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Fuori gli eserciti occupanti dal Medio-Oriente (dai territori Palestinesi, dal Libano, dall'Iraq), dall'Afghanistan e da ogni altro paese

L'"islamofobia" è la sporca bandiera di ogni potenza imperialistica (USA, Gran Bretagna, Israele, Francia, Germania, Italia, Giappone, ecc.) per razziare risorse (petrolio) e masse oppresse.

Guerra di classe contro ogni imperialismo e contro ogni cricca araba locale! Lotta conseguente contro ogni forma di nazionalismo e di "fondamentalismo islamico" per il potere proletario! Unione di tutti i lavoratori arabi nel solco dell'internazionalismo marxista!

Costruire il partito comunista rivoluzionario per abbattere il sistema dello sfruttamento e delle guerre e creare una società di liberi e eguali! (XVI)

 

La nuova aggressione di Israele contro il Libano e, più in generale, l'occupazione militare anglo-americana del Medio Oriente (nonché del Centro Asiatico) hanno radici lontane e ferree logiche di dominio, di sfruttamento e di rapina. Ripubblichiamo, per dare ai giovani gli elementi necessari di conoscenza di questo conflitto, gli scritti da noi dedicati in materia a partire dal 1970; raggruppandoli per sezione. La Sezione Prima: Lotta proletaria e Medio Oriente (1970) è apparsa nei Supplementi del 1-16/8; la Sezione Seconda: Medio Oriente: guerra civile, reazione e rivoluzione (1970-1976) in quelli del 1-16/9; la Sezione Terza: Guerra e rivoluzione. L'Italia in Libano (1982-1984) nei Supplementi 1/10 1-16/11 1/12/2006; la Sezione Quarta.: La prima intifada in Palestina (1988) nel Supplemento 16/12/2006; la Sezione Quinta: Gli accordi israeleo-palestinesi sull'«autonomia amministrativa» nei Supplementi 31/12/2006 16/1 e 1/2/2007; la Sezione Sesta: La sollevazione crescente della gioventù palestinese (2000-2002) nei Supplementi 16/2 e 1/3/2007.

SEZIONE SETTIMA

LA «ROADMAP» PORTA VERSO

NUOVI CONFLITTI NEL MEDIO ORIENTE

(DAL 2003)

 

(segue dal Supplemento 1/4/2007) 

La "Roadmap"

 

La "Roadmap", infatti, stabilisce un "calendario" diviso in tre "fasi", ciascuna delle quali deve essere completata per passare alla successiva e giungere all’accordo finale tra israeliani e palestinesi.

 

La prima fase (novembre 2002 &emdash; maggio 2003) viene chiamata: "Mettere fine a terrore e violenza, normalizzare la vita dei palestinesi, costruire le istituzioni palestinesi" e prevede:

- sul piano delle dichiarazioni politiche, da parte dei dirigenti palestinesi la riaffermazione del diritto d’Israele a esistere in pace e sicurezza e la richiesta di un cessate il fuoco immediato e senza condizioni per porre fine a qualsiasi azione violenta o armata contro cittadini israeliani, in qualsiasi luogo. Da parte del governo israeliano, la dichiarazione "dell’attaccamento alla visione dei due Stati, di cui uno Stato palestinese indipendente, vitale e sovrano"; e la cessazione di atti di violenza ovunque diretti contro cittadini palestinesi.

- Sul piano della politica della sicurezza, da parte palestinese, la dichiarazione senza ambiguità della volontà di mettere fine ad atti di terrorismo e violenza contro gli israeliani, accompagnata dall’azione per arrestare, disorganizzare, mettere in condizione di non nuocere i gruppi e gli individui che preparano attentati anti-israeliani. In particolare "i servizi di sicurezza ristrutturati e riorientati dell’Autorità palestinese avviano delle operazioni permanenti, mirate ed efficaci contro coloro che compiono attività terroriste e per smantellare le infrastrutture e i mezzi di terroristi". Più precisamente i servizi di sicurezza vengono ridotti a tre e posti tutti alle dipendenze del Ministro degli Interni, passano un programma di formazione da parte americana, collaborano con le "forze di difesa israeliana" sulla base del piano elaborato dal direttore della CIA Tenet, con la partecipazione di responsabili della sicurezza degli Stati Uniti.

Inoltre, viene previsto che tutti i finanziamenti e gli aiuti umanitari diretti alla Palestina, anche dai paesi arabi, vengano versati su un conto unico a disposizione del Ministro palestinese delle Finanze.

Da parte israeliana, si prevede la sospensione delle espulsioni e degli attacchi diretti contro civili palestinesi, della demolizione di case, beni, istituzioni, infrastrutture palestinesi e "nella misura in cui la sicurezza migliora" il ritiro progressivo dell’esercito dalle zone occupate dal 28/9/2000.

 

- Sul piano delle istituzioni palestinesi, si prevede: l’elaborazione ed il dibattito del progetto di una nuova Costituzione; la nomina di un primo ministro e di Ministri con poteri effettivi; l’organizzazione appena possibile di libere elezioni; delle riforme in campo giudiziario, amministrativo ed economico secondo criteri fissati dal "Gruppo di lavoro internazionale sulle riforme palestinesi" costituito dal "Quartetto".

Da parte israeliana, si cita un generico impegno a favorire quanto sopra e in particolare a riaprire le sedi della Camera di Commercio e delle altre istituzioni palestinesi situate a Gerusalemme Est.

- Sul piano umanitario, si invita Israele a togliere il coprifuoco; alleggerire le misure di restrizione della circolazione delle persone e delle merci palestinesi; consentire l’ingresso e la libertà d’azione del personale delle ONG nei "Territori"; sbloccare il trasferimento delle imposte dovute all’Autorità Palestinese.

- Quanto alle colonie israeliane, si prevede lo smantellamento di quelle costruite ….. dopo marzo 2001 e il blocco di nuovi insediamenti .

 

La seconda fase, da giugno a dicembre 2003, è denominata "La transizione". Il suo inizio è sottoposto alla verifica del comportamento precedente dei palestinesi e degli israeliani da parte del "Quartetto" e avviene dopo le elezioni politiche palestinesi.

Essa prevede, sotto il controllo del "Quartetto":

- il mantenimento dei risultati raggiunti con la prima fase;

- la "Conferenza Internazionale" per sostenere la ripresa dell’economia palestinese e portare alla costituzione dello Stato palestinese nel quadro di una pace globale nel Medio Oriente;

- il ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra gli Stati Arabi ed Israele;

- il varo della nuova Costituzione palestinese;

- le trattative dirette israeliano &emdash; palestinesi, nell’ambito della Conferenza Internazionale, al fine di costituire uno Stato palestinese dotato di frontiere provvisorie e di negoziare nuove misure relative alle colonie israeliane.

 

La terza fase (2004 &emdash; 2005), denominata "Accordo sullo statuto definitivo e fine del conflitto israelo &emdash; palestinese" ha per obbiettivi "il consolidamento delle riforme, la stabilizzazione delle istituzioni palestinesi, il funzionamento continuo ed efficace della sicurezza palestinese, i negoziati israelo &emdash; palestinesi volti a concludere un accordo sullo statuto definitivo", sulla base delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza n. 242 del 1967, n. 338 del 1973 e n. 1397 del 2002, e nel quadro di una pace generale tra israeliani e arabi. A tali fini il "Quartetto" organizzerà una seconda Conferenza Internazionale che sancirà l’accordo in precedenza raggiunto sullo Stato palestinese indipendente dotato di frontiere provvisorie e porterà a un "Regolamento definitivo, equo, realistico delle questioni relative alle frontiere, Gerusalemme, rifugiati palestinesi, colonie".

 

 

Il ruolo "antiterroristico" dell’Autorità Palestinese

 

Come si vede, il nucleo essenziale della "Roadmap" consiste nel ruolo "securitario antiterroristico" assegnato all’Autorità Palestinese, chiamata a svolgere &emdash; da subito e per sempre - funzioni di gendarmeria e spionaggio interno, sotto la direzione della CIA e in collaborazione con Israele, sia contro i gruppi nazionalisti islamici e laici sia, in prospettiva, contro qualsiasi forza rivoluzionaria palestinese.

In questa funzione non vi è qualcosa di sostanzialmente diverso rispetto agli "Accordi di Oslo" sottoscritti nel 1993 da Arafat e Rabin, che avevano sancito la definitiva rinuncia dell’OLP al suo originario programma di liberazione nazionale e la sua trasformazione nell’Autorità Nazionale Palestinese, istituzione poliziesca &emdash; affaristica subordinata ad Israele ed alla supremazia israeliana nel Medio Oriente, nel quadro del più vasto predominio americano sulla regione (vedi "Israeliani e Palestinesi", R.C. marzo-aprile 2002).

La novità della "Roadmap" consiste nella più diretta subordinazione dell’Autorità palestinese agli Stati Uniti, che ne dirigono e controllano l’attività di pedina securitaria ed "antiterroristica" nell’ambito della loro attuale politica di presenza coloniale e rapina militaristica nel Medio Oriente, nel Golfo e nell’Asia Centrale; più precisamente nella servile disponibilità di una parte della borghesia palestinese a farsi strumento della politica americana nella speranza di lucrare vantaggi nei confronti di Israele e sulla pelle del proprio popolo.

Va poi detto che la "Roadmap" prevede anche il controllo diretto da parte del "Quartetto", guidato dagli USA, sull’economia dei territori lasciati all’amministrazione dell’Autorità Palestinese.

Pertanto, sia dal punto di vista dei rapporti economici sia da quello dei rapporti politici e polizieschi con i palestinesi, l’Amministrazione Bush &emdash; con la sua "Roadmap" &emdash; pone in secondo ordine il ruolo di Israele, che negli "Accordi di Oslo" era invece di assoluta preminenza, rispetto al protagonismo americano. Per tale motivo, per la prima volta nei discorsi presidenziali e nei documenti ufficiali dell’Amministrazione statunitense, si parla con chiarezza di "occupazione israeliana" e si collega il raggiungimento della "pace" alla creazione di uno "Stato palestinese indipendente e sovrano". Su queste premesse si invita Israele a fare passi indietro e addirittura a "riconoscere il suo attaccamento alla visione di uno Stato palestinese sovrano e indipendente espressa dal presidente Bush".

 

 

Verso il riassetto dell’alleanza tra USA ed Israele

 

È pur vero che la prima fase della "Roadmap" consente ad Israele di continuare l’occupazione militare in Cisgiordania e Gaza e perfino di mantenere tutti gli insediamenti coloniali sorti prima del 2001 (cioè in 35 anni di occupazione ed espropriazione); ma comunque il documento sottolinea che nella "seconda" e "terza fase" la questione delle colonie dovrà essere affrontata, in contrasto con le posizioni più oltranziste del colonialismo sionista, prevalenti nel governo Sharon.

Emergono quindi delle ragioni di contrasto tra la politica americana e gli interessi israeliani, che si sono già manifestate nella decisione di proseguire la costruzione della "Barriera di separazione", che da sola costituisce un impedimento alla futura creazione dello "Stato palestinese sovrano e vitale", nell’accettazione formale ma fortemente condizionata della "Roadmap" da parte del governo Sharon, lo scorso 25 maggio; e nella ripetizione dei terrificanti "omicidi mirati" dei dirigenti nazionalisti palestinesi, attuati dall’aviazione israeliana in maggio e giugno, mentre l’esercito ha proseguito i suoi interventi di arresti, demolizioni di case e infrastrutture.

Questi contrasti tra USA e Israele non mettono in dubbio, per ora, la tradizionale alleanza tra i due Stati; ma mettono in luce che quest’alleanza sta subendo un profondo riassetto, determinato dalla presenza coloniale dell’esercito statunitense in Iraq e nel Golfo e dalla necessità, per Israele, di adattare a questa ingombrante presenza la sua politica di espansione imperialistica nel Medio Oriente (dalla guerra del Libano alla costruzione della "Barriera"). E questo riassetto non potrà che suscitare nuove occasioni di frizioni, contrasti, divisioni.

 

 

La "Roadmap"

accumula tensioni e conflitti

 

Ciò detto sui rapporti diretti tra Stati Uniti, Autorità Palestinese ed Israele, va sottolineato che la "Roadmap" presuppone e necessita due condizioni per il suo successo: la prima consiste nel mantenimento dell’assoluta supremazia degli Stati Uniti sulle altre potenze imperialistiche, nel successo della loro "guerra preventiva" e nella stabilizzazione dell’occupazione dell’Iraq; la seconda consiste nell’annichilimento della ribellione del proletariato e della gioventù palestinesi, nell’eliminazione della loro capacità di lotta e resistenza contro tutte le forze che le opprimono, dall’Autorità Palestinese agli occupanti israeliani e agli imperialisti americani (non consideriamo qui altri fattori, quali l’attività dei gruppi nazionalisti palestinesi, quali forze antiproletarie, potenzialmente disponibili ad accordi con gli americani).

Il progresso della "Roadmap" o meglio del percorso verso la "pacificazione americana del Medio Oriente" riposa quindi su basi molto fragili, poiché la potenza americana non è in ascesa ma in declino; poiché l’occupazione dell’Iraq si sta rivelando molto più costosa e difficile del previsto per la declinante superpotenza; e poiché il proletariato palestinese ha dimostrato in questi ultimi sei anni di avere coscienza che l’unica possibilità di sopravvivenza sociale e fisica sta nella sua lotta contro i suoi oppressori e sfruttatori, senza la quale è destinato ad essere umiliato, disperso, eliminato. Gli Accordi di Oslo sono falliti proprio a causa della disperata resistenza delle masse palestinesi, che ha logorato l’apparato della gendarmeria arafattiana e costretto Israele a rioccupare, logorandosi anch’esso, i Territori.

Alla luce di queste considerazioni, possiamo quindi concludere che il vertice di Aqaba tra Bush Sharon e Abu Mazen non apre una fase di "stabilizzazione" del Medio Oriente, ma di nuovi e più esplosivi contrasti sociali, interstatali e interimperialistici nella regione.

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SUPPLEMENTI 2007