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Discorso che esalta

Ogni uomo pensante si pone le domande sulla propria esistenza, sul proprio destino, se esiste o meno l'eternità o più precisamente "Dio esiste o no?". Non sono domande da poco conto in quanto coinvolgono il nostro domani. La ragione non può aiutarci perché non può andare oltre la loro comprensione. Tuttavia quale è la probabilità che Dio esista? Siamo al 50% ed è su questa percentuale che ci giochiamo il futuro eterno. Devo considerare che se punto sull'esistenza di Dio e Lui esiste, allora guadagno tutto ossia la felicità eterna, se invece Dio non esiste, non perdo nulla e sono alla pari con colui che ha puntato sulla Sua non esistenza. Se tu fossi un giocatore professionista su quali ipotesi punteresti? Da un lato potresti vincere l'eternità e la beatitudine, dall'altra non perderesti nulla. Essere cristiani, in definitiva significa solo essere degli uomini giusti e onesti. E allora?

La Scommessa Di Pascal
Parliamo adesso secondo i lumi naturali.
Se c'è un Dio, è infinitamente incomprensibile, perché, non avendo né parti né limiti, non ha nessun rapporto con noi. Siamo, dunque, incapaci di conoscere che cos'è, ne se esista. Cosi stando le cose, chi oserà tentare di risolvere questo problema? Non certo noi, che siamo incommensurabili con lui. Chi biasimerà allora i cristiani di non poter dar ragione alla loro credenza, essi che professano una religione di cui non possono dar ragione? Esponendola al mondo, dichiarano che è una stoltezza, e voi vi lamentate che non ne diano le prove! Se la provassero, mancherebbero di parola: solo difettando di prove, non difettano di criterio. "Sta bene, ma, sebbene ciò serva a scusare coloro che la presentano come tale, e li assolva dalla taccia di presentarla senza ragione, non scusa però coloro che la accolgono". Esaminiamo allora questo punto, e diciamo: "Dio esiste o no?" Ma da qual parte inclineremo? La ragione qui non può determinare nulla: c'è di mezzo un caos infinito. All'estremità di quella distanza infinita si gioca un gioco in cui uscirà testa o croce. Su quale delle due punterete? Secondo ragione, non potete puntare né sull'una né sull'altra; e nemmeno escludere nessuna delle due. Non accusate, dunque, di errore chi abbia scelto, perché non ne sapete un bel nulla. "No, ma io li biasimo non già di aver compiuto quella scelta, ma di avere scelto; perché, sebbene chi sceglie croce e chi sceglie testa incorrano nello stesso errore, sono tutti e due in errore: l'unico partito giusto è di non scommettere punto". Sì, ma scommettere bisogna: non è una cosa che dipenda dal vostro volere, ci siete impegnato. Che cosa sceglierete, dunque? Poiché scegliere bisogna, esaminiamo quel che v'interessa meno. Avete due cose da perdere, il vero e il bene, e due cose da impegnare nel gioco: la vostra ragione e la vostra volontà, la vostra conoscenza e la vostra beatitudine; e la vostra natura ha da fuggire due cose: l'errore e l'infelicità. La vostra ragione non patisce maggior offesa da una scelta piuttosto che dall'altra, dacché bisogna necessariamente scegliere. Ecco un punto liquidato. Ma la vostra beatitudine? Pesiamo il guadagno e la perdita, nel caso che scommettiate in favore dell'esistenza di Dio. Valutiamo questi due casi: se vincete, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla. Scommettete, dunque, senza esitare, che egli esiste. "Ammirevole! Si, bisogna scommettere, ma forse rischio troppo". Vediamo. Siccome c'è eguale probabilità di vincita e di perdita, se aveste da guadagnare solamente due vite contro una, vi converrebbe già scommettere. Ma, se ce ne fossero da guadagnare tre, dovreste giocare (poiché vi trovate nella necessità di farlo); e, dacché siete obbligato a giocare, sareste imprudente a non rischiare la vostra vita per guadagnarne tre in un gioco nel quale c'è eguale probabilità di vincere e di perdere. Ma qui c'è un'eternità di vita e di beatitudine. Stando così le cose, quand'anche ci fosse un'infinità di casi, di cui uno solo in vostro favore, avreste pur sempre ragione di scommettere uno per avere due; e agireste senza criterio, se, essendo obbligato a giocare, rifiutaste di arrischiare una vita contro tre in un gioco in cui, su un'infinità di probabilità, ce ne fosse per voi una sola, quando ci fosse da guadagnare un'infinità di vita infinitamente beata. Ma qui c'è effettivamente un'infinità di vita infinitamente beata da guadagnare, una probabilità di vincita contro un numero finito di probabilità di perdita, e quel che rischiate è qualcosa di finito. Questo tronca ogni incertezza: dovunque ci sia l'infinito, e non ci sia un'infinità di probabilità di perdere contro quella di vincere, non c'è da esitare: bisogna dar tutto. E cosi, quando si è obbligati a giocare, bisogna rinunziare alla ragione per salvare la propria vita piuttosto che rischiarla per il guadagno infinito, che è altrettanto pronto a venire quanto la perdita del nulla.

È vero, a nulla serve dire che è incerto se si vincerà, mentre è certo che si arrischia; e che l'infinita distanza tra la certezza di quanto si rischia e l'incertezza di quanto si potrà guadagnare eguaglia il bene finito, che si rischia sicuramente, all'infinito, che è incerto. Non è così: ogni giocatore arrischia in modo certo per un guadagno incerto; e nondimeno rischia certamente il finito per un guadagno incerto del finito, senza con ciò peccare contro la ragione. Non c'è una distanza infinita tra la certezza di quanto si rischia e l'incertezza della vincita: ciò è falso. C'è, per vero, una distanza infinita tra la certezza di guadagnare e la certezza di perdere. Ma l'incertezza di vincere è sempre proporzionata alla certezza di quanto si rischia, conforme alla proporzione delle probabilità di vincita e di perdita. Di qui consegue che, quando ci siano eguali probabilità da una parte e dall'altra, la partita si gioca alla pari, e la certezza di quanto si rischia è eguale all'incertezza del guadagno: tutt'altro, quindi, che esserne infinitamente distante! E, quando c'è da arrischiare il finito in un gioco in cui ci siano eguali probabilità di vincita e di perdita e ci sia da guadagnare l'infinito, la nostra proposizione ha una validità infinita. Ciò è dimostrativo; e, se gli uomini son capaci di qualche verità, questa ne è una.
"Lo riconosco, lo ammetto. Ma non c'è mezzo di vedere il di sotto del gioco?" Sì, certamente, la Scrittura e il resto. "Sta bene. Ma io ho le mani legate, e la mia bocca è muta; sono forzato a scommettere, e non sono libero; non mi si da requie, e sono fatto in modo da non poter credere. Che volete, dunque, che faccia?".

È vero. Ma riconoscete almeno che la vostra impotenza di credere proviene dalle vostre passioni, dacché la ragione vi ci porta, e tuttavia non potete credere. Adoperatevi, dunque, a convincervi non già con l'aumento delle prove di Dio, bensì mediante la diminuzione delle vostre passioni. Voi volete andare alla fede, e non ne conoscete il cammino; volete guarire dall'incredulità, e ne chiedete il rimedio: imparate da coloro che sono stati legati come voi e che adesso scommettono tutto il loro bene: sono persone che conoscono il cammino che vorreste seguire e che son guarite da un male di cui vorreste guarire; seguite il metodo con cui hanno cominciato: facendo cioè ogni cosa come se credessero, prendendo l'acqua benedetta, facendo dire messe, ecc. In maniera del tutto naturale, ciò vi farà credere e vi impecorira. "Ma è proprio quel che temo"

E perché? che cosa avete da perdere? Ma, per dimostrarvi che ciò conduce alla fede, sappiate che ciò diminuirà le vostre passioni, che sono i vostri grandi ostacoli.
Fine di questo discorso. Ora, qual male vi capiterà prendendo questo partito? Sarete fedele, onesto, umile, riconoscente, benefico, amico sincero, veritiero. A dir vero, non vivrete più nei piaceri pestiferi, nella vanagloria, nelle delizie; ma non avrete altri piaceri? Vi dico che in questa vita ci guadagnerete; e che, a ogni nuovo passo che farete in questa via, scorgerete tanta certezza di guadagno e tanto nulla in quanto rischiate, che alla fine vi renderete conto di avere scommesso per una cosa certa, infinita, per la quale non avete dato nulla.

"Oh! codesto discorso mi conquista, mi esalta, eccetera ".
Se esso vi piace, e vi sembra valido, sappiate che è fatto da uno che si è messo in ginocchio prima e dopo, per pregare quell'Essere infinito e senza parti, al quale sottomette tutto il proprio essere, affinché sottometta a sé anche il vostro, per il vostro bene e per la sua gloria; e che, quindi, la sua forza si accorda con questa umiliazione.

Se non si dovesse far nulla, tranne per quel che è certo, non si dovrebbe far niente per la religione, perché non è certa. Ma quante cose si fanno per l'incerto: i viaggi per mare, le battaglie! Dico che, allora, non bisognerebbe far niente del tutto, perché nulla è certo; e che nella religione c'è più certezza che non nel credere che vedremo il giorno di domani: non è certo, infatti, che vedremo la giornata di domani, ed è certamente possibile che non la vediamo. Non si può dire il medesimo della religione; non è certo che essa sia, ma chi oserà affermare che è certamente possibile che non sia?
Ora quando si lavora per il domani, e per l'incerto, si agisce in modo ragionevole, perché bisogna lavorare per l'incerto per la regola delle probabilità, che è dimostrata. Sant'Agostino ha visto che si lavora per l'incerto, in mare, in guerra, ecc., ma non ha conosciuto la regola delle probabilità, che dimostra che bisogna fare così. Montaigne ha visto che ci si irrita per uno spirito claudicante e che la consuetudine può tutto', ma non ne ha visto il perché.

Tutte quelle persone hanno veduto gli effetti, ma non le cause: e si trovano, rispetto a coloro che hanno veduto le cause, nella stessa condizione di coloro che hanno soltanto gli occhi rispetto a quelli che hanno anche l'intelletto: perché gli effetti sono accessibili ai sensi e le cause possono esser vedute solo dall'intelletto. E, sebbene quegli effetti si scorgano con la mente, questo tipo di conoscenza intellettiva è, rispetto a quella che conosce le cause, come i sensi corporei rispetto all'intelletto.

Per mezzo delle probabilità, dovete darvi cura di cercare la verità, perché, se morrete senza adorare il vero principio, sarete perduto - "Ma - voi dite - se avesse voluto che lo adorassi, mi avrebbe lasciato segni della sua volontà ". E cosi ha fatto; ma voi li trascurate. Cercateli, dunque: ne mette conto.

Probabilità. Diversa è la maniera con cui bisogna vivere nel mondo a seconda di queste supposizioni: 1) di poterci vivere sempre; 2) se è certo che non ci si rimarrà a lungo e incerto se ci si resterà soltanto un'ora. Quest'ultima ipotesi è la nostra.

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