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Ogni cataclisma naturale è un fenomeno
che segna il divenire del globo terracqueo
Ma colpisce in modo diseguale come diseguale è lo sviluppo delle società: di più i poveri meno i ricchi

Lo "tsunami" ha fatto parlare tutto il mondo non per la catastrofe che ha sconvolto la vita di milioni di proletari e contadini dell’Oceano Indiano e del Sud Est asiatico ma per le centinaia di vittime del "turismo esotico".
È illusorio mistificante e senza via di sbocco rivendicare una redistribuzione mondiale di ricchezza tra ricchi e poveri. I paesi creditori non rinunceranno mai ai loro crediti nei confronti dei paesi debitori.
Battersi ovunque per spodestare gli sfruttatori e i parassiti e per costruire una società di liberi e eguali.
La nostra piena solidarietà a tutti i lavoratori colpiti dal maremoto nello spirito dell’internazionalismo proletario.

 

Il 26 dicembre 2004 alle ore otto (ora locale) un potente terremoto-maremoto si sprigiona nel golfo del Bengala (Indonesia, Malaysia, Thailandia, Birmania, Bangladesh, Sri Lanka, India, Maldive) e travolge le coste di otto paesi asiatici (quelli prima elencati) e di quattro paesi africani (Somalia, Kenya, Tanzania, Seychelles). Si contano trecentomila morti circa, il doppio di feriti, cinque milioni di sfollati (1). È uno dei più potenti terremoti di cui si ha memoria. Il sisma ha raggiunto i 9 gradi della scala Richter (2). L’epicentro si situa a 30 Km circa dalla parte settentrionale dell’isola di Sumatra nella provincia di Aceh. Il terremoto si è prodotto nella faglia della crosta terrestre, che si estende per mille Km a Nord di Sumatra, in seguito all’urto tra la placca indiana e la placca birmano-cinese punta estrema della grande placca euro-asiatica. I terremoti si producono perché si scontrano le fratture o placche della crosta terrestre e sono scontri tra placche. Secondo le ipotesi degli esperti il terremoto sarebbe stato determinato dal movimento verticale dei due lembi della frattura: un lembo è andato verso l’alto, l’altro verso il basso determinando lo scontro e quindi il terremoto.

 

L’onda anomala, lo "tsunami"

 

Il terremoto ha fatto tremare la parte settentrionale dell’isola di Sumatra ed è stato avvertito in lontananza in tutto l’oceano indiano. Ma la sua potenza devastante non è stata espressa dalla scossa tellurica bensì dal maremoto. La scossa ha risucchiato un’immensa massa d’acqua, che ha fatto ritirare il mare dalle coste di alcune decine di metri; e poi l’ha fatta schizzare in alto, creando un’onda gigantesca di 15-20 metri di fronte, all’inizio forse il doppio, che, a cerchi concentrici, si è abbattuta su tutti i paesi rivieraschi del golfo del Bengala raggiungendo persino le coste africane. Questa gigantesca onda, detta onda anomala, è lo tsunami: il terremoto-maremoto asiatico. L’onda gigantesca ha travolto e spazzato via al suo passaggio interi villaggi e paesi rivieraschi trascinando case baracche barche strumenti di lavoro e tutte le persone presenti che non sono riuscite a scappare. La montagna d’acqua, col suo flusso e riflusso e i suoi vortici, non ha lasciato scampo alla massa di gente che vive sulle coste del golfo, occupandosi di pesca di piccole attività produttive e commerciali di turismo. I paesi più devastati sono quelli delle coste indonesiane dello Sri Lanka dell’India della Thailandia, ove maggiore è stata la forza d’urto dello tsunami. Le isole Andamane e Nicobare, al centro dell’arcipelago indonesiano-birmano di oltre 500 isole, considerate la bellezza assoluta sono state prima squassate dal terremoto e dopo sommerse dall’onda. Le località più rinomate del turismo esotico (Khao Lak, Phuket, in Thailandia) sono rimaste distrutte e coperte di cadaveri. Lo tsunami ha trascinato tutti, locali e turisti, nella sua furia travolgitrice; ma non si deve scambiare la causa con gli effetti, né confondere le differenze sociali e le diversità economiche tra paesi ricchi e paesi poveri.

 

La "povertà" non permette sistemi di allarme
mentre "i ricchi" che li hanno se li tengono per sé

 

I paesi dell’oceano indiano non dispongono di un sistema allarme sullo tsunami. Un sistema allarme è congegnato su sensori montati su boe che rilevano i tremori del fondale marino e li trasmettono a riva. Ed ha un costo che questi paesi fino ad oggi non si sono sentiti di affrontare. Un sistema di rilevamento adeguato avrebbe permesso di individuare il terremoto in un quarto d’ora e di avvisare nello stesso tempo i paesi rivieraschi. L’onda anomala per raggiungere Sumatra ha impiegato un’ora, un’ora e mezza per Sri Lanka e India, otto ore per le coste africane. Se ci fosse stato un sistema di rilevazione e allerta, come quelli di cui dispongono Giappone e Stati Uniti, si sarebbero potute evitare tante perdite di vite umane e tante altre conseguenze disastrose. Quindi le conseguenze disastrose che si sono verificate non sono l’effetto ineluttabile dell’onda anomala, ma l’effetto di cause di ordine politico e sociale.

Almeno tre stazioni di monitoraggio statunitensi hanno rilevato il terremoto in un quarto d’ora, ma nessuna ha lanciato l’allarme o ha fornito notizie utili ai paesi interessati. Fatto sta che nella base militare americana dell’isola di Diego Garcia, non molto lontana dalle Maldive, non si sono registrati né morti né feriti, né gravi distruzioni agli impianti. Neppure dalle stazioni giapponesi sono arrivati segnali e/o allarmi. Quindi gli Stati dominanti, che dispongono di sistemi adeguati di rilevamento dello tsunami, usano questi sistemi non solo nel loro egoistico interesse ma anche per controllare le disgrazie altrui.

 

Il dramma di Aceh

 

La zona più devastata dal terremoto-maremoto è quella della provincia di Aceh nella zona settentrionale dell’isola di Sumatra. Questa provincia conta 4 dei 210 milioni di abitanti che popolano l’Indonesia. Solo nella città di Aceh il terremoto sottomarino e lo tsunami hanno fatto 100.000 morti; 40.000 nella cittadina di Meulaboch. Aceh è nota come la provincia separatista in guerra contro il governo di Giakarta per la sua indipendenza. Nell’area opera il Movimento Aceh Libera (GAM) il quale ha proclamato il cessate il fuoco unilaterale per soccorrere la popolazione e per consentire i soccorsi esterni alla popolazione. Il GAM conta circa 5.000 guerriglieri che tengono testa a un esercito di 30.000 militari inviati nel maggio 2003 dal governo per reprimere il movimento separatista. Anche i guerriglieri Tamil nello Sri Lanka hanno cessato le ostilità e offerto la collaborazione al governo di Colombo per soccorrere la popolazione. Ma, mentre nello Sri Lanka si sono rimossi gli sbarramenti e le linee di fronte per permettere i soccorsi, ad Aceh gli aiuti sono arrivati con gli eserciti e gestiti dai militari. Ad Aceh sono arrivate prima le truppe di Stati Uniti, Australia, Giappone, Cina, India, che si sono affiancate a quelle governative e che hanno istituito un cordone controrivoluzionario attorno all’area di guerriglia e all’isola di Sumatra. Notevole la presenza giapponese con tre navi da guerra ed elicotteri; mentre quella di truppe cinesi e indiane marca il ruolo di potenze asiatiche che Cina e India intendono svolgere. Quindi ad Aceh gli aiuti alla popolazione si stanno svolgendo come un momento di prosecuzione della repressione centralista contro il movimento separatista.

 

La solidarietà ipocrita dei paesi imperialistici

 

Lo tsunami ha avuto effetto planetario in quanto ha fatto diverse centinaia di vittime bianche, di turisti provenienti dai paesi ricchi. Non c’è un paese imperialistico, atlantico o asiatico, che non abbia avuto decine di morti e centinaia di dispersi (3). Il fatto che nessuno Stato imperialistico sia stato risparmiato dai lutti ha spinto i governi di questi Stati a mettersi in gara per esternare la propria solidarietà di facciata. Dopo avere inviato le truppe, la protezione civile italiana è stata la prima ad arrivare a Phuket, ogni governo ha fatto promesse di aiuti in denaro. Bush ha promesso un aiuto, dopo una prima miserabile offerta, di 3 miliardi di dollari. Gli europei si sono appellati alla generosità del popolo. Roma sta facendo leva sul contributo di un euro da ogni possessore di cellulare. Insomma è in atto una campagna ipocrita di chiacchierato sostegno a favore dei paesi devastati basata sulla sensibilità della gente.

I soldi promessi o raccolti, non si sa poi a chi verranno dati e come verranno spesi, sono ben misera cosa rispetto alla massa di interessi che i paesi colpiti pagano ai loro soccorritori. Solo cinque di questi paesi hanno un debito di 300 miliardi di dollari e ogni anno pagano 30 miliardi di interessi. Per fare respirare questi paesi non c’è bisogno di collette popolari, è sufficiente annullare il debito o quantomeno gli interessi. Ma né Washington, né Londra, né Parigi Berlino Roma né Tokyo, rinunceranno mai ai loro crediti o anche agli interessi. Per cui la solidarietà ostentata dagli usurai è vuota e ingannevole.

 

La stretta rassomiglianza sociale
tra il maremoto asiatico e il maremoto di Messina

 

Sul piano politico-sociale lo tsunami ridisegna le stesse linee tracciate dal terremoto del 28 dicembre 1908 che distrusse Messina e Reggio Calabria. Allora la magnitudo del sisma fu del 7,2 inferiore a quella asiatica, ma lo stretto accentuò la forza devastante del maremoto. Perirono 150.000 persone. Il governo Giolitti e la Casa Savoia rimasero inerti per più di 12 ore, provando fastidio per i telegrammi di aiuto dei sindaci dei paesi distrutti. I primi soccorsi furono portati dai marinai russi della flotta del Baltico e poi dagli inglesi che organizzarono l’assistenza medica. La prima mossa del governo fu quella di proclamare lo stato di assedio e di giustificarlo chiamando sciacalli, come a Kao Lac o a Phuket, i sopravvissuti alla ricerca di acqua cibo vestiario medicine. La marina rimase bloccata all’ancora senza potere intervenire perché non aveva le scialuppe. Il maremoto dello stretto, come questo asiatico, fu un terremoto dei poveri; un cataclisma naturale che colpisce la parte povera della popolazione, che resta a lungo priva di soccorsi. Si ha quindi la conferma storica che a pagare i costi umani e sociali di ogni evento naturale sono sempre e indistintamente nella società capitalistica i lavoratori e le masse popolari.

 

Cosa insegna lo "tsunami"

 

In ogni società divisa in classi, in un mondo diviso in ricchi e poveri, qualunque cataclisma naturale ha effetti sociali. È un evento che si scarica sui lavoratori e sui poveri. Lo tsunami, per la vastità dei suoi effetti che hanno investito ben dodici paesi di due continenti - prescindendo dalla nazionalità dei morti che riguarda trentatre paesi -, illumina in modo assoluto sul piano locale e su quello internazionale questa tesi o verità. I poteri locali e le macchine belliche delle superpotenze e delle potenze dell’area si sono mossi, ciascuno o ciascuna per i propri interessi, ma tutti per assicurare l’ordine sociale; per impedire cioè che gli affamati e gli sbandati, che la massa del popolo, che i poveri si sollevassero contro le autorità e compissero atti di appropriazione e di distribuzione dei beni. Non è casuale che la protezione civile italiana sia piombata nello Sri Lanka paese travagliato da un conflitto nazionale che si protrae da diversi decenni.

Certo questo tsunami potrà aiutare la sismologia a capire di più come è fatta la terra, il suo nucleo la sua crosta le barriere coralline il fenomeno subduzione (4) ecc., fermo restando che la scienza accademica sa ben poco del pianeta. Ma ciò che esso insegna ai lavoratori asiatici africani e del mondo intero è che, senza l’organizzazione permanente di classe - sindacale e politica -, non solo sarà impossibile rovesciare la società delle catastrofi crescenti, resta anche impossibile proteggersi dai suoi effetti anti-sociali quotidiani da qualunque causa generati. Pertanto, nell’immensa desolazione che ha colpito le popolazioni del golfo del Bengala, esprimiamo ai lavoratori dell’area la nostra commossa solidarietà ed il fraterno invito a costruirsi il sindacato di classe e il partito rivoluzionario.

 

(1) In base ai dati ufficiali, forniti dalle autorità locali, i morti accertati fino al 23 gennaio 2005 sono, paese per paese, in ordine di grandezza, i seguenti: 1) Indonesia 166.000; 2) Sri Lanka 30.880; 3) India 8.800, 3bis) Isole Andamane (India) 1.894; 4) Thailandia 5.300; 5) Somalia 300; 6) Myanmar (Birmania) 90; 7) Maldive 82; 8) Malaysia 68; 9) Tanzania 10; 10) Bangladesh 2; 11) Kenya 1; 12) Seychelles 1.

(2) I sismografi del centro di geodesia spaziale di Matera hanno registrato uno spostamento dell’asse terrestre, da est verso ovest, di circa due millesimi di secondo d’arco, pari a 5-6 centimetri. Sumatra, secondo alcuni osservatori si sarebbe spostata di 30 metri in direzione sud-ovest. La pressione avrebbe anche fatto alzare l’Himalaya. Non ci sono tuttavia conseguenze visibili per la terra la vita e l’attività produttiva a parte l’ecosistema corallino.

(3) Al 3 gennaio 2005 il quadro è questo: 1) Germania 60 morti e 1.000 dispersi; 2) Svezia 52 m. e 827 d.; 3) Gran Bretagna 40 m. 159 d.; 4) Francia 22 m. 100 d.; 5) Giappone 21 m. 100 d.; 6) Norvegia 16 m. 150 d.; 7) Stati Uniti 15 m. 5.000 d.; 8) Finlandia 15 m. 186 d.; 9) Australia 13 m. 78 d.; 10) Corea del Sud 11 m. 10 d.; 11) Singapore 7 m. 18 d.; 12) Danimarca 7 m. 69 d.; 13) Austria 7 m. 9 d.; 14) Belgio 6 m. 99 d.; 15) Hong Kong 8 m. 42 d.; 16) Olanda 6 m. 30 d.; 17) Canada 5 m. 150 d.; 18) Filippine 3 m. 20 d.; 19) Israele 4 m. 3 d.; 20) Italia 20 m. e 190 d. (secondo i dati aggiornati fino al 23 gennaio).

(4) La "subduzione" è lo scivolamento di una placca sotto l’altra. Ed è di tipo regolare quando il rilascio continuo di energia non produce scosse; di tipo irregolare quando il rilascio di energia si produce mediante terremoti il che avviene ogni 100-400 anni. Il terremoto sottomarino di Sumatra indica che la subduzione è irregolare.

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