MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA 1848

L’indomabile sfida del nascente proletariato

contro la trionfante borghesia

 

Presentazione

 

Tra le decisioni prese dal nostro Congresso del 1997 c’è quella di pubblicare i testi fondamentali del marxismo in forma divulgativa accessibile a tutti allo scopo di favorire l’orientamento rivoluzionario della gioventù. Iniziamo questa pubblicazione partendo dal testo base del marxismo: Il Manifesto del Partito Comunista, scritto nel 1848 da Karl Marx e Friedrich Engels, i maestri del comunismo.

Il manifesto compendia i principi fondamentali del marxismo. Enumeriamoli: 1°) il principio della lotta di classe, che la storia delle società civili (schiavismo, modo asiatico di produzione, feudalesimo, capitalismo) è storia di lotte di classi e che la lotta tra proletariato e borghesia culmina nella dittatura del proletariato; 2°) il principio del carattere conseguentemente rivoluzionario e universalmente liberatorio della lotta proletaria in quanto di tutte le classi che stanno di fronte alla borghesia soltanto il proletariato è una classe veramente antagonista e, a differenza di tutte le altre classi che impossessandosi del potere hanno assoggettato la società ai propri interessi, esso libera l’intera società dal dominio dell’uomo sull’uomo; 3°) il principio del raggiungimento dell’autonomia di classe attraverso l’organizzazione in partito politico; 4°) il principio che il partito comunista è l’avanguardia che guida il proletariato al rovesciamento del dominio borghese; 5°) il principio che il lavoro, che nella società borghese serve ad arricchire il capitalista, nella società comunista serve invece ad arricchire la vita sociale.

I concetti le idee la teoria esposta nel Manifesto danno alla classe sfruttata gli strumenti elementari per capire e rivoluzionare la società. Sono quindi il primo armamentario dell’arsenale del marxismo.

Il Manifesto ebbe una prima grande diffusione con le insurrezioni popolari del 18 marzo 1848 a Milano e a Berlino. Da allora, sia pure con alti e bassi, esso ha formato generazioni su generazioni. E ancora oggi, nonostante gli enormi cambiamenti intervenuti, esso conserva la sua validità generale e si presta bene ad essere utilizzato come testo base. Pertanto nel pubblicare la prima puntata ci auguriamo che i giovani ne facciano buon uso.

A chiusura precisiamo che il presente testo è stato ripreso e tradotto, dalla nostra redazione, dall’edizione francese curata da Laura Marx e riveduta da Federico Engels, apparsa nel 1885 sulla rivista Le Socialiste. Abbiamo fatto questa scelta perché, dopo l’edizione originale in tedesco, questa della figlia di Marx e di Engels è la più fedele all’originale e, quindi, la più rispondente in seconda istanza all’apprendimento formativo.

 

Milano gennaio 1998

L’Esecutivo Centrale

 

 

 

Uno spettro ossessiona l’Europa, lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono unite in una Santa Alleanza per braccare questo spettro: il Papa lo Zar, Metternich e Guizot, i radicali di Francia e i poliziotti di Germania.

Quale forza di opposizione non è stata accusata di comunismo dai suoi avversari al potere? Quale è la forza di opposizione che, a sua volta, non ha rinfacciato ai suoi avversari di destra o di sinistra l’epiteto infamante di comunisti?

Da questi fatti si ricavano due conclusioni.

1°) Ormai il comunismo è considerato da tutte le potenze d’Europa come una potenza.

2°) È ora che i comunisti proclamino al mondo intero il loro modo di vedere, i loro scopi e tendenze; è ora che oppongano alla favola dello spettro del comunismo un manifesto del partito.

A questo fine, dei comunisti di diverse nazionalità si sono riuniti a Londra ed hanno redatto il seguente manifesto, che sarà pubblicato in inglese, francese, tedesco, italiano, fiammingo e danese.

 

I

BORGHESI E PROLETARI

 

La storia di tutte le società esistite fino ad oggi non è stata altro che la storia delle lotte tra le classi.

Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in una parola, oppressori ed oppressi, in costante contrapposizione, hanno combattuto una guerra ininterrotta, a volte aperta a volte latente; una guerra che finiva sempre, o con una trasformazione rivoluzionaria dell’intera società, o con la distruzione delle due classi in lotta.

Nelle prime epoche della storia, verifichiamo quasi dovunque l’esistenza di una divisione gerarchica della società, di una scala graduata di posizioni sociali. Nell’antica Roma, troviamo patrizi, cavalieri, plebei e schiavi; nel medio-evo signori, servi della gleba; ed all’interno di ciascuna classe troviamo delle posizioni differenziate (gradazioni particolari).

La moderna società borghese, elevatasi sulle rovine della società feudale, non ha abolito gli antagonismi tra le classi. Essa non ha fatto altro che sostituire, a quelle vecchie, nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta.

Tuttavia, il carattere che distingue la nostra epoca, l’era della borghesia, è l’aver semplificato gli antagonismi di classe. La società si va sempre più dividendo in due vasti campi opposti, in due classi nemiche: la borghesia ed il proletariato.

Dai servi della gleba del medio-evo hanno avuto origine gli abitanti dei primi comuni; da questa popolazione urbana sono derivati gli elementi costitutivi della borghesia.

La scoperta dell’America, la circumnavigazione dell’Africa, hanno offerto alla nascente borghesia un nuovo campo di azione. I mercati dell’India e della Cina, la colonizzazione dell’America, il commercio con le colonie, l’aumento dei mezzi di scambio e delle merci, hanno dato un impulso senza precedenti al commercio, alla navigazione, all’industria; e, di conseguenza, hanno garantito un rapido sviluppo al fattore rivoluzionario della società feudale in via di dissoluzione.

Il vecchio modo di produzione non era più in grado di soddisfare i bisogni che aumentavano con l’apertura di nuovi mercati. Il mestiere protetto da privilegi feudali fu sostituito dalla manifattura. La piccola borghesia industriale soppiantò le corporazioni artigiane; la divisione del lavoro tra le diverse corporazioni scomparve dinanzi alla divisione del lavoro all’interno della singola officina.

Ma i mercati continuavano a ingrandirsi senza cessa; la domanda si accresceva sempre di più. A sua volta, la manifattura si rivelò insufficiente; ed allora le macchine ed il vapore rivoluzionarono la produzione industriale. La grande industria moderna soppiantò la manifattura; la piccola borghesia manifatturiera lasciò il posto agli industriali miliardari &endash; capitani di eserciti di lavoratori &endash; ai moderni borghesi.

La grande industria ha creato il mercato mondiale, che era stato preparato dalla scoperta dell’America. Il mercato mondiale ha dato una prodigiosa accelerazione allo sviluppo del commercio, della navigazione, di tutti i mezzi di comunicazione. Questo sviluppo si è a sua volta ripercosso sul progresso dell’industria; e mano mano che l’industria, il commercio, la navigazione, le ferrovie si andavano sviluppando, la borghesia cresceva, decuplicando i suoi capitali e retrocedendo in secondo piano le classi provenienti dal medio-evo.

La borghesia, noi lo vediamo, è essa stessa il prodotto di un lungo processo di sviluppo, di una serie di rivoluzioni nei modi di produzione e di comunicazione.

Ogni tappa dell’evoluzione che la borghesia ha fatto era accompagnata da un corrispondente progresso politico.

Ceto oppresso dal dispotismo feudale, associazione che si auto-governa nel Comune; ora repubblica municipale ora terzo stato tributario della monarchia: poi, all’epoca della manifattura, contrappeso della nobiltà nelle monarchie a potere limitato o assolute; quindi pietra angolare del potere delle grandi monarchie; la borghesia, da quando si sono affermati la grande industria e il mercato mondiale, si è finalmente impadronita del potere politico nel moderno Stato rappresentativo, escludendone tutte le altre classi. Il governo attuale altro non è che un consiglio d’amministrazione degli affari della classe borghese. La borghesia ha svolto nella storia un ruolo essenzialmente rivoluzionario. Dovunque ha preso il potere, la borghesia ha calpestato i rapporti sociali feudali, patriarcali e idilliaci. Essa ha spezzato senza pietà tutti i variopinti legami che univano l’uomo del feudalesimo ai suoi naturali superiori, non lasciando in vita nessun altro legame tra uomo e uomo che non sia il freddo interesse, il gelido argent comptant. La borghesia ha fatto affogare l’estasi religiosa, l’entusiasmo cavalleresco, il sentimentalismo del piccolo borghese nelle acque ghiacciate del calcolo egoistico. Essa ha fatto della dignità personale un semplice valore di scambio; ha sostituito alle numerose libertà, conquistate a caro prezzo, l’unica e spietata libertà del commercio. In una parola; la borghesia ha messo al posto dello sfruttamento velato da illusioni religiose e politiche uno sfruttamento aperto, diretto, brutale e spietato.

La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte le professioni fino ad allora considerate venerabili, e venerate. Ha trasformato il medico, il giurista, il prete, lo scienziato in lavoratori salariati.

La borghesia ha strappato il velo di sentimentalismo che ricopriva i rapporti familiari, riducendoli a puri e semplici rapporti monetari.

La borghesia ha dimostrato come le brutali manifestazioni di forza dell’epoca medioevale, tanto ammirate dalla reazione, trovano il loro naturale complemento nella pigrizia più crassa. È la borghesia che per prima ha dato la prova di ciò che l’attività umana può compiere: creando ben altre meraviglie che le piramidi d’Egitto, gli acquedotti romani o le cattedrali gotiche; e conducendo ben altre spedizioni che le antiche migrazioni dei popoli e le crociate.

La borghesia non può esistere se non a patto di rivoluzionare incessantemente gli strumenti di lavoro, vale a dire il modo di produzione, e quindi tutti i rapporti sociali. La conservazione del preesistente modo di produzione era, invece, la condizione basilare di esistenza di tutte le classi produttive dell’industria delle epoche anteriori. Questo continuo rivoluzionamento dei modi di produzione, questo costante scuotimento di tutto il sistema sociale, questa agitazione perpetua e questa permanente mancanza di sicurezza, distinguono l’epoca borghese da tutte quelle che l’hanno preceduta. Tutti i tradizionali e irrigiditi rapporti sociali, con il loro corollario di credenze e venerati pregiudizi si dissolvono; e quelli che li sostituiscono diventano antiquati ancor prima di cristallizzarsi. Tutto ciò che era solido e stabile viene scosso, tutto ciò che era sacro viene profanato: costringendo, finalmente, gli uomini a considerare le loro condizioni di esistenza ed i loro rapporti reciproci con occhi disincantati.

Spinta dal bisogno di trovare sempre nuovi sbocchi, la borghesia invade il mondo intero. Essa deve penetrare dovunque, stabilirsi dovunque e impiantare ovunque dei mezzi di comunicazione.

Grazie allo sfruttamento del mercato mondiale, la borghesia dà un carattere cosmopolita alla produzione ed ai consumi di tutti i paesi. Facendo disperare i reazionari, ha tolto all’industria la sua base nazionale. Le antiche industrie sono distrutte o stanno per esserlo. Vengono soppiantate da industrie nuove la cui introduzione diventa questione di vita o di morte per tutte le nazioni sviluppate, industrie che non utilizzano più materie prime locali, ma quelle importate dalle zone più lontane, ed i cui prodotti vengono consumati in ogni angolo del pianeta, non solamente nel paese.

Al posto dei vecchi bisogni, che venivano soddisfatti dalla produzione nazionale, sorgono bisogni nuovi, il cui soddisfacimento richiede prodotti provenienti dai paesi più lontani e dai climi più diversi. Al posto dell’antico isolamento e dell’autosufficienza delle singole nazioni, si sviluppa un commercio universale, una interdipendenza di tutte le nazioni. E ciò che vale per la produzione materiale, viene applicato anche alla produzione intellettuale. Le creazioni intellettuali di un paese diventano proprietà comune di tutti. La ristrettezza e l’esclusivismo nazionali, giorno dopo giorno, si fanno sempre più impossibili; e dalle varie letterature nazionali e locali si forma una letteratura mondiale. Grazie al rapido sviluppo dei mezzi di produzione e di comunicazione, la borghesia trascina nella corrente della civilizzazione perfino le nazioni più barbare. Il basso prezzo delle sue merci è l’artiglieria pesante che abbatte qualsiasi Grande Muraglia e fa capitolare i barbari più ostinatamente ostili agli stranieri. Pena la loro morte, essa costringe tutte le nazioni ad adottare il modo di produzione borghese. In altre parole, la borghesia modella il mondo a sua immagine e somiglianza.

La borghesia ha sottomesso la campagna alla città. Ha creato metropoli enormi; ha fatto crescere in modo prodigioso la popolazione urbana a scapito di quella rurale e, così facendo, ha preservato una parte considerevole della popolazione dall’idiotismo della vita dei campi. Così come ha subordinato la campagna alla città, i popoli barbari o semi-civilizzati a quelli civilizzati, la borghesia ha assoggettato i paesi agricoli a quelli industriali e l’Oriente all’Occidente.

La borghesia elimina sempre più la dispersione dei mezzi di produzione, della proprietà e della popolazione. Essa ha agglomerato le popolazioni, centralizzato i mezzi di produzione e concentrato la proprietà nelle mani di pochi. La inevitabile conseguenza di questi mutamenti è stata la centralizzazione politica. Delle province indipendenti, tra loro legate da vincoli federali, che però avevano interessi, leggi, governi, dazi differenti, sono state riunite in una sola nazione, con un solo governo, una sola legge, una sola tariffa doganale ed un solo interesse nazionale di classe.

Dall’inizio del suo dominio, in poco meno di un secolo, la borghesia ha generato forme produttive più diversificate e poderose di quanto avessero mai fatto tutte insieme le precedenti generazioni. Soggiogamento delle forze della natura, macchine, applicazione della chimica all’industria ed all’agricoltura, navigazione a vapore, ferrovie, telegrafi elettrici, dissodamento di interi continenti, canalizzazione dei fiumi, popoli interi sorti come per incanto dalla terra: quale dei secoli passati avrebbe mai potuto presagire che simili forze produttive giacessero in seno al lavoro sociale?

Ecco dunque quanto abbiamo finora considerato: i mezzi di produzione e di scambio sulla cui base si è formata la borghesia sono stati creati nel seno della società feudale. Ad un determinato grado dello sviluppo di questi mezzi di produzione e di scambio, le condizioni nelle quali la società feudale produceva e scambiava i suoi prodotti, l’organizzazione feudale dell’agricoltura e della manifattura, in una parola: i rapporti feudali di proprietà, cessano di corrispondere alle nuove forze produttive. Essi intralciavano la produzione invece di favorirne lo sviluppo. Si trasformarono in altrettante catene. Dovevano essere spezzate. Furono spezzate. Al loro posto si innalzò la libera concorrenza con un ordinamento sociale e politico ad essa corrispondente, con il dominio economico e politico della classe borghese.

Sotto i nostri occhi, si sta verificando un fenomeno analogo. La moderna società borghese, che ha messo in moto mezzi di produzione e scambio così poderosi, rassomiglia allo stregone che non riesce più a dominare le potenze infernali che egli stesso ha evocato. Da almeno trent’anni, la storia dell’industria e del commercio altra non è che la storia della ribellione delle forze produttive contro i rapporti di proprietà, che sono le condizioni dell’esistenza della borghesia e del suo regno. Basta ricordare le crisi commerciali che, con il loro ciclico ritorno, minacciano sempre di più l’esistenza della società borghese. Ogni crisi distrugge regolarmente non solo una massa di merci già prodotte, ma anche una gran parte delle stesse forze produttive. L’epidemia della sovrapproduzione &emdash; un’epidemia che in tutte le altre epoche della storia sarebbe parsa un paradosso &emdash; si abbatte sulla società: che all’improvviso si trova ricacciata in uno stato di momentanea barbarie; si direbbe che una carestia, una guerra di sterminio l’abbiano privata di tutti i mezzi di sussistenza; mentre l’industria ed il commercio sembrano annichiliti. E tutto questo, perché? Perché la società ha troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive a sua disposizione non favoriscono più lo sviluppo dei rapporti di proprietà borghesi; anzi, esse sono diventate troppo potenti per quei rapporti, che si tramutano in intralci; e quando le forze produttive sociali superano questi intralci, gettano l’intera società nel disordine, mettendo in pericolo l’esistenza della proprietà borghese. Il sistema borghese è diventato troppo stretto per contenere le ricchezze create nel suo seno.

Come può la borghesia superare la crisi? Da un lato, mediante la distruzione forzata di una massa di forze produttive; dall’altro lato, mediante la conquista di nuovi mercati e lo sfruttamento più perfezionato di quelli esistenti: cioè preparando delle crisi più generali e terribili e diminuendo i mezzi per prevenirle.

Le armi utilizzate dalla borghesia per abbattere il feudalesimo si rivoltano contro di essa. Ma la borghesia non ha soltanto forgiato le armi che devono darle la morte; ha prodotto anche gli uomini che le impugneranno: i moderni operai, I PROLETARI.

Mano mano si sviluppa la borghesia, vale a dire il capitale, si sviluppa il proletariato, la classe degli operai moderni, che vivono solo se trovano lavoro e che lo trovano solo fino a quando il loro lavoro accresce il capitale. Gli operai, costretti a vendersi alla giornata, sono una merce al pari di qualsiasi altro articolo di commercio: di conseguenza essi subiscono tutte le vicissitudini della concorrenza, tutte le oscillazioni del mercato.

L’introduzione delle macchine e la divisione del lavoro hanno tolto qualsiasi interesse al lavoro dell’operaio, spogliandolo delle sue caratteristiche individuali. Il produttore è diventato una mera appendice della macchina; da lui si esigono solo le più semplici e monotone operazioni, facilissime da imparare. Ne deriva che il costo di produzione dell’operaio si riduce pressappoco ai mezzi di sussistenza di cui egli abbisogna per vivere e per riprodurre la sua specie. Tuttavia, il prezzo del lavoro, come quello di tutte le altre merci, è pari al suo costo di produzione. Quindi, quanto più il lavoro si fa ripugnante, tanto più si abbassano i salari. Di più ancora: il carico di lavoro aumenta con lo sviluppo del macchinario e della divisione del lavoro, sia mediante il prolungamento della giornata di lavoro, sia mediante l’accelerazione del movimento della macchina.

L’industria moderna ha trasformato la piccola bottega del vecchio padrone patriarcale nella grande fabbrica del borghese capitalista. Masse di operai, concentrati nelle fabbriche, vengono organizzati militarmente. Trattati come veri e propri soldati dell’industria, essi vengono sottoposti alla sorveglianza di tutta una gerarchia di ufficiali e sottufficiali. Gli operai non sono solamente gli schiavi della classe borghese e del governo borghese, ma sono &emdash; tutti i giorni ed a tutte le ore &emdash; gli schiavi della macchina, del capo officina, e soprattutto del padrone della fabbrica. Questo dispotismo è tanto più meschino, odioso ed esasperante, quanto più apertamente proclama il profitto come suo unico scopo.

Con il progredire dell’industria moderna, il lavoro richiede sempre meno abilità e forza ed il lavoro degli uomini è sempre più soppiantato da quello delle donne (e dei bambini). La distinzioni di età e di sesso non hanno alcuna validità sociale per la classe operaia. Ci sono soltanto strumenti di lavoro, il cui prezzo differisce a seconda dell’età e del sesso.

L’operaio, dopo che ha subito lo sfruttamento da parte del padrone in fabbrica e che ha ricevuto il suo salario in denaro contante, diventa la preda di altri membri della classe borghese, del piccolo proprietario immobiliare, dell’usuraio, ecc.

La piccola borghesia, i piccoli industriali, i commercianti, i titolari di piccole rendite, gli artigiani ed i piccoli contadini precipitano nel proletariato: da una parte perché soccombono nella concorrenza con i grandi capitalisti, poiché i loro piccoli capitali non consentono l’utilizzo dei metodi e delle procedure della grande industria; e dall’altra parte perché la loro particolare specializzazione viene svalorizzata dall’introduzione di nuovi metodi di produzione. Di conseguenza, il proletariato viene reclutato in seno a tutte le classi della popolazione.

Il proletariato passa attraverso diverse fasi di sviluppo. La sua lotta contro la borghesia ha inizio con la sua nascita. In un primo tempo lottano degli operai isolati, poi gli operai di una fabbrica, infine gli operai di una categoria in una determinata località, contro il capitalista che li sfrutta direttamente. Essi non si limitano ad attaccare il modo di produzione capitalistico, ma attaccano gli stessi strumenti della produzione: distruggono le merci straniere che fanno loro concorrenza, spezzano le macchine, bruciano le fabbriche e cercano di riconquistare la condizione, perduta, dell’artigiano medioevale.

In questa fase del suo sviluppo, il proletariato costituisce una massa disgregata, disseminata in tutto il paese e disunita dalla concorrenza. Se talvolta accade che gli operai si uniscano per agire come massa compatta, la loro azione non costituisce ancora il risultato della loro propria unione, ma di quella della borghesia, la quale &emdash; per raggiungere i suoi obbiettivi politici &emdash; deve mettere in moto l’intero proletariato, ed ha, ancora, il potere di farlo. Durante questa fase i proletari non combattono ancora i propri nemici, ma i nemici dei loro nemici, cioè i resti della monarchia assoluta, i proprietari fondiari, i borghesi non industriali, i piccoli borghesi. In tal modo, tutto il movimento storico si concentra nelle mani della borghesia ed ogni vittoria riportata in queste condizioni è una vittoria della borghesia.

Tuttavia lo sviluppo dell’industria non comporta solo un aumento del numero dei proletari, ma li concentra in masse di notevole importanza; i proletari accrescono la propria forza e ne prendono coscienza. Gli interessi, le condizioni di vita dei proletari si fanno sempre più simili, nella misura in cui le macchine cancellano le differenze nel lavoro e riducono, quasi dappertutto, i salari a livelli egualmente bassi.

La crescente concorrenza dei capitalisti tra di loro e le crisi commerciali che ne derivano rendono ogni volta i salari più insicuri, il perfezionamento permanente delle macchine rende la posizione dell’operaio sempre più precaria; gli scontri individuali tra l’operaio ed il borghese assumono sempre di più il carattere di scontri tra due classi. Gli operai cominciano a coalizzarsi contro i borghesi per la difesa dei loro salari. Essi giungono a fondare associazioni permanenti in previsione di queste lotte puntuali. Qua e là, la resistenza operaia esplode in sommossa.

Qualche volta gli operai riescono a vincere; ma si tratta di una vittoria effimera. Il vero risultato delle lotte operaie non consiste tanto nel loro successo immediato quanto nella crescente solidarietà dei lavoratori.

Questa unione è facilitata dall’aumento dei mezzi di comunicazione, che consentono agli operai di località diverse di entrare in contatto. E bastano questi rapporti per trasformare le numerose lotte sociali, che hanno dappertutto le medesime caratteristiche, in una lotta nazionale, in lotta di classe. Ma ogni lotta di classe è una lotta politica. Ed i moderni proletari, grazie alle ferrovie, riescono a costituire in pochi anni, quella unione che i borghesi del medio-evo, attraverso i sentieri vicinali, impiegarono secoli a raggiungere.

L’organizzazione del proletariato in classe e quindi in partito politico è incessantemente distrutta dalla concorrenza reciproca tra gli operai stessi; ma essa risorge sempre ed ogni volta più forte, più ferma, più formidabile. Essa sfrutta le divisioni interne alla classe borghese per costringerla a dare una garanzia legale a determinati interessi della classe operaia: ad esempio, la legge sulla giornata lavorativa di dieci ore in Inghilterra. Generalmente, i contrasti all’interno della vecchia società favoriscono, in vario modo, lo sviluppo del proletariato. La borghesia vive in uno stato di guerra permanente: dapprima contro l’aristocrazia; poi contro quella frazione della borghesia i cui interessi entrano in conflitto con il progresso dell’industria; infine &emdash; e sempre &emdash; contro la borghesia degli altri paesi. In tutte queste lotte, la borghesia è costretta a fare appello al proletariato, a giovarsi del suo aiuto ed a trascinarlo nel movimento politico. Essa dunque fornisce ai proletari gli elementi della loro educazione politica e sociale, cioè le armi contro la stessa borghesia.

Per di più, come abbiamo appena veduto, intere frazioni della classe dominante vengono precipitate nel proletariato o vengono per lo meno minacciate nella loro condizione di esistenza. Anche queste frazioni apportano al proletariato numerosi fattori di progresso.

Infine, quando la lotta delle classi si avvicina al momento decisivo, il processo di disgregazione della classe dominante, dell’intera società, assume un carattere talmente violento, talmente aspro, che una frazione della classe dominante se ne stacca e si unisce con la classe rivoluzionaria, con la classe che rappresenta l’avvenire. Ed allo stesso modo che nel passato una parte della nobiltà si schierò al fianco della borghesia, così oggi una parte della borghesia fa causa comune con il proletariato, in particolare quegli ideologi borghesi che hanno raggiunto la comprensione teorica del movimento generale della storia.

In tutte le classi che al giorno d’oggi stanno di fronte alla borghesia, solo il proletariato è la classe realmente rivoluzionaria. Le altre classi vacillano e periscono con la grande industria; il proletariato, al contrario, ne è il prodotto più specifico.

I ceti medi, i piccoli industriali, i piccoli commercianti, gli artigiani, i contadini, combattono la borghesia perché essa minaccia la loro esistenza in quanto classe media. Dunque, non sono rivoluzionari, ma conservatori. Anzi, sono reazionari, perché chiedono che la storia cammini all’indietro. E se questi ceti agiscono in modo rivoluzionario, è perché temono di cadere nel proletariato; essi difendono in tal modo i loro interessi futuri, non quelli attuali; abbandonano il proprio punto di vista per assumere quello del proletariato. Il sottoproletariato delle metropoli, questa putrefazione passiva, questa feccia degli strati più bassi della società, può essere, qua o là, trascinato nel movimento da una rivoluzione proletaria; ma le sue condizioni di vita lo predispongono, piuttosto, a vendersi alla reazione.

Le condizioni di esistenza della vecchia società appaiono già distrutte nelle condizioni di esistenza del proletariato. Il proletariato è senza proprietà: i suoi rapporti familiari non hanno niente in comune con quelli della famiglia borghese. Il moderno lavoro industriale, che presuppone in Francia come in Inghilterra, in Germania come in America, l’asservimento dell’operaio da parte del capitale, ha spogliato il proletariato di qualsiasi carattere nazionale. Per esso, le leggi, la morale, la religione sono altrettanti pregiudizi borghesi, che mascherano altrettanti interessi borghesi.

Fino ad oggi, tutte le classi che hanno preso il potere hanno cercato di consolidare la posizione acquisita, sottomettendo la società al loro modo di appropriazione della ricchezza sociale. I proletari non possono impadronirsi delle forze produttive sociali senza abolire il loro attuale modo di appropriazione e quindi tutte le forme di appropriazione finora esistite. I proletari non hanno nulla di proprio da conservare; anzi, essi devono distruggere ogni garanzia privata e tutte le sicurezze private finora esistite.

Tutti i movimenti che si sono succeduti nella storia sono stati, fin qui, movimenti di minoranze a vantaggio di minoranze. Il movimento proletario è il movimento spontaneo dell’immensa maggioranza a vantaggio dell’immensa maggioranza. Il proletariato, che è l’ultimo strato della società attuale, non può sollevarsi, non può raddrizzarsi, senza far saltare tutti gli strati che gli stanno sopra e formano la società ufficiale.

La lotta del proletariato contro la borghesia, benché non sia, in sostanza, una lotta nazionale, ne prende tuttavia, all’inizio, la forma. È ovvio che il proletariato di ciascun paese deve farla finita, innanzitutto, con la propria borghesia.

Tratteggiando a grandi linee le fasi dello sviluppo del proletariato, abbiamo descritto la storia di una guerra civile, più o meno latente, che travaglia la società fino al momento in cui essa esplode in aperta rivoluzione ed il proletariato stabilisce le basi del suo potere attraverso il rovesciamento violento della borghesia.

Come abbiamo visto, tutte le società finora esistite si sono fondate sull’antagonismo tra la classe degli oppressori e quella degli oppressi.

Ma per opprimere una classe è necessario quanto meno assicurarle condizioni di esistenza che le consentano di vivere da schiava. Al culmine del feudalesimo, il servo della gleba è riuscito a diventare membro del Comune; ed il borghese in nuce del medio-evo ha raggiunto la posizione di borghese, pur stando sotto il giogo dell’assolutismo feudale. Invece, l’operaio moderno, lungi dall’elevarsi col progresso dell’industria, scende sempre più in basso, perfino al di sotto del livello delle condizioni della sua classe. Il lavoratore precipita nel pauperismo ed il pauperismo cresce ancora più rapidamente della popolazione e della ricchezza. È quindi evidente che la borghesia è incapace di ricoprire il ruolo di classe dominante e di imporre alla società, quale legge suprema, quella delle condizioni di esistenza della propria classe.

La borghesia non può dominare, perché non è più in grado di assicurare l’esistenza al proprio schiavo, pur nel quadro della sua schiavitù; e perché è costretta a lasciarlo cadere in una situazione tale in cui, invece di farsi mantenere da esso, deve piuttosto mantenerlo. La società non può più esistere sotto il dominio della borghesia, il che equivale a dire che l’esistenza della borghesia è oramai incompatibile con quella della società.

Per la classe borghese, la condizione fondamentale di esistenza e di supremazia è l’accumulazione della ricchezza in mani private, la formazione e l’accrescimento del capitale; condizione del capitale è il lavoro salariato. Il lavoro salariato poggia esclusivamente sulla concorrenza reciproca degli operai. Il progresso dell’industria, di cui la borghesia è l’agente passivo ed inconsapevole, sostituisce l’isolamento degli operai con la loro unione rivoluzionaria mediante l’associazione. Lo sviluppo della grande industria scalza da sotto i piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa ha stabilito il suo sistema di produzione e di appropriazione della ricchezza prodotta.

La borghesia produce innanzi tutto proprio coloro che la seppelliranno. La sua caduta e la vittoria del proletariato sono ugualmente inevitabili.

 

 

II

PROLETARI E COMUNISTI

 

 

Quale posizione hanno i comunisti nei confronti dei proletari considerati nel loro insieme?

I comunisti non costituiscono un partito differente, opposto agli altri partiti operai.

Essi non hanno interessi che li distinguono dal proletariato in generale.

Essi non proclamano dei principi settari, intorno ai quali vorrebbero modellare il movimento operaio.

I comunisti si distinguono dagli altri partiti operai solamente su due punti:

1. Nelle varie lotte nazionali dei proletari, essi sollevano e fanno valere gli interessi comuni del proletariato;

2. Nelle varie fasi di sviluppo della lotta tra proletariato e borghesia, essi rappresentano sempre e dovunque gli interessi del movimento complessivo.

Sul piano pratico, dunque, i comunisti sono il reparto più risoluto e più avanzato del movimento di ogni paese, il reparto che incoraggia tutti gli altri; sul piano teorico, essi hanno, nei confronti delle altre parti del proletariato, il vantaggio di comprendere lucidamente le condizioni, il corso e gli scopi generali del movimento proletario.

Lo scopo immediato dei comunisti è lo stesso di quello di tutti i partiti del proletariato: organizzazione dei proletari in partito di classe, distruzione del dominio borghese, conquista del potere politico da parte del proletariato.

Le tesi politiche dei comunisti non si fondano assolutamente si idee o principi inventati o scoperti da questo o quel riformatore del mondo.

Esse esprimono solamente, in termini complessivi, le condizioni concrete di una lotta di classe che già esiste, di un movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi. La soppressione di una determinata forma della proprietà non costituisce il carattere distintivo del comunismo.

La proprietà è sempre stata soggetta a costanti cambiamenti e incessanti trasformazioni storiche.

Ad esempio, la Rivoluzione francese ha abolito la proprietà feudale a vantaggio della proprietà borghese.

Il comunismo si distingue non per l’abolizione della proprietà in generale, ma per l’abolizione della proprietà borghese.

Ora, la proprietà privata, la moderna proprietà borghese, è l’ultima e più completa espressione del modo di produzione e di appropriazione dei prodotti che si basa sugli antagonismi di classe, sullo sfruttamento degli uni da parte degli altri.

In questo senso, i comunisti possono riassumere la loro teoria in questa unica frase: abolizione della "proprietà privata".

Ci è stato rimproverato, a noi comunisti, di voler sopprimere la proprietà faticosamente acquisita con il lavoro individuale; quella proprietà che si dice essere il fondamento di ogni libertà, attività e indipendenza delle persone.

Proprietà personale, frutto del lavoro del singolo! Forse si parla della proprietà del piccolo borghese o di quella del piccolo contadino, forma di proprietà antecedente a quella borghese? Non siamo noi che dobbiamo abolirla, l’ha già abolita, o lo sta facendo, lo sviluppo dell’industria.

Ovvero si parla della proprietà privata, della moderna proprietà borghese?

Il lavoro salariato crea forse una proprietà per il proletariato? Assolutamente no. Esso crea il capitale, vale a dire la proprietà che sfrutta il lavoro salariato e che non può accrescersi se non a condizione di produrre nuovo lavoro salariato, per sfruttarlo nuovamente. Nella sua forma attuale la proprietà si muove tra due poli antagonistici: capitale e lavoro salariato. Esaminiamo i due aspetti di questo antagonismo.

Essere un capitalista significa occupare non solo una posizione personale, ma una posizione sociale nel sistema produttivo. Il capitale è un prodotto collettivo, non può essere messo in moto che con gli sforzi combinati di molti membri della società, anzi, in ultima istanza, con gli sforzi combinati di tutti i membri della società.

Il capitale non è quindi una potenza personale: è una potenza sociale.

Allora, se il capitale viene trasformato in proprietà comune, appartenente a tutti i membri della società, ciò non significa la trasformazione di una proprietà personale in proprietà sociale. Ciò che viene trasformato è unicamente il carattere sociale della proprietà. Essa perde il suo carattere di proprietà di classe.

Veniamo al lavoro salariato.

Il prezzo medio del lavoro salariato è il minimo del salario, vale a dire la somma dei mezzi di sussistenza di cui l’operaio abbisogna per vivere da operaio. Ne consegue che l’operaio si appropria, tramite il suo lavoro, giusto di quanto gli necessita per condurre una vita stentata, e riprodursi.

Noi non vogliamo affatto abolire questa appropriazione personale dei prodotti del lavoro, indispensabile al mantenimento e alla riproduzione della vita umana; appropriazione che non lascia alcun profitto netto, fonte di potere sul lavoro altrui. Noi vogliamo sopprimere questo miserabile modo di appropriazione, che fa sì che l’operaio vive unicamente per accrescere il capitale e vive solo quel tanto che viene richiesto dagli interessi della classe dominante.

Nella società borghese, il lavoro vivo è solo un mezzo per accrescere il lavoro accumulato. Nella società comunista, il lavoro accumulato è solo un mezzo per allargare, arricchire e fare più bella la vita (degli operai).

Nella società borghese, il passato domina il presente; nella società comunista è il presente che domina il passato. Nella società borghese, il capitale è indipendente e personale, mentre l’individuo attivo è dipendente ed impersonale.

La borghesia bolla come abolizione della individualità e della libertà l’abolizione di un simile stato di cose. Ed ha ragione: perché si tratta effettivamente dell’abolizione dell’individualità, dell’indipendenza e della libertà borghesi.

Per libertà, negli attuali rapporti di produzione borghesi, si intende la libertà di commercio, di libero scambio.

Ma una volta scomparso il traffico, scompare anche il libero traffico. Del resto, tutti i paroloni sul libero scambio, al pari di tutte le vanterie liberali dei nostri borghesi, hanno un senso solo in confronto al commercio intralciato, al borghese asservito del medioevo; non hanno alcun senso quando si tratta dell’abolizione, da parte dei comunisti, del commercio, dei rapporti borghesi di produzione e della stessa borghesia.

Voi inorridite perché noi vogliamo abolire la proprietà privata. Ma nella vostra società la proprietà privata è abolita per nove decimi dei suoi membri. Ed esiste per voi, proprio perché essa non esiste per quei nove decimi. Ci rimproverate dunque di voler abolire una forma della proprietà che non può esistere, se non alla condizione di privare di qualsiasi proprietà l’immensa maggioranza della società.

Insomma, ci accusate di voler abolire la vostra proprietà. È vero: la nostra intenzione è proprio quella.

Dal momento in cui il lavoro non può più essere convertito in capitale, in danaro, in proprietà fondiaria, insomma in potere sociale monopolizzabile, ossia dal momento in cui la proprietà personale non può più essere trasformata in proprietà borghese, voi dichiarate che l’individualità è stata soppressa.

Voi riconoscete, dunque, che quando parlate dell’individuo, non intendete parlare che del borghese. E questo individuo, indubbiamente, va soppresso.

 

Il comunismo non priva nessuno della facoltà di appropriarsi della sua parte dei prodotti sociali; toglie soltanto il potere di asservire il lavoro altrui, avvalendosi di questa appropriazione.

È stata fatta anche l’obiezione che con l’abolizione della proprietà privata cesserebbe qualsiasi attività, che una pigrizia generale si impadronirebbe del mondo.

Se fosse vero, la società borghese avrebbe già da tempo ceduto alla fannulloneria, poiché chi ci lavora non guadagna e chi ci guadagna non lavora.

Tutta l’obiezione si riduce a questa tautologia: non c’è più lavoro salariato dove non c’è più capitale.

Le accuse rivolte contro il modo comunista di produzione e di appropriazione dei prodotti materiali sono state mosse anche contro la produzione e l’appropriazione intellettuali. Come per il borghese la scomparsa della proprietà di classe equivale alla scomparsa della proprietà stessa, così la scomparsa della cultura intellettuale di classe significa, per lui, la scomparsa della cultura intellettuale in genere.

La cultura, della quale il borghese piange la perdita, per l’immensa maggioranza degli uomini altro non è che formazione a diventare macchina.

Ma non polemizzate con noi, finché vorrete applicare all’abolizione della proprietà borghese il metro delle vostre nozioni borghesi di libertà, cultura, diritto, ecc. Le vostre idee sono anch’esse il prodotto dei rapporti di produzione e di proprietà borghesi, così come il vostro diritto altro non è che la volontà della vostra classe eretta a legge, una volontà il cui contenuto è determinato dalle condizioni materiali di esistenza della vostra classe.

Voi condividete con tutte le classi un tempo dominanti ed ormai scomparse l’interessata tesi in base alla quale trasformate in eterne leggi della natura e della ragione i rapporti sociali determinati dal vostro modo di produzione &emdash; rapporti sociali transitori, che sorgono e spariscono nel corso della produzione. Non potete ammettere riguardo alla proprietà borghese quello che pensate della proprietà antica, quello che concepite sulla proprietà feudale.

Abolizione della famiglia! Perfino i più radicali si indignano per questo infame progetto dei comunisti.

Su quale basi si fonda la famiglia borghese della nostra epoca? Sul capitale, sul guadagno individuale. La famiglia, nella sua pienezza, esiste soltanto per la borghesia; ma trova il suo complemento nella forzata soppressione di qualsiasi famiglia per i proletari nonché nella prostituzione pubblica.

La famiglia borghese svanisce naturalmente con il venir meno del suo necessario complemento, ed entrambe scompariranno con la scomparsa del capitale.

Ci rimproverate di voler abolire lo sfruttamento dei bambini da parte dei loro genitori? Noi confessiamo questo delitto.

Ci dite anche che, sostituendo l’educazione sociale all’educazione da parte della famiglia, noi spezziamo i legami più sacri.

Ma la vostra educazione non è anch’essa determinata dalla società? Dai rapporti sociali all’interno dei quali allevate i vostri figli? Dall’intervento diretto o indiretto della società per mezzo della scuola, ecc.? Non sono i comunisti che inventano questa ingerenza della società nell’educazione, essi vogliono solo cambiarne la caratteristica e strappare l’educazione all’influenza della classe dominante.

Le declamazioni borghesi sulla famiglia e l’educazione, sui dolci legami che uniscono il bambino ai genitori, diventano tanto più nauseanti quanto più la grande industria distrugge ogni legame familiare per i proletari e trasforma i bambini in semplici articoli di commercio, in merci strumenti di lavoro.

Ma ecco che da tutta la borghesia si leva un grido: voi comunisti volete introdurre la comunanza delle donne!

Per il borghese, la moglie è solo uno strumento di produzione. Egli sente dire che i mezzi di produzione devono essere messi in comune ed ovviamente ne trae la conclusione che ci sarà comunanza delle donne.

Egli non riesce nemmeno ad immaginare che si tratta per l’appunto di dare alla donna un ruolo diverso da quello di semplice mezzo di produzione.

D’altra parte, nulla è più ridicolo dell’ultra-moralistico orrore ispirato ai nostri borghesi dalla pretesa comunanza ufficiale delle donne presso i comunisti. I comunisti non hanno affatto bisogno di introdurre la comunanza delle donne, che è quasi sempre esistita.

I nostri borghesi, non contenti di avere a loro disposizione le mogli e le figlie dei loro proletari, provano un piacere particolare nel farsi reciprocamente le corna.

Il matrimonio borghese è in pratica la comunanza delle mogli.

Al massimo si potrebbero accusare i comunisti di voler sostituire una comunanza delle donne ipocrita e mascherata con un’altra, franca e ufficiale. Del resto, è evidente che, una volta aboliti gli attuali rapporti di produzione scomparirà la comunanza delle donne che ne deriva, cioè la prostituzione ufficiale e non ufficiale.

I comunisti vengono inoltre accusati di voler abolire la patria, la nazionalità.

Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro ciò che non hanno. Siccome il proletariato di ogni paese deve, prima di tutto, conquistare il potere politico, ergersi a classe dominante della propria nazione, esso rimane ancora, per questa ragione, una classe nazionale, ma assolutamente non nel senso borghese.

Le separazioni e gli antagonismi nazionali tra i popoli vanno già scomparendo, sempre di più, con lo sviluppo della borghesia, della libertà di commercio e del mercato mondiale, con l’uniformità della produzione industriale e le condizioni di vita che ad essa corrispondono.

L’avvento del proletariato li faranno scomparire ancora più velocemente. L’unità d’azione dei diversi proletariati, quanto meno nei paesi sviluppati, è una delle prime condizioni della loro emancipazione.

Abolite lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, abolirete lo sfruttamento di una nazione su un’altra nazione.

Quando sarà scomparso l’antagonismo tra le classi all’interno delle nazioni, scomparirà l’ostilità reciproca tra le nazioni.

Non meritano un esame approfondito le accuse mosse ai comunisti in nome della religione, della filosofia e dell’ideologia in generale.

Ci vuole forse un’intelligenza molto penetrante per comprendere che i punti di vista, le conoscenze e le concezioni, in una parola la coscienza degli uomini, cambiano se sono mutati i loro rapporti sociali, la loro esistenza sociale? Che cosa dimostra la storia del pensiero, se non che la produzione intellettuale si trasforma con la produzione materiale? Le idee dominanti di un’epoca sono state sempre e soltanto le idee della classe dominante.

Quando si parla di idee che rivoluzionano tutta una società, si afferma solo il fatto che gli elementi di una nuova società si sono formati nel seno di quella vecchia e che il dissolvimento delle vecchie idee avanza di pari passo con la dissoluzione dei vecchi rapporti sociali.

Quando il mondo antico ara giunto al tramonto, le vecchie religioni furono vinte dalla religione cristiana; quando, nel diciottesimo secolo, le idee cristiane lasciarono il posto alle idee dell’illuminismo, la società feudale stava combattendo la sua ultima battaglia con la borghesia, allora rivoluzionaria. Le idee di libertà religiosa e di libertà di coscienza non hanno fatto altro che proclamare il dominio della libera concorrenza nel campo della conoscenza. "Ma &emdash; si dirà &emdash; le idee religiose, morali, filosofiche, politiche e giuridiche si sono modificate nel corso della storia. Però la religione, la morale, la filosofia si conservavano sempre attraverso queste trasformazioni.

Esistono, inoltre, delle verità eterne, come la libertà, la giustizia, ecc., che sono comuni a tutte le condizioni della società. Ora, il comunismo abolisce le verità eterne, abolisce la religione e la morale, invece di costituirle su un nuovo fondamento, e ciò contraddice con tutto il precedente sviluppo storico".

A che cosa si riduce questa obiezione? La storia di qualsiasi società si riassume nello sviluppo degli antagonismi di classe, che hanno assunto forme diverse nelle diverse epoche. Ma qualunque forma abbiano assunto questi antagonismi, lo sfruttamento di una parte della società ad opera dell’altra è un dato comune a tutti i secoli passati. Non c’è dunque da stupirsi del fatto che la coscienza sociale di tutte le epoche, nonostante tutte le divergenze e le diversità sia sempre mutata all’interno di certe forme comuni, forme di coscienza che si dissolveranno completamente solo con la totale scomparsa dell’antagonismo fra le classi.

La rivoluzione comunista è la rottura più radicale con i rapporti di proprietà tradizionali; nulla di strano se, nel corso del suo sviluppo, essa rompa nella maniera più radicale con le vecchie idee tradizionali.

Ma ora lasciamo stare le obiezioni della borghesia contro il comunismo.

Come abbiamo visto sopra, la prima tappa nella rivoluzione operaia è la costituzione del proletariato in classe dominante, la conquista del potere statale da parte della democrazia.

Il proletariato si servirà della supremazia politica per strappare a poco a poco tutto il capitale alla borghesia, per centralizzare tutti i mezzi di produzione nelle mani dello Stato, cioè del proletariato organizzato in classe dominante, e per accrescere al più presto la massa delle forze produttive disponibili.

Naturalmente, all’inizio tutto ciò potrà essere attuato unicamente violando, in maniera dispotica i diritti di proprietà ed i rapporti di produzione borghesi, vale a dire adottando misure che, dal punto di vista economico, appariranno insufficienti ed insopportabili, ma che nel corso del movimento supereranno se stesse e saranno indispensabili come mezzi per rivoluzionare l’intero modo di produzione.

Queste misure, beninteso, saranno differenti a seconda dei diversi paesi.

Per i paesi più avanzati, tuttavia, questi sono i provvedimenti che potranno essere, quasi generalmente, applicati:

1°) Espropriazione della proprietà fondiaria e confisca della rendita fondiaria a vantaggio dello Stato.

2°) Imposta fortemente progressiva.

3°) Abolizione del diritto di successione.

4°) Confisca delle proprietà di tutti gli emigrati e ribelli.

5°) Centralizzazione del credito nelle mani dello Stato per mezzo di una banca nazionale con capitale dello Stato e con monopolio esclusivo.

6°) Centralizzazione di tutti i mezzi di trasporto nelle mani dello Stato.

7°) Aumento delle manifatture nazionali e dei mezzi di produzione, dissodamento dei terreni incolti e miglioramento delle terre coltivate secondo un sistema collettivo.

8°) Lavoro obbligatorio per tutti, organizzazione di eserciti industriali, soprattutto per l’agricoltura.

9°) Unificazione dell’attività agricola con quella industriale, misure tendenti a far scomparire la differenza tra città e campagna.

10°) Istruzione pubblica e gratuita di tutti i bambini, abolizione del lavoro dei fanciulli nelle fabbriche, così come viene attualmente praticato. Combinazione dell’istruzione con la produzione materiale, ecc.

Scomparsi gli antagonismi di classe nel corso dello sviluppo e concentrata tutta la produzione nelle mani degli individui associati, il pubblico potere perderà il suo carattere politico. Il potere politico, nel senso proprio del termine, è il potere di una classe organizzata per l’oppressione di un’altra. Se il proletariato, nella sua lotta contro la borghesia, si costituisce necessariamente in classe; se con la rivoluzione si erge a classe dominante e, come classe dominante, distrugge violentemente gli antichi rapporti di produzione; esso abolisce insieme con quei rapporti di produzione le condizioni di esistenza dell’antagonismo di classe, sopprime le classi in generale e, quindi, il suo proprio dominio come classe.

Al posto della vecchia società borghese, con le sue classi e con i suoi antagonismi di classe, sorge un’associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti .

 

 

III

Letteratura socialista e comunista

 

 

 

I - Il socialismo reazionario

 

A - Il socialismo feudale

 

Per la loro posizione storica, l’aristocrazia francese e quella inglese sono state chiamate a scagliare libelli contro la società borghese. Nella rivoluzione francese del 1830, nel movimento riformatore inglese, esse erano cadute, ancora una volta, sotto i colpi dell’odiato parvenu. Per loro non era più il caso di fare una seria lotta politica, non restava altro che la lotta letteraria. Ma anche nel campo della letteratura la vecchia fraseologia della restaurazione era diventata impossibile.

Per suscitare delle simpatie, l’aristocrazia doveva fare finta di perdere di vista gli interessi suoi propri e formulare il suo atto di accusa contro la borghesia nell’esclusivo interesse della classe operaia sfruttata. Si è presa così la soddisfazione di intonare canti satirici sul suo nuovo padrone e di gorgheggiargli nell’orecchio delle profezie piene di sventura.

Così è nato il socialismo feudale, miscuglio di geremiadi e pasquinate, di echi del passato e vagiti dell’avvenire. Se talvolta la sua critica mordace e spiritosa ha colpito al cuore la borghesia, la sua assoluta incapacità di comprendere il cammino della storia moderna ha sempre finito col renderlo ridicolo.

A mò di bandiera questi signori inalberavano la bisaccia del mendicante, per attrarre il popolo; ma quando il popolo li ha seguiti, ha visto i loro sederi ornati dei vecchi blasoni feudali e si è disperso con fragorose e irriverenti risate. Ma parte dei legittimisti francesi e la giovane Inghilterra hanno dato al mondo questo allegro spettacolo.

Quando i campioni della feudalità dimostrano che il suo modo di sfruttamento era diverso da quello della borghesia, dimenticano soltanto un particolare e cioè che essa esercitava lo sfruttamento in condizioni del tutto differenti e oggi superate. Quando essi fanno notare che sotto il loro regime non esisteva il moderno proletariato, dimenticano che la borghesia è per l’appunto un frutto fatale della società feudale.

Del resto, essi nascondono così poco il carattere reazionario della loro critica, che il loro primo capo di accusa contro la borghesia è precisamente quello di aver creato, sotto il suo dominio, una classe che farà saltare tutto quanto il vecchio ordinamento sociale.

Perciò imputano alla borghesia non tanto il reato di aver creato un proletariato, quanto quello di aver prodotto un proletariato rivoluzionario.

Quindi nella lotta politica, i paladini dell’aristocrazia partecipano attivamente a tutte le misure di violenza contro la classe operaia. E nella vita di tutti i giorni, malgrado la loro ampollosa fraseologia, essi sanno abbassarsi, per raccogliere i frutti d’oro, che cascano dall’albero dell’industria, e barattare tutte le virtù cavalleresche, l’onore l’amore e la fedeltà, con la lana lo zucchero di barbabietola e l’acqua vite.

Come un tempo il prete marciava mano nella mano con il signore feudale, così oggi noi vediamo il socialismo clericale camminare fianco a fianco con il socialismo feudale.

Niente è più facile che ricoprire con una mano di vernice socialista l’ascetismo cristiano. Il cristianesimo non si è forse levato contro la proprietà privata, il matrimonio, lo Stato? In loro sostituzione, non ha forse predicato la carità e la mendicità, il celibato e la mortificazione della carne, la vita monastica e la Chiesa? Il socialismo cristiano altro non è che l’acqua santa con cui il prete benedice la collera dell’aristocrazia.

 

 

B - Il socialismo dei piccoli borghesi

 

L’aristocrazia feudale non è l’unica classe che sia stata rovinata dalla borghesia e neppure la sola le cui condizioni di esistenza siano andate declinando e deperendo nella moderna società borghese.

I piccoli borghesi e i piccoli contadini del medio evo erano i precursori della borghesia moderna.

Nei paesi ove il commercio e l’industria sono poco sviluppati, questa classe continua a vegetare accanto alla borghesia che sboccia e si irradia.

Nei paesi ove è fiorente la civiltà moderna si è formata una nuova classe piccolo-borghese, che oscilla tra il proletariato e la borghesia come parte complementare della società borghese, essa non cessa di costituirsi e ricostituirsi; ma gli individui che la compongono si vedono continuamente precipitare nel proletariato, per effetto della concorrenza; e addirittura, a mano a mano che avanza la grande produzione, vedono avvicinarsi il momento in cui essi scompariranno del tutto come frazione indipendente della società contemporanea e verranno sostituiti nel commercio, nell’industria e nell’agricoltura da commessi, capisquadra e braccianti.

Nei paesi come la Francia, ove i contadini rappresentano ben oltre la metà della popolazione, era naturale che gli scrittori schierati con il proletariato contro la borghesia fossero portati a criticare il dominio borghese e difendere il partito degli operai, dal punto di vista del piccolo borghese e del contadino. Si è formato così il socialismo piccolo borghese. Sismondi è il capo di questa letteratura, tanto per l’Inghilterra quanto per la Francia.

Questo socialismo ha fatto un’analisi molto penetrante delle contraddizioni inerenti ai moderni rapporti di produzione.

Ha messo a nudo le ipocrite apologie degli economisti. Ha dimostrato in modo inconfutabile le conseguenze micidiali delle macchine e della divisione del lavoro, la concentrazione dei capitali e della proprietà fondiaria, la sovrapproduzione, le crisi, la miseria del proletariato, l’anarchia nella produzione, la stridente sproporzione nella distribuzione della ricchezza, le guerre industriali di sterminio tra le nazioni, la disgregazione degli antichi costumi, degli antichi rapporti familiari, delle antiche nazionalità.

Tuttavia, lo scopo positivo perseguito da questo socialismo piccolo borghese consiste o nel restaurare i vecchi mezzi di produzione e di scambio, e con essi i vecchi rapporti di scambio e la vecchia società, ovvero nel costringere con la forza i moderni mezzi di produzione e di scambio nel quadro ristretto degli antichi rapporti di produzione, che essi hanno spezzato e che dovevano spezzare. In entrambi i casi, questo socialismo è allo stesso tempo reazionario e utopistico.

Per la manifattura, il sistema delle corporazioni; per l’agricoltura, i rapporti patriarcali: ecco le sue ultime parole.

Alla fine, quando i fatti storici gli hanno fatto smaltire completamente la sbronza, questa forma di socialismo si è lasciata andare ad una vile melancolia.

 

 

C - Il socialismo tedesco o il VERO socialismo

 

La letteratura socialista e comunista francese, nata sotto la pressione di una borghesia regnante, è l’espressione letteraria della rivolta contro questo dominio. Essa fu introdotta in Germania all’epoca in cui la borghesia iniziava la sua lotta contro l’assolutismo feudale.

Filosofi, mezzi filosofi e begli spiriti tedeschi si gettarono avidamente su questa letteratura, ma dimenticarono che, insieme con la letteratura francese, non erano state al contempo introdotte in Germania le condizioni sociali della Francia. In rapporto alle condizioni tedesche, la letteratura francese venne a perdere ogni significato pratico immediato e assunse un aspetto puramente letterario. Essa doveva sembrare una inutile speculazione sulla realizzazione dell’essere umano. Parimenti, per i filosofi tedeschi del diciottesimo secolo, le rivendicazioni della prima rivoluzione francese non erano sembrate altro che le rivendicazioni della ragion pura in generale; mentre le affermazioni della volontà dei borghesi rivoluzionari di Francia avevano avuto, ai loro occhi, solo il significato della manifestazione di leggi della pura volontà, della volontà quale deve essere, della vera volontà umana.

Il lavoro dei letterati tedeschi si limitava a mettere d’accordo le idee francesi con la loro vecchia coscienza filosofica o piuttosto ad appropriarsi delle idee francesi adattandole al loro punto di vista filosofico.

Essi se ne appropriarono allo stesso modo in cui ci si impadronisce di una lingua straniera, attraverso la traduzione.

È noto il modo in cui i monaci scrissero le assurde leggende dei santi cattolici sopra i manoscritti contenenti le opere degli autori classici del mondo pagano. I letterati tedeschi fecero il contrario riguardo alla letteratura francese. Essi fecero scivolare le loro assurdità sotto all’originale francese. Ad esempio, sotto la critica francese della funzione economica del denaro, essi scrissero: Alienazione dell’essere umano, sotto la critica francese dello Stato borghese, scrissero: Eliminazione della categoria dell’universale astratto, e così via.

L’introduzione di questa fraseologia filosofica all’interno dei ragionamenti svolti dai francesi venne da essi battezzata: Filosofia dell’azione, Vero socialismo, scienza tedesca del socialismo, Base filosofica del socialismo, ecc.

In tal modo, la letteratura socialista e comunista francese venne completamente castrata. E siccome essa, nelle mani dei tedeschi, cessò di essere l’espressione della lotta di una classe contro un’altra, i tedeschi si rallegrarono di essersi elevati al di sopra della ristrettezza francese e di aver difeso, invece di bisogni veri, il bisogno della verità; di aver sostenuto, invece degli interessi del proletario, gli interessi dell’essere umano, dell’uomo in generale; dell’uomo che non appartiene a nessuna classe, a nessuna realtà, e che esiste solo nel cielo nebbioso della fantasia filosofica.

Questo socialismo tedesco, che prendeva tanto solennemente sul serio i suoi maldestri esercizi di scolaretto e che li strombazzava come fanno i saltimbanchi, perse a poco a poco la sua pedantesca innocenza.

La lotta della borghesia tedesca, in special modo della borghesia prussiana contro la monarchia assoluta e feudale, in una parola, il movimento liberale, divenne più serio. Il vero socialismo ebbe così l’occasione tanto attesa di confrontare le rivendicazioni socialiste con il movimento politico. Esso poté lanciare i suoi tradizionali anatemi contro il liberalismo, contro lo Stato rappresentativo, contro la concorrenza borghese, contro la libertà di stampa borghese, contro il diritto borghese, contro la libertà e l’eguaglianza borghesi; poté predicare alle masse che esse non avevano nulla da guadagnare, anzi avevano tutto da perdere, da questo movimento borghese. Il socialismo tedesco dimenticò, molto a proposito, che la critica francese, di cui esso era la sciocca eco, presupponeva la moderna società borghese, con le corrispondenti condizioni materiali di vita e con una conforme costituzione politica; cose che per l’appunto, in Germania, si trattava ancora di conquistare.

Questo socialismo servì ai governi assoluti col loro seguito di preti, pedagoghi, signorotti di campagna e burocrati, come spaventapasseri per fare paura alla borghesia che si levava minacciosa.

Esso fu il completamento edulcorato delle amare scudisciate e delle pallottole, che quegli stessi governi somministrarono agli operai tedeschi insorti.

Se il vero socialismo divenne in tal modo un’arma in mano ai governi, esso esprimeva anche, in modo diretto, l’interesse reazionario, l’interesse del piccolo borghesuccio. In Germania, la classe piccolo borghese, tramandata dal sedicesimo secolo e da allora in poi sempre rinascente in forme diverse, costituisce la vera base sociale del presente stato di cose. Conservare la piccola borghesia, significa conservare le attuali condizioni della Germania. La supremazia industriale e politica della borghesia minaccia questa classe di una sicura rovina; da un lato a causa della concentrazione dei capitali, d’altro lato per effetto dello sviluppo di un proletariato rivoluzionario. Il vero socialismo doveva servirle a prendere due piccioni con una fava. Si diffuse come un’epidemia.

L’abito tessuto con i fili invisibili della speculazione filosofica, ricamato con i fiori della retorica ed impregnato di una rugiada dolciastra, questo abito mistico con il quale i socialisti tedeschi avevano mascherato le loro quattro stecchite verità eterne, altro non fece che aumentare la vendita della loro mercanzia presso un simile pubblico.

Dal canto suo il socialismo tedesco capì sempre di più la sua vocazione, di pomposo rappresentante di questa piccola borghesia.

Esso proclamò che la nazione tedesca è la nazione normale, e che il filisteo piccolo borghese tedesco è l’uomo normale. A tutte le infamie di questo uomo normale, esso attribuì un significato occulto, un senso superiore e socialista, che le trasformava nel loro contrario. Si spinse fino all’estrema conseguenza, scagliandosi contro la tendenza brutalmente distruttiva del comunismo e dichiarando che, essendo imparziale, esso si librava al di sopra di ogni lotta di classe.

Tranne pochissime eccezioni, tutti gli scritti sedicenti socialisti e comunisti pubblicati in Germania (nel 1847) appartengono a questa oscena e snervante letteratura.

 

 

II - Il socialismo conservatore e borghese

 

Una parte della borghesia tenta di porre rimedio agli inconvenienti sociali per garantire l’esistenza della società borghese.

Questa categoria annovera gli economisti, i filantropi, gli umanitari, i fautori del miglioramento delle condizioni della classe operaia, gli organizzatori di beneficenza, i protettori degli animali, i fondatori delle società di continenza ed i riformatori da salotto di ogni risma. Sono stati perfino elaborati interi sistemi di questo socialismo borghese.

Citiamo, come esempio, la Filosofia della Miseria, di Proudhon.

I socialisti borghesi vogliono le condizioni di vita della società moderna senza i pericoli e le lotte che inevitabilmente ne derivano. Vogliono la società attuale, ma senza gli elementi che la rivoluzionano e la dissolvono. Vogliono la borghesia senza il proletariato. La borghesia, come è naturale, si rappresenta il mondo in cui essa domina come il migliore dei mondi possibili. Il socialismo borghese trasforma questa consolante rappresentazione in mezza teoria o in teoria intera. Allorquando ingiunge al proletariato di applicare i suoi sistemi per entrare nella nuova Gerusalemme, in fondo non fa altro che obbligarlo a rimanere entro i confini della società attuale, lasciando però perdere la concezione piena di astio, che di questa società esso ha.

Una seconda forma di questo socialismo, meno teorica e più pratica, ha cercato di suscitare nella classe operaia il disgusto per qualsiasi movimento rivoluzionario, dimostrandole che non avrebbe tratto alcun profitto da questo o quel cambiamento politico, ma solo da una trasformazione delle condizioni materiali di esistenza, dei rapporti economici.

Si noti che per trasformazione delle condizioni materiali della società, questo socialismo non intende assolutamente parlare dell’abolizione dei rapporti di produzione borghesi, bensì unicamente di riforme amministrative, da realizzarsi sulla stessa base della produzione borghese, che pertanto non toccano i rapporti tra capitale e lavoro salariato; e che, nel migliore dei casi, servono a ridurre le spese e semplificare il lavoro burocratico del governo borghese.

Il socialismo borghese giunge alla sua più pura espressione quando diventa una semplice figura retorica.

Libero scambio! nell’interesse della classe operaia; protezionismo! nell’interesse della classe operaia; carcere cellulare! nell’interesse della classe operaia: ecco la sua ultima parola, l’unica detta seriamente dal socialismo borghese.

Infatti il socialismo borghese sta tutto quanto in questa frase: i borghesi sono borghesi nell’interesse della classe operaia.

 

 

III - Socialismo e Comunismo critico-utopistico

 

Non si tratta qui della letteratura che, in tutte le grandi rivoluzioni moderne, ha espresso le rivendicazioni del proletariato (gli scritti di Babeuf, ecc.).

I primi tentativi diretti del proletariato per far prevalere i propri interessi di classe, condotti in un’epoca di fermento generale, durante il periodo del rovesciamento della società feudale, furono inevitabilmente destinati al fallimento sia per l’embrionale stato di sviluppo della classe operaia sia per la mancanza delle condizioni materiali della sua emancipazione, che potevano prodursi solo nell’era della borghesia. La letteratura rivoluzionaria che accompagnava questi primi movimenti del proletariato aveva, necessariamente, un segno reazionario. Essa raccomanda un ascetismo universale e grossolano egualitarismo.

I veri e propri sistemi socialisti e comunisti, i sistemi di Saint-Simon, di Fourier, di Owen, ecc., compaiono nel primo periodo della lotta tra il proletariato e la borghesia, descritto più sopra (vedi Borghesia e Proletariato).

Gli inventori di questi sistemi sono senz’altro consapevoli sia dell’antagonismo tra le classi sia dei fattori dissolventi all’interno della stessa società dominante. Ma non scorgono da parte del proletariato nessuna autonoma azione storica, nessun autonomo movimento politico.

Dato che lo sviluppo dell’antagonismo tra le classi procede di pari passo con lo sviluppo dell’industria, essi non trovano neppure le condizioni materiali per l’emancipazione del proletariato e, per crearle, si mettono alla ricerca di una scienza sociale, di leggi sociali.

L’azione sociale deve lasciare il posto alla loro personale attività cerebrale; le condizioni storiche dell’emancipazione, a delle condizioni di fantasia; l’organizzazione graduale e spontanea del proletariato in classe, a una organizzazione inventata di sana pianta da loro. La storia futura del mondo, per essi, si risolve nella propaganda e nell’attuazione pratica dei loro piani di società.

Nella elaborazione dei loro piani, tuttavia, essi sono coscienti di difendere prima di tutto gli interessi della classe operaia, perché è la classe che soffre di più. Per loro, la classe operaia esiste solo sotto questo aspetto, di classe che soffre maggiormente.

Ma la forma poco sviluppata della lotta di classe, come pure la loro posizione sociale, fanno si che essi si considerino molto al di sopra di qualsiasi antagonismo tra le classi. Essi vogliono migliorare le condizioni materiali di vita di tutti i membri della società, anche dei più privilegiati. Di conseguenza, essi non smettono di fare appello a tutta la società, senza distinzioni, anzi si rivolgono di preferenza alla classe dominante. Tanto, basta capire il loro sistema per riconoscere che è il migliore piano possibile della migliore società possibile.

Pertanto essi rifiutano qualsiasi azione politica e soprattutto qualsiasi azione rivoluzionaria; cercano di raggiungere il loro scopo con mezzi pacifici e tentano di aprire la via al nuovo vangelo sociale con la forza dell’esempio, con esperimenti in piccolo, condannati in anticipo all’insuccesso.

Il quadro fantastico della società futura, fatto all’epoca in cui il proletariato, ancora poco sviluppato, si rappresenta in maniera fantastica la propria posizione, corrisponde alle prime istintive aspirazioni degli operai ad una trasformazione totale della società.

Gli scritti socialisti e comunisti, però, contengono anche elementi critici. Attaccano la società esistente elle sue fondamenta. Perciò, a suo tempo, hanno fornito dei materiali di grande valore per illuminare gli operai.

I loro progetti positivi sulla società futura, quali l’abolizione del contrasto tra città e campagna, della famiglia, del profitto privato e del lavoro salariato, la proclamazione dell’armonia sociale, la trasformazione dello Stato in una semplice amministrazione della produzione, tutte queste proposte non indicano altro che la scomparsa dell’antagonismo tra le classi, antagonismo che allora inizia appena a delinearsi e di cui gli inventori di sistemi non conoscono ancora che le prime forme indistinte e indeterminate. Perciò, queste proposte hanno ancora un significato puramente utopistico.

L’importanza del socialismo e del comunismo critico-utopistico sta in rapporto inverso allo sviluppo storico. Nella misura in cui la lotta di classe cresce e prende forma, questo assurdo disprezzo per la lotta, questa bizzarra resistenza contro la lotta perdono qualsiasi valore pratico e giustificazione teorica. Ed è per questo motivo che se i fondatori di quei sistemi erano per molti versi dei rivoluzionari, le sette formate dai loro discepoli sono sempre reazionarie, poiché questi ultimi si ostinano a contrapporre le antiche concezioni dei loro maestri all’evoluzione storica del proletariato. Essi cercano dunque, con conseguenza, di attenuare le lotte di classe e di conciliare gli antagonismi. Sognano sempre di realizzare l’esperimento delle loro utopie sociali, costituire singoli falansteri, creare colonie in patria e fondare una piccola Icaria, edizione in dodicesimo della nuova Gerusalemme; e per dare concretezza a tutti questi castelli in aria, si vedono costretti a fare appello al buon cuore e al portafoglio dei borghesi. Piano piano, scivolano nella categoria dei socialisti reazionari o conservatori sopra descritti, distinguendosene solo per una pedanteria più sistematica ed una fede superstiziosa e fanatica nella efficacia miracolosa della loro scienza sociale. Essi sono quindi accanitamente contrari a qualsiasi azione politica della classe operaia, che - a loro parere - non può derivare che da una cieca mancanza di fede nel nuovo vangelo.

Gli owenisti in Inghilterra, i fourieristi in Francia reagiscono gli uni contro i cartisti, gli altri contro i riformisti.

 

 

IV - Posizione dei comunisti nei confronti dei vari partiti di opposizione.

 

Per quanto abbiamo esposto nel capitolo II, la posizione dei comunisti nei confronti dei partiti operai già costituiti non ha bisogno di spiegazioni, e quindi anche la loro posizione riguardo ai cartisti in Inghilterra e ai riformatori agrari in America del Nord.

I comunisti lottano in nome degli interessi e degli scopi immediati della classe operaia, ma nel movimento presente essi difendono e rappresentano allo stesso tempo l’avvenire del movimento stesso. In Francia, i comunisti si alleano al partito democratico-socialista contro la borghesia conservatrice e radicale, senza per questo rinunciare al diritto di criticare la fraseologia e le illusioni tramandate dalla tradizione rivoluzionaria.

In Svizzera, i comunisti appoggiano i radicali, senza disconoscere che questo partito è composto da elementi contraddittori, per metà democratico-socialisti nel senso francese del termine, per metà borghesi radicali.

In Polonia, i comunisti sostengono il partito che considera la rivoluzione agraria come condizione dell’emancipazione nazionale, vale a dire il partito che ha condotto l’insurrezione di Cracovia nel 1846.

In Germania, il partito comunista lotta a fianco della borghesia ogni volta che la borghesia agisce in modo rivoluzionario, contro la monarchia assoluta, la proprietà fondiaria feudale ed il piccolo borghesume.

Ma questo partito non trascura mai, in alcuna occasione, di suscitare tra gli operai una coscienza chiara e netta dell’antagonismo profondo, che esiste tra la borghesia e il proletariato, perché gli operai tedeschi sappiano, quando sarà il momento, volgere le condizioni sociali e politiche che la borghesia creerà con il suo dominio in altrettante armi contro di essa; perché, non appena saranno distrutte le classi reazionarie della Germania, si possa ingaggiare la lotta contro la borghesia stessa.

È soprattutto verso la Germania che i comunisti rivolgono la loro attenzione, perché questa nazione è alla vigilia di una rivoluzione borghese, e perché essa la realizzerà in condizioni più avanzate di civiltà in Europa e con un proletariato infinitamente più sviluppato di quello che l’Inghilterra e la Francia avevano nel XVII e XVIII secolo; perciò la rivoluzione borghese tedesca non può essere che il breve preludio di una rivoluzione proletaria.

Insomma, i comunisti appoggiano dovunque ogni movimento rivoluzionario contro lo stato presente, sociale e politico, delle cose.

In tutti i movimenti essi mettono in evidenza la questione della proprietà, quale che sia la forma, più o meno sviluppata, da essa assunta, come la questione fondamentale del movimento.

Infine, i comunisti operano per l’unione e l’intesa dei partiti democratici di tutti i paesi.

I comunisti rifiutano di nascondere le loro opinioni e i loro fini. Essi proclamano apertamente che i loro scopi non potranno essere raggiunti senza il rovesciamento violento di tutto il presente ordinamento sociale. Che le classi dominanti tremino all’idea di una rivoluzione comunista! I proletari non hanno niente da perderci, se non le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare.

 

PROLETARI DI TUTTI I PAESI, UNITEVI!

Karl Marx e Friedrich Engels

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