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Blu smalto

Presentazione | Nero | Giallo-rossiccio | Blu-smalto | Perla | Piombo

Il mare delle Egadi

Antonino Rallo, 1998

 

Il "Ravaccione" era una petroliera decrepita che riforniva di carburante i mercantili alla fonda di Genova e dintorni.

Lo scafo era stato dipinto di un bizzarro color ciliegia da un armatore sconosciuto. La nave, infatti, cambiava proprietà con la frequenza con cui i marinai cambiavano la biancheria: circa una volta la settimana.

Sul "Ravaccione" il personaggio più noto era Giuseppe, un marinaio siciliano sui cinquanta anni con casa a Genova, dalle parti di Caricamento. Quando lo incontrai era a bordo da ben quarantasei mesi; in pratica dall’ultima volta che il "Ravaccione" era uscito dal cantiere dove gli avevano rattoppato le lamiere esauste e rifilato la verniciatura color ciliegia. La petroliera aveva ottenuto a gran fatica la certificazione per poter navigare nei quattro anni successivi.

Capitai a bordo con un imbarco da cuoco. Dire che sapessi preparare pasti decenti era come affermare che il "Ravaccione" potesse affrontare il mare aperto. Mi sforzavo però di supplire alla mia imperizia impegnandomi a tenere la cucina molto pulita e non rubando sulla "panatica", che poi sarebbe la somma assegnata dall’armatore per il vitto di bordo.

Una mattina Giuseppe si presentò in cucina con una ricetta scritta a matita su un foglietto spiegazzato. Me la porse con una certa titubanza dicendo:

- Noi lo chiamiamo "condimento per la pasta con l’aglio", ma qualcuno sulle navi lo chiama "pesto alla trapanese". E’ come un pesto alla genovese, ma un po’ più ruvido e colorato. Si fa così: pesta in un mortaio qualche spicchio di aglio con un po’ di sale e alcune mandorle.

Buttaci dentro un bel pugno di basilico e qualche pomodoro fresco. Alla fine aggiungi un filo d’olio buono, e condisci la pasta. Puoi stare certo che farai la tua bella figura. Se pensi che alla gente dia fastidio l’aglio, usane poco o niente. Non sanno però cosa perdono.

 

La ricetta fu messa alla prova qualche giorno dopo, risultando gradita anche ai liguri di bordo. Quando giusto una settimana dopo Giuseppe tornò a visitarmi in cucina, lo accolsi con cordialità, sperando di aggiungere un’altra ricetta al mia modesta raccolta. Il marinaio estrasse dalla tasca un altro foglietto e me lo porse. Ci stava scritto: "Per fare un caffè molto buono bisogna che il livello dell’acqua della caffettiera non vada oltre la valvolina; anzi, è meglio che stia appena sotto. Inoltre non c’è alcun bisogno di pressare la polvere di caffè nel filtro".

Rimasi deluso dalla banalità del messaggio e anche sconcertato dal fatto che fosse stato consegnato per iscritto. Ero però convinto che Giuseppe avrebbe potuto sostituirmi in cucina in caso mi avessero concesso qualche licenza, per cui caricai una caffettiera e gli offrii un caffè preparato nel modo da lui suggerito.

Il marinaio poggiò la tazzina sul piano di acciaio dove preparavo i pasti dell’equipaggio e ne fissò a lungo il contenuto.

Questo è il colore giusto, - commentò soddisfatto - colore del catrame, marrone carico che tende al nero. Grazie, penso che hai fatto proprio un buon caffè, - disse allontanandosi dalla cucina senza aver nemmeno appoggiato le labbra alla tazzina.

- Ma che fai, non lo bevi? - gli gridai dietro spazientito.

Rividi Giuseppe il pomeriggio successivo a poppa, mentre fissava la scia di schiuma bianco sporco che il "Ravaccione" si stava lasciando dietro. Lo scafo vibrava e strideva, quasi che l’asse dell’elica patisse malamente il bisogno di una goccia d’olio o un’unghia di grasso per alleviare la fatica del suo moto un po’ stentato.

Ripensai di botto alle sue considerazioni sul colore del caffè e senza nemmeno salutarlo gli gridai dietro:

- E il mare, il mare che colore dovrebbe avere?

 

- Sono tanti i colori dell’acqua salata, tutti meno il colore della brodaglia su cui stiamo navigando. Le hai mai viste le Egadi?

- Dove sono?

- Sono isole al largo di un’isola tanto grande da non sembrarlo. Se petroliere e cisterne di passaggio si trattengono dal lordarlo, il mare delle Egadi ha colori tutti suoi. Colori che da queste parti non vedi da anni. Hai presente il marroncino chiaro tutto attorno a Genova o il giallo pisciazza del Pireo? Beh, il mare delle Egadi è tutta un'altra cosa. Nel porto di Lévanzo, che è l’isola più piccola, l’acqua è tanto limpida che pare cristallo: ti verrebbe voglia di berla. Quando il traghetto attracca a Favignana, invece, le eliche fanno assommare acqua bianchissima, come spruzzata di verde menta; ti porta refrigerio solo a guardarla.

A Maréttimo, dove sono nato io, il colore del mare cambia da cala a cala, da grotta a grotta. A Cala Bianca, ad esempio, certi giorni il mare ha il colore blu smalto, come il colore che diamo alle barche e alle porte delle case che si affacciano in certe piazzette. Se i pescatori non decorassero le barche anche con il bianco, gli scafi si potrebbero perdere in quel blu strano e pulito. Da un momento all’altro, a guardare il mare, penseresti di annusare trementina o acqua ragia; ma dello smalto ha solo il colore: l’odore è quello giusto, di vento e di sale. Anche se sono molti anni che non vedo quel mare, sono sicuro che sia ancora così.

- Sembri un poeta, a come ne parli, - commentai guardando l’orologio - hai mai tentato di scrivere qualcosa?

Giuseppe sembrò preso alla sprovvista dalla mia domanda. Ci pensò un poco e rispose smarrito:

- Io no, perché so fare a mala pena la mia firma. In paese ha tentato di descrivere il mare un certo Masino Daidone; ma era un poeta di poche parole. Una volta, sul piroscafo che ci portava a Favignana, lo sentii mormorare con una certa soddisfazione: "Ce n’è di acqua a mare!" Non mi sembra, però, che sinora lo abbia scritto in una delle sue poesie.

Una risata un po’ stridula pose fine alle parole dell’isolano, che si allontanò tranquillo verso la sua cabina dopo avermi guardato in faccia con occhi folligni. Lo seguii per chiedergli un favore:

- Vado in licenza per una settimana, hai voglia di sostituirmi?

-Cosa devo cucinare? - mi chiese Giuseppe.

-Quello che vuoi, sono sicuro che te la caverai, anche meglio di me - risposi convinto.

I giorni a terra mi fecero dimenticare la monotonia delle ore di navigazione entro l’orizzonte angusto del "Ravaccione", anche se di tanto in tanto mi sorpresi ad immaginare Giuseppe armeggiare silenzioso in cucina, alle prese con ricette bizzarre.

Tornato a bordo gli chiesi subito come era andata.

Bene,-disse Giuseppe caricando la caffettiera per darmi il bentornato in cucina.

-Hai preparato qualcosa di particolare?

-I soliti piatti di bordo, più un paio di condimenti per gli spaghetti che faceva mia madre. Il primo, vale a dire la pasta con la mollica, si fa in cinque minuti. Basta mettere a soffriggere dell’aglio assieme ad alcuni filetti di acciughe salate. Quando le acciughe si saranno sciolte, aggiungi un paio di cucchiai di acqua calda per stemperare la salsa. Nel frattempo fai tostare in padella del pane grattugiato. Scolata la pasta, condisci con la salsa alle acciughe e spolverizza il tutto con una manciata di pane grattugiato.

-Il pane sopra la pasta? -chiesi sconcertato.

- Si, e funziona pure. Non dimenticare un po’ di prezzemolo sopra.

- L’altra ricetta, invece?

- Devi cuocere degli sgombri in salsa di pomodoro per una decina di minuti, e dopo aver calato la pasta sfrega uno spicchio d’aglio su una grattugia e puliscila con della mollica di pane raffermo. La mollica inumidita di aglio la spargi sopra gli spaghetti conditi con la salsa allo sgombro. Non dimenticare un po’ di prezzemolo sopra.

- Non mi hai ancora detto perché te ne sei andato dalla tua isola,-gli chiesi poco dopo.

- La scusa è per mancanza di lavoro, ma la storia è un po’ più lunga. Hai voglia di sentirla?

- Dilla, la tua storia. Io nel frattempo pulisco questi rognoni per farli trifolati per cena. A me i rognoni hanno sempre fatto un po’ schifo sia pulirli che mangiarli, ma il comandante mi ha detto che bisognava sparagnare. La nave sta cambiando di nuovo proprietà.

Giuseppe si piazzò davanti alla bilancia a molla che troneggiava in cucina e fissando le cifre del quadrante di smalto bianco ingiallito dagli anni, cominciò ad enunciare quello che mi sembrò una sorta di bollettino di guerra:

- Mercoledi 5 maggio 1943.... donne trapanesi sulle mura di tramontana... mariti, fidanzati, figli su convoglio Napoli-Tripoli...donne salutano convoglio con tovaglie e lenzuola bianche...aerei da SW...cacciabombardieri americani B-25 e B-26... provenienza base NASAF Marocco...attaccate navi al largo Isola di Maréttimo...esplosioni a bordo... mariti, fidanzati, figli nella Regia Marina...tutti morti... tutte le navi affondate meno una nave cisterna molto lenta... perso contatto con il resto del convoglio.

- Dove hai preso tutte queste informazioni?

- Ho fatto ricerche in biblioteca assieme al dottor Nemi, uno psichiatra di Sampierdarena. A curarmi del tutto non c’è riuscito, ma con quello che ho imparato sulla seconda guerra potrei farci un libro. Ti sto stufando?

- No, vai avanti.

Per tutto il mese di maggio il mare portò decine di morti sulle scogliere di ponente; ti lascio immaginare in che condizioni. La maggior parte dei corpi assommò vicino al faro di punta Libeccio, dove la Marina aveva un semaforo e qualche batteria antiaerea. Vennero raccolti, trasportati in paese ed allineati tra le tombe degli isolani. Chissà cosa si saranno detti in quelle notti di maggio gli anziani pescatori che

riposavano sotto lastre di pietra con le scritte grattate dal sale e i morti dilaniati dalle esplosioni o annegati nell’affondamento del convoglio. Posso avere del caffè?

- Carica la caffettiera da due.

Giuseppe stette in silenzio durante la preparazione del caffè, che versò in due tazzine. Rimirò con attenzione il colore della bevanda, ne annusò l’aroma, uscì dalla cucina con la tazzina in mano e, credendo di non essere visto, ne lanciò il contenuto fuori bordo. Del caffè, evidentemente, gli interessava più il rituale della preparazione che il berlo. Tornò in cucina con la tazza vuota in mano.

- Buono questo caffè. Avete cambiato fornitore?

- No, è sempre Ligabue. Dove eri arrivato con la tua storia di convogli bombardati e morti annegati?

- Un po' di pazienza, che adesso finisco. Una mattina, all’alba, mi trovavo in barca con mio padre vicino Punta Libeccio, quando il vecchio mi chiese di scendere a riva a prendere una màzzara per la barca. Attraccammo nel molo accanto al faro. Mentre mio padre stava in barca a rassettare gli attrezzi, mi allontanai in cerca di una pietra adatta a farci da ancora, che gli ancorotti di ferro erano stati tutti confiscati nei primi giorni di guerra. Giunto ad una caletta nascosta, vidi nell’ombra una sagoma nera trascinarsi sulla ghiaia latrando come una bestia ferita. Non feci in tempo a raggiungere l’ombra, che era già scivolata in acqua, allontanandosi in silenzio.

-Sarà stata una foca.

-Forse era una foca, tanti mi hanno detto la stessa cosa; ma si lamentava come un cristiano in agonia. Mi avvicinai al punto dove avevo visto l’ombra e trovai macchie di sangue fresco accanto ad una piastrina metallica con una matricola della Regia Marina. Mi si rizzarono i capelli dalla paura e tornai di corsa al molo; saltai in barca e mi nascosi nella stivetta di prua. Gridai a mio padre di lasciar perdere la màzzara e di andare via da quel mare pieno di ombre. Poi mi coprii con una coperta sdrucita per difendermi da un freddo improvviso che

non mi abbandonò nemmeno a casa. Stetti diversi giorni a letto con la febbre, alternando frasi sconnesse a preghiere per le anime del Purgatorio. In paese si diffuse la voce che ero scaratteriato, fuori di senno.

Con mio padre non volli uscire più in mare. Non solo la sua, ma tutte le barche mi erano diventate insicure; tutti i tratti di mare attorno all’isola erano diventati insidiosi.

-Come mai sei venuto a Genova?

-Una zia mi aveva raccontato dei miracoli che il dottor Nemi faceva con gli scaratteriati, così mi decisi a venire qui per farmi curare. E poi a Genova ero convinto di trovare una nave sicura, una nave tanto fortunata da togliermi la paura di stare in mare.

-A proposito, come si chiamava quell’unica nave scampata all’affondamento del convoglio?

-Si chiamava "Ravaccione", -disse Giuseppe finalmente tranquillo - e noi ci stiamo navigando sopra.