La rivolta sciita radicale che divampa, da più di due mesi, nei centri del Sud (Najaf, Kerbala, Kufa) e nel quartiere di Sadr City (nel comunicato del 6 aprile Al Sadr incita gli sciiti a passare dalle inutili manifestazioni alla lotta contro il nemico) allarga e accelera la resistenza popolare contro gli occupanti. E ogni giorno si fanno più pesanti per gli usurpatori i costi umani delloccupazione. La cricca Bush cerca di allentare la morsa della guerriglia e di evitare gravi contraccolpi interni fino alle elezioni di novembre tentando di coinvolgere le potenze imperialistiche prima escluse. Verso il 22 maggio il governo inglese fa circolare a Londra un documento segreto in cui è scritto che i ribelli dimostrano una migliore organizzazione e che cè unampia zona di sostegno popolare alla guerriglia; e che la tattica americana si rivela perdente. Il 24 maggio la Casa Bianca chiede al Consiglio di Sicurezza dellONU di autorizzare lintervento di una forza multinazionale per normalizzare lIraq. E formula daccordo con Londra una bozza di risoluzione basata su questi quattro punti: a) formazione di un governo transitorio iracheno da insediarsi il 30 giugno in carica per sette mesi fino alle elezioni; b) autorizzazione di una forza multinazionale sotto il comando USA; c) ruolo guida dellONU nella ricostruzione dellIraq (elezioni, sviluppo civile ed economico); d) gestione delle risorse petrolifere sotto la supervisione della Commissione Internazionale esistente, vale a dire degli Stati Uniti. La svolta tattica anglo-americana lascia intatte le forze sul campo e tende a coinvolgere le altre potenze e paesi soltanto nel compito di gendarmeria: "mantenere la sicurezza e prevenire il terrorismo" sotto il comando USA.
Laumento delle rivalità interimperialistiche
Queste le posizioni dei componenti del Consiglio di Sicurezza: la Francia chiede modifiche sulla gestione del petrolio e sul comando delle truppe; la Germania rileva che la bozza è una base su cui cercare un consenso, come dire ci sono gli interessi tedeschi da contemperare; Russia, Spagna, Brasile, si schierano sulla posizione francese; la Cina chiede garanzie sulla sovranità dellIraq. Gli altri paesi (Pakistan, Filippine, Angola, Romania, Cile) si allineano sulla richiesta americana. La questione di chi deve disporre del petrolio e la questione di chi deve avere il comando delle truppe sono due nodi cruciali dei rapporti interimperialistici. E su questi due nodi gli anglo-americani non intendono fare alcuna concessione. Tra laltro il comando statunitense continua a vietare a qualsiasi paese di processare i suoi militari. Quindi la svolta tattica degli americani, invece di attenuarle, intensifica le rivalità interimperialistiche; in particolare le rivalità tra Stati Uniti Francia e Germania.
A questultimo riguardo non si deve dimenticare che loccupazione dellIraq ha scontato la fine dellatlantismo e che essa ha costituito e costituisce unoperazione di indebolimento delle due maggiori potenze europee che in Iraq hanno interessi diretti. Pertanto pensare che questa svolta porti alla ripresa dei rapporti transatlantici nel dominio del medio-oriente e del centro-asiatico significa non vedere che lespansionismo anglo-americano in questarea avviene in conflitto con le potenze europee; anche con quelle che vi partecipano, come lItalia, in posizione di appoggio; e che ONU e Nato non possono svolgervi alcun ruolo effettivo tranne accelerare la propria dissoluzione formale.
La resistenza mette in crisi il colosso
I generali statunitensi sapevano che per controllare un paese come lIraq occorreva una forza di occupazione di 500.000 militari. E sanno che coi lo 150.000 soldati, a parte le milizie private, non possono che mantenere il controllo delle vie di comunicazione principali dei porti pozzi e della capitale. Essi contavano e contano sulla strategia della divisione e sullutilizzo delle forze locali. Entrambe le due strategie sono però fallite. È fallita la prima in quanto la resistenza contro gli occupanti ha assunto, al di là di ogni distinzione etnica, il suo carattere nazionale, lampiezza e lorizzonte minimo inevitabile dato che la realtà sociale irachena è rappresentata in maggioranza da proletari. E ciò ha appannato e appanna i piani di controllo dellaggressore. È fallita la seconda in quanto, fermi restando i disegni del Pentagono di impedire che la nuova polizia e il nuovo esercito iracheni giuochino un ruolo di potenza regionale, lutilizzo delle forze locali si è trasformato in una micidiale guerra civile tra queste forze e la guerriglia. Lo sviluppo della resistenza, col suo "integralismo" "fanatismo" "martirologio", aspetti tipici di ogni lotta nazionale contro i portatori di una guerra di conquista, sta mettendo a dura prova lesercito mercenario più potente e più dotato, sul piano della tecnologia militare, della storia.
Lo stillicidio di morti e feriti sta demoralizzando, prima di tutti, i soldati stessi. I marines vivono nella paura quotidiana dellattentato e respirano lostilità di massa che cresce nei loro confronti. Il fatto che in ogni momento essi sparano sulla folla distruggono quartieri e moschee e che compiano le operazioni più rivoltanti di brutalità (operazioni che solo lespansionismo israeliano riesce a gestire con la sua ideologia gesuitica della difesa della terra e delloccupazione di altra terra), questo fatto non fa diminuire la paura. Lansia di insicurezza conquista ogni giorno sempre di più i soldati americani. Le perdite tra le file dei conquistatori stanno toccando le 900 unità, cui cè da aggiungere almeno 3.000 feriti. A parte la protesta delle famiglie dei morti, che denunciano lassurdità della guerra; serpeggia il dissenso tra gli ufficiali impegnati sul campo, i quali trovano sempre più difficoltà nellottenere i rincalzi e non vedono come si possa andare avanti. Quindi la svolta americana, oltre agli aspetti prima rilevati, è anche un segno del declino americano e dellimpotenza del forsennato aggressivismo militare posto in essere per contenerlo.
(Continua)