assumere come
prospettiva la conquista del potere, per incidere e contare nello
scontro sociale.
Considerazioni sullo sciopero generale del 16 aprile.
Formuliamo le nostre valutazioni sullo sciopero generale e diamo le nostre indicazioni procedendo per punti.
1º) Lo sciopero generale segna un momento di estensione quantitativa e qualitativa del movimento operaio. Esso ha coinvolto la massa dei lavoratori: oltre i due terzi degli occupati. Alle numerose manifestazioni svoltesi nei capoluoghi regionali hanno partecipato milioni di scioperanti. Se si tiene conto che i dipendenti delle aziende con più di 50 addetti assommano a quattro milioni e mezzo si capisce ancora meglio che la giornata di mobilitazione ha raggiunto dimensioni vastissime. A Palermo, Napoli, Roma, Ancona, Firenze, Bologna, Milano, ecc., ai cortei promossi dal sindacalismo istituzionale si sono alternati quelli organizzati dal sindacalismo di base, in cui sono praticamente confluiti gli svariati gruppi operai di opposizione o anti-confederali. Lo sciopero indica, benché limitatamente al piano rivendicativo, la crescita della demarcazione nel movimento operaio tra componente democratica componente opposizionale componente anticapitalistica.
2º) L'estensione della protesta operaia fa emergere in modo sempre più netto la volontà generalizzata di lotta della classe operaia e la potenza deflagrante sul piano economico e sociale delle sue mobilitazioni di massa. Lo sciopero non rilancia le Confederazioni sindacali se non nella trattativa con governo e confindustria, che non possono procedere nell'attacco al movimento operaio e nell'americanizzazione del sindacato in rotta col sindacato stesso. Esso approfondisce il solco tra sindacato confederale e movimento operaio. D'altra parte lo sciopero non rilancia neppure il sindacalismo di base. Ne mette ancor più in evidenza i limiti democratici e professionalistici. Non è pensabile, dopo la dissoluzione del centro-sinistra e nell'approfondimento della crisi disgregativa del sistema politico, che ci sia posto per un fronte di opposizione sociale capeggiato da una sedicente sinistra alternativa col compito di dare il cambio al governo Berlusconi e alle logiche liberiste. L'unico sbocco positivo per il movimento operaio può essere garantito solo dalla lotta per il potere.
3º) Al di là delle apparenze lo sciopero accentua sia i conflitti interni al sindacalismo istituzionale (all'interno della CGIL e tra CGIL CISL e UIL) sia i conflitti all'interno della coalizione raccogliticcia di centro-destra in quanto mette a nudo i disegni anti-operai dell'uno e dell'altra. E ciò che è più importante esso incute un certo timore una dose di paura proprio ai propositori tronfi di questi disegni. Sindacalisti concertativi e liberisti e cricche di governo debbono fare i conti con la protesta operaia. Il pre-accordo per gli addetti alle pulizie F.S. siglato il 25 aprile è in qualche modo frutto di questo clima. Non è ancora chiaro il contenuto dell'intesa, definita fumosamente scheda tecnica (cioè un modo di dire una cosa per farne poi un'altra), che dovrebbe garantire i posti di lavoro e i trattamenti retributivi e normativi degli attuali occupati. Ma è certo che esso scaturisce dalla convenienza tattica, per ministri e burocrati sindacali, di spegnere la protesta e arginare la radicalizzazione della lotta.
4º) La gioventù operaia è scesa in piazza non per invocare i diritti negati, agitati dai sindacalisti, bensì per affermare la propria autonomia e opporsi alla politica di militarizzazione e di razzia del lavoro, di cui pagano le conseguenze più nefaste. La massiccia partecipazione dei giovani allo sciopero imprime alla mobilitazione un segno di radicalità ed innalza i termini dello scontro sociale. La gioventù, pur misurandosi sul terreno rivendicativo col potere del militarismo bellico, esperimenta il divario di forza esistente con questo potere; ed afferra la necessità del suo attrezzamento. La pacificità delle manifestazioni non deve confondere le idee. È un riflesso della natura sindacale delle mobilitazioni; ma non esprime un limite operativo della gioventù, che è spinta invece ad azioni sempre più decise ed estreme.
5º) Lo sciopero indica infine che lo scontro si inasprisce in quanto la vera forma di competitività possibile è, per il nostro padronato, la razzia del lavoro. L'ultimo saggio consiglio al governo dagli esperti è che "si deve continuare sulla strada della flessibilità, sulle riforme del lavoro, per consentire alle imprese italiane di crescere, senza paura dei limiti imposti dalle normative" (raccomandazione del capo-economista dell'OCSE, I. Visco, in 24 Ore 26/4/02). Per cui, anche se sulla scorciatoia della razzia del lavoro il sistema Italia è destinato ad arretrare nella competizione con i sistemi concorrenti, lo scontro sociale non può che aggravarsi. In questo quadro gli scioperi democratici senza obbiettivi di classe e prospettiva di potere non possono far breccia sul padronato e sullo Stato; e a lungo andare non possono che logorare gli scioperanti stessi.
6º) Pertanto il movimento operaio, a partire dalle sue componenti più avanzate, deve disporsi su un terreno più avanzato di lotta ed attrezzarsi per scontri più elevati ponendosi come prospettiva strategica la presa del potere. Con questa premessa e questa prospettiva indichiamo, a conclusione, i passi specifici da compiere. Primo: operare il passaggio dal sindacalismo di base al sindacalismo di classe, costruendo un sindacato classista. Secondo: passare dall'autonomia operaia all'autonomia politica partecipando all'organizzazione rivoluzionaria. Terzo: le avanguardie proletarie debbono stringere i tempi per organizzarsi nel partito.