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La possibilità
di aderire ad una Unione di Comuni è stata al centro del
dibattito consiliare che si è svolto pochi giorni or sono
in Comune. Non approfondiremo in questa sede la questione e non
entreremo nemmeno nel merito delle decisioni assunte dal Consiglio
comunale.
Per quello che può contare la
nostra opinione, siamo convinti della necessità di consorziare
alcune funzioni amministrative svolte dei Comuni per i risparmi
e i miglioramenti nella qualità di alcuni servizi che
ne possono derivare. Non siamo nemmeno contrari alla possibilità
di fondere i piccoli Comuni anche se sappiamo che è molto
difficile parlare di collaborazione e unità in un contesto,
quello locale, dove i particolarismi e i personalismi sono esasperati
da polemiche a volte insensate e chiusure mentali sedimentate
nelle coscienze di molti cittadini e amministratori locali.
Ci preme di più parlare qui di alcune argomentazioni
che sono state espresse durante la discussione in aula e più
in particolare dei richiami al principio di sussidiarietà
secondo cui le istituzioni che stanno "più in alto"
dovrebbero delegare molte funzioni a enti "che stanno più
in basso", eventualmente sostenendole economicamente. Non
mettiamo in discussione il principio, riteniamo però che
della sussidiarietà si sia fatto un uso smodato e non
sempre allo scopo di favorire la libera organizzazione dei cittadini.
L'applicazione
sistematica del principio di sussidiarietà nel campo della
sanità e dell'istruzione sta progressivamente portando
ad una disgregazione dell'universalità del diritto ad
una sanità ed istruzione di qualità. Molta della
sanità di eccellenza in Lombardia è in mano ai
privati (Compagnia delle Opere) e in molte regioni d'Italia l'istruzione
privata (spesso gestita da enti religiosi) sta colmando le défaillances
sempre più evidenti di una scuola pubblica abbandonata
da tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi 15 anni.
Le recenti vicende di alcune importanti strutture sanitarie private
hanno messo poi in evidenza un fitto intreccio fra business e
"solidarietà" con risvolti economici che hanno
dato un aspetto inquietante a molte "opere di carità".
E mentre la sanità e l'istruzione pubblica vivono situazioni
di difficoltà, la sanità e l'istruzione privata
raccolgono una notevole quantità di risorse pubbliche
(in qualche caso aggirando anche il dettato costituzionale) contribuendo
alle difficoltà dei già dissestati conti pubblici.
Invece che favorire la libera organizzazione dei
cittadini in attività di utilità sociale, con il
principio di sussidiarietà, si è provveduto a far
gestire a privati servizi sociali "esternalizzati"
colpendo il welfare, facendo forse risparmiare l'Amministrazione
pubblica, ma mettendo in crisi i concetti di uguaglianza e giustizia
e il diritto alla partecipazione e al controllo sui servizi.
In questa deriva, chiunque provi a sostenere la necessità
di difendere il servizio pubblico e la sua universalità
è tacciato di ideologismo, conservatorismo (?), ...
Non siamo certo contro che pratica il volontariato,
che invece apprezziamo e sosteniamo specie quando promuove attività
e servizi innovativi (pensiamo ad alcuni progetti nel campo dell'assistenza
e dell'istruzione) che richiedono una sperimentazione prima di
essere istituzionalizzati.
Certo in tempi difficili
come quelli attuali, la scarsità di risorse richiederebbe
forse l'invenzione di attività a basso costo che valorizzino
l'automutuoaiuto gratuito, la cooperazione, il volontariato sociale
non "professionistico". I tempi ci sembrano maturi
per una riflessione in questa direzione.
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Cividale del Friuli,
15 gennaio 2012 |
la
Redazione |