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La distruzione di Falluja

grida vendetta

La furia devastante dei marines superiore a ogni nefandezza coloniale. Guerra senza quartiere agli aggressori. Onore ai guerriglieri caduti. Fuori le truppe italiane dall’Iraq.
Fronte unito dei lavoratori per abbattere le macchine belliche e le cricche di guerrafondai.

 

L’operazione finale di distruzione di Falluja, epicentro della rivolta sunnita, inizia il 14 ottobre. L’esercito americano incomincia ad ammassare truppe e stringe la città in un cerchio invalicabile. La distruzione di Falluja rientra nella strategia terrificante del Pentagono. E tatticamente viene considerata irrinviabile anche dal fantoccio governo provvisorio in quanto, dopo la tregua raggiunta col sud sciita, sono impensabili le programmate elezioni di gennaio senza radere al suolo il centro più combattivo di resistenza e di guerra civile. Bush aspetta solo la chiusura dei seggi elettorali per dare il via alla carneficina. Allawi, che non ha questa esigenza elettorale, minaccia quotidianamente i 300.000 abitanti che se non verrà consegnato Zarkawi la città verrà messa a ferro e fuoco. Chi può fuggire lascia la città. Chi non ha dove andare resta.

Nella città ci sono alcune migliaia di guerriglieri decisi a resistere fino all’ultima goccia di sangue. Il 30 ottobre un gruppo di guerriglieri ingaggia nella zona est un improvviso combattimento contro un convoglio di marines e gli infligge forti perdite (8 morti e 9 feriti). Il luogo dello scontro viene martellato dall’aviazione e dall’artiglieria. Il 2 novembre, nel giorno delle elezioni americane, la resistenza irachena mette in atto il più grosso attentato, dall’occupazione, contro gli impianti petroliferi. A Kirkuk vengono fatti saltare tre oleodotti da cui scorreva un sesto del greggio. La resistenza intensifica gli assalti ai commissariati di polizia in tutta l’area settentrionale.

 

"Furia Spettrale"

 

Il 7 novembre Allawi decreta lo stato di emergenza per due mesi in tutto il paese tranne nella regione curda. L’attacco a Falluja, allusivamente chiamato dal comando americano "Phantom Fury" ("furia spettrale") e dal ministro della difesa irachena (Hazem Salaan) "operazione alba", scatta subito dopo. L’obbiettivo dichiarato è di eliminare tutti i combattenti definiti terroristi e topi. Partecipano al massacro 10-12.000 marines e 2-3.000 agenti iracheni e paschemerga curdi. Prima di scatenare furia spettrale il col. Garz Brandl si raccomanda a Dio e incita i marines a distruggere Satana. Al calare della sera i carri armati, appoggiati dagli aerei, sfondano con un diluvio di fuoco la zona nord della città. E la mattina dell’8, dopo avere annichilito tutto ciò che si muove, prendono il controllo dei due ponti sull’Eufrate e dell’ospedale. Poi si impadroniscono della stazione ferroviaria. Nell’attacco vengono impiegate le micidiali bombe Idam-Er di mille Kg a guida satellitare, fabbricate da Alenia Marconi Systems, in grado di demolire interi quartieri. L’avanzata degli sterminatori verso il centro della città procede attraverso un volume di fuoco terrificante. I resistenti o i sospettati tali vengono trucidati bestialmente. Furia spettrale è una distruzione apocalittica, basata sulla strapotenza tecnologica militare, per un’esecuzione di massa ("rastrellamento cerca e distruggi casa per casa" nel gergo militare).

 

I combattenti affrontano il fuoco

 

I guerriglieri sanno di essere in una trappola mortale e si lanciano in scontri ravvicinati facendo valere il proprio coraggio e la propria abnegazione. Per vari giorni essi tengono testa alla macchina distruttiva dei massacratori. E il 12 abbattono con le armi leggere persino un elicottero, un Black Hawk, ferendo i tre membri dell’equipaggio. Nel quartiere di Tolan, ove gli scontri sono più intensi, essi contrattaccano da più punti e poi si disperdono. Prima di perire danno uno schiaffo all’esercito più potente del mondo.

L’aviazione mette sottosopra la città, demolendo le gallerie sotterranee con le bombe speciali da 225 Kg. I centomila abitanti circa rimasti interrati nelle proprie case sono senza elettricità, senza acqua, senza viveri e senza medicine. Nelle strade e tra i cumuli di macerie il puzzo di cadaveri (di civili, di donne e di bambini) è insopportabile. I cani e i gatti divorano morti e feriti. La città delle 22 moschee è un ammasso spettrale.

Dopo cinque giorni di fuoco e di scontri il maggiore Clark Watson dichiara che l’80% della città è sotto il controllo americano e che ci vorranno 72 ore per sterminare la resistenza.

 

Nell’ottavo giorno ancora si combatte

 

Nella città ridotta a un cumulo di macerie i guerriglieri tengono duro anche nell’ottavo giorno di furia spettrale. Ci sono zone in cui i marines non hanno alcun controllo e in cui gli scontri sono intensi. I massacratori non possono terminare il loro lavoro nei loro tempi. C’è anche il tempo della resistenza.

Da un primo bilancio, tracciabile coi dati approssimativi di cui possiamo disporre, emerge che furia spettrale ha causato fino a oggi 15 novembre: a) la distruzione di Falluja con una infinità di civili ammazzati (più avanti si potrà stabilire il numero effettivo dei morti e dei feriti); b) più di 1.000 guerriglieri uccisi e circa 400 arrestati; c) circa 25 marines uccisi e 500 feriti. È un massacro terrorizzante diretto non solo a schiacciare la guerriglia, ma anche a impietrire il mondo: paesi oppressi, Stati indipendenti, piccole e medie potenze.

Falluja è un simbolo della ferocia moderna dei conquistatori imperialistici e della resistenza indomabile degli oppressi. I conquistatori, che contano sulla ferocia devastatrice per impaurire il mondo, alla lunga dovranno pagare tutti i loro crimini. Il massacro operato dai marines e la fiera resistenza opposta dagli assediati stanno infiammando tutte le componenti del movimento di lotta iracheno contro gli occupanti e i collaborazionisti. E tutto l’Iraq del Nord, da Baghdad a Mossul, è ora in stato di rivolta.

Concludiamo, denunciando e condannando il contributo fornito dalle nostre truppe di occupazione all’operazione furia spettrale e l’impegno dichiarato dal nostro ministro della difesa che l’Italia resterà in Iraq anche dopo il voto.

SUPPLEMENTI 2004

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