LA FORZA DELLA FEDE   

Quella preghiera a Rimini...Eugenio che non doveva vivere ha compiuto 2 anni.

Io frequento il Rinnovamento dal 92 e Giorgia, mia moglie, dal '90. Siamo impegnati nel servizio e, grazie al Rinnovamento, siamo riusciti a cambiare la nostra vita: il nostro fidanzamento nel '94 è sfociato in matrimonio. Dopo essersi fatto desiderare, il 24 aprile è nato Eugenio. Questa nascita è stata una prova molto dura per noi genitori, per i nostri familiari e per il nostro gruppo. I normali controlli medici, fino al 23 aprile, non avevano evidenziato nessun problema e la gravidanza sarebbe dovuta andare avanti ancora diversi giorni. Invece, quella sera stessa, portai Giorgia all'ospedale, ove fu trattenuta per cautela: ma se non fossimo tornati in ospedale il bambino sarebbe morto prima dei successivo controllo. Infatti, la mattina seguente fu riscontrata una gravissima sofferenza fetale. L'ospedale non aveva sufficienti attrezzature per eseguire le terapie e il trasporto avrebbe comunque aumentato il rischio di morte, perché anche solo una contrazione della mamma o un sobbalzo avrebbero potuto essere fatali. Il «caso» ha voluto che non vi fosse posto nell'ospedale di Careggi, così il bambino ha evitato il trasporto. Eugenio, nato con parto cesareo, è stato battezzato dopo mezz'ora dall'ostetrica Tosca; prima non era possibile, perché i medici tentavano di rianimarlo. Il bambino non respirava, era praticamente in coma, aveva avuto convulsioni e non dava reazioni psicomotorie. I medici entravano e uscivano da quella stanza, senza il coraggio di dire altro che: «E molto grave, non possiamo dire altro! E' molto grave!»

Un professore mi si avvicinò, probabilmente con l'intenzione di confortarmi e, a titolo confidenziale, mi augurò che il bambino non sopravvivesse, perché, se fosse sopravvissuto, non potevano sapere con quali conseguenze. A quelle parole mi sentii mancare, in tutti i sensi; ero solo, in un corridoio, senza più la forza neanche di pregare. Pensai alla sofferenza di Giorgia una volta tornata a casa: da sola nella cameretta di Eugenio, colorata, ma vuota. Pensai come tornare alla vita normale e al gruppo dopo una sciagura simile; mi sentivo tradito da Dio. lo credo che sia stata solo grazia del Signore se in quel momento, anche per merito della forte preghiera del gruppo, già informato e presente per mezzo di alcuni fratelli, ho trovato la fede per pensare: «Io tornerò comunque al gruppo, perché devo testimoniare che Dio ci ama anche nelle sciagure. lo amo il mio Dio e lui è fedele alla sua parola. Se Eugenio muore, vuol dire che lo ama di un amore speciale, tanto da volerlo subito nella gloria assieme a lui, appena battezzato, con una veste pura come la sua. Vuol dire che vuole donarci un figlio santo, che dal cielo interceda per il suo babbo e la sua mamma». E continuavo a lodare Dio! «Se invece sopravvive e rimane handicappato vuol dire che questo era l'unico modo per santificare due peccatori come me e Giorgia; voleva donarci il mezzo della nostra salvezza», Pregai Dio con tutto il cuore di salvarlo dalla morte, anche malato, o come voleva lui, ma di salvarlo. Però, se poteva, gli chiesi di donargli la salute, non per me, ma per lui e per Giorgia. Ancora adesso mi rendo conto di non essere capace di un tale abbandono, ma che solo lo Spirito Santo può aver suscitato in me questi pensieri.

Dopo 3 ore i medici hanno tentato il «trasporto protetto» con speciali apparecchiature all'Ospedaletto Meyer di Firenze nel reparto di terapia intensiva neonatale. Qui i medici hanno confermato la situazione di prognosi riservata e un edema celebrale, ma era ancora vivo. Tornando a casa ero disperato. Mi misi all'ascolto di Radio Maria e «per caso» un sacerdote spiegava il sacramento del battesimo in situazioni di pericolo di vita: poteva essere imposto anche prima della nascita, purché fosse fatto con l'intenzione della Chiesa cattolica e fosse presente il segno liturgico dell'acqua. Il giorno dopo, mi sono informato e ho saputo che l'ostetrica aveva battezzato Eugenio senza l'acqua. Il mio vescovo ci ha consigliato di eseguire il sacramento nuovamente. Così, il 26 aprile, è stato battezzato da un'infermiera come madrina e il babbo come padrino. Giorgia ha potuto vedere il bambino solo il 30, giorno del suo compleanno. Intanto a Rimini, durante la Convocazione nazionale di quell'anno, tutti i 40.000 partecipanti pregarono durante la Messa del 25 e molti anche dopo. Ho saputo che a macchia d'olio si è sparsa la richiesta di preghiera in gruppi, conventi, monasteri e addirittura su Internet da Napoli.

Io e Giorgia pensavamo sempre a una particolare profezia donataci alcuni mesi prima da alcuni fratelli di Ragusa: «I tuoi figli come virgulti intorno alla tua mensa» (Sal 128,3), Sapevamo che il nostro è un Dio fedele che mantiene le promesse, ma la paura di un genitore è più forte, in certi momenti, anche della fede ed è in lotta con la speranza, Eugenio aveva nel lettino dell'ospedale le sue immagini sacre, una reliquia e un'ampolla con acqua santa per essere sempre benedetto. Dopo una settimana il bambino respirava da solo e l'edema celebrale era scomparso. Dopo 17 giorni solo l'elettroencefalogramma presentava delle anomalie, ma è stato dimesso continuando a casa una cura. La prognosi era sempre aperta, non potendo valutare i danni conseguiti se non nell'arco dei primi 2 anni di vita. Ai controlli successivi tutte le analisi erano nella nonna e, sospesi gradatamente i farmaci, è risultato normale anche lo sviluppo psicofisico. Oggi ha quasi 2 anni, ed è un bambino sano e vivace come tutti.

Alberto

 

Tratto dalla rivista "Rinnovamento nello Spirito Santo "marzo 99"  

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