1861 -2011

150° anniversario Unità d'Italia

Personaggi forlivesi nel Risorgimento

ne parla il prof. Roberto Balzani

Il prof. Balzani ha iniziato il suo intervento del quale ha anticipato il carattere di biografia collettiva dei forlivesi nel Risorgimento.

E' indubbio che Forlì è una città del Risorgimento, basta ricordare il monumento a Saffi che ci accoglie nella piazza che porta il suo nome dal 4 settembre del 1921; il professore, sindaco della nostra città, ha sottolineato come il 150° dell'Unità d'Italia coincida anche con il 90° anniversario della posa del monumento, pertanto l'anno prossimo sarà pure ricordato e festeggiato tale evento. 

Un Risorgimento, quello forlivese, molto plurale, perchè attraversato da personalità che rappresentano mondi molto diversi, quello mazziniano, repubblicano, ma anche il mondo liberale, fatto degli uomini che passarono da Pio IX a Cavour, e che furono molto importanti per la nostra città, e oggi molto meno ricordati.

Prima di esaminare da dove venisse questa spinta, Balzani ha tratteggiato la Forlì di allora, che contava tra le sue mura e nei sobborghi appena fuori da queste, nel periodo tra la caduta di Napoleone ed il 1861, dai 15 ai 18-20 mila abitanti. Molto maggiore era il numero dei forlivesi che vivevano nelle campagne. Quindi una città non enorme ma già grande rispetto ad altre città di Romagna; la città murata più densamente abitata della Romagna allora era Faenza, la città più importante, seconda era Forlì, mentre più piccola era allora Ravenna, Cesena era un terzo di Forlì e molto più piccola era Rimini.

Ciò fa comprendere come esistesse una demografia molto diversa da oggi, dove la prima città è Rimini, la seconda è Ravenna, seguita da Forlì e subito dopo da Cesena, 117.500 abitanti contro i 90.000 circa, ma se a Forlì non considerassimo gli immigrati, la popolazione sarebbe ora sotto i  livelli del 1871, meno di 105.000 abitanti. 

La Forlì di allora era invece una città in crescita, pur avendo degli standard demografici molto moderati come tutte le città della regione, ma una città importante dopo il 1815 ed ancora nel 1861 perchè durante il periodo napoleonico le città che erano state gli autentici capoluoghi di questo periodo, che va dal 1797 al 1814, erano state  proprio Forlì e Faenza, i faentini avevano interiorizzato il gusto neoclassico e lo avevano trasferito nelle loro case, negli interni, nelle decorazioni e negli affreschi, ed ancora oggi Faenza è una capitale del Neoclassicismo. Anche dopo la caduta di Napoleone, erano rimasti affezionati, non agli di Napoleone, ma al gusto napoleonico che avevano portato avanti anche nel periodo della Restaurazione. 

Forlì invece era diventato un capoluogo amministrativo, scelta nel 1798 quale capoluogo del Dipartimento del Rubicone (che comprendeva tutta la Romagna escluso Lugo ed Imola, la prima sotto Ferrara, la seconda sotto Bologna), sostituendo il capoluogo della Legazione pontificia Ravenna.

a Forlì si trovavano gli uffici pubblici, la prefettura, gli uffici dello Stato e con questi arrivano i Licei, un apparato di tipo burocratico, con ingegneri, medici, le professioni liberali delle quali si dota lo stato napoleonico; tutto ciò incrementò il livello della città, il mondo napoleonico fatto soprattutto di funzionari ed in qualche caso anche da intellettuali; un mondo che si trova orfano dopo il 1815 (caduta di Napoleone) perchè buona parte non riesce a ricollocarsi nel nuovo ordine. Il funzionariato amministrativo viene quasi tutto espulso dai nuovi apparati dello Stato pontificio, i livelli apicali vengono ripresi dagli ecclesiastici, ragion per cui molti di questi funzionari notabili che avevano detenuto di fatto, che avevano scalato il potere amministrativo ed anche il potere economico, naturalmente, si ritrovarono  in primo luogo orfani di una collocazione sociale. 

Pio VII , soprattutto nel primo periodo caratterizzato dalla presenza del cardinale Consalvi, aveva tentato di realizzare di una forma di monarchia amministrativa di stampo napoleonico, ma non vi riuscì, all'interno della corte di Roma aveva preso il sopravvento una corrente più conservatrice definita dei "cardinali zelanti" che aveva messamente imposto una frattura con quello che era stato il modello napoleonico.

Ci si trova quindi con questo gruppo di notabili, qualche centinaio di famiglie,  influenti che improvvisamente si ritrovano a non detenere più questo primato all'interno dello spazio urbano ed ovviamente soffrono di questo. La Carboneria è la loro risposta a tutto ciò, il tentativo di creare una sorta di organizzazione sociale parallela, segreta, in grado di condizionare la vita urbana ufficiale. Nella penisola la Carboneria si sviluppa a macchia di leopardo, in alcune zone, soprattutto nel meridione è più militare, nel nostro territorio è invece più borghese, un mondo di notabili ex napoleonici i quali cercano di organizzarsi e di condizionare la vita urbana attraverso una forma quasi parasegreta di mutuo soccorso nei confronti degli ambienti partigiani che venivano organizzati non nelle vendite carbonare, che erano il cuore della Carboneria e raccoglievano i notabili, ma in strutture parallele di artigiani che raccoglievano un centinaio di persone e che venivano chiamate la "turba liberale" che organizzavano calzolai, maniscalchi, fabbri ferrai, le attività artigianali del borgo, che erano poi collegate al mondo dei notabili attraverso delle forme ancora embrionali di mutuo soccorso, per sovvenzioni in caso di malattia di problemi della famiglia, ecc. Un rapporto che si potrebbe definire paternalistico, ma assai funzionale che rendeva una città parallela, un governo parallelo sotterraneo, che affiancava quello ufficiale, e che era ancora il "calco" del mondo napoleonico. Questa struttura ovviamente non stava assolutamente bene al governo pontificio che inizia verso il 1817 e culmina tra il 18120-21 una repressione di questo mondo, attraverso la politicizzazione della Carboneria; i magistrati del papa considerano pericolosa la Carboneria soprattutto per i suoi aspetti politici, perchè fa riferimento al liberalismo, al ruolo della costituzione, alla Massoneria, di conseguenza i carbonari vengono identificati come pericolosi portatori di idee sovversive. Viene costruito una sorta di teorema giudiziario, quello che verrà esplicitato nella famosa sentenza "Rivarola" del 1825, quando furono presi oltre 500 di questi notabili romagnoli e sbattuti fuori dal consorzio civile, alcuni furono costretti ad emigrare, altri furono incarcerati, quello di politicizzare questo mondo carbonaro considerandolo sovversivo.                               

In realtà questo mondo carbonaro era solo in minima parte politicizzato, solo pochi si interessavano della Costituzione, dell'unità d'Italia, se questa doveva realizzarsi sotto una monarchia o una repubblica, o regni federati, il resto era impegnato nel controllo sociale, l'apparato d'influenza che notabili, persone importanti in qualche modo esercitavano nella struttura sociale composta in gran parte da analfabeti e verosimilmente non parlava di cose così "alte", ma parlava di cose molto più concrete.

Ma il sistema di  Rivarola politicizza tutti, fino all'ultimo artigiano, l'ultimo calzolaio liberale  che viene così marchiato come sovversivo.

Se questo non è una sorpresa per Piero Maroncelli, impegnato politicamente nei rapporti tra le varie realtà carbonare della penisola, tra la Romagna e Milano, con Federico Confalonieri, Silvio Pellico, certo lo è per molti altri che scoprono una condizione sociale, civile che non prevedevano; questi, spesso, sono costretti ad emigrare e maturano una vera e propria via politica loro, marchiati, liberali lo diventano veramente. 

Tra questi troviamo Primo Uccellini, un carbonaro ravennate, figlio di uno scrivano napoleonico, che viene sospettato di avere scritto un libello e di aver affisso una pasquinata, dei versi satirici contro il papa ad una delle colonne della piazza del Popolo di Ravenna. Il poveretto viene arresto e sbattuto in galera; interrogato, non parla e viene esiliato dallo Stato Pontificio. Inizia così una vita avventurosa, finisce in un campo di concentramento in Francia, di qui viene mandato in Vandea da dove scrive lettere dove esprime la sua disperazione per essere finito "in un posto peggiore da dove veniva". Uccellini scrisse le sue memorie e pure in queste non si comprende se davvero avesse scritto ciò che era stato l'origine di tutte le sue peripezie, è probabile che non le abbia veramente scritte, ma alla fine, anche se non lo era, divenne veramente uno di quelli che voleva rovesciare il papa, combattere lo Stato Pontificio.

Questo rappresenta le origini di questo mondo forlivese, massicciamente infiltrato da questa esperienza carbonara, molti vengono arrestati, è il caso di Piero Maroncelli, altri restano in libertà, ma essendo stati controllati, repressi, finiscono per dedicarsi ad attività, nelle quali possono recuperare una sorta di autonomia dal potere pontificio, non quello politico, ma da quello economico.

Fondano le Casse dei Risparmi, oppure si dedicano ad attività agrarie per il miglioramento dell'agricoltura, oppure si dedicano ad accademie di tipo letterario attraverso alle quali passano forme culturali; c'è una sorta di riflusso verso una forma di autonomia culturale ed economica che mantiene vivo questo spirito, questa sorta di nostalgia per questo mondo francese che era stato il mondo in cui erano cresciuti ed i loro genitori erano vissuti ed avevano costruito lo stato moderno nel nostro territorio, le grandi trasformazioni  che avevano rappresentato un salto di qualità per la Romagna nei primi anni dell'Ottocento. 

Il periodo risorgimentale ha quattro importanti personaggi forlivesi, a prescindere da questa sorta di protomartire che è Piero Maroncelli, che ha questa grande sfortuna-fortuna di capitare allo Spielberg con Silvio Pellico, di essere da lui raccontato in quello che resta il più importante best-seller del Risorgimento "Le mie prigioni" e quindi di essere conosciuto ovunque per la sua vicenda tragica e molto romantica. In realtà Maroncelli non tornerà più a Forlì, una volta liberato andò in Francia aderì al socialismo utopistico di Charles Fourier, che teorizzava nei falansteri, grandi comuni, la possibilità di vivere una vita legata a forme di famiglia allargata, di libero amore, una deviazione di tipo utopistico che in Francia non ha il successo sperato. Maroncelli si sposta quindi in America, dove, a New York, incontra vecchissimo Lorenzo Da Ponte, che fu librettista di Mozart, e a New York si lega nuovamente a gruppi utopistici americani dell'area di Boston. Vive questa vita abbastanza strana completamente staccata dal mondo italiano, sino alla morte avvenuta nel 1846. Maroncelli resta un personaggio straordinario che interseca un sacco di correnti strane, incontra Edgar Alan Poe, ma che non ha più nulla a che fare con Forlì.

Invece nell'ambito propriamente forlivese abbiamo quattro personaggi davvero importanti attivi nel periodo risorgimentale che fanno di Forlì una città altrettanto importante per il Risorgimento. Due dell'area mazziniana, Aurelio Saffi e Giovita Lazzarini, due dell'area liberale, Cesare Albicini e Carlo Matteucci.

Tutti divengono ministri, due della Repubblica romana, Aurelio Saffi agli Interni e l'avv. Lazzarini al ministero di Grazia e Giustizia; Cesare Albicini alla Pubblica Istruzione con Luigi Carlo Farini durante il Governo provvisorio delle Romagne nel 1859 e Carlo Matteucci sarà ministro della Pubblica Istruzione del Regno d'Italia nel 1862.

Quattro ministri, tre di questi professori universitari, Carlo Matteucci insegna Fisica a Pisa, Cesare Albicini insegna Diritto costituzionale a Bologna, università di cui sarà pure rettore dal 1871 al 1874 e Aurelio Saffi professore all'università di Bologna di Relazioni internazionali, l'attuale Diritto internazionale.

Il più sfortunato dei quattro fu invece Giovita Lazzarini, nato nel 1813, Matteucci è del 1811, Saffi del 1819, Albicini, il più giovane, è del 1825. Lazzarini fu avvocato, persona assolutamente mite, che come Saffi si trovò in questo terremoto che fu il 1848, anno straordinario nel quale si parte da Pio IX e si arriva con Mazzini.

Saffi e Lazzarini partirono riformatori con Pio IX sperando nello Statuto e che, conseguentemente alla guerra contro l'Austria divenendo il Presidente della federazione italiana, infatti nei primi mesi del '48 Pio IX sembrava il grande leader politico dell'Italia moderna.

Quando però la guerra cominciò, Pio IX ritirò la sua partecipazione alla guerra all'Austria e tutti quelli che aveavano creduto in lui come grande federatore d'Italia, si trovarono abbandonati e molti al fronte, spazzati via nella battaglia di Vicenza, una esperienza tremenda.

A guerra finita, sconfitti, l'Austria è tornata ad imperare, molti di questi patrioti si interrogarono su ciò che era accaduto e su cosa si dovesse fare. La prospettiva di molti di questi, tra i quali Aurelio Saffi e l'avvocato Lazzarini, già riformatori e sostenitori di Pio IX, scelsero la via più radicale per il progetto di una Italia unita.

Si ritrovarono il 13 dicembre del 1848 a Forlì tutti i circoli popolari, che non erano altro che organizzazioni nazionali delle zone dello Stato Pontificio del nord dalle Marche in sù, e decidono di andare a Roma per chiedere la Costituente, dalla quale scaturirà la Repubblica romana.

Il 1848 fu l'anno che cambiò la vita per sempre a questi uomini, Saffi era un funzionario della Provincia, una vita tranquillissima, improvvisamente dal 1849 diventò un esule per ragioni politiche, estromesso dalla sua vita, dalla sua famiglia, non vedrà più sua madre che morirà di colera nel 1855.

Ancora peggio per l'avvocato Lazzarini, durante la breve Repubblica romana egli era Ministro di Grazia e Giustizia a Roma, subì l'assedio dei francesi rimanendo al suo posto, pensando che quando fosse caduta la Repubblica, perdonato dal Papa poichè non aveva fatto nulla di male, sarebbe ritornato a Forlì a fare la sua professione. Aveva la moglie incinta, nacque il secondo figlio che non vedi mai, fu estromesso dall'incarico, cominciò a vagare per il Mediterraneo attendendo la sperata grazia del papa, ma finisce i suoi giorni colpito dal colera mentre si trovava Marsiglia Nizza, morì nell'agosto del 1849 a 36 anni. Sono conservate le lettere alla moglie, bellissime, che raccontano la storia di un padre di famiglia straordinariamente affettuoso, al quale il destino fu così avverso.

Il prof. Balzani, molto argutamente, ha sottolineato come questi due giovani forlivesi andarono a Roma, furono ministri e ritornarono, quando riuscirono a tornare a casa,  più poveri, perciò meritano veramente un monumento.

Degli altri due, Matteucci aveva una grande passione per la Chimica, Elettrofisiologia e la Fisica, uno scienziato puro, dalle sue memorie si scopre che andò a Parigi da dove tornò dopo aver esaurito ogni risorsa economica, alla fine, per sopravvivere fece il farmacista all'ospedale di Ravenna, ma riuscì comunque a rimanere in contatto con il mondo scientifico finchè fu chiamato dall'Università di Pisa con l'incarico di professore di Fisica e Chimica. lui andò nel 1841 e divenne un grande scienziato di fama europea, vinse medaglie, ebbe riconoscimenti europei e rimase in quell'ambiente liberalissimo, quello che nel 1848 donò le vite di professore ed allievi nelle battaglie di Curtatone e Montanara, che perciò furono chiamate le "Termopili" toscane, perchè dovevano resistere a tutti i costi per consentire il ripiegamento delle truppe francesi.   

 Quando cadde il Granducato di Toscana, Matteucci è un uomo cavouriano, di questo mondo liberale che crede che la scienza debba cambiare la vita dell'Italia smantellando le vecchie forme di istruzione, introducendo l'istruzione tecnica, scientifica; ciò che vorrà, come lui, pure Cesare Correnti, e prima di Matteucci, De Santis, il grande professore di Letteratura italiana.

Matteucci quindi fece parte di questo gruppo di grandi uomini che si alternarono alla guida della Pubblica Istruzione subito dopo l'Unità d'Italia e la morte di Cavour, e fu uno degli artefici della trasformazione dell'Istruzione italiana.

Cesare Albicini, il più giovane, proveniente da una famiglia aristocratica, durante la seconda Guerra di Indipendenza e soprattutto quando si formano le Delegazioni pontificie e viene costituito un governo provvisorio, è di quelli che cercano di portare questi ambienti di ex legazione e dei ducati emiliani con Cavour, cioè dalla parte del Piemonte. Fu l'uomo di fiducia di Luigi Carlo Farini, medico di Russi che fu Ispettore e quindi Governatore di tutte le provincie emiliane e romagnole. Pure lui, con Farini, fu Ministro dell' Istruzione, importantissimo, introdusse la Legge Casati, l'istruzione laica nelle scuole elementari, in Romagna, ebbe una funzione importantissima nel recepire quelle che erano le innovazioni del Piemonte e trasferirle nel contesto dello Stato pontificio.

La sua carriera politica proseguì, dopo l'Unità d'Italia fu Deputato di Forlì dal 1861 al 1865, fu sindaco, prosindaco della città nel 1873 quindi rettore dell'Università di Bologna dal 1871 al 1874.

Professore di Diritto costituzionale, emerito, gloriosissimo, celebratissimo, morì nel 1891 e Carducci gli fece un discorso favoloso.

Albicini fu uno di quei pochi privilegiati che ebbero l'onere del discorso funebre fatto da Carducci.

Quindi il professor Balzani si è avviato alle conclusioni sottolineando come l'ambiente forlivese abbia avuto grande rilievo in questo periodo del Risorgimento, perchè non fu un Risorgimento solo territoriale, ma fatto da uomini che in realtà questo amor di patria lo portarono fuori; Saffi lo porta in Inghilterra dove trova moglie, insegna nelle Università inglesi, torna in Italia. Avrebbe voluto ritornare in Inghilterra visto l'indirizzo degli eventi, ma decide poi di restare e di andare avanti realizzando il sogno dell'Unità d'Italia; Carlo Matteucci fu uno scienziato di livello europeo, Cesare Albicini fu un grande professore; tutti loro costituiscono una elite  di grande qualità, di qualità europea riconosciuta a livello europeo, uomini che hanno avuto, anche nella sventura, la fortuna di incontrare un momento, nel 1848, nel quale tutti questi sono stati sbattuti fuori dal loro contesto e proiettati nel mondo esterno e tutti hanno reagito positivamente, nel senso che sono riusciti a trovare delle strade  che anzi, hanno valorizzato, arricchito nel confronto con l'Europa la qualità anche della loro umanità e anche del loro concetto politico-patriottico che avevano maturato negli anni precedenti.

Il Risorgimento italiano non è una cosa nostra, è un pezzo della grande trasformazione europea della metà dell'Ottocento; sta dentro a quel processo lì.

I nostri uomini, questi uomini che venivano da una piccola città di provincia, si confrontano con questo mondo europeo, alla pari con questo mondo, è il caso di Saffi, di Matteucci.

Un mondo, una generazione italiana che interagendo con l'Europa, imparando dall' Europa, pagando a volte anche il prezzo di stare in Europa, conquista una maturità culturale che la rende una classe dirigente europea.

Balzani ha concluso affermando che ciò è il problema di questo nostro paese oggi, esso non ha più una classe dirigente europea, che riesce a colloquiare, a stare sul livello dei problemi internazionali, sociali, culturali dell' Europa. l'Italia deve compiere un grande sforzo, per tornare ad essere un paese dell'Europa e del  mondo, ora è un paese ripiegato che non dialoga e non parla più, non sembra più interessato a ciò che accade nel mondo, pago del suo piccolo teatro, ma non è così, per i nostri figli dobbiamo riaprirci al mondo.

indietro