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Nereo Villa

IL VANGELO DI MATTEO
IN RELAZIONE ALLA FISCALITÀ NUOVA

TEOLOGIA TRIBUTARIA NEL VANGELO DI MATTEO
IN RELAZIONE AGLI ALTRI TRE VANGELI
E SPECIALMENTE A QUELLO DI LUCA
Cap.
I - Conoscere Nun - Epicheia
Presentazione - 1 - 2 - 3 - 4

CONOSCERE NUN

 

Tabella delle 22 posizioni delle lettere
dell'alfabeto biblico con i relativi VN (valori numerici)

Alef

VN 1

11ª Kaf

VN 20 

21ª Scin

VN 300

Bet

VN

12ª Lamed

VN 30

22ª Tav

VN 400

Ghimel

VN 3

13ª Mem

VN 40

Dalet 

VN 4

14ªNun

VN 50

He

VN 5

15ª Samek

VN 60

Vav

VN 6

16ª Ain

VN 70

Zain

VN 7

17ª Pe

VN 80

Chet

VN 8

18ª Tzade 

VN 90

Tet

VN 9

19ª Qof

VN 100

10ª Yod

VN 10

20ª Resh 

VN 200

 

La relazione "nun = 50" comporta una conoscenza biblica impressionante per il calcolo dell'abbondanza. Tale calcolo era presumibilmente conosciuto dai discepoli di Gesù, dato che l'evangelista Giovanni parla di una pesca miracolosa di 153 grossi pesci. Il valore 153 è ottenibile come area di un cerchio di raggio 7:

 

raggio per raggio per tre e quattordici
7x7x3,14 =
153,86

 

Il risultato 153,86 offre, appunto, l'idea di 153 "grossi" pesci, come scrive Giovanni.

 

Sette è il numero dei giorni della settimana. Evoca l'esperienza del tempo. Si può dunque assumere immediatamente qui il concetto 7 come simbolo della temporalità.

 

L'importanza del tempo per il colto pubblicano Matteo, convertito alla cristianità, poggia in ogni caso sul fatto che il 50 esprime un tempo nuovo, quello dello spirito. Anticamente il cosmo era infatti considerato come fondato sulla schiena del pesce. Uso proprio il termine "considerato" in quanto considerare proviene da "sidera" il cielo stellato, il luogo con cui l'uomo sapeva esercitarsi a ritrovare se stesso. Ed al 66° parallelo, ritrovando la costellazione dei Pesci, connessa a quella dell'Ariete, sentiva che lì si schiudeva un circolo che comprendeva, proprio dalla testa ai piedi, egli stesso.

 

Considerando il "pesce", egli riconosceva anche in sé una certa facoltà di  muoversi bene, guizzare via e nascondersi fra lo scorrere delle acque del tempo, esattamente come fa il pesce... "L'essere umano è un pescatore che cerca pesci e contemporaneamente un pesce che incappa nel pescatore", diceva a se stesso. Egli riconosceva che doveva essere salvato dalle sue stesse paure, rimozioni e fughe di fronte alla verità delle cose. E l'idea di "salvatore" è pure collegata al simbolismo cristiano del pesce, in quanto il pesce venne preso come simbolo del Salvatore per eccellenza, cioè il Cristo, l'"Ichthus" greco, che significa "pesce". La nascita della chiesa antica contemplava nella figura del Pesce l'idea del Figlio. Poi venne il dogma. E col dogma il non pensiero, la non considerazione per le cose più delicate della ragione, sostituite dai dogmi di fede. Eppure anche l'etimologia stessa di dogma proviene proprio da "daghim", che nella lingua biblica è il plurale di "dag", che significa "pesce"! Coi dogmi si rischia infatti guizzar via, come pesci, dalla ragione, accontentandoci di credere, senza ragionare sui contenuti di una fede.

Il "pesce" e l'"uomo" hanno dunque molte cose che li accomuna. Ciò non solo in senso meramente metaforico, ma proprio poiché è lo spirito del linguaggio a comprovare, per es., l'analogia fra la natura umana e un pesce dal grande significato simbolico: nella lingua greca la parola "delfino" si dice infatti "delfis"; e "utero", "ystèra", è espresso anche dal termine "delfùs"(8). Insomma, dall'utero l'uomo nasce, e l'oracolo di Delfi gli consigliava: uomo, conosci te stesso.

Il "pesce", valore numerico 50, è in definitiva espressione dell'individualità, capace di esprimersi in modo solare: con immaginativa morale e con temperanza fra fede e ragione, donando significato all'acqua dl tempo da una incarnazione all'altra.

Era risaputo infatti che dopo i 40 anni del popolo nel deserto sotto Mosè, conoscitore fino a 49 porte della conoscenza, venne instaurato un nuovo condottiero: Joshua, figlio di NUN. Il figlio del 50, o del Pesce ne conosce infatti 50. Egli è nell'abbondanza di conoscenza (si veda il contenuto del Salmo 15!).

Se il cosmo è fondato sulla schiena del Pesce, ciò significa che NUN è il fondamento. Joshua figlio di NUN è lo stesso nome di Gesù che significa: "il Signore aiuta". Aiuta a superare il 7x7 del mondo temporale, il quale cade ancora sotto il concetto del 40 (che arriva fino al 49). Dopo c'è un altro mondo! Non per nulla anche Pentecoste è il 50° giorno dopo Pasqua. Per 49 giorni c'è ancora il vecchio, ora comincia qualcosa di completamente nuovo: la Rivelazione dello Spirito. Il 50 appartiene all'8° giorno (7+1=8 come 49+1=50).

L'Ottavo Giorno può essere già adesso se tempo e spazio non esercitano più sugli umani l'influsso dominante e se l'acqua diventa cristallo attraversabile.

La conoscenza degli "effetti" del nostro agire è giubilo e felicità quando ciò che crediamo delle cose è convinzione proveniente dallo spirito di verità. Allora si è capaci di conciliare e fondere assieme pazienza, adattamento e amicizia con coordinazione e buona gestione del mondo delle cause. L'"immagine paterna" appare allora "per le opere stesse" che compiamo. Il temperamento si fa sereno e ben equilibrato. Non si desidera mostrare il nostro convincimento o la nostra fede, o le nostre intenzioni d'amore, bensì siamo capaci di "effettuarli" nell'espressione di tutta la nostra persona: in tal modo effettuiamo "quanto basta" (cioè il Padre). Non abbiamo eccessive aspirazioni di arrivismo perché sappiamo che queste provengono da "uno spirito che non ha nessun potere su di noi". Nun è la 14ª lettera dell'alfabeto usato dai discepoli di Gesù. E l'evangelista Giovanni, nel 14° capitolo del suo vangelo (La fede e i suoi effetti) accenna proprio a queste cose: "credetelo per le opere stesse" (Gv. 14,10). Fuori da questa conoscenza vi è intemperanza, ostilità: vogliamo essere avvocati difensori e protettori di noi stessi, vogliamo convincere, ma otteniamo solo discordia e conflitti; vogliamo combinare attività o persone senza comprenderle a fondo; siamo capricciosi in quanto siamo senza alcuna consolazione proveniente dallo "spirito di verità" (Gv. 14,16ss). Ecco perché il 14° tarocco (la parola "tarocco" proviene da "Toràh") può esprimere temperanza o intemperanza, giusta misura o iniqua misura, giusti confini temporali (temperanza proviene dal latino "tempus") oppure anacronistiche ingiustizie sociali...

Alla luce di queste considerazioni, va rilevato che il "Programma del Regno" dato dall'esattore fiscale cristiano Matteo (Mt. 3,1 - 7,29) è scritto in 153 versetti.

Forse questa coincidenza col 153 di Giovanni è un caso. Però al centro del "Programma" vi è la concezione legale di Matteo, che comporta non l'abolizione della legge e dei profeti (Antico Testamento) ma il suo compimento:

"Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli" (Mt. 5,17-20).

Tale compimento però non è per Matteo l'attuale stile gattopardiano in cui tutto deve cambiare affinché nulla cambi, dato che non si tratta di imbottigliare la legalità nell'osservanza formale ed astratta che fa dell'uomo un robot o uno schiavo, ma di mettere il vino nuovo in otri nuovi:

"Allora gli si accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?».  E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno. Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo squarcia il vestito e si fa uno strappo peggiore.  Né si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si rompono gli otri e il vino si versa e gli otri van perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l'uno e gli altri si conservano»" (Mt. 9,14-17).

Ciò è possibile valutando sempre con giudizio critico e con epikeia se, quando e come praticare l'osservanza della legge.

EPIKEIA

L'epikeia, termine greco che significa letteralmente "equità", inteso come principio interpretativo che non tiene conto di una legge quando nel singolo caso il suo adempiersi risulti immorale, è la "politica" di Gesù. L’atteggiamento di Gesù è infatti sempre equo e solidale!

Il termine translitterato "epichèia" (o "epicèia") è presente anche in vocabolari italiani

Nel Nuovo Testamento, questo termine (epieikeia) è tradotto in italiano in diversi modi, per esempio con le parole "mansuetudine", "benevolenza", "mitezza", "affabilità", ecc.) in quanto "contrassegno tipico della signoria di Cristo: contro i sostenitori di un messianismo politico, Gesù respinge l'impiego della forza per stabilire il regno di Dio"(9). In tal modo il Cristo-Gesù è fatto apparire come una specie di Fantozzi mansueta.

Paolo di Tarso usa questo concetto per indicare l'atteggiamento caratteristico di Gesù di fronte ai suoi simili, e richiamandosi a questo suo esempio "esorta la chiesa in questo stesso senso" (ibid.):

"Ora io stesso, Paolo, vi esorto per la dolcezza e l'epichèia di Cristo, io davanti a voi così meschino, ma di lontano così animoso con voi" (2 Corinzi 10,1: "Autos de egô Paulos parakalô humas dia tês prautêtos kai epieikeias tou Christou, hos kata prosôpon men tapeinos en humin, apôn de tharrô eis humas").

"La vostra epichèia sia nota a tutti gli uomini" (Filippesi 4,5: "to epieikes humôn gnôsthêtô pasin anthrôpois).

"[Ricorda loro di essere] epichèici, mostrando ogni dolcezza verso tutti gli uomini" (Tito 3,1-2: "[...] epieikeis, pasan endeiknumenous prautêta pros pantas anthrôpous).

"non violento ma epichèico" (1 Timoteo 3,3: "mê plêktên, alla epieikê").

Il termine è usato in vari altri modi e non solo da Paolo. Per es.: "[...] nella tua epichèia" (Atti 24,4: "[...] têi sêi epieikeiai"); "[...] non solo a quelli buoni ed epichèici" (1 Pietro 2,18: "ou monon tois agathois kai epieikesin"), ecc.

Matteo non usa espressamente il termine "epichèia", ma "mitezza" ("praypatìa") per caratterizzare l'atteggiamento di Gesù, dimostrando così - a chi lo vuole intendere - che esiste una differenza ben precisa fra queste due parole, le quali non dovrebbero essere tradotte con troppo arbitrio o superficialità:

"Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime" (Mt. 11,29: "Arate ton zugon mou ef' humas kai mathete ap' emou, hoti praus eimi kai tapeinos têi kardiai, kai heurêsete anapausin tais psuchais humôn").

"Dite alla figlia di Sion: Ecco, il tuo re viene a te mite, seduto su un'asina, con un puledro figlio di bestia da soma" (Mt. 21,5: "Eipate têi thugatri Siôn, Idou ho basileus sou erchetai soi, praus kai epibebêkôs epi onon, kai epi pôlon huion hupozugiou").

Chi conosce l'“epikeia” sa che ogni legge ha bisogno di essere interpretata; e in base al detto "summum jus summa iniuria" sa pure che chi sta troppo attaccato alla legge , finisce per realizzare ingiustizia e tensioni. La legge infatti produce ira ("Lex enim iram operatur", Rom. 4,15) e, se resa troppo rigida, è la rovina dell'uomo.

Per questo motivo esiste l'epikeia. Essa consiste nella capacità di praticare lo spirito della legge, di capirlo, andando, se necessario, contro la lettera.

 

A volte, per salvare l’intenzione della legge, bisogna infatti violarne la lettera.

 

L'essere umano è intelligente. Se usa l'intelligenza con temperanza, riesce a cogliere queste situazioni. E Gesù, stando al racconto degli evangelisti, lo faceva sempre. A che cosa serviva il sabato? Per l’Antico Testamento il sabato è un segno di libertà che Dio da' ai suoi figli. Erano schiavi in Egitto. E in Egitto non c'era alcun sabato e neanche si poteva pensarci. In Egitto dovevano lavorare tutti i giorni, dalla mattina alla sera, perché erano schiavi; perché comandava il faraone; perché a lui interessava semplicemente che costruissero le città. Quindi questi uomini avevano ben poche prospettive di vita! E allora, quel settimo giorno, era il segno della loro libertà, e di quella vita nuova e libera che YHWH aveva operato in loro. Ecco perché curare in giorno di sabato deve stabilirlo Gesù, non la Bibbia (e ovviamente non il vangelo, che viene scritto dopo Gesù).

 

Basta leggere il vangelo per accorgersi che la concezione legale di Matteo, coincidendo con la pratica dell'epikeia, è la concezione legale di Gesù:

"In quel tempo Gesù attraversò di sabato dei campi di grano; e i suoi discepoli ebbero fame e si misero a strappare delle spighe e a mangiare. I farisei, veduto ciò, gli dissero: «Vedi! i tuoi discepoli fanno quello che non è lecito fare di sabato». (Mt. 12,1-2)

"Non avete letto nella legge che ogni sabato i sacerdoti nel tempio violano il sabato e non ne sono colpevoli?" (Mt. 12,5)

"Il Figlio dell'uomo è signore del sabato" (Mt. 12,8)

"Per poterlo accusare, fecero a Gesù questa domanda: «È lecito far guarigioni in giorno di sabato?». Ed egli disse loro: «Chi è colui tra di voi che, avendo una pecora, se questa cade in giorno di sabato in una fossa, non la prenda e non la tiri fuori? Certo un uomo vale molto più di una pecora! È dunque lecito far del bene in giorno di sabato»" (Mt. 12,10-12)(10)

Dunque è chiaro: se il curare rientra nell'esperienza di liberazione e di  libertà - dato che quando curi una persona, la liberi esattamente da un suo limite, da una sua povertà - allora, in giorno di sabato è lecito, secondo Gesù, guarire. Questo va contro la lettera della legge, ma non va certamente contro lo spirito, perché lo spirito è quello della libertà. Dio la legge del sabato la da' per liberare l’uomo e per impedirgli di diventare schiavo, non per mortificarlo o per impedirgli di diventare sano. Ecco perché l'azione basata su epikeia è corretta, anche se praticarla comporta problemi, in quanto il potere dell'iniquità cerca sempre di eliminarti se la metti in pratica. Soprattutto se come cittadino sovrano tenti di praticarla in senso tributario. Infatti "nessun popolo sovraccarico di tributi è fatto per dominare"(11).

"Entrò di nuovo nella sinagoga. C'era un uomo che aveva una mano inaridita, e lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato per poi accusarlo. Egli disse all'uomo che aveva la mano inaridita: «Mettiti nel mezzo!». Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?». Ma essi tacevano. E guardandoli tutt'intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse a quell'uomo: «Stendi la mano!». La stese, e la sua mano fu risanata. E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire" (Mc 3,1-6).

Ed oggi, che il Signore dovrebbe averci liberati, noi anziché essere un popolo libero, siamo ancora più schiavi. Perché il nostro "nuovo faraone" è talmente anticristiano che noi continuiamo a chiamarlo "santo padre", contrariamente al consiglio di Cristo: "Non chiamate nessuno Padre".

 

Dovremmo lavorare non più come schiavi, ma come persone libere, che stanno al di sopra del valore del lavoro stesso. Ma questo non è possibile senza attuare l'epikeia. Perché l'epikeia è l'equità stessa.

 

Il primo a formulare con precisione il concetto di equità (epikeia) fu Aristotele, dicendo che non c'è contrapposizione tra equo e giusto, perché l'epikeia è una giustizia concreta, cioè la giustizia del caso singolo. La sua funzione consiste nel correggere e completare la legge, la quale è, sì, finalizzata all'attuazione del giusto "ma è per sua natura universale e, non potendo prevedere ogni cosa, si deve limitare a disporre per ciò che accade nella maggior parte dei casi [...] Così, per es., mentre in generale la legge prescrive di restituire al proprietario quanto è stato ricevuto in deposito, nel caso particolare di un pazzo, o di un criminale, o di un terrorista che viene a riprendersi l'arma che ha lasciato in deposito, l'equità (epikeia) suggerisce di non restituirgliela"(12). Pertanto, attraverso la mediazione del principio di epikeia si attua l'adeguazione della norma astratta, al singolo caso concreto. Per questo motivo l'epikeia è stata giustamente chiamata la giustizia del caso singolo, per significare appunto che essa costituisce la mediazione concreta tra il principio astratto di giustizia, espresso nella norma, e le esigenze dei casi concreti.

 

L'istituto dell'epikeia "cioè il prodursi di un atto contro la legge sulla base di una autodeterminazione del soggetto, ad essa sottoposto, quando egli stesso ritenga che la rigida osservanza della legge medesima possa recargli un grave danno -questo danno potrebbe essere di natura spirituale, quando ad esempio, pur avendo assolto con scrupolo all'obbligo (sancito fra l'altro dal can. 748.1) di ricercare la verità, il fedele si sia formato la convinzione che l'osservanza della legge, lungi dal condurlo ad un'applicazione del comandamento della carità evangelica, si risolverebbe in un onere intollerabile per la sua coscienza (pure quando fosse invincibilmente erronea: Dignitatis Humanae, 2 s. 14)"(13) è in sostanza la caratteristica principale della rivelazione cristiana, ed è pertanto logico che informi tutto l'ordinamento canonico. Ciò non significa che la dignità umana dipenda dal diritto canonico romano, dato che Roma non c'era ancora al tempo di Aristotele. E neanche dobbiamo dipendere da Aristotele per decidere se compiere o no un atto, perché ciò sarebbe come dipendere da qualcuno per essere o no umani, o cristiani, e ciò ci farebbe ancora una volta schiavi.

 

Credo che ciò che conta sia conoscere la verità. Chi guizza via come un pesce da questa conoscenza è un fuggitivo che scappa da un faraone ad un altro faraone senza mai trovare un sabato per l'essere umano che sa di essere ma da cui continuamente sfugge. Costui ragiona come il politico che affermi: "Le leggi dicono che bisogna pagare le tasse. Perciò pagatele senza tante storie!", e s'indigna al solo pensiero di epikeia, esattamente come gli antichi capi delle sinagoghe si indignavano nei confronti di Gesù...

"Or il capo della sinagoga, indignato che Gesù avesse fatto una guarigione di sabato, disse alla folla: «Ci sono sei giorni nei quali si deve lavorare; venite dunque in quelli a farvi guarire, e non in giorno di sabato»" (Lc. 13,14).

A questi fuggitivi, che fuggono da se stessi, sempre più terrorizzati per la fine del mondo, fine che essi stessi promuovono a causa della loro totale mancanza di misericordia, vanno le parole: "Pregate che la vostra fuga non avvenga [...] di sabato" (Mt. 24,20).

continua


(8) Rocci, Vocabolario Greco-Italiano", Ed. Dante Alighieri, p. 425.

(9) L. Coenen - E. Beyreuther - H. Bietenhard, "Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento", EDB, Bologna, 1976.
(10) Vedi anche Mc. 2,23-24; 2,27-28; Lc. 4,31; 6,1-2; 6,5-7; 6,9; 13,10; 13,14-16; 14,1-5; Gv. 5,10-18; 7,22-23; 9,14-16.
(11) Francis Bacon in Pino Pisicchio "P4 ovvero Prontuario per il politico provetto", Ed. Levanta, Bari, 2003.
(12) Battista Mondin, "Dizionario enciclopedico del pensiero di S. Tommaso D'Aquino", Ed. Studio Domenicano, Bologna, 1991.
(13) Cfr. il concetto di "legislatio libertatis" in Salvatore Berlingò, "Diritto Canonico", cit. 61 e ss., Ed. Giappichelli, Torino 1995.