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Usanza di mare

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Capitolo 1

Andrea Martinez soldato spagnolo destinato in questa piazza sposò Contesta DalfinaTrapanese

 

estate 1692

-Arriba! Debajo! Al centro! Y dentro!

Andres Martinez da Salamanca ripeté per l'ennesima volta il brindisi e trangugiò un altro bicchiere di vino rosato di Malaga. La sua compagnia il giorno dopo si sarebbe imbarcata da Huesca per Alghero, e il caporale De Ribeira gli aveva dato il bizzarro consiglio di bere vino per combattere l'eventuale mal di mare. Durante il viaggio vomitò perfino le viscere.

Nella cittadina sarda il soldato passò tre anni, a litigare continuamente con i catalani, che nella loro roccaforte non tolleravano nessuno che non fosse originario di Barcellona e dintorni.

Ad Alghero, però, capì che fare la guardia ai bastioni di una città circondata dal mare aveva i suoi vantaggi: lo spettacolo era più vario, i turni meno monotoni, ed il tempo scorreva più in fretta.

Così, quando la sua compagnia fu trasferita a Marsala, fece di tutto per farsi destinare a Trapani: ormai nella città del vino il mare in un certo senso non c'era più, e per gli iberici tirava una brutta aria, non senza ragione.

Tanto per cominciare, quando i re di Castiglia avevano preso il posto di quelli di Aragona, era sbarcato il viceré Moncada con sedicimila soldati affamati, rimasti in città per sei lunghi mesi. Dopo essersi mangiato il mangiabile, bevuto il bevibile e scopato lo scopabile, le truppe spagnole si imbarcarono, impettite ed imbolsite, al suono di pifferi e tamburi. Dietro si lasciarono una città semidistrutta e annichilita da tanta gratuita cialtroneria.

Quando poi Don Giovanni D'Austria, l'eroe di Lepanto, fece scalo a Marsala con le sue ottanta galee e diciottomila tra fanti e cavalieri, per la città si avvicinò il colpo di grazia. Su suggerimento dello stesso Don Giovanni, infatti, nel 1575 cominciarono i lavori per l'ostruzione del porto. La curiosa motivazione fu che uno specchio d'acqua così ampio si prestava ad una invasione turca in grande stile. Invasione che il nome stesso della città, Marsa Allah, "Porto di Allah", avrebbe sicuramente propiziato. La spiegazione popolare, non lontana dal vero, fu invece che l'ammiraglio aveva bevuto troppo; da quel momento la spettanza di vino fornito dalla città alla guarnigione spagnola venne ridotto al lumicino.

Da Marsala non partirono più carichi di salnitro e pistacchio; il ricordo delle galere colme di pregiate botti di acquavite di Alcamo e Mazara pronte per la spedizione bruciava ancora molto tempo dopo, così come rimase nella memoria di tutti lo scempio del grande porto ridotto a fanghiglia maleodorante.

I marsalesi guardavano il porto di Trapani, sorella punica e rivale di sempre, prosperare con i carichi dirottati dalla loro città interrata e mugugnavano, masticando amaro:

-Si Marsala avissi lu portu, Trapani fussi mortu!

Per questo e per diversi altri motivi nella guarnigione spagnola di stanza a Marsala alla fine del '600, il vitto era più scarso e scadente che altrove. Del vino ricavato dai generosi tralci di inzolia, grillo e cataratto, ai soldati imperiali arrivavano solo le partite inacidite. Decisamente Marsala non era posto per Martinez.

Poi, a parte il mare soffocato da un’infinità di metri cubi di tufi smozzicati, fango di salina e buona terra da vigna, a Marsala secondo il soldato salamantino parlavano strano.

A suo parere i trapanesi, invece, avevano assorbito col tempo quel tanto di castigliano da farlo sentire un po' più a casa. In quale altra città siciliana, oltre tutto, per dire "io" si diceva "yo" come a Trapani? Per un castigliano era musica per le orecchie, rispetto al latineggiante "eo" dei marsalesi o al pretenzioso "io" dei palermitani.

Si mise in marcia all'alba di un giorno di luglio assieme ad un pugno di commilitoni al comando del caporale Hugo de Ribeira. Secondo gli ordini ricevuti, i soldati in parte sarebbero stati destinati alle torri di avvistamento lungo il litorale, in parte inviati a rinforzare la guarnigione di Trapani, una ventina di miglia più a nord.

Andres e compagni seguirono la strada costiera, tenendo a sinistra il mare e a dritta il verde intenso delle vigne marsalesi. Nella tarda mattinata cominciarono a costeggiare la laguna dello Stagnone, le cui acque poco profonde davano da vivere ad una decina di famiglie di pescatori. Acque molto dense e un po' intorbidite dal fondo di sabbia e fango, ma ricche di un pesce così sapido da rimanere ben di rado invenduto. La luce esasperata della laguna faceva scorgere a malapena la stretta lingua di terra dell'Isola Grande che la separava dal mare aperto; una linea sfumata che si stemperava nel bagliore intenso del Canale di Sicilia.

Nel centro dello specchio salmastro l'Isola di San Pantaleo, disabitata, aspettava che qualcuno riscoprisse il dramma dell'assedio di Dionisio di Siracusa all'antica Mozia, sogno ed incubo di due generazioni di greci di Sicilia, finito quando duecento navi da guerra e ottantamila soldati si erano mossi per scannare trentamila tra uomini, donne e bambini inermi.

Assieme ai corpi degli assediati, sotto la terra calcinata dal sole di luglio riposava la statua di un efebo che si stava godendo gli ultimi secoli di pace. Ancora poche generazioni di silenzio, e sarebbe ritornato a vagare suo malgrado per il Mediterraneo, oggetto conteso dagli organizzatori di mostre archeologiche sull'antico mare.

I soldati spagnoli, invece, continuarono la marcia ancora per un po', abbacinati dal bianco del sale che si stava raccogliendo nelle vasche a pochi passi dalla strada. Vasche squadrate ad arte, che sfoggiavano tutte le sfumature dall’azzurro al bianco, passando attraverso il porpora, il rosa, il celeste, il marrone, l’avana. Sembrava l’enorme catalogo di un improbabile colorificio nascosto dietro le montagne di sale.

A mezzogiorno si fermarono sotto alcuni carrubi a consumare il loro rancio: gallette e salamurece. Mentre il biscotto salato si ammollava nella zuppa di acqua, pomodoro, basilico ammoscioliato dal caldo ed un'idea di olio un po' andato, gli spagnoli osservavano i salinari consumare in silenzio il loro pasto di pane e tonnina salata. Una brezza leggera veniva da grecale, dove il Monte San Giuliano cominciava a svelare la sua sagoma, inseguita verso levante dal profilo di Pizzo Cofano. La montagna dava l’impressione di un grosso gatto viola accucciato davanti ad un topo di calcare rosa. Attorno ai soldati le cicale facevano un concerto stridente e spietato come il sole che le stava comandando a bacchetta.

Andres Martinez, finito la sua zuppa fredda, si alzò per dirigersi verso i salinari. Si avvicinò al curàtolo della salina e chiese sfacciato:

- Avete vino per i vostri soldati?

- Andate a rinforzare la torre di San Teodoro? - chiese di rimando il capo dei salinari - Ieri notte sono sbarcati i turchi, peste e corna dove sono; mi hanno preso tre uomini e un mulo. Siete venuti per questo?

- Anche, -s’inventò lo spagnolo- C'è vino? Abbiamo sete, e se beviamo ancora acqua di pozzo ci smerderemo di dissenteria prima di arrivare a destinazione.

Rimediò un bùmmalo di vino ambrato fresco, e dopo averne bevuto un sorso lungo quanto le giornate d’estate, passò la brocca di terracotta al caporale e quindi ai commilitoni. Era da ore che i soldati non bevevano, spaventati che l'acqua dei pozzi fosse contaminata. I turchi, si diceva, d'estate buttavano pecore morte nei pozzi per infettare l'acqua, diffondendo così le malattie e fiaccando ogni resistenza da parte dei siciliani. Col vino, invece, infezioni non se ne prendevano.

Un po' storditi dal troppo alcol dell’ambrato, i soldati si rimisero in marcia. Dopo qualche ora fecero una deviazione di un paio di miglia sulla sinistra ed arrivarono al tramonto alla Torre di San Teodoro, dove l’acqua pulita del mare aperto si immette nello Stagnone. Si presentarono ai commilitoni di guardia alla torre e predisposero l’accantonamento per la notte.

In silenzio, i salinari e contadini delle frazioni vicine, accompagnati da un numero sempre più grande di mogli e bambini, si accamparono attorno alla torre: in quella manciata di soldati in sosta avevano visto la speranza di riposare la notte senza essere svegliati da una lama tunisina sulla gola.

Martinez e compagni non sprecarono una galletta salata quella sera. La cena la offrì la gente di Birgi e dintorni. Si rimpinzarono di buon pane di campagna e olive verdi condite con aglio, sedano e aceto. Non mancava nemmeno il vino, visto che la nuova vendemmia era vicina e bisognava svuotare le botti per prepararle al vino nuovo. A metà pasto un curàtolo, che amministrava alcune saline nella vicina Isola Longa, sbarcò sulla spiaggia con quattro lance. Assieme a moglie e figli aveva con sé quasi tutti i salinari . Salutò con familiarità il fante e l’artigliere di guardia alla torre e si presentò ai soldati in transito con una dozzina di conigli arrosto accompagnati da vino a volontà; voleva festeggiare con i soldati il primo raccolto di sale della stagione e la prospettiva di un pernottamento un po' più sicuro del solito.

Fortuna volle che i corsari berberi quella notte se ne stettero nei loro covi di Lévanzo e Maréttimo, che se fossero sbarcati a S.Teodoro si sarebbero imbattuti in diverse centinaia di uomini, donne e bambini avvinazzati seduti attorno ad una dozzina scarsa di soldati allegri assai e piuttosto incerti nei movimenti. Tra tutti si distingueva il caporale de Ribeira, seduto a cantare filastrocche castigliane alla torma di bambini e bambine che si erano messi a tirargli i mustacchi tra una rima e l’altra. Fossero venuti al momento giusto, per bisertini e tunisini la festa sarebbe stata ancora più grande: avrebbero potuto terminare l’annuale, metodica campagna di approvvigionamento di schiavi cristiani con diverse settimane di anticipo.

L’indomani all’alba gli spagnoli ripresero la strada per Trapani, dopo aver lasciato un soldato di rinforzo alla torre. Passarono quindi da Maràusa e ancora una volta deviarono verso il mare, per portarsi alla torre di Nùbia. I vigneti si alternavano adesso ai campi di aglio dei nubioti, che alla cura della terra aggiungevano in estate il lavoro nelle saline. Sul mare aperto, verso sud, si poteva vedere un grande traffico di schifazzi, i panciuti barconi a vela che facevano la spola tra Favignana e le saline. Venivano carichi di tufi da salina, per ripartirsene con la stiva colma di sale per lavorare il tonno.

La torre di Nubia era in ottimo stato, essendo stata costruita appena una cinquantina di anni prima. Gli spagnoli diedero il cambio a due dei tre soldati di guardia e si rifornirono dell’acqua della cisterna accomodata nel basamento della costruzione. Prima di ripartire il caporale e Andres ebbero modo di salire sul terrazzo dell’istallazione per dare un’occhiata agli armamenti. Dall’alto della torre lo sguardo si perdeva sulle saline verso Trapani, punteggiate dalle vele di decine di mulini a vento di foggia olandese. L’artiglieria della torre di Nubia era ben tenuta, sembrava nuova di fonderia: il Principe di Pacheco ci teneva alla sicurezza del suo feudo, e non disdegnava di fornire armi a proprie spese.

Arrivarono sotto le mura della città al tramonto, impressionati dall’imponenza delle fortificazioni. Ad Andres Martinez Trapani fece l’impressione di un’Alghero in scala un po' più grande, con bastioni ancora più solidi e ben muniti di artiglieria. Nel progettarli, i catalani avevano messo a frutto l’esperienza maturata nella roccaforte sarda, profondendoci ancora più energie ed attenzioni, data la vicinanza delle coste berbere .

Passarono attraverso il ponte levatoio della Porta Nuova e dopo pochi passi furono nella Caserma degli Spagnoli, a ridosso delle mura di levante.

 

 

 

 

 

autunno 1695

 

Il castigliano si ambientò presto nella città. I trapanesi non erano ostili ai soldati imperiali: che gli spagnoli continuassero a pensare alle difese di terra; ai siciliani interessava quasi esclusivamente continuare i loro traffici col mare. Tra sale, cattura dei tonni, pesca del corallo, cabotaggio e qualche scampolo di pirateria, c’era sempre abbastanza di cui campare; sempre che i turchi se ne stessero fuori dalle mura.

Quando era libero dal servizio, il salamantino andava spesso alla chiesa di San Lorenzo, costruita pochi anni prima e frequentata dai mercanti forestieri di passaggio. Fu lì che una domenica vide una processione di ragazze coperte con un manto grigio. Erano precedute da una pesante croce, anch’essa grigia, e camminavano a capo chino. Dietro ordine dei due anziani padri della Compagnia di Gesù che le accompagnavano, le vergini presero posto un po' distanti dall’altare, essendo i primi banchi occupati dai notabili del quartiere del Palazzo.

Andres notò che, malgrado la cupezza dell’abbigliamento e l’aria forzatamente dimessa, alcune di loro erano perfino belle.

- Chi sono ? - chiese ad Hugo de Ribeira, dopo essersi arrovellato per un po' a capire il senso di tanta ostentata contrizione.

- Sono le Donzelle Disperse. Vivono recluse in un Collegio che sta a ridosso del Carcere.

- Hijas de putas?

- No, per quelle c’è il Collegio delle Projette, che sta vicino all’Ospedale Grande. Queste qui sono ragazze che da piccole sono state abbandonate dalle famiglie; a volte per troppa povertà, a volte per altre vicissitudini. Vedi la ragazza più grandicella, in terza fila?

- Quella con i capelli color rame? - chiese Andres

- Si, proprio lei. Si chiama Contesta ed ha fama di essere una delle ragazze più belle della città. Il padre fu catturato dai mori una decina di anni fa, all’Isola di Galita, mentre pescava coralli. Si sono messi di mezzo i genovesi di Tabarqah per mediare il riscatto, e sono ancora in trattative. Nel frattempo la moglie è morta dalla disperazione, mentre Contesta è finita tra le Donzelle Disperse.

- Quanti anni avrà?

- Quasi sedici, credo. Di sicuro è entrata in collegio da bambina, perchè non sono ammesse ospiti di più di dieci anni. I Gesuiti sono inflessibili su questo punto: nessuno dovrà mai sospettare che le loro Donzelle Disperse siano mai state seduttrici o sedotte - recitò il caporale, che sembrava molto informato sulla pia istituzione.

Per diverse settimane, quando poté liberarsi dalle sue incombenze, il soldato Martinez non perse una messa domenicale a San Lorenzo, cercando di avvicinarsi il più possibile al gruppo delle ragazze dal mantello cinerino. Contesta si incuriosì di quell’uomo alto e magro che recitava compunto le preghiere con l’accento un po' strascicato degli spagnoli. Lo sguardo era triste e accucciolato, da forestiero che si voleva accasare. Essendo in quel periodo i siciliani piuttosto bassi di statura, era difficile non notare Andres. Per trovare uomini alti e magri come lui bisognava prendere uno schifazzo, farsi qualche miglio di mare ed andare a Lévanzo, dove diversi isolani avevano l’aspetto un po' distratto di spilungoni spagnoli scampati per caso ad un naufragio. A Contesta il soldato di Salamanca fece tenerezza.

Passarono diversi mesi prima che Martinez si decidesse a bussare al Collegio delle Donzelle Sperdute, nella stessa strada del carcere vecchio della Vicarìa. Sopra il portone della istituzione lo spagnolo lesse, sillabando a fatica:

ORBATARUM PARENTIBUS PUELLARUM DOMICILIUM

REGINA VIRGINUM TUTELARE

ANNO SALUTIS MDCXXXIV ISTITUTUM

Non comprendendo granché di quanto appena letto, il soldato fece voto che, se fosse riuscito a sposare Contesta, avrebbe assicurato al primogenito adeguate nozioni di latino.

Parlò a lungo con il Rettore del Collegio, mostrandogli anche le referenze scritte dal Comandante della guarnigione spagnola. A metà mattinata, avendolo l’anziano gesuita licenziato con un sorriso di assenso, Martinez venne condotto in una saletta contigua, dove una religiosa lo accolse con sguardo accigliato. Suor Clara non dimostrava un’età definita ma, per un arcano trambusto ormonale che la aveva sorpresa da giovane, si faceva notare per la peluria diffusa che fuoriusciva dai polsini e dalle altre costrizioni dell’abito monacale; era irsuta come certi orsacchiotti di fine ottocento, di quelli dal pelo lungo e un po' scomposto di certe bancarelle londinesi di Covent Garden. Nella mano sinistra teneva una bacchetta di faggio.

Suor Clara lesse con attenzione alcuni appunti avuti dal Rettore e, guardando Andres con gravità, gli chiese:

-Come state di salute, soldato? Vi vedo abbastanza magro.

-E’ un fatto di costituzione, - si affrettò a precisare Martinez.

-Siete vergine?

-No, soldato, - rispose flemmatico lo spagnolo.

-Ed è questo che ci preoccupa, caro Andres. Avete chiesto la mano della più modesta e serena delle nostre ospiti, e magari ce la impestate con il mal spagnolo.

-Da noi si chiama mal francese, - puntualizzò Martinez.

-Mal spagnolo o mal francese, avete capito che parlo di sifìlide. Abbiamo dato l’anima per far crescere onestamente queste ragazze, e le abbiamo anche educate a vivere delle loro fatiche. Se ci ingannerete con quel coso lì, - disse indicando con la bacchetta l’inguine di Martinez - troveremo il modo di farvelo salare, il vostro baccalaro.

Andres, prossimo ai trent’anni, non si aspettava da una suora un discorso così diretto; non sapeva, altresì, che l’abitudine di salare brutalmente i genitali per punire chi offendeva il pudore popolare o, peggio, diffondeva malattie veneree, dai villaggi rurali francesi era giunta sino a Trapani, che di sale oltretutto ne aveva sempre avuto in abbondanza.

-Sono sano, sorella, e posso dimostrare con i fatti l’onestà delle mie parole, - rispose lo spagnolo, indicando con una certo orgoglio e un’idea di malizia la parte del corpo oggetto di tanto sospetto. A quel punto della discussione, era ormai certo che suor Clara non si sarebbe scandalizzata.

 

 

24 giugno 1696

Andres e Contesta si sposarono la mattina di San Giovanni nella chiesa dove si erano incontrati la prima volta. Il soldato offrì una modesta festa nuziale in un locale attiguo, preso in affitto per pochi tarì dalla parrocchia.

Nulla a che vedere con le feste sontuose ed esagerate che i trapanesi avrebbero preso a fare in seguito. A quel tempo, infatti, i cittadini buttavano via i soldi in modo affatto opposto.

Se ne accorse presto Andres che, mentre condivideva con i pochi invitati tricotti ericini e moscato di Pantelleria, da una finestra nemmeno tanto vicina udì giungere alte, altissime grida di dolore che si ripeterono con implacabile quanto imprevedibile frequenza. Martinez cercò invano negli sguardi dei presenti la spiegazione di tanto ostentato dolore; ma mentre Contesta Dalfina teneva, come da inveterata abitudine, il capo chino, tutti gli altri continuavano a sgranocchiare in silenzio i loro biscotti. Fu suor Clara a spiegargli l’arcano:

- E’ morto don Tano Vento, armatore che teneva le sue due galere a corseggiare contro i turchi nei Dardanelli. La famiglia ha tanto di quel denaro da permettersi di pagare quasi tutte le Préfiche della città per la veglia funebre.

- Sono loro che si sgolano come se le stessero scuoiando vive? - chiese Andres.

- Si, nel loro genere sono le più rinomate in Sicilia, e si fanno pagare un occhio della testa. Con quello che una di loro prende in tre giorni di piagnistei, potremmo provvedere ai bisogni delle nostre Donzelle per un mese. – sbottò la religiosa.

Il Rettore delle Donzelle Disperse annuì gravemente. Sopravvenne un attimo di silenzio tra gli invitati, spezzato di botto da un urlo di pianto lontano che era riuscito ancora più convincente dei precedenti.

Bibe, hombre,- suggerì Hugo de Ribeira porgendo ad Andres la brocca con il moscato - più bevi e meno le senti.

 

Capitolo 2

Venne alla luce Diego nel 1697. Le inferme finanze di sua casa obbligandolo a sottrarsi dall'indigenza, lo fecero divenire lavorante di coralli

Andres e Contesta andarono ad abitare al secondo piano di una casa all’inizio di via Corallari, la strada dei pescatori di corallo dove la ragazza era vissuta sino al rapimento del padre. L’affitto era risultato molto vantaggioso, anche perché lo stabile aveva fama di essere infestato dagli spiriti. I due sposi vollero sfidare la sorte, tenendo conto che negli ultimi tempi il soldo di Andres era arrivato in maniera discontinua.

All’inizio sembravano solo scricchiolii che venivano dalle scale di legno; poi per la ragazza i sonni furono sempre più agitati, specialmente quando Andres prestava servizio di notte. Fu forse per questo che Contesta perse il primo bambino. La carità di alcune vicine fece procurare alla coppia un appartamento al lato opposto della strada, dove la successiva gravidanza fu più serena.

Dal balcone del nuovo appartamento la ragazza poteva vedere la casa di famiglia, confiscata dalle autorità cittadine al momento in cui si seppe che il padre era stato fatto schiavo dai mori; a tempo debito sarebbe stata venduta da un notaio di fiducia della Mastranza dei Corallari per facilitare il riscatto del pescatore. Quei lunghi anni di disuso avevano lasciato i loro segni: gli infissi erano screpolati dal sole e dal vento, mentre brandelli di rete da pesca penzolanti dai balconi ricordavano gli ultimi meloni invernali appesi a maturare dalla mamma di Contesta prima che il mondo le crollasse addosso. Volgendo lo sguardo a destra, in fondo alla strada, la ragazza invece si rasserenava nell’ammirare la cupola di maiolica verde della chiesa di San Francesco, per il senso di solidità che donava a tutto il rione. La cospicua mole color smeraldo sembrava poi che fosse stata eretta anche per dare dignità alle umili facciate color sabbia delle abitazioni dei pescatori. Così almeno sosteneva suor Clara, venuta a visitare Contesta un pomeriggio di inizio settembre per recitare assieme il rosario.

Faceva molto caldo, e la ragazza stava stesa sul letto per dare un po' di sollievo alle gambe, che reggevano a fatica il ventre degli ultimi giorni di gravidanza; le lenzuola erano zuppe di sudore. Suor Clara invece, malgrado il pesante abito monacale, sembrava fresca come una rosa.

- Lo spagnolo è stato di parola,- mormorò la religiosa tra sé e sé dopo aver appoggiato con delicatezza la mano sulla pancia di Contesta, come a propiziarne un parto sereno. Poi , chiamato uno dei monelli che la avevano seguita lungo la strada dal Collegio sino alla casa della giovane sposa, gli diede una capiente tazza di terracotta e un bel po' di tarì accompagnati dal sibilo di un ordine:

- Vai in via Neve e fatti riempire questa tazza di sorbetto di gelsi. Se te lo vogliono vendere di limone o anice digli "’gnornò". Deve essere di gelsi o niente. Non fare sciogliere il sorbetto per strada, se no ti faccio squagliare io dalle scòppole, - aggiunse.

Il bambino tornò mezz’ora dopo, accaldato e trafelato; nella tazza, non del tutto piena, c’era una porzione di sorbetto ben compatto.

-Hai portato il resto?- chiese la suora notando con sospetto un gonfiore nella tasca dei pantaloni del bambino.

-No, Sorella, non è rimasto niente,- rispose il monello chinando il capo - Il sorbetto lo hanno fatto con l’ultima neve del magazzino e l’hanno fatto pagare quello che volevano.

Un attimo, e il bambino si trovò a testa in giù, scosso da Suor Clara quel tanto da far cadere per terra il contenuto delle tasche. Ne uscirono due castagne secche ed una trottolina da un tarì, sicuramente comprata in una delle bottegucce da falegname lungo la strada .

- La trottola la lasci a me - disse la religiosa con voce suadente - mentre le castagne te le porti a casa. Senza scordarti questa,- aggiunse accompagnando le parole con una potente scoppola a mano piena.

Allontanatosi l’incauto monello a precipizio lungo le scale, le due donne rimasero sole. Malgrado il sorbetto, Contesta sudava ancora, mentre Suor Clara si guardava attorno con gravità. Voci lontane di bambini e grida di uccelli marini rompevano di tanto in tanto il silenzio del pomeriggio.

Contesta guardò la suora con esitazione, poi prese coraggio e balbettò:

- L’ho visto ancora, ieri notte, dopo che Andres è sceso a montare di guardia sui bastioni di S.Anna.

- Com’era? - chiese a bassa voce suor Clara

- Come il solito. Ho sentito aprirsi la porta di casa con uno scricchiolìo e l’ho visto seduto appena fuori dalla soglia. Era nero come un turco nero nero ed aveva i capelli bianchi e ricci. Mi ha guardato con occhi da cane bastonato e mi ha detto, "Facesti bene ad andartene dall’altra casa. Se ci stavi ancora ti facevo perdere pure questa creatura. Qua non ci posso entrare. Stavolta vincesti tu." Poi è sparito come sciolto nell’aria, lasciando la porta aperta. Tremavo come una foglia dallo scanto, e mi misi a piangere senza fare rumore. Avevo paura che il Turco tornasse ancora.

- Qua non può entrare, - la tranquillizzò Suor Clara - dove passa Padre Costa con l’acqua benedetta il Turco non può farci niente.

-E perché nell’altra casa si? Lì ho perso il bambino, ricordate?

- Quella era stata benedetta da padre Tranchida, che pensava troppo alle femmine, e le benedizioni non gli funzionavano mai, - spiegò tranquilla la suora, insuperabile nell’ improvvisare risposte convincenti a misteri inspiegabili.

Era da diverse generazioni, ormai, che le donne di via dei Corallari venivano terrorizzate dalle apparizioni del Turco, sempre lesto ad infilarsi nelle loro case non appena i mariti uscivano di notte per la pesca. Si diceva che Michele era uno dei turchi portati in catene dalla cittadina tunisina di Al-Munastir dal capitano di una della sette galere andate a saccheggiarla per tre giorni e tre notti. Era stato venduto ad una famiglia di pastai e per una ventina d’anni aveva servito i suoi padroni con una lealtà che non meritavano. Alla prima carestia, i padroni fecero un paio di conti: l’investimento di dodici onze per l’acquisto dello schiavo era stato ripagato; Michele, carattere mite e sorriso timido di nero della Mauritania, oramai era diventato anziano ed un po' acciaccato. L’ingordigia dei pastai ebbe il sopravvento sulla pietà cristiana predicata - in quel caso con poca efficacia - dai vicini frati francescani: lo lasciarono morire di fame pur avendo il magazzino pieno di maccheroni, tria e busiati.

A nulla valsero poi innumerevoli novene, eterni riposi, preghiere per le armicelle del Purgatorio, messe cantate e benedizioni a tappeto di tutta la via dei Corallari e dintorni: il Turco non trovava pace e in tutto il quartiere di notte si riposava male; per non dire, poi, dell’elevato numero di giovani donne che non riuscivano a portare a termine la gravidanza, spaventate dalle repentine apparizioni di Michele, che con il passare delle generazioni si era pure incattivito. I pescatori arrivarono persino a tassarsi per offrire una lampada votiva alla Chiesa di San Francesco.

La eseguì Fra Matteo Bavera, durante le pause tra una benedizione e l’altra delle case dei pescatori, mettendo assieme rame dorato, smalti bianchi e azzurri e frammenti di corallo di tutte le forme. Gocce, uncini e bastoncini, virgole e losanghe di un corallo rosso ben levigato e lustrato alleggerivano ed impreziosivano l’elaborata composizione, offerta ai Francescani nella speranza che riuscissero a fermare le scorribande notturne del Turco Michele. La lampada fu donata il giorno di Tutti i Santi ed accesa con olio di Tunisi il giorno successivo, rischiarando i visi di decine di vecchine intente a pregare per il sollievo delle armicelle del Purgatorio, in cui il Turco Michele si supponeva soggiornasse di diritto.

Queste ed altre cose disse suor Clara tra un rosario e l’altro in quel pomeriggio di fine agosto. Quindi si alzò per salutare, consegnando a Contesta un frammento di carta azzurrina piegato in quattro.

- E’ da mettere tra le fasce della creaturina dopo che le faranno il primo bagno,- suggerì la religiosa, chiudendo la porta dietro di sé con delicatezza.

Contesta aprì il bigliettino e lesse:

ircu,

arcu,

orcu,

e ‘ppi na fogghia

di zuccu tortu

unn’appi

né ircu

né urcu

né orcu

Nel decifrare le parole la ragazza annuì sorridendo. Si trattava dell’intraducibile scongiuro contro le intrusioni e le tentazioni del demonio che Suor Clara distribuiva con eccentrico ed alquanto eretico zelo alle donne in attesa di partorire. Cosa c’entrasse la "foglia di tralcio di vite storta" nei rapporti tra umani e forze degli inferi era oggetto di appassionate quanto inconcludenti discussioni tra le vecchine del rione. Nemmeno la ragazza dai capelli color rame aveva mai capito granché. "Oltretutto", ragionò Contesta, "più uno scongiuro è comprensibile, meno è potente"; quello di Suor Clara aveva fama di essere addirittura portentoso.

La ragazza pose il foglio con le parole vergate da suor Clara su una sedia accanto al letto, per poi scivolare dolcemente nel sonno. La calura si stava stemperando in una provvidenziale brezza di grecale.

 

22 settembre 1697

Quando Diego Martinez venne alla luce, attorno alle tre del mattino, la costellazione di Orione, la più bella dei nostri cieli invernali, era da poco sorta sull’orizzonte, mentre Perseo splendeva sopra la cupola di San Francesco. Papà Andres e Hugo de Ribeira stavano invece appoggiati sui bastioni di S. Anna, in attesa che finisse il loro turno di guardia. Il mare di tramontana era tranquillo e gremito di stelle grandi come nocciole da sgranocchiare.

Fu il caporale De Ribeira a cominciare:

-Hai già deciso che mestiere farà tuo figlio?

-Sei sicuro che sarà maschio?

-Certo, non hai notato la forma della pancia di tua moglie?- chiese l’imprevedibile Hugo.

-Se è vero che sarà maschio, non potrà che essere pescatore di pesci, o di coralli, oppure marinaio. Di sicuro non sarà soldato. Qualcosa mi dice che saremo gli ultimi spagnoli a fare la guardia a queste mura.

-Allora meglio che si occupi di coralli; a terra, però. Per lo meno dormirà vicino alla moglie, anziché stare col culo a mollo come i marinai, - sentenziò Hugo.

Poco dopo le quattro del mattino i due commilitoni erano accanto al letto di Contesta. La puerpera stava bene e sorrideva al marito, mentre la levatrice terminava di fasciare il neonato, già lavato con acqua di rosmarino, inserendo nelle bende di cotone il sortilegio di Suor Clara, ritenuto in quartiere vero e proprio scudo celeste contro disgrazie e influenze nefaste.

A qualche centinaio di metri dalla via dei Corallari, nel palazzo dei nobili Osorio, poco distante dalla chiesa di San Lorenzo, si stava intanto completando la fasciatura di un altro bambino venuto alla luce alla stessa ora di Diego Martinez.

Don Giuseppe Osorio Alcaron, futuro perno della politica estera di Casa Savoia, studente di Diritto delle Genti a Leiden, addetto alla Legazione di Olanda, Plenipotenziario a Londra, Ambasciatore Straordinario in Madrid e Primo Segretario di Stato a Torino, fece uno sbadiglio e cominciò beatamente a ronfare.

Tra le fasce che lo tenevano rigido come uno stoccafisso appena un po’ più umido del solito, stava un rettangolo di carta pergamena con su scritte le solite parole:

 

ircu,

arcu,

orcu,

e ‘ppi na fogghia

di zuccu tortu

ecc...

Di come si sarebbe svolta la vita di Giuseppe Osorio si è appena detto, delle vicissitudini di Diego Martinez si parlerà diffusamente nel resto di questa storia. Sta di fatto che mai persone nate nello stesso luogo, alla stessa ora, sotto i medesimi allineamenti di astri, ebbero destini più diversi.

Poche settimane dopo i parti di Contesta e della nobile Osorio, durante la notte tra Tutti i Santi e il due Novembre, i defunti come sempre vennero a visitare tutti i bambini della città. La festa dei morti a Trapani, come in gran parte dell’isola, era allora un rituale un po’ serio e un po’ scanzonato, a metà strada tra una incursione carnevalesca dei morti nel mondo dei vivi e il modo povero di fare doni antecedente l’insensata frègola regaleccia dei Natali odierni.

Accanto alla culla di don Giuseppe Osorio le anime di nonni e zii defunti, cariche di armature rugginose e scricchiolanti, vennero a deporre, con incedere altezzoso, castagne cotte nel vino, noci di Benevento, fichi secchi ed un prezioso spadino d’argento cesellato.

Vicino la culla di Diego Martinez, invece, accanto alle noci, alle castagne e ai fichi secchi, i morti di famiglia, meno seriosi, lasciarono una manciata di corallo grezzo ed una trottolina che somigliava curiosamente a quella confiscata da Suor Clara al monello del sorbetto qualche mese prima.

 

 

1700

L’inizio del nuovo secolo, con la morte di Carlo II di Spagna, fu memorabile in Sicilia per il turbinoso, talvolta tragicomico avvicendarsi dei dominatori. L’unico dato certo, una costante millenaria nella storia dell’isola, fu che chi ebbe il potere di scegliere i governanti dell’isola non riuscì ad immaginare altro che dinastie straniere. La concitazione e l’imprevedibilità dei continui cambiamenti sorpresero perfino i più incalliti tra i voltagabbana, regolarmente spiazzati nel corso di una generazione che scorse con la velocità di una commedia recitata da una compagnia di comici che aveva troppa fretta di rimettersi sui carri e ripartire. Una recita venuta male, con troppo movimento e poco da ridere.

Ancora per una decina e passa di anni il caporale Hugo de Ribeira e il soldato scelto Andres Martinez stettero di guardia alle mura di Tramontana. Davanti a loro mutò continuamente lo scenario mobile ed imprevedibile di legni, vele, bandiere, omini bianchi, rossi, bruni, neri affaccendati alle manovre o schiantati dal remo; il tutto nello sfondo cangiante di un mare tra i più mutevoli per venti, colori, umori.

Videro passare fuste, galere e galeotte di corsari barbareschi veri o finti; sciabecchi francesi armati sino ai denti; galeoni spagnoli un po’ carenti di carenaggio; vascelli pirata inglesi ed olandesi con base a Tunisi o Algeri; panciuti vascelli da carico catalani o genovesi, qualche polacca veneziana. E gli innumerevoli legni locali: schifazzi da carico, agili legulei, tartane e bilancelle da pesca, coralline di ritorno dai banchi africani, i massicci vascelli neri delle tonnare; e la lugubre galera della Santa Inquisizione che faceva la spola con Palermo, a rifornire quella insaziabile piazza di condannati al remo o al rogo, assieme ad un paio di galere da corsa armate dalle pie eredi di Don Tano Vento, pace all’anima sua.

Anche le galere del Sovrano Ordine di Malta si può dire facessero parte dei legni locali. Si scorgevano spesso sul filo dell’orizzonte, non di rado impegnate a contrastare la tracotanza delle galeotte turchesche. Ogni sei mesi, poi, un legno maltese adorno di preziosi stendardi di seta e munito di buona, infallibile artiglieria, doppiava i bastioni di S. Anna per approdare alla spiaggia di San Giuliano. Veniva da Lampedusa e portava le offerte di cristiani e turchi per il Santuario della Madonna di Trapani.

In quel periodo il soldo alla guarnigione spagnola, ora sotto le insegne di Filippo V di Borbone, smise di arrivare in moneta, sostituito da generi coloniali. E’ una storia vecchia, che si ripete più spesso di quanto non si immagini: quando il valore dei soldi va in fumo per l’innata irresponsabilità di chi ne tiene troppi, si torna allo scomodo, primordiale ma pur sempre onesto baratto. Così ogni giovedì Andres ed Hugo, finita la guardia, portavano fuori le mura i loro fagotti di caffè, zucchero di canna e tabacco per venderli ai contadini che venivano in città con i loro ciuchi carichi di frutta, verdura ed erbe.

Trovarono difficile piazzare il caffè di Santo Domingo; il tabacco di Cuba, invece, aveva sempre una clientela affezionata, anche se non molto competente. Mentre i cittadini dentro le mura lo masticavano o annusavano, i contadini preferivano usarlo in infusione come medicina contro le affezioni bronchiali. Hugo, da eccentrico qual era, il tabacco cominciò a fumarlo, diffondendo il vizio in città e mettendo da parte un bel mucchietto di once e tarì, vale a dire diverse centinaia di milioni di lire odierni.

Andres, invece, faceva più fatica a vendere la sua spettanza di coloniali e spesso tornava a casa con le tasche vuote e l’aria più malinconica del solito. Se in commercio il buon soldato castigliano aveva poco successo, lo stesso non si poteva dire nell’affiatamento con la moglie Contesta: dopo Diego nacquero, in rapida successione, Costanza, Julio, Federica, Felipe, Guglielmina. Da questo elenco si può notare come i maschi, dietro pressioni di papà Andres, presero nomi spagnoli, mentre per le bambine mamma Contesta scelse nomi che si rifacevano alle reminiscenze sveve e normanne dell’isola.

Diego trascorse la prima infanzia tra la via dei Corallari e la riva antistante Porta Serisso, approfittando della libertà che le continue gravidanze della mamma spesso gli concessero. Un po’ più grandicello, il bambino, per interessamento di Suor Clara, ebbe lezioni regolari di lettura, scrittura e calcolo dai Padri Gesuiti, trovando particolare piacere nel vizio solitario di leggere.

Nel frattempo, per integrare le magre entrate familiari, mamma Contesta, con il tramite del Collegio delle Donzelle Disperse, aveva cominciato a prendere a casa lavori di ricamo ordinati dal clero più ricco della città. Era abile a fare decorazioni con fili d’oro su stole e pianete di seta cruda, applicando perline di corallo dentro il contorno di boccioli di fiori. Una volta prestò per mesi e mesi la sua opera in una bottega artigiana, impegnata con diverse altre donne nella realizzazione del grande paliotto di seta, argento, coralli che i Gesuiti avevano ordinato per ornare l’altare di San Francesco. Toccò a Diego in quei mesi prendersi cura di fratelli e sorelle; bambini dai tratti fisici talvolta molto diversi, come spesso accade in Sicilia. Il nero dei capelli di Diego, e gli intensi occhi scuri ereditati dal nonno materno, nulla avevano a che fare con i capelli rossi ed i begli occhi grigi da fiamminga della sorellina Costanza, la preferita. Arabi dalle chiome nere e riflessi turchini erano nati Julio e Federica, mentre pelle chiarissima ed occhi castani e verdi distinguevano Felipe e Guglielmina. Ripetendo una storia antica come l’isola dove vivevano, senza pensarci Contesta ed Andres avevano messo in moto una curiosa giostra genetica dalle molte, imprevedibili evoluzioni.

Nel poco tempo rimasto tra la cura dei fratellini e le dure lezioni dei Gesuiti, Diego a volte trascurava la compagnia dei coetanei per andare nei cantieri navali addossati al forte di San Francesco, intrufolandosi tra i maestri d’ascia, calafati, funai, mastri ferrai e velai che si affannavano a raschiare, rattoppare e riarmare vecchi scafi esausti della marineria locale assieme alle grosse imbarcazioni e vascelli stranieri ridotti a mal partito dagli imprevedibili quanto scomposti fortunali del Canale di Sicilia. Barche di amici e di nemici. Navi panciute degli intraprendenti e accondiscendenti catalani della ricca Barcellona, barche rastremate e veloci degli insolenti genovesi, amici di un tempo e ora nemici insidiosi per le continue, violente dispute sull’oro rosso dei coralli d’Africa; qualche galera di Venezia smarritasi in una burrasca di levante e libeccio mentre si avventurava nei mari occidentali dietro chissà quale progetto di guadagno. In ogni caso barche da riparare lavorando giorno e notte e con cura perfino maggiore che per quelle dei concittadini: i forestieri avevano una gran fretta di rimettersi in viaggio, e per mollare gli ormeggi avrebbero pagato qualsiasi cifra senza battere ciglio, con monete di buona lega.

Ma era quando si impostava uno scafo nuovo che i cantieri si animavano di un fervore allegro che si trasmetteva a tutta la città. Perfino da dentro le mura si sentivano le voci, i suoni, gli odori di quando la gente si mette assieme in riva al mare a costruire qualcosa di bello da vedere e buono per navigare: un bastimento ben fatto, in altre parole.

Diego aveva appena tre anni quando il caporale Hugo de Ribeira, identificato e confuso da tutti come zio, per la prima volta lo aveva condotto per mano nei cantieri, rimanendone divertito ed affascinato per il resto dei suoi anni. Legni di quercia e rovere venivano sbozzati, sagomati, scolpiti ed inchiavardati per formare le ossature degli scafi, fasciati con cura da tavole di pino odoroso che squadre di lavoranti ricavavano a colpi d’ascia da grossi tronchi messi a stagionare sotto tettoie improvvisate. Poi era l’ora dei calafati, che con il loro sonoro martellare sincopato inserivano a forza trecce di canapa tra le tavole da impeciare. Poco distante dalle pentole con la pece si scaldava il sevo per far scivolare sulla pendenza della riva le barche appena costruite e far loro prendere il mare, non senza aver adornato le prue con palme benedette. Sia che si varasse una galera di cospicue dimensioni o che si lasciasse scivolare in mare un modesto gozzo di pochi piedi, la festa era grande lo stesso; l’orgoglio di aver portato a termine l’impresa manifestato con corale allegria.

Talvolta agli odori amari e acri dei cantieri, intensi al limite dello stordimento, si aggiungeva il sentore della broda bollente di tannino rossastro, in cui i pescatori immergevano le reti per non farle marcire nel lungo contatto con l’acqua salata. Col tempo Diego si convinse che in quella manciata di metri di riva si radunasse la parte più sensata e travaglina di quella città un po' persa nel Mediterraneo.

Ogni tanto il mare portava sui bassi fondali dietro la scogliera del Ronciglio, a levante dell’uscita del porto, resti di imbarcazioni sconosciute, affondate senza lasciare traccia dei loro equipaggi. Fu così che uno dei primi grandi velieri apparsi nel Mediterraneo, portati da rinnegati olandesi e inglesi a spargere terrore e lutti tra i cristiani, si andò ad arenare proprio sui quei banchi di sabbia e fanghiglia . Si chiamava Sea Lion, e per mesi fu oggetto di studio da parte dei maestri d’ascia più esperti della riva di Porta Serisso.

Fu così che mastro ‘Genio, mastro ‘Ntoni e mastro Saroro passarono tutte le sante domeniche di quell’estate a misurare, disegnare, tastare tutti i pezzi che componevano quel meraviglioso vascello dalle vele lacere e le alberature spezzate. Anche Diego, assieme ad alcuni compagni di gioco, salì ad esplorare la grande nave, dopo che la gente dei cantieri aveva recuperato velature, sartiami, rame, bronzo, ottone, travi di legno pregiato. Nella cabina già saccheggiata del comandante, assieme a brandelli di carte nautiche e dettagliati portolani dei lidi cristiani, i bambini trovarono un paio di libri in ottimo stato: una raccolta di Salmi in inglese e un’opera dal curioso titolo "Paradise Lost", di un certo John Milton. Sui frontespizi stava scritto con calligrafia incerta che i libri erano appartenuti a tale John Ward, primo comandante del Sea Lion a Tunisi, col nome di Yusuf Rais. I volumi, le cui rilegature erano state già saggiate dai topi del Ronciglio, vennero lasciati a Diego, l’unico tra quei bambini che sapesse leggere.

Dell’equipaggio del veliero nessuna traccia, anche se nelle saline e campagne di Nubia per mesi si sentirono le parlate foreste dello Yorkshire e della Cornovaglia impastate di lingua franca, l’idioma di schiavi, padroni, pirati, marinai, armatori e puttane del Mediterraneo di quei tempi. L’affare fu risolto in maniera molto discreta dalla Santa Inquisizione, che all’inizio di quell’autunno stivò sulla galera per Palermo un carico di prigionieri più numeroso e vivace del solito. Finirono tutti al rogo dopo un processo più breve del tempo di accendere una fascina di legna secca.

Nei cantieri in riva al mare il figlio del castigliano non lavorò mai; la famiglia lo mandò presto a lavorare i coralli. Tra le carte di uno studioso trapanese si conserva ancora il contratto stipulato tra Andres Martinez e Mastro Giuseppe Marceca, scultore di coralli, per la messa in apprendistato del quattordicenne figlio Diego come lavorante per la durata di un anno. Orario di lavoro da dieci a dodici ore, a seconda della bisogna. Il ragazzo avrebbe poi vissuto con la famiglia del padrone che, finite le ore di bottega, lo avrebbe anche adoperato nei lavori domestici. La paga era di appena " tarì tre lo giorno così per il lavoro di coralli come per infilare quelli", da corrispondere al padre dell’apprendista.

Così, per poco più del prezzo di una pagnotta al giorno, Diego fu messo a bottega a togliere col raschietto la scorza dai rami grezzi di corallo e completarne la pulizia con pietra da mola. Con tornio e lima lavoranti più esperti avrebbero poi ricavato globi e grani da lucidare con sabbia di Tripoli; ne sarebbero risultate umili filze per le preghiere dei buddisti di oriente o dei musulmani di Siria e Barberìa, oppure rosari per i cristiani.

 

 

 

maggio 1712

Una tiepida mattina di tarda primavera - mancavano un paio di settimane alla fine del contratto di apprendistato - mamma Contesta ed un signore anziano vestito di panno blu si presentarono in bottega e chiesero di Diego.

L’anziano guardò il ragazzo, gli sorrise e, rivolto al padrone di Diego, chiese con uno curioso accento impastato di genovese :

- Come stiamo Mastro Giuseppe?

- Non c’è male. Voi, piuttosto: libero senza riscatto?

- U riscattu si paga sempre a qualcuno, figé, - rispose Tore Dalfina, asciutto.

- E voi a chi lo avete pagato? - insistette il mastro corallaro.

- Cavolicelli miei. Si yò aspettava a vui , in Barberìa ci facìa li vermi. Ora parlàmo di cosi seri: Diego torna 'ncasa sua.

- Il contratto non è ancora terminato.

- Lo facèmo finire subito. Ho altri progetti per lui. Questo fiorino d’oro è pi vossìa, per il disturbo. E si un basta, ite a ramengo. Salutàmo.

 

Capitolo 3

Prese in moglie una giovane ornata di lodevoli costumi e n'ebbe due figli.

     

Che nonno Tore Dalfina fosse tornato libero dalla cattività in Barberìa non stupì più di tanto. La cosa ogni tanto capitava, specialmente se si facevano i voti giusti a santi venerati dalla gente e rispettati dalla gerarchia celeste, come la Madonna di Trapani e San Francesco di Paola. Stupì piuttosto lo stato in cui il corallaro era riapprodato a Trapani: vestito di tutto punto di bei panni blu di fattura genovese e ben nutrito e curato; addirittura sfoggiando un accenno di panzìcolo, lui che era sempre stato magro come un chiodo messo a digiuno.

In quartiere qualcuno cominciò a credere che Mastro Tore avesse venduto l’anima al diavolo o, peggio, si fosse messo a commerciare lui stesso cristiani in Barberìa. Il pescatore, bravissima persona anche se di tanto in tanto soggetto ad imprevedibili scoppi d’ira, ignorò le voci che si stavano infittendo su di lui, trovando persino un certo gusto a celare i segreti della sua cattività.

Col genero spagnolo parlava poco, di sicuro geloso del privilegio che aveva avuto di sposare la bella Contesta. Per il nipote Diego, invece, provò subito un affetto prossimo alla complicità. Fu il ragazzo, infatti, ad assistere il nonno in quei primi, frenetici mesi successivi al ritorno in città. Mesi impiegati in cantiere ad impostare non una, ma addirittura un’intera flottiglia di quattro nuove coralline, da impiegare nei banchi al largo dell’isola di Marèttimo. Perchè una cosa era certa: nonno Tore dalla Barberìa era tornato pieno non solo di soldi, ma anche di progetti.

Voleva cercare altri banchi di corallo; voleva far aprire a Diego una bottega per la lavorazione e scultura dei migliori rami pescati; voleva commerciare direttamente il prodotto lavorato con gli alessandrini e i siriani senza la onerosa intermediazione dei catalani. Voleva rifarsi, insomma, di venti anni di vita sospesa tra la schiavitù e la voglia di ricominciare a vivere.

Affidò la costruzione delle barche a mastro ‘Genio che, pur essendo un mastro d’ascia abile e preparato, doveva il suo nome solo al fatto di essere nato il giorno dedicato a Santo Eugenio.

Per mesi il vecchio Tore ed il nipote passarono in cantiere tutti i giorni dall’alba al tramonto, a seguire passo passo la costruzione della flottiglia. Nella tarda mattinata facevano la loro colazione di pane e olive schiacciate assieme a mastri d’ascia, lavoranti e calafati, per poi riprendere il lavoro sino a che il sole non passava oltre il profilo delle isole Egadi per andarsi a coricare, sfinito dalla fatica, dalle parti di Gibilterra.

Ogni tanto, specialmente le sere precedenti le festività, nonno e nipote tornavano a casa più tardi , dopo aver cenato all’osteria della ‘za Barbara. Di solito zuppe di ceci accompagnate da uova sode e un vino asprigno di poco prezzo; talvolta astice o cernia portati a cuocere dai pescatori che venivano nel locale a dividersi equamente i guadagni della settimana.

Fu una di quelle sere in osteria, seduti ad un tavolo appartato, che Diego ebbe il coraggio di chiedere al nonno come si era liberato dai turchi. Il corallaro mise da parte i fogli con gli schizzi delle barche in costruzione e stette in silenzio per un po', il viso di tanto in tanto alterato da spasimi leggeri attraverso i quali ricordi ancora mal rimossi facevano incursioni nel presente. Poi Mastro Tore iniziò :

- A me e ai mei compagni i turchi ci pigliarono mentre che dormivamo in spiaggia in Galita, un’isola a ponenti di Biserta. Eramo alla fine della stagione e da un paio di giorni stavamo riparando scafi e vele prima di tornarcene in Trapani. Avìamo le barche cariche di coralli di una grandezza mai vista, e per giorni e giorni li turchi ci avevano spiato. Una matina uno di loro vinni a chiederci se volevamo vendere il pescato. Mi parìa un cristiano e avìa la parlata di Mazzàra. Il prezzo nun ci piacìa, era troppo basso. Facenno finta di mercanteggiare, il mazzarisi ci faceva la visita medica con gli occhi. Ci guardava i denti e vedeva che noiatri eramo sani e pieni di salute. Una simana dopo éramo tutti 'ncatinati e stipati in una mazmorra, un magazzino fituso senza aria e né luci, scavato sutta il mercato di Algeri, figé.

- Io non capisco una cosa: com'è che eravate andati, voialtri, a pigliare coralli in Barberìa sperando di farla liscia? Come si fa a pescare corallo tra Algeri e Tunisi senza pensare di finire in mano ai turchi? – chiese Diego.

- Si fa. Prima di tuttu lu guadagnu è forti, e vale la pena di arrisicare. Secunnu poi, li turchi noi li pagavamo e loro ci lassavano in pace. Era comu ‘na tassa. Solo che la tassa nun la davamo al Re, comu si fa ‘cca, ma a lu vecchiu saggio dell’isola di Galita. Un jornu lu vecchiu si ammalao e murìo e noiatri ristammu futtuti e mazziati.

Pur facendo fatica a capire tutte le parole del nonno, strascicate in un dialetto ristretto e po' sconnesso dalla lunga assenza dalla città, Diego alla fine si rese conto che nonno Tore e i suoi compagni si erano trovati schiavi dei corsari non per caso, ma per la morte dell’ anziano notabile dell’isola di Galita a cui sino a quel momento avevano pagato il salvacondotto per pescare i coralli.

- Siete stati per tanto tempo ad Algeri?

- A fari cosa? Algeri ha ‘cchiù cristiani 'ncatinati che algerini. Mi accattarono li genovisi di Tabarqah e mi misero a pescari e lavorari coralli.

- Tu, cristiano, schiavo dei cristiani?

-E che ti pari, che i cristiani cu li danari sono megghiu di li turchi? Li genovisi riscattano gratis et amore dei solamente li picciriddi cristiani; per aviri la mia libertà mi fìciru piscari e travagghiare i coralli per quinnici anni. Fui yò a truvari li banchi novi di coralli che stanno facenno ricca Tabarqah e li soi abitanti. Accussì mi arriscattai, figè, - disse accompagnando l’ultima parola con un fragoroso pugno sul tavolo, quasi a scaricare con quel gesto inaspettato la tensione che era cresciuta man mano che aveva raccontato le sue faccende a Diego che, da parte sua, osservava attonito il viso ormai paonazzo del vecchio.

Aspettarono un bel po' prima di riprendere il filo del discorso. Poi, fattosi coraggio, il nipote chiese:

- E ora che volete fare, con le vostre quattro coralline nuove?

- Vajo a truvari banchi di coralli novi vicino Trapani, figé.

- E se vi pigliano di nuovo i turchi?

- Usanza de mar, cose che capitano. Ma oramai li turchi nun mi pigghianu cchiù; a Tabarqah, da una vecchia di Santu Vito riscattata dai genovisi, accattai chistu, figé- disse Tore Dalfina al nipote, togliendosi nel frattempo uno scapolare da sotto gli abiti. Assieme a una professione di fede cristiana il sacchetto di tela conteneva un sottile fazzoletto di seta azzurra con ricamata in filo d’oro una preghiera in una lingua sconosciuta. Cominciava così :

"Padri di noi, ki star in syelo, noi volir ki nemi di ti star saluti..."

A Diego quelle parole ricamate sul fazzoletto di seta non fecero alcuna impressione particolare, ma non espresse alcun commento per non deludere il nonno. Una domenica, dopo la messa nella chiesa di S. Lucia, Mastro Tore condusse il nipote a casa sua, appena rimessa a posto dopo il lungo periodo di abbandono. Aprì il lucchetto del suo sacco da marinaio e cominciò ad estrarre cose mai viste.

- Vedi queste pietre rosa che sono comu tagliati a mano? Si chiamano rose del diserto, e i mori dicinu chi sunnu fatti di sabbia e pisciazza di camello; chisti inveci sono rami di corallo da travagghiari. Li pigliai yò stesso, a levante dell’isola di Tabarqah.

- Con quale ingegno li avete presi ? - chiese Diego riferendosi al pesante strumento zavorrato calato dai pescatori per strappare i rami di corallo dai fondali marini.

- Che ingegno e ingegno, chisti rami li pigliai yò personalmenti, con li mei mani. Yò posso calarmi sino a venti braccia sutta lu mari cu li mei occhiali, - spiegò nonno Tore porgendo a Diego due vetri tondi molati con cura, delle dimensioni di fondi di bicchieri, inseriti in un pezzo di cuoio morbido ben sagomato ed ingrassato, il cui profilo si poteva adattare in maniera pressoché perfetta a quello di una faccia. Non era esattamente una moderna maschera subacquea, ma come funzionalità poco ci mancava, a giudicare dalla grandezza e qualità dei rami di corallo trovati dal nonno nelle sue immersioni.

Il pescatore guardò soddisfatto lo stupore dipinto sul volto del nipote, prima di proseguire a tirare fuori oggetti, a volte utili a volte solo curiosi, dal suo sacco di pesante tela grigia.

Uscirono raschietti, tronchesine e bulini per lavorare il corallo; un portolano arabo con le coste della Berberìa ben delineate; pezzi di corallo lavorati con cura maniacale. Statuine da presepe e profili di donna finemente scolpiti si alternavano a oggetti variamente scaramantici come corni, piccoli falli, mani di Fatima e il fico, rappresentazione di un pollice inserito tra l'indice e il medio, antico gesto per scacciare via la malasorte usato nel Mediterraneo sin dalla notte dei tempi.

- Certo, sanno lavorare bene il corallo quelli di Tabarqah,- commentò ammirato Diego.

- Ma chi dici, ma chi fantasia hai, fetente diavolone di un niputi scimunitu! Chistu è tuttu travagghio meo! - imprecò indispettito il pescatore, buttando in aria il pesante sacco, ancora in gran parte pieno. Abiti turcheschi, berretti di panno rosso e babucce si sparsero per terra, assieme a schizzi di barche e strumenti nautici, come un compasso da carteggio e un cronometro inglese, il cui coperchio di mogano si spaccò nell’impatto sul pavimento, mentre lo strumento oscillava scomposto sulle sue rudimentali sospensioni cardaniche.

Il nonno rimise in fretta tutta la sua roba dentro il sacco, lasciando per Diego un volume rilegato in cuoio marrone, dal titolo curioso.

- Sabir castellano?- chiese il pescatore con la voce tornata calma come per miracolo.

- Si, porqué?

- Allora tieni - disse il nonno passando il libro al ragazzo.

Sul frontespizio Diego lesse:

-"El ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha" de Miguel de Cervantes Saavedra.

Nonno Tore, sentendo pronunciato il nome di Cervantes, annuì gravemente:

- Era un omo valente. In Algeri tutti i cristiani in catene lo invocavano come un santu. Ora sentimi, -disse il vecchio cambiando discorso- li ferri per lavorari i coralli sono per te. Non ti scordari di fari pratica ogni jornu. Prima o poi ti potìa essere utili.

- E il corallo da lavorare?

- Quanto ne voi, figè, ti lo pisco yò con le mie barche. E rami beddi grossi.

 

primavera 1713

Le barche, coralline armate di dodici remi e una gran vela latina, vennero completate a marzo, all’inizio della stagione di pesca. Nella mattinata precedente il varo un incomprensibile episodio aveva suscitato la collera di Mastro Tore Dalfina. Nell’ispezionare le quattro imbarcazioni, battezzate rispettivamente Gaspare, Melchiorre, Baldassare ed Epifania, il corallaro notò che qualcuno aveva sostituito il nome della quarta barca con Ciolla mia, espressione sconciastra e beffarda che con la festività religiosa nulla aveva a che fare, corrispondendo all’italiano "pisello".

Mentre l’anziano pescatore copriva in un battibaleno quella scritta inopportuna con una mano di biacca, un uomo mingherlino se la rideva lacrimando dallo spasso. Era nascosto dietro un vascello da tonnara da calafatare e lo chiamavano Mpàppete per la balbuzie che lo affliggevano quando si innervosiva; cioè quasi sempre. Un avanzo di galera col gusto della burla, un imbroglia banchine e poco di buono dalle tasche sempre piene di onze, fiorini e ducati di dubbia origine: questo era Mpàppete. Per farla breve, un malacarne temuto da tutti coloro che bazzicavano sulla riva tra Porta della Dogana e Porta Serisso.

Risolto l’incidente della scritta blasfema, nel pomeriggio successivo le coralline vennero messe in mare, non prima di essere state benedette dal parroco di S. Lucia, dal cappellano di S. Liberante e da padre Costa, frate esorcista con le mani sempre a mollo nell’acqua santa e anche quel giorno, quindi, con la voce annanfarata dal raffreddore.

Non mancarono le autorità straniere, come il Console di Genova, che sorrideva sornione, e il Console di Inghilterra, accaldato e sudaticcio sotto i pesanti panni di lana di Norfolk indossati più per mostrarli a qualche possibile acquirente che per vera necessità; c’era perfino il Comandante della guarnigione spagnola, sempre più taciturno e rabbuiato. Non mancarono nemmeno i Consoli della Mastranza dei Pescatori corallari e di quella ancora più potente dei Mastri Scultori, apprezzati esecutori di ritratti, statuine, sacre rappresentazioni assieme a veri e propri presepi di gusto barocco che avevano fatto il giro delle corti europee. Erano orgogliosi sino al limite della spocchia gli scultori di corallo trapanesi di quel periodo, perché convinti, a ragione, di essere stati i primi a saper tirare fuori a colpi di bulino, da quella materia fragile e misteriosa, forme che finalmente erano diventate arte vera, e non semplici grani da rosari da mettere in mano per pochi tarì alle vecchine delle parrocchie.

Assisteva alla cerimonia anche una piccola processione di "Donzelle Disperse", chiamate da mamma Contesta a cantare inni religiosi durante il varo delle imbarcazioni. Le ragazze, oltre che da un anziano padre gesuita, erano accompagnate da Hugo de Ribeira che, andato in congedo quasi settantenne, aveva deciso di passare gli ultimi anni della sua vita al servizio di quel collegio femminile, a cui da sempre era stato vicino. Il patto con i Rettori del Collegio era stato che il maturo caporale castigliano avrebbe depositato alla pia istituzione tutte le sue sostanze, ottenendone in cambio vitto, alloggio e cure sino alla fine dei suoi giorni.

Fu durante il varo delle coralline del nonno, quindi, che Diego vide per la prima volta Assunta, una ragazza bruna e sottile dai grandi occhi neri di gazzella irrequieta e l’aria vivace che la lunga opera di sottomissione a cui erano sottoposte le ragazze del Collegio non era riuscita a domare del tutto. Quando una folata di vento di ponente fece volare via il berretto grigio alla ragazza, riccioli corvini fecero incantare Diego, che per un attimo dimenticò barche, armamenti, ingegni, turchi, genovesi, tunisini, catalani, fondali e coralli, per rimanere imbambolato ad osservare la bellezza di quella ragazza, le cui fattezze sembravano rubate ad un vaso greco di studiate proporzioni.

Il giorno dopo il varo, Diego era con la madre a bussare alla porta del Collegio delle "Donzelle Disperse", accolti da un raggiante Hugo de Ribeira. Il caporale aveva messo da parte la lunga crisi d’identità di militare abbandonato alla periferia di un Impero allo sbando, e si godeva i sorrisi e gli affetti di quell’ambiente così peculiare, ricambiandoli con un fervore ed un attivismo ammirevoli, considerata l’età. Di certo avrebbe aiutato Diego nel suo progetto di chiedere la mano della bella Assunta.

 

Mastro Tore salpo' con le sue coralline un paio di giorni dopo, diretto ai banchi di coralli al largo dell’isola di Maréttimo. Portava con sé alcune indicazioni copiate pari pari da una lapide murata nella chiesa di S.Lucia. Davano la posizione, nella curiosa maniera del tempo, di un banco quanto mai ricco, scoperto cinquanta e passa anni prima e mai più ritrovato:

"quindeci miglia per maistro di lo Capogrosso di Levanso per libeccio la canalata in cima della Torre di Maretimo: per scirocco il Capogrosso di Levanso e la cava di San Teodoro: e per levante il balaticcio di Bonagia e le colline della montagna di Baida chiamate li Pagliaretti"

Il banco fu riscoperto dopo appena una settimana di ricerca, e cominciò a fornire rami color rosso fuoco di dimensioni che il mezzo secolo abbondante di tregua nella pesca avevano reso più che generose. Ogni sera le quattro coralline approdavano a Maréttimo, nella spiaggetta di tramontana, appena sotto il Castello di Punta Troia, riattato da tempo a presidio di quelle acque frequentate in eguale misura sia dai corallari trapanesi che dai corsari bisertini e tunisini. Un accordo con il comandante del Castello fece sì che tutto il pescato delle coralline di Mastro Tore fosse custodito nella rocca, per essere inviato nella vicina isola di Lévanzo, dove i Genovesi avevano un deposito. Tranne che per alcuni grossi rami spediti al nipote Diego a Trapani per aiutarlo a migliorare la sua arte e sostenere la famiglia, il corallo dell’intraprendente pescatore finiva quindi direttamente ai liguri, le cui monete di buona lega erano molto apprezzate sulla costa siciliana di ponente.

Agli equipaggi delle quattro imbarcazioni Mastro Tore, soddisfatto dell’abbondanza e qualità dei coralli strappati dai suoi ingegni, aveva concesso un privilegio raro: il riposo domenicale. La sera del sabato, diversamente dagli altri giorni, i pescatori consumavano un pasto caldo di pasta e legumi, arrostivano il pesce sulla spiaggetta di Punta Troia e, fatto straordinario, godevano della disponibilità di un quarto di vino a testa. Poi, distrutti dalla fatica di una settimana fatta di quindici e passa ore di remo e di mezza dozzina di cale giornaliere, si addormentavano sulla sabbia umida, sotto coperte tanto sdrucite da far filtrare la luce appena sfumata delle costellazioni estive. In alto a dritta, la sagoma scura del Castello e i suoni dei cambi di guardia del presidio attenuavano nei corallari la paura mai sopita di un’imboscata saracena.

La stagione di pesca durò, come sempre, da Pasqua ai Morti, e le domeniche mattina Tore Dalfina si inventò perfino una sorta di breve rituale religioso basato su preghiere a S.Pietro, perchè propiziasse un abbondante pescato nei giorni a venire, e letture di salmi in latino scelte a casaccio da un libriccino logorato dall’uso e dal salino dei giorni di mare grosso. Il vecchio terminava la cerimonia alzando le mani al cielo con gravità e recitando una preghiera in lingua franca, un idioma curioso e cantilenante sconosciuto ai cinquanta e passa pescatori adunati sulla riva. Alla fine della preghiera, che terminava con:

..."Non lasar noi tenir pensyeri, ma tradir per noi di malu",

gli equipaggi rispondevano con un sonoro quanto liberatorio amen: in diversi c’era la paura fottuta di partecipare a qualcosa di sommamente sgradito all’Inquisizione.

Fu nei pomeriggi domenicali, accompagnato da un paio di mozzi dalle gambe forti, che Tore Dalfina si avventurò nell’esplorazione dell’isola. Non fu facile farsi strada tra quella macchia compatta di lentisco, rosmarino, timo e mirto; ma i profumi talvolta leggeri, talvolta amari ed inebrianti della vegetazione e l’amenità delle viste in cui si imbatterono i corallari li ripagò dei numerosi graffi alle gambe e delle lacerazioni ai piedi causate dalle calzature inadeguate.

L’isola di Maréttimo offriva, allora come oggi, acqua purissima, miele e funghi così pregiati che era un peccato lasciarla disabitata. C’era, è vero, il pericolo costante della presenza saracena nella costa di ponente, dove diverse grotte davano un rifugio sicuro alle galeotte barbaresche, ma ben difficilmente, pensava Tore Dalfina, i corsari si sarebbero avventurati nell’intrico della vegetazione dell’isola. Le rupi scoscese sovrastanti la parte più frequentata dai tunisini e bisertini erano in effetti più adatte ad una esercitazione di incursori della marina militare che ad un' imboscata di turchi e turcheschi con scimitarre, scudi e scarpe di pezza ai piedi.

Nacque così il piccolo insediamento di Balata dell’Ulivo, ad un tiro di schioppo dalla sommità di Pizzo Falcone.

A parte i motivi difensivi, fu un’altra ragione a convincere l’intelligenza un po' visionaria del vecchio corallaro ad intraprendere l’iniziativa: quel pezzo di pianoro a levante della sommità dell’isola era spesso coperto da nubi, e in quanto tale riusciva ad assorbire umidità dal cielo, permettendo alle colture di frumento di sopravvivere anche nei periodi più siccitosi.

I terrazzamenti, tuttora visibili da Pizzo Falcone, furono completati a fine agosto; la prima semina a grano venne fatta a settembre di quello stesso anno. Il primo di novembre le coralline Gaspare, Merchiorre, Baldassare ed Epifania tornarono a Trapani con gli equipaggi soddisfatti per i buoni denari genovini che tintinnavano nelle sacchette. Sul mare circostante la città i corallari avevano osservato un gran traffico di navi liguri cariche di truppe provenienti dal nord Italia.

Mastro Tore rimase a bocca aperta nel vedere i liguri alzare bandiere dai colori rovesci: anziché la croce rossa di San Giorgio in campo bianco, ora alzavano una croce bianca in campo rosso. Erano gli stessi colori che da pochi giorni garrivano sugli spalti di Trapani, da quando Vittorio Amedeo di Savoia era sbarcato a Palermo da una fregata inglese e stava prendendo possesso di quello che sarebbe stato il suo primo regno. Glielo avevano promesso austriaci ed inglesi durante le lunghe, estenuanti giornate in cui ad Utrecht era stato scritto uno dei trattati più confusi ed inattuabili della storia della diplomazia.

I corallari giunsero appena dopo lo sbarco di una compagnia di artiglieri piemontesi, accolta dal giubilo un po' distratto e moscio dei siciliani. Ben altra cosa fu l’entusiasmo con cui le quattro coralline di Mastro Tore vennero salutate dai familiari dei pescatori adunati sulla riva. Ad aspettare i corallari c’era pure Diego, che teneva la mano di una graziosa ragazza bruna con una pancia di sette mesi.

Dopo aver allontanato con un gesto stizzito la ressa dei garzoni dei Mastri scultori in cerca di rami da acquistare, Tore Dalfina salutò il nipote con un brusco:

- E chista cu è?

- E’ mia moglie. Si chiama Assunta, ci siamo sposati appena dopo la tua partenza e partorisce per Natale. Due gemelli, pensa la mammana,- rispose Diego tutto d’un fiato per nascondere l’imbarazzo.

- Facìsti li cosi un poco troppu di prescia, Diego, - sospirò deluso nonno Tore. - Li ricivìsti i coralli da travagghiare?

-Si, rami belli, veramente. Poi, a casa, ti faccio vedere cosa sono riuscito a farci.

-Un c’è bisogno. Vajo a salutare tò matri, mi pulizzìo un poco la faccia e si vidèmo alla taverna, dalla ‘za Barbara.

 

Capitolo 4

Il lavorio del corallo non fu più bastevole al suo sostentamento. Giunto quindi agli anni ventuno si assentò per artigliere di custodia nell'isola delle Formiche

 

Novembre 1713

Il breve dialogo tra Mastro Tore e Diego era avvenuto alla presenza inopportuna di Mpàppete il malacarne, che per tutto il tempo aveva annuito con un sorriso ebete alle frasi scambiate tra nonno e nipote; tanto che il corallaro, rivolto al ficcanaso, aveva chiesto sbottando:

- Chi cc’è, c’è cosa?

- No, nn..non c’è niente, mm..mastro Tore, nn..non arr..arr rabb..iatevi. Cc..come è andata la pp..esca?

- Bene, ringraziannu u Signuri, Santa Lucia, Santu Patri e la Maronna di Trapani.

- E dd..dove è il cc..orallo?

-A Genua.

-E per li Mastri trapanesi nn..non avete nn..niente?

- Nenti. Se vogliono coralli, li Mastri dei miei cabbasìsi, se li vannu a piscari.

-Cc..cosa avete contro li Mastri?

- Quindici anni di cattività senza una manu di aiuto. Ti abbasta?

- Mastru Tore, vv..vossìa state ss..scherzando col ff..fuoco, - disse Mpàppete, allontanandosi prima che la stizza gli bloccasse del tutto la favella.

Qualche ora dopo il corallaro e Diego erano nella taverna della ‘Za Barbara. Mastro Tore si era ripulito e perfino rasato. Ordinò un quarto di vino ambrato alla ostessa e, cercando di capire cosa era successo durante i suoi quasi nove mesi di assenza, chiese al nipote:

- Chi dici la gente dei piemontisi?

- Mah, niente di particolare. Oramai gli spagnoli nessuno li prendeva in considerazione, si capiva che erano barche che non si potevano raddrizzare più. A Palermo sono contenti che il Re vuole stare da loro per un bel po' di tempo, ma pare che è un tipo sparagnino. Veste come un soldato senza soldo e non ha tanta simpatia per le feste, né con i nobili, né con i popolani. Per noi, tutti soldi sparagnati.

- Che sono tirchi li piemontisi, sono tirchi, essendo parenti di li genovisi, - osservò Mastro Tore.

- Però hanno tenuto una dozzina di soldati spagnoli in servizio, tanto per non mandarli a ramengo.

- To patri pure?

- Si pure mio padre. Zio Hugo invece si è congedato prima che tu partissi per Maréttimo, e ora da una mano ai Rettori delle "Donzelle Smarrite".

- Speriamo chi non cummìna vai

- Con l’età che ci ha, che guai potrà combinare?

- Non sempri è quistioni d’età. Puri all’omini maturi ogni tantu intosta la nervatura, - rispose pensoso Mastro Tore .

Il discorso venne interrotto da due boati provenienti dalle mura di Tramontana, ai quali risposero una mezza dozzina di colpi poco convinti dal forte di S. Anna.

- Chi saranno, i turchi?

- Né turchi né turcheschi. Sarà una nave spagnola chi vole provari si i Savoia hanno imparato a usari le artiglierie che loro dovéttiro abbandonari una simana fa. Hanno perso tutto, li spagnoli, todo mangiado, e non si rassegnano. Voi un altro poco di vinu? - suggerì Mastro Tore al nipote.

Nel frattempo, nel forte di S. Anna, i piemontesi si disperavano per la mancanza di munizioni e per lo stato deplorevole delle batterie. L’indomani il conte Campione, comandante la piazza, avrebbe mandato un dispaccio urgente a Palermo per chiedere altri pezzi ed altre munizioni.

Le piazzeforti sotto tiro in quel periodo erano quella di Trapani e di Messina, minacciate rispettivamente da spagnoli e francesi. Le due potenze, da sempre in competizione, stavolta avevano unito le forze contro le coste siciliane, per contrastare l’arrivo in forze di inglesi, austriaci e perfino piemontesi nel bel mezzo del Mediterraneo. Nei porti africani, nel frattempo, c’era un gran calafatare di galere, fuste, sciabecchi e galeotte. Come sempre succedeva in quei mari quando i cristiani si scannavano tra di loro, le prospettive di preda per i musulmani di Barberìa si erano fatte ancora più promettenti.

Intanto, sulle mura di Trapani, quando lo scambio di colpi di artiglieria cessò, il ragionamento tra Mastro Tore e Diego riprese a bassa voce:

- Tu, a propositu, picchì tutta sta fretta e furia a maritarti?

- Assunta mi è piaciuta subito; e poi i Rettori del Collegio ci hanno dato dispensa di maritarci più presto del solito, senza fare troppe storie com’è abitudine loro. Mamma, che in Collegio c’è stata, mi disse che forse era una buona cosa ridare ad Assunta una casa e una famiglia.

- Sarà. Ma penso che ci fu un pocu troppa prescia. A propositu di prescia: dumani partu per Marèttimo con l’Epifania e quattru omini. Lassai un pocu di travagghiu da fari nell’isola, e si mi aiuta u Signuri, si tutto va beni, veni tu dopu Pasqua con il resto delle coralline. Ho pure qualche proggetto contro i corsari chi frequentano l’isola, - aggiunse l’anziano corallaro con un lampo di luce bambina negli occhi.- Si hai bisogno di soldi, porta queste carte al Consuli di Genua.

Così dicendo, Mastro Tore lasciò nelle mani del nipote due lettere di cambio del Banco di San Giorgio, lo baciò su una guancia e se ne andò a dormire.

Andrea e Salvatore Martinez nacquero, come previsto, sotto le festività di Natale. Erano due gemelli di corporatura diversa, esile il primo, tracagnotto l’altro, e dallo sguardo vispo. La loro curiosa somiglianza con Hugo de Ribeira fu notata da molti amici e parenti, ma Diego non se ne curò molto, giovane ed inesperto com’era delle cose della vita. Ai due bambini il vecchio Hugo dimostrò un affetto speciale, suggellato da una forte donazione di denaro che avrebbe potuto far vivere i due gemelli di rendita, o quasi. L'anziano caporale aveva sempre stupito per la capacità di far emergere forti somme di denari da vene misteriose; adesso, coi donativi ai piccoli Andrea e Salvatore, si era perfino superato.

Allietato e un po' stupito della cosa, Diego si interessava poco della famiglia, preso com’era nell’eseguire gli ordini del nonno per la collocazione di piccole, pregiate partite di coralli presso i Mastri scultori locali. Memore dell’anno di apprendistato passato a bottega, continuava a mantenere buoni rapporti con Mastro Marceca che spesso, nei pomeriggi delle festività, impartiva al giovane vere e proprie lezioni formali di scultura ed incisione. Il tutto ignorando gli Statuti della Mastranza, che mai avrebbero tollerato pratiche di insegnamento al di fuori delle botteghe.

 

Aprile 1714

 

Venne la primavera, e Diego armò le coralline Gaspare, Melchiorre, Baldassare di attrezzature, viveri ed equipaggi per condurle a Marèttimo. Al carico della Baldassare venne aggiunta una mezza dozzina di moschetti con relative munizioni e tre carronate, pezzi di artiglieria leggera senza affusto; alcuni barilotti del sevo adoperato dai mastri d’ascia per far scivolare in mare gli scafi, invece, vennero imbarcati sulle altre due coralline.

Partirono con vento contrario, usando più i remi che la vela. Al traverso della tonnara dell’isolotto di Formica, i pescatori videro un grosso scafo a remi staccarsi dalla vicina isola di Lévanzo ed avvicinarsi a loro ad una velocità che faceva presagire nulla di buono. Una manciata di minuti, e i pescatori si accorsero con terrore che lo scafo alle loro calcagna era una galeotta a ventiquattro remi con lo stendardo verde dei corsari turcheschi. I corallari ammainarono del tutto le vele e arrancarono alla disperata con i remi, tentando di approdare a Formica prima di essere abbordati dai musulmani. Come un felino stacca la preda più debole dal branco per poi abbatterla a piacimento, la galeotta mise la prua sulla corallina Baldassare, più lenta delle altre perché oberata dal peso di armi e munizioni che nessuno a bordo sapeva usare. Fu così che mentre le altre due imbarcazioni di Mastro Tore erano già giunte a Formica, a bordo del Baldassare Diego già poteva distinguere nel campo verde dello stendardo dei corsari un teschio, una scimitarra e una clessidra d’argento. Pallido come uno straccio, il ragazzo guardò il Cuoco Miccione, un uomo grande e grosso che gli stava a fianco: malgrado lo sforzo di quella voga disperata, Miccione era silenzioso e concentrato; sembrava stesse bisbigliando suppliche alle armicelle del Purgatorio.

Quando il frangersi in acqua dei remi turcheschi si fece ancora più distinto, i musulmani cominciarono a lanciare sprezzanti quanto incomprensibili grida di sfida. Fu allora che e i corallari capirono che stavano perdendo la partita, affidandosi all’ultima arma rimasta loro: un mare di voti, equamente ripartiti tra la Madonna di Trapani e San Francesco di Paola, perché non venissero sgozzati dai turchi o, peggio, non finissero incatenati a remare sui banchi delle galeotte musulmane.

Le invocazioni degli atterriti corallari furono esaudite con l’apparizione nel canale tra Lévanzo e Favignana di una fregata da guerra inglese dalle vele ben gonfie di vento, desiderosa di mostrare a siciliani e musulmani la precisione dei suoi trentadue pezzi di grosso calibro. In un amen, una salva cadde a pochi piedi dalla galeotta; pochi attimi, e un altro colpo mandò in mille pezzi lo scafo corsaro, dilaniando ed affogando, assieme a giannizzeri turchi e marinai magrebini, gli schiavi cristiani incatenati ai remi.

Aggrappato ad un pezzo dell’alberatura della galeotta appena distrutta, un uomo vestito di scuro bestemmiava a mezza bocca i santi cristiani e i marabutti magrebini con uguale foga. Era sopravvissuto solo per caso all’affondamento del grosso scafo a remi, avendo avuto la presenza di spirito di lasciarsi scivolare dalla galeotta dopo la prima cannonata inglese. Adesso doveva aspettare che calassero le tenebre prima di sbarcare nell’isolotto ed inventarsi una menzogna ben congegnata per confondere la manciata di soldati di guardia alla tonnara di Formica. A parte lo scantazzo di annegare o, peggio, di essere riconosciuto dai cristiani come traditore al servizio dei predoni saraceni, anche quella volta Mpàppete il malacarne fu sicuro di farla franca a poco prezzo. Per il rinnegato la partita con Mastro Tore e la sue coralline era solo sospesa.

Diego e le tre ciurme di pescatori, invece, dopo una notte all’isola di Formica per riprendersi dallo scantazzo, rimisero la prua verso Maréttimo, dove giunsero senza ulteriori incidenti. Sulla spiaggetta di Punta Troia li stavano ad aspettare Mastro Tore e i pochi uomini che lo avevano aiutato nei lavori di sistemazione dei terrazzamenti di Balata Ulivo.

- Siamo stati attaccati dai saraceni al traverso della tonnara di Formica, - furono le prime parole di Diego appena sbarcato a Marèttimo.

- Da dove venivano? -chiese il vecchio.

- Da Lévanzo. Pareva che ci stessero aspettando.

- E da Trapani, vi aiutarono?

- No, sono rimasti chiusi dentro le mura. Manco dalla Tonnara hanno tirato un colpo per difenderci.

- Volevano sparagnare i colpi. Comu sempri, ognuno per se e Diu per tutti. Però i coralli da me li volevano tutti, li trapanisi de li miei cabbasìsi.

- Per fortuna nostra c’era un vascello cristiano che ha affondato i saraceni.

- E pure li cristiani 'ncatinati ai remi, - precisò Mastro Tore, amareggiato. - Che bannére aveva la nave cristiana?

- Bandiere con croci rosse e azzurre. La più grande, comunque, era la croce di San Giorgio. Dopo avere affondato la galeotta saracena, si sono avvicinati a noi senza dirci una parola. Noi salutavamo, e loro zitti. Sul vascello, che era grande ed armatissimo di cannoni, c’era scritto Winchester. Pensi erano Genovesi?

- Con chistu nome? Eranu Inglesi, niputi ‘gnorante. Nun lu sai chi hanno li bannéri quasi li stessi? Nun li hai visti a Trapani li banneri di li Consuli Inglesi e Genuvisi? Nun hai vistu chi avìanu troppi cannuni e la mira troppu bbona per essiri Genuvisi? Ma chi niputi scimunito sei? Ma comu possu avìri un niputi accussì ‘gnorante?

Mastro Tore ad ogni domanda che aveva posto al nipote era diventato sempre più paonazzo e gli si era avvicinato sempre più, con lo sguardo concentrato e un po' torvo di chi vuole essere sicuro di sferrare un violento calcio nel sedere della vittima designata senza sbagliare mira.

Si trattenne a stento; poi, cambiando all’istante registro, chiese a bassa voce al nipote:

- Li purtasti gli alberi di gelso?

- Si che li ho portati. E c’è pure la coppia di cagnòli da caccia. Durante il viaggio ci hanno smerdato tutta la barca. Cosa vuoi fare con i cani? - chiese Diego mentre i cuccioli di spinone, dopo essersi ripresi dallo scantazzo del viaggio in mare, trotterellavano a zampallegra verso una vicina macchia di mirti e rosmarini.

- Ccà è pieno di conigli. Si po' cacciari e mangiari.

- E le piante di gelso?

- Poi ti spiego, figè.

Nei giorni successivi solo la l'Epifania uscì brevemente in mare, a pescare occhiate e mìnnole da arrostire sulla spiaggia per la ciurma impegnata a sistemare armi, materiali ed attrezzature secondo gli ordini di Mastro Tore.

Fu molto faticoso portare a Balata Ulivo i tre rudimentali pezzi di artiglieria che avrebbero dovuto proteggere l’insediamento dagli attacchi turcheschi, ma il desiderio di difendersi dai mori in maniera meno aleatoria del solito fece miracoli.

La domenica pomeriggio, dopo pranzo, i corallari seguirono Mastro Tore alle Case Romane, dove il vecchio aveva appena messo a dimora le piantine di gelso portategli dal nipote. Nel punto in cui affiorava una vena d’acqua freschissima, l’anziano corallaro e i suoi uomini avevano provveduto a costruire una rudimentale cisterna. La vicina chiesuzza, abbandonata secoli prima dai monaci eremiti di san Basilio, era stata ripulita dai detriti vari che la lordavano e decorata con una mano di calce spruzzata d’indaco. Adesso il suo candore spiccava tra il verde della vegetazione e l’azzurro di un mare quel giorno calmissimo.

I pescatori si dissetarono alla cisterna e si rinfrescarono, tergendo via il sudore della lunga camminata sotto il sole. Quindi entrarono nella penombra fresca della graziosa costruzione basiliana.

Mastro Tore, dopo aver posto le statuette della Madonna e di San Francesco di Paola appena giunte da Trapani in due delle numerose nicchie della chiesuzza, stava iniziando ad officiare uno dei suoi personali riti domenicali, quando il cuoco Miccione chiese parola:

- Mastro Tore, noi rispettiamo assai la vostra ‘ntelliggenza e il pane che ci fate guadagnare per le nostre famiglie. Voi sapete, però, che venendo ‘ccà abbiamo visto la morte con gli occhi e ci siamo tutti raccomannati alla Santissima Maronna di Trapani e a San Franciscu di Paola, quest’ultimu chiamatu da noi ‘gnoranti "Santu Patri". Stanotti fici un sognu: ero ‘ncatinatu a un remo turchesco e mi stavo squagliando dalla fatica e dalle frustate. In un momento calò una foschìa sulla galera e mi ritrovai libero e friscu e tenero come una rosa in una chiesuzza come questa in cui siamo radunati ora. Supra l’altari c’erano due statue: la statua di marmu della Maronna di Trapani e una statua di ligno di Santu Patri con la barba longa longa, la tunica marrò e l’aria ‘ncazzata. Lu santu pigliau parola e cu l’accentu calabrisi mi disse: "Cuoco Miccione, dicitillo a Mastro Tore: un’altra missa di fantasia, e vi ritrovate tutti schiavi in Barberìa!". La Maronna di Trapani, che se ne era stata zitta zitta, sorrise e con la parlata sua toscana mi raccomandò: " Cuoco Miccione, preghiere semplici e belle. Poi, se volete, con l’olio dei lumini fateci frittelle".

Mastro Tore, a cui non faceva difetto l’intelligenza, capì che con la teologia onirica del Cuoco Miccione non poteva competere. Si limitò quindi ad osservare:

- Yò non lo sapìa che i santi parlavano in poesia. E voi, Mastru Micciuni, la preghiera giusta l’avìti pronta?

- Certamenti. Fa accussì: Agnus dei qui tollis peccata mundi...

- Ora pro nobis - risposero all’unisono i pescatori.

Dopo aver ripetuto per almeno tre dozzine di volte l’invocazione, la bizarra assemblea si sciolse con un:

- Evviva la Maronna di Trapani! Evviva San Franciscu di Paola! Evviva Mastro Tore, coraggioso armatore! Evviva Mastro Miccione, sognatore di cose bbone!

Tornarono alla spiaggetta di Punta Troia al tramonto, in tempo per preparare le frittelle suggerite in sogno al Cuoco Miccione dalla Madonna di Trapani. Così l’olio, originariamente destinato a lumini e lucerne per rischiarare le immagini dei santi, finì a sfrigolare in un pentolone in cui Mastro Miccione, con aria ispirata, lasciò cadere anelli di pasta lievitata che in un batter d’occhio si trasformarono in soffici frittelle da assaporare dopo averle intinte nel miele profumato di timo dell’isola.

Diego si trattenne a Maréttimo per un paio di settimane, visitando i campi di frumento quasi maturo di Balata Ulivo e ascoltando con stupore e divertimento i progetti che il nonno gli snocciolava con l’entusiasmo di un bambino. L’anziano corallaro voleva ripopolare l’isola ed era convinto di farcela: bastava solo eliminare la presenza saracena sulla costa di ponente.

Anche quell’anno la pesca delle coralline di Mastro Tore fu abbondante e di buona qualità. A novembre tornarono a Trapani tre delle quattro imbarcazioni di Salvatore Dalfina, essendo l’anziano pescatore e il cuoco Miccione rimasti a Maréttimo con la corallina

Epifania.

In città i pescatori raccontarono meraviglie su quello che Mastro Tore, con il loro aiuto e l’aiuto della Madonna e di San Francesco di Paola, era riuscito a realizzare. Oltre ai denari genovini e al corallo per Diego, i pescatori corallari di Mastro Tore mostrarono ai concittadini stupiti alcune delle eccellenti gallette di frumento cotte nei forni costruiti a Balata Ulivo. Il resto era stato venduto, con profitto, ai genovesi che facevano scalo a Lévanzo e al nuovo comandante sabaudo del presidio di Punta Troia. Tra le ciurme del corallaro si stava perfino parlando di trasferirsi con le famiglie all’isola di Marèttimo e, dietro disposizione del nonno, Diego aveva ordinato la costruzione di uno schifazzo a vela di opportune dimensioni, da usare per il trasporto di persone e merci tra l’isola del timo e la città del sale.

 

 

Primavera 1715

La notte del lunedì di Pasqua, ad un paio di giorni dal ritorno dei corallari per Marèttimo, una luce vivida e sinistra rischiarò la riva di Porta Serisso: fiamme altissime stavano divorando le coralline di Mastro Tore, mentre lacrime di rabbia rigavano i volti anneriti dal fumo dei marinai che si erano prodigati invano a salvare le barche, vale a dire ogni loro speranza di lavoro decente per quella stagione. Affacciato sul terrazzo di una casa prospiciente la riva, Mpàppete, che tra le proprie nefandezze annoverava anche quella di uomo di fiducia per i lavori sporchi della Mastranza degli Scultori, ripeteva soddisfatto a se stesso alcune parole in lingua franca, a simulare un dialogo a distanza tra lui e Mastro Tore, vale a dire tra il rinnegato e lo schiavo sfuggito dalla cattività:

-Mucho bello. Todo mangiado de fogo. Mi star bono. Commè ti star, Mastro Tore? Se vedemo presto.

La mattina successiva, di buonora, Diego ed alcuni corallari incontrarono due dei loro Consoli, Mastro Michele Anguzza e Mastro Giorgio Badalucco, nella sacrestia della chiesa di Santa Lucia, dove la Mastranza dei Pescatori di Coralli aveva la sua sede. Volevano sapere come si sarebbero mossi i loro rappresentanti nei confronti delle autorità sabaude per avere giustizia. A memoria d’uomo, non si era mai verificato che qualcuno avesse dato fuoco a delle barche tirate in secca. Per distrazione o dolo, erano state qualche volta incendiate case, botteghe, magazzini; ma barche mai. I Consoli, a cui era delegata la vigilanza sulle imbarcazioni tenute in secca durante la pausa invernale, sembravano smarriti.

- Mastro Michele, Mastro Giorgio, chi è stato a dare fuoco alle coralline di mio nonno? Ci sono cinquanta famiglie a terra questo momento. Lo sapìte? - chiese Diego di brutto, senza nemmeno salutare i due anziani rappresentanti della Mastranza.

- Dimmi ‘na cosa, Diego, - chiese a sua volta Mastro Michele, che stava prendendo il discorso alla larga, - Chi è ‘cchiù potente a Trapani, i pescatori di coralli o li mastri che lo travàgghiano?

Al posto di Diego rispose uno dei pescatori che lo accompagnavano:

- I mastri scultori sono i più forti, ma senza i corallari non ponno travagghiari. Specialmenti se si lassano bruciari le coralline come fascine di legna per arrostirci sarde e carcòccioli. Senza barche non si pisca; se non si pisca il corallo gli scultori non travàgghiano; parlai chiaro, Mastro Michele? Parlai chiaro, Mastro Giorgio?

Alla sfuriata del pescatore i Consoli parevano a disagio, sulla difensiva: evidentemente sapevano qualcosa, ma non trovavano il modo di dirlo. Toccò a Mastro Giorgio Badalucco, come sempre, dire le cose come stavano. Era un Console anziano e rispettato, ai suoi tempi abilissimo pescatore ed esperto nuotatore. Era giunto dal Ponente Ligure da giovanissimo, in seguito al naufragio del veliero in cui si trovava imbarcato, e da subito si era fatto apprezzare per la schiettezza e la rettitudine con cui agiva. Disse quindi Mastro Giorgio, papale papale:

-Il fatto è, figè, che Mastro Tore, gran brava persona e grandissimo lavoratore, è - come dire - un tipo un po' curioso. Lui i coralli, giustamente, li vende per la gran parte a chi li paga meglio e non ai suoi concittadini. Secondo me non fa male, ma qui in città sono in molti a non sopportare la cosa, e tuo nonno lo vorrebbero mandare a ramengo.

Diego rifletté brevemente su quanto detto dal Console, poi incalzò:

- Questo lo dicono gli altri, gli scultori; ma voi che dovreste difendere gli interessi della Mastranza dei Pescatori corallari, voi come la pensate? Cosa mi dite di fare?

- Noi pensiamo che è meglio che tuo nonno rimanga dove si trova. E che pure tu cambi aria per qualche tempo. Vi odiano a morte, a te e a tuo nonno: non siete nobili e nemmeno appartenete alla Mastranza degli Scultori, eppure state facendo soldi lo stesso. Te lo ripeto, Diego, è meglio che anche tu cambi aria. Ti è capìo?- concluse in genovese Mastro Giorgio, abbassando sia la voce che gli occhi. Provava vergogna per ciò che stava dicendo, ma i rapporti di forza tra la Mastranza dei Pescatori e quella degli Scultori di corallo, in quel periodo più squilibrati del solito, non lasciavano altra speranza.

Qualche giorno dopo una lancia a vela approdò a Marèttimo. Ne sbarcarono Diego e due pescatori. Del nonno e del Cuoco Miccione nell’isola nemmeno l’ombra.

I tre percorsero lo stretto sentiero che s'inerpicava al castello di Punta Troia, per sapere dal nuovo comandante del presidio che Mastro Tore e il Cuoco Miccione erano venuti alla rocca il giorno prima a vendere loro gallette di frumento. Avevano passato la notte a dormire nella camerata delle guardie e l’indomani se n'erano andati alle Case Romane, per vedere l’arrivo delle coralline da Trapani.

Quando, nel pomeriggio, Diego e i pescatori raggiunsero la chiesetta di Case Romane, trovarono Mastro Tore e il Cuoco Miccione a dire il rosario davanti ad un San Francesco di Paola più barbuto ed accigliato che mai.

- Com’è, todo mangiado? - chiese il nonno a Diego.

- Le barche sono state bruciate prima ancora che le rimettessimo in mare. Il comandante della piazzaforte di Trapani, il Conte Campione, a cui mi sono rivolto per avere giustizia, mi ha consigliato di parlare con quello che riteneva il collaboratore più prezioso che aveva in città. E sai chi era?

-Mpàppete,- rispose Mastro Tore senza esitare.

- Come facevi a saperlo?

- E’ lu malacarne cchiù vile e tradimentoso di tutta Trapani. Eccu picchì è canusciutu. E rispettatu. Ti è capìo? Francisi, Spagnoli, Piemontisi, nun cangia nenti. Sempre con la feccia fanno amicizia.

- E ora che facciamo? – chiese Diego.

- Nenti. Restamo ‘ccà: ti insegno quattro cose e poi te ne torni a Trapani.

- E Assunta, e i bambini?

- Tu ci scrivi e spieghi la situazioni. Manda una lettera e spieghi tutto. Ogni due simane viene uno schifazzo a portare viveri al castello. Se dai una lettera allo schifazzaro, stai tranquillo che alla sera arriva a Trapani.

- E per mangiare?

- Assunta va dal Consuli di Genua e gli dice che li manda Mastro Tore. Ho in deposito denari da fari campari mezza Trapani. E i denari genovini sono meglio dei fiorini.

- E allora perchè stiamo qua?

- Primu, picchì te lo ha consigghiato il Consuli Badalucco; secunnu, picchì Mastro Miccione è un gran cuoco; terzu, picchì aspetto Mpàppete.

Passarono tre anni prima che Mpàppete il malacarne mettesse piede a Marèttimo. Diego, il nonno e il Cuoco Miccione divisero il tempo tra la coltivazione del frumento a Balata Ulivo, la pesca a ricciòle, sàrpie e dèntici con l’ Epifania, - unica imbarcazione sfuggita al rogo di Trapani - e frequenti visite alla guarnigione del Castello di Punta Troia.

I sei soldati del presidio, arruolati sotto gli spagnoli, erano ora comandati dal sergente sabaudo Giobatta Buatier, un vedovo che si era fatto raggiungere nell’isola dalla figlia Annamaria, grande camminatrice e appassionata conoscitrice di erbe e piante officinali, tra le quali sapeva scegliere con sicurezza quelle più utili e benefiche. Era, la figlia del sergente Buatier, una donna minuta e ben proporzionata, prossima ai trent'anni, che si faceva notare per l’intelligenza viva e una voce suadente e piccina, quasi da bambina. In un tempo in cui lo studio delle scienze naturali da parte delle donne comportava rischi gravissimi, Annamaria Buatier si era rifugiata a Maréttimo presso il padre per sfuggire agli ultimi bagliori sinistri della caccia alle streghe nelle Langhe. Nell’isola aveva trovato tante e tali specie di fiori e piante a lei sconosciute da non lasciare mai il Castello senza un taccuino, la penna d'oca e la boccetta con l’inchiostro di china.

Vuoi per la relativa vicinanza d’età, vuoi per la comune curiosità di esplorare angoli sempre nuovi di quel ricco e affascinante universo in miniatura in cui si trovavano confinati, Diego e Annamaria divennero inseparabili e vissero quelle tre primavere con lo stupore e leggerezza con la quale si sperimenta un inaspettato periodo di felicità che in un modo o in un altro si è certi debba finire.

Talvolta i due seguivano Mastro Tore sulle alture sovrastanti Punta Libeccio, ad osservare, non visti, i corsari saraceni togliere gli schiavi dai remi e, tenendoli incatenati sotto i pini di Aleppo, darsi da fare per pulire in gran fretta gli scafi delle loro galeotte dalle incrostazioni e spalmarli di sevo per prepararli alla successiva razzìa. Più che sulle barche turchesche, era sul mucchio di rematori in catene che Mastro Tore puntava il suo cannocchiale di ottone, sognando prima o poi di riuscire a fare un’incursione e liberarne qualche decina in un sol colpo, anche a costo della vita.

Al ritorno, rifacendo la strada verso il Castello di punta Troia, grande era la malinconia e il senso di impotenza dei tre per non essere in grado di aiutare quei morti viventi - la maggior parte nel fiore degli anni - incatenati ai remi saraceni.

Poi, passato il crinale dell'isola e tornati nella costa di levante, ci si dimenticava di turchi, turcheschi, schiavi e catene e si cenava nella cucina del castello tutti insieme, soldati e pescatori, mettendo in tavola i piatti di mare di Miccione e le pietanze di terra di Annamaria, che preferiva alla cacciagione le sapide e dense zuppe di frumento e legumi aromatizzate col timo e rosmarino. Fu cosi' che la coppia di spinoni portati nell'isola da Diego qualche anno prima venne ammaestrata da Annamaria a lasciar perdere i conigli selvatici dalle lunghe orecchie e l'aria spaurita, per dedicarsi a scovare i funghi profumati che in autunno crescevano abbondanti accanto ai resti di quelli che erano stati cespugli di fèrule. Qualche volta, tra maggio e novembre, Mastro Tore, Miccione e Diego, aiutati da quattro soldati della guarnigione, armavano l' Epifania ed uscivano verso il banco per pescare coralli, tornandosene con rami enormi, di valore inestimabile per quei mari già a lungo sfruttati.

Diego cominciò presto a passare tutte le sere al Castello, intento alle sue sculture di corallo, mentre Annamaria riportava su fogli più ampi e con maggior cura gli appunti e schizzi su fiori ed erbe raccolti nel suo vagabondare per l'isola. A Balata Ulivo rimasero Mastro Tore e il Cuoco Miccione, che alternarono le pipate di tabacco a tranquille quanto strampalate dispute di carattere teologico sulla Madonna di Trapani e San Francesco di Paola, senza naturalmente dimenticare S. Pietro, S.Lucia e Santo Liberante, quest'ultimo di vitale importanza in tempi in cui la tratta degli schiavi cristiani da parte dei corsari saraceni si era perfino intensificata.

 

 

Primavera 1718

 

Mentre l’effimero regno sabaudo in Sicilia stava finendo con lo sbarco di truppe spagnole a Palermo, una fregata britannica della squadra dell’ammiraglio Bings diede fondo davanti alla spiaggetta di Punta Troia. Dalla nave si staccò una lancia, che portò a terra un ufficiale inglese assieme ad un soldato che vestiva un’uniforme mai vista e a Mpàppete, improvvisatosi interprete.

- Buon giorno, sergente Buatier, - salutò il malacarne, allegro come una pasqua. Era così felice che non avrebbe tartagliato nemmeno se lo avessero pagato.

- Novità? –chiese il piemontese, guardingo.

Mpàppete non si perse in chiacchiere:

- Si. Da domani vi trasferite all’isola di Formica, dove comanderete il personale di custodia della tonnara, se vorrete. I proprietari vi garantiscono un soldo doppio, rispetto a quello che prendevate qui. Il castello passa sotto il comando del qui presente sergente Morpurgo, dell’esercito di sua Maestà l’Imperatore d’Austria. In altre parole, la Sicilia è passata dalla Savoia all'Austria, e la marina Inglese è qui per fare rispettare i nuovi accordi. Salutiamo.

Quindici giorni dopo, consigliato dal nonno, anche Diego era all’isola di Formica, assunto come artigliere. A Balata Ulivo rimasero Mastro Tore, il Cuoco Miccione e Annamaria Buatier.

 

Capitolo 5

Venne sorpresa quell'isola di Formica da sette galee uscite da Biserta

Estate 1718

Il sergente Buatier e la recluta Martinez non impiegarono molto a prendere dimestichezza con i quattro cannoni di piccolo calibro e la mezza dozzina di colubrine con cui i proprietari genovesi, la famiglia Pallavicini, intendevano difendere dai turchi la tonnara dell’isola di Formica, poche centinaia di metri quadri di scoglio tra l’isola di Lévanzo ed il porto di Trapani.

Il marchese Camillo Pallavicini, che aveva ottenuto le isole Egadi dal re di Spagna un po’ per caso, a compensazione di un prestito inghiottito nella guerra sporca delle Fiandre, per far fruttare al meglio la nuova proprietà si era dato molto da fare per rinvigorire l’industria del tonno. In breve Favignana era diventata la regina delle tonnare siciliane, mentre le reti di Formica erano state di molto allungate, sino a raggiungere, nella parte più estesa, la notevole dimensione di quasi duemila braccia.

Tanta attenzione e spesa per una tonnara custodita in uno scoglio ad un tiro di schioppo da Trapani non è semplice da spiegare, se non per la stessa vicinanza delle mura della città, che facevano ben sperare in una migliore protezione dalle incursioni musulmane.

Assieme ai lunghi capannoni con i tetti spioventi dove venivano custoditi le reti e i vascelli in attesa della breve stagione della pesca, e agli alloggi per i tonnaroti, i Pallavicini avevano fatto costruire anche una robusta torre dalla elegante forma di stella a quattro punte, mettendoci a guardia, a loro spese, due coppie di artiglieri. Resisi quindi disponibili i posti di comandante ed artigliere, il sergente Buatier e Diego si trovarono dall’oggi al domani sulla torre della tonnara di Formica, confinati in un orizzonte ben più angusto di quello dove avevano vissuto nei tre anni precedenti .

Annamaria, invece, rimase ancora per un po' a Maréttimo, ad aiutare Mastro Tore in quello che il vecchio corallaro cominciava a considerare il suo ultimo progetto: la fabbricazione di esplosivi.

"Perché", -si chiedeva il vecchio- "spedire zolfo dalla Sicilia in tutta Europa, per poi dover importare a caro prezzo polvere da sparo da Genova o da Londra? ".

Zolfo, carbone e salnitro, scaricati da uno schifazzo approdato con molta cautela nell'isola, vennero lavorati e mescolati nelle proporzioni suggerite da Annamaria, mentre il Cuoco Miccione assicurò il suo sostegno all’impresa, accompagnando il rischioso maneggio dei materiali con orazioni a Santa Barbara composte per l’occasione.

Qualche settimana dopo, quando Annamaria Buatier lasciò Marèttimo per raggiungere il padre e Diego alla tonnara di Formica, a Balata Ulivo c’era tanto di quell’esplosivo da far saltare in aria mezza Sicilia. Così Mastro Tore cominciò a vendere alla guarnigione del castello di Punta Troia, oltre alle gallette di frumento, una certa quantità di polvere da sparo subito ritenuta eccellente dal sergente Morpurgo, artigliere al servizio di Casa d’Austria in quel nuovo, remotissimo presidio.

Dopo qualche tempo, giunta a Trapani la notizia dell’ultima impresa di Mastro Tore, un piccolo scafo a vela raggiunse lo Scalo Maestro, vale a dire la spiaggetta di Punta Troia. Ne sbarcò Mpàppete, venuto a completare il suo progetto di distruzione delle barche del corallaro, cercando di appiccare fuoco anche all’Epifania.

Non avendo trovato né barca né corallari sulla riva, il malacarne si avviò di buon passo sul sentiero ripido e stretto che conduce al castello. Fu così che mentre Mpàppete chiedeva di Mastro Tore al sergente Morpurgo, il vecchio aveva già ancorato la sua corallina nell’ampia Grotta del Cammello e si avviava tranquillo, con un barilotto tra le braccia, verso l’estremità meridionale dell’isola.

- E’ appena andato a punta Bassana – disse il sergente Morpurgo a Mpàppete.

- Bb..bene, anzi bb..benissimo, commentò il rinnegato.

- Come mai lo cercate?

- Ho delle bb..bone nn..nuove per lui. Lo vuole la Mastranza degli Scultori a Trapani. Ss..sono senza coralli da lavorare e vogliono ff..fare pp..pace. A pp..proposito, cc..com’è la polvere da sparo di Mastro Tt..tore? L’avete pp..provata?

- Eccellente. Ne abbiamo già una discreta scorta e la consiglierò al barone Von Junger, comandante la piazza di Trapani. Con la polvere di Mastro Tore non perdiamo un colpo, e per di più le canne dei nostri pezzi rimangono pulite come appena uscite di fonderia. L’unico problema,- ammise il triestino - è che da qualche tempo non abbiamo bersagli su cui esercitarci. I saraceni si tengono fuori tiro da punta Troia. Sanno che qualsiasi scafo si trovasse a passare sotto le nostre mura rischierebbe l’affondamento immediato, ciò.

- E i cc..cristiani, lo ss..sanno?

- Lo hanno imparato subito. Ai pescatori di passaggio, poi, diamo per due tarì una bandiera con i colori d’Austria da tenere ben spiegata al vento, così sappiamo che dobbiamo lasciarli in pace, - disse il sergente Morpurgo mostrando una bandiera gialla con al centro un’aquila nera appena abbozzata, sicuramente cucita dai soldati del presidio.

- Cc..ce n’è una anche pp..per me? – chiese Mpàppete sudando al pensiero di finire affondato con il concorso della polvere da sparo di Mastro Tore.

- Anche voi pescate coralli?

- Nn..nossignore. Io cc..commercio: cc..coralli, sale, tonnina, sspugne… e ss..spero anche pp..polvere da ss..sparo, se se ne pp..presenterà l’occasione.

- In tal caso la bandiera costa venti tarì. Li avete?

- Nn..no. Ne pp..parliamo la prossima volta. Ss..salutiamo, ss..sergente Mm.. morpolpo.

- Morpurgo, -corresse con un amabile sorriso il triestino.

Senza perdere ulteriore tempo Mpàppete si allontanò dal presidio e si diresse verso il promontorio di Punta Bassana, sulle tracce di Mastro Tore.

Passato lo stretto crinale, quasi una lama di coltello che unisce il grande scoglio calcareo al resto dell’isola, il malacarne intravide Mastro Tore seduto come un pascià sulla sommità del promontorio. Aveva accanto il barilotto di sevo svuotato del contenuto e fumava tranquillo la sua pipetta di creta.

Iniziò allora un curioso dialogo fatto per lo più di domande senza risposte. Prese parola per primo Mpàppete, più teso che mai:

- Ss..salutamo, Mm..astro Tt..tore, cc..come stiamo?

- Che venisti a fare ccà?

- Dd..dove avete lasciato la vv..vostra cc..corallina? E’ vv..vero che non ci pp..pescate pp..più? Mm..me la vv..vendete?

- Me lo voi dire o no che venisti a fare ccà?

- PP..porto i ss..saluti della Mm..mastranza degli Ss..scultori, - rispose Mpàppete estraendo dal barracano nero una lama lunga più di un palmo ed avvicinandoso a quella che, per l’avanzata età, riteneva una facile vittima . Aggiunse poi: - Lo sapìti che vi vogliono di nuovo a Trapani?

- Si, magari morto. Vuoi sabir dove si trova la corallina Epifania?

- Dd..dov’è, vecchio scimunito?

- Avvicinati chi ti lo dico yò, - disse Mastro Tore saltando giù dal masso dove era stato seduto sino a quel momento e cominciando a scendere veloce lo stretto e disagevole sentiero che conduceva al mare.

Affardellato nel barracano nero con cui amava svolgere il suo lavoro di sicario, e per di più su di un terreno a lui ignoto, Mpàppete fece fatica ad inseguire il vecchio, perdendolo quasi subito di vista. La fretta e l’eccitazione del momento non gli fecero notare, ad un certo punto dell’inseguimento, una grande macchia di sevo sparso là dove il sentiero s’impennava nella sua discesa verso la scogliera. Cadde malamente e cominciò a scivolare su un esteso lastrone obliquo anch’esso spalmato di grasso, precipitando sugli scogli e finendo dilaniato dalle molte lame di calcare che fermarono il suo rovinoso sdirupare.

- Visto che funzionava? Il sevo serve a varare le barche, a far correre le galeotte dei corsari e anche a far sdirupare i malacarne come Mpàppete, - disse Mastro Tore rivolto al Cuoco Miccione. I due erano appena usciti da un anfratto dove avevano aspettato - il vecchio fumando la pipa e Miccione bisbigliando orazioni - che Mpàppete terminasse la sua doppia vita di sicario e rinnegato in quella insolita maniera.

- Il sevo ha funzionato, non c’è che dire, ma voi non sapete che invocazione a San Francesco di Paola ho fatto per l’occasione. Ora ve la dico:"Santu Patri dell’altare, facite Mpàppete sdirupare".

- Perché proprio a Santu Patri?

- Non la sapìti la storia? Quando Mpàppete era picciriddo, avrà avuto cinque o sei anni, rubò dell’olio da un lumino della chiesa di Santu Patri e lo sparse sulla soglia, facendo scivolare tre vecchine; una finì pure allo Spitale Grande con il femore rotto e non si sollevò più, rimanendo per il resto dei suoi giorni allitticata, stesa su un letto, la vecchiarella. Come vedete, Mpàppete aveva cominciato presto a fare il malacarne.

-Ora ho capito perché si sdirupo' così di prescia. Il Santu Patri gli fece pagare gli interessi sull’olio rubato,- commentò Mastro Tore mentre rivolgeva al Cuoco Miccione uno sguardo più perplesso del solito.

- E ora, che facciamo del malacarne?

- Lo andiamo a pigliare e supra Mpàppete ci mettiamo una pietra, - concluse Mastro Tore riponendo la pipa nella sacchetta.

Con una certa fatica i due corallari raccolsero i resti dello sprovveduto sicario e li ricomposero sotto un cumulo di pietre, in una località da quel momento nota come la "Tomba del Turco", denominazione non del tutto incoerente con le frequentazioni di chi vi fu seppellito.

 

 

Settembre 1732

Mastro Tore e il Cuoco Miccione rimasero ancora diversi anni nell’isola di Maréttimo, visitati di tanto in tanto da Diego ed Annamaria.

Se per i due trasformarsi da pescatori ad agricoltori era venuto quasi spontaneo dopo l’incendio delle coralline, non era stato altrettanto facile per Annamaria restringere l’orizzonte della sua curiosità dall’universo verde di Maréttimo allo scoglio brullo di Formica.

Anche quella volta, però, in un modo o nell'altro riuscì ad adattarsi. Così, mentre la mattina si dedicava a pulire e rassettare le poche cose del padre e di Diego, il resto della giornata lo impiegava nello studio della botanica, scrivendo un vero e proprio trattato con gli appunti raccolti sulle piante dell’isola di Maréttimo. Il primo di una piccola ma significativa serie di lavori semisconosciuti che, con il passare delle generazioni, si sarebbero via via aggiunti a descrivere la flora straordinaria di quell’isola verde e scoscesa lasciata un po’ in disparte nel bel mezzo del Mediterraneo.

I tardi, assolati pomeriggi nell'isolotto Annamaria li passava invece ad osservare divertita le pozze di acqua di mare, brulicanti di vita al ritirarsi della marea. Pesciolini, gamberetti, granchi, attinie, spugne e perfino minuscole formazioni coralline abbarbicate sotto la bassa scogliera che delimitava l’isolotto divennero oggetto dell’osservazione attenta della donna, che riempì diversi taccuini di schizzi ed appunti su quell’affascinante mondo in miniatura messo in movimento dall’immensa, silenziosa macchina astrale che muove le maree. Furono le sue osservazioni, pubblicate in seguito a Trapani dall’ "Accademia della Lima" sotto lo pseudonimo di un inesistente studioso francese, a stabilire ad esempio che i coralli appartenevano al regno animale e non a quello vegetale, come si invece era supposto sino a quel momento. Ci volle quindi la perspicacia di una donna minuta e gentile in odore di stregoneria a confutare le tesi di Aristotele sull'origine dei coralli e a far capire finalmente a liguri, sardi catalani, trapanesi, torresi e tunisini che ciò che da sempre strappavano al mare, erano concrezioni di origine animale, e non piante marine fossilizzate.

Con la stessa cura con cui si rivolse alle forme minuscole del litorale, Annamaria cominciò pure a puntare lo sguardo verso il firmamento, approntando sulla torre della tonnara un vero e proprio osservatorio grazie ad un cannocchiale di modeste dimensioni donatogli da Mastro Tore e a rudimentali alidade e sestanti in legno e filo di metallo costruiti con le sue stesse mani.

Diego osservava con stupore l’opera di quella che la contiguità e la crescente ammirazione aveva fatto diventare la vera compagna della sua vita, diradando sempre più le visite a moglie e figli. Quando poi ricevette una lettera da Assunta, in cui veniva informato che Hugo de Ribeira era morto, lasciando lei ed i gemelli eredi universali di una somma di denaro per quei tempi enorme, e che poteva interrompere le sue rimesse mensili, Martinez si rese conto che la somiglianza dei suoi figli con l'arzillo caporale spagnolo non era frutto del caso, e che la fretta con cui il Rettore del Collegio delle "Donzelle Disperse" gli aveva permesso di sposare la ragazza spiegava abbastanza i sorrisi ironici e gli ammiccamenti con cui i concittadini avevano accompagnato le rare uscite in pubblico di Diego ed Assunta Martinez.

Incassò in silenzio il nipote di Mastro Tore, senza farne parola a nessuno, nascondendo tristezza e sconcerto in un continuo, silenzioso lavorio di mani e di mente. Intensificò l'incisione e la scultura dei coralli, a cui dedicava buona parte del tempo libero tra un turno di guardia e l’altro. E si buttò ancor di più nella lettura, lui che leggeva già tanto, per quei tempi e quei luoghi in cui di libri ne giravano pochi. Con grande fatica riuscì a tradurre dall’inglese quella copia del Paradiso Perduto di Milton che aveva custodito gelosamente sin da bambino, rileggendo il poema decine di volte. Conobbe a menadito anche le avventure del El Ingenioso Hidalgo Don Quijote de la Mancha, del grande Cervantes, dono del nonno al ritorno della cattività in Barberìa; inoltre lesse sempre più spesso lunghi brani dalla prima, proibitissima Bibbia in italiano tradotta dal lucchese Diodati e portata in Sicilia proprio dai Buatier.

Nonno Tore nel frattempo era diventato un vecchio magro magro, con gli occhi spiritati di chi ha la mente un po’ troppo veloce rispetto ai limiti del corpo. Si muoveva lungo i sentieri di Maréttimo con un’agilità sorprendente per i suoi anni, ma rimaneva pur sempre un ottantenne. Da diverso tempo, ormai, il Cuoco Miccione cercava di convincerlo a tornarsene a Trapani con lui e finire in serenità gli ultimi scampoli di vita, ma il vecchio cambiava sempre argomento. Fu per questo che quando una mattina di primo settembre Mastro Tore annunciò al suo compagno che era ora di sistemare l’Epifania e tornare a casa, il Cuoco Miccione sentì che qualche cosa non quadrava:

- Proprio ora, Mastro Tore? Proprio ora che il mare è infestato di corsari chi fannu scalo per tornarsere in Barberìa? Aspettiamo ottobre, macàri novembre, quannu i turchi sono a casa loro, in Africa; facciamo venire uno schifazzo da Trapani, carichiamo tutto e ce ne torniamo n’casa nostra, macàri passando da Formica a salutare vostro niputi Diego e la signura Annamaria. Vabbeni, Mastro Tore?

- No, facciamo accussì, - rispose Tore Dalfina, - Prima di tutto mi aiutati a imbarcari tutti i barili di pulviri da sparo, che è la cosa ‘cchiù pericolosa, sull’ Epifania. Yò, macàri assieme a un artigliere di Punta Troia in franchigia, parto per Trapani con la corallina, e voi mi seguite con lo schifazzo qualche giorno dopo. Sapìte, Mastro Miccione, yò non vulisse che voi, ‘cchiù giovane di me, arrisicasse la vita su una barca carica di pulviri da sparo.

Dopo quattro lustri di convivenza con Mastro Tore, il settantenne Miccione capì che anche quella volta aveva poco da insistere contro la testardaggine del vecchio corallaro e abbozzò rassegnato.

La mattina dopo, di buonora, si cominciò a caricare tutto l’esplosivo rimasto a Balata Ulivo sulla Epifania, tirata a secco sul ghiaino dello Scalo Maestro. Il sergente Morpurgo e un artigliere diedero una mano ai due vecchi, ambedue di ottimo umore. Il Cuoco Miccione era così contento di tornare a Trapani a godersi i frutti di tanto lavoro nell’isola, che non notò nemmeno il sergente Morpurgo passare ad un certo punto un rotolo di sottile miccia a rapida combustione a Mastro Tore, bisbigliandogli a lungo all’orecchio consigli che sembravano fossero di straordinaria importanza.

Quella sera i due vecchi dormirono al presidio di Punta Troia, dove il Cuoco Miccione preparò una cena che arricreò sia i corallari che la guarnigione. Cuscus con zuppa di cernie, voghe e scorfani; frittelle di cicirello pescato con reti dalla maglia stretta; la pignolata con il miele di timo e anche i gelsi succosi e profumati raccolti alle Case Romane furono accompagnati con il bianco d’Alcamo tenuto in fresco nella cisterna della rocca, rendendo felici e allegri soldati, pescatori e perfino i muri del Castello.

Mentre il Cuoco Miccione tenne banco durante tutta la cena raccontando gli ingredienti e le procedure con cui aveva realizzato i piatti di quella felicissima sera, Mastro Tore se ne stette in silenzio, con le braccia conserte e il lampo di luce bambina dei momenti in cui progettava qualcosa di imprevedibile e rischioso. Era diventato un vecchione tutto bianco, e sia i lunghi capelli incolti che la barba lunghissima gli davano l’aria del vecchio naufrago canuto - dimenticato per decenni su uno scoglio e poi miracolosamente ritrovato, - ritratto in tante stampe popolari del tempo.

La serata terminò con grappa offerta con aria commossa dal sergente Morpurgo che, accarezzando la bottiglia velata di polvere, sembrava si stesse separando per sempre da un amico stretto. Richiesto di pronunciare un brindisi, Mastro Tore si alzò un po’ a fatica con il suo bicchierino in mano, e con una voce un po’ impastata dalla stanchezza e dal sonno, recitò nel suo italiano migliore:

- Brindiamo alla libertà, che vuol dire poter decidere se stare qui o andarsene di là. Brindiamo alla libertà, e peste e corna al Pascià!

Il Cuoco Miccione, che apprezzava le rime più della grappa, applaudì commosso, seguito dal resto dei commensali. Poi prese un bicchiere vuoto e, alzandolo più in alto che poteva, brindò:

- Con la grazzia e l’aiuto di Santu Spiridione, lunga vita a tutti, bona notte e bona digestione!

Quella notte nessuno fece la guardia sulle mura del presidio di Punta Troia. L’artiglieria rimase incustodita, puntata verso un orizzonte quanto mai tranquillo, mentre dalla camerata dove dormivano gli artiglieri e i due corallari si alzò un armonico, felice ronfare.

L’indomani, messa l’Epifania in mare, Mastro Tore salutò il sergente Morpurgo e il Cuoco Miccione, salpando assieme allo spagnolo Isidro, l’artigliere più esperto della guarnigione. Ma, anziché dirigersi a levante, verso la costa siciliana, l’imbarcazione carica di esplosivo fece una decisa virata a sinistra e volse la prua verso punta Mugnone, per veleggiare poi verso le altissime scogliere di calcare giallo rosato del lato di ponente dell’isola. Quindi i due ancorarono la corallina nelle acque tranquille di Cala Bianca e si diedero da fare per collegare tutti i barilotti di esplosivo al rotolo di miccia fornito dal sergente Morpurgo. Dopo aver dato alcune precise istruzioni su come dare fuoco alle polveri in pochi attimi, Isidro salutò Mastro Tore con un abbraccio e si tuffò in acqua, raggiungendo a nuoto la riva e imboccando veloce il sentiero che in un paio di ore lo avrebbe riportato a Punta Troia.

Quando, nel tardo pomeriggio, un buona brezza di maestrale cominciò a spirare dalla riva e Mastro Tore sciolse la vela dell’Epifania, la corallina era già stata trasformata in brulotto, la temutissima imbarcazione carica di esplosivo che da sempre seminava il panico tra le marine da guerra del Mediterraneo. Come trascinato dalle sequenze di un sogno, Mastro Tore vide scorrere a sinistra le scogliere di ponente solcate da maestosi calanchi; doppiò quindi la Testa di Polpo, accostando verso cala Bombarda, dove ammainò la vistosa vela color arancione e proseguì il suo viaggio a remi. Era già il crepuscolo quando doppiò Punta Bombarda e giunse in vista di Cala Spalmatore.

La galeotta bisertina, veloce scafo da preda, stava lì, disposta parallela alla riva. Come un uccello rapace che avesse perso ali e piume, era stata liberata dei suoi diciotto remi, dell’alberatura e delle catene che tenevano i rematori legati ai banchi, pronta per essere tirata a secco per una veloce carenatura. L’indomani alcune tavole marcite sarebbero state rabberciate dal carpentiere, mentre lo scafo tutto sarebbe stato raschiato e spalmato di sevo. Poi la quarantina di disgraziati rematori, per lo più cristiani, sarebbero stati ricondotti a bordo, pronti a sputare l’anima tra frustate e bestemmie nel corso di un’altra razzìa.

Ormai si era fatto buio. Vogando senza fare rumore, con la massima cautela, il vecchio corallaro accostò a fatica lo scafo nero dell’Epifania alla galeotta saracena, assicurandolo ad essa con una cima. Fece il segno della croce, bisbigliò un’orazione a Santa Barbara appresa a suo tempo dal Cuoco Miccione e accese la miccia. Ad un primo, terrificante boato, Mastro Tore passò a miglior vita senza nemmeno accorgersene, mentre l’Epifania si trasformò in una palla di fuoco, propagando l’incendio allo scafo corsaro. Ci fu un susseguirsi di fortissime esplosioni, che scagliarono in aria grossi pezzi di legno ardenti e avvolsero alla fine la galeotta turchesca in una vampata che lasciò senza scampo il comandante, l’hodja, l’aguzzino, il carpentiere e la parte della ciurma rimasta a dormire a bordo.

Dalla riva i soldati turcheschi guardavano annichiliti la devastazione della loro nave, aspettando il peggio; tra gli schiavi cristiani, invece, la prospettiva di una fuga insperata verso la libertà si fece più concreta, mentre la voglia di spezzare le catene e demolire i ceppi ai quali erano legati divenne incontenibile.

Era quasi l’alba quando dal bosco di pini d’Aleppo sbucarono gli uomini del sergente Morpurgo armati di moschetto, ai quali si erano uniti una dozzina di corallari che avevano fatto sosta nell’isola per la notte.

-Santiago y sierra Espana!- gridò l’artigliere Isidro per incitare i suoi all’attacco.

-A chi afferra un turco è suo!- fecero eco i corallari, armati di fiocine, rampini e coltelli a serramanico.

- Allah akbar!- risposero con poca convinzione i giannizzeri turcheschi, troppo svegli per non capire che la partita era già persa prima di iniziarla.

Quando il sergente Morpurgo e il Cuoco Miccione arrivarono ansimanti sulla scena della scaramuccia, i saraceni erano seduti per terra, legati a due a due e oggetto di sputi e insulti da parte dei quaranta schiavi cristiani che il colpo di mano di Mastro Tore aveva permesso di liberare. Interrogati dal sergente, i giannizzeri dissero che venivano da Bizark, come il resto dell’equipaggio perito nel corso dell’incendio, e che altre galeotte bisertine avevano in progetto di venire a corseggiare la stagione successiva nel trapanese, distante appena un giorno di navigazione dalle coste tunisine. Scendendo mesti verso la riva, Morpurgo e Miccione constatarono che del loro vecchio amico e dell’Epifania non era rimasto nulla; solo lo scheletro annerito e semiaffondato della galeotta turchesca dava idea dell’inferno di fuoco scatenato da Salvatore Dalfina nella sua ultima, solitaria impresa.

Qualche giorno dopo il Cuoco Miccione fece scalo alla tonnara di Formica assieme a Morpurgo, promosso capitano in seguito alla fortunata azione militare di Cala Spalmatore e destinato a Trapani al comando del Forte di S.Anna.

I due raccontarono a Diego gli ultimi giorni di vita del nonno, dando al giovane una cassa con libri, effetti personali e una lettera con le ultime volontà di Mastro Tore. Parte delle cospicue sostanze del corallaro erano state donate alla chiesetta di Santo Liberante, con l’obbligo per il cappellano di dare al Cuoco Miccione il ruolo di sacrestano e di farlo accudire negli ultimi giorni di vita. A Diego era stato affidato invece il resto dell’eredità, finalizzata a " un’opera di difesa di li cristiani chi vivinu fora le mura di Trapani e chi vengono sempri lassati in balìa di li turchi infideli".

 

 

Giugno 1744

Una dozzina di anni dalla morte di Mastro Tore, il Cuoco Miccione era riuscito a fare della chiesetta di Santo Liberante, aggrappata sugli scogli di tramontana che conducono alla torre di Ligny, un importante luogo di devozione per i tanti marinai e pescatori della città. Diego, invece, non era ancora arrivato a spendere un solo tarì della somma ereditata dal nonno per la costruzione di un insediamento sicuro dalle scorrerie saracene.

Nel frattempo, con grande stupore del Capitano Morpurgo e anche dei tanti trapanesi fedeli agli austriaci, un’altra giravolta dinastica aveva fatto tornare i Borboni in Sicilia, stavolta con un regno tutto loro che comprendeva anche Napoli e il resto del Sud.

Giobatta Buatier, testimone vivente della breve parentesi sabauda, si era invece congedato da tempo e passava periodi sempre più lunghi a Trapani, necessitando di cure che Annamaria da sola non poteva fornire nell’isolamento della tonnara. Così la donna ora si divideva tra l’isola di Formica, dove Diego era stato messo al comando dello sparuto manipolo degli artiglieri dei Pallavicini, e la città, dove aveva tra l’altro cominciato a frequentare come uditrice la Facoltà di Medicina.

Quella primavera, come da diversi anni, Annamaria era andata a Trapani a metà maggio. La sua sensibilità nei confronti degli animali non le permetteva di assistere alla cattura di centinaia, talvolta migliaia di grandi tonni impazziti per il confinamento in acque che come per miracolo si restringevano sino a soffocarli; animali che venivano finiti a colpi di arpione tra le grida eccitate e un po’ belluine delle ciurme, mentre il mare si tingeva di un rosso irreale. Sembrava una gigantesca, confusa corrida marina, la cui vista la donna poté sopportare solo una volta.

Così aveva preso l’abitudine di partire per la terraferma appena sentiva che la prima mattanza della stagione era vicina. Il raisi Torrente, buon osservatore, si era accorto presto della quasi perfetta coincidenza tra le partenze di Annamaria da Formica e l’arrivo dei tonni nella camera della morte, regolandosi di conseguenza.

Anche quel giugno, dopo che i tonni catturati nell’ultima mattanza dell’anno erano stati imbarcati di gran fretta sugli schifazzi diretti a Trapani per avviarli alla salagione, a Formica erano rimasti il raisi e una trentina di tonnaroti per riparare, rassettare e stipare sotto i capannoni le delicate quanto ingombranti attrezzature della grande trappola marina. Un po’ confuso dal grande traffichìo di gente che in quei giorni affollava l’isolotto, Diego si era ritirato ancor di più sulla torre di guardia, con la scusa che era stato segnalato un movimento di legni turcheschi più intenso del solito. Con la stessa scusa aveva anche fatto fare lavori di manutenzione straordinaria alle murature scrostate della torre ed aveva ottenuto dal rais quattro tonnaroti per rafforzare i turni di guardia.

Come sempre i corsari vennero nel cuore della notte, quando quasi tutti riposavano profondamente dopo una faticosa giornata di lavoro. Sbarcarono da sette galeotte di Biserta, e a centinaia i predoni turcheschi sciamarono nello scoglio in cerca di uomini da incatenare ai remi. Dopo due mesi pieni di razzìe tra Ustica e Napoli, ben quattro dei sette scafi corsari non avevano ai remi uomini sufficienti per tornarsene nel loro covo, essendo a decine i rematori morti per un’epidemia di colera scoppiata tra gli equipaggi della flotta, complici le spaventose condizioni di vita a bordo.

Malgrado Diego avesse dato in tempo l’allarme sia con la campana della torre che con colpi di moschetto sparati in aria, in breve l’isolotto era talmente affollato di giannizzeri turchi, marinai berberi e rinnegati cristiani in cerca di preda, che diverse sciabolate se le diedero tra di loro gli stessi assalitori, prendendo per cristiani gli equipaggi delle altre galeotte.

Una delle cose più inusuali di quell’incursione fu che avvenne nel massimo silenzio, quasi i predoni avessero paura di risvegliare i trapanesi che dormivano al sicuro delle loro mura. Se li avessero conosciuti meglio, non avrebbero avuto tante cautele: per nessun motivo al mondo i cittadini sarebbero usciti a rischiare la vita e la inviolabilità della loro mura per andare in soccorso di tre dozzine di tonnaroti che stavano per finire schiavi in Barberìa.

Alla tonnara di Formica, comunque, gli assediati non si diedero facilmente per vinti, resistendo per ben otto ore senza che nessuno dei numerosi legni che uscirono dal porto di Trapani si dessero la briga di andare a vedere cosa stava succedendo ad un tiro di schioppo dalle loro vele. La resistenza ebbe termine quando i corsari riuscirono ad appiccare fuoco alla torre dei Pallavicini, dove Diego e gli altri compagni di sventura si erano asserragliati.

Furono in trentasei a cadere in schiavitù. Dall’inventario del bottino, stilato con prontezza dagli scrivani delle galere, gli hodia, mancavano due giovani tonnaroti fuggiti a nuoto verso le mura della città, il valoroso raisi Torrente e due donne. Alla fine dell’incursione, infatti, il capo della tonnara giaceva sgozzato nel suo alloggio accanto all’imbarcadero, assieme alla moglie e alla figlia ventenne, la bella Lina di tante storie di tonnaroti; dopo essere riuscito con la forza della disperazione a mandare all’altro mondo una mezza dozzina di predoni che tentavano di rapire la ragazza.

Quando i corsari si allontanarono senza fretta dall’isolotto, delusi dalla esiguità del bottino, della tonnara non restavano che rovine fumanti. Solo le enormi àncore rimanevano al loro posto, disposte ordinatamente tra i capannoni delle barche incendiate e la torre sbrecciata ed annerita dal fumo, simili ai resti silenziosi di un esercito sconfitto.

Quello stesso pomeriggio l’amministratore dei beni dei Pallavicini e il comandante borbonico della piazza di Trapani sbarcarono nell’isolotto per ispezionare i resti della tonnara devastata. Intanto, su una delle sette galeotte dirette a Biserta, si stava svolgendo una curiosa discussione tra Diego Martinez e un personaggio che pochi avrebbero sospettato di trovare a bordo di quello scafo fetido e malmesso.

 

Capitolo 6

Condotto egli tra le catene di Tunisi, venne comprato da un dovizioso mussulmano, chiamato Sitbarb Alì, sposo di una donna assai bella, nata nell’ebraismo

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I tonnaroti vennero incatenati ai remi senza troppi complimenti, visto che tra i banchi delle galeotte bisertine i posti da rimpiazzare erano tanti. Solo Diego e un paio di compagni vennero legati con corde di canapa, imbavagliati e scaraventati in una stivetta senza aria e né luce.

Il trapanese fu svegliato all’imbrunire da una mano leggera, che gli terse il sudore della fronte e gli porse una brocca con dell’acqua da bere.

- Come state, Diego Martinez ? - chiese un uomo anziano dai capelli candidi ed i modi gentili mentre teneva un fazzoletto premuto contro il naso, nella speranza di attenuare il fetore di quello spazio angusto e mal ventilato.

- A parte un gran bozzo in testa e la nausea per l’odore di schifìo che si porta dietro questo legno, non sto male. Sono sicuro che quelli ai remi staranno peggio di me. E voi, dottor Sala, cosa fate qui a bordo? Tutto mi sarei aspettato meno che di trovarvi in questo guscio di noce ingrasciata, disse Diego in un tono che tradiva sorpresa ed avvilimento.

Samuele Sala aspettò un poco prima di rispondere. Si vedeva che si trovava a disagio. Apparteneva ad una vecchia famiglia d’ebrei trapanesi, per lo più banchieri, esiliati in Africa duecento anni prima dal decreto d’espulsione d’Isabella di Castiglia. Gente sempre in bilico tra la voglia di vendetta per il trattamento spietato subito dai cattolicissimi sovrani e la voglia di tornare in Sicilia. Così con il passare delle generazioni, nei ricordi dei vecchi della comunità, l’Isola era diventata una sorta d’altra Terra Promessa, solo un po’ più a portata di mano.

Un giorno l’ormai anziano medico Sala, approfittando di un breve periodo di tolleranza nei confronti delle comunità ebraiche da parte del nuovo governo borbone di Sicilia, si decise di trasferirsi da Tunisi a Trapani, anche spinto dalla curiosità per i progressi della medicina che dalle terre cristiane ricominciavano a diffondersi in tutto il Mediterraneo. Nella città del sale era stato quasi tre anni ad esercitare come medico chirurgo, dando prova di gran bravura e umanità. Poi, come d’incanto, era sparito da un giorno all’altro, lasciando i pazienti e i tanti colleghi che lo stimavano nella costernazione.

Ora stava lì, in quella stivetta malsana e puzzolente a cercare di dare spiegazioni a Diego sul perché un medico anziano e rispettato andava in giro a fare razzìe con i corsari turcheschi.

Dopo aver messo un po’ d’ordine nei suoi pensieri, Samuele Sala alzò con una certa fatica un boccaporto per fare entrare un po’ d’aria fresca nella stivetta e disse:

- Mi hanno ingaggiato a Tunisi come interprete, per parlare con i prigionieri e capire chi aveva la possibilità di pagare un riscatto. Voi non siete messo male a denari, se non ricordo male. Vostro nonno, Mastro Tore il corallaro, era un lavoratore valente e qualcosa vi avrà pur lasciato in quel suo continuo affannarsi…

- Sono denari già impegnati, il testamento di mio nonno parla chiaro

- E come mai è da tanto tempo che le tenete fermi, questi benedetti soldi ? - chiese il medico.

- Fossi stato mio nonno, sarei riuscito a realizzare i suoi progetti in un battibaleno. Io, non sono né pescatore come mio nonno e né soldato come mio padre. Sono solo un indeciso in un mare di guai, a usare le parole di un grande poeta d'Inglaterra.

- Lasciateli stare i poeti, che non è il momento. Piuttosto cercate di svegliarvi, che chi ha troppe fantasie con i turchi non campa a lungo.

- Voi, piuttosto, com’è che siete sparito da Trapani dalla sera alla mattina? Non vi piaceva lavorare da noi? Mi hanno raccontato che facevate meraviglie con i malati di reumatismi; mentre ora vi trovo qui, in mezzo alla fetenzìa di questa barca di ladri,- ribattè Diego.

- Fosse stato per me, io a Trapani ci sarei restato. Solo che, appena mi ero fatto un po’ reputazione e clientela, c’era stata troppa gelosia da parte dei colleghi cristiani. Capii che l’aria stava cambiando quando assieme ad un medico milanese, un certo Roncajoli, e al vostro dottor Migliorino, feci una conferenza su come curare ogni sorta di malattia usando abluzioni d’acqua fredda. Si tratta di una pratica antica, ma che stavamo adattando ai tempi nuovi, con risultati promettenti. L’aula era affollata di medici venuti da tutta la Sicilia, perfino da Catania e Messina, quando dal fondo una voce gridò: "Via gli uccisori di nostro Signore Gesù Cristo dalla Sicilia. Viva la Santa Inquisizione!"

- Un fanatico, - commentò Diego cercando di allentare la corda che gli segava i polsi.

- No, solo un dottoricchio senza arte e né parte, che voleva sbarazzarsi di un concorrente più valente di lui. Qualche giorno dopo mi giunse voce che l’Inquisizione stava raccogliendo prove contro di me. Amici fraterni mi consigliarono di fuggire. Così m’imbarcai in una notte senza luna su una galera maltese diretta a Lampedusa, per poi tornare a Tunisi più povero e amaro di quando ero partito. Adesso mi trovo qui, a cercare di pagare i debiti contratti seguendo quel malaugurato istinto di tornare nella terra dei miei avi, in Siquilliyyah.

- E’ così che gli arabi chiamano la Sicilia?

- Si, ed è meglio che anche voi vi abituate a chiamarla così. E questi, invece, li conoscete? - chiese il dottor Sala indicando gli altri due prigionieri legati e imbavagliati accanto a Diego.

- Li conosco di vista, ma non so i nomi. So solo che sono tonnaroti originari di Paceco. Uno sa suonare il mandolino; l’altro invece è un tipo di poche parole, ma fortissimo lavoratore.

- Come vi chiamate? - chiese il dottor Sala togliendo il bavaglio al prigioniero indicato come suonatore di mandolino.

- Anche yò mi chiamu Diego. Diego da Paceco. E chistu vicinu a mia è l'amicu meo, si chiama Peppe Masso. E’ un omo forti comu 'na roccia, che è un omo forti comu 'na roccia, - aggiunse indicando con orgoglio il bicipite dell’amico.

- Vedo, - disse il medico. Poi porse la brocca con l’acqua ai due tonnaroti, che la svuotarono in un attimo.

- Ci state portando a Biserta? - chiese il pacecoto.

- Il resto delle galere andrà a Biserta, mentre noi andremo a Tunisi, dove sarete venduti al mercato.

- Come bestie da soma? Come sacchi di carrube da infornare? -protestò Diego Martinez.

- Usanza de mar, Diego, è questa la tradizione, - disse il medico allargando le braccia.- Anche i cristiani fanno la stessa cosa con gli altri.

- Sempre meno, però. Incatenare dei disgraziati ai remi e non lasciare spazio per il carico è cosa da scimuniti. Con un veliero ben costruito si vola sul mare senza sofferenza e si trasportano montagne di mercanzìe.

-In Barberìa la quistione è un po’ più complicata. Mancano le banche.

- E perciò?

-Quando qualcuno ha troppi soldi in casa, non li porta in banca, come da voi. O li nasconde da qualche parte, o compra uno schiavo. Così come certi contadini cristiani usano i porci come salvadanari, qui in Barberìa usano gli schiavi cristiani o neri come depositi delle loro sostanze.

-E le custodiscono bene, queste loro sostanze? - chiese Diego.

-Alcuni bene, altri in modo insensato, proprio come da voi si fa con i soldi. Solo che i soldi, a differenza degli schiavi, non soffrono, o per lo meno non si esprimono.

- Si sintìvi beni, pensu chi semu in un mari di vai… chi semu in un mari di vai, - commentò sconsolato il pacecoto, la cui curiosa abitudine di ripetere spesso le ultime parole di una frase, come a rafforzarne il significato, era nota a tutti nel paese d'origine.

Peppe Masso invece taceva. Dallo sguardo concentrato in un punto della stivetta e dalla tensione che gonfiava la massiccia, armonica muscolatura, si poteva immaginare che se per caso la corda che gli serrava i polsi si fosse allentata, avrebbe fatto saltare in aria a suon di cazzotti tutto il fasciame, le serrette, gli staminali e i boccaporti di quella galera fètida tenuta assieme dalla pietà celeste di qualche marabutto da quattro tarì.

Il dottor Sala osservò Peppe per un po’, soffermandosi sui glutei e sugli addominali. Quindi si rivolse di nuovo a Diego:

-La libertà non ve la posso garantire, ma ci sono buone probabilità che nessuno di voi tre finisca incatenato ai remi. Mia cugina Rachele è sposata in Tunisi ad un uomo molto ricco e pio. Se riesco a farvi comprare da lui, per voi la cattività sarà meno penosa di quanto non accada con tanti altri. Non saprei, però, come riuscire a far comprare da Alì il suonatore di mandolino, - aggiunse il medico osservando pensoso il pacecoto e notando per la prima volta una certa somiglianza fisica del tonnaroto musicante con Diego Martinez.

Ambedue i captivi erano infatti di statura media e fisico asciutto. Se non fosse stato per il viso più bruno e affilato del pacecoto, oltre che per la differenza di una buona ventina di anni d'età, i due si sarebbero potuti confondere per figli di una stessa madre.

- Oltre che a suonare, Diego il Pacecoto è bravo anche a lavorare il corallo, - continuò Martinez.

- Questo vostro compagno di cattività ha curiose qualità che non mi aspettavo in un tonnaroto, - osservò Samuele Sala.

- U fattu è chi avìa tempu chi mancava corallo da travagghiare, chi mancava corallo da travagghiare, e così avìa pinsato di fari la stagione in tonnara, picchì la paga era bona, chi la paga era bona. Cangianno discorso, in Barberìa si trovano i mandolini? - chiese Diego il pacecoto.

- Proprio mandolini no, ma qualcosa del genere si può pure procurare. Dipende dalla musica che vorranno ascoltare i vostri padroni. In Barberìa, però, nella vostra condizione, più che suonare bisognerà stare attenti a non essere suonati, - spiegò con pazienza Samuele Sala. Quindi aprì una borsa da medico che aveva portato con sé e ne estrasse una fiala di vetro contenente un liquido lattigginoso. Lo agitò e poi, cominciando da Martinez, lo passò con del cotone sotto le palpebre dei tre cristiani. A quel punto fece loro aprire le bocche e passò lo stesso liquido acidulo e un po’ nauseabondo sulle gengive dei tre prigionieri.

- Che schifìo è? Ci state avvelenando? - chiese il trapanese allarmato.

- Lattice d'eufòrbia, - rispose il medico, tranquillo. Poi aggiunse: - Nelle prossime ore vi si gonfieranno palpebre e gengive, ma fra cinque o sei giorni sarà tutto finito. Fidatevi, è per il vostro bene.

Come il dottor Sala sollevò il boccaporto per uscire dalla stivetta, si sentì per un attimo aria pulita di pini e ginepri: la galera stava costeggiando le ultimi propaggini dell’Atlante del Tell, a poche ore di remo da Tunisi.

Quando, nella tarda mattinata del giorno dopo, lo scafo corsaro mise la prua verso le mura della città, un forte, opprimente vento di scirocco misto a sabbia si era messo a sferzare la laguna, rendendo ancora più penoso lo sforzo degli uomini incatenati ai remi. Soffocati dal caldo e dalla poca aria che circolava nella stivetta dove erano tenuti prigionieri, Diego Martinez ed i suoi compagni avevano già il viso tumefatto e le gengive gonfie ed irritate. Il preparato tossico del dottor Sala stava facendo i suoi effetti.

Dopo aver navigato il canale melmoso che congiunge la laguna alla città, la galera attraccò al molo, privo della solita folla di scaricatori di porto, guardie del Bey, mercanti in cerca di buoni affari e perdigiorno che accoglieva di solito le navi corsare al ritorno dalle razzìe nelle terre dei cristiani. Complice il caldo spietato e la notizia della magra preda che aveva preceduto l’ormeggio dei bisertini, sul molo stavano pochissime persone, per lo più schiavi cristiani in avanzata età, e quindi un po’ più liberi di muoversi, venuti a raccattare notizie sui loro luoghi di origine.

Passarono la prima notte in uno dei cinque bagni presenti a Tunisi in quel periodo per il confinamento degli schiavi. Erano gruppi di edifici al cui interno la vita si svolgeva con regole spietate, a metà strada tra una prigione per debiti inglese ed un campo di prigionia per lavoratori forzati. Chi dimostrava di avere la possibilità di far pagare un riscatto dai familiari, vi rimaneva segregato sino a quando non sarebbero giunti i denari per la liberazione. Gli altri prigionieri, invece, venivano messi all'asta e, se acquistati, sarebbero andati a vivere presso i loro padroni. Il resto degli schiavi, i più sventurati, sarebbero rimasti proprietà pubblica dello stato corsaro come beylik: gravati da ceppi e catene di dimensioni spropositate, avrebbero diviso il resto dei loro giorni tra lunghe, crudeli ore di lavori forzati e la lurida, violenta promiscuità del bagnio.

Destinati alle aste dei giorni successivi, a Diego Martinez, Peppe Masso e Diego da Paceco vennero applicati dal fabbro del bagnio pesanti anelli di ferro alle caviglie destre, sotto lo sguardo aggressivo e compiaciuto del comandante della prigione, il Pascià Guardiano, che rivolto al fabbro commentò cosi' lo stato dei tre siciliani:

-Mirar bono, mercantzia non piacer: beylik!

Al che il fabbro, scoppiando in una fragorosa risata, per poco non aveva mollato una martellata sul piede di Peppe Masso, evitando all'ultimo momento conseguenze spiacevoli sia per lui che per il cristiano che stava incatenando. Un po' più avanti nel tempo, quando i tre avrebbero imparato le prime espressioni in lingua franca, avrebbero capito il motivo di tanta ilarità da parte del Pascià Guardiano: lo stato pietoso di Diego e dei due tonnaroti aveva fatto ritenere al comandante del bagnio che quei tre poveracci sarebbero rimasti invenduti e riportati da lui come beylik da vessare e perfino seviziare.

I tre dormirono in una camerata separata da quello dei beylik, anche perché gli aguzzini non volevano che quel piccolo lotto di schiavi in loro consegna perdesse ulteriormente valore. L’indomani mattina, di buonora, i siciliani vennero condotti dentro le mura di Tunisi, dove furono fatti sfilare seminudi nelle vie prospicienti il mercato. Il rituale si ripetè per altri due giorni, accompagnato dai lazzi dei mocciosi che seguivano schiavi, sorveglianti e banditori, e dagli umilianti palpamenti dei potenziali acquirenti. Alcuni di questi osservavano con attenzione le palme delle mani di Diego e dei tonnaroti, cercando di leggere nell’intrico delle linee la lunghezza della vita dei tre cristiani offerti in vendita; altri, invece, ficcavano loro le dita in bocca per vedere la robustezza dei denti, molto utili nel caso di un lucroso noleggio degli schiavi ai comandanti di galere a corto di rematori.

Il quarto giorno Diego Martinez e i due tonnaroti vennero fatti salire sul palco di legno posto nel mezzo del Souk el-Berka, l’antico mercato degli schiavi, poco distante dalla Grande Moschea dell’Ulivo, per dare inizio all’asta che avrebbe deciso il loro destino.

Le facce tumefatte dei tre malcapitati non attirarono molti acquirenti, per cui fu facile a Sitbar Alì, pio sposo di Rachele Sala, tornarsene a casa con Diego Martinez, Diego il pacecoto e Peppe Masso, acquistati tutti assieme per pochi zecchini dopo che il funzionario del Bey, che per consuetudine aveva la precedenza nell'acquisto di tutti gli schiavi messi all’asta, aveva mostrato il suo prevedibile disinteresse per quel lotto malconcio di cristiani dai visi gonfi e le gengive tumefatte.

A casa di Sitbar i tre trovarono la padrona assieme al medico Sala suo cugino, che li fece lavare e mettere a riposo per un giorno nelle stanze della servitù, dopo aver applicato sulle loro palpebre olio di mandorle dolci.

Mentre Diego Martinez, il pacecoto e Peppe prendevano confidenza con i nuovi spazi in cui la cattività li aveva confinati, Sitbar, la moglie Rachele e Samuele discussero sul futuro impiego dei servi appena acquistati. Fu facile per medico convincere Sitbar ad impiegare Martinez in una botteguccia dove lavorare il corallo, assistito da Diego da Paceco. Per Peppe, invece, l’impiego cui fu destinato fu piuttosto inusuale nella sua sconciastra peculiarità.

Il giorno dopo i tre furono condotti da Samuele Sala vestiti dei panni che i cristiani in cattività erano tenuti ad indossare: camicie dalle ampie maniche, senza polsini o colletti, braghe larghe alla turchesca e un copricapo di colore rosso. A parte il ferro applicato alla caviglia dal fabbro del bagnio, i due Diego e Peppe non trascinavano catene.

Dopo averli salutati, Samuele Sala constatò con soddisfazione che le palpebre e le gengive dei tre erano guarite dall'effetto tossico dell'eufòrbia. Quindi l'anziano medico cominciò a parlare, a bassa voce:

- Sentitemi bene. Voi, Martinez, con l'aiuto di Diego il pacecoto, comincerete stamattina a lavorare il corallo in una botteguccia non distante da qui, di proprietà del marito di mia cugina Rachele, il ricco e pio Sitbar Ali' vostro padrone. In bottega gli attrezzi ci sono già. Per il corallo, dovete pensarci voi a trovarlo.

- Dove, in mare? - chiesero i due captivi, all'unìsono.

- No, sui muri, - rispose serio il medico. Poi, guardando Martinez, precisò: - Se gli affari andranno bene, potrete avere dei denari da tenere per voi e magari ricomprarvi la vostra libertà. Se andranno male, vi aspetta il remo, perché Sitbar ci tiene a far fruttare bene i suoi soldi. Più di questo non sono riuscito ad ottenere.

- E per Peppe Masso cosa avete pensato? -chiese il trapanese aggiustandosi in testa il copricapo di feltro rosso.

Andrà in una fattoria dalle parti del fertile Ras at Tib. E' una landa fresca e ben coltivata. Dalla cima del promontorio, nelle giornate terse d'inverno, talvolta il vostro amico potrà scorgere la sagoma di Monte San Giuliano e della costa di Siquilliyyah.

- Lavorerà la terra?

- In un certo senso. Di sicuro seminerà, - rispose il vecchio sorridendo.

Tornati nella loro stanza, i tre non ebbero molto tempo per scambiarsi le loro impressioni. Rompendo un silenzio lunghissimo, Peppe Masso, pronunciando le parole molto lentamente, com'era sua abitudine, chiese a Martinez:

- Cosa… faranno di mia… mastro Diego? Dicitimillo vui… chi sapìte léggiri… e scrìviri. Cu la mia 'gnoranza… la cunfusioni… 'ntesta è forti.

Dal tono della domanda, Diego capi' che doveva inventarsi una risposta che desse non solo a Peppe, ma anche all'altro pacecoto quel filo di speranza senza la quale la disperazione e forse anche la perdita di senno avrebbero preso il sopravvento. Decise di mettere da parte la sua abituale tendenza alla seriosità e attinse spudoratamente alla fantasiosa teologia popolare di cui si nutrivano i marinai e pescatori della sua città:

- Il nostro futuro è scritto in un libro che non riesco a leggere bene con la luce del giorno, - disse Martinez. Poi proseguì:- Di notte, invece, le pagine mi diventano più chiare e la scrittura più netta. Una cosa è certa: entro tre anni, o con i nostri piedi o dentro una bara, noi usciremo da Tunisi. E senza catene ai piedi. Da quando siamo stati presi dai turchi, ogni notte sogno la Madonna di Trapani. E' bella, bianca come la neve, e mi sorride con quel suo sorriso curioso che conoscete. Sorride sempre, la Madonna di Trapani, e non è sempre che si capisce il perché, - aggiunse Diego, a corto d'ispirazione. Poi, ripensando alla sognante e strampalata teologia di cui il Cuoco Miccione aveva dato sfoggio durante la sua lunga vita di credente folligno e mattacchione, prosegui': - La Madonna, che perfino i turchi di Barberìa hanno in gran rispetto, mi ha chiesto con insistenza che ogni giorno, all'alba e al tramonto, le recitiamo tre Ave Maria. Poi, e questo è successo proprio questa notte, si è presentata con un santo con la barba ed un bastone.

- Santu Patri? - chiese Diego il pacecoto.

- No, un santo ancora più potente, con rispetto parlando. Un santo navigatore e viaggiatore che ci potrà essere di grande aiuto: pensate che ha la forza di fare spirare i venti nelle direzioni chieste da chi lo invoca. Si chiama San Nicola, e nel sogno mi ha ricordato che da Tunisi a Trapani ci sono solo ottanta miglia, e che con un poco di libeccio è un gioco da piccirilli tornarsene a casa. Mi ha guardato con un sorriso un po' antipatico, quasi di sfida, e mi ha assicurato che se entro tre anni non ci ingegniamo a tornare nelle terre dei cristiani, lui andrà a riferire a tutti i santi del cielo quanto scimuniti siamo. La Madonna di Trapani, come sempre, sorrideva ed annuiva. Prima che mi svegliassi la Madonna mi ha raccomandato di nuovo di non scordarmi le tre Ave Maria, all'alba e al tramonto.

- Il sogno era curiusu, chi era curiusu. Ma voi che gli avìte risponnuto?- chiese ancora il pacecoto.

- Con i santi non si parla. Si ascolta, ed al massimo poi si scrive cosa hanno detto, magari per riferirlo ai credenti.

- A propositu, di chi religgioni è la nostra patruna? E' una gran bedda fimmina, che è una gran bedda fimmina. Sapìti perchì vi lu dico? Ieri mi taliava strana, chi mi taliava strana. Turca non pò esseri, chi li turche sono riservate assai.

- Le turche sono riservate in strada; in casa invece la cosa cambia, e di tanto. Quanto alla nostra patruna, deve essere ebrea di nascita, se è vero che è cugina del medico Sala. Per potersi sposare con il nostro patruni, di certo prima si converti' al cristianesimo e poi si fece turca. Cosi' vuole la legge dettata dall'Alcorano. La patruna ti guardava in maniera strana perché tu, come tutti noi, avevi la faccia gonfia come una minchia marina, - spiegò Martinez irritato. - In ogni caso – aggiunse, - stai molto attento con le femmine dei musulmani. Se un servo cristiano viene trovato a giacere con loro, prima di ammazzarlo i turchi lo fanno pentire di essere nato. I roghi dell'Inquisizione, orribili e puzzolenti per quanto siano, diventano acqua frisca rispetto a come i turchi bruciano vivi i cristiani che sgarrano.

- Comu… fanno?

- Legano il disgraziato al palo, poi gli mettono attorno tante piccole fascine a cui danno fuoco tutte assieme. Con calma, senza prescia. Così anziché bruciato, il cristiano viene arrostito vivo, a fuoco lento.

- Si capisci chi hannu tempu di pérdiri, chi hannu tempu da pérdiri,- commentò Diego il pacecoto.

- Perciò, mi raccomando, occhio a donna Rachele, che se non stiamo attenti a come ci muoviamo, qua finiamo arrostiti come sgombri marinati, - disse Martinez volgendo lo sguardo al giovane pacecoto e sottolineando le ultime parole con l'indice appoggiato sotto l'occhio destro, gesto che invitava ad un’attenzione vigile e lesta .

Il giorno dopo i due Diego furono accompagnati di buonora nel Souk degli Orafi, poco distante dalla Grande Moschea. Era lì che sorgeva la botteguccia in cui Giosuè Sala aveva lavorato argento e coralli sino alla fine dei suoi giorni. Lasciato in eredità a Rachele, quel bugigàttolo buio e polveroso, pieno di attrezzi consunti dall'uso e di lavori lasciati a metà, aspettava nell'arrivo dei due cristiani l'occasione di tornare in attività.

Sorvegliati a vista da un anziano schiavo di origine corsa, sdentato e male in arnese, i siciliani furono legati con lunghe catene ai banchi da lavoro e cominciarono a darsi da fare con dei rametti di corallo da sgrossare. Poi, seguendo le istruzioni di Diego Martinez, il pacecoto si mise a levigare e forare cilindretti di corallo per farne una filza da preghiera; il nipote di Mastro Tore, invece, trovato tra gli utensili del vecchio Giosuè un bulino, cominciò a incidere il prezioso materiale alla maniera dei trapanesi. Ispirandosi ai lavori lasciati in sospeso ed ai modelli su carta presenti in bottega, Martinez sbozzò dal corallo forme di pesciolini, stelle a cinque e sei punte e mani di Fatima che ornò delle fini incisioni geometriche e floreali tipiche dell’arte magrebina.

Alla fine della giornata, ricondotti a casa di Sitbar Alì, i due mostrarono con orgoglio ai loro padroni diversi ninnoli che il giorno dopo sarebbero stati venduti con profitto da un commerciante amico di famiglia.

Ben diverso era stato invece il modo in cui Peppe Masso aveva passato la giornata. Fatto accomodare in una stanza fresca e tranquilla, per l’intera mattinata si era rimpinzato di dolci al miele e sesamo e biscotti farciti di fichi e datteri che gli erano stati forniti su un vassoio di rame da una serva dal sorriso ammiccante. Poi, nella tarda mattinata, era giunta Rachele, che aveva salutato brevemente il tonnaroto in un siciliano quasi incomprensibile ed aveva cominciato ad osservarlo con divertito interesse, ammirandone il vigore delle membra. La moglie di Sitbar Alì era accompagnata da una serva anziana ed aveva il viso scoperto. Si presentava come una donna bene in carne di una trentina d’anni, con grandi occhi color nocciola ed un sorriso accattivante di bambina curiosa. La pelle, bianchissima, suggeriva che aveva trascorso gran parte della vita totalmente al riparo dal sole, lusso che solo donne molto ricche potevano allora permettersi.

Per un po’ Rachele stette a guardare Peppe che mangiava, quindi gli fece portare dalla serva una brocca con dell’acqua fresca per stemperare il dolce eccessivo e stucchevole di quella inaspettata colazione e lasciò lo schiavo senza dire una parola. Il mistero di quell’inaspettato trattamento a Peppe glielo spiegò il dottor Sala:

- Tra poco vi condurranno, come vi ho già detto, a Ras at Tib, quello che voi chiamate Capo Bon. Lì un conoscente berbero del vostro ricco e pio padrone, Sitbar Alì, ha una fattoria con giardini di aranci e mandarini. Vi starete alcune settimane e sarete ben nutrito.

- A fari…cosa? – chiese Peppe.

- Ad accoppiarvi con delle giovani donne che vivono nella fattoria. Hanno la pelle colore dell’ebano e, credetemi, alcune di loro sono bellissime. State attento, però, a non svuotarvi troppo. Non sempre datteri e latte di cammella aiutano a rimettere in sesto persone troppo debilitate.

- Yò… haiu…a viviri… comu un toru… in una stadda ? – chiese il tonnaroto dopo una lunga pausa di silenzio.

- No, vivrete in un harem; solo un po’ più alla buona di quello dove giace il Bey di Tunisi o il Pascià degli Ozman. Di meglio non sono riuscito ad ottenere per voi. Avreste forse preferito essere incatenato a un remo di galera ?

- Vi lu dicu… dopu chi tornu… da Capo Bon, - rispose più confuso che persuaso il tonnaroto.

Peppe giunse alla fattoria di Mustafà Ayd al tramonto del giorno successivo. Nell’ultima parte del viaggio, avvicinandosi a Capo Bon, ebbe modo di vedere orti ben coltivati e frutteti di agrumi e melograni circondati da alte palme piantate per frangere i venti impetuosi che spesso spirano nella regione. Appena arrivato nella proprietà del ricco berbero, il tonnaroto venne lavato e profumato da giovani donne dalla pelle nera; quindi rifocillato ancora con datteri, mandorle, sesamo e pistacchi. Poi venne condotto in un’ampia camerata cosparsa di materassi e cuscini di cotone grezzo e lasciato in compagnia di due donne poco più che ventenni, seminude e un po’ spaventate dall’arrivo dello straniero.

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Quando la pesante porta di quel rustico harem si chiuse dietro le sue spalle, Peppe cercò di capire il da farsi. Stanco del viaggio e confuso dagli incredibili cambiamenti che si erano verificati nella sua vita nel giro di pochi giorni, al cristiano non rimase che recitare a bassa voce le sue tre Ave Maria e sdraiarsi sul primo giaciglio che vide, confidando nel fatto che già era trascorso diverso tempo dal crepuscolo e che dalle finestrelle della camerata non filtrava più luce. Le due ragazze che si trovavano nella stanza, rapite qualche tempo prima da un villaggio al di là del confuso confine di sabbia tra il Maghreb e l’Africa nera, tenendosi per mano un po’ per infondersi coraggio, si erano pure disposte a dormire, quando la porta si aprì ed irruppe una giovane mulatta con una torcia accesa in mano. Era slanciata e robusta e oltre che per un sorriso che scopriva denti candidi e ben curati, si faceva notare per degli splendidi occhi di un blu indaco, risultato di un accoppiamento ben riuscito tra un’africana ed un europeo. La ragazza guardò Peppe con interesse, e sorridendo lo salutò:

-Bon dgiorno, signor!

-E bbona… sira, - rispose Peppe, con la voce impastata dal sonno.

-Nombre de mi Kahina. Y nombre de ti?

-Nombre…de mi…Peppi.

-Di que paise star? Star francìs, nabolitàn, esbagniòl, toscàn, moskovìt, danés, suedés ? – chiese la ragazza, più che altro per il piacere di pronunciare il nome di quelle nazionalità dai suoni per lei così particolari.

-Mi star… de…Sicilia.

-Star bono akì?

-Non tanto.

-Dispiacer mucho per mi, - rispose la ragazza, che si destreggiava

bene nella lingua franca dei porti di mare. Poi aggiunse: - Ora fazir amòr, foki-foki. Bisogna fazir accussì, – spiegò, introducendo il mignolo destro tra il pollice e l’indice della mano sinistra posti ad anello e facendoli scorrere avanti e indietro, per sottolineare in maniera inequivocabile di cosa stava parlando.

Poi aiutò Peppe a togliersi camicia e brache e quindi, rivoltosi alle due africane in un dialetto incomprensibile, le invitò con un sorriso per nulla malizioso ad avvicinarsi al cristiano. Dopo che le due giovani si furono accostate al tonnaroto, la mulatta spense la torcia e si accoccolò su dei cuscini poco distanti, aspettando che la vicinanza di quei corpi seminudi sortisse l’effetto desiderato.

Quella notte il tonnaroto dormì bene, essendosi Kahina limitata a pretendere solo un amplesso e avendolo lasciato in pace dopo quella prima, timida eiaculazione coatta. La mattina dopo, di buonora, Peppe venne svegliato e condotto ad un pozzo scavato nella corte della fattoria, dove gli fu chiesto di lavarsi per bene per togliersi di dosso il sudore e gli umori di quell’inaspettato incontro notturno con le schiave nere. Quindi fece colazione a pane e olive e bevve anche latte di capra addolcito con miele, sotto lo sguardo sorridente e perfino affettuoso di Kahina, che per la sua giovane età dimostrava di saper gestire con discreto giudizio le curiose pratiche riproduttive della fattoria.

Per due settimane Peppe Masso fu fatto incontrare con tre diverse donne al giorno: una al mattino, l’altra nel tardo pomeriggio e la terza prima di addormentarsi, stanco ma non troppo, tra i cuscini di quello strano harem.

A volte, tra un giacere e l’altro, riuscì a scambiare qualche parola con Kahina, da cui apprese che in quella fattoria era da più di tre lustri che si allevavano mulatti, e che i suoi fratelli, tutti alti e robusti come lei, erano imbarcati nelle galere, molto apprezzati per la non comune resistenza alla fatica e alle malattie.

Via via che i giorni passavano, il tonnaroto non mancò di riflettere

sulla sua condizione di procreatore di esseri destinati alla schiavitù, così come i buoi che vedeva nei campi vicini alla fattoria venivano al mondo per essere aggiogati all’aratro. Arrivò perfino a chiedersi se vivevano meglio loro, macellati dopo anni di lavoro, o i maiali che, qualche decina di miglia più a nord, nelle terre dei cristiani, venivano fatti nascere al solo scopo di farli finire sotto il coltello del beccaio. Così, come di giorno rimuginava spesso sulla vita degli animali dei campi, di sera, prima di addormentarsi, pensava quasi sempre al mare ed ai suoi esseri, le cui esistenze avrebbe voluto imitare. Allora nella mente gli si formavano immagini di pesci per lo più grandi ed argentei, che migravano lungo rotte misteriose per raggiungere luoghi freschi e lontani dove andare a sgravarsi delle uova o del lattùme che inturgidivano i loro ventri. A volte, nelle immagini che scorrevano nella mente del tonnaroto, così come nella realtà, i pesci finivano arpionati oppure ammagliati nelle reti; oppure, più spesso, erano divorati dai loro simili. Ma prima che ciò avvenisse, se mai succedeva, quelle creature libere e silenziose avevano avuto modo di viaggiare in spazi pressoché infiniti, seguendo le spinte delle correnti o le rotte suggerite dalle diverse temperature di quell’immenso mondo fatto di riflessi verdi e blu.

Un mattino, già più di una settimana dopo il suo arrivo alla fattoria di Capo Bon, Peppe chiese alla mulatta:

-Ove star patruni?

-Patruni in Ifriqiya, - rispose Kahina con il suo sorriso di sempre.

-Ifriqiya… akì, - protestò Peppe, un po’ confuso.

-Akì Maghreb. Patruni in Ifriqiya. In Ifriqiya a far provista de merkantzia, merkantzia por ti.

La mercanzia cui si riferiva la mulatta giunse alla fattoria di lì a pochi giorni, quando arrivò una piccola carovana preceduta dal cammello di Mustafà Ayd e chiusa da un gruppo di una trentina di giovani donne dalla pelle scurissima legate a due a due per le caviglie. Erano sfibrate dalla lunga marcia a piedi, che le aveva portate dai villaggi dell’altipiano del Djiado, nel lontano Niger, dove erano state rapite, alle rive del Mediterraneo.

Il ritorno nella fattoria di Mustafà, settantenne segaligno dallo sguardo rapace, coincise con un repentino peggioramento della vita di Peppe, tolto dalle cure della giudiziosa Kahina e consegnato ai ritmi disumani del padrone, che pretendeva dallo schiavo incontri con quasi una dozzina di donne al giorno. Ammirato dalla robustezza un po’ belluina di Peppe Masso, il fattore, complice l’età, ne aveva sovrastimato le possibilità di accoppiamento, confondendo un tonnaroto con un torello nel pieno delle sue forze. Sembrava che la sua mente, un po’ annebbiata dai lunghi viaggi attraverso la spazialità violenta del deserto, confondesse gli ardori insoddisfatti da lui sperimentati in gioventù con un improbabile, irrefrenabile desiderio che a suo parere avrebbe dovuto accendersi nel povero cristiano al momento in cui questi veniva messo in contatto con la decina e passa di giovani donne che era tenuto ad ingravidare.

Nascosto dietro un foro praticato su un muro dello stanzone che fungeva da harem, Mustafà Ayd si accarezzava la barba sudaticcia mentre osservava gli approcci sempre più incerti tra Peppe e le ragazze del Niger che gli venivano messe a giacere al fianco.

Col passare degli anni e il progredire di una precoce demenza senile, il beduino si era convinto che negli uomini fosse insita, sempre ed in ogni occasione, un'insopprimibile voglia di accoppiamento. Opinione rafforzata, nel caso suo, dalla irresistibile capacità di seduzione che le donne dell’Africa nera, condotte a decine in catene a Ras at Tib, credeva avessero.

Alla giudiziosa Kahina, che cercava di farlo ragionare e di moderare le crescenti attese sui frutti del suo allevamento di mulatti da galera, Mustafà si lisciava la barba e, con sguardo folligno, rispondeva sempre allo stesso modo:

- Lo dice la tradizione, lo dicono gli anziani di senno: "il maschio è violento e la donna è perversa; quando giacciono assieme, succede come il fuoco accanto all’esca". E se così non fosse, tu non saresti mai nata, e non saresti qui ad annoiarmi con le tue ciance, che sia maledetto il giorno in cui quello schiavo brèttone ingravidò la donna che ti partorì!

Pochi giorni dopo il ritorno di Mustafà, Peppe divenne preda di una stanchezza che le cure di Kahina non riuscirono ad alleviare. Perfino l’idea di Mustafà Ayd di aggiungere alla dieta del cristiano purea di fave condita con burro di latte di cammella e pasta di peperoncino non sortì alcun effetto. Il tonnaroto riusciva a malapena a tenersi in piedi, e fu solo grazie ad un'improvvisata lettiga trasportata da robusti braccianti che Peppe poté trascorrere poche ore di pace in riva al mare, insieme ad alcune donne ingravidate dal cristiano che lo aveva preceduto nella fattoria. Parlò un po’ anche con Kahina, che gli si accoccolò accanto ad ascoltarlo e a dirgli brevemente dei suoi progetti.

Ragazza sveglia e curiosa, non aveva alcuna voglia di fare per tutta la vita l’allevatrice di mulatti. E poi la veloce, inquietante senescenza del proprio padrone la preoccupava non poco. Da un momento all’altro temeva che Mustafà Ayd facesse qualche violento, crudele gesto inconsulto di cui lei sentiva ne avrebbe fatto per prima le spese. Voleva andare via Kahina, magari al di là di quel mare che stava ammirando assieme all’ennesimo cristiano condotto a Capo Bon a pagare il pegno per la propria prestanza fisica.

Dopo quel cristiano con cui stava cercando di imbastire quella bozza di dialogo, altri ancora sarebbero venuti, per poi essere allontanati magri e svuotati come acciughe dopo la stagione degli amori. E tutto questo perché Mustafà Ayd potesse continuare a fornire di mulatti i remi delle galeotte di Tunisi.

Mentre il sole stava tramontando, la ragazza si avvicinò ancora un po' a Peppe e gli chiese a bassa voce, guardandolo fisso con i grandi occhi colore dell’indaco:

-Mi tenir piacer conoscir pais de ti. Andar syeme syeme?

- Cuando? – chiese Peppe, prima che una violenta sferzata data da un sorvegliante lo colpisse alla nuca, facendogli volare via mezzo dito di pelle e provocando lo scorrere di un rivolo di sangue lungo la schiena.

Non andò meglio a Kahina che, avvicinatasi a tergere il sangue dalla nuca del tonnaroto, si prese da un altro sorvegliante appena accorso una violenta pedata che la scagliò sulla sabbia a piangere lacrime di rabbia. Passò del tempo prima che Peppe avesse la forza di alzarsi e fare alcuni passi incerti verso il bagnasciuga. La spuma salina abbandonata dalla marea ebbe appena il tempo di lambire i piedi del siciliano: dopo pochi passi l’uomo si ritrovò svenuto, con la parte inferiore del corpo sulla sabbia e la faccia a mollo nell’acqua salata. Solo la prontezza di riflessi della ragazza evitò che il cristiano affogasse in un dito di acqua di mare.

La mattina dopo Peppe, assicurato al basto di un mulo con la precarietà con cui si rizza un sacco mezzo vuoto, venne riaccompagnato a Tunisi da un paio di uomini di fiducia dell’allevatore berbero. Con loro viaggiavano altri muli carichi di datteri, melograni, limoni e verdure appena colte, assieme ad una certa quantità di avorio grezzo, a compensare il pio Sitbar Alì per lo stato di forte debilitazione con cui gli veniva reso lo schiavo da poco acquistato.

A Tunisi Peppe Masso apprese che nemmeno i suoi compagni stavano vivendo giorni tranquilli.

 

 

Capitolo 7

La malizia nella moglie di Sitbar Alì, questa schiava dei sensi, aveva conciliato per Diego una criminosa passione.

 

Non appena tornato nella casa di Sitbar e Rachele, il tonnaroto non ebbe tempo di salutare i compagni di cattività, che si buttò sul suo giaciglio e cadde in un sonno profondo dal quale si risvegliò il giorno dopo, con un appetito saziato a mala pena dalla frutta giunta ai suoi padroni con la sua stessa carovana.

Quando la sera successiva Diego Martinez e Diego da Paceco tornarono dalla loro bottega al souk degli orafi, trovarono Peppe riposato e relativamente in forma. Solo le occhiaie un po’ più pronunciate del solito e una certa aria depressa denunciavano l’intenso sfruttamento fisico che aveva subito nelle settimane precedenti.

- Il Signore vi benedica. Come state? - fu il saluto di Martinez.

- Nun… c’è… mali. E… vui…comu vi la passàti?

- Il lavoro nella bottega va bene, ma non abbiamo roba da lavorare. E siccome il patruni non ha intenzione di comprare corallo grezzo, siamo costretti ad andarlo a rubare.

- Rubari?…in quali… postu? - chiese Peppe dopo un lasso di tempo tanto lungo da far pensare che avesse abbandonato l’argomento.

- Nei muri di li casi di li ricchi. Tu nun lu sai, ma n'Tunisi li ricchi mùrano pezzi di corallo sull’intonaco, che mùrano corallo sull’intonaco. Sérvinu a lassare fora di casa li spiriti maligni e li animalazzi, comu serpi e scurpiùni. E accussì noiautri, di notti, li rattàmo da li mura cu li raschietti, aràcio aràcio, senza fari rumori, che se ci pìgghiano, ci ammazzanu a lignàti, che ci ammazzanu a lignàti, - spiegò il compaesano.

- E… vi hannu… mai… pigghiato?

- Già una volta, la simàna passata, - disse Martinez. Poi prosegui: - Siamo tornati qui con la schiena piena dei segni delle nerbate del padrone di una casa da cui stavamo rubando via i coralli. Essere costretti a rubare il materiale per svolgere onestamente il proprio lavoro mi pare una cosa da scaratteriati, una cosa da mondo che gira a rovescio. Perché qui, in cattività, il mondo gira all’incontrario, ed è facile uscire fuori di senno, - concluse Diego abbassando il tono della voce, per non farsi sentire dagli altri servi.

- Aviti…raggiuni… 'cca… lu munno…gira…all’incontrariu, - commentò Peppe, pronunciando la frase con una lentezza più esasperante del solito.

- Ma tu dimmi, erano beddi li fimmini cu cui ti facìano cuccàre? -chiese Diego il pacecoto, che dei tre era pur sempre il più giovane.

Peppe rivolse al compagno uno sguardo pieno d’irritata commiserazione. Solo il suo stato di scoramento non tramutò la collera repressa in un violento cazzotto, che il tonnaroto pensò bene di serbare per un’occasione più propizia. Alla fine, sottolineando le parole con manate date con rabbia, di piatto, sul giaciglio dove era seduto, disse:

- Li fimmini…a Capu Bonu… erano tutti… giovani…ed erano nivuri nivuri. Tanti eranu beddi… è vero. Ma in… chiddu stanzùni…yò unn' era un masculu chi si cuccàva cu li fimmini … yò era ‘na bestia …’na bestia chi ggenerava autri bestie…Non vulissi darvi un dispiaciri…ma…ma yò un mi… addivirtii tantu a Capu Bon, - spiegò il tonnaroto mentre le lacrime cominciavano a rigargli le guance per il senso di umiliazione che stava provando in quel momento.

La discussione terminò con l’arrivo del dottor Sala, che fece stendere Peppe sul giaciglio e si accertò del suo stato di salute. Poi aprì la sua borsa da medico e porse due lettere a Diego, dicendo:

- Me le ha date stamattina al porto un padre dell’ Opera di Redenzione dei Captivi venuto da Palermo a riscattare quattro picciriddi rapiti a Ustica da corsari tripolini e venduti in questa piazza. Ha detto che le lettere gliele avevano date a Trapani durante una sosta del vascello su cui viaggiava. Una ha il sigillo della Mastranza dei Pescatori Corallari, l’altra porta sulla busta la sigla "A.B.", e mi sembra scritta da una mano femminile.

Apprezzando il fatto che l'israelita non aveva ceduto alla curiosità di aprire le lettere e leggerne il contenuto, Martinez aprì per primo la busta speditale da Annamaria Buatier e si portò verso una lucerna ad olio che illuminava malamente la stanza. Poi cominciò a decifrarne il contenuto, mentre Peppe, Diego il pacecoto e Samuele lo guardavano in religioso silenzio.

Dopo qualche minuto, riposta la busta di Annamaria in una sacca di tela lisa dove teneva le sue poche cose da quando era in cattività, aprì la lettera mandatagli dai Consoli della Mastranza dei Pescatori Corallari e la lesse con attenzione. Quindi, nero in viso, gettò anche quella nella sacca, con un gesto di stizza.

- Chi c’è, chi succedi, Mastro Diego. Vi vedo nìvuro in faccia, che vi vedo nìvuro in faccia. Vi successi qualchi sventura? -chiese Diego il pacecoto.

- Più sventura di questa che stiamo vivendo qui non mi può succedere, - rispose Martinez abbassando lo sguardo verso i propri abiti di cristiano in cattività. Poi, sedutosi accanto a Peppe, spiegò:

- Una settimana dopo che i bisertini razziarono la tonnara di Formica e ci condussero in prigionia a Tunisi, i Padri Mercedari dell’Opera di Redenzione dei Captivi andarono dai Consoli delle Marinerie di Trapani a chiedere denari per il riscatto nostro e degli altri tonnaroti rapiti. I Consoli della Marina Piccola, della Marina Grande e dei Pescatori Corallari dissero tutti nisba, e sapete perché? Me lo scrissero pure sulla lettera, dove copiarono per filo e per segno il loro Statuto per il Riscatto dei Captivi, tanto per farci mettere l'anima in pace. Eccovi un estratto dello Statuto ,- disse Marinez riprendendo la lettera dalla sacca e leggendola ai presenti:

"In nome di Dio e della Nostra Signora Gloriosissima sempre Vergine Maria di Trapani…eccetera eccetera….considerandosi tutta la Marineria di questa invittissima città di Trapani le continue perdite dei propri compaesani inciampando predati da corsari turcheschi dei quali sono pochissimi quelli che ritornano da schiavitù con la solita carità…eccetera eccetera…si dispone che ogni imbarcatione, cossì grande come piccola ch’uscirà a viaggio da questa città di Trapani sia obbligata ogni viaggio a levari un quarto de li guadagni e depositarlo a li loro Consoli, per ricattito di poveri schiavi christiani marinari trapanesi.." eccetera eccetera.

- Da quello che ho capito mi sembra che abbiate tutti i diritti di essere riscattati con i denari di cui parlano nello statuto, che tra l’altro forse conosco ancor meglio di voi, - osservò Samuele Sala.

- No, non credeteci, non abbiamo alcun diritto, e me lo spiegano alla fine della lettera, papale papale: io non sarò riscattato, in quanto catturato da artigliere al servizio della proprietà dei Pallavicini e non marinaro; il giovane Diego e Peppe, da parte loro, si possono scordare di tornare liberi, in quanto marinari originari di Paceco e non trapanesi.

- Con tutti i soldi che vostro nonno di sicuro versò ai Consoli per il riscatto dei cristiani in Barberìa, possibile che per voi non c’è nulla?

- Possibile. Ora, visto che noi siamo qui grazie pure alla vostra pensata di fare da pilota ai corsari bisertini, sarete voi a portarci via da Tunisi, - disse Diego guardando l’anziano medico dritto negli occhi.

- Sono qui non per scelta mia, ma per la stupidità di un medico vostro concittadino e della gentaglia che sta dietro le insegne lordate di sangue della vostra Inquisizione. A dire il vero, immaginavo che sarebbe stato ben più facile per voi essere riscattati, ma ancora una volta ho sbagliato a fare i miei conti. Comunque, non disperate: in un modo o in un altro vi aiuterò a farvi riguadagnare la libertà, anche se per me il prezzo potrebbe essere più alto di quanto non immaginiate. La famiglia Sala ha sempre onorato i suoi debiti, - mormorò l’anziano medico uscendo mesto dalla stanza.

Rimasti soli i tre cristiani, Diego il pacecoto chiese:

- E chi vi scrissi la signora Annamaria ? Me la ricordu fimmina graziusa e distinta, che me la ricordu graziusa e distinta.

- Mi chiese la delega per comprare dei terreni sotto il Monte Còfano, dove pensa di fare il villaggio protetto che mio nonno, Mastro Tore Contesta, nel dettare le sue ultime volontà, mi aveva chiesto di costruire. La signora Annamaria spera pure nei prossimi mesi di mandarci una barca di nascosto per riportarci a Trapani. Ma il piano è tutto da inventare, e non si deve sbagliare, se no finiremo fottuti e mazziati. Mi ha pure mandato una preghiera in lingua franca trovata tra le carte di mio nonno, da usare in caso di necessità.

Nei giorni successivi il pio Sitbar Alì si recò a Bizark con l’idea di comprare alcune reti da tonno razziate in Siquilliyyah dai corsari, per tentare di impiantare una tonnara nella borgata marinara di Sidi Daoud, nelle vicinanze di Capo Bon. Considerato il tipo di acquisto che si apprestava a fare, Sitbar pensò bene di portarsi dietro i due pacecoti, per avere qualche consiglio da parte di chi con quelle reti aveva già lavorato a lungo. Diego Martinez rimase quindi a Tunisi da solo a lavorare nella botteguccia del Souk degli Orafi il poco corallo di cui disponeva,.

Quando il trapanese tornò a casa la prima sera dopo la partenza del padrone e dei suoi compagni di cattività, Rachele Sala si fece trovare nella stanza che il cristiano condivideva coni due pacecoti. La donna vestiva una tunica di seta bianca leggerissima, che le metteva in risalto le forme di giovane matrona, e leggeva divertita da un taccuino che aveva trovato nella sacca del cristiano.

- Mucho bono, scrito de ti? - chiese sorridendo Rachele.

- Si, ma sono appunti personali.

-Tu nada personale. Tu nada fantasia. Tu garzon de mi. Mi patruna, tu garzon.

-Questo star vero,- ammise Diego. Poi chiese:-Mi podir servir por ti per qualke cosa?

-Sitbar in Bizark. Mi venuto aposto per far mangiarìa con ti.

-Que servir tuto questo? - domandò il cristiano.

- Ti lasciar fazer per mi,- rispose Rachele accarezzando il viso di Diego. Pur essendoci a Tunisi quella sera un’afa resa pesante dall’assenza di una qualsiasi idea di brezza di mare, il contatto della mano della patruna gli provocò uno sgradevole brivido di freddo: il cristiano, un po’ per orgoglio, un po’ per paura, non aveva alcuna voglia di cominciare un gioco che la sua condizione di schiavo avrebbe di sicuro reso molto rischioso.

Non avendo comunque altra scelta, Diego Martinez seguì Rachele nella sala dove era stata apparecchiata la cena. Seduti per terra su una fresca stuoia, mangiarono prima cuscus ebraico alla maniera tunisina, con brodo di manzo e verdure, e poi anche tajine malsouka, sontuose sfoglie di pasta farcite con un ragù molto speziato. Bevvero pure vino dei vigneti di Ras at Tib, che a Tunisi il divieto del Profeta di bere alcolici da sempre si interpretava con indulgenza. Pur essendo vero che il pio Sitbar Alì, rispettoso dei precetti dell’Alcorano, non permetteva che l’alcol inzozzasse la sacralità della sua mensa, durante le sue frequenti assenze per affari sia la vivace Rachele che la cerchia più ristretta dei suoi servitori ed amici non disdegnavano di rallegrare le loro serate con vini anche pregiati, come il celebrato moscato secco di Ras at Tib.

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Alla fine della cena, svoltasi tra i sorrisi e gli sguardi benevoli, perfino affettuosi, di Rachele, il trapanese si rese conto del perché innumerevoli cristiani condotti in cattività a Tunisi avevano rinnegato la loro fede e si erano rifatti una vita tra i seguaci di Maometto. La verità era che, assieme alle tribolazioni e alle indicibili sofferenze subite da chi finiva nelle mani dei corsari turcheschi, alcuni tra i prigionieri più dotati di sangue freddo ed intelligenza, oltre che di una certa dose di fortuna, riuscivano a farsi una posizione e talvolta godere di modi di vita che risultavano di gran lunga preferibili alle ristrettezze che si erano lasciati alle spalle.

Modi di vita da stato corsaro, tra l’esotico ed il malavitoso, ma capaci a volte di un fascino ed un fasto tali da non lasciare insensibili i cristiani che vi s’imbattevano, cattolici o riformati che fossero, specialmente quelli provenienti da condizioni di miseria nera o sfuggiti ad una vendetta, una vessazione particolarmente odiosa, un rogo o una imminente impiccagione in casa propria.

Dopo quella prima cena assieme parlarono tanto, Rachele e Diego Martinez. Prima usando le semplici ma efficaci frasi della lingua franca, poi arricchendo le loro conversazioni con espressioni arabe e italiane; perché Diego ci teneva ad usare, quando poteva, la lingua di Dante e di Boccaccio, in quel periodo rifiorita all' improvviso tra i siciliani colti . E lui, per quanto povero, persona colta si sentiva.

Per tutta una settimana, il tempo in cui il pio Sitbar si trattenne a Bizark, quel covo di ladroni che tanto danno facevano lungo la costa tra Mazzara del Vallo e San Vito, Rachele e Diego cenarono assieme, conversando in maniera sempre più intensa e piacevole.

La donna, dotata di una intelligenza vivace, era curiosa di sapere come si viveva nelle terre dei cristiani; se lì le donne fossero più libere che tra musulmani e se la Siquilliyyah fosse così bella come la magnificavano gli anziani della comunità ebraica di Tunisi. Gli spiegò poi perché aveva abbandonato l’ebraismo e come era riuscita a sposarsi con Sitbar, attraverso una prima conversione al cristianesimo e poi un successivo abbraccio alla religione di Maometto.

Diego invece prendeva gli argomenti quasi sempre alla larga, parlando pochissimo di sé e avventurandosi in rischiose disquisizioni religiose . Il trapanese parlava spesso anche di libertà.

Una sera, in cui certamente sia lo schiavo che la patruna avevano bevuto più del solito, Diego sudò sette camicie per spiegare, senza riuscirci, alcuni complicati concetti teologici grazie ai quali milioni di cristiani cattolici e protestanti europei in quel periodo continuavano piamente a scannarsi.

L’ora si era fatta tarda e di lì a poco il muezzin avrebbe chiamato i fedeli alla preghiera, quando Rachele si avvicinò a Diego e guardandolo fisso negli occhi, con un sorriso di sfida, gli chiese:

- Tu parli spesso di libertà, nei tuoi discorsi. Ma cos’è questa libertà, me lo sai spiegare senza perderti in un mare di parole?

- Patruna, ti rispondo con una spiegazione che fece un gran poeta di Inglaterra. Parlando del paradiso, che la gente di questo mondo a suo avviso aveva perso, gli venne di scrivere: " Libertà vuol dire solamente poter scegliere ", né più e né meno..

- Allora anche questa è libertà?- chiese Rachele appoggiando le sue labbra morbide su quelle all’improvviso contratte di Diego.

-Francheza de ti, patruna, ma non francheza de mi. E questa non è libertà vera, - disse Diego, che se quella notte avesse avuto un po’ più coraggio e meno orgoglio, forse nei mesi successivi si sarebbe risparmiato qualche inutile traversia.

La verità era che il trapanese, stretto tra la vitalità del nonno materno e la malinconica passività del padre castigliano, era cresciuto né carne e né pesce: fosse stato un marinaio, non avrebbe esitato un attimo ad avvicinarsi all'aroma di alghe e salino che si prova talvolta tra le braccia di una donna in amore. Fosse stato un soldato, come il padre o, meglio ancora, Hugo de Ribeira, avrebbe fatto esattamente lo stesso. Lui invece era rimasto una persona sospesa, più in attesa di eventi improbabili che desideroso di dominare i frangenti in cui si trovava suo malgrado a navigare.

 

Sitbar, e i due pacecoti ritornarono alcuni giorni dopo.

Arrivarono da Bizark con quattro grossi carri trascinati da buoi, carichi delle reti e del cordame necessari ad impiantare una tonnara vera e propria, seppur di modeste dimensioni. Il più contento di tutti era Diego da Paceco, che nel salutare Martinez gli mostrò un mandolino napoletano ed un ‘ud magrebino acquistati grazie alla munificenza del pio Sitbar Alì.

Per diversi giorni il pacecoto non assistette più Martinez nella lavorazione dei coralli, passando tutto il suo tempo ad accordare e provare gli strumenti musicali che la fortuna gli aveva insperatamente messo tra le mani. Più che dal mandolino, strumento di cui era discreto esecutore, era dall’ ‘ud , un liuto panciuto splendidamente intarsiato, che il più giovane dei due Diego si sentiva affascinato, forse perché dapprincipio non riusciva a trarci che suoni incoerenti e sgraziati. Per nulla scoraggiato, per settimane ci lavorò con grande, inaspettato impegno. Poi, quando fu pronto, avvertì il padrone che il concerto di canzoni siciliane per ‘ud e percussioni si poteva fare.

Fu così che Diego il pacecoto, con il suo nuovo strumento e due schiavi andalusi muniti di darbouka, tamburi dalla forma allungata da suonare con le palme delle mani, si disposero nel centro del cortile interno della casa di Sitbar, seduti su stuoie di restucce. Il padrone, Rachele e i loro ospiti sedettero invece sotto il porticato, su pregiati tappeti orientali, mentre Diego Martinez e un’altra serva nel frattempo facevano la spola tra le cucine e il cortile, portando vassoi di dolci e freschi sorbetti al limone e melograno per gli ospiti del pio Sitbar e della bella Rachele.

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Il pacecoto ed i due andalusi cominciarono il loro concerto con una canzone di carcerati che faceva così:

"Amici amici ca ‘mPalermu iti

mi salutati dda bedda citati

mi salutati li parenti e amici

puru dda vicchiaredda di me matri

diciticillu ca io haiu a fari

vintinov’anni e vintinovi jorna

dicitici ca manna ‘na vastedda

e cca ‘nto mezzu cci metti un pugnali"

Alla fine dell’esecuzione, molto apprezzata dagli astanti, Sitbar chiese al dottor Sala, che gli sedeva accanto:

- La musica era straordinariamente dolce ed accattivante. Ma le parole? Cosa dicevano le parole?

- Parlavano di uno sposo novello che aveva nostalgia della sua amata, lasciata dopo appena ventinove giorni per seguire le ricche ma insidiose vie della mercatura,- s’inventò il buon medico, non volendo rovinare l’atmosfera della serata col dire che la canzone trattava di un prigioniero che stava organizzando la propria fuga.

Alla fine di quel primo brano Diego il pacecoto riaccordò lo strumento, si terse il sudore dalla fronte con un cencio passatogli da Peppe, ed iniziò a cantare un altro pezzo, di andatura più lenta e ritmata:

"Vinniru ccà di notti a la tunnara

li varchi cu li latri livantini

‘ntisi li vuci di li marinara

‘ntisi chiamari a tutti li vicini

di notti e notti cu scappa, cu spara

cu è ghiccatu ‘mbarca chi catini

s’iddru la matri Maria nun n’arripara

caremu ‘mmanu a ‘sti cani scintini"

La parte cantata del brano venne seguita da un’improvvisazione per ‘ud con la quale il giovane Diego conquistò tutti i presenti e soprattutto le donne, che notarono come il cristiano, oltre ad avere una voce bella e struggente, mostrava un viso accattivante di ragazzo moro allegro e vitale, suscitando un fascino, a loro sentire, più arabo che europeo.

Anche alla fine di quell'ultimo brano il pio Sitbar chiese, per sommi capi, la traduzione delle parole appena cantate dal pacecoto.

- E’ un canto di pescatori di tonni che ringraziano Allah per l’abbondante pesca che ha loro propiziato, - rispose l’ineffabile Samuele, trasformando così un canto che rievocava il sanguinoso assalto di predoni musulmani alla tonnara siciliana di Bonagìa in una improbabile composizione di ringraziamento al dio degli stessi razziatori.

 

autunno 1744

Dopo l'incoraggiante successo di quel primo, breve concerto, Sitbar propose a Diego il pacecoto di mettere assieme una piccola orchestra con la quale allietare i banchetti nuziali e i ricevimenti dei ricchi. A lavorare i coralli assieme a Diego Martinez, Sitbar avrebbe messo al suo posto Peppe Masso, che solo da poco tempo si era ripreso dagli strapazzi dell’allevamento di Capo Bon.

Dotato di un buon fiuto per gli affari, il pio musulmano credeva nel talento del suo schiavo musicante, e gli promise che i futuri guadagni, che lui stimava alti, sarebbero stati equamente divisi per tre: una parte per se stesso, una parte per il pacecoto e una parte per il resto dei suonatori. Così, oltre ai due schiavi andalusi, che rimasero a suonare i darbouka, Diego il pacecoto trovò un francese che sapeva suonare la ghironda, già popolare anche a Tunisi, assieme a suonatori di flauto, cetra, liuto e violino. Non era ancora una tradizionale orchestra maluf ma, per varietà di strumenti e bravura dei musicanti, poco ci mancava.

Trascinata dal suo entusiasmo e da una spiccata capacità di intuire i desideri del pubblico, l'orchestra del giovane Diego cominciò ad essere apprezzata e molto richiesta in città, anche per la tradizionale apertura di molti tunisini verso le novità che venivano da fuori. La cosa curiosa dei pezzi arrangiati e proposti dal cristiano era infatti che le parole erano siciliane e si rifacevano a poesie e filastrocche delle quali il captivo si era nutrito sin dall'infanzia, mentre le melodie cercavano di seguire i complessi ed affascinanti modi musicali della tradizione magrebina.

Già da quel primo concerto improvvisato nel cortile della casa di Sitbar, Diego da Paceco aveva intuito l'importanza delle reazioni del pubblico durante una esibizione: il silenzio assoluto significava mancanza d'interesse, mentre applausi e vere e proprie grida d'incoraggiamento, come jallah!, jallah! suggerivano il proseguimento e la continua improvvisazione sul brano che si stava eseguendo. Una sfida che stimolava il naturale talento musicale del pacecoto, e che lo rese sempre più popolare in città. Tanto che da più parti venne l'invito al giovane Diego a convertirsi e lasciare lo stato servile.

Anche Martinez e Peppe, che in quel periodo vivevano tempi grami, gli chiesero più volte, con una certa ironia, come mai non pensava di convertirsi, visto che a Tunisi aveva trovato il paradiso in terra. Una sera, prima di uscire di casa per l'ennesimo concerto di quella settimana, il musicista spiegò la sua cautela nei confronti della conversione all’Islam:

- Certo mi piacisse levarlo questo ferro dal piede, che mi piacisse levarlo. Però yò penso che al patruni, se yò mi fazzo turco, nun ci cunveni, picchì avrà da rinunciari a lu guadagno di li zecchini chi staio mettendo di lato pi lu riscatto meu. Eppoi...vi lu pozzu diri? Yò in chista casa ci staio bbeni, che ci staio bbeni. La musica non la sono sulu con l'orchestra, ma puru cu la nostra patruna. Ed è 'na gran bella musica da sonare, che è 'na gran bella musica, - disse il pacecoto mentre gli brillavano gli occhi di gioia ed orgoglio. A lui, oltretutto, Rachele era piaciuta sin da principio, sin da quei primi, tristi giorni di cattività.

- Usate sempre parole siciliane per le vostre canzoni ? - chiese Diego Martinez, cambiando discorso.

- Si, quasi tuttu è cantatu in sicilianu.

- Ma… ci …capìscino qualchi… cosa? - intervenne nella discussione Peppe.

- No, ma ci piaci lu stessu. Yò canto, e loro danno alli paroli lu significatu che vonnu, tantu la cosa 'cchiù 'mportanti è la musica, che è la cosa cchiù 'mportanti. Comunque, staio scrivenno una composizioni che ricorda li cosiddetti "Cristiani di Chenini". E' 'na storia curiusa, che è 'na storia curiusa. Ora ve la cunto in pochi paroli: luntanu luntanu da Tunisi, verso la Libbia, esiste la conca di Chenini. Dici la liggenda che alcuni berberi cristiani vinniru catturati da li surdati dell'imperatore di Roma e murati vivi in sepulcri chi ora si trovanu vicinu alla moschea della stessa Chenini. Li martiri durmirono pi quattru secoli, e in chisti quattru seculi li loro corpi, vale a diri li manu, li peri, u busto e perfinu la testa, continuarono a crìscire, e quannu si arruspigghiarono, quattrucentu anni dopo, erano addivintati comu giganti. Séppiro chi Chenini era addivintatu un paisi musulmano, si convertirono e murìrono felici e cuntenti. Ora stannu rintra la moschea, veneratissimi. Vi piacìo la storia? Yò pensu di farci un bel poema cantatu, che pensu di farci un bel poema cantatu.

- E chi vi aiuta a scriverlo in arabo?

- Il dutturi Sala. Comu sapiti, conosce non sulu l'ebraicu, il latinu, il maltesi e il sicilianu, ma puru l'arabu dell'Alcorano, che è chiddu chi mi servi per il poema meo.

-Bravi...bravi veramenti...- commentò in tono di rimprovero Peppe Masso, a cui il nome del vecchio medico rammentava solo la cattura sua e di Diego Martinez da parte dei predoni bisertini.

Da qualche tempo, infatti, Peppe non vedeva più il giovane Diego come prigioniero: il compaesano, da mezzo tonnaroto e mezzo mandolinaro, a Tunisi si era trasformato in un vero musicista, conosciuto e ammirato da tutti. Poi, a parte quel ferro alla caviglia destra, a suo parere il giovane Diego era diventato più tunisino dei tunisini. Lui e Martinez, invece, in quel periodo se la stavano vedendo orza orza, come dicevano i siciliani di ponente quando navigavano contro la tempesta. In altre parole, se la lavorazione del corallo nella botteguccia del souk degli orafi in quei mesi aveva portato un bel po’ di zecchini a Sitbar, era la mancanza di materia prima che rendeva la loro attività sempre più rischiosa, tanto più che oramai quasi tutti sapevano che quando sparivano pezzi di corallo dalle facciate delle case dei ricchi di sicuro ci doveva essere lo zampino di Peppe Masso e Diego Martinez. Se era vero poi che i furti nelle case degli israeliti venivano tollerati, se non addirittura incoraggiati, la stessa cosa non si poteva dire se le vittime del ladrocinio erano musulmani. In quel caso si rischiava forte.

Cosi', quando una notte di novembre i due vennero sorpresi dalle guardie del Bey a grattare il prezioso materiale dalla facciata della abitazione di Assad il Siriaco, finirono in prigione in un amen e condannati a quaranta colpi di bastinado ciascuno.

I due malcapitati vennero condotti sullo stesso palco di legno vicino alla Grande Moschea dove alcuni mesi prima erano stati messi all’asta, e denudati davanti ad una folla pittoresca e parecchio interessata al crudele spettacolo del supplizio che si stava inscenando. Cominciarono con Peppe, le cui estremità inferiori vennero fatte passare attraverso i buchi praticati in una lunga, robusta staffa doppia - una sorta di gogna per i piedi - che venne annodata alle punte per tenere le caviglie del condannato ben strette. Quindi due aguzzini, uno a ciascun lato della staffa, la sollevarono sino a quando le piante dei piedi dello schiavo non furono all’altezza delle loro spalle, ed il corpo malcapitato sospeso sino a farne sopportare gran parte del peso sulla propria testa. Dopo che il funzionario del Bey lesse la condanna, sulle piante dei piedi di Peppe si abbatterono quaranta violentissimi colpi di bastone che, alla fine del supplizio, lo lasciarono mezzo morto sul palco.

La folla che assisteva a quella brutale e talvolta mortale punizione, era molto eterogenea sia nella composizione che nelle reazioni. Gli schiavi cristiani che si trovavano quella mattina nei dintorni della Grande Moschea, spinti dalle guardie del Bey appena sotto il palco ad assistere in silenzio al supplizio, avevano un'aria dimessa e triste; la folla di artigiani del souk, di massaie con i loro bambini tenuti per mano, mercanti, corsari e rinnegati aveva invece l’aria di godersi molto lo spettacolo, segno di un ordine dove a pagare in maniera assolutamente sproporzionata e crudele i rigori della legge erano quasi sempre i più deboli tra gli indifesi: gli schiavi.

Su questo ed altro rifletteva Diego Martinez, mentre gli aguzzini gli stringevano a sua volta le caviglie, prima di iniziare la seconda parte di quel crudele spettacolo mattutino. In quel momento avrebbe voluto sapere chi mai si era inventato quel supplizio, chi aveva messo la propria perspicacia, il proprio spirito di osservazione, addirittura la propria scienza al servizio di sofferenze gratuite che avevano solo il risultato di abbrutire sia chi le subiva che chi vi assisteva.

Non ebbe granché tempo di portare avanti lo svolgimento dei suoi pensieri, che la prima bastonata gli colpì con violenza le piante dei piedi, esposti ad arte alla furia cieca dell’aguzzino. Fu come se un’onda nera di dolore si abbattesse sul lume della sua ragione, spegnendolo all’istante. I successivi trentanove colpi vennero dati ad un uomo già quasi annichilito dalla sofferenza insopportabile arrecatagli da quella prima, violentissima bastonata ed in Diego ripeterono all’infinito la sensazione di annegare in un fiume nero e melmoso che della morte rendeva solo le sensazioni più penose ed amare.

Mentre gran parte della folla attorno al palco assisteva beata a quello spettacolo degradante di violenza gratuita, dall’angolo della piazza un vecchietto dai capelli candidi soffriva come se ogni colpo dato a quei due disgraziati arrivasse di riflesso alle palme dei suoi piedi. Era Samuele Sala, vestito dei poveri panni che gli ebrei di qualsiasi stato e condizione erano obbligati ad indossare in pubblico. Lo stesso che nei giorni successivi avrebbe usato la propria scienza medica per alleviare e sanare al meglio, mediante abluzioni di acqua di mare, le gravi lesioni procurate dagli aguzzini.

Dopo il bastinado sul palco degli schiavi, ci vollero diverse settimane prima che Peppe e Diego si riprendessero. Per giorni e giorni non furono in grado di camminare, divenendo preda di violenti conati di vomito ogni qualvolta si arrischiavano a poggiare un piede per terra. Ma fu la violenza gratuita della punizione a ferirli di più: non erano stati denudati e suppliziati in pubblico perché avevano fatto qualcosa di illecito. Che gli schiavi si procurassero il materiale da lavorare e addirittura il cibo attraverso il furto era addirittura incoraggiato dai loro padroni, che così limitavano le spese per tenere in vita gli oggetti del loro sfruttamento; quello che veniva punito in maniera così spietata era solo l’essere stati sorpresi a rubare. Gli stati corsari non si curavano della legalità, ma punivano con pesantezza l’imperizia nel delinquere.

- E’ un munnu…chi …ggira all’incuntrario…-disse Peppe toccandosi con sofferenza i poveri piedi martoriati, dopo giorni di silenzio e perfino di rifiuto del cibo che la servitù del pio Sitbar portò in abbondanza a lui e al suo compagno di cattività.

- E’ un mondo che abbandoneremo al più presto. Nei giorni passati avevo deciso di lasciarmi morire rifiutando anch’io il cibo. Ma dopo la prima giornata di digiuno ho sognato una moltitudine di santi che me lo sconsigliavano. C’era perfino Santo Liberante, gran liberatore di cristiani in cattività, in compagnia di un suo vecchio e valente sacrestano, un certo Mastro Miccione, che mi rimproverava per la mia idea balzana di non volere più vivere.

- E Santu Nicolau…C’era Santu Nicolau?

- Certo che c’era. Mi ha consigliato di tenerci forte al dottor Sala, di non lavorare più il corallo sino a quando non ce lo fornirà il nostro patruni, e mi ha promesso un dono importante per il giorno a lui dedicato, il sei di dicembre.

Quistioni .. di jorna, - osservò Peppe.

- Si, proprio questione di giorni,- confermò Diego con un'energia che lo sorprese. Sembrava che l'esperienza degradante del bastinado lo avesse cambiato di botto. Passato il dolore e il senso di umiliazione, gli era venuta una forza di reagire prima sconosciuta, accompagnata ad una nuova, insopprimibile voglia di fuga dalla cattività.

Così come anticipato da Diego, il dono di San Nicola si materializzò con celestiale precisione il sesto giorno di dicembre, data in cui in molti paesi del centro e nord Europa il barbuto vescovo di Bari portava regali ai monelli di tutti i ceti e condizioni. Alle sette del mattino, infatti, Samuele Sala incontrò i due cristiani per importanti comunicazioni.

Prima di darle, non poté fare a meno di esaminare i piedi di Peppe e Diego, che trovò in buone condizioni. Poi, sedutosi questa volta sul giaciglio del trapanese, portò la grande novità:

-Considerati gli esiti infelici del vostro impegno nel reperimento di coralli da lavorare, ho convinto il vostro patruni, il pio Sitbar Alì, a lasciarvi andare a lavorare ai cantieri navali che si trovano sulla riva fuori le mura di Tunisi.

-A far cosa? – chiese Diego Martinez.

-Ad aiutare un mastro d’ascia flamin, un certo Piet De Witte, a costruire una grande nave. Pensate, sarà il primo veliero di Tunisi ad essere usato nella guerra da corsa.

-Dovremmo aiutare noi, schiavi cristiani, a costruire il vascello che poi dovrebbe catturare altri cristiani e portarli qui in catene? – si indignò Diego.

-Che volete, è usanza de mar. Non lo avete ancora capito?- spiegò l’anziano medico.

-E quando iniziamo?

-Domani. Oggi è festa per mastro Piet che, per quanto rinnegato, come ogni flamin ha in gran rispetto la festività di San Nicola, giornata di doni e della fine del buio invernale.

-La fine delle jurnate scure è a Santa Lucia, senza offesa per vui e per Santu Niculau, -precisò tutto di un fiato Peppe, a cui il bastinado sul palco di legno del Souk sembrava avesse avuto lo straordinario effetto di scioglierli la lingua.

-Sarà una questione di diversa posizione geografica tra la Tunisia e il Pais flamin, - cercò di spiegare il buon Samuele. – In ogni caso, Mastro Piet, a cui ho raccontato le vostre vicissitudini, vi porta questo regalo di San Nicola, - disse il medico scartando un fagotto contenente due aringhe salate, un limone ed una galletta.

Mancava solo qualche goccia di buon olio, e Peppe e Diego avrebbero avuto tutti gli ingredienti per quella che nelle tavole invernali dei trapanesi veniva considerata una grande cena: aringhe salate arrostite alla gratella e condite con olio e limone.

Memore di quanto si erano detti qualche giorno prima, Peppe guardò il compagno con aria stupita e disse:

-Però, …è potenti ‘stu Santu Niculau.

-Ma soprattutto preciso, non sbaglia un giorno nelle sue promesse, - fu il commento di Diego.

-Preciso in cosa? – chiese Samuele Sala?

-Niente, dottore, fantasticherie nostre, - rispose il trapanese.

-Poi mi spiegherete meglio. Allora siamo intesi: domani all’alba Mastro Piet vi manderà un lavorante a prendervi per condurvi al suo cantiere. Fatevi trovare ben svegli.

Piet De Witte era un uomo corpulento con gli occhi chiari e una faccia da gattone satollo a cui contribuiva il numero spropositato di salsicce che riusciva ad ingurgitare giornalmente. Mancando di maestri d’ascia in grado di costruire scafi di grandi dimensioni, le città corsare di Barberìa facevano di tutto per attirare europei, per lo più olandesi ed inglesi, che contribuissero a mantenere la loro forza navale intatta. Compensi molto alti, gin a volontà e le amate salsicce di maiale fattegli arrivare con regolarità dal padrone compiacente di una fattoria della valle della Mejerda, avevano convinto Mastro Piet a spostarsi dalla natìa Olanda a Tunisi, dove si era fatto apprezzare per alcune accurate riparazioni di galere semidistrutte durante alcuni scontri con scafi nemici.

Da diversi mesi De Witte era impegnato nella costruzione di un vascello a vela di discrete dimensioni, simile a quelli che un altro rinnegato suo connazionale, tale Danziger, aveva portato al servizio degli stati turcheschi.

La nave a cui stava lavorando l' olandese, con l’ausilio di decine di schiavi cristiani, appariva ancora come uno scheletro nudo di costole di legno di rovere da fasciare con tavole il cui reperimento era il problema principale del mastro di Alkmaar.

Giunta a Tunisi la mattina precedente una partita di tronchi di pino di buona qualità, Diego e Peppe erano stati quindi ingaggiati assieme ad altre cinque squadre di schiavi cristiani, muniti di una sega d’acciaio lunga un paio di metri, e messi assieme a due captivi irlandesi, Mickil e Pad, a muovere il pesante attrezzo dall’alba al tramonto, per fornire le tavole con cui portare a termine il veliero di mastro Piet.

 

Capitolo 8

Diego la notte che precedeva i quindici di agosto 1746 cessò di vivere

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Muovere il pesante attrezzo per Mickil e Pad, robusti contadini poco più che ventenni, era sì monotono, ma non insostenibile. Nemmeno Peppe Masso, asciutto e forzuto, sentiva troppo la fatica; Diego invece, prossimo ai cinquant’anni, la sentiva tutta. Quando tornò a casa dopo la prima giornata di lavoro, lunga più per la sforzo che per il numero di ore, aveva le mani piagate da vesciche ed un forte, insopportabile dolore alla schiena.

-Ci abitueremo prestu a questo nuovo travagghio, Mastro Diego; eppoi la jurnata dura sulamenti novi uri, - tentò di consolarlo Peppe.

-Questo è vero ora che è inverno e le giornate sono più corte. Vedrai in estate cosa vuol dire muovere senza tregua quell’attrezzo che mi spezza la schiena, magari spingendo avanti la lama per quattordici ore con un caldo ancora più insopportabile di quello siciliano. Quasi quasi sarebbe stato meglio farsi incatenare ad un remo e sperare di essere abbordati da qualche nave cristiana, - fu la risposta del trapanese.

-Lassassi stari la galera, Mastro Diego, che già ne avemo avuto assai di cosi storti. Eppoi, sapìte comu si dici? "Domanda che Dio ti manda": non vulissi chi ci truvàssimo ‘ncatinati a un remo da un momento all’autro solo pirchiì vossìa ni ha parlatu. Certo, era cchiù pulitu e fine travagghiari i coralli, ma doppo li quaranta colpi di bastinado, preferiscio lassarmi mòriri dalla fatica che ire a rattàre coralli dai muri.

-Si vede che comincio a sentire nel corpo il peso degli anni se io, che dovrei essere un po’ più giudizioso di te, faccio ragionamenti da asino stanco. Cambiando discorso, pensi che i due irlandes con cui lavoriamo siano persone a modo ? – chiese Diego frugando nella sua sacca di tela.

-Troppu prestu pi dirlo. Sunnu picciotti forti e di pochi paroli. Quannu parlanu tra di loro nun si capisci nenti. Di unni vengono gli irlandes, Mastro Diego?

-Vengono da un’isola oltre il Gebel di Tareq, navigando poi verso tramontana e maestro. Parlano una lingua difficile da capire, diversa da tutte le altre, ma sono cattolici forti. Di sicuro più di noi. Pensa che hanno dei grandissimi santi navigatori: uno si chiama San Colombano, mentre il nome dell’altro è San Brendano.

-Navigatori comu Santu Nicolau?

-A navigare questi santi erano bravi quasi come San Nicola; ma come predicatori i santi irlandes erano ancora più potenti.

-E a noiautri, ci ponno aiutari?

-Nella situazione in cui siamo, ci dobbiamo aggrappare a tutti i santi che ci capitano a tiro, anche i santi irlandes. E poi so per certo che la gente di quella grande isola va per mare con barche piccole e robuste fatte di niente.

-Comu, fatte di nenti? – chiese il tonnaroto, stupito.

-Proprio così: qualche stecca di legno, un po’ di tela incatramata tutto attorno, e loro affrontano il mare Oceano.

-Bisogna 'mparàri a farli, sti varcuzzi miraculusi,- suggerì Peppe.

-Si, ma prima di chiedere ai due irlandes come si fanno, dovremo segare assieme a loro per lo meno dodici dozzine di tavole, ed essere sicuri che non ci tradiranno con i turchi. Perché tra gli schiavi cristiani in captività il tradimento è peggio della schiavitù stessa, - sentenziò Diego, non senza qualche ragione.

 

Inverno 1744

Venne Natale, e il pio Sitbar Alì, rispettoso del cristianesimo e dei suoi riti così come lo era stato il Profeta, concesse a Diego Martinez e Peppe Masso di partecipare alla funzione religiosa che si celebrava fuori le mura di Tunisi, poco distante dal più grande dei cinque bagni allora in uso. Lì sorgeva la chiesa di Sant’Antonio, accanto alla quale era annesso il cimitero dove riposavano i cristiani, captivi o liberi, a cui era capitato di morire in quella popolosa città corsara. I due presero posto in fondo alla chiesa, accanto a Mickil e Pad, che per l’occasione portavano al collo rudimentali collane di cuoio da cui pendevano piccole croci fatte dello stesso materiale; avevano una forma tutta diversa dalle altre croci viste sino ad allora da Diego e Peppe, ed erano colorate di smalto verde. Fu alla fine della messa, mentre tutti i presenti si abbracciavano per scambiarsi l’augurio di passare il Natale successivo liberi dalle catene, che Diego Martinez passò a Pad un foglio di carta ripiegato in otto con dentro un pezzetto di carboncino da disegno. Quando, tornato a casa, l’irlandes aprì il foglio, in alto vi era scritto:

sabir far barco irlandes pìcolo ?

Pad non capì nulla del messaggio, provenendo da una comunità in cui la scrittura non era praticata, eccezion fatta per alcuni chierici di alto lignaggio che scrivevano solo in latino. Così qualche giorno dopo, quando Diego ebbe indietro il foglio dall’irlandes, scoprì con stupore e delusione che anziché lo schizzo di un carrach di legno e tela catramata Pad vi aveva abbozzato il disegno di un villaggio a picco sul mare, con tanto di chiesetta dal campanile arrotondato e pizzuto come uno scalmo di remo, e pecore che vi pascolavano attorno.

Ci vollero diverse settimane e tanti dialoghi smozzicati e confusi ritagliati nella breve pausa per il pranzo, prima che Diego riuscisse a spiegare ai suoi compagni dai capelli rossi e le braccia robuste come clave quello che voleva da loro. Nel frattempo il veliero di mastro Piet, a metà strada tra un piccolo galeone nordico ed una fleuta olandese, prendeva forma, ed era bello assai.

Lungo quasi venti braccia e largo circa un quarto, aveva le proporzioni giuste per reggere il mare grosso. Era armato di ben dodici cannoni ed aveva bisogno di un equipaggio ridotto a solo una ottantina di marinai, cosa rara per quei tempi.

Come tutte le barche costruite in Barberìa, non aveva nome. Ma alcuni marinai pisani, che avevano da poco perso la libertà ma non la voglia di prendersi beffe di chi li teneva in catene, lo avevano battezzato "Venere De Witte", per via della bella poppa curva dalle linee eleganti e rastremate.

All’inizio dell’estate, quando lo scafo fu quasi ultimato, Diego venne incaricato dall’olandese di occuparsi del taglio e della cucitura delle vele del vascello. A disposizione mastro Piet gli aveva messo una squadra di un paio di dozzine di altri schiavi cristiani.

Quella scelta delicata era caduta sul trapanese non per caso, ma in quanto Diego era l’unico di quel gruppo di captivi che sapesse leggere; in grado, quindi, di capire qualcosa del voluminoso manuale di arte navale stampato a Groninga e messogli a disposizione da Mastro Piet.

Già dopo un paio di giorni di lavoro alla velatura della "Venere De Witte", Diego ottenne di avere tra i suoi lavoranti anche Pad l’irlandes, che da quel momento e per tutti i mesi che precedettero il varo del veliero, divenne la sua ombra.

Se il reperimento del legno necessario alla costruzione dello scafo era stato un mezzo incubo per il mastro d’ascia olandese, ancora più complicato fu trovare le grandi quantità di tela olona per allestire la velatura. Le pezze di tela arrivavano a spizzichi e bocconi da tutti i porti della Barberìa, ma soprattutto da Algeri e Bizark, dove Mastro Piet aveva mandato due suoi incaricati ad esaminare ed eventualmente acquistare il materiale sbarcato dai corsari in quei porti.

Aiutandosi con i disegni forniti dall’olandese e scavando dalla memoria i gesti dei velai osservati a lungo da bambino nei cantieri della città del sale, Diego e la sua squadra riuscirono ad ottenere vele tagliate e cucite con una certa cura, anche se il materiale era di consistenza ed origine delle più imprevedibili.

Il trapanese era riuscito a fatica a ricavare le due vele di bompresso, piccole come erano, dalla stessa partita di tela; le due grandi vele quadre di trinchetto, la coppia di vele quadre di maestro e la vela latina di mezzana, ancora più grandi, rischiavano invece di risultare un’accozzaglia di scampoli e pezze multicolori degne di un costume da Arlecchino. Fu così che Diego Martinez, dopo averci pensato per qualche giorno, suggerì a Mastro Piet di tingere degli stessi colori le pezze di tela che andavano a formare le singole serie di vele.

Alla fine le due vele di bompresso vennero colorate di giallo zafferano, mentre le due grandi vele di trinchetto risultarono di un bel verde smagliante; rosso porpora vennero invece tinte le ancora più estese vele di maestra, laddove la vela latina di mezzana sfoggiava un intenso azzurro indaco.

La scelta di avere a bordo vele di quattro diversi colori dava un aspetto eccentrico al vascello. D’altra parte la cosa, come si vedrà più avanti, presentava senza dubbio qualche vantaggio nella esecuzione delle manovre.

 

 

Autunno 1745

La mattina del 17 ottobre, un venerdì, la "Venere de Witte" era pronta per il varo, ornata come da tradizione di scampoli di panni di tutti i tipi e dimensioni, da donare ai captivi che vi avevano lavorato.

Quel giorno, visto che il complesso lavoro di costruzione era stato portato a termine nel modo più accurato e puntuale possibile, venne concessa una sosta per il pranzo ben più lunga del solito.

Vestito dei suoi abiti migliori, con un gran cappello ad ampie tese ed una spada finemente cesellata al fianco, Mastro Piet si piazzò in mezzo a due barili sbarcati nella stessa mattinata da una nave mercantile flamin simile alla sua "Venere". Uno conteneva salsicce di maiale affumicate, mentre l’altro era colmo di aringhe in salamoia. Ai lati delle botticelle con il companatico stavano grandi coffe di pagnotte appena sfornate.

Chiamati ad uno ad uno da un hodja che leggeva la lunga lista dei captivi impegnati nel cantiere di Piet de Witte, i cristiani si avvicinarono al mastro d’ascia e, a seconda dei loro gusti e del loro grado di osservanza religiosa, scelsero le salsicce o le aringhe, di cui ebbero tre pezzi a testa.

Quasi tutti, malgrado fosse venerdì, preferirono le salsicce: molti dei captivi ormai non mangiavano carne di maiale da una vita, e non se ne lasciarono sfuggire l’occasione. Le aringhe le scelsero in pochi, tra cui Diego, Pad e Mickil, Peppe Masso, i pochi musulmani del cantiere e lo stesso Piet, che accompagnarono il pesce con fette di cipolla cruda, alla moda olandese. Quel memorabile banchetto in cantiere fu anche completato da gin a volontà. Soltanto Peppe Masso, incaricato di condurre la squadra di operai addetta al varo, fece giudiziosamente a meno dell’alcool offerto con generosità dal Mastro d’ascia di Alkmaar, ricevendo l’elogio di alcuni mastri tunisini lì presenti ad assistere l’evento. Fu in quella circostanza, tra un boccone di pane e aringa e l’altro, che Pad mostrò a Diego un foglietto di carta disegnato a carboncino.

-Akì barco irlandes pìcolo, barco de mi, – disse a bassa voce, accompagnando con un largo sorriso lo scorrere del dito lungo le linee, disegnate con gran cura, dell’imbarcazione. Era un carrach a cinque posti, leggero e rastremato quel tanto da sfuggire all’inseguimento di qualsiasi altra barca a remi.

-Cuanto tempo a fazir?- chiese Diego facendo sparire lo schizzo dietro la fascia che gli teneva le brache. Quello disegno così bene abbozzato concretizzava prospettive di fuga alle quali il trapanese non aveva mai cessato di pensare da mesi e mesi.

-Una noti. Andar syemi syemi tu, Pepe e irlandes in Siquilliyyah ?

-No tenir dubio, - promise Diego dopo averci pensato per un attimo.

Nel primo pomeriggio vennero in cantiere anche i proprietari della nave, tutti facoltosi cittadini di Tunisi, che portarono datteri e ninnoli d’argento per gli schiavi che avevano lavorato con Mastro Piet a fare quella solida, magnifica costruzione. Accanto agli armatori stava il capitano ingaggiato per la prima campagna di guerra da corsa della "Venere de Witte". Si chiamava Skiropulos ed era un greco originario di Rodi, soprannominato Jallah Rais per la straordinaria velocità con cui eseguiva le sue razzie. Era accompagnato da Masino, un giovane ben vestito e curato che, rapito undicenne in una delle frequentissime, rovinose incursioni di quel periodo contro l’isola di Ustica, era diventato l’inseparabile, gaudente garzon del greco.

Venne infine il momento del varo. Mentre lo scafo scivolava lentamente in acqua, sul veliero venne sgozzato un montone, la cui carcassa fu buttata fuori bordo a tingere il mare di rosso, a simboleggiare il sangue degli infedeli che presto sarebbe stato versato grazie alla guerra di corso in cui certamente quel nuovo scafo si sarebbe distinto.

Ormeggiato che fu il veliero ad una banchina molto frequentata del porto di Tunisi, il capitano Skiropulos alzò una bandiera verde per invitare marinai e giannizzeri ad imbarcarsi come volontari. A loro Jallah Rais prometteva una navigazione senza il puzzo insopportabile dei rematori incatenati ai remi e senza il rischio di troppi corpo a corpo. Forte dei suoi dodici cannoni e delle capaci stive, la nave di Mastro Piet si sarebbe dedicata più a spogliare delle loro merci pregiate i mercantili cristiani incrociati al largo delle isole Eolie che a fare razzie contro i porti e i lidi cristiani.

In un paio di giorni salirono a bordo un centinaio di giannizzeri turchi, per lo più moschettieri, con la loro coperta e la voglia di fare un ricco bottino a spese degli infedeli. Più difficile fu trovare marinai capaci di manovrare scotte, stralli e pennoni senza impiccarsi nell’intrico di tela, cime e pulegge che per gente non usa ai velieri quel nuovo scafo corsaro rappresentava. Dell’equipaggio raccogliticcio che ne risultò, fecero quindi la parte del leone rinnegati rissosi ed abborracciati di vino e gin provenienti dalle più diverse nazioni cristiane.

Per tutta una settimana Mastro Piet spiegò l’uso delle numerose manovre fisse e mobili che, con il vento propizio, avrebbero fatto volare sul mare la grande nave a vela. Considerata l’eterogeneità e la scarsa perizia dell’equipaggio, l’olandese ed il greco s’inventarono ordini di manovra del tutto particolari, sfruttando il variopinto armamentario di vele sfoggiato dalla "Venere de Witte". Così sul ponte del veliero si sentirono ordini come: " maina azul debajo" per ammainare la vela latina di mezzana, oppure: "vira rosso alto", per alzare la vela di gabbia.

La "Venere" levò gli ormeggi la domenica successiva al varo. Rimorchiata da uno scafo a remi, giunse in poco tempo all’estremità del canale stretto e lungo che collega Tunisi con il mare aperto, dove fu salutata dalla riva da una folla festosa di proprietari e persone coinvolte a vario titolo nel suo armamento .

C’era chi aveva venduto un podere per poter finanziare l’acquisto di un solo cannone, mentre un gruppo di vedove aveva impegnato i propri gioielli per poter reperire i viveri necessari al primo viaggio della "Venere de Witte". Una paio di armatori, tra cui il padrone di Mickil e Pad, avevano impegnato quasi tutte le loro sostanze nell’impresa, e guardavano ansiosi lo scafo scivolare davanti ai loro occhi.

Mollato il cavo di rimorchio, marinai e giannizzeri gridarono da bordo:

- Che Allah ci dia velocità!

-Che Allah possa mandarvi buona preda! – risposero dalla riva i proprietari della nave e i finanziatori della spedizione.

Al che, alzate le vele multicolori con apprezzabile rapidità, la "Venere" diresse la prua verso la Sicilia, spinta da un vento fresco di libeccio.

Nessuno a Tunisi l’avrebbe più rivista.

 

Gennaio 1746

La notizia che Masino, il garzon di Jallah Rais, era tornato a Tunisi, fece in pochi minuti il giro del cantiere dove Diego ed i suoi compagni lavoravano alla riparazione di un veliero flamin del tutto simile a quello varato ad ottobre.

La novità l’aveva portata il dottor Sala, venuto a medicare un giovane captivo feritosi nel maneggiare un’ascia senza la necessaria accortezza.

-Allora, come sta il garzon del greco? – chiese Diego al medico mentre lo aiutava a suturare la ferita dell’infortunato.

-Lui sta bene, a parte i segni di una mezza dozzina di nerbate sulla schiena. E’ sbarcato ieri mattina da una galera maltese ancorata davanti al canale. Ha portato un messaggio per il Bey ed uno per i padroni della "Venere". Il veliero è stato catturato durante una burrasca davanti a San Vito lo Capo e portato a Malta, dove sta ormeggiato all’arsenale. Lo metteranno all’asta tra poco.

-E i marinai?

-I rinnegati sono stati tutti messi al remo, mentre turchi e turcheschi sono in attesa di riscatto. Li vogliono scambiare con un bel po’ di maltesi tenuti in prigionia qui a Tunisi.

-E il Bey?

-Ha detto nisba: niente da fare. In compenso si è tenuto Masino per sé. Vuole che i proprietari della "Venere" costruiscano a loro spese ed alla svelta un’altra nave per rimpiazzare quella perduta, così come detta la legge.

-E loro, gli armatori, che dicono?

-Todo mangiado. Non hanno soldi. Ad alcuni di loro non sono rimasti nemmeno gli occhi per piangere.

La perdita del veliero durante quell’infausto viaggio inaugurale ebbe tra le sue conseguenze la rovina del padrone di Mickil e Pad, che per fronteggiare i debiti svendette per una manciata di zecchini i due irlandes al pio Sitbar Alì.

Malgrado le pressioni minacciose dei funzionari del Bey, nessuno dei proprietari della "Venere" poté sognare di sostituire la nave persa. Avessero per lo meno avuto il tempo di godere della preda di due o tre campagne di corso, il veliero sarebbe stato rimpiazzato in un battibaleno; ma, per come si erano messe le cose, proprietari e finanziatori, vedove comprese, erano rimasti tutti sul lastrico, e così la costruzione di velieri di foggia olandese nei cantieri di Tunisi morì sul nascere.

La cosa fu compresa al volo da Mastro Piet de Witte, che dalla sera alla mattina fece i bagagli e partì per Algeri, dove intendeva seguire le gesta di altri compatrioti, che nella più ricca delle città corsare di Barberìa avevano accumulato delle vere e proprie fortune. Prima di partire, però, lasciò a Diego e Peppe un barilotto di aringhe e ai due irlandes una generosa quantità di tela incatramata.

Finita che fu l’attività del cantiere di De Witte, Sitbar Alì pensò bene di spostare Diego Martinez, Peppe Masso, Pad e Mickil a completare la sistemazione della tonnara di Sidi Daoud.

Partirono da Tunisi con diversi carri trainati da buoi, carichi di reti ed ancore da tonnara sgraffignate in Sicilia solo qualche settimana prima dai corsari bisertini, che della razzìa nelle tonnare dall’altra parte del Canale di Sicilia avevano ormai fatto una tradizione. Sul carro dove stavano seduti Mickil e Pad c’era pure la tela catramata regalata da Mastro Piet e un fascio di lunghe, robuste stecche di legno messe da parte dagli irlandesi durante la costruzione della "Venere de Witte". Dirigeva la spedizione Samuele Sala, che fungeva anche in quell’occasione da uomo di fiducia di Sitbar Alì e interprete tra i captivi cristiani e la gente di Sidi Daoud. Come sorveglianti i cristiani trovarono le due guardie del Bey di stanza nel luogo. Queste, armate di scimitarre e scudisci, vigilavano su Diego e i suoi compagni con silenziosa, soffocante assiduità: la loro fuga, infatti, avrebbe avuto effetti rovinosi per l’economia del villaggio, galvanizzata dalla imminente riapertura della tonnara.

Era un’impianto di dimensioni molto modeste quello che i captivi erano chiamati a mettere in opera a Sidi Daoud, dove da generazioni si era persa l'abitudine di costruire labirinti di reti per catturare i tonni. C’era però qualcosa di familiare nella forma della costa e nel gioco delle correnti della zona, che faceva prevedere a Peppe, incaricato a fare da ràisi della nuova tonnara, buone possibilità di pesca.

Le condizioni di lavoro dei captivi in quell’occasione non furono più gravose di quelle dei tonnaroti siciliani nei loro luoghi originari. A parte il grosso anello di ferro al piede e la divisa da schiavo, sia a Peppe che a Diego sembrava di vivere la stessa esperienza che in quel periodo stavano facendo i lavoratori delle decine di tonnare che si stavano armando di là del mare.

Una tiepida sera di aprile, dopo il frugale pasto a pane e olive che seguiva la lunga giornata di lavoro, Peppe, Diego e i due irlandes stavano a parlottare seduti in riva al mare. Samuele si avvicinò ai quattro, lasciando una lettera per Diego.

-Che dicìa la littra.…Mastro Diego? – chiese Peppe più tardi a bassa voce, prima che fosse spenta la luce della camerata dove dormivano.

-Dice che ci aspetta a Lampedusa la prima settimana di Settembre.

-Chi?

-La galera maltese per Trapani.

-E a Lampirusa noiautri…. comu ci arrivamo?

-Chiedilo a Mickil e Pad,- rispose Diego, senza aggiungere altro.

-Sapìti che mi dissi u dutturi Sala stasìra…. mentri vossìa leggìa la sua littra? Che si pigghiamu pi' lo menu seicentu tunni…. e 'nsignamo….ai tunisini comu si fa a téniri ‘na tunnara, semu libberi!

-Chi?

-Vossìa e yò.

-E gli irlandes? Li lasciamo a fare i vermi a Tunisi? Anche loro sono cristiani.

-E chi ssi fa, allura?

-Dormi e cerchiamo di pigliarli questi seicento tonni. Al resto ci penseranno i nostri santi: tra San Nicola, la Madonna di Trapani, San Francesco di Paola, San Colombano e San Brendano, qualcuno ce la dovrà pur fare la grazia.

-Stanno addiventando tanti…. ‘sti santi protettori. Non è chi ppoi ci sarà troppa confusioni…. doppu chi ci fannu la grazzia?

-No, basta fare voti chiari e poi cercare di rispettarli. I santi si incazzano forte se si sentono presi in giro. Sempre a proposito di santi, domani parla con Sala e chiedigli di fargli venire da Tunisi tre pezzi di corallo belli grandi. E la lente da orafo del suocero di Sitbar. Sarà ancora da qualche parte, in bottega.

 

Maggio 1746

 

Vedere quaranta pescatori Sidi Daoud e due contadini irlandesi cantare le litanìe siciliane che accompagnarono al tramonto la calata delle reti della tonnara del pio Sitbar fu quasi uno spettacolo comico, per il grado di surreale improvvisazione in cui tutto si svolse. Considerati comunque i luoghi e la situazione, nessuno poteva pretendere che il rituale un po' cristiano e un po' sciamanico che da sempre accompagna la pesca nelle tonnare siciliane fosse in quel caso dei più ortodossi.

Al posto del canonico palo di San Pietro con l’effigie dell’apostolo pescatore, all’ingresso della tonnara venne posta una fronda di palma ben zavorrata, ornata di mani di Fatima e stelle a cinque ed otto punte in filigrana d’argento. San Pietro capì, sorrise e perdonò.

Al posto della statuetta con Santo Antonino, da scaraventare in acqua legato ad una lenza per convincere quel santo tanto riottoso quanto vituperato a far entrare i tonni, fu calato in mare un sacchetto contenente tre pezzetti di corallo su cui Diego aveva abbozzato con il bulino le effigi di San Nicola, San Brendano e San Colombano. Santo Antonino, lasciato una volta tanto all’asciutto e risollevato nel morale, ricambiò l’attenzione e si diede da fare lo stesso per fare arrivare i tonni a Sidi Daoud.

Che dire, poi, delle cinque volte in cui i tonni entrarono nella camera della morte in branchi di duecento e passa? Per ordinare le mattanze Peppe Masso andò per le spicce: fissò Yusuf, il più sveglio dei pescatori tunisini che lo attorniavano sulle loro barche, fece un inequivocabile fischio da pecoraio e, muovendo di botto le mani verso l’alto, gridò semplicemente:

-Vira!

Tutto lì.

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Mille e ottanta tonni catturati in una tonnara così piccola e con ciurme improvvisate furono un vero e proprio miracolo, propiziato non solo dalla schiera di santi invocati da Diego e Peppe, ma anche da quelle acque ricche e poco sfruttate. Fecero anche la loro parte la rapidità con cui i tunisini appresero quella complessa tecnica di pesca e le forti braccia di Mickil e Pad che, lavorando appaiati, arpionarono ad ogni mattanza quasi un quarto del pescato .

Alla fine di giugno, mantenendo la promessa, Sitbar Alì rese Peppe Masso e Diego Martinez di nuovo uomini liberi.

Per prima cosa i due corsero dal fabbro di Sidi Daoud a farsi togliere l’odiato anello dalla caviglia, poi si fecero fare un po’ di abiti comodi, alla moda turchesca, e per qualche giorno se ne andarono in giro a visitare i villaggi lungo la costa, non dimenticando di fare una puntata a Capo Bon.

 

14 Agosto 1747

Tornati che furono alla tonnara, i due schiavi riscattati passarono ancora un paio di settimane assieme agli irlandes, al vice raisi Yusuf ed ad altri pescatori del luogo, a rassettare le attrezzature ed a prepararle per l’anno successivo.

Era già l’inizio di agosto, e sia Diego che Peppe non davano segno di volersene tornare in Sicilia. Pad e Mickil, prossimi ad essere rispediti a Tunisi al servizio di Sitbar Alì, li sorpresero un pomeriggio a confabulare mentre riparavano delle reti.

-Mastro Diego…. semu già a metà Austu; tra dui jorna è la festa della Maronna di Trapani. Turnàmo…. o no in Siquilliyyah? – chiese Peppe.

-Si, ma non a Trapani.

-E allura, unni?

-A Monte Còfano. Annamaria ha già cominciato a costruire un villaggio a mezza montagna. Io a Trapani non ci torno, visto che non hanno mosso un dito per liberarci. Semmai ci andrò, di tanto in tanto, a comprarci il sale. Eppoi, non mi sento di lasciare qui Mickil e Pad. Non lo vedi come ci guardano da quando ci siamo riscattati? Paiono due cani bastonati. Inoltre c’è pure Samuele Sala che vuole tornare in Siquilliyyah.

-Ancora 'na vota?

-Si è fissato di usare l’acqua di mare per le sue cure, e a Tunisi non glielo permettono. Dicono che non sta scritto in nessuna parte dell’Alcorano. Certo, un medico bravo come lui ci vorrebbe a Monte Còfano. Tu, invece, vuoi tornare a Paceco o pensi di darmi una mano a costruire il nuovo villaggio?

-A Paceco…. nun mi dispiacirìa, ma se mi volete a Còfanu fa lu stessu…. yò nun haiu famigghia, e l’unicu amicu meo era Diego il pacecoto. Però yò vulisse turnari in Siquilliyyah con una picciuttedda nivura e bedda…. chi incuntrai a Capu Bon.

-Cos’è, turca o turchesca?

-Prima di tutto è bedda e giurizziusa…. eppoi havi li occhi comu ddu stiddi azul. A propositu…. mi lo po' spiegari, doppo ddu anni di cattività, ‘sta differenza tra turchi e turcheschi, mori e saracini?

- Te lo spiego un’altra volta,- disse Diego al compagno mentre si avviavano nelle camerate dei tonnaroti.

……….

-I Turchi sono Turchi, e da Costantinopoli dominano tutto l’Islam degli Ozman, di cui a modo suo anche questa terra fa parte. E' Turco il Pascià, sono Turchi molti giannizzeri, sono Turchi tanti capitani di vascelli corsari. La gente del Maghreb, o Barberìa che dir si voglia, viene invece chiamata dai Cristiani e da noi Ebrei in vari modi: a volte Mori, a volte Beduini, a volte Saraceni, a volte Turcheschi, - spiegò con pazienza Rachele Sala accarezzando delicatamente i capelli corvini di Diegoil pacecoto. L’uomo la stava ad ascoltare beato, sorridendo ad occhi chiusi col capo appoggiato sul petto soffice ed abbondante della sposa del pio Sitbar Alì.

Da quindici giorni i due stavano nudi come angioletti jocolani sul letto di Rachele, allacciati in un continuo abbraccio solo di tanto in tanto interrotto dalle vivande lasciate senza fare rumore da una fidata donna di servizio della bella patruna ebrea

Pur essendo il suo amico cristiano appena trentenne, Rachele non mancò lo stesso di stupirsi del suo vigore fisico. Il musicista, infatti, era appena tornato da una lunga e faticosa serie di concerti nelle città attorno allo Chott el-Erid, nelle ricche oasi del sud ovest. Sia a Gafsa che Tozeur, ma ancor più a Nefta, città dei Sufi, la sua opera "I Cristiani di Chenini" aveva avuto uno straordinario successo. Adesso era pronto a ripartire; avrebbe suonato a Medenine e poi nella stessa Chenini, dove la composizione, via via arricchitasi sino a diventare un vero concerto di tredici nawba, era stata ambientata.

Il pacecoto era tornato a Tunisi con la scusa di riposarsi qualche giorno a casa dei patruni e dividere con Sitbar Alì gli ultimi guadagni della sua attività di musicista acclamato. Pur risultando formalmente schiavo di Sitbar e Rachele, con i proventi della sua arte il giovane Diego si era già affrancato da lungo tempo dallo stato servile, e alla caviglia ormai portava solo una leggera catenina di argento, più che altro come segreto segno di dedizione a Rachele Sala, sua padrona, musa ed amante. Quando il pio Sitbar era partito per un lungo viaggio in Sudan, a comprare schiavi ed organizzarvi la tappa per un futuro pellegrinaggio alla Mecca, il musicista aveva pensato bene di prolungare il suo soggiorno in quella dimora così ospitale.

Quella sera di agosto, comunque, dopo due intense settimane di carezze ed abbracci intercalati da brevi pasti speziati e quiete conversazioni, il siciliano si era riproposto di ripartire con la sua orchestra la mattina successiva.

Verso mezzanotte il giovane Diego, appena assopitosi, fu risvegliato dalla voce di Rachele che gli sussurrava all’orecchio filastrocche in una lingua sconosciuta, curioso retaggio dei giochi d’infanzia della bella ebrea. L’uomo si volse verso la patruna, le sorrise e con delicatezza cominciò a baciarla sulla nuca, mormorandole versi di Ciullo d’Alcamo e Giacomino Pugliese scovati per caso da un libraio di Tunisi ed avidamente letti.

-Cosa vogliono dire queste parole che impasti assieme ad i tuoi baci? Sono forse preghiere?- chiese la donna.

-No, sono solo versi scritti in Siquilliyyah, e parlano di rose profumate e di amori agognati.

-E il nostro che amore è?

- E’ come una musica sempre diversa. E’ una musica che non mi stancherei mai di suonare, - disse il giovane Diego abbracciando la padrona con la silenziosa, disperata intensità di chi in qualche modo sente di fare l’ultima cosa felice della propria vita.

Era l’alba quando Rachele, risvegliatasi dopo un breve dormiveglia, si ritrovò accanto il corpo immobile dell'amante. Soffocò a malapena un urlo di straziata disperazione e mandò a chiamare il cugino medico.

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Capitolo 9

L'Isola di Lampedusa era anche allora meta di curiose frequentazioni

 

15 agosto 1746

Finita che fu la prima messa del mattino, i cristiani uscirono cheti cheti dalla chiesa di S.Antonio, pronti ad affrontare la pena di un altro giorno di lavoro in cattività. Fu allora che Samuele si decise ad entrare in chiesa ed andare a parlare col cappellano.

-Bona jurnata, dutturi Sala, stati bene? Posso fari quaccosa per vossìa? – lo salutò padre Spezzacore con una stretta di mano forzuta più di un tenaglione da fabbro ferraio.

-E’ morto un captivo cristiano in servizio a mia cugina Rachele. Si chiamava Diego Martinez.

-Ma non era alla tonnara, a Sidi Daoud? – chiese il cappellano, un padre mercedariano basso e tarchiato, con occhi lucidi e mobili di furetto senza pace.

-No, era appena tornato.

-E Peppe Masso, anche lui è turnato?

-No, Peppe è rimasto alla tonnara. Sapete, adesso lui è raisi.

-'Sta cosa mi stranizza un pocu. Mi ricordo che erano sempre uno accianco all’altro durante le misse dominicali, assieme ai due irlandes…. E pecciò mi dicìte che Diego è mortu? E di chi cosa è mortu? – incalzò padre Spezzacore.

-Deperimento organico.

-Travagghiava assai?

-Ultimamente si. Così mi disse mia cugina, che gli stette vicino sino al momento del trapasso.

-E pecciò Peppe Masso non c’è? Non ci posso parrari? – insistette il mercedariano.

-No, padre Spezzacore, non c’è. E' rimasto alla tonnara.

-E l'altro Diego, il pacecoto, manco lui c’è? Era passato ccà ddui simane fa, e mi aveva lassato pure una bella offerta per li captivi vecchiarelli, abbandunati da tutti. E’ 'nu bravu picciottu, Diego il pacecoto. Speriamu ca rresta cristianu.

-Il pacecoto partì due giorni fa con la sua orchestra per un altro concerto, -si affrettò a dire Samuele. Poi aggiunse: - Padre Spezzacore, capisco che vossìa è rimasto scosso dalla notizia della morte di Martinez. Anch’io lo sono; ma come medico ho un po’ di prescia di risolvere questa faccenda. Oggi fa più caldo che mai, ed è meglio che il povero captivo venga seppellito al più presto. Ve lo faccio portare prima della messa del pomeriggio? So che era molto devoto a Maria, che voi oggi celebrate.

-A Maria Regina delle Vergini, - precisò puntiglioso padre Spezzacore. Poi aggiunse: -Portatemelo ‘cca al più presto, ma lassate il tabbùto aperto, che lo voglio vedere in faccia, il morto. Sapìte, io sono un pocu comu San Tummasu. Se non tocco, non ci credo.

-E questo San Tommaso cos’era, un medico chirurgo?- chiese ironico Samuele.

-No, un figghio di bottana come me,- lo rimbeccò il missionario.

Alcune ore dopo il feretro stava sotto il povero altare di tufo della chiesa di S. Antonio.

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Padre Spezzacore, rimasto solo in chiesa con Samuele, cominciò ad osservare con attenzione il viso del defunto, camminando nervosamente attorno alla cassa scoperchiata con la concentrazione con cui un cane da caccia disegna cerchi sempre più stretti attorno alla traccia che ha fiutato. Poi guardò il medico con aria scettica e disse, papale papale:

-Chistu nun è Diego Martinez. Comu corpuratura ci siamo. Per il colore dei capelli, invece, non ci siamo per nenti, anche se li avete imbiancati, spolverandoli di talco. Per il resto, assomigghia più a Diego il pacecoto che a Diego Martinez.

-Padre Spaccacore, - tagliò corto il dottor Sala - confermo che il defunto si chiamava Diego Martinez, nato a Trapani il 6 settembre 1697 e morto qui a Tunisi, in cattività, ieri notte. E questa è un’offerta di quattrocento zecchini. Se vorrete, con una somma così forte sarete in grado di riscattare una dozzina e passa di piccirilli cristiani. Un’occasione come questa capita una volta sola nella vita. Per il resto, raccontate ai vostri fedeli quello che volete, - disse l’anziano cugino di Rachele, guardando fisso il viso affilato del defunto per dare l’addio al più estroso sonatore di Tunisi di quel periodo.

-Passate da me nei prossimi jorni? Sapìte, ho dei captivi vecchiarelli da curare, e non riescio a trovare medici.

-Avete bisogno di medici gratis et amore Dei, intendete dire?

-Si dutturi, chi Ddiu vi binidìca.

-Per stavolta niente da fare, padre Spaccacore. Domani parto e non so quando ritorno. Per i vostri vecchiarelli malati, invece, vi manderò un giovane medico di mia fiducia.

-Sempre gratis?

-Si, sperando che ogni tanto parliate bene anche degli ebrei nei vostri sermoni. C'è da fidarsi?

-In chissu di stasìra non tanto. Per i prossimi, ci potemo sempri mettiri d'accordo, - rispose il padre mercedariano.

Seduto nel bugigattolo che gli faceva da sacrestia, padre Spaccacore non sapeva se rallegrarsi più degli zecchini appena avuti da Samuele, o della possibilità di dar briglia sciolta alle sue fantasie misògine nel corso dell’omelìa che avrebbe pronunciato durante la messa funebre di quel pomeriggio. Un’omelia lunga, appassionata e per gran parte inventata, riportata in seguito per sommi capi da alcuni pescatori trapanesi riscattati, e fatta stampare a loro spese qualche anno dopo.

Che padre Spaccacore fosse un disinvolto ballista lo sapevano tutti; a differenza di alcuni confratelli più pavidi o corruttibili, però, non aveva mai tradito i suoi fedeli, magari svelando o vendendo segreti che ne avrebbero posto a rischio la vita. Piccolo perno in un meccanismo che lo avrebbe potuto facilmente stritolare, aveva sempre tentato di trovare un equilibrio tra i buoni rapporti con i funzionari del Bey che gli concedevano la possibilità di svolgere il suo ministero, e la lealtà ai suoi fedeli tenuti in catene. A questi ultimi tentava in tutti i modi di alleviare le pene della schiavitù, anche propinando loro sermoni degni di uno scrittore picaresco dotato della fantasia più sfrenata.

Davanti ad una chiesa affollata di captivi di tutte le nazioni cristiane, padre Spaccacore si terse il sudore con un fazzoletto passatogli dal suo chierichetto, un toscano di Porto Santo Stefano orbo di un occhio e secco e peluto come un granchio di scoglio, per poi rivolgersi con voce vibrante all’assemblea:

- Picciriddi mei, dominus vobiscum.

-Et cummu spiritu tuo – risposero i captivi.

-Il tabbùto che troneggia in questa nostra umile chiesa di S.Antonio in Tunisi, contiene i resti mortali di un nostro fratello, Diego Martinez, morto di deperimento organico al secondo anno di cattività. Di lui vi leggerò vita, morti e, se possibbili, miracoli. E ora zittìtivi e lassàtimi lèggiri la mia ‘razzione funebre:

"Rapito la notte dei diecinove giugno 1744, il nostro Diego venne condotto tra le catene di Tunisi, dove venne comprato da un dovizioso musulmano di nome Sitbarbalì. Questo turco aveva acquistato anco a prezzo del suo onore il tristo piacere di divenire lo sposo di una femmina assai bella. Questa donna, nata nell’ebraismo, vi era rimasta lungamente. Consapevole di non potere aspirare in questa credenza alle nozze di un maomettano, finse di abbracciare la religione di Cristo, e si fece battezzare. Poscia, questa femmina dileggiatrice del Pentateuco, del Vangelo e dell’Alcorano, volle innalzarsi dalla bassa sua condizione per mezzo di una seconda apostasìa, e divenne maomettana. La malizia di questa oziosa schiava dei sensi le conciliò per il nostro fratello Diego una criminosa passione. Si spogliò per lo schiavo di quell’alterigia che ispira la padronanza, si levò la gelosa maschera del pudore ed ebbe la sfrontatezza di dichiarargli le sue brame. I continui rifiuti di Diego irritarono vieppiù la sua passione. Lo privò delle vesti necessarie, davagli il vitto più vile, lo faceva travagliare giorno e notte senza farlo riposare, e perdippiù gli tramava le insidie le più seducenti. Un giorno gli prescrisse perfino di recarle l’acqua tiepida mentre ella immergevasi nel bagno. Questa scena così licenziosa fu per Diego uno spettacolo non meno terribile, che pericoloso. Provò egli allora le convulsioni tutte della natura, e dovè riunire le eroiche potenze dell’anima sua, per comandare a’ suoi sensi". - Mi sentite bene in fondo alla chiesa? –chiese padre Spaccacore all’assemblea, distogliendo lo sguardo dai suoi fogli per prendere un po’ di fiato.

-Si, si, continuasse. Bedda Matri, chi fìmmina ! – rispose dal fondo della sala una voce dall’inequivocabile accento marsalese. Vincenzo Tumbarello, rapito molti anni prima dai corsari mentre tirava le nasse appena al largo dello Stagnone, non aveva mai perduto un sermone di padre Spaccacore, ma quello che stava sentendo quel pomeriggio di mezzagosto si presentava ancora più avvincente degli altri.

Soffocato dal caldo e da quella folla compatta di fedeli che pendevano dalle sue labbra, il padre mercederiano bevve acqua da una brocca posta accanto all’altare, sputò con un certo fastidio la renella contenuta nell'ultima sorsata, e proseguì la lettura del suo sermone:

"Il molteplice numero delle virtuose azioni di Diego m’imbarazza. Io non posso tutte trascriverle: ma non ne vorrei trascurare alcuna. Fiduciando egli nel Signore, e nella madre di Dio e regina delle Vergini di cui era singolarmente divoto, e di cui oggi celebriamo la ricorrenza, spesso apriva il suo core, come un sollievo a quegli strazi così inusitati, a me medesimo, suo umilissimo padre spirituale. Così come quando mi confidò: "Credetemi, padre Spaccacore, io non cerco tanto la libertà per togliermi dai patimenti della schiavitù, quanto per involarmi dagl’occhi della mia patruna, che mi comanda alcune cose illecite". Conoscendo infine quella donna scorretta, che la sua resistenza non fosse affettata, recedè furibonda dall’impresa di vincerlo, portando nel suo core l’occulto veleno della vendetta."

A quel punto padre Spaccacore affidò al sacrestano i suoi fogli e continuò a braccio, volgendo il suo sguardo ispirato ai fedeli:

-Adesso che i resti mortali di Diego Martinez sono al cospetto di questa assemblea, così composita quanto dolente, guardando il viso affilato dai patimenti del nostro virtuoso fratello, livido in faccia e con le pampinelle del naso che già cuminciano a corrompersi, io vi dico che sono sicuro e strasicuro che Diego fu avvelenato dalla sua patruna snaturata per non essersi arreso fino all’ultimo alle sue brame. Requiescat in pace!

-Amen! –rispose all’unisono l’assemblea, che affogò la pena quotidiana della cattività in terra d’Africa in un sordo rancore contro il sesso femminile tutto e quello di religione ebraica in particolare.

Conclusa che fu l’orazione funebre, padre Spaccacore proseguì la messa, come di sua abitudine, con il Padre Nostro in lingua franca:

-E ora, picciriddi mei, anco di paise francis, espagniol, portuguès, toskan, nabolitan, priamo syemi syemi: Padri di noi, ki star in syelo, noi volir ki nomi de ti star saluti….

-…. Noi volir ki il paisi de ti star con noi,- continuarono i presenti - i ki ti lashar ki tuto il populo fazer volo de ti na tera, syemi syemi ki nel syelo. Dar noi sempri pani de noi de kada jorno, I skuzar per noi il kulpa di noi, syemi syemi ki no skuzar kwesto populo ki fazer kulpa a noi. Non lashar noi tenir katibo pensyeri, ma tradir per noi di malu, perke ti tenir sempri il paisi e il fortsa e il gloria. Amen.

Dopo la messa il feretro fu trasportato in processione nel contiguo cimitero da un gran numero di schiavi cattolici, che assistettero alla sua sepoltura.

Finito direttamente nel paradiso un po’ sbracato e trasgressivo dei musicisti, ad organizzare concerti angelici ricchi di affascinanti suggestioni mediterranee, il pacecoto fece così a Diego Martinez il dono postumo di una nuova identità.

Quando all’alba del nuovo giorno i suonatori dell’orchestra del giovane Diego bussarono alla porta di Sitbar Alì a chiedere notizie del loro maestro, furono ricevuti da una donna disfatta dal dolore ma non priva di un barlume di lucidità.

-Bona jurnata, - rispose Rachele ai musicisti, - Diego è partito, è in viaggio per raggiungere una comunità di Sufi ai margini del deserto.

-Di quale deserto ? – chiese Noel il brettone, suonatore di ghironda alto e solido come una quercia e fidato collaboratore del pacecoto.

-Non me l’ha detto. Voleva suonare musiche nuove, mai ascoltate prima.

-E noi che facciamo? Già ci aspettavano a Medenine stasera e di sicuro perderemo pure la faccia, visto che Diego l’abbiamo già perduto.

-Voi continuate a suonare le sue musiche, così come mi aveva chiesto lui stesso prima di partire. Adesso andate; ogni volta che tornerete a Tunisi la mia casa sarà la vostra casa, ve lo prometto, - disse Rachele sforzandosi in un sorriso triste che le stava costando qualche anno di vita.

Poi tornò in silenzio nelle sue stanze, a piangere la morte dell'uomo con cui aveva sognato di passare assieme il resto della propria esistenza liberi e contenti come angeli joculani. Perché al vecchio Sitbar, ne era certa, di vita da vivere ne rimaneva poca.

Due giorni dopo Samuele Sala raggiunse Diego Martinez, Peppe e i due compagni irlandesi a Sidi Daoud. Nel più grande dei due depositi di reti della tonnara, appena nascosto nell'ombra, i quattro gli fecero vedere una leggera imbarcazione di legno e tela incatramata, completa di scalmi e remi. Era il carrach, costruito in poche ore seguendo le istruzioni di Pad e Mickil.

-Che bisogno avete di andare per mare su questa scorza di noce, se vi potete imbarcare con comodo su un bastimento e tornarvene in Siquilliyyah sani e salvi? -chiese Samuele Sala.

-Peppe ed io, ora che siamo liberi, possiamo partire. Ma di Pad e Mickil che ne facciamo? Ormai non li possiamo lasciare qui, in cattività. Glielo abbiamo promesso, - rispose Martinez.

-Non sono più in cattività. Li ho riscattati io stesso per cinquanta sequins di Algeri pagati a mia cugina prima di andar via da Tunisi. E questi, - disse il vecchio medico porgendo ad ognuno dei cristiani un foglio di carta dozzinale scritto per metà in arabo coranico e per metà in italiano notarile, - sono gli atti che attestano il vostro ritorno alla condizione di uomini liberi. Come vedete, in un modo o in un altro, ho mantenuto la mia parola.

-Allora dite che ce ne possiamo tornare tutti in Siquilliyyah tranquilli tranquilli, alla luce del sole? - chiese Diego.

-E perché no? I riscatti sono stati pagati.

-Un momentu…un momentu…- intervenne nella discussione Peppe Masso - e chidda picciuttedda mulatta che sta a Capo Bon? Che facémo, la lassamo 'ccà? Yò la vogghio maritàre.

-La liberàmo… - suggerì Pad.

-…e poi scapàmo - concluse Mickil.

-A proposito, dottore Sala, lei che intenzione ha? -chiese Diego. Poi aggiunse:- Pensa ancora di venire in Siquilliyyah? Nel posto dove andremo a vivere un medico valente come lei sarebbe il benvenuto.

-E' lontano dal mare questo posto? Perché, come già saprete, vorrei sperimentare cosa si può fare usando l'acqua salata per fini curativi.

-L'acqua di mari? - chiese Peppe, stupito,- ma chidda fa bbeni …ai pisci, no ai cristiani.

-No, sono convinto che può portare dei benefici, specialmente per certe pustole e malattie della pelle. Purché sia acqua pulita e ben mossa dalle correnti.

-Dalle parti di Monte Còfano, dove pensiamo di andare, mi hanno detto che l'acqua di mare è limpida come il cristallo. Allora, dottore Sala, quando partiamo? Ci aspettano a Lampedusa tra una settimana.

-Domani ci mettiamo d'accordo con Yusuf e i suoi amici di Sidi Daoud. Dimenticavo di dirvi una cosa importante. Io non sono più Samuele Sala. Da questo momento mi chiamo Onorio Venza, e sto tornando in Siquilliyyah dopo trent'anni di cattività. L'ho deciso per non farmi denunciare un'altra volta come ebreo all'Inquisizione. La tentazione può sempre venire al primo minchione che capita.

-Dove l'avete preso quel nome? - chiese Diego, interessato.

-Da una lapide del cimitero cristiano di Tunisi. Mi è costato solo un paio di zecchini, dati in offerta a padre Spaccacore, disse il medico sorridendo.

-Ed io, anch'io potrei comprarne uno? - chiese il trapanese. Poi aggiunse: - Sapete, vorrei che nella mia città mi dimenticassero. Vorrei, in altre parole, rifarmi un'altra vita.

-Il nuovo nome l'avete già, - disse l'anziano medico.

-E qual è ?

-C'è scritto nell'atto di riscatto che vi ho portato. Voi da oggi vi chiamate Diego da Paceco.

 

L'imbarcazione, una robusta tartana dall'ampia vela latina, accostò alla banchina della tonnara di Sidi Daoud nel primo pomeriggio. Assieme al capobarca Yusuf, che era stato vice raisi di Peppe Masso durante le mattanze di quella primavera, il resto dell'equipaggio era formato dallo stesso proprietario della barca e dai suoi quattro figli. Dopo che Samuele, Diego, Peppe, Mickil e Pad vi presero posto, Yusuf diede ordine di mollare gli ormeggi: spirava una buona brezza di terra che il tunisino voleva sfruttare subito.

Poco dopo, al largo, Peppe e Mickil aiutarono quelli di bordo ad alzare una sorta di gran pavese di bandiere bianche su cui erano abbozzate in verde le effigi della Madonna di Trapani, San Nicola, San Francesco di Paola, Santo Liberante, San Brendano, San Colombano e, per fare contenti anche i tunisini, il mausoleo del veneratissimo Sidi Salem. A poppa, a giocare con la scia, stava al rimorchio la barchetta di tela catramata di Mickil e Pad: leggera come era, non avrebbe rallentato in alcun modo la navigazione.

Giunti poco prima del tramonto a Ras at Tib, diedero fondo in una caletta ben riparata. Mentre il padrone della barca si dava da fare per preparare il pasto serale, Peppe, Yusuf e gli irlandesi, armati di coltelli, si allontanarono veloci a bordo del carrach.

Era già buio quando approdarono sul fazzoletto di sabbia dove nella bella stagione Kahina usava portare le donne gravide a godere un po’ di brezza.

Mentre Mickil e Pad stavano di guardia alla loro imbarcazione, Peppe e Yusuf si avventurarono verso la fattoria di Mustafà Ayd.

Passarono tre lunghe ore prima che il raisi e il suo vice tornassero dalla loro incursione, accompagnati da una giovane donna con gli abiti strappati in quella che sembrava essere stata una colluttazione assai violenta. Nemmeno Peppe Masso era messo bene: zoppicava per qualche mala pedata presa ad un ginocchio e perdeva sangue dal braccio destro.

In un attimo il carrach fu di nuovo in mare, allontanandosi velocemente dalla riva. Riva che di lì a poco si sarebbe affollata di guardie, fellah dipendenti di Mustafà Ayd, sorveglianti ed una mezza dozzina di giovani mulatti usciti dalla fattoria a cercare di liberare Kahina e catturare i due cristiani che, si diceva, erano venuti a rapirla mentre stava attingendo acqua dal pozzo.

Nel frattempo, mentre Peppe cercava di tamponare con un pezzo di camicia una perdita di sangue che con il passare dei minuti si stava facendo sempre più preoccupante, Kahina lo aveva sostituito al remo del carrach e stava dando il suo contributo di fiato e muscoli per accellerare il più possibile la fuga del piccolo scafo, siluro scuro in un mare color dell'inchiostro.

Quando il carrach raggiunse la caletta, a levante strisce di grigio stavano insinuandosi nel velo nero di quella notte movimentata. Ancora pochi colpi di remo, e la tartana fu raggiunta mentre a bordo stavano alzando la grande vela latina per approfittare di una buona brezza di ponente e maestro che di lì a poco avrebbe riportato i fuggitivi in mare aperto.

La ferita di Peppe venne suturata in fretta e furia da Samuele, piuttosto inpensierito dalla quantità di sangue perso dal tonnaroto.

-Chi è stato, il vecchio Mustafà? - chiese il medico mentre sistemava la fasciatura.

-No, un vardianu... Sempri lu stessu chi mi detti la nirbata ddui anni fa, -rispose Peppe.

-Sembra un tipo che non ama lasciare le cose a metà. Non è che ce lo troviamo da un momento all'altro di poppa, all'inseguimento, per guastarci la festa?- chiese Diego con aria quasi divertita.

-Nenti, Mastru Diego. Lu lassai mortu a Ras at Tib. E pinsari chi non ebbi mai l'occasioni di taliarlo in faccia. La prima volta mi colpì da dietro, a tradimento, con una nerbata… e mi staccò un dito di carni. La notti passata, inveci… mi retti una sciabbolata, sempre a tradimento, senza manco vedere chi ero. Comunque, 'na cosa era certa: o l'ammazzavo yò, o prima o poi mi ammazzava iddu, - disse Peppe sollevando gli occhi verso il vessillo con l'effigie della Madonna di Trapani, come a scusarsi per l'episodio. Poi, volgendo lo sguardo a Kahina, addormentata su una ruota di cordame umido, chiese al medico a bassa voce:

-Però, è o nun è bedda 'sta fìmmina, dutturi Samueli?

-E' una bella mulatta. Robusta e ben proporzionata, come solo loro a volte sanno essere,- commentò il medico.

-E vidissi l'occhi… Comu li stiddi!- concluse il tonnaroto volgendosi a Diego. Poi chinò il capo e si addormentò di botto, vinto dalle emozioni della notte appena passata e dal mezzo bugliolo di sangue lasciato come pegno in terra d' Ifriquiyia.

Spinta da un buon vento, la tartana costeggiò alla larga il Golfo di Hammamet, fece sosta all'isolotto di Curiat, per poi far rotta verso levante. Arrivarono in vista di Lampione dopo una dozzina di ore di navigazione con un maestrale al traverso che non prometteva nulla di buono. Fecero appena in tempo a buttarsi a ridosso dell'isola di Lampedusa, che una violenta buriana estiva investì la grossa imbarcazione da pesca, costretta a rifugiarsi a Cala Greca. Quella stessa sera, non soffiando più nemmeno una bava di vento, Peppe, Yusuf, Pad e Mickil misero in acqua il carrach e costeggiarono le rive brulle e scoscese dell'isola, per poi andare a sbarcare alla Cala Grande. Vi trovarono all'ancora due galere maltesi, e prudentemente decisero di tornare indietro, a decidere il da farsi: non avevano alcuna intenzione di far finire i loro amici di Sidi Daoud incatenati ad un remo, cristiano o musulmano che fosse.

Furono a bordo della tartana che era l'alba. Fecero colazione con caffè, datteri e gallette, poi decisero il da farsi. Diego spiegò la sua paura che i tunisini venissero catturati.

-No, a Lopadusa qouesto no fasìr paoura. Myriam y marabout star syemi syemi. Genti de Sidi Daoud tenir datoli y aceite por la Madona de Trabinis, - fu la tranquilla risposta del padrone della barca, che mostrò pure ai cristiani alcuni orci di olio e tre coffe piene di datteri della miglior qualità: erano le loro offerte alla Madonna che si venerava in una grotta dell'isola, come ringraziamento per la ricca mattanza di qualche mese prima.

-Genti de Sidi Auod tenir couragio akì, venir sempri akì. Maltes akì bouna genti, confermò Yusuf.

Dopo aver prudentemente ammainato il vessillo con il mausoleo di Sidi Salem, e messa in posizione ancora più preminente la bandiera con la Madonna di Trapani, nella prima mattinata la tartana fece il suo ingresso a Cala Grande, dando fondo a pochi piedi dalla riva. Questione di un attimo, e dalla più grossa delle due galere maltesi si staccò una lancia con a bordo una dozzina di marinai armati di moschetto. Indossavano divise ben in ordine ed avevano l'aria soddisfatta di gente ben nutrita e curata. Un uomo minuto e segaligno, peloso come una scimmia, si aggrappò alla falchetta della tartana e guardò con curiosità la gente di bordo. Portava davanti agli occhi lenti spesse come fondi di bottiglia, assicurate al viso da una curiosa fascia nera annodata alla nuca. Lo strano personaggio fece una smorfia di stupore guardando la santerìa di bandiere bianche e verdi che fileggiavano ad ogni accenno di brezza e bofonchiò qualcosa in una lingua incomprensibile ai più.

-Potete ripetere un po’ più lentamente?- chiese il dottor Sala in maltese.

-Non bisogna. Capitano Xerri, maltés, ire a Trabinis in tre jorno, - rispose pronto il marinaio.

-Domandate se Annamaria Buatier è qui, a Lampedusa- chiese Diego a Samuele, con una certa ansia.

-Gharrusa Buatier in terra, in grotto de la Madona. Por Comandante Xerri gharrusa Buatier bona y tenir coragio, - disse il maltese senza aspettare che gli fosse tradotta la domanda. Poi, in un battibaleno, mollò la presa dal fianco della tartana e si lasciò scivolare sulla lancia con cui era venuto. Mentre l'imbarcazione a remi si allontanava, il maltese si rivolse all' ebreo e gridò, allegro:

-Se vedèmo!

-Dutturi Sala… yò mi sentu pigghiatu dai turchi. Chiddu manco sapìa comu parlari. Era forsi 'mbriacu? - chiese Peppe.

-Parlava il dialetto di Gozo, ma anche in lingua franca. Di sicuro qualcosa l'avrete capito pure voi: tra tre giorni la galera del capitano Xerri salpa per Trapani, e noi con loro. Ora cerchiamo di non fare passi falsi e ripassiamo la lezione: io sono Onorio Venza. Il signore che mi sta a fianco, invece, - disse il medico indicando Martinez, - si chiama Diego da Paceco. Sta scritto pure nei documenti che vi ho dato. Non cerchiamo di sbagliare, se no è meglio che ce ne torniamo tutti a Tunisi. Va bene?

-Vabbeni, dutturi Venza,- rispose Peppe Masso per tutti. E gli irlandès comu…si chiamano?

-Loro sono Michele e Patrizio Brendano. Anche questo sta scritto nelle carte che vi ho dato. Per fare le cose facili, risultano tutti e due fratelli. E ora andiamo a visitare questa famosa grotta della Madonna.

-Pure i tunisini? - chiese Diego.

-Certo, questa è la Madonna di tutti, cristiani e turchi. Mi stupisce che voi, amante della lettura, non ne conosciate la storia, - osservò il medico.

Il gruppo si avviò quindi sul viottolo che da Cala Grande saliva per contrada Guitgìa. Facevano strada i tunisini con gli orci di olio e le coffe con i datteri, mentre Peppe e Kahina chiudevano la fila tenendosi per mano.

A metà strada il trapanese si fermò di botto e disse, rivolto all'amico ebreo:

-L'unica storia che conosco di questo posto è quella del grande Ariosto, che a Lampedusa fece combattere Orlando ed Agramante. Ma di Madonne il grande poeta non parla. Parla di lampi e tuoni e di solitudine:" d'abitazioni è l'isoletta vota piena d'umili mortelle e di ginepri", disse citando a memoria i versi dell'Orlando Furioso.

-La storia che so io è ancora più antica, disse il medico asciugandosi il sudore. Durante la sesta crociata qui sbarcarono i francesi a cercare acqua. Dentro una grotta vi trovarono un oratorio con gli scheletri di due persone rivolti ad Oriente.

-Musulmani, quindi.

-Si, marabutti, a loro volta custoditi da eremiti mussulmani. Poi, tanto tempo dopo, un frate domenicano ( che il diavolo se li porti via assieme alla loro schifiatìssima Inquisizione ) scrisse di una cappella consacrata a Maria, posta nella stessa grotta. Possibile che non l'avete mai letto? E pensare che Lampedusa è feudo dei Tommasi, vostri concittadini.

-A Trapani non avevo soldi per comprare libri, e poi c'era solo un libraio, per di più malfornito. Nei souk di Tunisi, invece, libri ne ho visti tanti, razziati ai cristiani e venduti per un piatto di lenticchie. Ma in cattività, come sapete, non mi diedero né tempo e né gana di leggere. Però, visto che stiamo discutendo di madonne e marabutti, una curiosità l'avrei anch'io: voi ebrei, i santi li avete o no? - chiese il trapanese, mentre il gruppo riprendeva la strada sotto un cielo che stava diventando piombo gialligno di scirocco.

-No, santi veri e propri non ne abbiamo, e qualche volta ne sentiamo perfino la mancanza,- disse l'anziano medico fermandosi di nuovo a riprendere fiato. Poi proseguì: - Ci sono però certe tombe di rabbini molto venerati. Quando uno ha una invocazione da fare o magari un semplice desiderio da esprimere, lo scrive su di un pezzetto di carta e lo appoggia su una di queste tombe. Poi ci mette una piccola pietra sopra per non farlo volare e fa una preghiera. C'è una tomba a Praga, città lontana ricca di ori e di botteghe, dove riposa un rabbino chiamato Löw: ogni pizzìno di carta appoggiato alla sua lapide, diventa un miracolo. Un giorno vorrei andarla a visitare, quella bellissima città…

- Ora, inveci, bisogna visitari la Maronna di Lampirusa, che il tempo passa e la processione non camìna,- fu il brusco richiamodi Peppe Masso.

Il tonnaroto sembrava avesse fretta di appartarsi con Kahina.

Quando giunsero nei paraggi del santuario, il cielo brontolò e cominciarono a piovere poche gocce d'acqua frammiste a sabbia rossastra. Una figura femminile uscì di corsa dal buio della grotta e andò incontro al gruppo di tunisini e siciliani. Era Annamaria Buatier, che si precipitò verso Diego e lo abbracciò stretto stretto, appoggiando con forza le labbra su quelle del trapanese senza dire alcuna parola. L’energia straordinaria di quel corpo femminile così minuto e sottile fece una certa impressione sui pescatori tunisini, che si scambiarono a bassa voce commenti di ammirazione. Poi, accorgendosi dell'anziano che stava accanto a Diego, la donna lo salutò con un cordiale :

- Benvenuto a Lampedusa, dottor Venza. Ero curioso di conoscerla.

Anch'io, - disse il vecchio medico sorridendo divertito. Poi aggiunse: - Le notizie volano rapide da Tunisi a Lampedusa…

--Come sulle ali di colombe,- commentò Annamaria, ridendo di gusto.

-Chi facémo…la virémo 'sta Maronna? - chiese Peppe, avviandosi senza dire altro verso il santuario rupestre, seguito da Kahina e dai tunisini con le loro offerte.

Nel santuario, davanti ad una statua di alabastro che aveva una certa rassomiglianza con la Madonna di Trapani, trovarono inginocchiati due uomini che indossavano tuniche nere con le croci bianche dei Cavalieri di Malta. Erano i capitani Borg e Xerri. Quest'ultimo, vista Annamaria tornare nella grotta con i suoi amici, la salutò con un cenno del capo.

Davanti al simulacro ardevano numerose lanterne ad olio, mentre ai lati erano deposti discreti quantitativi di gallette di frumento, semola per cuscusu, barilotti di tonnina salata, orci di olio e monete d'oro, d'argento e rame coniate da tutte le nazioni d'Europa e del Levante.

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I tunisini lasciarono le loro offerte e recitarono delle orazioni davanti alla statua della Madonna. Poi si volsero nell'altra parte della grotta, e recitarono le loro preghiere su un tappeto sdrucito, steso da tempo immemorabile in direzione della Mecca.

I Cavalieri videro i tunisini e li lasciarono fare. Li avessero incontrati solo ad un paio di miglia da Lampedusa, li avrebbero fatto a pezzi o, peggio, li avrebbero incatenati ai loro remi, a morire giorno dopo giorno.

Cristiani e musulmani stettero a lungo dentro la grotta, come ammaliati da quell'atmosfera pregna di mistero che persone di qualsiasi religione e anche non credenti percepiscono nei luoghi di vera devozione. Uscirono dal santuario che era quasi il tramonto. Fu il momento in cui i pescatori di Sidi Daoud si accommiatarono dai loro amici cristiani e si avviarono di fretta verso Cala Grande, seguiti a distanza da due uomini magri come spettri, vestiti di poveri cenci sporchi e laceri.

Dopo aver approntato un rudimentale rifugio per la notte poco distante dalla grotta della Madonna, Annamaria, Peppe e gli altri cenarono attorno ad un fuoco di sterpi, raccontandosi le emozioni di quegli ultimi, concitati giorni di agosto.

- Li avete visti quei due uomini laceri seguire i vostri amici tunisini? chiese ad un certo punto Annamaria.

-Chi erano ? - chiese Diego tenendola per mano.

-Tunisini fuggiti da una galera cristiana e rifugiati qui da qualche settimana. Adesso saranno a bordo della tartana dei vostri amici. E il bello è che i maltesi non muoveranno un dito per riprenderli. Per una particolare, antica regola di tolleranza che si osserva qui a Lampedusa, chiunque sia fuggito da una galera ha diritto di tornare in patria imbarcandosi sul primo vascello di correligionari di passaggio nell'isola. Il cibo che avete visto in grande quantità nel santuario serve a garantire la sopravvivenza a naufraghi e fuggitivi.

-E l'ogghio e i soldi d'oru e d'argentu? - chiese Peppe.

-Quelle sono offerte per il santuario della Madonna di Trapani. Ogni tanto, un paio di volte l'anno, passa una galera dei Cavalieri di Malta e li porta lì.

-Ma non c'è nessuno che li ruba ? - chiese Diego.

-Vi hanno tentato in diversi, ma porta sfortuna. Domani, quando saliremo a bordo della galera del capitano Xerri, vedrete cosa vi racconterà lui stesso.

Quando il fuoco si spense, Peppe e Kahina si appartarono un po’ distanti dal gruppo, stringendosi in un abbraccio atteso mesi e mesi. Anche Annamaria condusse il suo uomo via dal bivacco, tenendolo per mano. Poco dopo stavano a dormire tranquilli, abbracciati seminudi, sotto una colombaia vicina al santuario. I due irlandesi e il vecchio medico rimasero invece vicini ai resti del fuoco, ognuno immerso nei propri pensieri.

Nella tarda mattinata del giorno dopo i sette tornarono a Cala Grande. Salirono a bordo del "San Paulo", la galera destinata a portare le offerte per il santuario della Madonna di Trapani, e presentarono le loro carte al comandante Xerri.

Rimasero sorpresi dalla pulizia sia della galera che dei rematori, tutti in discrete condizioni di salute. Nessuno di loro era incatenato ai banchi: erano "bonavoglia", gente che, non avendo trovato un albero adatto per impiccarsi, come lavoro avevano scelto di vogare nelle galere come volontari.

A bordo rividero lo strano personaggio con gli occhiali spessi come fondi di bottiglia armeggiare, assieme ad un giovane aiutante, ad uno dei quattro cannoni imbarcati a bordo

-Sicuramente conoscete già Frangisk Camilleri, visto che l'ho mandato ieri a darvi il benvenuto, - disse il capitano Xerri.

-E' facile notarlo, - osservò il dottor Venza - . Poi aggiunse:- Deve avere grossi problemi alla vista il vostro marinaio, suppongo.

-Non del tutto. Gli occhiali li usa in navigazione, come dei binoccoli. Frangisk è il migliore artigliere al servizio dei Cavalieri di Malta. Ogni tiro è un bersaglio affondato.

-Comu mai…quattru cannuni, e no ..ddui? - chiese Peppe

-Prima di tutto perché il "San Paulo" trasporta tanto di quell'olio e oro in ogni viaggio da far venire la tentazione di appropriarsene a troppi corsari, cristiani compresi. Secondo poi, perché il nostro artigliere spara sempre due colpi in sequenza: il primo a palle incatenate per abbattere gli alberi delle navi al nostro inseguimento, il secondo per affondarle. E non sbaglia mai.

-Frangisk sottolineò con una sorta di grugnito la lode del suo comandante.

Mangiarono cuscusu con zuppa di pesce assieme a Dominik Buttigieg, comandante dell'altra galera ancorata a Cala Grande, parlando del più e del meno.

-E' vero che tra di voi c'è un medico? - chiese ad un certo punto il capitano Buttigieg.

-Si, ed è bravissimu u dutturi Venza, - rispose Peppe Masso, che da quando era stato raisi a Sidi Daoud si sentiva giustamente in diritto di interloquire anche con i capitani di mare, mentre Diego taceva imbarazzato.

-C'è bisogno di qualcosa, comandante?- chiese l'anziano medico.

-Le spiego. Siamo in partenza per l'Inglaterra per andare a consegnare all'Ammiragliato un corsaro, il capitano Ropes, da noi catturato qualche mese fa al largo di Algeri e richiesto con urgenza dalla giustizia di quel paese per essere processato ed impiccato. Il viaggio sarà lungo e la mia ciurma è già in condizioni pietose. La vostra presenza a bordo sarebbe preziosa.

-Cosa ha fatto l'inglés, per essere processato come pirata? -chiese il medico

-Ha attaccato non solo navi di paesi cristiani con cui l'Inglaterra ha dei conti in sospeso, ma anche navi di connazionali. E' anche sbarcato a Lampedusa per tentare di rubare le offerte e le vettovaglie custoditi nella grotta della Madonna. A suo tempo nemmeno un delinquente come Alonso Contreras si era spinto a tanto. Il console di Inglaterra a Malta ci ha promesso una fregata armata di sedici cannoni, in cambio del pirata.

-Arrivato in Inglaterra, sarebbe possibile avere un documento per viaggiare in Alemagna e poi tornare in Italia via terra? Se tutto va bene, vorrei andare a pregare sulla tomba di un certo rabbino a Praga,- chiese l'anziano medico.

-In Inglaterra i Cavalieri di Malta sono tenuti in gran rispetto, e potranno darle tutte le carte di cui ha bisogno, assieme a un bel po' di sterline d'oro. Parola di Buttigieg.

-Pensate che resisterò al fetore di un mese di navigazione sulla sua galera? - chiese l'israelita.

-La puzza non è un problema. Un paio di giorni e ci si abitua. All' orrore delle condizioni dei rematori, invece, non tutti si abituano. I miei, ad esempio, per ora sono molto indeboliti da piaghe sparse dappertutto per il corpo ed hanno le gengive sanguinanti.

-Allora vengo in Inglaterra, disse l'anziano medico. Prima però ci fermiamo a Mazzàra a fare scorta di cibo fresco.

-Cosa le serve?

--Trecento libbre di limoni verdelli e poco altro. Vedrà che le gengive non sanguineranno più.

 

inverno 1754

Quando Samuele tornò in Siquilliyyah, otto anni dopo, la costruzione del villaggio di San Nicola era stata portata a compimento. Come progettato, lo avevano edificato alle pendici dell'imponente picco calcareo di Monte Còfano, sulla sella tra la tonnara che Peppe Masso stava rimettendo in opera attorno ai resti della torre distrutta a suo tempo dalle galeotte di Biserta, e la costa di Cornino. Una torretta di avvistamento era stata piazzata appena sotto la cima del monte, e scrutava il mare giorno e notte, comunicando in continuazione con il villaggio. Poco lontano, nelle grotte Mangiapane, era stato costruito un piccolo granaio fortificato, alla maniera dei ksour tunisini.

Era diventata una piccola comunità di gente dalle origini più varie, dedita alla coltivazione del frumento, alla pastorizia e alla pesca del tonno. Dopo poco tempo quelli di San Nicola si erano fatti notare dalla gente dei villaggi vicini, oltre per il gran numero di bambini dai capelli rossi a cui si accompagnava una nidiata di vivaci mulatti, per l’ ingegnosità dei loro sistemi di difesa e la pacifica armonìa con cui si svolgeva la vita quotidiana.

Dopo alcune settimane dall'arrivo del vecchio medico ebreo si sparse la voce che a San Nicola c'erano due medici che facevano miracoli con l'acqua di mare. Il più anziano, si diceva, era un sacerdote che aveva vissuto per lunghi anni in cattività a Tunisi. L'altro medico era una donna di quasi cinquanta anni, esperta di erbe e cure naturali.

La mattina di quel 6 dicembre dal villaggio partì una processione che scese verso la costa di Cornino, imboccò la mulattiera che portava alla torre di Còfano, per fermarsi sopra una caletta a metà strada tra la torre stessa e la tonnara.

Peppe Masso tolse dal basto del suo mulo una lastra di marmo finemente scolpita da Mastro Diego e la murò su una parete rocciosa che guardava il mare. Era un bassorilievo che rappresentava San Nicola con la barba lunga e ricciuta. Il santo si appoggiava su di un bastone e teneva il braccio destro alzato in aria, a placare una tempesta in cui era incappato un vascello con a bordo una manciata di persone dallo sguardo smarrito. Era stato scolpito come voto espresso durante il fortunoso approdo di Annamaria, Diego, Peppe, Kahina, Mikil e Pad alla torre di Monte Cofano, quando erano stati sorpresi da una burrascata di ponente e libeccio che aveva fatto rischiare l'affondamento della galera del capitano Xerri.

Alla fine della cerimonia, Diego tirò con delicatezza per una manica il suo amico medico, ormai novantenne. Poi gli indicò, sorridendo, alcuni caratteri incisi in fondo al bassorilievo. Stava scritto in latino: "Posto a cura del Sacerdote Onorio Venza, 1756". Di lato era inciso in minuscoli caratteri: "Diego da Paceco scolpì".

Era l'ultimo gioco di Diego Martinez e Samuele Sala con le loro identità.

fine

 

 

 

Nota per i lettori

 

Oggi la città di Trapani è quella che è: un capoluogo di provincia accantonato, o quasi, nel bagliore a volte accecante di un Mediterraneo ventoso ed irrequieto.

La biblioteca, come tutte le cose in questo posto, è a pochi passi dal mare, appena alle spalle della Capitaneria di Porto. E’ organizzata in maniera a dir poco antiquata ed ha un’aria d’altri tempi che a volte fa venire soggezione solo ad entrarci. Una cosa, assieme alla felpata lentezza del personale, è notevole nella sala di lettura della Biblioteca Fardelliana di Trapani: la luce. E’ una luce forte, si direbbe perfino salina per l’intensità con cui talvolta pervade tavoli e scaffali.

Naturalmente, come in qualsiasi biblioteca che si rispetti, non mancano numerosi libri e manoscritti rari, certamente introvabili altrove. Dimenticate, però, di poter fare una ricerca soddisfacente dei testi: microfilm o elaboratori elettronici sono assenti. La biblioteca di Trapani, per la modernità dei mezzi di consultazione, è più Alessandria d’Egitto prima dell’incendio che le moderne, sensate e godibili biblioteche di Birmingham, Rovereto o del vicino centro rurale di Paceco.

Tornando ai testi rari, a ben pensarci non tutti i libri stampati in città dalla metà del 1600, da quando sorse la stamperia comunale, sono ben rappresentati nella Biblioteca Fardelliana. Manca, ad esempio, la "Relazione della morte di Diego Martinez", stampata da un certo Sani nel 1785.

Di Diego aveva scritto, qualche decennio dopo, Giuseppe Di Ferro, un ufficiale di fanteria autore della prima guida turistica di Trapani e della "Biografia degli Uomini Illustri Trapanesi". In quest' ultimo lavoro l’autore sembrava non aver fatto altro che elencare una sequela di suore, abati e religiosi di piccolo e medio cabotaggio; di converso, in una città nata e cresciuta a mollo nell’acqua salata, a naviganti e pescatori il nostro biografo non aveva dedicato che poche pagine distratte.

A scorrere lo scritto si intuiva che solo grazie alla fede un po’ bigotta e alquanto misogina del Di Ferro il lettore poteva trovare traccia della vita di Diego Martinez, associato ai suoi più nobili e conosciuti concittadini con la curiosa quanto enigmatica qualifica di virtuoso, aggettivo che in questo caso nulla aveva a che vedere con i cantanti d'opera o i violinisti, ai quali di solito volentieri si accompagna.

Per Diego Martinez l’essere degno di imperitura memoria,   dipendeva dall’aver detto di no ad una donna che si era invaghito di lui durante la cattività a Tunisi, e di aver pagato con la vita quella sua neghittosa presa di posizione.

La cosa poteva finire lì, se alcuni testi custoditi nella generosa biblioteca del Museo Nazionale Marittimo di Greenwich non avessero suggerito di riscrivere l’insolita vicenda terrena di Diego Martinez in maniera forse più aderente alla realtà. Questo verificando e spesso felicemente ignorando le notizie arrivate ai giorni nostri attraverso le parole del Di Ferro, già riportate in corsivo all’inizio dei capitoli di questa storia, basata su un’antica quanto disumana usanza di mare.

Antonino Rallo

Vicenza, novembre 1999