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I lavoratori di Melfi ratificano l'intesa
Le lezioni di 21 giorni di sciopero a oltranza.

Il modello produttivo padronale, punto avanzato del movimento operaio.

Armarsi della prospettiva comunista.

Oltre i diritti, per il potere (III)

 

[Le due puntate precedenti sono apparse sui Murali 30/4 - 15/5/04. Qui concludiamo la cronaca e la valutazione dello scontro e traiamo le lezioni che ci sembrano più utili per lo sviluppo dell'azione di classe.]

 

Le opposizioni all'accordo

 

L'accordo non è accettato dalle formazioni sindacali autonome, Slai-Cobas Alternativa Sindacale Failms-Cisal, che sin dall'inizio hanno sostenuto lo sciopero a oltranza. Esse rifiutano di firmare, riconoscendo che i risultati sono modesti e che era possibile ottenere di più. Esse riconoscono, altresì, che è stato un errore togliere il blocco e consegnare la trattativa alle segreterie sindacali, senza tuttavia criticare il fatto di avere operato nel coordinamento delle RSU insieme alla Fiom, che è il sindacato che ha frenato la rivolta e che ha riportato al tavolo delle trattative Fim-Uilm-Fismic che l'avevano contrastata apertamente. Lo stato di agitazione quindi non finisce. La sera stessa del 9 maggio una fascia di lavoratori fa sciopero. E questa situazione permane fino al referendum.

Le critiche dei delegati di base all'accordo si possono riassumere in questi rilievi: a) i lavoratori avevano battuto la Fiat e dovevano ottenere quanto avevano richiesto; comunque molto di più di quanto previsto dall'accordo; b) sulla turnazione e i ritmi, a parte la modifica della doppia battuta, i tempi sono scanditi dal Tmc2; c) la parificazione salariale ci sarà nel 2006 ma solo per le maggiorazioni; d) sui provvedimenti disciplinari si mantiene la logica punitiva di fabbrica caserma attribuendo alla commissione, peraltro di estrazione sindacal-padronale e quindi ostile all'operaio, soltanto il riesame di casi individuali. Queste critiche sono elementari e pienamente condivisibili. E, tuttavia, al rientro delle delegazioni in fabbrica non trovano gambe per ripartire e realizzarsi.

 

A trattare debbono essere gli operai in lotta non le segreterie sindacali

 

Quando si smonta l'assetto di uno scontro come questo è molto difficile, se non impossibile, ricostituire lo schieramento di forza vincente. E la maggioranza dei lavoratori non si è sentita di spingersi oltre, ritenendosi soddisfatta dei risultati raggiunti. Il referendum del 17 maggio, che merita un'infinità di critiche per le manipolazioni sindacali, suggella questa situazione. Su 4.831 votanti, 3.283 risultano favorevoli, 965 contrari. Con questo esito si chiude, dopo 21 giorni di sollevazione, la rivolta operaia di Melfi. Bisogna aggiungere a completamento che una pre-intesa analoga è stata approvata nei giorni successivi dai 3.200 lavoratori dell'indotto. Da questo scontro quali insegnamenti possiamo trarre? Sul piano operativo e dello sviluppo di classe del movimento operaio possiamo rilevare almeno i seguenti.

1º) Prescindendo dalla parzialità e contingenza dei risultati (restano sul tappeto la questione salariale, l'organizzazione del lavoro - ritmi, orari, turni -, i rapporti di fabbrica), il primo insegnamento da trarre è che i lavoratori di Melfi, con la loro risolutezza di lotta e con la loro passione, hanno costretto i: gruppo Fiat a cedere, a trattare, e a riconoscere ciò che esso non avrebbe mai concesso. Questa carica, individuale e collettiva, che rinnova e sviluppa le qualità espresse dai lavoratori di Termini Imerese, è stata la vera arma vincente.

2º) Questa carica non è venuta fuori dal nulla. È il risultato di un decennio di azioni individuali e di malcontento accumulato contro produttivismo, bassi salari, disciplinarismo. Essa è esplosa in forma di rivolta perché nessun operaio ne poteva più delle condizioni di supersfruttamento. La lotta, che ne è venuta fuori, non è una semplice lotta difensiva; è una sollevazione contro lo schiavismo tecnologico per la dignità operaia; una manifestazione tipica dell'attuale fase (fase d'autunno).

3º) I protagonisti di questa sollevazione sono stati i giovani 25-30enni e la leva dei 30-35enni. Si deve alla risolutezza, all'entusiasmo di queste fasce di lavoratori, che hanno impresso alle 21 giornate di mobilitazione la continuità necessaria, il peso determinante del successo. Esse hanno dato avvio alla sollevazione; hanno sorretto i presidi; hanno sostenuto le forme più radicali di lotta. Questa sollevazione delle nuove generazioni operaie è l'espressione di una contrapposizione crescente dei lavoratori alla fabbrica flessibile, di cui la Sata è stata un prototipo, il cui effetto di precarizzazione permanente della forza-lavoro è sotto gli occhi di tutti.

 

Non si può mai smobilitare prima di avere concluso la lotta

 

4º) Lo strumento decisivo del successo sta nelle forme di lotta praticate: nei blocchi dei cancelli e degli ingressi e nello sciopero ad oltranza. Lo sciopero improvviso degli autoferrotranvieri (dicembre 2003 - gennaio 2004) aveva posto sul tappeto sia per gli autoferrotranvieri stessi che per tutti gli altri lavoratori la duplice esigenza, da un lato, di praticare metodi di lotta adeguati, dall'altro, di darsi un'organizzazione di classe autentica. I lavoratori di Melfi hanno soddisfatto la prima esigenza: dapprima attuando i blocchi; successivamente, dopo averli inconseguentemente rimossi, proseguendo lo sciopero ad oltranza ed utilizzando l'assemblea permanente come intralcio indiretto alla ripresa del ciclo produttivo (anche se dal 4 maggio questo ha ripreso, sia pure in minima parte, a riavviarsi). I blocchi hanno poi trasformato la rigidità del modello di produzione, da trappola per i lavoratori di Melfi, in discontinuità e frattura per le aziende del gruppo Fiat.

5º) L'altra esigenza resta da soddisfare. La sollevazione, come ogni scontro ampio e profondo, ha messo a nudo l'intero sistema di potere (padroni, apparati di forza dello Stato, magistrati, burocrati sindacali, ecc.), delimitando chi sta con i lavoratori, chi è contro e chi sta a mezza strada. Fosse stato per le Confederazioni sindacali e per i sindacati di categoria le cose sarebbero rimaste invariate chissà per quanto tempo ancora. La stessa Fiom, che si è aggregata al coordinamento delle RSU, nei momenti cruciali dello scontro ha agito da freno e da struttura subalterna al potere. È quindi necessario e urgente che i lavoratori si diano una propria organizzazione di massa, un sindacato di classe, che funga da scudo e da spada nel perseguimento dei loro interessi collettivi. È questo l'insegnamento principale da ricavare, la lezione da mettere in pratica con la massima fermezza e lungimiranza.

6º) La rivolta di Melfi ha trasformato i lavoratori lucani in un avamposto del movimento operaio. Questo avamposto può andare avanti come può tornare indietro. Gli sviluppisti del campo sindacale (in particolare della Fiom) sognano di utilizzare questo punto avanzato come nuova risorsa per arginare il declino industriale e per risolvere la questione meridionale. Spinto o portato in questa direzione il punto avanzato procederà all'indietro e si trasformerà in un punto arretrato. Contrariamente a quanto fantasticano gli sviluppisti, la questione meridionale non è una questione di arretratezza, bensì di avanzato sfruttamento del Sud; mentre il cosiddetto declino industriale non deriva da mancanze di innovazioni ma dalla crisi generale del sistema. Tanto importa che questi due problemi possono avere una soluzione possibile solo e soltanto nel quadro di una lotta rivoluzionaria a questo sistema. Pertanto l'unica direzione in cui può avanzare l'avamposto è quest'ultima. Dunque i lavoratori di Melfi, per continuare ad avere il riconoscimento che si sono meritati, debbono unirsi alle forze più avanzate e cimentarsi nella più radicale e risolutiva lotta per il potere.

(Fine)

SUPPLEMENTI 2004

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