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Briganti

 

  

Pietro Monaco

E' nel 800 che insorge contro lo strapotere dei signorotti un uomo che

veniva dal popolo e che con la sua  azione, se non sempre rettilinea, cercò di dimostrare che i privilegi dovevano avere fine. Era Pietro Monaco (discendente di Lelio Monaco),

il celebre capo brigante della Sila ricordato da Padula e da Misasi e non sempre

tratteggiato con imparzialità. Raccontava Giovanni Perri, che ricordava le gesta del Monaco e ne era compaesano, che il Monaco si trovò brigante per un sopruso subito e precisamente perché doveva ritornare a fare il soldato di leva dopo averne fatto già sette anni. Allora scappò e dopo avere cercato di uccidere colui che aveva carpito la buona fede del padre si diede alla macchia e insieme alla moglie, Maria Oliverio (*) batté la Sila e i paesi silani recando stragi ma sempre contro il ricco e il potente. Tradito da un compare di Serra

-dicono un Celestino- ferito, ordinò alla moglie di tagliargli la testa e portarsela via per non farne oggetto di ludribio. La moglie così fece e dato fuoco alla

capanna riuscì a  sfuggire ai soldati e dopo poco tempo venne catturata e finì i

suoi giorni in carcere. Il Molfese lo descrive così : “ Pietro Monaco, ex soldato borbonico e poi volontario dell’esercito meridionale garibaldino che

si gettò alla montagna dopo aver ucciso un proprietario di Serra Pedace".

(Storia del brigantaggio in Italia). Altri dicono :

“ Pietro Monaco, detto brutta cera, di Macchia",

frazione di Spezzano Piccolo, sortito da una delle ordinarie leve servì nell’armata borbonica fino al 1860, anno in cui disertò e ritornò a casa. Fu consigliato di partire volontario e così fece ma quando rientrò dopo la battaglia di Agrifoglio venne richiamato per terminare la leva. Prima si nascose e poi passò nella banda di Domenico Palma e infine costituì una propria banda.

(*) Maria Oliverio, appellata Ciccilla, seguiva il marito dopo aver  ucciso

la sorella Filomena Oliverio, per gelosia, come la descrive N. Misasi in “Magna Sila”, anche se romanzata. Il fatto di sangue avvenne a Macchia

nella casetta vicino alla filanda Gullo, oggi Vico nord II. La Oliverio è originaria di Casole Bruzio. Dopo la morte del marito avvenuta in territorio di Serra Pedace dopo essere riuscita a sfuggire col cugino Nicola, mentre era in una grotta, nel Crotonese, venne catturata e finì i suoi giorni nel carcere dei Fenestrelle.  

 

Scarpino Salvatore:

"La mala unità, scene di brigantaggio nel sud" (1987)

(...) Il popolino la chiamava Ciccilla o Maria, le carte del comando militare che trattò il suo caso la registrarono come Marianna Oliverio, "druda di briganti", e diverse fotografie scattate nel carcere, molto probabilmente in quello di Montalto Uffugo nel 1864 ce ne hanno tramandato l'immagine. Ciccilla vi appare vestita da uomo, alla brigantesca, col classico cappello a pan di zucchero, il duebotte (doppietta), un revolver alla cintura e un braccio al collo, conseguenza di una ferita. Fu la fuorilegge più celebre di tutto il Sud (di lei scrisse anche Alessandro Dumas) e la sua storia, depurata degli orpelli romantici, può aiutare a capire le tensioni e la violenza che caratterizzarono la stagione del brigantaggio postunitario in Calabria.
Ciccilla era la moglie di Pietro Monaco, brigante della Sila che per tre anni riusci a sfuggire alle forze di repressione e fu ucciso da alcuni suoi compagni corrotti col denaro. Un'altra storia esemplare. Pietro era un sottufficiale borbonico che, all'arrivo di Garibaldi, aveva disertato abbracciando la causa della rivoluzione. S'era arruolato col biondo liberatore e aveva combattuto, pare bene, guadagnandosi anche le spalline di sottotenente durante l'assedio di Capua. Ignoriamo quale particolare atto di valore compisse Monaco durante quell'episodio di guerra che non diede a nessuno dei contendenti occasioni di eroismo.
Ricordiamo che Capua fu investita il primo novembre 1860 dal V Corpo dell'esercito italiano. Nel pomeriggio di quel giorno le artiglierie cominciarono a battere la città e il bombardamento durò molte ore, provocando incendi e vittime fra la popolazione civile. Gli abitanti rumoreggiando chiesero ai comandanti borbonici - capo di stato maggiore della piazza era quel capitano Tommaso Cava de Gueva di cui abbiamo citato gli scritti - che cessasse ogni resistenza. E Capua si arrese. Pietro Monaco, comunque, era un animoso: se combattè coi liberatori con lo stesso coraggio con cui fece il brigante, certamente si distinse.
Ma l'avventura unitaria fu breve e deludente. Come tanti altri volontari, l'ex sergente borbonico fu smobilitato, emarginato, diventando di colpo disoccupato e sospetto alle nuove autorità. Era tornato a casa pieno di rancori e s'era impelagato nella lotta politica locale, fatta di contrasti fra clan disposti ad indossare tutte le casacche pur di arraffare potere nei paesi. Scivolato in una brutta storia di vendette e di offese, Pietro uccise un possidente di Serrapedace, piccolo centro alle falde della Sila, e dovette darsi alla macchia. Dopo poco tempo, era a capo di una comitiva di sbandati e di ribelli, era brigante. La sua guerra non ebbe alcun obiettivo politico preciso, né si collegò direttamente ai tentativi di restaurazione borbonica operati in altre zone del Mezzogiorno: fu una lotta, ben nota da secoli a molti calabresi, contro baroni e galantuomini che, in questo caso, s'erano schierati non disinteressatamente coi nuovi governanti. E naturalmente questa lotta faceva gioco ad altri baroni e ad altri possidenti che, per motivi diversi, col nuovo ordine non s'intendevano. Per capire la guerra di Pietro Monaco bisogna conoscere la Sila, aspra, fatata e boscosa che un insondabile disegno ha fatto sorgere su una terra circondata da un mare tiepido. La Sila, prima che la riforma agraria dei tempi nostri l'ingrigisse, era ricca di mandrie, abitata secondo il ritmo delle stagioni da caporali delle vacche, carbonai e contadini caparbi e parchi che la sfruttavano magari senza il ritegno e la pazienza che gli ecologi di oggi avrebbero usati. Il bisogno non è un buon consigliere. Era una montagna solenne e dura, bellissima e ricca. Sì, ricca, almeno secondo i metri di valutazione del tempo andato: oggi le montagne appaiono buone soltanto per gli albergatori e i turisti, ma una volta non era così. La Sila era amata e difesa, soprattutto dai contadini senza proprietà ai quali il regime demaniale di gran parte di quella terra garantiva il diritto di sfruttamento. Ma proprio per questo la storia della Sila è una storia di rivolte e di usurpazioni, di boschi e di pascoli contesi da baroni e contadini. Una vertenza secolare che periodicamente finiva davanti ai giudici, spesso davanti al giudice supremo, che
era il re. I baroni tendevano ad usurpare le zone demaniali, i contadini difendevano il diritto di fare legna e di coltivare. La storia giudiziaria del regno di Napoli è piena degli scartafacci con cui le "università", le comunità, silane si opponevano alle pretese dei feudatari. Ma per scrivere quelle carte bisognava trovare gli avvocati, pagarli soprattutto, avere pazienza e fiducia nei giudici. E giudici e avvocati quasi mai erano dalla parte dei cafoni, i quali conoscevano anche sistemi più spicci per regolare le questioni. Accadeva così che spesso le carte legali lasciassero il posto alle fucilate. La vita nei borghi era avvelenata da faide, soprusi, violenze. Anche per questo il brigantaggio nella zona era endemico: i Borboni nel 1845 avevano istituito le corti marziali per gli "scorridori di campagna" e nel '47 avevano inviato il generale Statella a dirigere la repressione della guerriglia contadina. Nel '49 era stato mandato il maresciallo Ferdinando Nunziante col potere di dichiarare lo stato d'assedio che di fatto, in alcune zone della Calabria, cessò soltanto nel '52. Ma nel '59, quando il regno era vicino alla fine, Francesco II aveva dovuto mandare in Calabria il generale Emmanuele Caracciolo di San Vito col potere di nominare consigli di guerra per giudicare i briganti. Il crollo dei Borboni aveva creato quindi una situazione di disordine e incertezza nella quale il brigantaggio divampò con rinnovata violenza: tutto il Sud era in rivolta, la stagione era propizia per regolare i conti sospesi. La fine del regno scatenò gli appetiti: era il momento di accaparrarsi le terre demaniali e quelle ecclesiastiche e chi poteva concorrere alle aste se non i vecchi baroni e i nuovi protagonisti, i "galantuomini"? I moti contadini scoppiarono- anche per questo, non sarebbero bastate le sobillazioni dei borbonici e del clero. Per molti briganti calabresi può valere la morale   che si trae da un episodio riferito dallo storico Franco Molfese. Eccolo. Un avvocato fu sequestrato da una banda di briganti campani e, per ingraziarseli e convincerli a rilasciarlo, cominciò a vantare il suo borbonismo, l'attaccamento alla spodestata dinastia. Un brigante lo ascoltò per un poco, quindi tagliò corto, dicendogli: "Tu sei avvocato, sei un uomo istruito, pensi veramente che noi fatichiamo per Francesco II?". Ebbene, i briganti della Sila combattevano per se stessi, contro i nemici di sempre, e facevano la guerra contro i soldati per legittima difesa, ma anche perché i soldati rappresentavano un regime che appariva oggettivamente schierato contro i pastori e i contadini, un regime fatto su misura per i "galantuomini" accaparratori. Cominciarono a tirare sui bersaglieri con lo stesso spirito con cui avevano tirato sui soldati e sulle guardie urbane del Borbone. La banda di Pietro Monaco fu abbastanza numerosa, anche se non raggiunse mai le dimensioni di quelle di Crocco o di Chiavone. I capibanda calabresi collaboravano fra loro, ma non cercarono mai di centralizzare il comando delle forze; individualisti e sospettosi l'uno dell'altro applicavano fino in fondo il vecchio proverbio calabrese che dice: "Miegghiu cap'i licerta ca cud'i liuni" (meglio testa di lucertola che coda di leone). Gli obiettivi non erano direttamente i reparti militari, coi quali comunque si doveva fare a fucilate, quanto i possidenti e i loro servi armati, squadriglieri da quattro carlini al giorno, sempre ambigui, in equilibrio instabile e sospetto fra i briganti, gente del loro mondo, e i padroni che pagavano poco e tardi, dopo avergli fatto allungare il collo, ma pagavano. Pietro Monaco - descritto da Michele Falcone, un sequestrato che ebbe modo di osservarlo da vicino per molto tempo, come "tarchiato della persona, bruno di volto e di pelo, con occhi fieri e incavati che ispiravano diffidenza ed orrore,— attaccava masserie isolate, scannava greggi intere, metteva taglie sui proprietari. Ciccilla se ne stava a casa, in paese, dove il marito rientrava spesso. La latitanza era facile, c'erano i manutengoli, i galantuomini disposti ad aiutarlo. Marianna un giorno si accorse che il marito guardava, durante i periodi che trascorreva a casa, con troppo interesse la cognata. Marianna non ebbe dubbi e una notte, con trenta colpi di scure, come lei stessa ebbe poi a confessare, uccise per gelosia la sorella. Pietro, che probabilmente avrebbe preferito lasciarla a casa, dovette per forza portarla con sé, non poteva abbandonarla alla giustizia. Quei trenta colpi di scure, poi, erano un chiaro indizio di predisposizione alla vita brigantesca. Cosi Marianna alias Ciccilla smise la gonna e indossò la tenuta del fuorilegge, giubba coi rever decorati da monete usate come bottoni e calzoni di velluto, che in più occasioni la fecero scambiare per "un imberbe e biondo giovinetto”. Tutti coloro che ebbero a che fare con lei non accennarono mai a una particolare ferocia, a una morbosa violenza del carattere, mentre del marito molti sottolinearono la spietatezza, compreso quel Michele Falcone il quale scrisse che Pietro Monaco "nella ferocia dell'indole ritraeva moltissimo Fra Diavolo, il fido amico di Carolina d'Asburgo". Ma Michele Falcone non era obiettivo e pagava il suo scotto di galantuomo acculturato alle mode politiche e letterarie dell'epoca. Come vivevano i briganti? Si prendevano qualche soddisfazione, ma la loro vita era dura. Dormire con un occhio solo, spesso all'addiaccio, muoversi sempre, camminare, cavalcare, col fucile che diventa il naturale prolungamento del braccio, dare morte e aspettarsi la morte. Senza pace, una giostra violenta fra boschi e fiumare, muoversi a primavera e in estate, quando i giorni sono lunghi e caldi, quietarsi in inverno, come le serpi, nelle capanne misere dei carbonai, ma sempre col duebotte fra le ginocchia.
Mangiare e bere, certo, cavarsi la fame, una fame stagionata, più vecchia di loro, banchettando con le pecore dei signori che loro e i loro padri per anni avevano guardato senza poterle toccare. Bevevano il vino nero e aspro (ma qualche manutengolo mandava il rosolio) e usavano le loro donne senza vezzi, contadine ardite che soltanto da brigantesse si levavano, anche loro, qualche sfizio. Di denari ne maneggiavano tanti, ma ben poco rimaneva attaccato alle loro dita. L'arte di tenere i soldi è da "civili", presuppone una collaudata consuetudine con l'oro; i briganti scialavano per una breve stagione, sapevano che una palla prima o poi li avrebbe fermati. C'erano anche i manutengoli da ungere, la gente che faceva arrivare in campagna - rischiando grosso - armi e polvere, tabacco, notizie. Ma l' ebrezza di quella vita raminga era costituita dal potere. Quanto valeva la morte di un nemico odiato intensamente per anni? Che prezzo dare alla sottomissione di un piccolo don Rodrigo di paese? Questa era la droga dei briganti, la sensazione inebriante di poter creare e applicare, lì e in quel momento, l'unica legge. Dopo, ma soltanto dopo, sarebbero giunti i bersaglieri, gli squadriglieri e la morte. Amen. Al fondo della morale dei ribelli c'è una disperazione senza fine, la convinzione che nessun regime assicurerà quella giustizia giusta che ai cafoni serve più del pane. E se si deve scegliere fra i governanti antichi e nuovi, meglio il vecchio re, sospettoso dei galantuomini e dei baroni, il vecchio re pacioso degli aneddoti napoletani - Francesco Il era giovane, ma quel che conta è l'archetipo del regnante borbonico - che quello nuovo, tutto sciabole e speroni e squilli di tromba e scariche di fucileria. Viva lu rre, quello loro, quello della Sila regia e della dogana delle pecore, e viva la Madonna del Carmine, perdio! Torniamo a Ciccilla e alla sua banda. Pietro Monaco in poco tempo diventò noto e temuto e vide aumentare il suo prestigio quando, nel dicembre del 1862, un brigante pentito, Giuseppe Scrivano, d'accordo con un suo parente capo di una squadriglia, il famoso Rosanova,tentò di ucciderlo. Scrivano - che poi, sempre facendo il doppio gioco, finì sparato per sbaglio dai bersaglieri - gli tirò, ma lo ferì soltanto. In Calabria, allora, gli infami non erano amati e il tradimento mancato servì alla leggenda di Pietro Monaco, al mito della sua invulnerabilità.
Ma l'ex sergente borbonico preparò da sé la sua fine quando decise di sequestrare alcuni membri di una ricca famiglia di Acri, i Falcone. Fece il colpo nel settembre del 1863 (insieme con i Falcone sequestrò anche il vescovo di Nicotera e Tropea, De Simone, e un canonico che poi furono rilasciati), ma inseguito da truppa e squadriglieri dovette portarsi dietro gli ostaggi per due mesi. La famiglia Falcone (schierata col nuovo regime: uno dei giovani era caduto a Sapri e altri membri erano, subito dopo l'unità, organizzatori e comandanti della Guardia nazionale impegnata nella lotta alle bande) in più rate pagò 16 mila ducati, oltre ad armi e orologi d'oro, e avrebbe pagato anche di più se i sequestrati, approfittando di uno scontro a fuoco fra briganti e truppa, non fossero riusciti a fuggire. Comunque, i Falcone a Monaco la giurarono e fecero sapere in giro che avrebbero ben pagato chi gli avesse portato la testa del brigante. Nel dicembre di quello stesso 1863, Marrazzo, Celestino e De Marco, uomini della banda Monaco, si presentarono a casa Falcone e dissero che, se gli fosse stato fornito del veleno, avrebbero assassinato il capo. E indicativo che scegliessero subito l'arma delle femmine, non se la sentivano di alzare la mano contro Pietro. I Falcone gli diedero della stricnina, ma il colpo andò a vuoto, i tre cafoni non seppero avvelenare l'acqua. I traditori, quindi, dovettero passare a metodi più spicci e una notte tirarono due colpi mortali a Pietro Monaco addormentato in un pagliaio. Contemporaneamente spararono a Ciccilla, che rimase ferita a un braccio, e uccisero un altro uomo della banda, Giacomo Madeo. A questo brigante tagliarono la testa che, per molti giorni, fu esposta nel punto in cui i Falcone erano stati sequestrati. Ciccilla però non si arrese. Assunse il comando della banda e tenne la campagna per altri 47 giorni, fino a quando, circondata dalla truppa, dovette arrendersi. E furono questi 47 giorni a procurarle la fama. Sulla sua fine si hanno notizie discordanti. Secondo un'annotazione manoscritta sul retro di una fotografia segnaletica, Ciccilla fu condannata a morte e fucilata, secondo un'altra annotazione le furono inflitti quindici anni di galera. Gli assassini di Pietro Monaco furono portati in trionfo per tutti i paesi della Sila e le autorità invitarono i proprietari a fare una colletta per i "pentiti". Una procedura barbara, che fece scalpore e provocò la reazione delle autorità centrali. Marrazzo, Celestino e De Marco furono quindi arrestati e processati, ma la condanna fu mite. (...)

 

 

Peppino Via

IL BRIGANTAGGIO NEI CASALI Dl COSENZA NEL 1850

ATTRAVERSO I MANIFESTI DEL MARCHESE NUNZIANTE
Con il crollo del regime napoleonico in Europa, del regno di Murat nel Mezzogiorno d'Italia e con la restaurazione della dinastia borbonica nel regno delle Due Sicilia con Ferdinando I° di Borbone, termina un periodo che aveva destato tante speranze nelle popolazioni meridionali.
Le idee della rivoluzione francese avevano alimentato nelle masse della piccola e media borghesia e del popolo speranze, così vaghe e imprecisate, di un miglioramento del tenore di vita che si era realizzato solo in parte. L'azione del governo napoleonico se è da considerarsi positiva per ciò che riguarda la costruzione di strade, il miglioramento delle comunicazioni e della pubblica amministrazione, non lo è altrettanto per l'agricoltura, l'industria e il commercio.
La principale riforma compiuta nell'Italia meridionale fu la cosiddetta eversione della feudalità ma questa non aveva dato la terra ai contadini, anzi aveva tolto loro gli usi civici di cui già godevano e trasformato arbitrariamente in proprietà civile e privata vaste estensioni di terra del demanio pubblico e di quello ecclesiastico. I nuovi proprietari amministravano i loro possedimenti con sistema prettamente capitalistico ed i contadini, in definitiva, rimasero nelle condizioni del passato, riversarono sui nuovi proprietari la loro ostilità e costituirono per lungo tempo la massa di manovra dei ceti reazionari. All'insoddisfazione della stragrande maggioranza della popolazione, per i motivi già detti. è da aggiungere il comportamento delle truppe francesi che non fu sempre corretto verso le popolazioni anche perché diversi erano i costumi e la mentalità per cui numerosi cittadini, sollecitati in tal senso dalla propaganda borbonica, si ribellarono dandosi alla macchia. E così l'occupazione francese aveva allargato un'altra piaga nel meridione: il brigantaggio voluto e sobillato dai Borboni che anelavano alla riconquista del regno e temevano, nello stesso tempo che le nuove idee compromettessero l'idea monarchica. I Borboni, del resto, avevano già sperimentato e con successo io stesso sistema nel 1799 quando affidarono al cardinale Ruffo il compito di combattere la guerra santa contro la Repubblica Partenopea. Il cardinale Ruffo armò e guidò migliaia di fanatici, di delinquenti comuni che certamente nulla sapevano di monarchia o di repubblica per potere autonomamente scegliere il campo sul quale combattere. Erano pagati, solleticati nella loro vanità, venivano sfruttate la loro miseria e la loro ignoranza ed erano abituati all'uso delle armi e dei saccheggi. Ma alla fine se i Borboni potevano ritenersi soddisfatti per aver schiacciato la Repubblica Partenopea e successivamente riconquistato il regno di Napoli, i vecchi masnadieri si trovarono a bocca asciutta. Tutte le promesse erano state dimenticate e fatti esperti dalle precedenti esperienze, decisero di continuare per conto proprio a rubare, grassare, sequestrare persone. Non c'era più nessuno che li pagava e non potevano più reinserirsi nella società. I Borboni avrebbero dovuto sapere che   avendo reclutato le prime leve del brigantaggio, le tesse si sarebbero poi ribellate contro i vecchi padroni. Altro fattore importante tante, tra le cause del brigantaggio, era quello della distribuzione delle terre. Tale problema aspettava da secoli di essere risolto e mi limito a riferire solo alcuni episodi che potranno meglio illustrare lo stato d'animo dei contadini dei Casali alla vigilia dei fatti cui si farà cenno. Nel 1841, contadini di Pedace e Serra occuparono la difesa Neto del barone Mollo e cominciarono a seminarla; nello stesso anno contadini cercarono di occupare le terre di D. Pietro Giudicessa di Spezzano Grande mentre contadini di Pietrafitta occuparono terre del barone Barracco e di D. Luigi Cosentini; ed ancora a Camigliati numerosissimi contadini cominciarono a dissodare una difesa del barone Luigi Barracco. Successivamente nel 1848, alla vigilia dei fatti presi in esame. un migliaio di contadini, preceduti dalla bandiera nazionale protestavano chiedendo che il Commissario civile per gli affari della Sila conciliasse gli interessi dei diversi Comuni a coltivare le diverse contrade. Alla Croce di Camigliati, quattrocento uomini, due terzi armati ed un terzo inermi ma con zappe e bandiere nazionali, si dirigevano verso la valle di Rijio. Nella contrada Agarò oltre cinquecento uomini di Celico, Lappano, Rovito e S. Pietro in Guarano zappavano i terreni usurpati dai proprietari. La fallita rivoluzione del '48 e la reazione ad essa seguita aumentarono le fila del brigantaggio anche perché molte truppe destinate alla sua lotta erano state trasferite a combattere contro l'Austria.
I briganti citati nei documenti appartenevano proprio a quei Comuni dove maggiore era stata la lotta per la terra (Casole, Celico, Lappano, Rovito, S. Pietro in Guarano, Spezzano Grande, Spezzano Piccolo, Pedace, Serra, Pietrafitta, Trenta). Il 1° gennaio 1850, il marchese Ferdinando Nunziante, maresciallo di campo di Ferdinando II° di Borbone, veniva nelle Calabrie per assumere il comando delle forze destinate alla lotta contro il brigantaggio, con i più ampi poteri conferitigli dal monarca. La sua opera veniva portata a conoscenza delle popolazioni attraverso «manifesti» che venivano affissi nei luoghi pubblici dei vari Comuni della regione affinché ogni cittadino fosse a conoscenza delle sue decisioni e dei risultati ottenuti nella lotta al brigantaggio. Leggendo alcuni di questi «manifesti» (ne ho rintracciato solo nove, gentilmente fornitimi dal Prof. Gustavo Valente e dal dott. Maurizio Barracco) ci si può rendere conto della portata del movimento brigantesco in Calabria e particolarmente nei Comuni dei Casali di Cosenza.