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SALARIO

NON REDDITO

DI CITTADINANZA

(Per il salario minimo garantito contro la gratuitificazione

del lavoro e il soldo di povertà)

 

 

 

PARTE PRIMA: Salario non assistenza;

PARTE SECONDA: La disoccupazione non è figlia della tecnologia ma dello sfruttamento e il padronato se ne fa uno strumento supplementare per razziare il lavoro;

PARTE TERZA: Il "Reddito di cittadinanza" una frottola sofisticata, propagandata dalla sinistra paragovernativa e portata in piazza dai "Centri Sociali", per disorientare giovani e disoccupati

 

 

PRESENTAZIONE

 

Questo opuscolo contiene le posizioni più recenti elaborate dalla nostra organizzazione nella sua battaglia quotidiana per l’ottenimento del salario minimo garantito. Esso sviluppa e aggiorna i temi e gli argomenti trattati nell’ultimo scritto in materia apparso il 14 ottobre 1996 col titolo "Il minimo vitale è un diritto assoluto". Tra i nuovi argomenti toccati in questo opuscolo c’è una critica compiuta al cosiddetto reddito di cittadinanza, già considerato nel precedente opuscolo (ved. cap. 3° pag. 5), e una prima denuncia del cosiddetto reddito minimo di inserimento.

Sul reddito di cittadinanza è nota la nostra posizione: è di avversione totale. Tra il salario minimo garantito, da noi rivendicato, e il reddito di cittadinanza, ideato dai sognatori di pace sociale, non c’è alcun punto in comune. Noi rivendichiamo salario e non assistenza. Non siamo disponibili a nessuna forma di sostegno generico ai componenti delle varie classi sociali in condizione di inattività. Esigiamo il compenso per la disponibilità, in cui la forza-lavoro è costretta ad esistere, e che è una condizione dell’accumulazione e di ogni forma di lavoro applicato. Non possiamo riconoscere remunerazione al cittadino in quanto sotto questa etichetta si ritrovano tutte le persone: dal disoccupato al padrone. Esigiamo salario solo per i proletari che ne sono senza o che percepiscono retribuzioni irrisorie. Bolliamo quindi il reddito di residenza o di nazionalità come strumento di pacificazione e di integrazione socialimperialistica.

Sul reddito minimo di inserimento, disposto dal governo a fondamento del nuovo piano di assistenza nazionale e consistente nella elargizione temporanea di £ 600.000 mensili a favore del disoccupato (elargizione praticata in 40 Comuni), si tratta di un sussidio di povertà degradante e disgregante che noi respingiamo fermamente.

Quanto infine alla pretesa di sottrarre alla miseria la massa dei disoccupati attraverso "spazi sociali" va rilevato che "l’associazionismo fuorimercato" non consuma e non produce altro che non sia merce: articolo vendibile e scambiabile. Per cui se i nuovi spazi sociali potessero essere realizzati essi sarebbero luoghi di riproduzione subalterna della forza-lavoro; non "parafulmine della frustrazione sociale" come li vorrebbero i nostri "soccorritori" ma squallidi ghetti di lavoro gratuito.

Pertanto dobbiamo batterci e rivendicare con fermezza il salario minimo garantito.

Quanti intendano stabilire un contatto con la nostra organizzazione possono rivolgersi direttamente alle nostre Sezioni o scrivere alla redazione in Milano P.za Morselli 3.

 

Napoli-Milano 18 maggio 1999

Il Centro Operativo Meridionale

di Rivoluzione Comunista

 

Parte Prima

Salario non assistenza

 

Abbiamo spiegato in tanti modi le ragioni che stanno a base della nostra rivendicazione del salario minimo garantito al momento di £ 1.500.000 mensili intassabili per disoccupati precari sottopagati e per ogni forma di lavoro nero remunerato al di sotto di questo livello minimo. Ritornando sull’argomento in opposizione alle varie forme di gratuitificazione del lavoro di assistenza e di asservimento cosciente riteniamo opportuno riproporre a premessa queste ragioni.

 

CAP. 1°

Per il salario minimo garantito di lire 1.500.000 mensili intassabili a favore di disoccupati sottoccupati e sottopagati

 

Le ragioni che giustificano e legittimano questa rivendicazione possono essere riassunte in questi punti (1):

1°) i giovani e i lavoratori non possono continuare a inseguire il lavoro che sfugge o pensare di ripartire il lavoro che c’è; debbono assicurarsi i mezzi di sopravvivenza che spettano per ragioni elementari a ogni forza-lavoro attiva;

2°) il salario minimo garantito non è un sussidio o una gratuita elargizione; è il "compenso" della "disponibilità" della forza-lavoro; la quale esiste si riproduce si forma e si aggiorna come "strumento" a disposizione del mercato e delle aziende;

3°) il salario minimo garantito assolve a un compito di salvaguardia vitale della forza-lavoro e funge da elemento di unificazione sociale di una vasta cerchia del proletariato;

4°) esso va posto a base rivendicativa di tutte le categorie di lavoratori senza salario o a basso salario (sottosalario) ed è il punto di confluenza e di unità operativa di disoccupati, precari, sottopagati, ecc.;

5°) in questo momento il salario minimo garantito oppone una solida barriera alla flessibilizzazione del salario verso la gratuitificazione della forza-lavoro, perseguito incessantemente dal padronato;

6°) infine esso fa procedere di pari passo proletari del Nord e proletari del Sud; consentendo alla gioventù meridionale di svolgere un ruolo di propulsione e di indirizzo.

Questi i motivi principali per rivendicare il salario minimo garantito. Naturalmente la lotta per il salario minimo garantito non va vista a sé stante ma come parte integrante del più vasto fronte proletario per l’autonomia di movimento, la difesa della salute e della dignità, la riduzione d’orario e l’aumento del salario, la rivoluzione e il potere proletario.

 

CAP. 2°

Occupata o in lista d’attesa la forza-lavoro

ha diritto a riprodursi

 

A nessun giovane e a nessun disoccupato deve sfuggire la centralità di questa rivendicazione rispetto alla precarietà strutturale del lavoro e al lavoro nero.

Oggi tutti i lavoratori sono in una condizione di permanente precarietà, in qualsiasi età e in ogni settore, perché la precarietà permanente è la base della competitività delle aziende, dei profitti e dei plusprofitti; per cui la sorte della forza-lavoro è e sarà sempre più flessibile, sempre più usa e getta, e non può e non potrà evitare espulsioni e lunghe liste d’attesa. Questa condizione di precarietà generalizzata, mentre inchioda i lavoratori alla disponibilità permanente, consente alle aziende le migliori condizioni di profittabilità. E’ un presupposto della produzione di plusvalore. Quindi a nessuna forza-lavoro, disoccupata o in cerca di lavoro, può essere disconosciuto un salario necessario per sopravvivere e riprodursi come tale.

C’è un fattore che ha dominato e domina nel boom delle piccole e medie imprese delle regioni tiranti e questo fattore è il lavoro nero, il lavoro sottopagato. La rivendicazione del salario minimo garantito intende spezzare la prassi del lavoro nero e del sottosalario. Nessuna forma di salario per nessun tipo di lavoro deve essere inferiore al livello del salario minimo garantito, ossia di lire 1.500.000. Quindi ovunque possibile disoccupati e precari debbono porre all’ordine del giorno la richiesta del salario minimo garantito.

Anche in Francia le avanguardie dei disoccupati hanno posto nel dicembre 1995 nel corso dell’ondata di scioperi la rivendicazione di un salario minimo sul nostro stesso presupposto: "lo status salariale non deve essere in rapporto all’impiego. Il salariato è oggi una persona che affitta la sua forza-lavoro, ha disponibilità a lavorare ... e questa disponibilità deve essere retribuita".

 

CAP. 3°

Il salario minimo garantito non deve essere confuso

con nessuna forma di assistenza pubblica

Il cosiddetto "reddito di cittadinanza" e’ una delle tante

illusorie idee della sociologia integrata

 

Non bisogna mai dimenticare, parlando di sostegno ai senza lavoro, che nella nostra società l’eccesso di forza-lavoro non è mai determinato dalla sovrabbondanza di braccia bensì dall’eccesso di sfruttamento e che è un controsenso parlare di "disoccupazione tecnologica" come se questa dipendesse dalle macchine in sé e per sé e non dal loro uso capitalistico. Quindi, quando si parla di sostegno ai disoccupati - che sono e vanno chiamati i senza salario -, non bisogna avere in testa idee assistenzialiste o di carità pubblica ma bisogna partire dal sano concetto che al disoccupato spetta inderogabilmente un salario necessario per sopravvivere e riprodursi come forza-lavoro a disposizione del mercato e delle aziende.

Ciò detto noi respingiamo, come contraria e incompatibile col salario minimo garantito, l’idea del "reddito di cittadinanza" avanzata da certi sociologi di sinistra che pensano di addolcire il dilagare della disoccupazione in Italia e in Europa con questo ammortizzatore sociale. Si tratterebbe di elargire indifferenziatamente a chi non ha un impiego una piccola somma per un periodo determinato. La nostra avversione è totale. Tra il salario minimo garantito, da noi rivendicato, e il reddito di cittadinanza, ideato dai sognatori di pace sociale, non c’è alcun punto in comune. Noi rivendichiamo salario e non assistenza. Non siamo disponibili a nessuna forma di sostegno generico ai componenti delle varie classi sociali in condizione di inattività. Esigiamo il compenso per la disponibilità, in cui la forza-lavoro è costretta ad esistere, e che è una condizione dell’accumulazione e di ogni forma di lavoro applicato. Non possiamo riconoscere remunerazione al cittadino in quanto sotto questa etichetta si ritrovano tutte le persone: dal disoccupato al padrone. Esigiamo salario solo per i proletari che ne sono senza o che percepiscono retribuzioni irrisorie. Bolliamo quindi il reddito di residenza o di nazionalità come strumento di pacificazione e di integrazione socialimperialistica.

Il salario minimo garantito non può integrare il disoccupato al sistema. E’ un obbiettivo che mira a unire i proletari, a garantirne la sopravvivenza autonoma e a favorirne la lotta anti-sistema. Pertanto la campagna per il salario minimo garantito va vista e svolta come momento di questa lotta.

 

CAP. 4°

Certe risposte di "sinistra" alle "devastazioni sociali" sono pietose e insensate - Contro l’aggravarsi dello sfruttamento ogni risposta "internista", che scansi il rovesciamento del padronato, riproduce "subalternità" - I veri "contropoteri" dei lavoratori sono l’organizzazione autonoma e il partito rivoluzionario

 

Portando avanti la campagna per il salario minimo garantito di lire 1.500.000 mensili intassabili bisogna avere fermo il concetto che il disoccupato, che il giovane in cerca di occupazione, è una forza-lavoro in lista d’attesa senza salario; e respingere le teorie patetiche e le risposte patetiche sulla e alla disoccupazione propalate da certi soccorritori dei disoccupati. Secondo questi soccorritori i disoccupati non sarebbero che "naufraghi dello sviluppo" e l’unico modo di salvarli dalla miseria sarebbe quello di costruire "spazi sociali" basati sul "fare comune solidale" e di costruire forme di contropotere acquisendo il cosiddetto "terzo settore dell’economia chiamato "non-profit" liberata dalla forma merce. Sono chiacchiere penose e risposte insensate. E, per confutarle, bastano alcune essenziali osservazioni.

I disoccupati in cerca di lavoro non sono affatto "naufraghi dello sviluppo". Non sono scorie inutilizzabili; fanno parte dell’esercito di riserva; sono forza-lavoro disponibile, pronta ad essere utilizzata secondo le esigenze del mercato e della congiuntura. Come tale essi costituiscono una condizione di ogni forma di sviluppo, esattamente di ogni momento della riproduzione allargata del capitale. Senza di loro non ci sarebbe sviluppo, accumulazione. Sono quindi elemento immancabile del ciclo vitale del capitale, il primo addentellato della ruota del super-sfruttamento. Quanto poi alla pretesa di sottrarre alla miseria la massa degli eccedenti attraverso "spazi sociali" e forme di contropotere dal basso va rilevato che "l’associazionismo fuorimercato" non consuma e non produce altro che non sia merce: articolo vendibile e scambiabile. L’economia non-profit non può esistere che all’interno del sistema delle merci e del capitale. E come il "volontariato" e le altre specie di associazionismo para-mercato non può avere altro effetto che quello di rendere gratuita la forza-lavoro. Quindi se i nuovi spazi sociali potessero essere realizzati essi sarebbero luoghi di riproduzione subalterna della forza-lavoro; neppure "parafulmine della frustrazione sociale", come li vorrebbero i nostri "soccorritori", ma squallidi ghetti di lavoro gratuito.

Pertanto dobbiamo rivendicare con fermezza il salario minimo garantito, procedere come segue: a) abbandonare la "linea del lavoro" e abbracciare la "linea del salario"; b) formare gli adeguati organismi di lotta; c) attuare il collegamento tra questi organismi nel segno del fronte proletario; d) inserire la lotta per il salario minimo garantito nel più vasto movimento di lotta contro il padronato e lo Stato.

 

NOTE

(1) Ved. l’opuscolo "Il minimo vitale è un diritto assoluto" edito il 14ottobre 1996 utilizzato finora nella nostra campagna di agitazione organizzazione e lotta per il salario minimo garantito.

 

 

PARTE SECONDA

La disoccupazione non è figlia

della tecnologia ma dello sfruttamento

e il padronato se ne fa uno strumento supplementare per razziare il lavoro

 

 

La richiesta costante e martellante della Confindustria è in materia di lavoro: più flessibilità, riduzione dei minimi contrattuali, sgravi contributivi e cose del genere. È inevitabile che una pressione di questo tipo porti all’aggravamento delle condizioni della forza-lavoro ed in particolare dei senza salario. Occupiamoci, in questa seconda parte, di questi aspetti.

 

CAP. 5°

I "contratti d’area" strumenti legali di razzia del lavoro

 

Il 3 marzo 1998 è stato firmato a Crotone un contratto d’area che ha assunto un’eco nazionale. Dopo Crotone è stato firmato un altro contratto di questo tipo per l’area di Manfredonia. Attualmente è operativo un centinaio di questi contratti per lo più al Sud. Il contratto d’area è una specie di licenza, accordata dal governo alle imprese col beneplacito delle Confederazioni Sindacali, per spremere a stracciamercato la forza-lavoro disponibile al Sud e al Nord. Esso si applica alle aree industriali in crisi (da Mestre a Gela) e sta operando appunto nelle aree ove c’è una classe operaia di vecchia formazione pronta all’uso e ove c’è una gioventù altamente scolarizzata adatta alla fabbrica flessibile.

I contratti d’area si distinguono in quanto, in deroga alle normative contrattuali e ai minimi nazionali, consentono: a) assunzioni con contratti cosiddetti di formazione-lavoro per 36 mesi basati sulla riduzione del salario del 25-30% e sul sottoinquadramento (due livelli inferiori); b) il prolungamento dell’apprendistato fino a 26 anni con un salario iniziale del 60% rispetto al minimo contrattuale di categoria; c) orari flessibili; d) contratti week-end e moratoria contrattuale per 4 anni; e) inserimento dei disoccupati di lungo periodo con lo stesso trattamento del c.f.l. e la massima disponibilità in materia di orario e di durata dell’inserimento stesso. Essi si distinguono quindi in quanto sono uno strumento di razzia delle imprese nei confronti della forza-lavoro più precaria e duttile.

Ma la manna per le imprese non finisce nella possibilità, praticamente inesauribile, di razziare il lavoro. Ministri, amministrazioni locali, parlamentari, sindacalisti, ecc. stanno spalancando le porte a queste imprese pirata, con incentivi e facilitazioni varie (esenzioni fiscali e contributive, contributi a fondo perso, snellimento delle procedure amministrative per le concessioni edilizie, detassazione dall’IRAP, ecc. ecc.), per depredare il denaro pubblico, il territorio e le risorse ambientali. Altro che Cassa per il Mezzogiorno! Qui ci troviamo di fronte a un meccanismo di spolpamento-pauperizzazione del lavoro e delle risorse mai visto prima! E il Sud è solo il trampolino di questa modernità perché l’obbiettivo dei contratti d’area è quello di assoggettare qualunque zona promettente, del Sud e del Nord (2).

 

CAP. 6°

Per un movimento unitario a scala nazionale dei disoccupati e sottopagati - Contro la "competitività" e il "meridionalismo piratesco" di maggioranza e opposizione

 

Le manifestazioni di protesta dei disoccupati e dei precari napoletani, punta della più vasta protesta in atto dei disoccupati meridionali (prossimi al 30% della popolazione attiva), continuano a crescere in estensione e intensità. Venerdì 22 maggio 1998 diversi cortei hanno percorso la città. Negli scontri con le forze dell’ordine ci sono stati 14 arresti. Il lunedì successivo disoccupati precari lavoratori in mobilità addetti ai LSU ecc. sono ritornati sulle piazze per esigere anche la liberazione degli arrestati. Le manifestazioni sono poi proseguite il 27 e il 28. E continuano praticamente senza cessa.

La novità è che nel variegato movimento dei disoccupati e dei precari napoletani stanno spuntando, accanto alle liste e alle formazioni tradizionali, nuove liste e formazioni; alcune ispirate anche da forze politiche di destra. Il movimento sta quindi crescendo con una congerie di posizioni, che ora si incontrano ora si scontrano o sulla richiesta di lavoro o su quella di reddito, ma senza realizzare alcuna unitarietà interna. La crescita ci fa piacere la farragine no; e per questo interveniamo in merito.

Il movimento dei disoccupati e dei precari non può limitarsi a rivendicare lavoro reddito beni o servizi restando indifferente e/o neutrale rispetto al potere e alle forze politiche che lo gestiscono; o peggio ancora pensando che il lavoro è una semplice questione economica per cui è sufficiente fare pressione sulle giunte o sul governo per ottenere un’occupazione o un sussidio. La disoccupazione e la precarietà sono il portato e la contraddizione insolubile del capitalismo, il segno più macroscopico del suo fallimento e distruttività. Questo significa che ogni lista e formazione non può prescindere dal confronto col potere e che ogni azione di protesta si esaurisce in se stessa se non è inserita in un processo di lotta contro il potere. Quindi il movimento dei disoccupati, per crescere bene e progredire, deve armarsi di questa consapevolezza, e fare passi avanti nell’azione sociale di massa contro il potere.

L’Ulivo ha accentuato il meridionalismo piratesco; la politica cioè di razzia della forza-lavoro delle risorse e del territorio meridionali nell’interesse dell’alta finanza, inaugurata dal precedente governo Dini. Mentre si proclama che "è l’ora del Sud", vengono smantellate le residue vestigia industriali, estesi i meccanismi di gratuitificazione del lavoro (patti territoriali, contratti d’area, abbassamento dei minimi, ecc.) e progettati i cantieri per le nuove infrastrutture (alta velocità, dorsali, Salerno-Reggio, ponte sullo stretto) che aggravano la dipendenza del Sud al Nord e il dissesto del territorio. Quindi la disoccupazione e la precarietà tenderanno inevitabilmente ad aggravarsi al Sud.

Pertanto possiamo trarre alcune conclusioni operative. 1°) I disoccupati e i precari debbono tendere alla loro unità interna, eliminando ogni anacronistica cristallizzazione, trovando il cemento comune nella difesa delle comuni condizioni di esistenza e nell’attacco al potere. 2°) Obbiettivo comune di tutto il movimento dei disoccupati deve essere il salario minimo garantito di £ 1.500.000 mensili intassabili come minimo di sopravvivenza e baluardo contro ogni forma di sottoremunerazione del lavoro. 3°) Superare il provincialismo e ricomporsi in un movimento unitario a scala nazionale, collegato internazionalmente. 4°) Creare un legame crescente tra disoccupati e occupati per far valere il peso della forza e della solidarietà di classe. 5°) Rispondere con un crescente impegno all’esigenza dell’organizzazione di lotta e al lavoro organizzativo (3).

 

CAP. 7°

Il reddito minimo di inserimento un assegno di povertà discriminante, e umiliante,

strumento di controllo e d’inquadramento di poveri e disoccupati

 

Nella finanziaria ’98 il governo, tra le tante deleghe, si era riservato di emanare un decreto legislativo che istituisse il "Reddito Minimo di Inserimento" (RMI); e, definendo nell’articolo 59 le linee di controriforma in materia di assistenza e previdenza, aveva istituito un "Fondo per le politiche sociali" di 28 miliardi per il ’98, 115 per il ’99 e 143 per il 2000, tracciando i binari per l’introduzione sperimentale del reddito minimo d’inserimento. Il 5 maggio, su proposta del ministro Turco, il governo ha varato lo schema di decreto legislativo, che ha ricevuto il parere favorevole delle commissioni competenti di Camera e Senato, e che ora il ministro si appresta a varare in forma definitiva.

Prima di esaminarne il contenuto premettiamo che questo nuovo istituto è una delle tante misure organiche che il governo ha preso o ha in preventivo per tagliare assistenza, previdenza e sanità. Il nuovo istituto mira, non a fronteggiare le povertà o le esclusioni sociali come decanta il ministro, ma a rendere profittevoli quei quattro soldi che finora gli enti locali davano ai più bisognosi, e che d’ora in avanti saranno sottoposti a controlli asfissianti, a pagare obbligatoriamente bollette affitti e servizi, ad essere obbligati ad ogni attività lavorativa in cambio di una piccola elemosina. Ciò detto, vediamo in sintesi il nuovo istituto introdotto dal governo.

1) L’istituto del Reddito Minimo di Inserimento (RMI), introdotto in via sperimentale per 2 anni e per alcune aree del paese i cui Comuni saranno individuati nei prossimi mesi, si basa su "programmi personalizzati" finalizzati all’integrazione sociale dei poveri e delle persone a rischio di "marginalità sociale" nonché all’integrazione del reddito di queste persone fino ad un massimo di 500.000 £ mensili. Il sussidio dura un anno e può essere rinnovato per un altro anno.

2) Titolari della sperimentazione sono i Comuni prescelti che dovranno stabilire le modalità di accesso al RMI, selezionare le richieste, stabilire i controlli e predisporre i programmi personalizzati.

3) Possono presentare domanda di ammissione al RMI i cittadini italiani residenti da almeno un anno nei comuni prescelti e gli extracomunitari che vi risiedono da almeno 3 anni. Chi presenta la domanda deve dichiararsi disponibile per ogni tipo di lavoro.

4) Il sussidio può essere elargito sotto forma di "crediti spendibili" in servizi alla persona o in "rimborsi al datore di lavoro che assuma il titolare del trattamento con contratto di durata non inferiore alla durata del trattamento".

5) I programmi personalizzati di inserimento dovranno coinvolgere l’intero nucleo familiare e potranno essere affidati alle associazioni di volontariato e non profit che diventano così a pieno titolo strumenti statali per il controllo sociale.

Siamo di fronte a una mistura di controlli, piani di inquadramento, misure di coazione al lavoro, il tutto in cambio di una elemosina. Mentre l’asfissiante politica governativa di torchiatura fiscale dei redditi più bassi e sgravio dei più alti, di taglio di salari e pensioni, di aumento di ticket e affitti di sostegno sfrenato di banche e aziende, da un lato aumenta in modo impressionante il numero dei poveri; il governo dall’altro congegna la controllabilità sociale dei poveri dei disoccupati e delle loro famiglie istituendo strumenti sempre più sofisticati per il loro inquadramento forzato!

Ribellarsi a questa politica governativa. Opporsi a ogni controllo statale e comunale. Sollevarsi contro la coazione al lavoro. Esigere il salario minimo garantito di £ 1.500.000 mensili intassabili; alloggi, sanità, scuola, trasporti, mense, ecc. gratuiti per disoccupati e poveri (4).

 

CAP. 8°

La razzia del lavoro giovanile stuzzica l’appetito

Il padronato giuoca la "carta giovanile" per eliminare

operai adulti e ridurre ulteriormente le pensioni

 

Il lavoro giovanile è stato così gratuitificato in questi ultimi anni in Italia da rappresentare per il padronato la nuova base di partenza per procedere alla eliminazione di fasce di operai maturi e dare un altro taglio alle pensioni. In questi giorni è esplosa una vera e propria gara in campo confindustriale sindacale accademico alla ricerca della migliore ricetta per raggiungere questi due risultati.

È partito Mario Monti, ex rettore della Bocconi, a proporre, in opposizione alla richiesta di sciopero generale del cislino D’Antoni, un sensazionale sciopero generazionale dei giovani contro gli adulti, che secondo il professore toglierebbero ai primi lavoro salario e futuro. Al professore ha fatto eco il decano del padronato italiano, Gianni Agnelli, il quale ha condito la sua ricetta della superflessibilità con il sale che la forza del Sistema Italia sta nel licenziamento degli adulti per far posto ai più malleabili e sottopagabili giovani. Al professore e al magnate ha fatto bordo il sinistro Cazzola esperto in materia pensionistica il quale ha presentato la sua particolare ricetta sentenziando che i giovani sopportano un peso iniquo, cioè i contributi pensionistici di cui godono o godranno gli anziani. Potremmo proseguire con altri uomini illustri e con altre ricette ma non serve ad ampliare la conoscenza. Tutte queste ed altre non citate ricette contengono lo stesso succo: la violenta, rapida, continua riduzione del complessivo monte-salari per ottenere un altrettanto rapido e continuo aumento dei profitti, unica risorsa per resistere alla tempesta mondiale in atto.

Monti e Agnelli pretendono l’eliminazione di centinaia di migliaia di operai e impiegati (a meno che questi non accettino la riduzione delle loro retribuzioni al livello dei CFL e un identico taglio dei contributi); in nome del lavoro giovanile, più sfruttabile nelle sue forme più bieche e moderne: part-time orizzontali, verticali; tele-lavoro; nessun limite di orario; pagamento dei salari dopo mesi o non pagamento; licenziamento immediato; ecc.. Quindi essi puntano a sfruttare nel modo più intenso la gioventù. Il sindacalista di turno, Cazzola, completa da parte sua ciò che Monti e Agnelli non dicono direttamente, sostenendo che il salario giovanile deve essere nudo, cioè sgravato anche di gran parte dei contributi pensionistici, e quindi gli adulti devono rassegnarsi a vedersi ridurre le pensioni se già pensionati; o accettare il licenziamento con pensioni ridotte se ancora occupati. Questo il succo delle ricette.

Si può concludere così: la ricetta del professore, del magnate e dell’esperto sindacale ha come sostanza la estensibilità a tutto il lavoro salariato del sotto-trattamento e gratuitificazione di quello giovanile e, quindi, la razzia dell’intero monte salari e l’assoggettamento di tutti i lavoratori alle esigenze del sistema in crisi. Come sempre l’appetito vien mangiando! (5).

 

CAP. 9°

Il nuovo "patto sociale", proposto da Ciampi e approvato da Cofferati, ha a suo supporto la razzia del lavoro - Regalati i contributi assicurativi agli imprenditori che assumono al Sud! Contro la pirateria padronale-governativa

 

All’inizio del mese di settembre 1998 il ministro Ciampi ha lanciato alle organizzazioni padronali e sindacali la proposta di concordare un nuovo patto sociale estendendo i contratti d’area (le assunzioni a termine, le deroghe salariali e normative ai contratti nazionali, gli altri meccanismi di flessibilizzazione del lavoro) all’intero territorio nazionale. Qualche giorno dopo alla voce del ministro ha fatto eco il segretario della CGIL Cofferati, il quale, dopo aver lodato Ciampi per avere proposto un patto per lo sviluppo come cinque anni fa aveva fatto per il risanamento, facendo impallidire il più accanito liberista ha sottolineato che i contratti d’area e i patti territoriali invogliano gli investimenti e sono quindi strumenti abili per creare occupazione sana e non assistita.

L’8 settembre si è inserito nel duetto per martellare sul chiodo fisso della flessibilità "24 Ore". Il quotidiano confindustriale, dopo avere reso omaggio all’intenzione del ministro di mirare alla coesione sociale ed evitare conflittualità, ha opposto che nel sistema globalizzato servono le mani libere e che solo la piena flessibilità del lavoro e del salario può acquisire nuovi spazi mentre i patti sociali introducono nuovi vincoli. Ma la proposta Ciampi presuppone e sconta la flessibilità del lavoro e della retribuzione. Quindi il martellamento confindustriale ha ormai toni ossessivi.

Il 14 settembre, andando al sodo, il ministro del lavoro Treu ha reso pubblico il progetto del governo di sgravare le imprese dal carico totale dei contributi (previdenziali e assistenziali) per ogni assunzione che esse effettueranno al Sud. Lo sgravio varrebbe per tutti i tipi di assunzione e per la durata di 3-4 anni; e verrebbe inserito nella Finanziaria 1999 di prossimo varo. Insieme a questo sgravio è anche prevista la riduzione del costo del lavoro dello 0,8% su tutto il territorio nazionale con l’abolizione dei contributi Gescal - Enaoli - Inail - Maternità. Quindi ecco il nocciolo del piano per l’occupazione, della cosiddetta fase due, del patto per lo sviluppo: supersfruttamento della forza-lavoro, sostegno indecente alle imprese (lo sgravio contributivo importa un risparmio di 5-6 milioni l’anno per ogni assunto)!

E questo non è tutto. Il patto Ciampi non si accontenta della riedizione dell’accordo del luglio ‘93. Vuole una innovazione di sistema. Vale a dire: la libera sfruttabilità e licenziabilità della forza-lavoro. Quindi a base della nuova concertazione Confindustria-Governo-Centrali Sindacali, c’è la razzia del lavoro. Così alla rapina finanziaria del lavoratore, che continua in modo sempre più sistematico dal 1992, si accompagna ora in modo aperto il depredamento delle sue energie.

La fase due del governo Prodi ci riserva dunque la legalizzazione e la stabilizzazione istituzionale della razzia del lavoro nei suoi meccanismi più pirateschi.

Abbasso la pirateria concertativa! Chiamiamo i lavoratori e i giovani (locali ed immigrati) ad organizzarsi negli organismi di massa proletari e a mobilitarsi a difesa della propria esistenza e dignità contro i moderni schiavisti (6).

 

CAP. 10°

LSU, precari, disoccupati, unirsi in un fronte unitario per il salario minimo garantito di L. 1.500.000 mensili intassabile contro ogni lavoro nero, sottopagato coatto, militarizzato - Attaccare le agenzie di affitto di manodopera

 

Si susseguono e si intrecciano le proteste dei lavoratori socialmente utili (LSU) nel quadro della protesta permanente dei disoccupati. Il 24 novembre 1998 300 LSU-inps manifestano a Roma davanti al ministero del Lavoro e alla direzione generale Inps chiedendo l’assunzione regolare. Il 30 LSU e disoccupati di Acerra (dopo aver occupato in novembre per una quindicina di giorni il municipio) invadono il consiglio comunale, assaltano le sedi dei DS e del PPI ed erigono barricate nel centro cittadino chiedendo lavoro e esenzione dai tickets. Il 3 dicembre circa 3000 LSU/LPU, provenienti da tutta Italia manifestano a Roma sotto il ministero del Lavoro chiedendo il rinnovo di tutti i progetti e una corsia preferenziale nelle assunzioni della P.A.. Dall’inizio di dicembre LSU e disoccupati di Napoli, appartenenti ai vari coordinamenti e liste, manifestano quotidianamente sotto il comune, la regione e la prefettura, per entrare nel progetto di "raccolta differenziata dei rifiuti" (che prevede l’assunzione di circa 2000 precari). Al centro della protesta c’è la richiesta al governo e alle autorità locali di una collocazione lavorativa stabile, che questi organi di potere non solo non sono in grado di soddisfare ma che con la loro politica contribuiscono a peggiorare. Quindi il movimento di protesta batte la testa contro il muro.

Attualmente ci sono 130.000 LSU in prevalenza al Sud. In questi anni i lavori socialmente utili sono stati utilizzati dalle amministrazioni per obbligare i lavoratori in esubero o in mobilità ad accettare qualsiasi impiego a prezzo irrisorio o per dar sfogo a una fetta ristretta di disoccupati legalizzando però ogni forma di lavoro nero(senza contratto, previdenza, assistenza, ecc.).Ora il governo scopre che anche questa forma di lavoro nero sottopagato è troppo assistenzialistica. Ed ha programmato di liquidarla gradualmente regalando alle aziende fino a 18 milioni l’anno per ogni LSU che viene assunto. E, da ultimo, incaricando la neonata Agenzia per il Sud a promuoverne l’affitto a qualsiasi azienda pubblica o privata. Quindi appellarsi al governo e alle autorità locali significa affidarsi ai propri randellatori.

Pertanto tutto il movimento di protesta del precariato (LSU, lavoratori in mobilità, cassintegrati, temporanei, parziari, disoccupati, ecc.) deve tendere a convergere in un fronte unitario, antigovernativo e antistatale, proiettato ad ottenere il salario minimo garantito di £ 1.500.000 mensili intassabili quale compenso minimo inderogabile a favore di ogni forza-lavoro attiva a remunerazione della propria disponibilità. Creiamo, dunque, il fronte proletario, per il salario minimo garantito, contrastando e sabotando il caporalato legalizzato: le agenzie di affitto di manodopera (7).

 

CAP. 11°

Lotta senza quartiere

contro governo padronato blocco di potere

 

Confindustria, Intersind, Banca d’Italia, padronato, sindacati, Polo, Ulivo, Lega utilizzano ricette simili a quelle che le altre borghesie stanno imponendo alla propria forza-lavoro, in una situazione di sovrapproduzione e di spietata concorrenza imperialistica. Lo sbocco inevitabile di queste politiche di competitività è: non solo più sfruttamento, più disoccupazione, più morti sul lavoro e disastri ambientali, ma lo scontro armato fra gli Stati ed il massacro dei popoli. La gioventù, le donne, gli operai, i pensionati, debbono sbarrare il passo al pugno di banchieri industriali e parassiti che domina la società. Essi debbono organizzarsi, unirsi all’interno e collegarsi internazionalmente, attrezzarsi degli strumenti necessari di lotta, insorgere contro il potere capitalista, per il potere proletario.

Tutto ciò che serve a soddisfare i bisogni collettivi e a salvaguardare le condizioni di vita del proletariato merita appoggio e sostegno. Quindi, sulla base di questo presupposto, a conclusione di questa seconda parte, articoliamo i seguenti obbiettivi immediati:

1) salario minimo garantito di £ 1.500.000 al mese intassabile per disoccupati, sottoccupati, sottopagati;

2) salario pieno ai cassintegrati ai lavoratori in mobilità o in formazione con parità piena tra giovani e adulti tra nord e sud;

3) affitti non superiori al 10% del salario minimo garantito;

4) trasporto istruzione sanità asili gratuiti fino al salario minimo garantito;

5) pensioni minime operaie non inferiori al salario minimo garantito; e pensione uguale al salario dopo 35 anni di anzianità;

6) aumento del salario per gli occupati di £ 400.000 mensili nette uguali per tutti e riduzione dell’orario di lavoro a 33 ore settimanali in 5 giorni;

7) formare in ogni ambiente, in ogni collocamento, chiamata, posto di lavoro, fabbrica, i comitati di lotta offensiva; unire i comitati nella superiore organizzazione del fronte proletario di lavoratori interni ed immigrati e nel sindacato di classe;

8) prendere a sassate i burocrati sindacali che continuano a firmare protocolli contro i lavoratori in nome dei lavoratori;

9) formare "comitati ispettivi" di soli lavoratori contro inquinamento, nocività, stragi ambientali e sul lavoro;

10) potenziare l’autonomia di lotta e di movimento contro precettazione, norme anti-sciopero, militarizzazione del lavoro e del territorio;

11) contro il militarismo sanguinario per l’armamento proletario.

 

NOTE

(2) Il pezzo è stato pubblicato sul Suppl.1/4/98 - (3) Tratto da Suppl. 1/6/98 - (4) Tratto da Suppl. 16/7/98 - (5) Tratto da Suppl. 1/9/98 - (6) Tratto da Suppl. 16/9/98 - (7) Tratto da Suppl. 16/12/98

 

 

PARTE TERZA

 

Il "Reddito di cittadinanza"

una frottola sofisticata, propagandata

dalla sinistra paragovernativa

e portata in piazza dai "Centri Sociali",

per disorientare giovani e disoccupati

 

 

 

Nei periodi di crisi acuta tra le altre cose rifioriscono le panzane e le panacee sociali. È questo il caso del "reddito minimo di cittadinanza": una panzana travestita da panacea. Si tratta di una trovata, che da più di dieci anni ha fatto il giro dei salotti di sinistra; e che, col 6 novembre, è diventata slogan di piazza in quanto un certo numero di Centri Sociali l’ha posta come prima giornata generale di lotta "alla precarietà ed alla esclusione sociale". Quindi c’è di che dire in senso critico tanto più che il reddito minimo di cittadinanza, chiamato anche reddito di cittadinanza o reddito universale, viene sostenuto e proposto in contrapposizione alla nostra rivendicazione del salario minimo garantito.

In questo momento il testo più completo in circolazione che compendia le idee sul reddito minimo di cittadinanza, in seguito abbreviato in "reci", è un elaborato di una trentina di pagine suddiviso in 10 tesi. Perciò nella critica che ci accingiamo a fare e che sintetizziamo in sei punti prenderemo a bersaglio le idee contenute in questo testo.

 

 

CAP. 12°

La società capitalistica assimilata a una società per azioni

e il "reddito di cittadinanza" a un "dividendo"

 

 

I sostenitori del "reci" premettono che aumentano i poveri, i precari, i disoccupati, gli effetti "criminali e ingiusti" del sistema di produzione e di scambio capitalistico. Una premessa questa incontestabile sul piano umano e sociale, interno e internazionale. Tutti si aspetterebbero da questa premessa progetti proposte indicazioni, o che altro, contro questo sistema. Invece no. Essi non vogliono mettersi contro il sistema; vogliono starci dentro. Vogliono muoversi sul terreno del reddito e del tempo; sul piano distributivo. La loro ottica redistributiva è più annacquata e pietosa di quella delle sputtanate socialdemocrazie, che almeno a parole postulavano la redistribuzione di tutta la ricchezza sociale non di una sola parte. I sostenitori del "reci" snobbano la verità storica, acquisita in secoli di lotta di classe e sedimentata nel salariato, che senza incidere sui rapporti di produzione, fonte di ogni sfruttamento e oppressione di ogni privilegio e disuguaglianza di ogni "abisso formativo e culturale" ecc., qualsiasi intervento sulla distribuzione resta effimero e inefficace; e che nei periodi di crisi, come quello attuale, ogni proposta di redistribuzione del prodotto sociale è pura chiacchiera e inganno. Come si vede, essi hanno un concetto così basso del movimento operaio e della gioventù, e in particolar modo del loro livello politico, da pensare di poterli abbindolare con qualsiasi intruglio!

Entriamo nel merito delle tesi. La prima presenta il "reci" definendolo come "erogazione monetaria a favore di ogni cittadino", ricco e povero, "in grado di consentire una vita minima dignitosa" da 16 anni fino alla morte. E ne precisa lo scopo affermando che è quello di "consentire il pieno godimento dei diritti di cittadinanza e di socialità". Nella settima si aggiunge che il "reci" non ha nulla da vedere col lavoro, col salario e col salario minimo garantito; e che esso è un dividendo sociale. Queste idee e affermazioni contengono svariate assurdità.

A) La prima assurdità sta nel concepire un reddito minimo universale in una società divisa in classi, in cui il divario tra ricchi e poveri ha raggiunto profondità abissali; e dove il problema fondamentale permanente assoluto è quello di arginare e spezzare il monopolio della ricchezza detenuto da un’accolta di sfruttatori e parassiti.

B) La seconda assurdità è quella di pensare che un reddito minimo (nella tesi n. 9 questo è quantificato in un milione) possa costituire un punto base per tutti, per ricchi e poveri; giacché se un reddito del genere consente la sopravvivenza primaria a un povero, è insignificante per un ricco o per un benestante che di milioni ne bruciano a centinaia in un mese.

C) La terza assurdità è quella di affermare e di far credere che con un livello così basso di reddito sia possibile godere i cosiddetti "diritti di cittadinanza e di socialità" se non nella forma di poveri e schiavi.

D) Infine, e questo è indicativo di una smaccata posizione socialimperialistica finanziaria-parassitaria, l’attuale modello sanguinario di società viene equiparato a una società per azioni in cui lo Stato eroga a ogni cittadino, come fa il consiglio di amministrazione nei confronti di ogni azionista, un "dividendo minimo" uguale per tutti.

Anche se il "reci" ha i suoi anni, fino ad oggi non avevamo visto una proposta sviluppata così obbrobriosa.

 

 

 

CAP. 13°

Il "reddito di cittadinanza" ostentato come parafulmine dell’"accumulazione flessibile"

e come "fattore umanizzante" della dinamica tecnologica

 

 

La seconda tesi afferma che nei paesi a capitalismo avanzato il sistema di accumulazione è diventato flessibile in quanto non ci sarebbe più nesso tra produzione e occupazione (aumentano le merci prodotte mentre diminuiscono gli addetti), tra produttività e salario, tra consumi e accumulazione (lo Stato nazionale non giuocherebbe più alcun ruolo né come sostegno all’accumulazione né come redistributore del reddito). Insomma il salario si sarebbe sganciato dal meccanismo di accumulazione e la proposta o richiesta di un "reddito di base indipendente dall’impiego lavorativo" sarebbe l’opzione più realistica e praticabile e tra l’altro favorirebbe "una dinamica tecnologica più consona alle effettive esigenze di liberazione dell’uomo".

Senza entrare nel merito della cosiddetta accumulazione flessibile al cui proposito è sufficiente ricordare che l’accumulazione non è né flessibile né rigida ma capitalistica e che in quanto tale è il prodotto della trasformazione del plusvalore in nuovi mezzi di lavoro e manodopera; senza aprire questo tema né quello dello Stato nazionale che ci porterebbero molto lontano, ma con stretta attinenza al "reci", osserviamo.

A) La moderna macchina di sfruttamento del capitale, che dagli anni ottanta si è trasformata in schiavismo tecnologico sul piano tecnico-produttivo e in sistema parassitario sul piano dei rapporti complessivi, ha di caratteristico rispetto allo stadio precedente il fatto che per l’effetto dell’accresciuta subordinazione reale della forza-lavoro al capitale può utilizzare e combinare tutti i metodi di supersfruttamento del salariato, intensivi e estensivi, e applicarli alle sue stesse condizioni di riproduzione e di formazione. Quindi, se cresce la produttività e diminuisce il salario reale a vantaggio dei profitti e delle rendite finanziarie, questo fenomeno non dipende dalla supposta frattura oggettiva tra produttività e salario, il cui equilibrio è sempre determinato dai rapporti di forza tra operai e padroni, dipende in ultima analisi dalla resistenza inadeguata della forza-lavoro.

B) Il "ricatto occupazionale" è un fattore di abbassamento del salario e delle condizioni di lavoro che si può controbilanciare solo con la lotta operaia. Se c’è un parafulmine alla flessibilità lavorativa e salariale questo è dato non dal "reci" ma dal salario minimo garantito e dalla conseguente organizzazione di lotta (il fronte proletario) per conseguirlo e mantenerlo.

C) È ridicolo pensare che la liberazione anche parziale dalla schiavitù del lavoro salariato possa realizzarsi in un sussidio slegato dal lavoro e in una modifica degli strumenti di controllo e degli assetti di potere, in quanto senza abolire il lavoro salariato, epperciò senza ribaltare e distruggere la macchina statale, non è possibile avviare questa liberazione. Quindi il "reci" invece di favorire l’emancipazione favorisce il marcimento dei lavoratori nel sistema putrefatto.

D) Infine va detto che di umanizzante c’è solo e unicamente ciò che l’uomo fa per lo sviluppo della collettività. La tecnologia capitalistica è mossa e finalizzata dalla ricerca del profitto. Quindi il "reci" non può svolgere affatto il ruolo preteso.

 

 

 

CAP. 14°

Il "reddito di cittadinanza" non è d’ostacolo

né alla flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro

né alla schiavitù monetaria né alla schiavitù sociale

 

 

La tesi tre afferma che il "reci" è una misura riformista che non modifica l’organizzazione capitalistica in quanto interviene nella sfera della distribuzione non nella sfera del conflitto capitale-lavoro e che è uno strumento salvifico per la dinamica del processo di accumulazione capitalistico.

In merito a queste affermazioni c’è da dire che, mentre non abbiamo nulla da rilevare in ordine alla prima nel senso che il "reci" è appunto una misura riformista non classista, democratica non anticapitalistica; in ordine alla seconda dobbiamo invece rilevare che il "reci" non può svolgere il presunto ruolo di valvola keynesiana in quanto la crisi generalizzata di sovrapproduzione in corso è insensibile a questo tipo di stimolanti e non potrebbe evitare il suo corso catastrofico anche se ci fosse il "reci".

La tesi quattro sostiene che il "reci" è una proposta parziale che non contrasta con altre proposte riformiste come la riduzione dell’orario di lavoro. La cinque che è uno strumento di contropotere monetario. La sei che è uno strumento di autonomia soggettiva e di inclusione sociale. Osserviamo a grandi linee.

A) Primo. Il "reci", riferendosi a tutta la popolazione, prescinde dal lavoro salariato (dal salario, dall’accumulazione, come assumono i suoi sostenitori). Quindi rimane indifferente ai processi di flessibilizzazione e di razzia del lavoro che investono il salariato. Quindi un antidoto alla flessibilizzazione e alla precarizzazione del lavoro si trova soltanto nell’organizzazione e nella lotta di lavoratori e giovani e solo in queste. E lo stesso nostro salario minimo garantito non può che costituire un fattore di questa organizzazione e lotta.

B) Secondo. Solo chi sogna o inganna può affermare che una elargizione monetaria, richiesta per la sopravvivenza primaria, possa trasformarsi in una posizione di forza per chi la riceve e in una autonomia monetaria nei confronti della finanza. Il "reci", ossia lo sganciamento del reddito dal lavoro, non solo non libera dal ricatto del bisogno e dalla schiavitù del lavoro la massa dei lavoratori e dei giovani, ma, per quanto lo riguarda, ve la lascia.

C) Terzo. Le situazioni chiamate col termine generico di esclusione e di inclusione sociale non sono un prodotto meccanico del mercato ma una conseguenza della lotta tra le classi. Il "reci", riferendosi a tutte le classi indistintamente, non può né includereescludere. Quindi la spietata competizione cui sono costretti lavoratori e giovani, anche a livello individuale, non può trovare nel "reci" un punto di coagulo e di inclusione bensì un punto di caos e divisione.

 

 

 

CAP. 15°

Il "reddito di cittadinanza" strumento,

non di ricomposizione, ma di confusione sociale

 

 

La tesi otto sostiene che il "reci" è complementare allo Stato sociale. La nove che esso crea le basi per il proprio stesso finanziamento. La dieci e ultima che esso è un elemento di ricomposizione sociale e un collettore di coscienze.

Sorvoliamo sulla tesi otto, trattandosi di tematica interna alla sinistra riformista e cioè se il "reci" deve fungere da surrogato o meno nella soppressione dei servizi sociali. Sorvoliamo altresì sulla nove che contiene le ipotesi tecniche di contabilizzazione del "reci" (ipotesi di 1.000.000 al mese; riforma fiscale; redistribuzione della produttività; ecc.). Soffermiamoci a criticare soltanto la dieci.

In proposito, e concludendo, va osservato.

A) Prima di tutto è falsa in generale l’idea che la ricomposizione sociale non sia possibile nel processo produttivo ma sia possibile sul reddito e sul tempo cioè sul mercato ove affluiscono compratori e venditori e nessuno ha nulla in comune con l’altro.

B) In secondo luogo è sbagliata la considerazione che l’estrema individualizzazione delle figure operaie renda impossibile unire dall’interno e che l’unica possibilità sia quella si procedere dall’esterno con la proposta di reddito in quanto la fabbrica flessibile si diffonde in ogni luogo e sottomette l’intero spazio fisico, estendendo e generalizzando le condizioni di sfruttamento; e, quindi, se la sua diffusione spaziale da un lato importa comprensibili difficoltà organizzative dei soggetti sparsi, dall’altro aumenta la possibilità della loro riunificazione sociale.

C) I lavoratori e la gioventù proletaria si possono ricomporre e muovere insieme, come in effetti si muovono insieme agiscono e lottano (lo stanno facendo con grandi lotte), solo in quanto salariati - occupati o disoccupati - non in quanto consumatori o cittadini. L’identità dei lavoratori è di carattere sociale. Quindi pretendere di ricomporre i lavoratori sulla base di una proposta "identità territoriale" significa disarticolarli in un reticolo leghista o, se si preferisce, aggrumarli a macchia di leopardo.

D) Il "reci" può dunque svolgere il ruolo di collettore di coscienze ma in senso controrivoluzionario: come ipocrisia e inganno (8).

 

(8) Apparso sul Suppl.16/12/98

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