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Le truppe italiane si insediano nel Libano del sud a svolgere il ruolo di gendarmeria e di intrigo militare nell’interesse dei nostri gruppi di potere. L’area medio-orientale verso nuove convulsioni belliche.

Il nazionalismo non ha sbocchi. Trascina le masse al massacro o al compromesso deteriore. I lavoratori libanesi, mediorientali, di ogni altro paese, debbono abbracciare la strategia rivoluzionaria e battersi per il potere proletario.

Guerra di classe contro guerre imperialistiche e guerre tra Stati nella prospettiva della società senza classi di liberi e uguali. (V)

 

[Le puntate precedenti sono apparse sui Suppl.1-16/8 1-16/9. Ora completiamo l’esame dell’intervento italiano e terminiamo con le indicazioni operative.]

 

Le truppe a Tiro e sulla "linea blu", confine libanese-israeliano

 

Il 2 settembre giunge a Tiro la flotta italiana che, trovando il mare agitato, inizia lo sbarco delle prime truppe di terra impiegando gli elicotteri e spostandosi poi più a sud a Naqoura. In giornata i primi 450 militari della San Marco raggiungono la zona di operazione di Jebel Maroun. Il contingente di terra, che è agli ordini del contrammiraglio Claudio Confessore, si piazza in tre villaggi: Tibnin, Maraka, Chaama. Appena sarà al completo, con l’aumento a 3.000 unità della task force e, comunque, appena raggiungerà con i contingenti francese e spagnolo le dimensioni di una forza di intervento di 5.000 unità, entità minima per il ritiro delle truppe israeliane, il contingente di terra italiano si dispiegherà anche sulla linea blu, ossia sul confine libanese-israeliano fissato dall’ONU. I compiti ufficiali delle nostre truppe sono quelli di assistere le forze armate libanesi, impedire che si sviluppino azioni ostili, "contrastare ogni azione armata che muova dal territorio della missione", come precisa il ministro della difesa, di modo che nessun soggetto possa circolare armato nell’area. Le regole di ingaggio, approvate riservatamente, prevedono l’autodifesa preventiva, cioè l’attacco fulminante contro ogni forza organizzata (gruppo, reparto, formazione, ecc.) che non si fermi a ogni posto di blocco o che si rifiuti di consegnare un’arma o che difenda il territorio libanese dalle incursioni israeliane.

A dare un colpo d’occhio alla composizione della forza multinazionale sembra che questa sia più una forza europea che una missione ONU in quanto si incentra su truppe italiane francesi spagnole nonché tedesche. E questa apparenza ha trovato poi il suo mentore nel ministro degli esteri D’Alema il quale ha arzigogolato che siamo in Libano non per svolgere "un ruolo italiano, ma per rafforzare e dare corpo al ruolo europeo". In realtà la forza multinazionale non è né un dispositivo europeo né una spedizione ONU; è un coacervo di forze militari delle maggiori potenze europee tra loro concorrenti. Essa riflette la discesa in campo, autonoma anche se in combinazione, di ciascuna di queste potenze per partecipare alla spartizione del Libano e del Medio Oriente. Infatti ognuna di queste forze partecipanti sa che sotto la sigla dell’ONU o Unifil va a svolgere un compito proprio. In particolare lo sa il contingente italiano che interviene in Libano per la terza volta.

Dall’8 settembre, in seguito al lavorio del nostro ministro degli esteri le coste del Libano non sono più sottoposte al blocco imposto dalla marina israeliana il 13 luglio; e dalla stessa data, grazie all’imponenza della nostra flotta navale (portaerei Garibaldi, unità di trasporto truppe San Marco e San Giusto, pattugliatore Fenice e altri mezzi), l’ammiraglio De Giorgi ha assunto il comando generale del pattugliamento delle coste. Secondo la Farnesina l’unilateralismo di Bush si è arenato, lasciando il posto al multilateralismo; l’Italia ha contribuito all’apertura di questa nuova fase, mettendo l’ONU e l’Europa e se stessa al centro della scena e meritando di entrare nel gruppo che dialoga con l’Iran. L’attivismo militarista della Farnesina, riflesso nella nuova dottrina estera, rende palpabili le mire e gli appetiti briganteschi dei nostri gruppi finanziari. Alla luce di quanto precede possiamo elencare così i compiti effettivi del nostro contingente: a) partecipare alla spartizione del Libano e assicurare l’espansionismo italiano nell’area mediorientale; b) eliminare e/o emarginare le forze locali che si oppongono a questo disegno; c) utilizzare queste forze nelle beghe-risse coi propri concorrenti; d) contenere le mire espansive di Francia e Israele e di altri pretendenti; e) contenere l’espansione di Israele nella striscia di Gaza e Cisgiordania; f) ampliare la propria influenza in Siria ed Iran. L’intervento tesse quindi questa trama, con i mezzi più diversi di cui dispone, in una serpentina di intrighi e di confronti-scontri con rivali temibili o più forti e formazioni agguerrite locali.

 

Dove porta l’aggressione di Israele e l’intervento in Libano delle potenze europee

 

Dove porta l’aggressione scatenata da Tsahal il 13 luglio e il disegno anglo-americano-israeliano del Grande Medio Oriente di cui essa rappresenta la prima operazione.

Il dato di fatto storico da cui bisogna partire è che l’aggressione israeliana contro il Libano è il proseguimento del dominio e dello sterminio quotidiano di palestinesi a Gaza e in Cisgiordania. E, quindi, che Israele non lascerà alcun territorio occupato se non vi sarà costretto dalla insurrezione delle masse oppresse o dalla forza delle armi.

Ciò detto, va evidenziato che la prima direzione sconvolgente verso cui porta la guerra espansiva di Israele è l’inasprimento della rissa interna libanese tra lo schieramento filo-occidentale, che tenta di addebitare la responsabilità della distruzione del Libano agli Hezbollah pretendendo il suo disarmo e la rottura dei rapporti con Siria e Iran; e lo schieramento nazionalista che rivendica un maggior peso governativo e il riconoscimento politico dello stop inflitto a Tsahal. Questo inasprimento, mancando margini di compromesso anche se gli aiuti internazionali alla ricostruzione potranno avere effetto ammorbidente, getterà il paese dei cedri in una nuova guerra civile sanguinosa; cui si accompagnerà la destabilizzazione ulteriore dei regimi moderati dell’area. Quindi in Libano e nel Medio Oriente sono prossime esplosioni politico-sociali con contraccolpi reazionari per frenare l’ascesa delle masse sfruttate.

La seconda direzione, ancor più sconvolgente, è che il disegno del Nuovo Medio Oriente innesca guerre di usurpazione e di rapina, per l’accaparramento imperialistico delle risorse energetiche finanziarie e umane, che dissemineranno l’area di distruzioni profughi atrocità e di mini-Stati confessionali in conflitto permanente tra di loro. Non si sta concludendo il conflitto regionale di consolidamento-espansione di Israele; si sta allargando la spartizione interimperialistica di tutta l’area mediorientale (non del solo Libano), incominciata nel 1991 con l’occupazione anglo-americana dell’Iraq. Quindi sono oggetto di aggressione non solo Siria ed Iran ma qualsiasi paese mediorientale semplicemente dissenziente.

La terza direzione, non meno sconvolgente per gli europei, è che il disegno del Nuovo Medio Oriente inasprisce le rivalità tra le potenze europee in quanto ognuna di queste potenze agogna a ricavare il maggior bottino a scapito delle altre. Il governo Prodi, col sostegno di tutte le rappresentanze parlamentari, ha inviato in Libano un contingente di 3.000 militari professionali, non per proteggere la sicurezza di Israele, che peraltro non ha bisogno dei nostri soldati, ma per trarre dalla spartizione del Libano e, più avanti, dell’area mediorientale il maggior bottino ricavabile. E altrettanto dicasi per Francia Germania e Spagna che, assieme all’Italia, hanno aspettato che Israele terminasse il lavoro demolitore, per poi scendere in campo e partecipare ai frutti delle distruzioni. Quindi la divisione scellerata del Medio Oriente ha come sua conseguenza ineluttabile l’aumento della conflittualità e della vicinanza dello scontro armato intereuropeo.

Infine, come espressione complessiva di queste tre direzioni, a breve avremo la ripresa delle operazioni belliche da parte di Israele che, comunque, non ha smesso mai di colpire dopo la cessazione delle ostilità; e, in prospettiva, lo scontro interimperialistico che si fa sempre più ravvicinato.

 

Nazionalismo e proletariato

 

Da quando Israele ha trasformato la guerra permanente di ingrandimento-consolidamento statuale ai danni dei palestinesi e dei vicini in guerra di accaparramento di nuovi territori e risorse (petrolio, acqua, forza-lavoro a buon mercato) si sono andati formando nell’area di predominio israeliano nuovi movimenti nazionalisti radicali a sfondo confessionale. Questo è il caso del partito di dio in Libano e di Hamas nella striscia di Gaza. Più in generale, con riferimento al Medio Oriente, si può rilevare che con lo screditamento crescente dei regimi arabi moderati sono andate emergendo nuove formazioni nazionaliste sotto forma di fondamentalismo islamico. Attualmente il movimento nazionalista sciita sta fomentando un fronte anti-occidentale dall’Iraq al Libano. Tutte queste forme di nazionalismo anti-imperialista, confessionale o laico, fanno leva sulle masse lavoratrici con l’unico scopo di legarle al loro carro. Esse non solo non riconoscono gli interessi e l’autonomia del proletariato, ma sono anche pronte ad allearsi con i propri soggiogatori imperialisti per combattere le organizzazioni comuniste (Hezbollah si è alleato alle cricche filo-israeliane per attaccare i comunisti libanesi, che sono democratici e si ispirano a un modello di unità nazionale). Senza entrare in un’analisi specifica del nazionalismo radicale arabo, confessionale e non, dobbiamo qui dare uno sguardo ai fini operativi al rapporto tra nazionalismo radicale e proletariato. Ad illustrazione di questo rapporto ci serviamo brevemente di quattro aspetti peculiari della situazione libanese.

Primo. Hezbollah e la più vasta comunità sciita hanno accettato la risoluzione n. 1701 e hanno accolto le truppe italiane e la forza multinazionale senza porre il problema della responsabilità delle distruzioni e quella degli indennizzi a favore della massa di gente rimasta senza casa e senza lavoro. Inoltre sul mantenimento delle milizie armate essi sono propensi al loro scioglimento col contemporaneo ingresso nelle file dell’esercito. Il partito di dio ha cercato quindi di salvaguardare la propria posizione sul completo sacrificio degli interessi economici e politici dei lavoratori.

Secondo. In Libano ci sono 400.000 palestinesi sopravvissuti agli stermini israeliani che vivono ammassati in campi profughi. Nessuna borghesia, anche araba, è disposta a tollerare questi profughi tanto che essi stessi si considerano spine nella gola del mondo. Durante i bombardamenti i due campi vicino Tiro hanno rifornito di pane la città e dato copertura ai miliziani. Cessate le ostilità l’esercito libanese ha circondato i campi e ripristinato i posti di blocco. I rifugiati non possono accettare il disarmo perché ciò li esporrebbe all’arbitrio dei loro carnefici. Gli Hezbollah, ben consapevoli di questo problema, si sono dimenticati dei profughi palestinesi. E può quindi accadere di tutto contro questi irriducibili sostenitori della causa palestinese.

Terzo. Subito dopo la cessazione delle ostilità il partito di dio si è messo al lavoro per avviare la ricostruzione delle case distrutte. Ma il suo progetto di ricostruzione è un modello settoriale, sciita, che ricalca quello delle precedenti ricostruzioni, in cui la rimessa in sesto dei centri urbani e delle città è commessa agli impresari governativi, quella delle periferie e dei villaggi alle formazioni confessionali. I fondi raccolti dall’organizzazione di sostegno alla Resistenza Islamica vengono distribuiti in base al credo. Anche su questo terreno il partito di dio si muove in modo settario, riproducendo le divisioni religiose tra sunniti sciiti e cristiani. Quindi esso spinge il proletariato nelle gabbie della famiglia e della fede.

Quarto. Dal mese di agosto in avanti i pescatori hanno dato vita a una protesta ininterrotta contro il blocco delle coste, che li aveva ridotti alla fame. Hezbollah ha dato il proprio consenso alla protesta per la sua peculiarità nazionale di forma di opposizione all’embargo. Ma si è guardato bene dal dare qualsiasi sostegno, economico-materiale, a una fascia di lavoratori estremamente spossata dall’attacco israeliano. Esso persegue la Jihad difensiva patriottica, la difesa della famiglia della patria e della fede. Quindi si pone sistematicamente su un terreno di frattura e di opposizione con gli interessi proletari.

Pertanto il proletariato non deve farsi rimorchiare dal nazionalismo (confessionale o laico che sia); deve autonomizzarsi dallo stesso; isolarlo combatterlo e sottometterlo alle esigenze della lotta proletaria e comunista.

 

Disarmare i borghesi armare i proletari

 

A conclusione articoliamo le nostre indicazioni operative.

Il primo compito pratico è quello di combattere l’italo-imperialismo, di cui il governo Prodi-D’Alema-Rutelli è un’espressione attivistica e ambiziosa. Questo compito va assolto con un’azione quotidiana a difesa degli interessi proletari e una mobilitazione crescente contro il governo il potere e lo Stato, strumenti del militarismo bellico, imperniata sul potere rivoluzionario e sull’internazionalismo proletario. Il principio marxista che il nemico è a casa nostra deve essere posto sempre a guida pratica nell’agire sulle questioni militari e nei rapporti internazionali. Appellarsi all’antimilitarismo, dire no alle missioni militari, invocare il ritiro delle truppe, condannare Nato e Onu, e cose del genere, senza schierarsi e agire contro la nostra borghesia, contro il nostro sistema di potere, è pietoso e ridicolo. E, a breve, porta alla coda dell’italo-imperialismo in quanto la conflittualità interimperialistica investe in pieno l’Europa.

Il secondo compito pratico è quello di promuovere e realizzare l’armamento del proletariato; di promuovere cioè e costruire gli organismi di lotta proletari e il partito rivoluzionario e di dotarli dei mezzi occorrenti ai vari tipi di lotta. Un movimento contro la guerra, che non si collochi sul terreno della lotta rivoluzionaria, fa il solletico ai briganti imperialisti e illude e confonde la gioventù attiva che cerca la via pratica per incidere sul potere militarista e contare politicamente. Senza questo ancoraggio anche la parola d’ordine fuori le truppe straniere da ogni paese occupato ritorna falsa ipocrita e passiva.

Il terzo compito pratico, che si riconnette al dovere di solidarietà internazionale, è in modo specifico - oltre all’aiuto e alla fraternizzazione con gli operai in lotta - quello di chiarire e sottolineare ai lavoratori palestinesi e libanesi che la liberazione dal dominio di Israele è possibile solo e unicamente battendosi contro le cricche di potere locali, non concedendo nulla al nazionalismo patriottico, mirando all’unione dei lavoratori e al potere proletario. L’indipendenza e l’autodeterminazione dei palestinesi è possibile e conseguibile solo all’interno di una federazione socialista dei lavoratori arabi-israeliani.

- Lotta senza tregua all’italo-imperialismo, al governo al potere allo Stato - Guerra di classe contro tutti gli imperialismi e i loro strumenti di dominio (Nato, basi militari, Onu, ecc.) - Fuori gli eserciti stranieri dai paesi occupati - Le masse mediorientali, libanesi, palestinesi, si sollevino contro le loro cricche di potere - Contro il nazionalismo patriottico per la federazione socialista dei lavoratori arabi-israeliani - Disarmare i borghesi armare i proletari - Costruire il partito rivoluzionario - Unione internazionale dei lavoratori del mondo intero - Rovesciare il capitalismo, costruire il comunismo.

(Fine)

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SUPPLEMENTI 2006