda base operativa per lanciare piattonate.
Ciò detto consideriamo ora come il valore e il prezzo della forza-lavoro si presentino nella forma trasformata di salario. Si supponga che la giornata lavorativa normale sia di 8 ore e che il valore della forza-lavoro ammonti a £ 1. 500 (espressione monetaria di un valore rappresentante 4 ore lavorative). Se loperaio riceve come salario £ 1.500, riceve il valore della sua forza-lavoro, che però ha funzionato 8 ore e non 4 ore. Se si confondesse il valore della forza-lavoro col valore del lavoro, si otterrebbe questo risultato: il lavoro, che crea un valore di £ 3.000, non varrebbe che la metà, £ 1.500. Ma, poiché il "valore del lavoro" è unespressione irrazionale, che sta al posto del valore della forza-lavoro, ne discende che il "valore del lavoro" è minore (£ 1.500) della produzione di valore (£ 3.000). E deve essere sempre minore perché il capitalista fa lavorare loperaio per un tempo maggiore di quello occorrente alla riproduzione della forza-lavoro.
Il fatto che il lavoro retribuito di 4 ore appare come prezzo della giornata lavorativa di 8 ore, che ne contiene 4 non retribuite, é dovuto alla forma salario, la quale nasconde ogni traccia della divisione della giornata lavorativa in lavoro necessario e pluslavoro, lavoro retribuito e non retribuito. Mercé la forma salario tutto il lavoro fatto dalloperaio appare come lavoro retribuito.
Nel feudalesimo il lavoro che il servo della gleba fa per se stesso é pienamente distinto dal lavoro obbligato che egli fa per il signore feudale. Nella schiavitù persino il lavoro che lo schiavo dovrebbe fare per reintegrare i mezzi di sussistenza da esso stesso consumati appare come lavoro fatto per il suo padrone. Nel capitalismo invece anche il lavoro non retribuito appare come lavoro retribuito. Mentre nella schiavitù il rapporto di proprietà cela il lavoro che lo schiavo deve fare per sé stesso; in regime di lavoro libero, il rapporto monetario fa sparire il lavoro che loperaio compie a vantaggio del capitalista senza alcuna retribuzione.
Si comprende quindi da sé limportanza che ha il cambiamento di forma del valore della forza-lavoro e del prezzo della forza-lavoro in salario. E su questa forma che rende invisibile il reale rapporto di sfruttamento del capitale contro il lavoro salariato, che si fondano tutte le illusioni sulla libertà e si basa lapologia del sistema fatta dalleconomia volgare.
SALARIO A TEMPO
2) Prezzo del lavoro.
Il salario assume forme svariate. Lanalisi di esse appartiene alla teoria del lavoro salariato. Qui si esaminano le due forme fondamentali: il salario a tempo, il salario a cottimo.
Loperaio vende la sua forza-lavoro soltanto per determinati periodi di tempo. Il salario a tempo è perciò la forma mutata nella quale si presenta il valore della forza-lavoro per un giorno, una settimana, e così via dicendo. La somma di denaro che egli riceve per un giorno, una settimana di lavoro, ecc., costituisce lammontare del salario stimato in valore (salario nominale).
Poiché secondo la durata della giornata lavorativa lo stesso salario può rappresentare prezzi di lavoro diversissimi; si dovrà tener conto della differenza tra salario giornaliero, settimanale, ecc. e prezzo del lavoro. Il "prezzo medio del lavoro" si ottiene dividendo il valore giornaliero medio della forza-lavoro per il numero delle ore della giornata lavorativa media. Per esempio: se il valore della forza-lavoro per una giornata ammonta a £ 1.500 (produzione di valore di 4 ore lavorative), e la giornata lavorativa è di 8 ore, il prezzo di unora di lavoro è uguale a £ 1.500: 8, ossia a £ 187,5.
Il prezzo dellora lavorativa, così ricavato, funge da misura del prezzo del lavoro. Ne discende che il salario giornaliero, settimanale, ecc., può rimanere invariato, mentre il prezzo del lavoro diminuisce. Viceversa può salire mentre il prezzo del lavoro rimane costante oppure scende. Per esempio: se con lo stesso salario di £ 1.500 invece di 8 ore loperaio lavora 10 ore, il prezzo del lavoro scende a L. 150 lora. Viceversa, se per necessità produttive loperaio lavora sì 10 ore, ma a prezzo del lavoro invariato, il salario quotidiano salirà 1.500 + 375, cioè a £ 1.875.
In base a quanto detto si può stabilire la seguente legge: data la quantità del lavoro giornaliero, settimanale, ecc., il salario giornaliero, settimanale, ecc., dipende dal prezzo del lavoro, viceversa, dato il prezzo del lavoro, il salario giornaliero o settimanale dipende dalla quantità di lavoro giornaliero o settimanale.
Il prezzo dellora lavorativa che misura il salario a tempo si ottiene come visto, dividendo il valore giornaliero della forza-lavoro per il numero delle ore della giornata ordinaria. Se ora loperaio viene impiegato invece di 8 ore, 4 ore, con questo prezzo di lavoro egli riceverà soltanto la metà, ovvero £ 750. Si vede quindi attraverso tale forma di salario che, come loperaio soffre le conseguenze distruttrici del sopralavoro, così ora patisce le sofferenze derivanti dalla sua sottoccupazione. Qualora il salario a ora venisse fissato in base alle ore lavorative, durante le quali il capitalista occupa loperaio, ma senza che esso si impegni al pagamento di un salario giornaliero o settimanale, allora la determinazione del prezzo di lavoro mediante la divisione:
valore giornaliero della forza-lavoro : giorn. lav. di un numero di ore dato
perde ogni significato.
In questo caso il capitalista può ricavare una quantità di pluslavoro senza permettere alloperaio il tempo di lavoro necessario a riprodurre lequivalente del suo sostentamento. Egli può distruggere così ogni regolarità nelloccupazione; e può ad arbitrio, secondo le circostanze, alternare il lavoro supplementare più massacrante con la disoccupazione relativa o totale. Fecero quindi bene gli edili di Londra a ribellarsi nel 1860 contro il tentativo dei capitalisti di imporre questo salario ad ora.
Dalla legge sopra enunciata emerge che, quanto più è basso il prezzo del lavoro, tanto più lunga deve essere la giornata lavorativa affinché loperaio si procacci un modesto salario medio. Perciò il basso prezzo del lavoro spinge al prolungamento della giornata lavorativa. Viceversa il prolungamento della giornata lavorativa può a sua volta far cadere il prezzo del lavoro. Se un operaio compie lopera di uno e mezzo o di due operai cresce lofferta del lavoro anche se sul mercato la massa delle forze-lavoro rimane identica. La concorrenza originata in tal modo fra operai permette al capitalista di abbassare il prezzo del lavoro; mentre la diminuzione del prezzo del lavoro lo mette daltra parte in grado di prolungare il tempo di lavoro. Dunque il capitalista ricava un vantaggio duplice: sia per il ribasso del prezzo del lavoro, sia per la durata straordinaria di esso.
La disponibilità di quantità eccessive (superanti il livello sociale medio) di lavoro non retribuito diventa a sua volta causa di concorrenza fra i capitalisti stessi. Infatti la parte del prezzo del lavoro non pagata, ma figurante nel valore della merce, può essere, senza intaccare il profitto, regalata al compratore. La concorrenza porta a ciò come primo passo, mentre come secondo passo sospinge ad escludere dal prezzo della merce una parte del "plusvalore anormale" prodotto dal prolungamento della giornata lavorativa. In tal modo viene a stabilirsi, gradatamente, un prezzo di vendita della merce anormalmente basso, che diviene a sua volta la base costante di salari stentati, accompagnati da un tempo di lavoro eccessivo.
SALARIO A COTTIMO
3) Forma più corrispondente alla produzione capitalistica.
Il salario a cottimo è una forma mutata del salario a tempo. A prima vista sembra che nel salario a cottimo loperaio ceda, non il funzionamento della propria forza-lavoro, bensì il lavoro già contenuto nel prodotto; e che il prezzo di questo lavoro sia determinato dalla "capacità di rendimento del produttore". In realtà però la forma diversa con cui si paga il salario non cambia nulla alla sua natura, benché una forma possa essere più dellaltra favorevole allo sviluppo della produzione capitalistica.
Poniamo che la giornata lavorativa sia di 8 ore, di cui 4 retribuite e 4 non retribuite, e che la produzione di valore giornaliero ammonti a £ 3.000; quello di unora a £ 375. Lesperienza dimostra che unoperaio di abilità media e che lavori col grado medio di intensità produce nelle 8 ore una certa quantità di articoli; supponiamo 10 capi di un prodotto finito. Il valore di questi 10 capi, detratta la parte di capitale costante in essi trapassata, ammonta a L. 3.000; un singolo capo a L. 300. Per ogni pezzo eseguito loperaio riceve Lire 150; per tutti i pezzi eseguiti durante la giornata di 8 ore Lire 1.500. Dunque egli riceve la metà della produzione di valore; ossia lequivalente del lavoro necessario. Come per il salario a tempo è indifferente supporre che loperaio lavori 4 ore per sé e 4 ore per il capitalista o per ogni ora metà per sé e metà per il capitalista, così per il salario a cottimo è pure indifferente dire che ogni singolo pezzo è metà pagato e metà no e che 5 pezzi reintegrano il valore della forza-lavoro mentre gli altri 5 pezzi incarnano il plusvalore. Nel salario a tempo il lavoro è misurato in base alla sua durata immediata. In quello a cottimo in base alla quantità di prodotto che viene realizzato in una unità di tempo. In entrambi i casi però il valore giornaliero del lavoro è determinato dal valore giornaliero della forza-lavoro. Fermo tutto ciò, il salario a cottimo possiede alcune caratteristiche che conviene esaminare da vicino.
a) Innanzi tutto la quantità del lavoro è controllata dallopera stessa, che deve possedere bontà media affinché alloperaio sia pagato il prezzo intero. Il salario a cottimo diventa, sotto questo aspetto, una fonte feconda di detrazioni sul salario e di truffe dei capitalisti ai danni degli operai.
b) In secondo luogo il lavoro a cottimo offre al capitalista una misura precisa dellintensità del lavoro. Siccome viene pagato solamente il lavoro che fornisce una quantità di prodotti, stabilita in precedenza dallesperienza, loperaio che non possiede la capacità media di esecuzione viene declassato o eliminato.
c) Poiché qualità ed intensità del lavoro sono controllate dalla forma stessa del salario, una buona parte delle spese di sorveglianza del lavoro si rende del tutto superflua. Il salario a cottimo costituisce perciò la base tanto del moderno lavoro domestico quanto di un sistema di oppressione gerarchicamente organizzato, che si articola nelle due seguenti specie: I) il salario a cottimo agevola linserimento, fra il capitalista e loperaio, di parassiti che vivono del subaffitto del lavoro; Il) il salario a cottimo consente al capitalista di concludere col capo-operaio un contratto per produrre certi articoli a un dato prezzo, con limpegno del capo-operaio di arruolare e pagare i propri operai ausiliari. Così lo sfruttamento del capitale si attua qui tramite lo sfruttamento delloperaio da parte delloperaio.
d) Col salario a cottimo loperaio è spinto dal suo proprio personale interesse ad impiegare al massimo la sua forza-lavoro. Ciò permette al capitalista di aumentare il grado normale di intensità. Inoltre loperaio stesso è portato a prolungare la giornata lavorativa in vista di accrescere il salario giornaliero o settimanale. Subentrano così quelle reazioni negative che ribassano il prezzo del lavoro di cui si è fatto cenno al paragrafo 2).
e) Salvo poche eccezioni con il salario a tempo a uguali funzioni corrisponde uguale salario. Invece con il salario a cottimo, il salario giornaliero o settimanale varia con la differenza individuale degli operai; per cui le loro entrate reali variano secondo labilità, lenergia, la perseveranza rispettive. Naturalmente queste differenze non cambiano nulla al rapporto generale tra capitalista e lavoro salariato; sia perché si compensano nella fabbrica presa nel suo insieme, sia perché non varia il rapporto fra salario e plusvalore. Senonché il maggior campo dazione che il salario a cottimo offre allindividualità del lavoratore, tende a sviluppare lo spirito di indipendenza e la concorrenza fra gli operai stessi, il che porta allabbassamento del livello medio dei salari per mezzo dellaumento dei salari individuali al di sopra del livello medio.
f) Il salario a cottimo è, infine, una colonna del salario a tempo, illustrato prima.
Da quanto si è detto, specificatamente, risulta che il salario a cottimo è la forma di salario che meglio corrisponde al modo di produzione capitalistico.
DIFFERENZA NAZIONALE DEI SALARI
4) Calcolo.
Il saggio del salario differisce da un paese allaltro. Tale differenza si può calcolare, confrontando i salari nazionali fra loro. Per far ciò bisogna considerare tutti gli elementi che, in ogni nazione, determinano la "variazione di grandezza" del valore della forza-lavoro; cioè: a) la massa dei bisogni vitali, naturali e storici; b) il prezzo degli oggetti duso necessari a soddisfarli; c) le spese di istruzione delloperaio; d) la funzione del lavoro delle donne e dei fanciulli; e) la produttività del lavoro; f) la grandezza estensiva ed intensiva del lavoro.
Oltre a ciò il confronto richiede: primo, la riduzione del salario giornaliero medio, vigente nelle industrie identiche dei diversi paesi, a una giornata lavorativa di durata uguale, onde misurare il tal modo il salario a tempo; secondo, la traduzione del salario a tempo in salario a cottimo, poiché solo questultimo è misura, sia della produttività sia dellintensità del lavoro. Conoscendo il prezzo dellora di lavoro il salario a tempo si traduce in salario a cottimo calcolando il tempo impiegato nella produzione di un articolo in un dato ramo dellindustria.
A questo punto si deve osservare che la legge del valore viene a subire, nella sua applicazione a scala internazionale, alcune modificazioni. Infatti lintensità media del lavoro cambia da paese a paese. Però qualunque sia il grado di intensità impiegato nel produrre una merce, il valore della merce è sempre determinato, in un dato paese, dal tempo medio occorrente alla sua produzione. Diversamente avviene sul mercato mondiale, del quale sono parti integranti i singoli paesi. Qui si incontrano lavori nazionali di diversa intensità media, che formano una scala, in cui lunità di misura è costituita dalla media dei lavori nazionali raffrontati fra loro. Sicché, a confronto del lavoro meno intenso, il lavoro nazionale più intenso produce nello stesso tempo più valore, e si tramuta quindi in più denaro.
Inoltre la legge del valore subisce una modificazione maggiore di quella testé accennata in quanto sul mercato mondiale il lavoro nazionale "più produttivo" vale anche come lavoro "più intenso" tutte le volte in cui la concorrenza non costringe il paese più produttivo ad abbassare il prezzo delle merci al valore reale.
In qualsiasi paese, nella misura in cui si sviluppa la produzione capitalistica, si innalzano al di sopra del livello internazionale le intensità e le produttività nazionali del lavoro. Di conseguenza la quantità di valore prodotto è maggiore, e maggiore è la quantità di denaro che lo rappresenta. Perciò il salario nominale (lequivalente del valore della forza-lavoro espresso in denaro) sarà più alto in tale nazione che in altre. Ma la maggiore grandezza del salario nominale non significa affatto che in tale paese il salario reale, ossia la quantità dei mezzi di sussistenza messi a disposizione delloperaio sia maggiore.
A parte ciò, si potrà riscontrare molto spesso che in una nazione altamente produttiva il prezzo del lavoro - pur essendo più alto il salario giornaliero o settimanale - confrontato al plusvalore e al valore del prodotto, sia più basso in essa che in paesi meno produttivi.
1) Premessa.
Il primo movimento che una somma di denaro, funzionante come capitale, compie, è la sua conversione in mezzi di produzione e in forza-lavoro; ed avviene interamente nelle sfere della circolazione, sotto forma di atti di compra-vendita. Il secondo movimento è costituito dal processo di produzione vero e proprio, il quale si conclude appena il denaro anticipato si converte in merce, il cui valore superi quello del capitale anticipato e contenga quindi un plusvalore. Il terzo movimento è costituito dalla vendita delle merci, ossia dalla realizzazione sul mercato del valore prodotto. Questi tre movimenti successivi costituiscono la circolazione del capitale.
La prima funzione dellaccumulazione è che il capitalista venda le merci prodotte e sia in grado di riconvertire il denaro ricavato in capitale. Nel Secondo Libro verrà analizzato il processo di circolazione. Inoltre il capitalista, che si appropria di prima mano del plusvalore estratto dagli operai, non ne è sempre lultimo proprietario. Oltre a lui, altri capitalisti che svolgono altre funzioni nel complesso della produzione sociale, i proprietari fondiari, ecc.; concorrono a spartirselo. Il plusvalore viene quindi a dividersi in forme differenti (profitto, interesse, guadagno commerciale, rendita fondiaria, ecc.). Lanalisi di tali forme trasmutate del plusvalore verrà fatta nel Terzo Libro.
Qui si presuppone: I) che il capitalista riesca a vendere al suo valore la merce prodotta; II) che esso incameri tutto il plusvalore, sia pure, se si vuole, in veste di rappresentante di tutti coloro che parteciperanno al bottino. Benché il frazionarsi del plusvalore in diverse forme non cambia la sua natura di sorgente dellaccumulazione, tale circostanza insieme alle forme intermediarie della circolazione oscura la forma semplice del processo di accumulazione. Perciò laccumulazione deve essere trattata allo stato puro, facendo astrazione da tutti quei fenomeni, i quali ne complicano il meccanismo.
RIPRODUZIONE SEMPLICE
2) In generale e nel capitalismo.
Qualsiasi formazione sociale come non può smettere di consumare così non può smettere di produrre. Nessuna società può produrre in continuazione senza riconvertire una parte dei prodotti in elementi della nuova produzione. Ogni processo sociale di produzione, visto nel suo costante rinnovarsi, è quindi al contempo processo di riproduzione.
Astrazione fatta da tutte le altre circostanze la società può riprodurre o conservare la propria ricchezza su scala invariata unicamente col reintegrare in natura i mezzi di lavoro, le materie prime, ecc., consumati durante lanno, con una quantità uguale di oggetti dello stesso genere, che debbono essere separati dalla massa del prodotto annuo e debbono essere di nuovo incorporati nel processo di produzione.
Le condizioni della produzione sono insieme condizioni della riproduzione. Se la produzione ha forma capitalistica anche la riproduzione ha forma capitalistica: è un mezzo per riprodurre come capitale il valore anticipato.
Come frutto periodico del capitale il plusvalore prende la forma di un reddito che proviene dal capitale. Se il capitalista consuma periodicamente, mano mano lo ottiene, tale reddito, si ha la riproduzione semplice. Benché la riproduzione semplice sia la ripetizione costante sulla medesima scala del processo di produzione, questa stessa semplice continuità imprime al processo capitalistico caratteri nuovi che è bene esaminare.
a) Il processo di produzione comincia con lacquisto della forza-lavoro per un certo tempo e si rinnova periodicamente. Senonché loperaio viene pagato dopo aver lavorato nel dato periodo di tempo, dopo aver quindi realizzato in merci tanto il valore della propria forza-lavoro, quanto il plusvalore. Dunque, prima ancora che gli riaffluisca sotto forma di salario, loperaio ha già prodotto sia il fondo del proprio pagamento (capitale variabile) sia il fondo di consumo del capitalista, il plusvalore. Per cui la parte del capitale che il capitalista anticipa sotto forma di salario non è altro che una parte del lavoro fatto in precedenza dalloperaio. Che poi il capitalista anticipi il salario in denaro, poiché il denaro in questo caso non è altro che la forma trasmutata di una parte del prodotto del lavoro, non cambia niente al fatto che loperaio riceva sotto forma di anticipazione una parte del proprio lavoro già realizzato. Lillusione determinata dalla forma di denaro scompare ben tosto appena al posto del singolo capitalista e del singolo operaio si considerino la classe capitalista e la classe operaia nellinsieme.
La classe capitalista dà periodicamente alla classe operaia, sotto forma di denaro, assegni su una parte dei prodotti che la seconda ha realizzato e che la prima si è appropriata. Pertanto, considerando il processo capitalistico di produzione nel suo costante rinnovarsi, il capitale variabile perde il significato di un valore anticipato dal fondo proprio del capitalista. Ma tale processo ha dovuto pure incominciare e cè stato quindi un periodo di tempo durante il quale loperaio non poteva essere pagato col suo proprio prodotto, né daltra parte poteva vivere senza mangiare. Sembra quindi verosimile, salvo quanto si dirà appresso (accumulazione originaria), che il capitalista si sia pure trovato nelle mani fondi, non derivati da lavoro altrui non pagato, coi quali abbia acquistato la forza-lavoro.
b) Oltre alla parte variabile la riproduzione semplice imprime caratteri nuovi al capitale complessivo. Se un capitale di 10 miliardi frutta annualmente un plusvalore di 2 miliardi e il plusvalore viene consumato di anno in anno, dopo cinque anni la somma del plusvalore consumato eguaglia il valore del capitale originario. A questo punto il valore del capitale anticipato scompare: è interamente consumato dal capitalista. Che costui, consumato il plusvalore, creda poi di conservare il valore del capitale originario è soltanto unillusione. Infatti è vero che il capitalista conserva un capitale di grandezza invariata, ma qui si tratta non delle parti costitutive materiali, ma del valore del capitale. Perciò se in un periodo dato il capitalista consuma una somma pari al valore del capitale anticipato, il valore di questo capitale è costituito soltanto dal plusvalore appropriato: non sussiste più un atomo del valore del vecchio capitale.
In generale si può stabilire la seguente regola: il valore capitale anticipato diviso per il plusvalore normalmente consumato dà il numero dei periodi di riproduzione, trascorsi i quali il capitale originariamente anticipato e consumato dal capitalista. Dunque la pura e semplice riproduzione continua converte ogni capitale, dopo un certo periodo di tempo, in capitale accumulato, cioè in plusvalore capitalizzato. Anche se allinizio del processo di produzione il capitale fosse stato frutto del lavoro personale di chi lo impiega, prima o poi esso diventa valore appropriato senza equivalente, materializzazione di lavoro altrui non pagato.
c) Si è già fatto presente che il fondamento sociale del processo di produzione capitalistico è costituito dal distacco del lavoratore dal prodotto del proprio lavoro. Ora attraverso la stessa riproduzione semplice ciò che era punto di partenza viene prodotto di nuovo e si perpetua come risultato proprio della produzione capitalistica. Da una parte il processo di produzione converte in capitale la ricchezza dei materiali. Dallaltra parte loperaio entra nel processo di produzione come fonte di ricchezza e ne esce privo di qualsiasi mezzo per poterla realizzare per sé. Dunque lo stesso processo di produzione semplice riproduce la separazione fra forza-lavoro e condizioni di lavoro e perpetua così le condizioni per lo sfruttamento della classe operaia. Per vivere, loperaio è costretto a vendere costantemente la propria forza-lavoro. In cambio il capitalista è messo in grado di acquistarla per arricchirsi. Non è più il caso a portare luno di fronte allaltro sul mercato delle merci, quali compratore e venditore. È il processo stesso di riproduzione che getta sempre, e continuamente, sul mercato delle merci loperaio, sempre pronto a vendere la sua forza-lavoro e a trasformare il prodotto del suo lavoro in mezzo di acquisto del capitalista.
Dunque il processo di produzione capitalistico visto nel suo nesso complessivo, come processo di riproduzione, non produce soltanto merce e plusvalore, produce e riproduce anche il rapporto capitalistico stesso; da una parte il capitalista, dallaltra parte loperaio salariato.
TRASFORMAZIONE DEL PLUSVALORE IN CAPITALE
3) Riproduzione su scala allargata.
Sin qui abbiamo considerato in che modo dal capitale sgorghi il plusvalore; ora dobbiamo esaminare come dal plusvalore nasca il capitale. Laccumulazione del capitale è infatti la trasformazione del plusvalore in capitale.
Esaminiamo il procedimento, per intanto, dal punto di vista del capitalista individuale. Il proprietario di un calzaturificio anticipa un capitale di L. 10.000.000, di cui i quattro quinti si convertono in macchine, cuoio e materie ausiliarie, un quinto in salario; e produce in un anno 4.000 paia di scarpe per un valore di L. 12.000.000. Se il saggio del plusvalore è del cento per cento (come lo è nellesempio), il plusprodotto (o prodotto netto), ammonta ad un sesto del prodotto lordo, ossia a 666 paia di scarpe del valore di mercato di L. 2.000.000. La somma di L. 2.000.000, equivalente del prodotto netto, non porta scritto in fronte che essa è plusvalore. E daltra parte la natura di plusvalore di un valore dice soltanto come esso sia pervenuto al suo proprietario, il che non cambia per niente il suo carattere di valore. Quindi il capitalista calzaturiero per trasformare la nuova somma di L. 2.000.000, invariate restando le altre circostanze, ne anticiperà quattro quinti per lacquisto di macchine, cuoio e materie ausiliarie addizionali; un quinto per lacquisto di nuovi operai. Alla fine dellanno, a ciclo compiuto, il nuovo capitale entrato in funzione ha reso a sua volta un plusvalore di 1.400.000.
Ora, mentre il valore del capitale originario di L. 10.000.000 è stato anticipato sotto forma di denaro, il plusvalore esiste invece, fin dal principio, come valore corrispondente a una parte del prodotto. Se questa parte del prodotto viene venduta il valore capitale riacquista la sua forma iniziale; ma il plusvalore cambia la sua forma di esistenza, da merce in denaro. A vendita avvenuta, valore capitale e plusvalore non sono altro che denaro, pronto per ritrasformarsi in capitale. Però affinché il fabbricante possa ricominciare la fabbricazione di scarpe, e su scala allargata, deve trovare sul mercato gli elementi addizionali costitutivi di tale produzione, ossia materie prime e forza-lavoro supplementari. Occorre quindi che la produzione annua complessiva provveda, innanzitutto, gli oggetti occorrenti a reintegrare le parti materiali consumate dal capitale nel corso dellanno e, poi, che gli oggetti materiali di cui si compone il plusprodotto non siano cose destinate a soddisfare le voglie della classe capitalistica. Per accumulare bisogna trasformare in capitale una parte del plusprodotto e se non si crede ai miracoli si possono trasformare in capitale solo quelle cose che si possono adoperare nel processo lavorativo: mezzi di produzione e mezzi di sussistenza consumabili dalloperaio. Perciò una parte del pluslavoro annuo deve essere impiegata a produrre mezzi addizionali di produzione e di sussistenza. Solo in quanto il plusprodotto contenga già le parti costitutive di un nuovo capitale il plusvalore è trasformabile in capitale. Inoltre, perché il nuovo capitale possa funzionare, salvo sia possibile intensificare lo sfruttamento di quelli occupati, occorre un supplemento di operai nuovi. A ciò provvede la produzione capitalistica stessa, che riproduce la classe degli operai come classe dipendente dal salario, il quale dordinario deve essere sufficiente al sostentamento e alla moltiplicazione delloperaio. Pertanto vista in concreto laccumulazione si risolve in riproduzione del capitale progressiva.
Ritorniamo ora allesempio. Da dove è venuto fuori il capitale originario anticipato? (L. 10.000.000). Come lo ha avuto il suo possessore? I corifei delleconomia politica rispondono in coro: con il lavoro proprio e con quello dei propri avi. E di fatto tale risposta sembra lunica che si accordi alla produzione di merci. Mentre rinviamo lillustrazione del quesito a quanto si dirà in seguito sulla cosiddetta accumulazione primitiva si fa osservare intanto che ben diversamente stanno le cose per quanto riguarda il nuovo capitale addizionale di L. 2.000.000. Tale capitale appena nato è plusvalore capitalizzato. Fin dallorigine non contiene una briciola di valore che non derivi da lavoro altrui non pagato. Presupposto di questa accumulazione è il capitale originario di L. 10.000.000, che per intanto supponiamo appartenga al suo possessore in virtù del suo "lavoro originario"; presupposto del secondo capitale addizionale di L. 400.000, invece non è altro che il plusvalore capitalizzato di L. 2.000.000. Dunque adesso appare in tutta evidenza che proprietà del lavoro trascorso non retribuito sembra essere esclusivamente quella di appropriarsi di lavoro fresco non retribuito. Quindi, quanto più il capitalista ha accumulato, tanto più egli può accumulare.
4) Conversione delle leggi della proprietà fondate sulla produzione semplice delle merci in leggi della appropriazione capitalistica.
Larricchimento del capitalista e la sua forma oggettiva, laccumulazione del capitale, per quanto sembrano contraddirsi, avvengono non in contrasto bensì in conformità alle leggi della produzione semplice di merci ed al diritto di proprietà relativo. Lappropriazione basata sulla proprietà privata (unione di proprietà e lavoro) si trasforma, con lo sviluppo della produzione mercantile nella produzione capitalistica, in appropriazione capitalistica (diritto di appropriarsi il prodotto delloperaio e impossibilità da parte di questultimo di disporne).
Si è già visto che la trasformazione del denaro in capitale si compie in pieno accordo con le leggi economiche della produzione semplice delle merci e con il diritto di proprietà ad essa corrispondente. Ciò non di meno essa porta al risultato:
- che il prodotto appartiene al capitalista non alloperaio;
- che il valore di questo prodotto contiene oltre al valore anticipato anche un plusvalore che alloperaio è costato lavoro, al capitalista niente;
- che loperaio ha conservato la propria forza-lavoro, che può nuovamente rivendere solo se trova un compratore.
La riproduzione semplice rinnova sempre, costantemente tale risultato. La legge dello scambio non viene eliminata; anzi trova modo di attuarsi stabilmente.
Orbene che cosa cambierebbe in tale risultato per il fatto che il capitalista trasforma il plusvalore in capitale? Niente. Il plusvalore è proprietà del capitalista. Se egli lo anticipa per la produzione, fa anticipi dai suoi fondi come il primo giorno in cui si è presentato sul mercato. Che tale anticipo dipende da lavoro non retribuito è cosa che non ha qui alcuna importanza, in quanto loperaio ha prodotto il plusvalore senza subire decurtazioni di prezzo della sua merce, la forza-lavoro.
Certamente le cose si presenterebbero in modo molto differente se dovessimo considerare la produzione capitalistica nel suo costante rinnovarsi ed al posto del singolo capitalista ed operaio vedessimo classe capitalista e classe operaia nellassieme. Ma facendo ciò applicheremmo una scala estranea alla produzione delle merci, ove stanno sempre di fronte, luno indipendente dallaltro, venditore e compratore. Per giudicare la produzione delle merci secondo le proprie leggi economiche dobbiamo considerare ogni atto di scambio isolatamente, al di fuori dellatto di scambio che lo precede e di quello che gli succede. Poiché compere e vendite vengono concluse da individui singoli è fuori posto cercarvi rapporti tra classi sociali. Sicché, per quanto lunga possa essere la serie delle riproduzioni percorse dal capitale sino ad oggi, esso conserva sempre la sua primitiva verginità.
Dato che in ogni atto di scambio viene osservata la legge del valore, anche se mutasse il modo di appropriazione, il diritto di proprietà corrispondente alla produzione di merci non ne verrebbe intaccato. Esso continua a vigere sia quando il prodotto appartiene al produttore e questi può arricchirsi soltanto col proprio lavoro personale, sia quando la ricchezza sociale diventa proprietà di coloro che sono in grado di appropriarsi del lavoro altrui non pagato.
Tale risultato è inevitabile appena la forza-lavoro diviene merce. E a partire da questo momento che la produzione delle merci si generalizza e tutta la ricchezza prodotta passa attraverso la circolazione. Solo dove il lavoro salariato ne rappresenta il fondamento la produzione delle merci si impone con le sue leggi coercitive alla società e ne sviluppa le sue potenze interne. E pertanto una magra illusione quella nutrita da certe scuole pseudo-socialiste (Proudhon), le quali vogliono abolire la proprietà capitalistica, contrapponendo ad essa le "eterne leggi della proprietà della produzione di merci". Nella misura in cui la produzione di merci si sviluppa, secondo le proprie leggi, in produzione capitalistica, le sue leggi della proprietà si convertono in leggi della appropriazione capitalistica.
5) Concezione erronea della riproduzione allargata da parte delleconomia politica.
Nello stesso modo in cui le merci, che il capitalista compra per il proprio consumo, non servono ai fini della valorizzazione del suo capitale, così anche il lavoro che egli acquista per i propri bisogni personali non è lavoro produttivo. Invece di trasformare il plusvalore in capitale egli lo consuma come reddito. Perciò, in contrapposizione al modo di vedere della vecchia nobiltà, che consiste nel "consumare quello che cè", largheggiando nel lusso e nellabbondanza dei servizi personali, leconomia borghese proclama come primo dovere del cittadino laccumulazione del capitale; "Non si può accumulare se si mangia tutto il reddito". Inoltre essa è costretta a polemizzare contro il pregiudizio popolare, che confonde laccumulazione con la tesaurizzazione; ossia con lesclusione del denaro dalla circolazione, che è lesatto opposto della valorizzazione. Leconomia politica ha ragione nel sottolineare che momento caratteristico del processo di accumulazione è il consumo del plusprodotto da parte dei lavoratori produttivi. Ma proprio qui comincia il suo errore, Adamo Smith, seguito in ciò da Ritardo, ha fatto entrare di moda il concetto che laccumulazione consista nel consumo del plusprodotto da parte esclusiva dei lavoratori produttivi. Egli si rappresenta la conversione del plusvalore in capitale come pura e semplice conversione del plusvalore in forza-lavoro. E si inganna vistosamente, perché non tiene affatto conto che il plusvalore, come il capitale originario, deve convertirsi sia in capitale costante, sia in capitale variabile; tanto in mezzi di produzione, quanto in forza-lavoro.
Naturalmente leconomia politica non ha mancato di sfruttare la proposizione erronea di Smith a vantaggio della classe capitalistica, sostenendo che tutta la parte del plusprodotto trasformata in capitale viene consumata dalla classe operaia.
6) Divisione del plusvalore in capitale e reddito.
Nel paragrafo dedicato alla riproduzione semplice abbiamo considerato il plusvalore, e quindi il plusprodotto, come costituente esclusivamente il fondo di consumo del capitalista; mentre nei successivi è stato considerato come costituente soltanto il fondo di accumulazione. In realtà esso non è né luno né laltro, bensì luno e laltro nello stesso tempo. Infatti una parte del plusvalore viene consumata dal capitalista come reddito, unaltra viene invece capitalizzata o accumulata. Pertanto, data la massa del plusvalore, a determinare la grandezza dellaccumulazione è la misura in cui esso si ripartisce in capitale e reddito. Più plusvalore è capitalizzato maggiore diventa la scala dellaccumulazione; e viceversa. Poiché a compiere tale divisione è il proprietario del plusvalore, si dice allora che egli risparmia quella parte del plusvalore che accumula perché non se lo mangia, cioè perché adempie alla sua funzione di capitalista, alla funzione di arricchirsi.
Solo finché funziona come "capitale personificato" il capitalista ha, di fatto, diritto storico allesistenza. Solo in tale funzione la sua transitoria presenza è giustificata dalla necessità transitoria del modo di produzione capitalistico. Ma ciò che lo muove non è il valore duso o il godimento in genere, bensì il valore di scambio, il suo incessante moltiplicarsi. Come fanatico agente della valorizzazione del valore esso costringe lumanità alla produzione per la produzione, spingendola a sviluppare, in tal modo, le forze produttive sociali, base per una nuova forma di società, in cui principio dominante sia: "lo sviluppo pieno e libero delluomo".
Perciò, in quanto il proprio agire costituisce soltanto funzione del capitale, il suo consumo privato è considerato dal capitalista stesso come furto ai danni dellaccumulazione del proprio capitale; il che nella contabilità allitaliana si esprime ponendo le spese private nella colonna del dare del capitalista, di contro al suo capitale stesso.
Con lo sviluppo dei modo di produzione il capitalista cessa però di essere una pura e semplice incarnazione del capitale. Mentre il capitalista allantica considera il proprio consumo individuale come peccato verso la propria funzione di accumulatore, il capitalista modernizzato concepisce laccumulazione come una "rinuncia" del proprio istinto di godimento. Agli inizi storici del capitalismo dominano come passioni assolute - e questo vale per ogni nuovo capitalista - listinto allarricchimento e lavarizia; ma il progresso della produzione, oltre a creare un mondo di godimenti, apre anche, con la speculazione e con il credito, fonti inaspettate di arricchimento. A questo punto un certo grado convenzionale di sperpero diventa addirittura una "necessità di mestiere" per il capitalista. Il lusso viene a far parte così delle spese di rappresentanza del capitale. Inoltre, poiché il capitalista si arricchisce nella misura in cui succhia lavoro non pagato, la prodigalità interessata di cui esso può dar prova, può crescere col crescere della sua accumulazione, senza che la prima pregiudichi la seconda. Con il crescere dellaccumulazione si accende in lui un conflitto "drammatico" tra istinto ad accumulare ed istinto a godersela.
7) La teoria dellastinenza.
Leconomia politica classica ha espresso la missione storica dellepoca borghese nelle seguenti formule: "produzione per la produzione"; "accumulazione per laccumulazione". Se è vero che per essa il proletariato conta soltanto come macchina per la produzione di plusvalore, per la stessa anche il capitalista conta soltanto come macchina per la conversione del plusvalore in capitale.
Per proteggere il capitalista dal "drammatico" conflitto tra istinto ad accumulare ed istinto ad arricchirsi il Malthus allinizio del secondo decennio dei secolo XIX si fece sostenitore di una divisione del lavoro che assegna al capitalista il ruolo dellaccumulazione e allaristocrazia terriera e ai beneficiari statali ed ecclesiastici il mestiere della prodigalità. Senonché la dotta contesa sul come dovesse essere spartito, fra capitalista industrioso e proprietario fondiario ozioso, il bottino spremuto alla classe operaia nel modo più proficuo per laccumulazione, venne sotterrata dalla rivoluzione di Luglio, dallinsurrezione di Lione e dallerompere, al di qua e al di là della Manica, dellowenismo, sansimonismo e fourierismo. Suonò così lora per l"economia volgare", che venne al mondo, annunciando alla società minacciata una grande "scoperta": "il capitale non è che frutto dellastinenza del capitalista".
"Quanto più la società progredisce - proclama Senior - tanto maggiore astinenza si richiede". Per i pifferi delleconomia volgare non solo laccumulazione di un capitale, ma anche la semplice conservazione di un capitale, "esige una costante tensione dellenergia per resistere alla tentazione di mangiarlo*. Quindi se il mondo vive ancora, sarebbe soltanto per lautomortificazione del capitalista, questo penitente moderno di Visnù!
Nelle più differenti formazioni economiche della società non si ha soltanto riproduzione semplice, ma in misura più o meno grande riproduzione allargata. Si produce di più e si consuma di più. Tale processo non si presenta però mai come accumulazione del capitale,- finché i mezzi di produzione e i mezzi di sussistenza non si trovano contrapposti all operaio sotto forma di capitale.
8) Circostanze che determinano il volume dellaccumulazione indipendentemente dalla divisione proporzionale del plusvalore in capitale e reddito.
Supposta la proporzione nella quale il plusvalore si divide in capitale e reddito la grandezza del capitale accumulato dipende ovviamente dalla grandezza assoluta del plusvalore. Se l80 per cento viene accumulato e il 20 per cento viene mangiato dal capitalista il capitale accumulato risulterà in base al nostro esempio, di L. 1.600.000. Tutte le circostanze che determinano la massa del plusvalore concorrono anche a determinare la grandezza dellaccumulazione. Qui bisogna riassumere tali circostanze nella misura in cui offrono, in relazione allaccumulazione, nuovi punti di vista.
A) GRADO DI SFRUTTAMENTO DELLA FORZA-LAVORO
Analizzando la produzione del plusvalore si è sempre presupposto che il salario fosse uguale al valore della forza-lavoro, Nondimeno la riduzione forzosa del salario al di sotto di tale valore è un fatto così frequente nella pratica che il fondo di consumo delloperaio diviene, entro certi limiti, una fonte supplementare del fondo di accumulazione del capitale. La tendenza costante del capitale è quella di abbassare il salario fino alla gratuità delloperaio.
Inoltre lo sfruttamento più prolungato o più intensivo della forza-lavoro, invariata restando la parte costante dei capitale, aumenta il plusvalore è quindi la sostanza dellaccumulazione. Nellindustria estrattiva è sufficiente un semplice aumento del lavoro per accrescere, impiegando gli stessi mezzi di lavoro, la massa e il valore del prodotto. Nellagricoltura la semplice lavorazione meccanica del terreno dà pure risultati meravigliosi in quantità di prodotto e consente quindi il medesimo effetto. Nellindustria in senso proprio è possibile poi ottenere lo stesso risultato, basta impiegare i prodotti realizzati nelle prime due branche senza anticipo aggiuntivo di capitale.
Risultato generale: il capitale incorporandosi le sorgenti della ricchezza materiale, forza-lavoro e terra, acquista una forza di espansione che gli consente di estendere gli elementi della sua accumulazione oltre i confini posti dalla sua propria grandezza; cioè dal valore della massa dei mezzi di produzione prodotti.
B) PRODUTTIVITÀ DEL LAVORO
Con il crescere della forza produttiva del lavoro cresce la massa dei prodotti, nei quali si oggettiva un dato valore e rispettivamente un plusvalore di grandezza determinata. Di conseguenza, anche quando il saggio del plusvalore rimane invariato o addirittura scende, purché meno dellaumento della forza produttiva, la massa del plusprodotto cresce. Il valore del capitale addizionale si presenta ora in una massa accresciuta di prodotti, i quali allargano la base materiale della riproduzione. Inoltre lo sviluppo della forza produttiva influisce sul capitale già in funzione, in quanto nella misura in cui deve essere rinnovato materialmente, esso viene riprodotto nella forma più produttiva.
Dunque, ogni introduzione di nuovi metodi lavorativi, ossia ogni elevamento della forza produttiva del lavoro, agisce quasi contemporaneamente sia sul capitale addizionale sia su quello originario già funzionante. Una massa crescente di plusprodotto viene così ad allargare il fondo di accumulazione. Scienza e tecnica, da parte loro, potenziano lespansione del capitale indipendentemente dalla grandezza di valore del capitale in funzione.
C) DIFFERENZA CRESCENTE FRA CAPITALE IMPIEGATO E CAPITALE CONSUMATO
Sappiamo che il lavoro trasmette al prodotto il valore dei mezzi di produzione consumati. Daltra parte il valore e la massa di tali mezzi che possono essere azionati da una quantità di lavoro crescono col crescere della produttività del lavoro. Perciò, quantunque la stessa quantità di lavoro aggiunga alla massa accresciuta di prodotti sempre e soltanto la stessa quantità di valore, il valore capitale vecchio che essa trasferisce nei prodotti aumenta con laumento della produttività dei lavoro. Ne discende che col crescere dellefficienza, della massa di valore dei mezzi di produzione, cioè con laccumulazione, il lavoro conserva e perpetua un valore capitale sempre crescente.
Ma collaumento del capitale aumenta la massa dei mezzi di produzione (macchine, stabilimenti, tubature, apparecchi vari, ecc.) i quali funzionano per periodi più o meno lunghi, prima di essere sostituiti in conseguenza del logorio. Sappiamo che i mezzi di lavoro entrano per intero nel processo di produzione, ma perdono poco per volta il loro valore, cedendolo poco per volta nel prodotto. Ora nella misura in cui vengono usati interamente ma "consumati" solo poco per volta, essi forniscono lo stesso "servizio gratuito" delle forze naturali. Questo servizio gratuito del lavoro passato, che si sprigiona quando viene animato dal lavoro vivente, si accumula insieme allingrandirsi della scala dellaccumulazione. E tipico delleconomia borghese attribuire limportanza, sempre crescente del lavoro trascorso nel processo lavorativo vivente, non alloperaio che lo ha realizzato, bensì alla figura di capitale assunta dal prodotto del lavoro.
D) ENTITA DEL CAPITALE ANTICIPATO
Dopo il grado di sfruttamento della forza-lavoro la massa del plusvalore dipende dal numero degli operai sfruttati. Questo a sua volta dipende dalla massa del capitale anticipato. Dunque: più cresce, accumulandosi, il capitale, più cresce la somma di valore destinabile al consumo e alla valorizzazione.
9) Sul cosiddetto fondo di lavoro.
Dallanalisi svolta risulta evidente che il capitale non è una grandezza, ma una parte elastica della ricchezza sociale, sempre fluttuante col variare della divisione del plusvalore in reddito e capitale addizionale. Inoltre è chiaro, anche quando la grandezza del capitale in funzione è data, che la forza-lavoro, la scienza e la terra costituiscono potenze elastiche dellespansione del capitale, le quali allargano il suo campo dazione oltre i limiti della propria grandezza stessa- Nonostante ciò leconomia classica ha sempre prediletto considerare il capitale come una grandezza fissa, dal grado fisso di efficacia. Tale pregiudizio è stato poi innalzato a dogma dallarcifilisteo Bentham, mentre è stato utilizzato a scopi glorificativi da Malthus, James Mill, Mac Culloch e altri.
Per questi economisti il capitale variabile sarebbe una grandezza fissa e la massa dei mezzi di sussistenza, che esso rappresenta per la classe operaia (cosiddetto fondo di lavoro), una parte speciale della ricchezza sociale, dai confini ferrei, stabiliti per natura, e quindi insormontabili, La morale della favola è: se la parte di questo fondo di lavoro, spettante a ogni operaio risultasse piccola, ciò dipenderebbe dal fatto che gli operai sono troppi; e che pertanto la miseria non è di ordine sociale, bensì naturale.
COMPOSIZIONE DEL CAPITALE
10) La composizione del capitale.
Possiamo ora analizzare linfluenza che laccrescimento dei capitale esercita sulle condizioni di vita della classe operaia. Gli aspetti più importanti di tale indagine sono: la composizione del capitale e le modificazioni che questa composizione subisce durante il processo di accumulazione.
La composizione del capitale va vista da due angoli visuali: a) dal lato del valore; è la proporzione in cui si suddivide il capitale tra parte costante e parte variabile e dicesi "composizione del valore"; b) dal lato materiale; è il rapporto che intercorre tra massa dei mezzi di produzione e forza-lavoro impiegata, e dicesi "composizione tecnica". Fra entrambe esiste un nesso reciproco. Chiamiamo "composizione organica del capitale" la composizione del valore in quanto sia determinata dalla composizione tecnica e in quanto rispecchi i cambiamenti che avvengono in questa. Ogni qualvolta si parlerà di composizione del capitale senzaltra specificazione si intenderà riferirci alla composizione organica.
I vari capitali investiti in un ramo di produzione presentano una composizione molto differente. Però la media delle varie composizioni ci dà la composizione del capitale complessivo del ramo considerato. La media complessiva dei vari rami ci dà a sua volta la composizione del capitale sociale di un paese. E di questo che si tratta nella presente analisi.
11) Domanda crescente della forza-lavoro per effetto dellaccumulazione.
Laumento del capitale comporta laumento della sua parte costitutiva variabile: una frazione del plusvalore capitalizzato deve essere costantemente ritrasformata in fondo addizionale per il lavoro. Supposta invariata la composizione organica del capitale la domanda di forza-lavoro deve aumentare proporzionalmente allaumento del capitale. Progredendo laccumulazione esige una massa crescente di operai. La domanda di forza-lavoro sorpassa la consueta offerta di lavoro. Ciò fa lievitare il saggio del salario in generale: in questa situazione i salari dovranno aumentare.
Bisogna però subito notare che, le circostanze più o meno favorevoli, nelle quali può venirsi a trovare la classe operaia per effetto dellaumento del saggio del salario, non cambiano in nulla la natura della produzione capitalistica. Come la riproduzione semplice riproduce costantemente il rapporto capitalistico (capitalisti da un lato, operai dallaltro), così pure la riproduzione progressiva riproduce il rapporto capitalistico su scala allargata (più capitalisti o grossi capitalisti a un polo, e più salariati a quello opposto). La riproduzione allargata della forza-lavoro è un elemento essenziale della riproduzione del capitale stesso. Laccumulazione del capitale è quindi aumento del proletariato.
La particolarità della situazione su accennata - che è la più favorevole agli operai - è che il "rapporto di soggezione" in cui si trovano i salariati di fronte al capitale, viene a rivestire forme più tollerabili. Il dominio del capitale si sviluppa più in estensione che in intensità. Lo sfruttamento si estende su un numero più grande di sudditi. Dalla massa crescente di plusprodotto realizzatasi, una parte maggiore riaffluisce, sotto forma di mezzi di pagamento, agli operai; i quali possono in tal modo ampliare il loro fondo di consumo: nutrirsi meglio e fare qualche piccolo risparmio. Tale migliore trattamento non può abolire però la schiavitù del lavoro salariato. Un aumento del prezzo del lavoro significa soltanto che, il peso della catena che inchioda loperaio salariato al capitale, si è solo momentaneamente allentato.
Infatti non si deve mai perdere di vista che il tratto caratteristico della produzione capitalistica è la valorizzazione del capitale; che la legge assoluta di questo modo di produzione è la produzione di plusvalore. La forza-lavoro è vendibile in quanto riproduce il proprio valore come capitale e fornisce inoltre un plusvalore, sorgente di capitale addizionale. Siano più o meno favorevoli alloperaio le condizioni di vendita della forza-lavoro, il salario implica in ogni caso, per sua natura, che esso fornisca al capitalista una quantità di lavoro non pagato. Quindi laumento del saggio del salario può, nel migliore dei casi, significare non altro che una diminuzione della quantità del lavoro non pagato che loperaio deve compiere a vantaggio del capitalista.
Daltra parte tale diminuzione non potrà mai scendere al punto da minacciare il sistema stesso. Infatti, astrazion fatta dai conflitti sociali intorno al saggio del salario, laumento del salario per effetto dellaccumulazione pone la seguente alternativa: o il prezzo del lavoro continua a crescere perché il suo aumento non turba il processo dellaccumulazione, e in ciò non cè niente di anormale, oppure laccumulazione allenta il ritmo in seguito allaumento del prezzo del lavoro, perché viene meno lo stimolo del profitto. In questultimo caso laccumulazione diminuirebbe. Ma nel diminuire sopprimerebbe la causa stessa della sua diminuzione: la sproporzione fra capitale e forza-lavoro sfruttabile. Così il meccanismo del processo di produzione capitalistico elimina da se stesso gli ostacoli che crea momentaneamente.
E chiaro che, come non è il numero ristretto della popolazione operaia a rendere eccedente, nel primo caso, il capitale, ma viceversa laumento del capitale a rendere insufficiente la forza-lavoro sfruttabile, così nel secondo caso non è laumento della popolazione operaia a rendere insufficiente il capitale, bensì la diminuzione del capitale a rendere eccedente la forza-lavoro da sfruttare. Nellaccumulazione la grandezza variabile indipendente è il capitale, la dipendente il salario. Il rapporto tra capitale, accumulazione e saggio del salario è la proporzione fra il lavoro non pagato che si trasforma in capitale e il lavoro supplementare richiesto dal capitale supplementare. Non è quindi un rapporto fra due grandezze indipendenti, ossia fra il capitale da una parte e la massa della popolazione operaia dallaltra. Si tratta del rapporto tra il lavoro retribuito e quello non retribuito della medesima popolazione operaia.
Se la quantità di lavoro non retribuito, fornito dalla classe operaia e accumulato dalla classe dei capitalisti, cresce con un ritmo tale che la sua trasformazione in capitale è possibile soltanto con limpiego straordinario di lavoro pagato, il salario cresce, mentre cala il lavoro non pagato. Però appena tale diminuzione si fa sentire laccumulazione rallenta; il movimento dei salari in ascesa subisce un contraccolpo. Dunque: laumento del prezzo del lavoro rimane confinato entro limiti che non solo lasciano intatta la base del sistema capitalistico, ma ne assicurano anche la riproduzione a scala allargata.
12) Diminuzione relativa della parte variabile dei capitale nel processo di accumulazione.
Presupponendo invariata la composizione del capitale non abbiamo considerato che un aspetto del processo di accumulazione. Questo ne presenta però un altro, che va al di là di tale supposizione. Infatti, il progresso dellaccumulazione provoca in un primo momento un aumento quantitativo degli elementi materiali del capitale; ma in un secondo momento, in seguito allo sviluppo della forza produttiva del lavoro ad esso connesso, produce un cambiamento nella composizione tecnica del capitale. La massa dei mezzi di lavoro e delle materie prime aumenta sempre più di fronte alla forza-lavoro necessaria al loro uso. Il cambiamento così intervenuto nella composizione tecnica si riflette sulla composizione del valore. Aumenta la parte costitutiva costante del capitale rispetto alla sua parte variabile. Tale aumento di grandezza della parte costante, che si manifesta con la diminuzione relativa della parte variabile, non esclude però che questultima aumenti effettivamente in assoluto. La ritrasformazione ininterrotta del plusvalore in capitale produce dunque, costantemente, il cambiamento della composizione organica, per cui la parte costitutiva variabile diventa più piccola a paragone di quella costante.
Nella IV Sezione si è visto come lo sviluppo della forza produttiva del lavoro richiede una "cooperazione su larga scala" e come tale presupposto soltanto consente lintroduzione del sistema delle macchine e lassoggettamento al processo produttivo, mediante lapplicazione tecnologica della scienza, delle forze immense della natura. Nella produzione mercantile, ove i mezzi di produzione sono in mano di privati e ove il lavoratore produce le merci isolatamente oppure vende la propria forza-lavoro, lanzidetto presupposto si realizza solamente, o con l"aumento del capitale individuale", oppure nella misura in cui i "mezzi di produzione e di sussistenza vengono trasformati in proprietà privata di capitalisti". Su base mercantile la produzione in grande scala è possibile solamente in "forma capitalistica". Quindi, è presupposto della produzione capitalistica lesistenza di una certa accumulazione di capitale nelle mani di produttori di merci. E, trattando del passaggio dallartigianato alla manifattura, si è dovuto conseguentemente presupporla.
Daltra parte si è pure visto che i metodi per sviluppare la forza produttiva del lavoro sono insieme metodi per aumentare la produzione del plusvalore e riprodurre progressivamente capitale mediante capitale, accumulare. Perciò se un certo grado di accumulazione è la condizione del modo di produzione capitalistico, questo ha per conseguenza laccumulo accelerato del capitale. Dunque: insieme allaccumulazione del capitale si sviluppa il modo di produzione capitalistico; insieme al modo capitalistico laccumulazione del capitale. Questi due fattori, in ragione dellimpulso reciproco che si danno, modificano la composizione del capitale e con ciò producono una diminuzione del numero degli operai impiegati rispetto alla mole accresciuta dei mezzi di lavoro.
Nel processo di accumulazione ciò avviene sotto limpulso delle sue due forme tipiche: la concentrazione e la centralizzazione.
A) CONCENTRAZIONE
Ogni capitale individuale rappresenta una concentrazione più o meno grande di mezzi di produzione e di mezzi di sussistenza nelle mani di un capitalista. Questa concentrazione (o concentramento), mentre costituisce già unaccumulazione, è un mezzo per una nuova accumulazione. Aumentando gli elementi riproduttivi della ricchezza, aumenta la concentrazione del capitale dei singoli capitalisti; e con la crescita dei capitali individuali il capitale complessivo sociale.
Senonché i capitali individuali si riproducono nelle varie sfere economiche come centri autonomi di accumulazione, luno indipendente dallaltro ed in concorrenza fra loro. Non solo, ma i capitali originari si scindono. Da essi si distaccano frammenti di valore che danno luogo a capitali nuovi autonomi. Sicché con la "concentrazione" (lespressione è identica ad accumulazione) aumenta il potere di comando dei singoli capitalisti sul lavoro; ma provocando la formazione di capitali nuovi e scindendo capitali vecchi, ossia aumentando più o meno il numero dei capitalisti, moltiplica i centri di accumulazione dando luogo alla "ripulsione reciproca" dei vari capitali individuali.
B) CENTRALIZZAZIONE
Contro questa dispersione del capitale complessivo in numerosi capitali individuali reagisce una tendenza opposta: "lattrazione reciproca" delle varie frazioni di capitale o "centralizzazione". Questo processo si distingue dalla concentrazione, in quanto riunisce in una sola mano più capitali frazionati, già formati e funzionanti. Tendendo a superare lautonomia dei singoli capitali mediante la riunificazione in una sola mano (espropriazione del capitale da parte del capitalista), la centralizzazione opera indipendentemente dai limiti assoluti dellaccumulazione.
Non potendo qui illustrare il movimento di attrazione del capitale da parte del capitale si ricorda che la concorrenza si combatte vendendo le merci più a buon mercato. Poiché il buon mercato delle merci dipende dalla produttività del lavoro, che a sua volta è legata alla scala della produzione, ne consegue che i capitali più grossi scacciano i capitali più piccoli. Inoltre con lo sviluppo della produzione capitalistica sorge una potenza nuova: "il sistema del credito". Questo diventa unarma formidabile nella lotta di concorrenza. Concorrenza e credito diventano quindi le leve più potenti della centralizzazione del capitale.
C) RAPPORTI FRA CONCENTRAZIONE E CENTRALIZZAZIONE
La concentrazione è la riproduzione del capitale su scala allargata. Essa comporta un aumento della grandezza del capitale sociale. La centralizzazione prescinde invece da qualsiasi aumento del capitale sociale e può avvenire mediante un semplice cambiamento nella distribuzione dei capitali esistenti. Il capitale può ammucchiarsi qui in una sola mano, perché è sottratto là a numerose mani.
In un dato ramo di affari la centralizzazione raggiungerebbe il limite massimo qualora tutti i capitali del ramo si fondessero in un unico capitale. Tale limite sarebbe raggiunto, nella società, qualora tutto il capitale sociale si trovasse in una sola mano o nelle mani di una sola associazione capitalistica.
La centralizzazione completa lazione della concentrazione in quanto consente ai capitalisti di allargare la scala della loro attività. Sia che avvenga in forma violenta (annessione), sia che avvenga in forma blanda (consorzio, società), ovunque la maggiore grandezza raggiunta dal capitale rappresenta il punto di partenza per unorganizzazione più ampia del lavoro; per la trasformazione rapida dei processi di produzione isolati in processi di produzione combinati socialmente e condotti secondo scienza. Mentre la concentrazione avviene ad un ritmo piuttosto lento, la centralizzazione, non dovendo cambiare che la ripartizione esistente del capitale sociale fra i vari capitalisti, è un processo molto più rapido. Le ferrovie, per esempio, non sarebbero apparse al mondo se avessero dovuto attendere che la concentrazione permettesse ad un capitalista di affrontarne la costruzione.
Dunque: la centralizzazione aumenta gli effetti della concentrazione e li accelera. Con ciò allarga ed accelera i rivolgimenti nella composizione tecnica del capitale. Di conseguenza aumenta la parte costante del capitale a spese di quella variabile; diminuisce in definitiva la domanda relativa di operai.
13) Produzione crescente di un esercito industriale di riserva.
Il progresso costante dellaccumulazione muta costantemente la proporzione tra la parte costante e quella variabile del capitale. Poiché la domanda di lavoro è determinata non dal volume complessivo del capitale ma dalla sua parte variabile, essa diminuisce relativamente con laumento del capitale complessivo. Tale diminuzione relativa della parte variabile, accelerata in misura crescente dallaumento del capitale, mentre costituisce leffetto caratteristico dellaccumulazione, si manifesta invece come aumento assoluto della popolazione rispetto ai mezzi che le danno occupazione (capitale variabile).
In realtà il movimento di accumulazione del capitale produce cambiamenti continui nella composizione. In alcune sfere si ha un cambiamento della composizione per effetto della concentrazione; ma il capitale non viene aumentato. In altre laumento assoluto del capitale è connesso alla diminuzione assoluta della parte variabile. In altre ancora ora il capitale continua ad aumentare sulla base tecnica data e attira quindi operai addizionali; ora muta di composizione e restringe la domanda di lavoro. In ogni sfera laumento di numero degli operai occupati è legato a violente fluttuazioni e alla formazione momentanea di una sovrappopolazione, che può consistere, tanto di operai disoccupati, quanto di operai che incontrano difficoltà ad essere occupati attraverso i normali canali di sfogo. Con laumento del capitale in funzione, con lestensione della scala di produzione in cui una maggiore attrazione di operai è connessa ad una maggiore ripulsione, la composizione del capitale varia ancor più rapidamente; mentre si allargano le sfere di produzione, nelle quali il cambiamento si fa sentire, ora contemporaneamente, ora alternativamente. Quindi la popolazione operaia, che è la sorgente dellaccumulazione, con laccumulazione del capitale produce, in misura crescente, "i pezzi per rendere se stessa relativamente eccedente".
La sovrappopolazione operaia da prodotto dellaccumulazione diventa per contro la leva essenziale dellaccumulazione stessa. Essa costituisce un "esercito industriale di riserva disponibile" di pertinenza esclusiva del capitale, sempre pronto ai suoi bisogni immediati di valorizzazione. Laumento della forza di espansione subitanea del capitale, dovuta al processo di accumulazione, potenziata dal credito, stimolata dallapertura di nuovi rami di produzione e dallallargarsi del mercato, esige che masse di operai siano sempre prontamente spostabili da un punto allaltro, senza intralcio per la scala esistente della produzione. Tali contingenti sono formati dalla sovrappopolazione. Il cielo vitale dellindustria poggia sulla costante formazione dellesercito industriale di riserva; le cui fasi alterne assorbono, in maggiore o minore misura, la sovrappopolazione e diventano così gli agenti della riproduzione.
Il ciclo dellindustria moderna, ignoto al passato, non aveva potuto mettere radici nemmeno agli inizi della produzione capitalistica. La composizione del capitale si è modificata lentamente e, nei primi gradini, allaccumulazione ha fatto seguito un aumento proporzionale della domanda di operai. Non solo, ma essa ha incontrato molti ostacoli, che solo i mezzi violenti di cui si parlerà avanti, poterono eliminare. Perciò, se lespansione elastica e a scatti della scala di produzione rappresenta il presupposto della sua contrazione improvvisa, lespansione non è affatto possibile senza lesistenza di manodopera disponibile indipendentemente dallaumento assoluto della produzione. Tale manodopera disponibile è creata mediante la costante "liberazione" di una parte delle forze-lavoro occupate che si verifica con la diminuzione della parte variabile in rapporto alla parte costante del capitale. Lindustria moderna si muove quindi nellambito di una continua trasformazione di una parte della popolazione operaia in braccia disoccupate o occupate a metà.
Alla produzione capitalistica non è sufficiente la massa di forze-lavoro dipendenti dallaumento naturale della popolazione. Essa ha bisogno di un esercito industriale di riserva indipendente da tale limite naturale. Ed essa si forma tale esercito, non solo in generale, modificando la composizione organica del capitale; ma anche in particolare, tenendo occupate oltre lorario normale di lavoro le forze-lavoro già impiegate nel processo di produzione.
Poiché il movimento generale del salario è regolato dalla "espansione" e dalla "contrazione" dellesercito industriale di riserva, oscillante con lalternarsi delle fasi del ciclo industriale (è un dogma delleconomia politica considerare invece tale movimento come dipendente da quello del numero assoluto della popolazione operaia) lesercito industriale di riserva preme, durante i periodi di stagnazione e di prosperità media, sulla massa operaia attiva, mentre ne frena le rivendicazioni durante il periodo di sovrapproduzione. La sovrappopolazione relativa è quindi lo sfondo sul quale si muove la legge della domanda e dellofferta di lavoro. Essa limita gli effetti di questa legge entro confini vantaggiosi alla voglia di dominio e di sfruttamento del capitale.
14) Le diverse forme di esistenza della sovrappopolazione relativa.
La sovrappopolazione relativa, nella classe operaia, esiste in tutte le sfumature possibili. Ogni operaio che sia occupato a metà, oltre al disoccupato, vi fa parte. Prescindendo dalle forme, che periodicamente vi imprime lalternarsi delle fasi del ciclo industriale, essa si presenta permanentemente in tre aspetti: fluttuante, latente e stagnante.
A) FLUTTUANTE
Nei centri industriali moderni (fabbriche, manifatture, fucine e miniere) gli operai vengono, ora respinti, ora attratti in massa maggiore, benché in numero decrescente alla scala di produzione.
B) LATENTE
Nella misura in cui il capitale si impadronisce della campagna cala in modo assoluto la domanda di operai agricoli. Una parte della popolazione rurale si trova costantemente sul punto di passare o fra il proletariato urbano o fra il proletariato di tutte le altre occupazioni industriali non agricole.. Questa sorgente di sovrappopolazione scorre permanentemente. Inoltre il suo costante rifluire verso la città presuppone nella stessa campagna lesistenza di una sovrappopolazione "latente", che si rivela in tutta la sua ampiezza, allorquando i canali di sbocco si ingrossano e lattraggono in massa. Il salario agricolo viene così depresso al minimo e loperaio si trova costantemente con un piede dentro la palude del pauperismo.
C) STAGNANTE
La sovrappopolazione "stagnante" è costituita dagli operai attivi, che hanno però unoccupazione irregolare. Essa offre al capitale un serbatoio inesauribile di forza-lavoro sempre pronta. Le condizioni di vita di questa frazione della sovrappopolazione scendono al di sotto del livello medio della classe operaia, Proprio ciò ne fa la manodopera adatta a particolari rami di sfruttamento del capitale. Parlando del lavoro a domicilio non si è trattato che di questa parte della forza-lavoro. Ma essa è alimentata principalmente, dagli operai messi in sovrannumero nella grande industria e nella grande agricoltura.
Il volume di questa forma di sovrappopolazione cresce col crescere dellaccumulazione e partecipa allaumento della classe operaia in proporzione maggiore degli altri elementi componenti. Per essa vale linsulsa legge della produzione capitalistica secondo cui: "non soltanto la massa delle nascite e dei decessi, ma anche la grandezza assoluta delle famiglie è in proporzione inversa del livello del salario, ossia dei mezzi di sussistenza di cui dispongono le differenti categorie operaie".
A parte le tre forme considerate il frammento inferiore della sovrappopolazione relativa dimora nellambito del "pauperismo". Prescindendo dai vagabondi, delinquenti, prostitute, in una parola dal sottoproletariato, questo strato sociale consiste di tre categorie.
Prima: persone capaci di lavorare. Seconda: orfani e figli di poveri. Terza: gente finita male. Si tratta di individui mandati in rovina in conseguenza della fossilizzazione legata alla divisione del lavoro: oppure di mutilati, malati, vedove, ecc. Il pauperismo costituisce il ricovero degli invalidi dellesercito attivo e il peso morto dellesercito industriale di riserva. La sua produzione è compresa nella formazione della sovrappopolazione relativa e costituisce perciò insieme a questa una condizione di esistenza della produzione capitalistica e dellaumento della ricchezza.
15) La legge generale dellaccumulazione capitalistica.
Quanto più grande è il capitale in funzione, quanto maggiore è il ritmo del suo sviluppo e quindi la massa assoluta del proletariato e la forza produttiva del lavoro, tanto maggiore è lesercito industriale di riserva. Ma quanto maggiore sarà questo esercito industriale di riserva in rapporto alla massa operaia attiva, tanto più in massa si consoliderà la sovrappopolazione, la miseria della quale sta in proporzione inversa al tormento del lavoro. Infine quanto più numeroso è lo strato dei lazzari della classe operaia, tanto più grande è il pauperismo ufficiale. Questa è la legge generale dellaccumulazione capitalistica. Come qualsiasi altra legge soggiace allinfluenza di circostanze molteplici che non vengono prese qui in esame.
Ora si vede quanto è folle la "saggezza" di quegli economisti i quali predicano agli operai di adeguare il loro numero ai bisogni di valorizzazione del capitale. Laccumulazione del capitale adegua costantemente il numero degli operai alle esigenze della valorizzazione, creando una sovrappopolazione relativa, che ha come conseguenze la miseria di strati sempre crescenti dellesercito operaio attivo. Su base capitalistica la legge per cui una massa in aumento di mezzi di produzione può essere azionata, grazie allo sviluppo della produttività del lavoro, da una quantità minore di forza-lavoro suona così: "quanto più è alta la produttività del lavoro, tanto più grande è la pressione degli operai sui mezzi della loro occupazione e quindi tanto più precaria la loro condizione di esistenza".
Analizzando la produzione del plusvalore relativo si è visto come i metodi per incrementare la forza produttiva del lavoro si realizzano a spese del produttore: loperaio viene mutilato, ridotto a uomo parziale, ad intensificante appendice della macchina; estraniato alle potenze intellettuali del processo lavorativo; assoggettato ad un despotismo odioso; spremuto come un limone dal capitale. Orbene, tutti i metodi per la produzione di plusvalore sono al tempo stesso metodi dellaccumulazione. Viceversa ogni progresso dellaccumulazione diventa il mezzo per lo sviluppo di questi metodi. Sicché, nella misura in cui il capitale si accumula, qualunque sia la retribuzione (alta o bassa) la situazione delloperaio deve peggiorare.
Infine la legge, che proporziona lesercito industriale di riserva al volume dellaccumulazione, incatena loperaio in modo strettissimo: determina unaccumulazione di miseria proporzionata allaccumulazione del capitale. Perciò laccumulazione di ricchezza a favore dei capitalisti è per la classe operaia accumulazione di miseria, tormento di lavoro, brutalizzazione.
LA COSIDDETTA ACCUMULAZIONE ORIGINARIA
16) Il mistero dellaccumulazione originaria.
Abbiamo visto come il denaro si trasforma in capitale, come questo produce plusvalore e come il plusvalore si capitalizza. Laccumulazione del capitale presuppone dunque il plusvalore, mentre dal canto proprio il plusvalore presuppone la produzione capitalistica, e questa a sua volta lesistenza di masse di capitale e di forza-lavoro, di una certa grandezza, nelle mani dei produttori di merci. Tale movimento sembra aggirarsi in un circolo vizioso, da cui è possibile uscire solo supponendo unaccumulazione "originaria", antecedente all accumulazione capitalistica, che ne costituisca non il risultato ma il punto di partenza.
Laccumulazione originaria gioca in economia politica la stessa parte che nella teologia gioca il peccato originale (Adamo morsicò la mela e così il peccato colpi il genere umano). Leconomia politica narra: cerano una volta, da una parte unélite diligente, laboriosa e risparmiatrice; dallaltra degli sciagurati oziosi che dissipavano tutto, il proprio e anche più del proprio. Così è avvenuto che i primi hanno accumulato ricchezza, mentre gli altri alla fine non si sono trovati che con la propria pelle da vendere. Da questo "peccato economico originale" sarebbero scaturite la povertà della gran massa e la ricchezza di una sparuta minoranza, la quale però continua ad arricchirsi benché abbia da lungo cessato di lavorare.
Se ora si esce dalla leggenda e si guarda alla storia reale si vede che nella realtà storica la parte fondamentale spetta alla conquista, al soggiogamento, allassassinio; in una parola alla violenza. Mentre nelleconomia politica regna lidillio; e diritto e lavoro si alternano nel ruolo di unici mezzi di arricchimento, nella realtà storica i metodi dellaccumulazione originaria sono tutto quel che si vuole fuorché idilliaci.
Merce e denaro non sono capitale fin dal principio. Affinché essi si trasformino in capitale occorre che si incontrino due specie differenti di possessori di merci: da una parte il proprietario di denaro e di mezzi di sussistenza, cui sta a cuore valorizzare i propri averi; dallaltra parte operai liberi - liberi nel duplice senso: a) sciolti da qualsiasi servitù personale; b) privi di mezzi di lavoro - che vendano la propria forza-lavoro. Solo quando sul mercato delle merci si verifica tale "polarizzazione" esistono le condizioni fondamentali della produzione capitalistica. Il rapporto capitalistico ha come fondamento la separazione tra lavoratori e proprietà delle condizioni di realizzazione del lavoro. Una volta avviata, la produzione capitalista, non solo mantiene tale separazione, ma la riproduce su scala crescente. Laccumulazione originaria non è altro quindi che il processo storico di separazione del produttore dai mezzi di produzione. E appare "originaria" perché costituisce la preistoria del capitale.
La società capitalista sorge dalla dissoluzione di quella feudale. Punto di partenza del processo storico, che genera sia loperaio salariato sia il capitalista, è la "servitù del lavoratore". Il lavoratore ha potuto disporre della propria persona solo dopo essersi affrancato dai vincoli servili e dal dominio delle corporazioni (1). Da parte loro i capitalisti industriali hanno dovuto soppiantare il maestro artigiano e i signori feudali.
Nellaccumulazione originaria fanno epoca quei periodi, nei quali grandi masse di uomini vengono staccate con la forza dai loro mezzi di sussistenza e gettate sul mercato del lavoro. Lespropriazione dei contadini e la loro espulsione dalle terre rappresenta la base di tutto il processo. La storia di queste espropriazioni è gravida di sangue. Presenta sfumature diverse, per i diversi paesi, e secondo le epoche. Qui si prende lesempio dellInghilterra.
17) Lespropriazione della popolazione rurale.
La servitù della gleba era di fatto scomparsa in Inghilterra alla fine del secolo XIV. La maggioranza della popolazione consisteva allora di contadini liberi. Il libero fittavolo aveva soppiantato nei fondi signorili il castaldo. Gli operai agricoli salariati in parte lavoravano presso i grandi proprietari fondiari, in parte sul terreno loro riservato; mentre in comune coi contadini godevano lusufrutto delle "terre comunali". Linizio del rivolgimento, che apre la via al modo di produzione capitalistico, si ha verso la fine del secolo XIV, con lo scioglimento dei seguiti feudali. Leliminazione dei servi di palazzo buttò sul mercato un contingente cospicuo di "proletari eslegi".
Un proletariato ancora più numeroso si forma con la cacciata dei contadini dalle loro terre ad opera dei grandi signori feudali e con lusurpazione delle terre comuni da parte di questi ultimi. Le abitazioni dei contadini e le dimore degli operai agricoli vennero abbattute con la violenza e abbandonate alla rovina. I campi dapprima coltivati vennero, dopo, trasformati in pascoli.
Una spinta nuova e impressionante è impressa al processo si espropriazione della popolazione rurale nel secolo XVI dalla "riforma" e dal "furto dei beni ecclesiastici". Al tempo della riforma la Chiesa cattolica possedeva una gran parte del suolo. La soppressione dei conventi gettò gli abitanti nel proletariato. I beni ecclesiastici vennero, o donati a favoriti regi, o venduti a prezzi irrisori a contadini speculatori. Nel 43° anno del suo regno la regina Elisabetta dovette riconoscere ufficialmente il "pauperismo", introducendo la "tassa dei poveri". Queste conseguenze immediate della riforma non sono state tuttavia le più durature. La proprietà ecclesiastica costituiva il baluardo religioso dellantico ordinamento della proprietà fondiaria e travolta la proprietà ecclesiastica, nemmeno tale ordinamento potette sopravvivere.
Un ulteriore impulso provenne al processo di espropriazione nel periodo della restaurazione degli Stuard, quando i proprietari fondiari abolirono la costituzione feudale del suolo, addossando allo Stato gli obblighi di servizio che essa comportava. Ottenendo la proprietà privata moderna sui fondi di origine feudale i proprietari fondiari riuscirono anche ad imporre sui contadini una tassa che ripagasse lo Stato per lassunzione degli obblighi di servizio. Sotto Guglielmo III dOrange i proprietari fondiari inaugurarono un altro capitolo: incominciarono ad attuare sistematicamente il furto dei "beni demaniali", che fino allora erano stati razziati solo su scala limitata. Le terre venivano regalate, vendute oppure usurpate.
Il saccheggio delle "terre comuni" che incomincia alla fine del secolo XV e continua nel XVI era rimasta in tutto questo periodo opera di azioni violente individuali. Nel secolo XVIII è la stessa legge a diventare veicolo di rapina delle terre del popolo. La forma governativa del furto è data dalle leggi per la recinzione delle terre comuni. Queste leggi erano decreti con i quali i proprietari fondiari regalavano a se stessi le terre comuni. Una parte della popolazione rurale, viene gettata così sul mercato della forza-lavoro, a disposizione dellindustria.
Lultimo atto del processo di espropriazione è costituito dalla "parziale estromissione dei piccoli fittavoli dalle grandi proprietà". Questo in realtà ha spazzato via i contadini dalla terra. Oggi che non ci sono più contadini da spazzar via, si spazzano persino le dimore degli operai agricoli, i quali non trovano più sulla terra da loro coltivata nemmeno lo spazio per labitazione.
Ecco in che cosa consistono dunque i metodi idilliaci del laccumulazione originaria: nellusurpazione della proprietà comune, nel furto dei beni ecclesiastici, nellappropriazione ed eliminazione fraudolenta dei beni di proprietà dello Stato (demaniali), nella trasformazione violenta e senza scrupoli della proprietà feudale e dei clan in proprietà private moderne.
18) Leggi sanguinarie contro gli espropriati.
Non era possibile che i contadini scacciati dalla terra, venissero assorbiti tutti quanti dalla manifattura quando questa si trovava ancora al suo nascere. Daltro canto, sradicati violentemente dal loro modo di vita, nemmeno i contadini si ritrovavano a posto nella nuova situazione. Di conseguenza essi si trasformarono in massa, in mendicanti, in vagabondi e briganti. Alla fine del secolo XV e durante tutto il XVI si ha in Europa occidentale una legislazione sanguinaria contro il vagabondaggio. I progenitori della presente classe operaia vennero puniti, per la trasformazione che essi avevano subito da proprietari a miserabili, come delinquenti "volontari". Questa legislazione cominciò sotto Enrico VII. Un editto di Enrico VIII del 1530 stabiliva che i vecchi incapaci di lavorare ricevessero una licenza di mendicità, mentre i vagabondi sani e robusti dovessero essere frustati e messi in prigione. Uno statuto di Edoardo VI (1547) stabiliva che, se qualcuno rifiutasse di lavorare, doveva essere aggiudicato, come schiavo, alla persona che lo avesse denunciato come fannullone. Elisabetta decretava nel 1572 che i mendicanti senza licenza, maggiori di 14 anni, dovessero essere frustati duramente e bollati a fuoco al lobo dellorecchio sinistro se nessuno li voleva prendere a servizio per due anni. Nel caso di recidivia la punizione veniva inasprita fino alla decapitazione come traditori dello Stato.
Così, espropriata violentemente, resa vagabonda, angariata da leggi tra il grottesco e il terroristico, la popolazione rurale veniva per mezzo di torture ad essere assoggettata a quella disciplina che era necessaria al sistema del lavoro salariato.
(1) Bisogna notare incidentalmente che gli storiografi borghesi si compiacciono di vedere soltanto un aspetto di questo processo: la liberazione dei produttore dalla servitù e dalla coercizione corporativa. Non considerano invece come il produttore affrancato, spogliato dei mezzi di produzione e privo delle garanzie delle vecchie istituzioni, è costretto a vendere, per poter vivere, la propria forza-lavoro.
19) Leggi per labbassamento dei salari.
Non è sufficiente che le condizioni di lavoro si presentino ad un polo come capitale, allaltro come uomini liberi, venditori di forza-lavoro. Né è sufficiente costringere questi uomini a vendersi volontariamente, perché la produzione capitalistica si sviluppi speditamente. Mano a mano questa progredisce si forma una classe operaia che per educazione, tradizione ed abitudine, riconosce come leggi naturali ovvie le esigenze del modo di produzione. Il processo capitalistico sviluppato spezza ogni resistenza.
È vero che si continua a fare uso della forza coercitiva extra-economica; ma solo come eccezione. Di norma loperaio è assoggettato al capitale dalla sua condizione di dipendenza che si riproduce con il capitale stesso. Diversamente vanno le cose per il periodo di nascita della produzione capitalistica. Al sorgere della produzione capitalistica la borghesia ha bisogno del potere dello Stato, per regolare il salario, per prolungare la giornata lavorativa. È questo un altro momento essenziale dellaccumulazione originaria.
Gli operai salariati che si formano come classe a partire dal secolo XIV costituiscono fino al secolo successivo un elemento ristretto della popolazione. In questo periodo, sia nella città che nelle campagne, operai e padroni sono socialmente vicini e la subordinazione del lavoro al capitale è solo "formale": lelemento variabile del capitale prevale su quello costante. Le leggi sul salario hanno origine con lo statuto di Edoardo III nel 1349. Tale statuto contiene una tariffa dei salari per la città e una per la campagna; una per il lavoro a tempo e una per il lavoro a cottimo; e commina sanzioni severe per loperaio che accetta più di quanto prevede la tariffa. Questa prevede quindi il massimo, ma non dice nulla riguardo al minimo. Inoltre vengono proibite le coalizioni operaie, considerate delitto grave.
Nel secolo XVI la situazione degli operai peggiora. Saliva il salario in denaro, ma non in proporzione al rincaro delle merci; mentre permanevano le leggi emanate per tenerlo basso, come pure le leggi contro le coalizioni operaie. Nel periodo manifatturiero il capitale, pur essendo abbastanza forte da rendere superflua una regolamentazione legale del salario, non rinuncia alle armi del vecchio arsenale. Ancora sotto Giorgio II si proibiva un salario giornaliero superiore a 2 scellini e 7 pence e 1/2 ai garzoni dei sarti di Londra. Nel 1799 un atto del parlamento confermava che il salario degli operai delle miniere di Scozia era regolato da uno statuto di Elisabetta e da due atti scozzesi del 1661 e del 1671. Le leggi atroci contro le coalizioni operaie sono cadute nel 1825 di fronte allatteggiamento minaccioso del proletariato, benché alcuni residui dei vecchi statuti sono scomparsi del tutto solo nel 1859. Latto del 29 giugno 1871 del parlamento pretende eliminare, con il riconoscimento legale delle Trade-Unions, le ultime tracce di quella legislazione. Senonché questatto prescrive che i mezzi dei quali possono servirsi gli operai in uno sciopero sono sottoposti al vaglio della legislazione penale, amministrata dai giudici di pace. Ciò dimostra che il parlamento inglese dopo aver tenuto per più di cinque secoli la posizione di una Trade-Union permanente dei capitalisti contro gli operai, ha rinunciato solo contro voglia e sotto la pressione delle masse alle leggi contro gli scioperi e le coalizioni operaie.
20) Nascita del fittavolo capitalista.
Sin qua abbiamo visto da dove proviene il proletariato. Vediamo ora da dove vengono i capitalisti. Per quanto riguarda la nascita del fittavolo capitalista il processo è chiaramente percettibile.
La prima forma di affittuario è quella del "bailiff", anchesso vecchio servo della gleba. Nella seconda metà del secolo XIV il bailiff viene sostituito da un fittavolo al quale il proprietario fondiario fornisce sementi, bestiame e attrezzi agricoli. Presto il fittavolo diventa mezzadro. Il mezzadro come proprietario fondiario fornisce una parte del capitale agrario e come questultimo ha diritto a una parte del prodotto. Il mezzadro però scompare abbastanza presto per lasciare il posto al fittavolo vero e proprio. Questo valorizza il suo capitale sfruttando il lavoro salariato, mentre paga al proprietario fondiario, in natura o in denaro, una rendita.
Finché i contadini indipendenti non vengono espulsi dai loro fondi la situazione dei fittavoli è mediocre. Ma nel secolo XVI la caduta del valore del denaro determinò per essi circostanze improvvise darricchimento. Non solo si abbassò il salario lavorativo, ma mentre salivano i prezzi dei prodotti agricoli, il fittavolo continuava a pagare la rendita al proprietario fondiario sulla base del vecchio valore del denaro. Si formò così una classe di fittavoli capitalisti che per il tempo era ricca.
21) Creazione del mercato interno per il capitale industriale.
La cacciata della popolazione agricola non solo crea la forza-lavoro per il capitale industriale, crea anche il mercato interno. Prima la famiglia contadina produceva i mezzi di sussistenza e lavorava le materie prime destinandole per lo più al proprio consumo diretto. Ora i mezzi di sussistenza e le materie prime diventano merci. Le vende il grosso fittavolo che trova il suo mercato nelle manifatture. Lespropriazione dei contadini porta quindi con sé la distruzione dellindustria domestica rurale, la separazione di agricoltura e manifattura. Questo risultato allarga il mercato interno, determinando la condizione migliore per lo sviluppo e lestensione della produzione capitalistica.
Il periodo manifatturiero non giungerà però ad una trasformazione radicale. Mentre esso. distrugge lindustria domestica rurale in una forma, la richiama poi in vita in altri punti. Produce una nuova classe di piccoli operai rurali che esercitano, come attività sussidiaria, la coltivazione della terra e, come attività principale, il lavoro industriale per la vendita del prodotto alla manifattura. È soltanto con lavvento della grande industria che lespropriazione della maggioranza della popolazione rurale raggiunge il suo compimento. Le macchine separano definitivamente lagricoltura dallindustria domestica rurale, strappandone le radici: la filatura e la tessitura. Quindi solo la grande industria conquista al capitale tutto il mercato interno.
22) Nascita del capitalista industriale.
Lapparizione del capitalista industriale non presenta lo stesso processo graduale e trasparente del fittavolo. Indubbiamente un certo numero di mastri artigiani e di operai salariati si sono trasformati in piccoli capitalisti e a poco a poco in capitalisti. Ma il passo ridotto di questo procedimento non si conciliava coi bisogni commerciali scaturiti dal nuovo mercato mondiale in seguito alle scoperte geografiche, epperciò nella genesi del capitalista industriale intervengono fattori che non si trovavano nella prima.
Già il Medioevo aveva tramandato due forme differenti di capitale - forme che troviamo daltronde nelle più svariate formazioni economiche della società - : il capitale usuraio e il capitale commerciale. Il capitale denaro non si poteva trasformare in capitale industriale per la costituzione feudale delle campagne e per lassetto corporativo delle città. Ma non appena si dissolve la struttura economica del feudalesimo il capitale denaro diventa una leva poderosa dellaccumulazione.
La scoperta delle terre aurifere in America, lo sterminio dei pellirosse, il saccheggio delle Indie Orientali, la trasformazione dellAfrica in una riserva di caccia commerciale delle pelli nere, sono i primi segni caratteristici del sorgere della produzione capitalistica; e rappresentano i momenti peculiari dellaccumulazione originaria. Sulla loro scia viene la guerra commerciale fra le grandi potenze europee che ha come teatro lorbe terraqueo.
Questi momenti, alla fine del secolo XVII , si combinano in Inghilterra in sistema coloniale, sistema del debito pubblico, sistema tributario e protezionistico. Essi in parte poggiano sulla violenza più brutale (per es. il sistema coloniale), ma tutti quanti si servono del potere dello Stato per stimolare artificialmente il processo di trasformazione del modo di produzione capitalistico e per accelerarne i tempi. La violenza è la levatrice di ogni vecchia società gravida di una società nuova. È essa stessa una potenza economica.
A) SISTEMA COLONIALE
Gli atti di barbarie e di atrocità commesse dalle razze cosiddette cristiane non trovano confronto in nessun altra epoca storica e con nessun altra razza per quanto incolta e selvaggia. La storia dellamministrazione coloniale olandese (lOlanda è stata la nazione capitalistica modello del secolo XVII) presenta un panorama insuperabile di assassini, infamie, tradimenti, corruzioni. Lo stesso e peggio dicasi per la "Compagnia inglese delle Indie Orientali".
Il sistema coloniale dette un impulso straordinario al commercio e alla navigazione. Poiché allepoca della manifattura la supremazia commerciale porta al predominio industriale, a differenza di quanto avviene nella grande industria, il sistema coloniale fu la potenza "straniera" che apri il varco allaccumulazione del capitale.
B) IL SISTEMA DEL DEBITO PUBBLICO
Stimolato dalle guerre commerciali e dal traffico marittimo prende piede in Europa il sistema del debito pubblico. Lindebitamento dello Stato impone la sua impronta allera capitalistica. Esso diventa una delle leve più energiche dellaccumulazione originaria: come un colpo di bacchetta magica il denaro, che in sé e per sé è improduttivo, acquista la facoltà di procreare, senza nemmeno correre il rischio dellinvestimento industriale o usuraio.
Col debito pubblico nascono società per azioni; il commercio di titoli negoziabili, laggiotaggio; in una parola il gioco di borsa e la burocrazia moderna. Inoltre con i debiti pubblici è sorto un sistema di credito internazionale che spesso cela una delle sorgenti dellaccumulazione di questo o quel popolo (es.: i prestiti di Venezia allOlanda).
C) SISTEMA TRIBUTARIO
Poiché il sostegno del debito pubblico è dato dalle entrate dello Stato, il sistema tributario moderno è diventato il complemento necessario del sistema dei prestiti nazionali. Il fiscalismo moderno che è fondato sulla tassazione dei mezzi di sussistenza di prima necessità porta con sé la tendenza ad allargarsi. Esso non è quindi accidentale, è essenziale nella produzione del plusvalore.
D) IL SISTEMA PROTEZIONISTICO
Questo è stato il mezzo per fabbricare fabbricanti, per espropriare lavoratori indipendenti, per accelerare con la forza il passaggio dal vecchio modo di produzione al nuovo. Con i dazi protettivi e con i premi allesportazione gli Stati non solo hanno imposto taglie ai loro popoli; ma hanno anche estirpato lindustria degli altri paesi da essi dipendenti.
Sistema coloniale, debito pubblico, fiscalismo, protezionismo, guerre commerciali, creature dei periodo della manifattura, crescono come giganti con lingresso della grande industria. Ma a questi metodi ora si aggiunge anche la tratta dei negri; la schiavitù vera e propria. Ecco dunque come è stato "partorito" il modo capitalistico di produzione. Come è nato il "capitale originario". Se il denaro viene al mondo con una voglia di sangue in faccia, il capitale viene al mondo grondante sangue e sporcizia da ogni poro.
23) Tendenza storica dellaccumulazione capitalistica.
Laccumulazione originaria del capitale, quando non è trasformazione di schiavi o servi della gleba in operai salariati, consiste nellespropriazione dei produttori immediati, ossia nella dissoluzione della proprietà privata basata sul lavoro personale.
La proprietà privata, come antitesi di proprietà sociale, appare laddove i mezzi di lavoro e le condizioni esterne del lavoro appartengono a privati. Tuttavia vi è una grande differenza se proprietari di tali cose sono lavoratori oppure non lavoratori. Le diverse forme intermedie che presenta la proprietà, oscillano tra tali due estremi. La proprietà privata del lavoratore sui suoi mezzi di produzione è il fondamento della piccola azienda, la quale esiste anche nella schiavitù, nella servitù della gleba e in altri modi sociali basati su rapporti di dipendenza, ma raggiunge la sua forma tipica soltanto dove il lavoratore è libero proprietario privato delle condizioni di lavoro che egli maneggia (contadino libero proprietario del campo coltivato, artigiano proprietario dello strumento che maneggia). Tale modo di produzione presuppone il frazionamento del suolo e la dispersione dei mezzi di produzione. Esclude quindi la cooperazione e la produzione su grande scala. Volerlo perpetuare significherebbe decretare la mediocrità generale.
Ad un certo grado di sviluppo questo modo di produzione genera i mezzi della propria distruzione. Questa avviene con la trasformazione dei mezzi di produzione dispersi, in mezzi di produzione concentrati. Il relativo processo contiene i momenti sopra illustrati e rappresenta la preistoria del capitale. La proprietà privata, basata sul lavoro personale, viene soppiantata dalla proprietà privata capitalistica che è fondata sullo sfruttamento del lavoro altrui libero.
Appena il modo di produzione capitalistico ha decomposto la vecchia società lulteriore socializzazione del lavoro e lulteriore accentramento dei mezzi di produzione assumono una forma nuova. Quello che deve essere ora espropriato non è più il lavoratore indipendente bensì il capitalista stesso, che sfrutta già molti operai. Questa espropriazione si compie attraverso la centralizzazione dei capitali. Ogni capitalista ne colpisce a morte altri, ed egli stesso si ingrossa. Col progresso della centralizzazione si sviluppa, su scala crescente, la cooperazione nel lavoro, lapplicazione tecnica della scienza, la trasformazione dei mezzi di lavoro in mezzi utilizzabili soltanto collettivamente, mentre si infittiscono i rapporti fra i vari paesi sul mercato mondiale.
Con la riduzione costante del numero dei magnati del capitale, i quali monopolizzano tutti i vantaggi di questo processo di trasformazione, cresce la massa della miseria, dello sfruttamento della classe operaia. Ma con ciò cresce anche la ribellione della classe operaia, la quale diventa sempre più numerosa ed organizzata dallo stesso meccanismo della produzione capitalistica. Il monopolio del capitale diventa un intralcio allo sviluppo del modo di produzione. La crescente centralizzazione dei mezzi di produzione e la crescente socializzazione del lavoro diventano incompatibili con linvolucro capitalistico. Suona lultima ora della proprietà privata capitalistica. Gli espropriatori vengono espropriati.
LA TEORIA MODERNA DELLA COLONIZZAZIONE
Leconomia politica confonde la proprietà basata sul lavoro personale del produttore con la proprietà basata sullo sfruttamento del lavoro altrui, che oltre ad esserne lantitesi si sviluppa proprio sulla rovina della prima. Questa confusione appare in tutta la sua ampiezza allorquando alla situazione della madre patria si contrappone quella delle colonie.
Nelle colonie (si tratta delle terre vergini, territori liberi occupati da liberi immigranti) il capitale incappa ovunque contro lostacolo del produttore che è proprietario delle proprie condizioni di lavoro e che perciò lavora per se stesso e non per arricchire il capitalista. In questi territori il contrasto fra le due forme di proprietà, fra i due modi di produzione, sfocia nella loro lotta reciproca.
Orbene, lo stesso interesse che nella madre patria spinge leconomista borghese a dichiarare che il modo capitalistico di produzione è lopposto di quello che è; nelle colonie lo spinge invece a proclamare lantitesi netta fra i due modi di produzione. Qui, per le colonie, egli dimostra come senza lespropriazione dei produttori è impossibile lo sviluppo della forza produttiva del lavoro, la cooperazione, ecc.
Wakefield, che è un esponente di tale modo di vedere, con la sua teoria della colonizzazione illustra la necessità di fabbricare nelle colonie operai salariati. Il suo merito è quello di avere, sostenendo tale necessità, rivelato la verità sui rapporti capitalistici della madre patria. Infatti la prima scoperta da lui fatta è che nelle colonie il denaro, i mezzi di produzione e i mezzi di sussistenza, non fruttificano senza loperaio salariato. La seconda è che il capitale non è una cosa, ma un rapporto sociale fra persone mediate da cose. Per le colonie si riconosce che, mancando la classe operaia - ossia essendo ancora i produttori immediati possessori dei mezzi di produzione - non è quindi possibile laccumulazione e il modo capitalistico di produzione.
Quando invece leconomia politica deve dire come venne compiuta in Europa laccumulazione del capitale qui essa risponde: "mediante un contratto sociale".
Wakefield in proposito dice: "lumanità ... ha adottato un modo semplice per favorire laccumulazione del capitale, essa si è divisa in proprietari di capitale e in proprietari di lavoro ... questa divisione è stata il risultato di un accordo e parto volontario." Quindi lumanità avrebbe espropriato se stessa per fare onore allaccumulazione del capitale. Ma se le cose stessero come pensa Wakefield, perché allora per gli Stati settentrionali dellUnione americana proclama la necessità della "colonizzazione sistematica", ossia dellespropriazione dei produttori diretti?
Il fondamento del modo di produzione capitalistico è costituito dalla espropriazione della massa della popolazione rurale e della sua cacciata dalla terra. Lessenza di una libera colonia consiste invece nel fatto che la massa della popolazione dispone del suolo e che ogni colono sopraggiunto può impossessarsi di un pezzo di terra e insediarvi una propria azienda. Finché perdura tale stato di cose non ci può essere posto per il capitale e per i rapporti capitalistici di produzione.
Dunque tutte le bugie, le chiacchiere insulse, che leconomia politica intesse sul "libero contratto fra lavoratore e capitalista" sfumano di fronte alla realtà delle colonie. E il segreto scoperto nel nuovo mondo dalleconomista borghese del vecchio mondo è appunto che la proprietà capitalista porta con sé la distruzione della proprietà privata fondata sul lavoro personale, ossia che laccumulazione porta con sé lespropriazione delloperaio.