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TESTI DI FORMAZIONE MARXISTA

«L'IMPERIALISMO E LA SCISSIONE DEL SOCIALISMO» DI V. I. LENIN (II)

Col Supplemento del 16/3/01 abbiamo completato la pubblicazione integrale de «L'Imperialismo, fase suprema del capitalismo» scritto da Lenin nel 1916, sotto forma di saggio popolare. A completamento dell'analisi politica di Lenin sul tema, pubblichiamo in due puntate l'articolo scritto dallo stesso alla fine del 1916.
Ricordiamo che dal Supplemento 16/1/1998 abbiamo iniziato la pubblicazione dei testi fondamentali del marxismo allo scopo di contribuire alla formazione di base e all'orientamento politico della gioventù. Abbiamo finora pubblicato: il «Manifesto del Partito Comunista» di Marx ed Engels; il «Sunto del 1º libro del Capitale» di Marx; parte dell'«Indirizzo» di Marx sulla Comune di Parigi del 1871; la Critica di Marx al programma di Gotha; il «Che fare?» scritto da Lenin. Chi desidera questi testi di formazione può richiederli alla redazione in Milano P.za Morselli 3.

L'IMPERIALISMO E LA SCISSIONE DEL SOCIALISMO

(SEGUE)

Il 7 dicembre 1889 Engels scrive a Sorge: «... Quel che c'è qui [in Inghilterra] di più ripugnante è 'la rispettabilità' [respectability] borghese penetrata nella carne e nel sangue degli operai. Perfino Tom Mann, ch'io considero il migliore fra di loro, ama raccontare che andrà a colazione dal lord mayor. E soltanto paragonandoli coi francesi ci si può convincere quanto sia benefica l'influenza della rivoluzione». Nella lettera del 19 aprile 1890 scrive: «Il movimento [della classe operaia in Inghilterra] marcia in avanti sotto la superficie, abbraccia strati sempre più vasti, e anzitutto fra la massa più oscura [corsivo di Engels] che finora non s'era mossa; non è ormai lontano il giorno in cui questa massa ritroverà sé stessa, in cui le sarà chiaro che appunto essa rappresenta la massa colossale in moto». Il 4 marzo 1891: «Con l'insuccesso del sindacato dei lavoratori del porto, che si è sciolto, le 'vecchie' trade unions conservatrici, ricche e appunto per ciò pusillanimi, restano sole sul campo di battaglia». Il 14 settembre 1891: al congresso delle trade unions tenutosi a Newcastle sono stati battuti i vecchi membri delle trade unions, nemici della giornata di otto ore, «ed i giornali borghesi riconoscono la sconfitta del partito operaio borghese» (il corsivo è sempre di Engels).

Che questi pensieri di Engels, ripetuti per decine d'anni, fossero espressi da lui anche pubblicamente, nella stampa, lo dimostra la sua prefazione alla seconda edizione della Situazione della classe operaia in Inghilterra (1892). Qui si parla dell'«aristocrazia della classe operaia», della «minoranza privilegiata degli operai» in contrapposizione alla «vasta massa operaia». Soltanto una «piccola minoranza privilegiata e protetta» della classe operaia otteneva «vantaggi durevoli» dalla posizione privilegiata dell'Inghilterra nel periodo dal 1848 al 1868; «la grande massa nel migliore dei casi ottenne soltanto un miglioramento transitorio». «Con il crollo del monopolio [industriale dell'Inghilterra], la classe operaia inglese perderà la sua posizione privilegiata». I membri delle «nuove» trade unions, dei sindacati degli operai non qualificati, hanno un «vantaggio incommensurabile: i loro spiriti sono ancora terreno vergine, completamente liberi dai 'rispettabili' pregiudizi borghesi tradizionali, che confondono la mente dei 'vecchi unionisti' meglio sistemati». Quelli che «in Inghilterra riuscivano fino a ieri a spacciarsi per rappresentanti degli operai» sono coloro «ai quali si perdona la loro qualità di operai perché essi stessi sarebbero ben lieti di affogarla nell'oceano del loro liberalismo».

Abbiamo riportato di proposito stralci abbastanza ampi di dichiarazioni fatte direttamente da Marx e da Engels, affinché i lettori possano studiarle nel loro complesso. È necessario studiarle, vale la pena di meditarci sopra attentamente. Poiché sta qui il nocciolo della tattica del movimento operaio che ci viene dettata dalle condizioni oggettive dell'epoca dell'imperialismo.

Kautsky anche qui ha tentato «d'intorbidare le acque» e di sostituire al marxismo l'idillica conciliazione con gli opportunisti. Nella polemica con i socialimperialisti aperti e ingenui (del genere di Lensch) , che giustificano la guerra condotta dalla Germania poiché porta alla distruzione del monopolio dell'Inghilterra, Kautsky «corregge» questa evidente falsità per mezzo di un'altra, non meno evidente. Al posto della falsità cinica ne mette una melliflua! Il monopolio industriale dell'Inghilterra è stato spezzato già da molto tempo, egli dice, è stato distrutto già da molto tempo; in esso non vi è più nulla da distruggere.

In che consiste la falsità di quest'argomento?

In primo luogo si passa sotto silenzio il monopolio coloniale dell'Inghilterra. Eppure, come abbiamo visto, fin dal 1882, 34 anni or sono, Engels l'indicò in modo del tutto chiaro! Se il monopolio industriale dell'Inghilterra è distrutto, il problema del monopolio coloniale non soltanto è rimasto, ma si è straordinariamente complicato, poiché tutta la terra è stata già divisa! Per mezzo della sua soave menzogna, Kautsky fa passare di contrabbando la meschina idea pacifistica, borghese, filistea, opportunistica secondo la quale «non vi è alcuna ragione di far guerra». Al contrario, ora i capitalisti non soltanto hanno una ragione per far la guerra, ma non possono non farla, se vogliono conservare il capitalismo, poiché senza una spartizione forzata delle colonie i nuovi paesi imperialistici non possono avere quei privilegi dei quali usufruiscono le potenze imperialistiche più vecchie (e meno forti).

In secondo luogo, perché il monopolio dell'Inghilterra spiega la vittoria (temporanea) dell'opportunismo in Inghilterra? Perché il monopolio dà un sovrapprofitto, cioè un'eccedenza di profitto, superiore al profitto capitalistico abituale, normale in tutto il mondo. Di questo sovrapprofitto i capitalisti possono sacrificare una piccola parte (e persino assai considerevole!) per corrompere i propri operai, per creare una specie di alleanza (ricordate le famose «alleanze» delle trade unions inglesi con i loro padroni, descritte dai Webb), un'unione degli operai di una data nazione con i propri capitalisti contro gli altri paesi. Il monopolio industriale dell'Inghilterra è stato distrutto già alla fine del XIX secolo. Questo è incontestabile. Ma come è avvenuta questa distruzione? Forse in modo che sia sparito ogni monopolio?

Se così fosse, la «teoria» conciliatrice (con l'opportunismo) di Kautsky potrebbe avere una certa giustificazione. Ma l'importante è che le cose non stanno così. L'imperialismo è il capitalismo monopolistico. Ogni cartello, ogni trust, ogni sindacato, ogni banca di proporzioni gigantesche è un monopolio. Il sovrapprofitto non è sparito, ma è rimasto. Lo sfruttamento di tutti gli altri paesi da parte di un paese privilegiato, ricco finanziariamente, è rimasto e si è rafforzato. Un pugno di paesi ricchi, - sono quattro in tutto, se si parla di una ricchezza «moderna», indipendente e veramente gigantesca: l'Inghilterra, la Francia, gli Stati Uniti d'America e la Germania, - questo pugno di paesi ha sviluppato i monopoli in proporzioni immense; esso riceve sovrapprofitti che ammontano a centinaia di milioni, se non di miliardi; «vive alle spalle» di centinaia di milioni di abitanti degli altri paesi; lotta nel proprio seno per la spartizione di un bottino particolarmente ricco, particolarmente grasso, particolarmente tranquillo.

È questa l'essenza economica e politica dell'imperialismo, le cui profondissime contraddizioni sono da Kautsky offuscate, invece di esser messe a nudo.

La borghesia, di una «grande» potenza imperialistica può corrompere economicamente gli strati superiori dei «propri» operai, sacrificando a questo scopo anche più d'un centinaio di milioni di franchi all'anno, poiché il sovrapprofitto ammonta, probabilmente, a circa un miliardo. E la questione di sapere come viene divisa questa piccola elemosina tra gli operai-ministri, gli «operai-deputati» (si ricordi la meravigliosa analisi di questo concetto fatta da Engels), gli operai che partecipano ai comitati dell'industria di guerra, gli operai-funzionari, gli operai organizzati in ristretti sindacati di categoria, gli impiegati, ecc. ecc. è già una questione secondaria.

Dal 1848 al 1868, e anche più tardi, la sola Inghilterra usufruiva del monopolio; è per ciò che in essa per decine d'anni l'opportunismo poté vincere; non esistevano altri paesi che possedessero colonie ricchissime o che disponessero del monopolio industriale.

L'ultimo trentennio del XIX secolo segnò il passaggio alla nuova epoca dell'imperialismo. Del monopolio usufruisce il capitale finanziario non di una, ma di alcune grandi potenze, il cui numero è limitatissimo. (In Giappone e in Russia il monopolio della forza militare, il territorio immenso o il particolare vantaggio di predare le altre nazionalità, la Cina, ecc. in parte completano e in parte sostituiscono il monopolio del capitale finanziario contemporaneo.) Deriva da questa differenza che il monopolio dell'Inghilterra sia riuscito a rimanere incontestato per decenni. Il monopolio del capitale finanziario viene oggi rabbiosamente conteso: è cominciata l'epoca delle guerre imperialistiche. Una volta la classe operaia di un solo paese poteva venir comprata, corrotta per decine d'anni. Ora questo sarebbe inverosimile e perfino impossibile; però, strati meno numerosi (di quelli dell'Inghilterra del 1848-1868) della «aristocrazia operaia» possono essere e sono corrotti da ogni «grande» potenza imperialistica. A quei tempi, un «partito operaio borghese», secondo l'espressione veramente profonda di Engels, poteva formarsi in un solo paese, poiché un solo paese aveva il monopolio, ma in compenso per lungo tempo. Oggi, il «partito operaio borghese» è inevitabile e tipico di tutti i paesi imperialistici; e tuttavia, a causa della loro lotta accanita per la spartizione del bottino, è improbabile che un tale partito possa trionfare a lungo in una serie di paesi. Infatti, i trusts, l'oligarchia finanziaria, il carovita, ecc., mentre permettono di corrompere piccoli gruppi di aristocrazia operaia, d'altra parte opprimono, schiacciano, rovinano, torturano sempre più la massa del proletariato e del semiproletariato.

Da un lato, c'è la tendenza della borghesia e degli opportunisti a trasformare un pugno di nazioni più ricche e privilegiate in «eterni» parassiti sul corpo della rimanente umanità, a «riposare sugli allori» dello sfruttamento dei negri, degli indiani, ecc., tenendoli sottomessi con l'aiuto del militarismo più moderno, dotato di un'eccellente tecnica di sterminio. Dall'altro lato, c'è la tendenza delle masse, che sono oppresse più di prima e subiscono tutti i tormenti delle guerre imperialistiche, a liberarsi da questo giogo, ad abbattere la borghesia. Nella lotta fra queste due tendenze si svolgerà ora inevitabilmente la storia del movimento operaio, poiché la prima tendenza non è casuale, ma economicamente «motivata». La borghesia ha già generato, nutrito, si è assicurati i «partiti operai borghesi» dei socialsciovinisti in tutti i paesi. La differenza tra un partito del tutto formato, come ad esempio quello di Bissolati in Italia, che è un vero partito socialimperialistico, e, diciamo, il quasi partito, semiformato, dei Potresov, Gvozdev, Bulkin, Ckheidze, Skobelev e soci, è una differenza inessenziale. L'importante è che la scissione economica, che separa lo strato dell'aristocrazia operaia per avvicinarlo alla borghesia, è maturata e si è avverata; quanto alla forma politica, questo fatto economico, questo spostamento nei rapporti fra le classi, la troverà senza particolare «fatica».

Sulla base economica qui indicata le istituzioni politiche del capitalismo contemporaneo - la stampa, il parlamento, le associazioni, i congressi, ecc. - creano per gli impiegati e gli operai riformisti e patriottici, rispettosi e sottomessi, elemosine e privilegi politici corrispondenti alle elemosine e ai privilegi economici. Posticini redditizi e tranquilli in un ministero e nel comitato dell'industria di guerra, nel parlamento e nelle varie commissioni, nelle redazioni di «solidi» giornali legali o nelle amministrazioni di sindacati operai non meno solidi e «obbedienti alla borghesia»: ecco con che cosa la borghesia imperialistica attira e premia i rappresentanti e i seguaci dei «partiti operai borghesi».

Il meccanismo della democrazia politica agisce nella medesima direzione. Nel nostro secolo non si può fare a meno delle elezioni, non si può fare a meno delle masse; e nell'epoca della stampa e del parlamentarismo è impossibile trascinare le masse al proprio seguito senza un sistema largamente ramificato, metodicamente applicato, solidamente attrezzato, di lusinghe, menzogne, truffe, di giochetti con paroline popolari e alla moda, di promesse - fatte a destra e a sinistra - di ogni sorta di riforme e di ogni sorta di benefici per gli operai, purché essi rinuncino alla lotta rivoluzionaria per abbattere la borghesia. Definirei lloydgeorgiano questo sistema, dal nome di uno dei suoi più avanzati e abili rappresentanti nel paese classico del «partito operaio borghese», dal nome del ministro inglese Lloyd George. Uomo d'affari di prim'ordine, nella sua qualità di borghese, vecchio filibustiere della politica, oratore popolare capace di tenere qualsiasi discorso, perfino r-r-rivoluzionario, ad un pubblico di operai e capace di far approvare considerevoli elemosine agli operai obbedienti sotto forma di riforme sociali (assicurazioni, ecc.), Lloyd George serve magnificamente la borghesia, e la serve appunto fra gli operai, esercita la sua influenza appunto fra il proletariato, là dove è più necessario e più difficile sottomettere moralmente le masse.

Ma è forse grande la differenza tra Lloyd George e gli Scheidemann, i Legien, gli Henderson e gli Hyndman, i Plekhanov, i Renaudel, ecc.? Si obietterà che, fra gli ultimi, alcuni torneranno al socialismo rivoluzionario di Marx. Questo è possibile. Ma si tratta di un'infima differenza di grado, se si considera la questione sul piano politico, cioè su una scala di massa. Singole persone tra gli attuali capi del socialsciovinismo possono ritornare al proletariato. Ma la corrente socialsciovinistica o (che è lo stesso) opportunistica non può né sparire né «ritornare» al proletariato rivoluzionario. Là dove il marxismo è popolare tra gli operai questa corrente politica, questo «partito operaio borghese», giurerà e spergiurerà nel nome di Marx. Non si può proibirglielo, come non si può proibire a una ditta commerciale di adoperare una qualsiasi etichetta, una qualsiasi insegna, un mezzo pubblicitario qualsiasi. Nel corso della storia si è sempre visto che i nemici hanno tentato, dopo la morte dei capi rivoluzionari, popolari tra le classi oppresse, di appropriarsi i loro nomi per ingannare queste classi.

È un fatto che i «partiti operai borghesi», come fenomeno politico, sono stati già creati in tutti i paesi capitalistici progrediti, che senza una lotta decisa e implacabile, su tutta la linea, contro questi partiti o - fa lo stesso - gruppi, correnti, ecc. non si può neanche parlare di lotta contro l'imperialismo, di marxismo, di movimento operaio socialista. Il gruppo Ckheidze, il Nasce dielo, il Golos trudà in Russia e quelli dei Comitato d'organizzazione all'estero non sono che varianti di uno di tali partiti. Non abbiamo alcuna ragione di credere che questi partiti possano scomparire prima della rivoluzione sociale. Al contrario, quanto più questa rivoluzione sarà vicina, quanto più potentemente essa divamperà, quanto più bruschi e vigorosi saranno i passaggi e gli sbalzi nel suo processo di sviluppo, tanto più grande sarà la funzione che assumerà nel movimento operaio l'impeto del torrente rivoluzionario di massa contro quello opportunistico piccolo-borghese. Il kautskismo non è una tendenza indipendente, perché non ha radici nella massa o nello strato privilegiato passato alla borghesia. Ma il pericolo del kautskismo consiste nel fatto che esso, utilizzando l'ideologia del passato, si studia di rappacificare il proletariato e difendere la sua unità con il «partito operaio borghese», di accrescere così il prestigio di questo partito. Le masse non seguono già più i socialsciovinisti dichiarati: Lloyd George è stato fischiato in Inghilterra nelle assemblee operaie, Hyndman ha abbandonato il partito, i Renaudel e gli Scheidemann, i Potresov e i Gvozdev sono protetti dalla polizia. La difesa velata dei socialsciovinisti da parte dei kautskiani è quanto c'è di più pericoloso.

Uno dei sofismi più diffusi del kautskismo è quello di riferirsi alle «masse». Noi, vedete, non vogliamo staccarci dalle masse e dalle organizzazioni di massa! Ma riflettete al modo in cui Engels ha impostato questo problema. Le «organizzazioni di massa» delle trade unions inglesi del XIX secolo seguivano il partito operaio borghese. Ma non per questo Marx e Engels cercavano un'intesa con questo partito e, anzi, lo smascheravano. Essi non dimenticavano, in primo luogo, che le organizzazioni delle trade unions abbracciavano direttamente solo una minoranza del proletariato. Sia nell'Inghilterra d'allora che nella Germania d'oggi non più di un quinto del proletariato è iscritto alle organizzazioni. Non si può pensare seriamente che in regime capitalistico sia possibile far entrare nelle organizzazioni la maggioranza dei proletari. In secondo luogo, - ed è questo l'essenziale, - non si tratta tanto del numero dei membri dell'organizzazione, quanto dell'importanza reale, oggettiva della sua politica: rappresenta essa le masse, serve le masse, tende cioè a liberarle dal capitalismo, o rappresenta invece gli interessi della minoranza, la sua conciliazione con il capitalismo? Proprio quest'ultima conclusione era vera per l'Inghilterra del XIX secolo, ed è vera oggi per la Germania e altri paesi.

Engels distingue tra il «partito operaio borghese» delle vecchie trade unions, la minoranza privilegiata, e la «massa inferiore», la maggioranza effettiva; rivolge ad essa, che non è contagiata dalla «rispettabilità borghese», i suoi appelli. Ecco qual è il fondo della tattica marxista!

Non possiamo - e nessuno lo può - calcolare quale sia precisamente la parte del proletariato che segue e seguirà ancora i socialsciovinisti e gli opportunisti. Questo lo dimostrerà soltanto la lotta, lo deciderà definitivamente soltanto la rivoluzione socialista. Ma sappiamo con precisione che i «difensori della patria» nella guerra imperialistica rappresentano solamente una minoranza. E perciò il nostro dovere, se vogliamo rimanere socialisti, è di andare più in basso e più in profondità, verso le masse reali: ecco l'importanza della lotta contro l'opportunismo e tutto il contenuto di questa lotta. Smascherando gli opportunisti e i socialsciovinisti, che in realtà tradiscono e fanno mercato degli interessi delle masse, che difendono i privilegi temporanei della minoranza degli operai, che propagano l'influenza e le idee borghesi, che sono in realtà gli alleati e gli agenti della borghesia, noi educhiamo le masse a conoscere i loro veri interessi politici, a lottare per il socialismo e per la rivoluzione, attraverso tutte le lunghe e tormentose peripezie delle guerre e delle tregue imperialistiche.

Spiegare alle masse l'inevitabilità e la necessità della scissione dall'opportunismo, educarle alla rivoluzione con la lotta implacabile contro di esso, tener conto dell'esperienza della guerra per svelare tutte le turpitudini della politica operaia nazional-liberale e non per nasconderle: ecco l'unica linea marxista del movimento operaio mondiale.

In un prossimo articolo cercheremo di condensare i principali tratti caratteristici di questa linea, opponendola al kautskismo. (FINE)

SUPPLEMENTI 2001

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