Il 13 maggio il quartiere Borgo Nuovo di Palermo si è sollevato contro la mancanza d'acqua potabile. Mancanza che, da tempo, avvilisce la gente dell'abitato. Ci sono stati scontri con la polizia, che ha caricato duramente i manifestanti, operando fermi e arresti. In diversi rioni popolari di Agrigento, ove i turni di distribuzione di acqua potabile vanno dai 10 ai 20 giorni, la tensione è altissima. Altrettanto dicasi per Caltanissetta, Trapani, Enna; e per altri grossi centri dell'isola, ove l'acqua è razionata o le fontanelle stillano solo gocce. Mezza Sicilia è in uno stato di rivolta strisciante contro le amministrazioni locali e le autorità centrali a causa delle difficoltà di approvvigionamento idrico in cui centinaia di migliaia di persone meno abbienti sono costrette a vivere. E non è tutto. Alla sete popolare si aggiunge la sete agricola che assilla buona parte delle campagne. In particolare il settore agrumicolo e quello dell'allevamento. Coltivatori e allevatori sono in stato di agitazione permanente alla disperata ricerca di acqua irrigua come condizione di sopravvivenza economica. Così alla rivolta urbana si accompagna la rivolta delle campagne. Quindi la sollevazione del quartiere di Borgo Nuovo alza un lembo della questione idrica, che investe l'intero Sud e non solo, e che è opportuno aggiornare sul piano analitico e su quello operativo.
1º) L'emergenza idrica figlia, non della siccità, ma della rendita
L'acqua è una delle risorse più abbondanti in natura. Tuttavia, da quando il settore idrico è diventato un settore industriale e ad alta tecnologia, l'acqua è diventata una fonte di lucro di prim'ordine. Più viene manipolata e monopolizzata e più rende. L'essenziale liquido, un bene universale che dovrebbe essere a disposizione di tutti, diventa sempre più appannaggio privato, sempre più costoso e aleatorio. Per avere l'acqua dove si consuma bisogna pagare prezzi sempre più salati e senza avere mai la sicurezza dell'approvvigionamento. Il sistema capitalistico trascina fasce sempre più vaste della popolazione nell'emergenza idrica come situazione normale. Ciò in quanto l'emergenza è l'occasione per effettuare nuovi investimenti nel settore e per realizzare più alti saggi di profitto e di rendita. Più l'acqua serve e più è inquinata e più servono nuovi macchinari e nuove tecnologie di estrazione e depurazione. E più si innalza la tecnologia e il "sapere depurativo"; più cresce la dipendenza delle popolazioni dai tecnici ricercatori e manipolatori. Siamo quindi dentro una emergenza idrica come effetto sistemico che rende il futuro più incerto dell'effetto serra e della desertificazione.
2º) L'assetamento dei siciliani e del Sud aspetto aggravato della "questione meridionale"
La mancanza d'acqua nei quartieri popolari di un numero crescente di città siciliane e meridionali non deriva da fattori precipuamente ambientali e/o meteorologici, che pur hanno la loro influenza, bensì da fattori economici e politici. La siccità, manifestatasi negli ultimi tempi, ha solo esasperato un problema antico e permanente; un problema di carattere economico-politico. Questo problema risiede nel fatto: a) che l'acqua viene manipolata a fine di lucro; b) che i gestori attuali dell'acqua, benché non siano in grado di portare il liquido dove occorre, non vogliono perdere il loro monopolio; c) che gli enti locali (Comuni, Province, Regioni) non destinano alla somministrazione dell'acqua i fondi necessari a far fronte al fabbisogno urbano e a quello agricolo. L'acqua non arriva nei quartieri popolari, come pure non arriva nei settori agricoli tradizionali sacrificati all'agricoltura più avanzata, perché così conviene ai gestori delle risorse idriche. Ovvero perché tutto si muove in una logica di guadagno e di speculazione, in una logica di capitalismo parassitario e in funzione di una subalternità territoriale. Quindi nell'assetamento degli agglomerati popolari e delle campagne siciliane si riflette in modo speculare il marcimento della questione meridionale, che si aggrava in ogni comparto e in ogni settore.
3º) Il tratto specifico dell'emergenza idrica meridionale nel 21º secolo
In passato la sete dei siciliani dipendeva dalla scarsezza di condutture e canalizzazioni (ved. R.C.Sud n. 11 del 21/6/80). Dopo l'industrializzazione, operata dalla Cassa per il Mezzogiorno, ossia dagli anni cinquanta alla metà degli anni ottanta, dal fatto che acquedotti e pozzi convogliavano l'acqua verso le attività più lucrose (industria petrolchimica) e verso i rami più redditizi dell'agricoltura privandone le popolazioni. Dalla metà degli anni ottanta in avanti, anni di deindustrializzazione e di terziarizzazione, dal fatto che la gestione e la commercializzazione dell'acqua sono diventate sempre più affaristiche nonché dal fatto che imprenditori privati e consorzi pubblici, abituati al mercato nero, non reggono al fabbisogno delle popolazioni. Quindi l'emergenza idrica scaturisce dalla rendita e viene riprodotta dalla rendita. È una conseguenza del capitalismo parassitario che al Sud assume forme salassanti e piratesche.
4) Privatizzazione e modernizzazione mercatistica; due modi di centralizzazione delle rendite presentati come terapie taumaturgiche
La gestione dell'acqua pubblica (estrazione, intubazione, somministrazione, ecc.) ha costituito e costituisce un intreccio di affari complesso. Nel ramo opera un reticolo di enti e imprese: qualcosa come diecimila imprenditori, privati e pubblici; che hanno le mani in pasta su quattordicimila acquedotti circa. Inoltre ogni Comune tiene a conservare le proprie prerogative sull'acqua. Così ogni Ente locale tende a mantenere un proprio sistema di gestione sui tre servizi idrici: acqua, fognature, depurazioni. Quindi questo reticolo si presenta e si riproduce come commistione tra privato e pubblico, tra imprenditorialità e territorialità.
In Sicilia, particolarmente, questo intreccio è ancora più intricato in quanto, in compenetrazione con questo reticolo, opera un coacervo di imprenditori idrici: pozzinari, dissalatori, conduttori di autobotti, riparatori di impianti e figure simili. E l'intreccio complessivo coesiste con un ente pubblico regionale, l'EAS (Ente Acquedotti Siciliani), preposto al controllo degli acquedotti comunali. Per cui nell'isola l'intero intreccio è ancora più ramificato e infiltrato nel territorio.
Ciò premesso, va detto ai fini della presente analisi che questo intreccio imprenditorial-politico ha avuto lunga vita e che la sua longevità, nonostante esso si dimostrasse sempre più impotente e particolaristico di fronte alle esigenze idriche crescenti della popolazione iperurbanizzata e dell'agricoltura idrovora, deriva da specifiche ragioni sociali e politiche. Queste ragioni risiedono: a) nei proventi garantiti all'insieme dell'impalcatura gestionale; b) nell'adattamento subalterno di questa impalcatura ai fabbisogni idrici dei complessi industriali (nel Sud dei complessi petrolchimici e siderurgici) e dalle loro attività profittevoli (dissalazioni); c) nella particolare resistenza di questa impalcatura alla penetrazione dei corsari idrici. Dagli anni cinquanta in avanti imprese private enti di gestione e Comuni, per motivi diversi ma convergenti sul piano pratico, procedono insieme a salvaguardia dei propri proventi gestionali, adattandosi alle logiche rapinatrici e dissipatrici del capitale monopolistico e resistendo alle incursioni dei nuovi corsari idrici che con gli anni ottanta si fanno sempre più frequenti. E per mezzo secolo i governi in carica convivono invariabilmente con questa impalcatura o ne accettano il condizionamento. Dal che balza agli occhi come la questione idrica sia prima di tutto, cioè prima di ogni aspetto tecnico, una questione eminentemente sociale e politica.
5) La legge Galli strumento di monopolizzazione delle risorse idriche
Questo intreccio imprenditorial-politico comincia tuttavia a scricchiolare sul piano economico negli anni ottanta. A partire da questo decennio i gruppi finanziari, miranti al predominio nel settore idrico, dopo essersi impadroniti delle acque private si lanciano alla conquista delle acque pubbliche. Ed iniziano i loro attacchi contro il modello di gestione esistente. Preceduti dai trombettieri tecno-scientifici, i nuovi corsari richiedono che l'intera gestione delle acque passi ai privati e che la gestione stessa si ispiri ai canoni di efficienza aziendale e di modernizzazione mercatistica secondo una matura cultura industriale. Questi cacciatori di rendite, dalle mire smisurate, si presentano come i terapeuti miracolosi della crisi idrica. Il risultato di questi attacchi non è, e non poteva essere, l'eliminazione in tempi ravvicinati del reticolo di imprese e gestioni; bensì la predisposizione di uno strumento preliminare per far breccia su questa impalcatura. Siffatto strumento è stato predisposto ed è rappresentato dalla legge Galli, emanata nel 1994 (la n. 36/94), che fornisce ai predetti cacciatori il mezzo per disfarsi di questo reticolo e mettere le mani sull'intero settore idrico. La legge si propone infatti per scopo dichiarato quello di eliminare il reticolo di imprese locali private e pubbliche di modeste dimensioni e di accentrare la gestione idrica in una cerchia ristretta di grossi complessi. L'accentramento è perseguito mediante l'accorpamento delle gestioni locali in aree omogenee e la riunificazione in una gestione unica dei tre servizi locali: acqua, fognature, depurazioni. A questo effetto il provvedimento normativo prescrive che tutte le realtà locali vengono raggruppate, a livello nazionale, in 90 aree omogenee, denominate Ato (Ambito territoriale ottimale); e che a capo di ogni Ato venga preposto un solo responsabile. Per cui, una volta compiuto il riassetto del settore secondo le predette disposizioni, al reticolo di gestioni locali si verrà via via a sostituire una filiera di complessi unici quale nuova impalcatura gestionale privatistica e mercatistica delle acque. Perora gli Ato in funzione sono circa cinque e nelle mani di grossi complessi, come l'Acea di Roma. Quindi il riassetto territoriale delle gestioni spiana la strada all'avvento dei novelli corsari idrici.
6) L'acqua potrà scorrere solo dove stanno i soldi
Bisogna dire subito che l'avvento di questi nuovi signori delle acque, contrariamente alle rassicuranti promesse dei loro trombettieri, non solo non porterà alcun contributo alla soluzione della questione idrica ma la renderà ancora più aspra; in quanto lo scopo di questi signori non è quello di soddisfare la sete urbana o la sete agricola, bensì è quello opposto di trasformare questa sete in una molla per realizzare profitti e rendite sempre più elevati e per subordinare a questa voglia di denaro la sopravvivenza stessa della gente e delle campagne idro-dipendenti. Mentre la privatizzazione della gestione conferisce a questi signori un potere sconfinato sulla risorsa pubblica dal momento che passa nelle loro mani il controllo dell'intero ciclo idrico (ricerca, adduzione, canalizzazione, distribuzione dell'acqua); la modernizzazione mercatistica spinge da parte sua i medesimi a utilizzare le tecniche più lucrose e a praticare i prezzi più remunerativi a scapito dell'ambiente (sorgenti, falde, ecc.), delle comunità montane, della parte più impoverita della popolazione, delle colture che annaspano. C'è quindi nel riassetto privatistico e mercatistico delle acque pubbliche, presentato dagli esperti di questi signori come il toccasana della questione idrica, una disastrosità di fondo che prima non esisteva e un potere di ricatto economico-sociale umiliante, anche nei confronti degli stessi Comuni detentori delle fonti, il cui spoglio è già entrato nella cronaca delle proteste paesane da un decennio.
Se per lungo tempo la gestione delle acque pubbliche ha dato da mangiare a una ragnatela di impresari, privati e pubblici, ora col riassetto privatistico il monopolio progressivo dell'acqua dà e darà a un pugno di parassiti rendite favolose e a quanti non possono e non potranno pagarsi il prezioso liquido sete moderna a non finire. Pertanto possiamo dire di essere entrati col nuovo secolo in un periodo storico più sconvolgente della questione idrica.
7) La siccità è un evento normale, specialmente in Sicilia; ed il "marciume politico" invece di apprestare i rimedi vi specula sopra
Per la precisione il Sud, ed in particolare la Sicilia, è entrato in questo periodo, nel periodo della gran sete, già dagli anni ottanta (si vedano in merito le rivolte per l'acqua su R.C. Sud n. 11 del 21/6/80 e n. 42 del 31/7/83). E quanto sta avvenendo in questo mese di maggio è un segno che ci troviamo di fronte a un aggravamento della questione idrica, che è poi un aspetto specifico del complessivo aggravamento meridionale. Più specificamente gli avvenimenti, non solo mettono a nudo la decrepitezza e l'impopolarità della vecchia impalcatura, ma indicano inoltre che i rimedi programmati dal governo sono peggiori del male. Ed è questo il punto.
Dalle spoglie della Cassa per il Mezzogiorno è venuta fuori la Sogesid: una società pubblica addetta alle risorse idriche sotto il controllo del ministero dell'economia col compito di occuparsi delle condotte idriche delle fognature e dei depuratori nell'area meridionale. Questo nuovo pachiderma burocratico, ben consapevole che in Sicilia è normale la scarsità di piogge, invece di prevenire la crisi idrica, l'ha lasciata esplodere; agendo secondo la logica di mercato che chi ha soldi l'acqua se la compra. Anzi la nuova holding pubblica, nell'ottica di industrializzazione del settore idrico, sta sfruttando l'emergenza idrica per accelerare la privatizzazione del settore. Ci sono i fondi europei e i fondi decisi dal CIPE per le aree depresse che attendono padrone! Si vede quindi con chiarezza il carattere antimeridionale e antiproletario di questi rimedi.
In Sicilia sono stati costituiti nuove Ato, uno per provincia. Non è stata indetta perora alcun gara per l'assegnazione del servizio; ma alle gare possono partecipare soltanto grandi complessi, interni ed esteri. L'appalto verrà concesso per la durata di 30 anni e la condizione che ogni direttore di Ato deve porre ai partecipanti è che questo produca utili e che i servizi resi (acqua fognature depurazioni) si paghino ai prezzi di mercato, cioè a quelli imposti d'autorità. Secondo questa condizione si potranno fare opere, costruire condutture, costituire allacciamenti, ecc., solo se remunerativi. Ogni prerogativa comunale, ogni esigenza sociale, ecc., deve sottostare al dominio del denaro sotto forma di profitto e rendita. I nuovi signori delle acque attendono di entrare in scena con la loro carica affaristica monetaria spietata. Sta dunque per aprirsi il periodo dell'acqua pessima e costosa, sempre meno accessibile per chi ha pochi soldi e sempre più profittevole per i novelli corsari idrici.
8) Il carattere delle proteste per l'acqua
Governo e burocrati statali addetti alle acque imputano le cause dell'emergenza idrica, da essi favorita, alle poche piogge alla gestione locale delle risorse alla scarsa educazione civica. E assumono provvedimenti limitativi, repressivi, di turnazione del liquido nei confronti di utenti costretti a stare al secco per buona parte dell'anno. La gente capisce che questo è un atteggiamento insultante e scende in piazza dando vita a manifestazioni sempre più rabbiose e coinvolgenti. Le proteste in corso, qui ci occupiamo soltanto di quelle urbane e non anche di quelle agricole (di coltivatori e allevatori) che meritano uno studio a sè, non sono la reazione a un male antico. La discesa in piazza di interi quartieri, benché assomigli per tanti versi alle manifestazioni analoghe del passato, è l'espressione, non di un malcontento momentaneo che si disperde, ma di un malcontento di fondo che cresce.
Analizzando il carattere delle rivolte per l'acqua potabile in Sicilia agli inizi degli anni ottanta (si vedano i citati numeri di R.C.Sud) notavamo che non si trattava di tradizionali proteste popolari contro la cattiva amministrazione, bensì di sollevamenti diretti a soddisfare bisogni permanenti elementari ingigantiti dall'iperurbanismo. Notavamo che queste rivolte non erano permeate da spirito populista ma riflettevano la diffusa consapevolezza politica del carattere sociale del problema acqua. Questi caratteri si ritrovano nelle proteste attuali. Ma ci sono due differenze qualitative tra le rivolte degli anni ottanta e le proteste attuali che vanno messe in luce. La prima è la consapevolezza che l'emergenza idrica è solo un aspetto della condizione di esistenza attuale dei lavoratori e di chi non ha soldi. La seconda è che ogni protesta per l'acqua, riflettendo bisogni elementari insoddisfatti di massa, è espressione settoriale di un malcontento generale che scuote attualmente la società. Pertanto e tutto considerato abbiamo nelle attuali proteste per l'acqua una manifestazione particolare dell'aggravamento generale e dell'esplosività del meridione.
9) Ogni azione di protesta deve confluire nel più vasto fronte proletario di lotta anti-statale
Di acqua ce n'è tanta che si muore. La penuria d'acqua, il consumo d'acqua, lo spreco d'acqua, ecc. non dipendono dalle piogge o dalla siccità, bensì dipendono tutti in definitiva dalle politiche perseguite dalle classi dominanti. La sete d'oggi non deriva dalla bassa capacità tecnologica dell'organizzazione sociale, ma al contrario dalla sua altissima capacità del tecnologico, dal fatto che la tecnologia viene impiegata per far quattrini e per asservire in modo sempre più schiavizzante le masse del popolo alle logiche di mercato. Il problema idrico è un problema sociale e politico e va affrontato e risolto sul piano sociale e politico, ossia con la lotta di classe diretta a rovesciare le cosche del potere e a instaurare il potere proletario. È pura illusione pensare che il problema idrico possa essere risolto sul terreno elettorale; ovvero con la sostituzione della gestione imprenditoriale esistente ad opera di una nuova gestione imprenditoriale. Non basta cambiare i governi; bisogna cambiare il sistema da cima a fondo. Non serve pure creare un fronte di esperti tecnici ambientalisti consumatori istituzioni locali per impedire la rapina dell'acqua e conservare il suo carattere pubblico. Il problema idrico non è un problema tecnico e non può essere risolto per via culturale; e l'acqua, per dissetare, non deve restare merce pubblica deve diventare risorsa collettiva. Per questo il problema idrico va affrontato in termini di lotta sociale: come aspetto della lotta allo Stato e come parte integrante della lotta per il potere. Conseguentemente ci vuole una organizzazione stabile nei quartieri nei sobborghi nei Comuni dei lavoratori e degli altri utenti interessati e un collegamento stretto degli organismi da essi formati con le avanguardie politico-rivoluzionarie che si muovono su questa linea e con questa prospettiva.
Certo, nell'immediato, bisogna agire ed esigere con ogni mezzo che l'acqua arrivi dove manca. Ma ristabilito l'approvvigionamento non si possono lasciare le cose come prima. Bisogna organizzarsi e battersi per attuare il controllo proletario sulle fonti e sulla gestione dell'acqua. E poi avere sempre chiara la convinzione che non c'è alcuna sicurezza idrica, né di nessun altro genere, per i lavoratori finché il potere rimane nelle mani della finanza; e ferma la volontà di rovesciarlo.