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VALORIZZARE LA DIGNITA' DELL'UOMO


Il filosofo G. B. Vico aveva riconosciuto per primo nella storia umana, una forma di ciclicità degli eventi (i noti corsi e ricorsi storici). Questa visone, assimilata nei lontani tempi della scuola, mi guida spesso nella interpretazione della realtà che mi circonda, in maniera più o meno conscia. Ed è proprio alla luce di questa formazione culturale che qualche anno addietro, ho cominciato a riflettere sulla storia dello sviluppo industriale e delle forme di organizzazione del lavoro che l'hanno caratterizzata ed ho cercato di ipotizzare degli scenari futuribili, oltre la "rivoluzione" della Qualità Totale (miglioramento continuo) e oltre ancora l'Innovazione Continua che di quella potrebbe essere la conseguenza e l'erede naturale. Nella notte dei tempi, gli uomini cominciarono a costruire armi ed utensili per le proprie necessità. Probabilmente, qualcuno si accorse di essere diventato bravo e veloce nel fare un certo oggetto per suo uso, da avere tempo di farlo anche per altri, in cambio di qualche altra cosa. In tal modo verosimilmente, dovrebbe essere nata la professione dell'artigiano che per millenni, è rimasta uguale nel concetto di fondo, pur in presenza di una evoluzione tecnologica, qualitativa e quantitativa delle tipologie dei beni prodotti. E' questo il seme dell'industria, un seme che prima di germogliare attende la disponibilità di energia a basso costo. Intorno all'anno mille, le radicali innovazioni apportate all'agricoltura (ricordiamo l'introduzione della rotazione delle colture), aumentarono di molto la resa dei campi. La maggiore disponibilità di alimenti comportò conseguentemente un forte incremento demografico. L'aumento della domanda di beni che ne scaturì, stimolò la nascita di forme di aggregazione degli artigiani (ricordiamo le corporazioni di arti e mestieri di Firenze) per far fronte a tale domanda da una parte ed a consolidare e tutelare il loro potere dall'altra. In questa epoca, assistiamo ad una prima parcellizzazione del lavoro (o forse è meglio parlare di specializzazione) degli artigiani dello stesso comparto: così una pezza di stoffa di lana veniva prodotta con l'intervento, in sequenza, della bottega dell'artigiano filatore, di quella del tintore e di quella del tessitore. E' intuibile che in tale contesto, dovesse essere operante una forma di programmazione per assicurare continuità di lavoro ad ogni artigiano della catena e, probabilmente, uno degli scopi della corporazione a cui appartenevano poteva essere proprio questa. Nel settecento, nasce finalmente l'industria che si sviluppa parallelamente alla possibilità di disporre e di sapere sfruttare energia a basso costo, prima idraulica e poi, nel 1800, quella termica. Nasce però ancora con una certa connotazione artigianale, anche se adesso si identifica un padrone che investe dei capitali per acquistare locali, macchinari, materie prime e si interessa di procurare gli acquirenti dei prodotti della sua fabbrica. Dobbiamo aspettare gli albori del ventesimo secolo per vedere finalmente l'introduzione di un'organizzazione razionale del lavoro con gli studi e le esperienze del Taylor nelle acciaierie di Pittsburgh. La successiva grande innovazione fu poi la catena di montaggio introdotta da H. Ford. L'industria nasce quando si impara a sfruttare l'energia, idraulica prima, termica (vapore) poi. Ma questi ultimi fatti sono ben noti e non vale la pena soffermarci oltre. E' interessante però fare una riflessione sul livello culturale medio delle classi lavoratrici ed in particolare, degli operai, che costituivano la gran massa della forza lavoro, per capire il successo di tali innovazioni. Come ben si sa, fino al secondo conflitto mondiale, gli operai erano in maggioranza analfabeti, con scarsa o nulla coscienza del proprio io. Erano perciò utilizzati in buona sostanza quasi come animali, a cui si chiedeva solo forza muscolare, né di più avrebbero potuto dare. Molto lentamente, tra i due conflitti è cominciato il risveglio massiccio delle coscienze - da cui le prime serie rivendicazioni operaie (tralasciamo gli sporadici moti operai di fine ottocento /inizi novecento che non erano capiti dalla massa proprio per mancanza di cultura) - per esplodere quasi negli anni cinquanta e sessanta. Responsabili di questa fondamentale presa di coscienza della classe operaia sono stati, a mio avviso, la lotta all'analfabetismo, l'aumento della scolarità per legge e, soprattutto, la diffusione della televisione. Quest'ultima è stata ed è tuttora, il principale veicolo di conoscenza e quindi di cultura per milioni di persone in tutto il mondo. Era inevitabile quindi che in quegli anni, avendo gli operai cominciato ad acquisire la coscienza del proprio io e cominciando a porsi quesiti esistenziali fondamentali, si avesse come coscienza immediata la crisi della catena di montaggio, quale manifestazione più palese dell'annullamento della personalità umana. Assistemmo così ad una serie di formule organizzative sostitutive, quali le isole di lavoro e simili, particolarmente sperimentate nell'industria automobilistica. Anche queste però non sortirono sempre l'effetto desiderato che era quello di ottenere aumento di produttività attraverso l'annullamento dei conflitti sociali. Questi avevano come motivazione profonda, spesso nemmeno chiaramente percepita, l'intimo e prepotente desiderio di esprimere sul lavoro qualche cosa di più della sola forza muscolare: si voleva una partecipazione consapevole e creativa al lavoro. Si deve all'industria giapponese l'avere capito queste esigenze delle masse operaie e di aver trovato il modo per soddisfarle attraverso l'introduzione della qualità totale. Qualcuno può giustamente obiettare che l'invenzione della qualità totale non fu finalizzata proprio a questo scopo: la cosa che conta è che risultò il mezzo più efficace per impiegare la risorsa umana non soltanto come braccia ma anche come cervello, risolvendo alla radice una situazione conflittuale in cui si dibattono ancora molte aziende occidentali. Se volessimo fare un raffronto tra la storia umana e quella industriale, gli anni della catena di montaggio potrebbero essere considerati medioevo e quelli attuali un vero e proprio umanesimo, con la riscoperta e la valorizzazione della dignità dell'uomo, che si possono realizzare proprio attraverso la qualità totale. Una volta avviato il processo di coinvolgimento delle maestranze nel lavoro che svolgono, ne consegue automaticamente un incremento di professionalità che a sua volta porta ad un ulteriore interessamento e coinvolgimento nel lavoro. E' a questo punto che mi sono domandato dove potrebbe portare questa spirale evolutiva e se per caso, non possa diventare a sua volta origine di nuovi conflitti sociali, visto che esiste un limite fisiologico ad ogni forma di coinvolgimento. Quindi, quale può essere questo limite? La risposta che ho trovato a questo quesito è in una radicale revisione del rapporto fabbrica/maestranze e del concetto stesso di fabbrica. Qui mi è stata di aiuto la concezione vichiana della storia: visto che l'industria si è sviluppata partendo dall'artigiano, ad una forma di artigiano dovrebbe ritornare nuovamente per completare il suo cielo storico, da cui ripartire per iniziarne uno nuovo., Così definito un possibile orizzonte, si può ipotizzare che il limite cui tende il coinvolgimento sempre più spinto degli operai possa essere quello di vederli diventare dei liberi professionisti all'interno della fabbrica. Il ruolo di questa sarebbe allora quello di acquisire il mercato, acquistare le materie prime, impianti e le macchine necessarie al lavoro e renderle disponibili ai suoi ex lavoratori. Ciascuno di loro, o a piccoli gruppi integrati, dovrebbero concordare con l'azienda i programmi ed i prezzi e poi porterebbero avanti il lavoro come dei veri e propri artigiani, utilizzando i mezzi ed i materiali resi disponibili dall'azienda. Bisogna fare attenzione a non confondere una simile organizzazione con il lavoro a cottimo: nel tipo di organizzazione ipotizzata, non dovrebbe esistere più l'operaio tornitore, il fresatore, ecc., cioè la parcellizzazione spinta del lavoro come oggi la conosciamo, ma una nuova figura di lavoratore dotata di elevatissimo livello professionale e di adeguato grado di imprenditorialità. Questa figura, facendo l'esempio di una lavorazione meccanica, dovrebbe essere capace, partendo dal materiale grezzo, di arrivare al prodotto finito, facendo tutte la fasi che richiedono macchine utensili, capace cioè di realizzare la forma indicata dal disegno e di commissionare ad altri suoi colleghi l'esecuzione di quei processi in cui potrebbe non essere esperto (trattamenti termici, finiture galvaniche, ecc.). Egli dovrebbe sentirsi responsabile verso l'azienda della qualità del prodotto realizzato e dei termini di consegna concordati. In altri termini, questi moderni artigiani si differenzierebbero dai loro colleghi attuali e pre-rivoluzione industriale, soltanto per il fatto che opererebbero in una forma di simbiosi con una struttura industriale la quale contribuirebbe alla comune impresa con la fornitura dei mezzi e dei materiali di produzione e con le altre attività che al giorno d'oggi, per la complessità del mei-cato e dei prodotti, non possono essere alla portata del singolo. Certamente questo tipo di rapporto fabbrica - operai non sembra che possa trovare generale applicazione ma sia piuttosto idonea ad aziende in cui la lavorazione non sia di grande serie, oppure si lavori per commessa. Una organizzazione del lavoro come qui ipotizzata, richiederebbe una profonda trasformazione di alcune funzioni come Tempi & Metodi e Programmazione. In particolare, quest'ultima dovrebbe profondamente modificarsi, per esempio, abbandonando il criterio di partenza del carico macchina (o di reparto), per passare a quello del carico uomo. In un contesto aziendale così modificato, ecco che ogni operaio/artigiano sarebbe fortemente motivato a richiedere all'azienda tutte quelle varianti di disegno, di metodi di produzione, di attrezzature e simili, che lo porterebbero a ridurre i tempi di lavorazione ed a migliorare la qualità del prodotto. Verrebbero inoltre a cadere buona parte dei motivi di attrito che siamo soliti vedere nelle nostre fabbriche, in quanto sostanzialmente il dialogo avverrebbe tra soggetti con pari dignità ed autorità. Certamente l'assenteismo dovrebbe cadere a valori molto bassi, mentre la produttività dovrebbe raggiungere valori massimi. Non essendovi più un rapporto di dipendenza con l'azienda, non si potrà più parlare di salario ma di pagamento di prestazioni e lo stesso ruolo del sindacato andrebbe radicalmente rivisto. Qui devo fermarmi perché lo scopo di questa nota non è quello di teorizzare un nuovo modo di fare industria che è tutto da inventare (non sarebbe permesso dalla attuale legislazione sul lavoro), ma stimolare gli studiosi di organizzazione industriale, ad una riflessione sulle conseguenze estreme cui può portare un coinvolgimento sempre più spinto dei lavoratori nelle attività che svolgono, quale conseguenza dell'assimilazione delle logiche della qualità totale ed in particolare, del miglioramento continuo. Prima di chiudere, sembra utile riferire su un esperimento condotto personalmente. Nella seconda metà degli anni 80, dirigevo uno stabilimento aeronautico di medie dimensioni in cui vi era un piccolo reparto per lavorazioni con macchine utensili tradizionali. L'esperimento consistette nell'affidare ai due operai più esperti (che conoscevano cioè le macchine utensili che avrebbero dovuto impiegare), la lavorazione completa di due lotti di particolari meccanici. Prima di iniziare, fu loro chiarita la finalità dell'esperimento, furono concordati i tempi entro cui avrebbero dovuto consegnare i loro prodotti finiti e fu data loro la disponibilità delle macchine e degli impianti richiesti dai cicli operativi. I lavori furono portati a termine con notevole anticipo rispetto alle scadenze concordate, con una spesa di ore di lavoro inferiore di circa il 10% rispetto ai tempi standard. Inoltre, non vi furono né scarti né rilavorazioni. Ma quello che più vale la pena di rimarcare, è il grande livello di soddisfazione e di impegno con cui i due operai portarono avanti il lavoro e l'interesse che gli altri lavoratori mostrarono per l'esperimento avviato. Occorre precisare che questo fu reso possibile da un momentaneo scarico di lavoro del reparto, cosa che consentì la disponibilità delle varie macchine al momento opportuno. L'esperimento, che pur diede interessanti segnali positivi, non poté avere ulteriore seguito per una serie di vincoli esterni. Anche se in misura molto meno evidente e meno spinta, nella stessa azienda fu attuata una organizzazione per le revisioni di aeromobili che affida ogni macchina ad una coppia di operai i quali lavorano su di essa con notevole autonomia e responsabilità. Questo tipo di organizzazione ha permesso di ottenere una economia di costi immediata di circa il 16% rispetto alla precedente organizzazione del lavoro che prevedeva l'alternarsi di vari specialisti sulla stessa macchina.

Fonte: DE QUALITATE - COSTANTINO BIGLIETTO