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TESTI DI FORMAZIONE MARXISTA

"L'A.B.C. DEL COMUNISMO" (IV)

 

 

Dal Supplemento 16/2/2002 abbiamo iniziato la pubblicazione dell'A.B.C. del comunismo scritto da Bucharin e Preobrazenskij, apparso il 15/10/1919 e da cui abbiamo tolto le parti illustrative.Pubblichiamo questo testo tra quelli utili alla formazione di base in particolare per la parte concernente l'analisi generale del modo di produzione capitalistico, delle classi, del potere. Certo ci distanzia da questo testo quasi un secolo e bisognerebbe quindi aggiornarlo per mettere a punto lo sviluppo imperialistico e la sua catastroficità, la fine della Rivoluzione d'Ottobre e l'avvento dello stalinismo in Russia nel 1924-26, l'asservimento dei partiti stalinisti in tutti i paesi alla democrazia parlamentaristica dal 1926, le vicende delle minoranze rivoluzionarie, ecc.

 

Capitolo II

Lo sviluppo dell'ordinamento sociale capitalista

(Segue)

 

 

15. La dipendenza del proletariato, la riserva industriale, il lavoro delle donne e dei fanciulli

 

Sempre maggiori masse popolari si trasformano sotto il regime capitalista in operai salariati. Tutti gli artigiani, piccoli proprietari, contadini, commercianti falliti, insomma tutti coloro che sono stati rovinati dal capitale, finiscono nelle file del proletariato. A misura che le ricchezze si concentrano nelle mani di pochi capitalisti, le masse popolari si trasformano sempre più in schiere di schiavi salariati.

Dato il continuo decrescere delle classi medie, il numero degli operai esorbita i bisogni del capitale, ed incatena l'operaio al capitale. Egli è costretto a lavorare per il capitalista: in caso contrario il capitalista troverebbe cento altri al suo posto.

Questa dipendenza dal capitale viene consolidata anche in altro modo, che non sia la rovina di sempre nuovi strati sociali. Il capitale rinsalda il suo dominio sulla classe operaia mettendo sul lastrico gli operai superflui e creandosi in questo modo una riserva di mano d'opera. Come avviene questo fenomeno? Nel modo seguente: noi abbiamo visto più sopra che ogni industriale tende a ridurre il prezzo di costo dei suoi prodotti. Per tale ragione egli introduce sempre nuove macchine. Ma la macchina sostituisce generalmente l'operaio, rende superflua una parte degli operai. L'introduzione di ogni nuova macchina significa il licenziamento di una parte degli operai. Gli operai, che prima erano occupati nella fabbrica, diventano disoccupati. Ma dato che l'introduzione di nuove macchine, ora in questo ora in quel ramo d'industria, è continuo, è senz'altro chiaro che anche la disoccupazione dovrà sempre esistere nel regime capitalista. Il capitalista non si cura già di procurare a tutti del lavoro e di fornire tutti del necessario, ma si preoccupa soltanto di spremere dalla classe operaia il maggior profitto possibile. Quindi è naturale che egli getti sulla strada quegli operai che non gli danno più il profitto di una volta.

Ed infatti noi vediamo in tutti i paesi capitalistici che nelle grandi città vi è sempre un grande numero di disoccupati. Vi troviamo operai cinesi e giapponesi provenienti da classi contadine andate in rovina, giovani contadini venuti dalla campagna, artigiani e piccoli negozianti rovinati; vi troviamo però anche operai metallurgici, tipografi e tessitori che hanno lavorato per molti anni nelle fabbriche e ne sono stati licenziati per fare posto a nuove macchine. Tutti insieme formano una riserva di mano d'opera per il capitale, o, come la chiamò Carlo Marx, la riserva industriale. L'esistenza di questa riserva industriale e la continua disoccupazione permettono ai capitalisti di accentuare la dipendenza e l'oppressione della classe operaia. Mentre da una parte degli operai il capitale spreme coll'ausilio della macchina un maggiore profitto, l'altra parte si trova sul lastrico. Ma anche i disoccupati servono al capitale come sferza che incita i ritardatari. [...]

L'introduzione della macchina portò con sé anche il lavoro delle donne e dei fanciulli, che è più economico e perciò più conveniente per il capitalista. Prima dell'introduzione della macchina ogni mestiere richiedeva una lunga preparazione ed una speciale abilità. Le macchine invece possono venir spesso manovrate da un bambino; e questa è la ragione per cui dopo la invenzione della macchina il lavoro delle donne e dei fanciulli ha trovato una così larga applicazione. Oltre a ciò le donne e i fanciulli non possono opporre al capitalista una resistenza così forte come gli operai. Quelli sono più timidi, più mansueti, hanno per lo più una fede superstiziosa nell'autorità e nei preti. Perciò il fabbricante sostituisce spesso gli uomini con delle donne e costringe i fanciulli ad esaurire le loro giovani energie per il suo profitto. [...]

Queste condizioni portano con sé il dissolvimento della famiglia operaia. Dove va a finire la vita di famiglia se la madre e spesso anche il fanciullo debbono andare all'officina?

La donna che va a lavorare in fabbrica, che diventa un'operaia, è come l'uomo esposta a tutte le miserie della disoccupazione. Anche essa viene messa dal capitalista sul lastrico, anche essa entra nelle file della riserva industriale, anche essa può, come l'uomo, moralmente degenerare. Un fenomeno che sta in intima relazione con la disoccupazione dell'operaia è la prostituzione. Senza lavoro, affamata, cacciata dappertutto, essa è costretta a vendere il suo corpo; ed anche quando trova lavoro, il salario è generalmente così magro che essa deve guadagnarsi il necessario per la vita con la vendita del proprio corpo. Ed il nuovo mestiere diventa col tempo abitudine. Così si forma la categoria delle prostitute professionali. [...]

A mano a mano che nella società capitalistica vengono inventate nuove macchine più perfezionate, a mano a mano che sorgono fabbriche sempre più grandi e cresce la quantità dei prodotti, il giogo del capitale diventa sempre più pesante, la miseria della riserva e la dipendenza della classe operaia dai suoi sfruttatori sempre più grande.

Se non esistesse la proprietà privata, ma tutto fosse proprietà di tutti, il mondo avrebbe un ben diverso aspetto. Gli uomini ridurrebbero semplicemente l'orario di lavoro, risparmierebbero le loro forze e si accorderebbero maggiore libertà. Ma il capitalista che introduce una nuova macchina pensa soltanto al profitto: egli non riduce l'orario di lavoro poiché in tal caso ridurrebbe anche il suo profitto. Nel regime capitalista la macchina non libera l'uomo ma lo asserve.

Con lo sviluppo del capitalismo una parte sempre maggiore del capitale viene impiegata nell'acquisto di macchine, apparecchi, edifici, alti forni ecc., mentre per la remunerazione degli operai viene spesa una sempre più piccola parte del capitale. In altri tempi, quando si lavorava ancora a mano, la spesa per l'attrezzatura era minima, e quasi l'intero capitale veniva impiegato nella paga degli operai. Ora avviene il contrario: la maggior parte del capitale è destinata ai mezzi di produzione. Ciò significa che la richiesta di mano d'opera non aumenta nella misura in cui cresce il numero dei proletari. Quanto maggiore è lo sviluppo della tecnica nel regime capitalista, tanto più opprimente diventa il giogo del capitale per l'operaio, al quale riesce sempre più difficile trovare lavoro.

 

 

16. Anarchia della produzione, concorrenza, crisi

 

La miseria della classe operaia aumenta sempre più con lo svilupparsi della tecnica, la quale, invece di essere utile a tutta la società, sotto il capitalismo è apportatrice di maggiore guadagno ai capitalisti e di disoccupazione e rovina a molti operai. Ma questa miseria aumenta anche per altre ragioni.

Noi abbiamo visto sopra che la società capitalistica è assai male costruita. Vi domina la proprietà privata, senza alcun piano generale. Ogni intraprenditore conduce la sua azienda indipendentemente dall'altro. Egli lotta contro gli altri, sta in rapporto di "concorrenza" con essi.

Ora si presenta il quesito se questa lotta vada o no attenuandosi. Il numero dei capitalisti diventa infatti sempre più piccolo; i grandi capitalisti divorano i piccoli; prima, quando lottavano tra loro diecine di migliaia di capitalisti, la concorrenza era accanita, quindi ora che non vi sono più tanti concorrenti la lotta dovrebbe essere meno aspra. Ma la realtà è diversa, anzi contraria. Il numero dei concorrenti è infatti minore, ma ognuno di essi è diventato molto più grande e più forte di quanto fossero i suoi concorrenti di un tempo. E la loro lotta è diventata non minore ma maggiore, non più umana ma più aspra. Se nel mondo vi fossero soltanto due Stati lotterebbero l'uno contro l'altro. In ultima analisi siamo infatti arrivati a questo punto. La lotta fra i grandi gruppi capitalistici si manifesta nell'antagonismo fra i vari gruppi di Stati capitalistici, antagonismo che conduce dalla guerra commerciale alla guerra armata. La concorrenza diminuisce quindi con lo svilupparsi del capitalismo soltanto se si considera il numero dei concorrenti, ma si accentua avuto riguardo al suo accanimento e alle sue disastrose conseguenze.

Bisogna in ultimo rilevare ancora un fenomeno: le cosiddette crisi. Che cosa sono le crisi? Ecco come va la cosa. Un bel giorno risulta che alcune merci sono state prodotte in quantità troppo grandi. I prezzi diminuiscono, e tuttavia le merci non possono trovare compratori. Tutti i magazzini sono ricolmi. Molti operai sono ridotti in misere condizioni e non possono più comperare nemmeno quel poco che essi acquistavano in altri tempi. Allora comincia la miseria. Cominciano in un ramo d'industria i fallimenti; prima delle piccole e medie aziende, poi di quelle grandi. Ma una industria è dipendente dall'altra per l'acquisto delle merci: per esempio le sartorie comprano le stoffe dalle fabbriche di tessuti; queste comprano la lana da altri produttori e così via. Se le sartorie fanno fallimento, le fabbriche di tessuti non troveranno compratori per i loro prodotti ed andranno in rovina, e lo stesso avverrà per i produttori di lana. Dappertutto si chiudono le fabbriche e le officine, la disoccupazione aumenta all'estremo, le condizioni degli operai peggiorano. E con tutto ciò vi è abbondanza di merci; tutti i magazzini sono ricolmi. Questo fenomeno si verificò ripetutamente prima della guerra: l'industria fiorisce, gli affari degli industriali vanno benissimo, tutto ad un tratto fallimenti, disoccupazione, miseria; poi l'industria si riprende di nuovo e rifiorisce, per andare incontro ad una nuova crisi, e così di seguito.

Come si spiega questo paradossale fenomeno per cui gli uomini diventano mendicanti in mezzo all'abbondanza ed alle ricchezze?

La risposta a questa domanda non è tanto facile. Noi abbiamo visto già più sopra che nella società capitalista regna il caos, l'anarchia della produzione. Ogni imprenditore produce merci indipendentemente dagli altri, a proprio rischio e sotto la propria responsabilità. Con questo sistema di produzione si arriva al punto che la produzione esorbita la richiesta. Quando si producevano beni e non merci, cioè quando la produzione non era destinata per il mercato, la sovrapproduzione non poteva riuscire pericolosa. Nella produzione delle merci invece le cose sono diverse. Ogni industriale deve vendere le merci già prodotte, prima di poter acquistare altre merci per l'ulteriore produzione. Ma quando la macchina si arresta in un punto, la stasi si ripercuote subito su un'altra industria, e cos' via: scoppia una crisi generale.

Le conseguenze di queste crisi sono disastrose. Grandi quantità di merci vanno perdute. I residui della piccola industria vengono spazzati via. Anche grandi aziende non possono mantenersi in piedi e fanno fallimento.

Alcune fabbriche cessano la produzione completamente, altre riducono la produzione e gli orari, altre sospendono temporaneamente i lavori. Il numero dei disoccupati aumenta di giorno in giorno. La riserva industriale s'accresce. E nello stesso tempo aumenta la miseria e l'oppressione della classe operaia. Durante le crisi peggiorano ancora di più le già cattive condizioni della classe operaia. [...]

 

 

17. Lo sviluppo del capitalismo e la divisione in classi

 

 

L'inasprimento dei conflitti di classe. Abbiamo visto che la società capitalistica soffre di due mali fondamentali: in primo luogo essa è "anarchica" (manca di organizzazione); in secondo luogo essa consta di due società (classi) avversarie. Abbiamo visto come con lo svilupparsi del capitalismo l'anarchia della produzione, che si manifesta nella concorrenza, si accentui continuamente e conduca al disgregamento ed alla distruzione. Il processo di dissoluzione della società non diminuisce ma aumenta. Nello stesso modo si approfondisce l'abisso che divide la società in due classi. Da una parte, presso i capitalisti, si accumulano tutte le ricchezze del mondo, dall'altra parte, presso le classi oppresse, la miseria, la fame, la disperazione. La riserva industriale rappresenta la classe degli affamati, demoralizzati, abbrutiti. Ma anche quelli che lavorano restano sempre più distanziati nel loro tenore di vita dai capitalisti. La differenza fra proletariato e borghesia diventa sempre maggiore. In altri tempi esistevano numerosi piccoli e medi capitalisti, molti dei quali stavano in stretta relazione con gli operai e non vivevano molto meglio di loro. I grandi signori conducono ora una vita che in altri tempi non si sognava neppure. È vero che anche le condizioni degli operai si sono migliorate con lo sviluppo del capitalismo, e che fino al principio del secolo XX la media dei salari salì. Ma nello stesso tempo aumentò ancora più rapidamente il profitto del capitalista. Attualmente la classe operaia è lontana dal capitalista come il cielo dalla terra. E quanto più si sviluppa il capitalismo, tanto più si arricchiscono i grandi capitalisti, tanto più profondo diventa l'abisso fra questa piccola schiera di re incoronati e la grande massa di proletari asserviti.

Abbiamo detto che i salari salgono bensì, ma che il profitto aumenta molto più rapidamente e che per questa ragione l'abisso fra le due classi si approfondisce sempre più. Ma dal principio del secolo XX i salari non aumentano più, anzi diminuiscono. E nello stesso tempo i profitti hanno avuto aumenti enormi, sicché la disuguaglianza sociale è diventata negli ultimi anni particolarmente evidente.

È naturale che la crescente disuguaglianza dovrà condurre tosto o tardi al cozzo tra capitalisti ed operai. Se la disuguaglianza scomparisse e le condizioni economiche degli operai si avvicinassero a quelle dei capitalisti, potrebbe naturalmente regnare pace e fratellanza sulla terra. Ma dato il modo come stanno le cose nella società capitalistica, gli operai non possono avvicinarsi ai capitalisti ma si staccano sempre più da essi. Il che non significa altro se non che la lotta di classe fra proletariato e borghesia deve inevitabilmente accentuarsi. [...]

 

La lotta di classe si basa sugli antagonismi di interesse fra la borghesia ed il proletariato. Questi antagonismi sono altrettanto inconciliabili come quelli fra le pecore ed i lupi.

Ognuno comprenderà che al capitalista conviene di far lavorare l'operaio più che è possibile e di pagarlo il meno possibile; l'operaio invece ha l'interesse di lavorare il meno possibile e di ricevere il salario più alto possibile. È quindi chiaro che già col sorgere della classe operaia doveva iniziarsi la lotta per l'aumento del salario e la riduzione delle ore di lavoro.

Questa lotta non è stata mai interrotta né mai completamente sospesa. Ma essa non si limitò alla lotta per l'aumento di pochi centesimi. In tutti i paesi dove l'ordinamento capitalista si sviluppava, le masse operaie si persuasero della necessità di farla finita col capitalismo stesso. Gli operai cominciarono a pensare al modo come questo ordinamento odioso potesse venire sostituito con un ordinamento di lavoro giusto e fraterno. Così nacque il movimento comunista della classe operaia.

La lotta della classe operaia fu spesso accompagnata da sconfitte. Ma la società capitalista racchiude in se stessa la vittoria finale del proletariato. Per quali ragioni? Semplicemente perché lo sviluppo del capitalismo porta con sé la trasformazione delle larghe masse popolari in proletariato. La vittoria del grande capitale implica la rovina dell'artigiano, del piccolo commerciante, del contadino. Ma ogni passo dello sviluppo capitalistico aumenta il numero dei proletari. Quando la borghesia soffoca movimenti operai, essa consolida l'ordinamento sociale capitalista. Ma lo sviluppo dell'ordinamento sociale capitalista porta alla rovina milioni di piccoli proprietari e contadini, asservendoli al capitale. Ma appunto per tale via cresce il numero dei proletari, dei nemici della società capitalista. La classe operaia non diventa però soltanto numericamente più forte ma diventa anche sempre più compatta. Per quali ragioni? Appunto perché con lo svilupparsi del capitalismo cresce anche il numero delle grandi fabbriche. Ogni grande fabbrica raccoglie entro le sue mura migliaia, spesso diecine di migliaia di operai. Questi operai lavorano in stretto contatto fra di loro. Essi vedono come l'imprenditore capitalista li sfrutta. Essi vedono come ogni operaio è l'amico ed il compagno dell'altro. Uniti nel lavoro, essi imparano ad agire uniti. Essi hanno anche la possibilità di intendersi più presto. Con lo sviluppo del capitalismo cresce perciò non soltanto il numero, ma anche la compattezza della classe operaia.

Nella stessa proporzione in cui aumentano le grandi fabbriche, in cui si sviluppa il capitalismo, periscono gli artigiani e contadini, crescono rapidamente i grandi centri industriali. Infine si raccolgono sopra uno spazio relativamente piccolo, nei grandi centri, enormi masse popolari, delle quali il proletariato industriale forma la grande maggioranza. Esso vive nei sudici e malsani quartieri popolari, mentre la piccola schiera dei padroni onnipossenti abita in sfarzosi villini. Gli operai diventano sempre più numerosi e si stringono sempre più insieme.

In tali condizioni la lotta, che va sempre più inasprendosi, deve inevitabilmente finire con la vittoria della classe operaia. Tosto o tardi accade il cozzo supremo fra borghesia e proletariato; la borghesia viene spodestata, il proletariato distrugge lo Stato brigantesco ed instaura un nuovo ordinamento sociale comunista. Il capitalismo quindi nel corso del suo sviluppo conduce inevitabilmente alla rivoluzione comunista del proletariato. [...]

Dall'esame dello sviluppo dell'ordinamento sociale capitalista possiamo quindi trarre le seguenti conclusioni: il numero dei capitalisti diminuisce, ma essi diventano sempre più ricchi e potenti; il numero degli operai aumenta sempre più ed aumenta anche la loro compattezza, sebbene non nella stessa misura; la differenza fra il tenore di vita dei capitalisti e degli operai diventa sempre più stridente. Lo sviluppo del capitalismo conduce perciò inevitabilmente all'urto fra queste due classi, cioè alla rivoluzione comunista.

 

 

18. La concentrazione e la centralizzazione del capitale come condizione della realizzazione dell'ordinamento sociale comunista

 

Come abbiamo visto, il capitalismo stesso si scava la propria fossa dando origine ai suoi propri becchini, i proletari, e in proporzioni del suo sviluppo aumenta il numero e la forza dei suoi nemici mortali. Ma il capitalismo non alleva soltanto i suoi nemici, bensì prepara anche il terreno per la nuova economia comunista. In quale modo? A ciò risponderemo subito. Noi abbiamo visto precedentemente (par. 11: "Il Capitale") che il capitale si accresce sempre più, dato che il capitalista aggiunge al suo capitale una parte del plusvalore, creato dal lavoro. E l'aumento del capitale permette un allargamento della produzione. Questo aumento del capitale, questo suo accrescersi in una sola mano si chiama accumulazione e concentrazione del capitale.

Noi abbiamo pure visto (vedi 14: "La lotta fra piccola e grande azienda") che con lo svilupparsi del capitalismo rimane distrutta la piccola e media produzione. I piccoli e medi produttori vanno in rovina, senza parlare degli artigiani. La proprietà dei piccoli e medi capitalisti va per diverse vie a finire nelle tasche dei grandi briganti. Il capitale che prima era diviso tra parecchi proprietari si concentra ora nella mano, nel pugno che ha vinto nella lotta. Questo ammassamento del capitale, che era prima sparso, si chiama centralizzazione del capitale.

La concentrazione e la centralizzazione del capitale, cioè la sua accumulazione in poche mani, non è ancora concentrazione e centralizzazione della produzione. Ammettiamo che il capitalista abbia acquistato col plusvalore accumulato la piccola fabbrica del suo vicino e continui in essa la produzione come prima. Di solito avviene però che il capitalista trasforma, allarga anche la produzione, ed ingrandisce le fabbriche stesse. In tal caso non si verifica soltanto un ingrandimento del capitale, ma anche della produzione stessa. Si introduce un maggior numero di macchine, si assumono nuovi operai. Talvolta avviene che alcune dozzine di grandi fabbriche coprano il fabbisogno di merci di un intero paese. In sostanza gli operai lavorano qui per l'intera società, il lavoro è, come si suol dire, socializzato. Ma l'amministrazione ed il profitto appartengono al capitalista.

Una siffatta centralizzazione e concentrazione della produzione dà luogo ad una produzione veramente sociale soltanto dopo la rivoluzione proletaria. Se questa centralizzazione della produzione non esistesse, ed il proletariato si impadronisse del potere in un momento in cui la produzione fosse ancora sparpagliata in centinaia di migliaia di piccoli laboratori con due-tre operai, sarebbe impossibile organizzare la produzione su base sociale. Più il capitalismo si sviluppa, più la produzione si centralizza, tanto più facilmente il proletariato potrà gestirla dopo la sua vittoria finale.

 

Il capitalismo non soltanto produce i suoi propri nemici e conduce alla rivoluzione comunista, ma crea anche la base economica per la realizzazione del regime comunista.

SUPPLEMENTI 2002

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