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L’ITALIA cioè a dire: la nazione che abitiamo; etimologicamente il nome sta per o terra dei vitelli o, ma meno probabilmente, terra dei fiumi; nell’un caso e nell’altro la porzione di territorio detta Italia fu in origine quella meridionale e segnatamente quella calabro-lucana bagnata dal Tirreno, per modo che si può dire che storicamente i Savoia del risorgimento usurparono oltre che il territorio, persino il nome d’ Italia!

Fu solo nel tardo ottocento che, in omaggio alla raggiunta unità col numero 1, nella smorfia si indicò l’Italia; precedentemente pare che a Napoli con il numero 1 si indicasse il REAME o il SOLE.

2

‘A PICCERELLA = la bambina etimologicamente voce derivata da un lemma fonosimbolico pikk (donde anche l’italiano: piccino) con ampliamento della base attraverso rillo/rella (piccerillo / piccerella) o altrove reniello / renella (piccereniello / piccerenella).

3

‘A GATTA = la gatta, il gatto, etimologicamente voce derivata da un accusativo femminilizzato di un basso latino cattu(m) > catta(m).

4

‘O PUORCO = il maiale, il porco etimologicamente voce derivata da un accusativo del basso latino porcu(m).

5

 

‘A MANA = la mano etimologicamente voce derivata da un accusativo latino manu(m) reso femminile mana(m); anche nel toscano anticamente la mano fu mana

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CHELLA CA GUARDA ‘NTERRA = la cosa che guarda a terra, eufemistico giro di parole usato furbescamente per indicare la vulva femminile etimologicamente voce derivata da un accusativo basso latino vulva(m) variante di volva(m) = matrice.

7

‘O VASETTO che letteralmente è il piccolo vaso, quantunque qualcuno – seppure erroneamente - lo ritenga diminutivo non di vaso (nome generico di recipienti di varia forma e materiale che per lo più servono a contenere e a conservare prodotti alimentari, e come tale etimologicamente da un lat. volg. vasu(m), per il class. vas vasis, ma di vaso (= bacio che come tale etimologicamente è dal latino basiu(m)); in effetti nel pretto napoletano il diminutivo usato di bacio non è vasetto, ma vasillo!

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‘A MARONNA e segnatamente ‘A ‘MMACULATA = la Madonna ed in particolare la Madonna Immacolata, atteso che nella religione cattolica, la festa liturgica della Vergine Immacolata cade agli 8 di dicembre; maronna o anche madonna sono voci che etimologicamente vengono dal latino mea + domina = mia signora; è titolo d’onore che un tempo si dava alle donne e che oggi è riservato esclusivamente alla Madre di Cristo; in Abruzzo e in taluni paesini del Piemonte è titolo di rispetto usato dal popolino ed in particolare dalle nuore rivolto alle suocere; ‘mmaculata sta per immacolata ed etimologicamente è voce derivata dall’unione di un in detrattivo + il sostantivo macula nonché il suffisso aggettivale ato/a (come a dire senza macchia ); interessante notare come l’in detrattivo, diventato proclitico della voce macula, abbia perduto la i d’avvio sostituita dal segno della procope (‘) producendo altresì l’assimilazione progressiva nm> mm.

9

‘A FIGLIATA = la figliolanza o il frutto del parto e cioè l’insieme di tutti i figli generati con lo stesso parto; etimologicamente è voce deverbale (anticamente usata anche nel toscano, ma ora ammessa raramente (e solo in riferimento al parto degli animali) derivata del verbo figliare (generare, partorire) che è dal latino filium.

10

‘E FASULE = i fagioli, etimologicamente è voce derivata dal basso latino faseolu(m) dim. di phasìlus, dal gr. phásìlos e con detto termine si indica in primis i legumi edibili, ma anche estensivamente i soldi, atteso che - come altrove dissi - i legumi (fagioli, ceci etc.) un tempo furono usati come merce da baratto.

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‘E SURICE = i sorci, i topolini (etimologicamente è voce derivata dall’accusativo sorice(m) (del latino sorex/ricis) e nella fattispecie sono segnatamente quelli che talvolta inopinatamente invadono le abitazioni domestiche, da non confondere con i ratti o peggio ancora con i grossi topi da fogna detti zoccole (vedimi alibi sub TOPI).

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‘E SURDATE = i soldati (intesi come militari di truppa, inquadrati in plotoni, squadre, battaglioni, compagnìe etc.) etimologicamente surdate plurale di surdato è voce deverbale (participio passato) di soldare che sta per prendere al soldo, reclutare milizie; a sua volta soldo è dal latino solidu(m) (nummum) "moneta massiccia", nome di una moneta d'oro romana dell'età imperiale.

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SANT’ANTONIO (esattamente è sant’Antonio da Padova il santo predicatore portoghese, al secolo Fernando Bulhão (Lisbona, 15 agosto 1195 - Padova, 13 giugno 1231)) è stato un frate francescano ed è santo e dottore della Chiesa cattolica, che gli tributa da secoli una fortissima devozione. Prima agostiniano a Coimbra (1210), poi (1220) francescano, viaggiò molto vivendo prima in Portogallo quindi in Italia; la sua ricorrenza liturgica cade appunto il 13 giugno donde il numero 13 assegnatogli nella smorfia; esiste però un altro sant’Antonio venerato nella tradizione della Chiesa cattolica ed è Sant'Antonio Abate chiamato anche Sant'Antonio il Grande, Sant'Antonio d'Egitto, Sant'Antonio del Fuoco, Sant'Antonio del Deserto o Sant'Antonio l'Anacoreta (251?-356), eremita egiziano, che è considerato l'iniziatore del Monachesimo cristiano e il primo degli Abati in quanto a lui si deve la costituzione in forma permanente di famiglie di monaci che sotto la guida di un padre spirituale abbà, si consacrano al servizio di Dio, ma dai napoletani, che gli sono devotissimi, tale santo (la cui ricorrenza liturgica è fissata ai 17 di gennaio) è chiamato sant’Antuono, appunto per distinguerlo dal santo Antonio predicatore portoghese.

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‘O ‘MBRIACO = l’ubriaco, l’ebbro, ed estensivamente il frastornato, etimologicamente è voce derivata da un in illativo + un tardo latino (e)briacu(m) per il classico ebrius (ebbro); come abbiamo già visto altrove l’in proclitico comporta la procope della i segnata con (‘) e dopo la caduta della sillaba d’avvio e di ebriacum il consueto mutamento della n in m dinnanzi all’esplosiva b.

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‘O GUAGLIONE = il ragazzo, l’adolescente, da non confondere con il bambino, il piccino o addirittura il lattante che son detti volta a volta con altri termini quali: ‘o criaturo (da un tardo latino creatura(m)), ‘o piccerillo (da un lemma fonosimbolico pikk che diede anche piccino con base ampliata in rillo), ‘o nennillo (diminutivo di ninno che è voce onomatopeica fanciullesca) che, se piccolissimo, è addirittura n’anema ‘e dDio; per quanto riguarda la controversa etimologia di guaglione rimando a ciò che alibi sub guaglione trattai ad abundantiam.

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‘O CULO = il culo, sedere, deretano che etimologicamente è voce derivata dal greco koilos attraverso il basso latino culu(m); rammenterò, per il gusto di ricordarlo, che nelle tombole familiari (in cui si usi accanto al numero estratto ricordarne anche il significato, allorché venga estratto il detto numero chi sta compiendo l’operazione, in luogo di dire:"Sidece, ‘o culo!" amenamente intima: "16! Copritelo!" volendo significare: Ponete un segnalino sul numero che ò estratto, ma volendo anche lasciare intendere per giuoco: Chi avesse il proprio sedere scoperto, lo ricopra!

17

‘A DISGRAZZIA = la disgrazia, l’accidente, l’infortunio, la cattiva sorte, la sventura, etimologicamente è voce derivata dall’unione del prefisso negativo latino dis + il sostantivo gratia(m) che è da gratus = gradito, nel senso che grazia o grazzia sta per cosa gradita e di conseguenza disgrazzia (correttamente scritto in napoletano con la doppia z) sta per cosa sgradita in quanto sventurata.

18

‘O SANGO = il sangue e segnatamente quello umano versato a seguito di ferimenti per aggressioni subíte; etimologicamente è voce derivata con ogni probabilità da un acc. latino sangu(m) metaplasmo volgare di un basso latino sangue(m) collaterale del classico sanguine(m).

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‘A RESATA = la risata, il ridere in modo sonoro e prolungato e segnatamente quello a squarciagola, indice di allegria esuberante e rumorosa; etimologicamente è voce costruita come derivazione femminile sul sostantivo lat. risu(m), a sua volta deriv. di ridìre "ridere".

20

‘A FESTA = la festa e segnatamente quella annessa ad una ricorrenza religiosa, ma anche pagano-popolare; ad es.: ‘a festa ‘e san Gennaro, ‘a festa ‘e piererotta; etimologicamente festa è voce costruita sul neutro plurale (poi inteso femminile dell’aggettivo latino festum = solennità gioiosa; il festum latino pare sia da agganciarsi al greco estiào per festiào = festeggio banchettando e – per vero – non v’è a Napoli festa o festività che, giusta l’origine greca dei partenopei, non abbia per corollario un lauto banchetto.

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‘A FEMMENA ANNURA = la donna nuda, intesa come emblema non della lascivia, ma della prorompente bellezza; nell’immaginario collettivo partenopeo la donna nuda è in ogni caso uno spettacolo bello ed apprezzabile; è da notare che nella smorfia il numero che connota questa donna nuda sia appunto il 21 quello che segue il numero 20 che indica la festa essendo intesa la donna nuda quasi un naturale ed adeguato completamento della predetta festività ; etimologicamente femmena è dal latino femina(m), voce connessa con fecundus "fecondo"; normale il raddoppiamento popolare della m in parola sdrucciola; annura è il femminile di annuro che è da ad + nudus, parola nella quale la prima d ha subìto l’assimilazione progressiva nd > nn, mentre la seconda d ha subìto la tipica rotacizzazione mediterranea per cui d > r.

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‘O PAZZO = il pazzo, il folle, il matto e segnatamente non il conclamato malato affetto da pazzia o altre affezioni mentali, ma colui che d’improvviso e senza un preciso movente dia in escandescenze diventando pericoloso ed aggressivo; infatti il malato affetto da pazzia in napoletano è detto malato ‘e capa, mentre del secondo s’usa dire: è asciuto pazzo o è asciuto a ‘mpazzì id est: è impazzito; etimologicamente la voce pazzo si fa risalire al latino patior = soffro, ma a mio avviso non gli è estraneo il greco pàthos = infermità di corpo od anima, senza dimenticare che sempre il greco patheìa pronunziato pathîa conduce dritto per dritto a pazzia.

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‘O SCEMO = lo scemo, lo sciocco, il tonto; etimologicamente la voce scemo viene dal latino semum e cioè non completo, dimezzato, mancante di una parte; da notare come la s + vocale produce la sc palatale, come altrove simia diede scigna, ne-ipsu-unum diede nisciuno etc. Rammenterò che negli anni ’50 del ventesimo secolo, in Napoli il più famoso scemo fu quello d’’e melacotte; questo povero scimunito di cui dico, riconoscibile anche di lontano per le sue sembianze quasi scimmiesche e per la sua andatura barcollante e dinoccolata strappava la vita trasportando un piccolo carretto a mano sul quale esponeva un congruo numero di mele cotte al forno, mele che vendeva in giro nei mesi invernali; nei mesi estivi sostituiva il carretto ligneo con altro più maneggevole col quale portava un giro, per venderlo ad un contenutissimo prezzo, un suo sorbetto che serviva in croccanti cialde da gelato, sorbetto che usava reclamizzare al grido di: Garantito al limone! volendo significare che il suo sorbetto era prodotto con autentico succo di limone e non con polverine chimiche! Oggi ‘o scemo d’’e melacotte – parce sepultis!, non si aggira più per Napoli, ma nei mesi estivi ancora qualche suo epigono proclama che il sorbetto che pure lui vende è garantito al limone, temo però che si tratti di millantato credito!

24

‘E GGUARDIE ed alibi ‘A PIZZA - di per sé nel significato primo si indicherebbero le guardie (e segnatamente quelle che prestano il loro servizio di notte in istrada) che furono di pubblica sicurezza ed oggi: polizia di stato, ma nell’immaginario collettivo dei sognatori, meglio delle sognatrici partenopee rientrano sotto la voce guardie e dunque sotto il num. 24 non solo gli agenti di P.S., ma ogni altro addetto alla sicurezza: vigili urbani, carabinieri etc. purché sognati in divisa ed armati; guardia, di cui guardie è il plurale, etimologicamente è giunta nel napoletano attraverso il portoghese guardia, dal gotico vardia = custode, difensore, vigilante; sotto il medesimo numero 24 alibi, specialmente in talune smorfie familiari si considera ‘a pizza (dal latino pinsam placentam = focaccia schiacciata dal verbo pinsere = pigiare, schiacciare, con ns > nz > zz per assimilazione regressiva), la pizza (sia pure in senso generico, atteso che il più usuale cibo popolare partenopeo, che come tale si conquistò un posto nella smorfia, è considerato anche con moltissimi altri numeri, secondo come sia variamente condita, per cui si ha: p. napoletana – 2, p.dolce - 36, p. rustica – 37, p. con sugna e formaggio – 61, p. con alici fresche – 62, p. pomidoro e mozzarella – 53, etc.

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NATALE Si tratta ovviamente della festività del santo Natale con cui si commemora la natività di N.S. Gesù Cristo e non occorre dilungarsi una volta ricordato che tale festività è fissata tradizionalmente nel calendario liturgico della Chiesa cattolica ai 25 di dicembre donde il numero assegnatole nella smorfia. Rammenterò che storicamente nessun testo riporta come data di nascita del Signore il 25 dicembre ed essa fu stabilita perché gli antichi romani in tale data solevano festeggiare il dio Sole sorgente, di talché la Chiesa ritenne opportuno far propria la data assegnandola alla nascita di Cristo inteso quale autentico SOLE dell’umanità; quanto all’etimologia la parola natale è un aggettivo sostantivato dal lat. natale(m) concernente la 'nascita', deriv. di nasci "nascere".

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NANNINELLA = Annina, cioè diminutivo vezzeggiativo del nome proprio ANNA quello che la tradizione cattolica assegna alla presunta anziana genitrice della Vergine Maria; poiché la memoria liturgica di tale santa cade ai 26 di luglio, ecco che il medesimo num. 26 è collegato nella smorfia a tale vecchia santa, sotto la cui figura tradizionalmente viene adombrata ogni anziana genitrice che venga sognata.

Quanto all’etimologia il nome Anna ed il corrispondente vezzeggiativo partenopeo Nanninella derivano da una voce ebraica: Hannah nel significato di grazia, beneficio; quantunque di s. Anna ci siano poche notizie e per giunta provenienti non da testi ufficiali o canonici, il suo culto è estremamente diffuso sia in Oriente che in Occidente ed il suo nome è portato da moltissime donne magari addizionato a quello di Maria (amata da Dio) ottenendo Anna Maria o anche Annamaria.

Tradizionalmente s. Anna è la protettrice di tutti i mestieri legati alla funzione materna: lavandaie, ricamatrici etc.

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‘O CÀNTERO = grosso vaso da notte, pitale da non confondere con ‘o rinale che è appunto l’orinale, vaso molto più piccolo del càntero o càntaro alto e vasto cilindrico vaso dall’ampia bocca su cui ci si poteva comodamente sedere, atto a contenere le deiezioni solide; etimologicamente la voce càntero o càntaro è dal basso latino càntharu(m) a sua volta dal greco kàntharos; rammenterò ora di non confondere la voce a margine con un’altra voce partenopea cantàro (che è dall’arabo quintâr) diversa per accento tonico e significato: questa seconda infatti è voce usata per indicare una unità di misura: cantàio = quintale ed è a tale misura che si riferisce il detto napoletano: Meglio ‘nu cantàro ‘ncapo ca n’onza ‘nculo (e cioè: meglio sopportare il peso d’un quintale in testa che (il vilipendio) di un’oncia nel culo (e non occorre spiegare cosa sia l’oncia richiamata…)); molti napoletani sprovveduti e poco informati confondono la faccenda ed usano dire, erroneamente: Meglio ‘nu càntaro ‘ncapo… etc. (e cioè: meglio portare un pitale in testa che un’oncia nel culo!), ma ognuno vede che è incongruo porre in relazione un peso (oncia) con un vaso di comodo (càntaro) piuttosto che con un altro peso (cantàro)!

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‘E ZZIZZE = i seni, le mammelle di esseri umani e bestie, ma segnatamente quelle della donna, intese più che come organo della lattazione, come elemento di attrazione sessuale; etimologicamente la voce zizza, di cui zizze è il plurale viene per adattamento dall’accusativo latino titta(m) = capezzolo forse attraverso una forma aggettivale tittja(m) dove il ttj intervocalico diede zz che influenzò anche la sillaba d’avvio ti > zi. Rammenterò a proposito della voce a margine un antico detto partenopeo che recita:

'A meglia vita è cchella d''e vaccare pecché, tutta 'a jurnata, manejano zizze e denare. Ad litteram: la vita migliore è quella degli allevatori di bovini perché trascorrono l'intera giornata palpando mammelle (per la mungitura delle vacche) e contando il denaro (guadagnato con la vendita dei prodotti caseari); per traslato se ne ricava il significato edonistico: la vita migliore è quella che si trascorre tra donne e denaro.

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‘O PATE D’’E CCRIATURE = il padre di bambini/e e cioè l’organo maschile della riproduzione, senza del quale si pensava fosse impossibile mettere al mondo dei nati, il péne; il giro di parole fu eufemisticamente usato per evitare di pronunciare parole più disdicevoli; per vero tale circonlocuzione non è solo napoletana, ad un dipresso la si ritrova anche altrove; nel dialetto romanesco il poeta G. G. Belli trattando del medesimo organo riproduttivo intitolò un suo divertente sonetto addirittura Er padre de li santi e in riferimento all’organo femminile La madre de li santi.

Prendiamo in esame la voce ‘e ccriature; scritta con la geminata iniziale cc essa è il plurale di criatura/o (che etimologicamente vengono dal latino creatura(m)) comprendente i due generi maschile e femminile: insomma ‘e ccriature sono onnicomprensivamente i nati maschi e femmine e talvolta anche solo le nate femmine; mentre usando la c scempia: ‘e criature si indica il plurale del maschile criaturo e dunque i soli nati maschi.

30

‘E PPALLE D’’O TENENTE e cioè le munizioni dell’obice di competenza del tenente, ma per traslato furbesco i testicoli che intesi, impropriamente, sferici vengono assomigliati alle sferiche palle da cannone; va da sé che il tenente richiamato è ampiamente pretestuoso, suggerito come fu dalla facile rima con trenta.

Rammenterò che nei tempi andati, durante le estrazioni dei numeri nel corso di tombole familiari e perciò ridanciane quando chi estraeva i numeri annunciava: Trenta! ‘E ppalle d’’o tenente! invariabilmente trovava un capo ameno che commentava per dileggio: Tu ‘e sciacque e i’ tengo mente… (tu le sciacqui ed io guardo!) e va da sé che non intendesse riferirsi alle munizioni…

Quanto all’etimo la parola tenente è part. presente del verbo tenire corradicale di tendere ed identifica l’ufficiale di grado superiore a sottotenente e inferiore a capitano, ma essendo un riferimento ameno non mette conto soffermarsi oltre.

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‘O PATRONE ‘E CASA = il padrone di casa, il proprietario di casa, ma non colui che possegga la casa dove abiti, quanto colui che, possessore di uno o più appartamenti, li ceda da locatore a dei locatarî contro pagamento di un canone di locazione mensile o annuale, detto in toscano fitto o pigione, ed in napoletano pesone che è dall’acc. latino pensone(m) dal verbo pendere = pesare, pagare; rammenterò che (come già dissi alibi) un tempo ‘o pesone era corrisposto annualmente in ragione di quattro mensilità anticipate ( 4 gennaio, 4 maggio, 4 settembre), dunque tre volte all’anno, di talché le quattro pigioni finirono per esser dette tierze alla medesima stregua degli interessi derivanti dai titoli obbligazionarî, interessi che venivano riscossi tre volte all’anno contro esibizione delle relative cedole dette in napoletano cupune ed al singolare cupone (dal francese coupon = tagliando). Detti tierzi intesi come interessi di un capitale impiegato (beni immobili o titoli obbligazionari) ritornano nel detto napoletano: perdere tierze e capitale, detto usato ad amaro commento di situazioni nelle quali si verifichi un tracollo finanziario grave che ponga chi lo subisce nella pessima condizione di veder sparire tutto: capitali ed interessi; va da sé che l’espressione possa essere intesa in più ampi e traslati significati con riferimento ad ogni perdita così grave nella quale ci si possa rifondere ad es. lavoro e salute o tempo e danaro e così di sèguito.

32

‘O CAPITONE = il capitone e cioè la grossa anguilla femmina, regina delle napoletane tavole di magro della vigilia di Natale, allorché viene ammannito arrostito alla brace, in carpione, in umido all’agro o fritto; la voce capitone etimologicamente è dall’accusativo latino capitone(m) da capito/onis collaterale di caput/tis in quanto oltre il corpo à una testa molto pronunciata; rammenterò che nelle ricordate tombole familiari quando si estraesse il num. 32 chi lo estraeva annunciava trionfante: trentaroje ‘o capitone!, ma sùbito chiosava: cu ‘e rrecchie volendo significare che si intendeva riferire proprio alla grossa anguilla provvista ai lati del capo di due piccole, trasparenti appendici ritenute orecchie, e non intendeva, col dire capitone, riferirsi ad altro furbesco richiamo non ittico, di appendice maschile spesso ricordata con la voce a margine: ‘o capitone senza recchie (il capitone privo d’orecchie).

33

LL’ANNE ‘E CRISTO = gli anni di Cristo, atteso che nella tradizione cattolica, sebbene non fondata su alcuna certezza storica, si presume che Cristo iniziasse la sua vita pubblica, a trent’anni e che fosse messo a morte tre anni dopo, se ne dedusse che la vita terrena di Cristo durò trentatré anni e con tale numero (da riferirsi non solo agli anni, ma alla persona, nella sua interezza), il Cristo come personaggio storico è indicato nella smorfia. Cristo, aggettivo, se non apposizione del nome proprio Gesù, è voce che etimologicamente è dal lat. Christu(m), traslitterazione del gr. Christós, che traduce l'ebr. mashiah e vale l’unto del Signore.

34

‘A CAPA = letteralmente il capo, la testa, ma nella tradizione popolare partenopea, furbescamente il numero a margine talvolta più che al capo, si riferisce alla capocchia ossia al glande soprattutto quando ci si voglia riferire per dileggio alla testa di qualcuno sciocco, stupido o – peggio ancora - volutamente irrazionale. Etimi: capa: dal latino caput, ma reso femminile; capocchia: dal medesimo etimo, ma con l’aggiunta del suffisso diminutivo occhia per ocula e dunque da capocula > capocchia.

35

LL’AUCELLUZZO = l’uccellino, nome generico di qualsiasi volatile non identificato apparso in sogno, va da sé che trattandosi di un diminutivo, il volatile debba essere piccolo; infatti aucelluzzo è il diminutivo, vezzeggiativo di auciello (uccello) da un tardo latino: aucellus doppio diminutivo di avis per il tramite di avicula > avicellus poi con dittongazione della sillaba implicata seguita da doppia consonante. Nelle consuete tombole familiari cui spesso faccio riferimento l’annuncio: trentacinche: l’aucelluzzo era seguito da un corale verso onomatopeico: zuìzuì che tentava di riproporre il cinguettio dell’uccellino, ma che appariva, più verosimilmente lo squittio di un topolino!

36

‘E CASTAGNELLE = castagnette, esse sono la versione povera e popolaresca delle più nobili nacchere spagnole e consistono in due cave, piccole semisfere di legno intagliato ad hoc, ma un tempo anche di osso ugualmente lavorato; dette semisfere legate a coppia con una fettuccia che è inforcata dal dito medio vengono azionate schiacciandole ritmicamente contro il palmo della mano, per modo che urtandosi fra di loro, producano un suono secco e schioppettante, atto ad accompagnare, quasi sempre, i passi delle danze popolari quali tarantella, saltarello ed altre consimili.

La parola nacchera che connota uno strumento molto simile alle castagnelle è di origine araba: nakâra propriamente scavato, incavato con riferimento appunto alla morfologia dello strumento, mentre il termine castagnelle o castagnette è dallo spagnolo castaňetas (che in terra iberica indicano le nacchere) quasi castagna per la forma vagamente somigliante delle castagnelle come delle nacchere al frutto del castagno. Chiarirò che il numero a margine possa essere usato non solo per identificare le predette castagnelle, ma ogni altro gioioso strumento atto alla danza popolare, quando ovviamente non esista altro preciso numero per indicarlo come ad es. il tamburello che è identificato dal num. 51, etc.

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‘O MONACO e più precisamente ‘O MUNACIELLO; ‘o monaco sta ovviamente per il monaco cioè a dire chi ha abbracciato il monachesimo; nel cattolicesimo, membro di un ordine monastico o religioso che ha pronunciato i voti solenni di povertà, castità e obbedienza; etimologicamente è voce dal lat. tardo monachu(m), che è dal gr. monachós 'unico', poi 'solitario' (e quindi 'monaco'), deriv. di mónos 'solo, unico'; il medesimo etimo sia pure addizionato di un suffisso diminutivo iello vale per la voce munaciello che nella tradizione popolare partenopea è un particolare piccolo monaco; ‘o munaciello a Napoli è un’entità dai vasti poteri magici; ho parlato di entità in quanto non è dato sapere se si tratti di uno spirito o di un essere umano; nell’un caso o nell’altro detta entità è rappresentata con le sembianze che sono o di un nano mostruoso o di c.d. bambino vecchio, ed assume due personalità: quando si appalesa in una casa, o vi prende stabile dimora, se ha in simpatia gli abitanti della casa, che lo abbiano accolto di buon grado, onorandolo e ammannendogli dolciumi (‘o munaciello è molto goloso!) egli arreca buona sorte e prosperità; se, al contrario prende in odio una famiglia, che non lo abbia accolto con i dovuti onori, egli le suscita guai ad iosa. Molto vaste son le testimonianze che riguardano l’apparizione di questa simpatica entità che non vi à posto per alcun dubbio sulle sue manifestazioni, che spesso sono oggetto di vivaci discussioni sul tipo di onori (lauti e dolci pasti, odorosi incensi) da tributare a questo spiritello che si mostra sotto forma di vecchio-bambino vestito col saio dei trovatelli accolti nei conventi, scarpe basse con fibbia d’argento, chierica e cappuccio. Non si lascia vedere da chiunque, ma compare d’improvviso, quando vuole ed a chi vuole (meglio però se donne in ispecie giovani e procaci), magari portando in mano le scarpe che ha tolto per non produrre rumore di calpestio. Scalzo, scheletrico, spesso lascia delle monete sul luogo della sua apparizione come se volesse ripagare le persone, dello spavento procurato o di inconfessabili confidenze palpatorie che ama a volte concedersi. Vi sono due ipotesi sulla sua origine:

La prima ipotesi vuole l'inizio di tutta la vicenda intorno all'anno 1445 durante il regno aragonese. La bella Caterinella Frezza, figlia di un ricco mercante di stoffe, si innamora di un tal Stefano Mariconda, bello quanto si vuole, ma semplice garzone di bottega.

Naturalmente l'amore tra i due è fortemente contrastato. Il fato volle che tutta la storia finisse in tragedia. Stefano venne assassinato nel luogo dei loro incontri segreti mentre Caterinella si rinchiude in un convento. Ma era già da tempo incinta di Stefano ed infatti dopo pochi mesi nacque da Caterinella un bambino alquanto deforme (il Cielo talvolta fa ricadere sui figli le colpe dei genitori!...). Le suore del convento adottarono motu proprio il bambino cucendogli loro stesse vestiti simili a quelli monacali con un cappuccio per mascherare le deformità di cui il ragazzo soffriva. Fu così che per le strade di Napoli veniva chiamato "lu munaciello". Gli si attribuirono poteri magici fino ad arrivare alla leggenda che oggi tutti i napoletani conoscono. Anche lu munaciello morì misteriosamente, lasciando probabilmente in giro il suo bizzarro spirito.

La seconda ipotesi vuole che il Munaciello altro non sia che il gestore degli antichi pozzi d'acqua che, in molti casi, erano posti al centro dei cortili domestici, quando non addirittura nel primo vano delle case, di tal che aveva facile accesso nelle case passando attraverso i cunicoli di pertinenza del pozzo.

Personalmente sono maggiormente attratto dalla vicenda di Stefano e Caterinella, che mi appare più consona ad una favola, anche perché niente osta a che ‘o munaciello, anche senza esserne il gestore, si servisse dei pozzi per penetrare in casa; del resto storicamente spesso Napoli, imprendibile dalle mura, fu invasa attraverso le condutture idriche.

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‘E MMAZZATE = le percosse che in napoletano, come già alibi illustrai sono di varie specie ed hanno vario nome; va da sé che quelle a margine sono da ritenere onnicomprensive di tal che chi sognasse di percosse dovrebbe giocare al lotto il numero 38 quale che fosse il tipo o la specie delle percosse sognate, a meno che non si tratti di particolari percosse ben connotate da altro numero, come ad es. il pugno che è 8 o il calcio 88.

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‘A FUNA ‘NCANNA = la corda alla gola e cioè per sineddoche: l’impiccagione; rammenterò infatti che spesso alibi l’impiccato, in napoletano è detto appunto ‘o funancanna, con una simpatica fusione resa maschile della situazione ricordata sotto il numero a margine; funancanna fu tempo addietro uno dei nomignoli (accanto a chiappo, chiappillo e matarazzo) assegnato dai napoletani alle quattro grandi statue che adornavano una grossa fontana fatta erigere nel 1559 sul molo grande dal viceré Parafan de Rivera. Lo scultore Giovanni Merliani, cui era stata commissionata l’opera, forse effigiò nelle quattro statue i quattro grandi fiumi: Tigri, Eufrate, Gange e Nilo oppure - secondo un’altra opinione - Ebro,Reno, Danubio e Tago: i grandi fiumi dei domini di Carlo V, ma il popolino rammentando che lì dove era stata eretta la fontana, un tempo esistevano le forche per le esecuzioni capitali, quelle stesse forche poi trasferite posteriormente, al tempo di Masaniello, in piazza Mercato, assegnò alle sculture i nomi ricordati con chiaro intento di dileggio; (per quanto riguarda l’etimo di chiappo ed il suo diminutivo chiappillo, occorre risalire al basso latino cap’lum sincope di capulum = corda, fune; quanto a matarazzo evidente voce furbesca, giocosa usata per significare persona grande e grossa tal quale il materasso, cioè il rigonfio involucro pieno di lana su cui ci si distende per riposare, è etimologicamente da collegarsi all’arabo matrah con il suffisso estensivo aceus, che in napoletano diventa azzo; per funancanna si tratta, mi pare ovvio, di altra voce furbesca per indicare l’impiccato come persona cui è stata stretta una fune alla gola; la voce è ottenuta infatti legando assieme le parole funa = fune (dal latino fune(m)) e ‘ncanna(che è: in + canna dal latino/greco kanna e questo dal semitico qaneh) dove – come vedemmo alibi con canna si intende il canale della gola); quando poi, dopo appena un secolo dalla sua costruzione il viceré Pedro Antonio d’Aragona fece smontare la fontana per spedirla a Madrid si venne a sapere che della fontana e delle sue imponenti statue s’erano perse le tracce non essendo la fontana probabilmente mai giunta a Madrid, con i nomignoli riportati o con l’onnicomprensiva espressione i quattro del molo si passò ad indicare una combriccola di poco commendevoli individui che avesse fatto perdere le sue tracce e non fosse più riapparsa.

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‘A PAPOSCIA = l’ernia inguinale, altrove nota con molti altri icastici nomi e tra questi rammenterò: ‘ntoscia, mellunciello, quaglia, zeppola e con altra valenza in quanto nomi non riferiti all’ernia inguinale, ma a quella scrotale o allo scroto tout court: guallera, burzone, pallera; quanto agli etimi avremo: paposcia: probabilmente da un basso latino papus = rigonfiamento, a papus è aggiunto un suffisso estensivo femminile osia dal quale il si > scia, come da simia derivò scigna, vesica che diede vescica;

‘ntoscia: dal greco entóshia = intestini;

mellunciello riferimento giocoso al melone, la cucurbitacea chiamata in causa per la sua sfericità la medesima che ad un di presso presenta una congrua ernia inguinale; mellunciello sta per piccolo melone e questi è dall’accusativo tardo latino melone(m), dimìlo/onis, forma abbr. di melopepo/onis, che è dal gr. mìlopépon/onos, comp. di mêlon 'melo, frutto' e pépo¯n 'popone;

altro riferimento giocoso è quello che chiama in causa la quaglia con la sua quasi sfericità di corpo; quaglia è dall'ant. fr. quaille, che è probabilmente da un poco attestato lat. volg. coacula(m), forse di orig. onomatopeica;

ennesimo riferimento giocoso è quello che chiama in causa la zeppola per taluni di etimo incerto, per altri (Roholfs) da un tardo latino zippula(m), e per altri da cymbula(m) che però avrebbe dovuto dare zommola; l’ultima scuola di pensiero (Jandolo) propone serpula(m) per la tipica forma a mo’ di serpe acciambellata che è della zeppola la frittella dolce guarnita di crema e marmellate d’uso a Napoli nella ricorrenza di san Giuseppe; atteso che la zeppola à proprio la forma di una ciambella, mi pare di potere aderire all’ipotesi proposta dall’amico Jandolo, quantunque debba qui ricordare che la zeppola usata come sinonimo di ernia non sia esattamente il dolce qui rammentato ed il cui nome risulta usurpato atteso che la zeppola-ernia è più esattamente quella che a Napoli si dice pastacrisciuta che è appunto una frittella ricavata da un semplice impasto rustico di farina acqua e livito; una volta che la pasta risulti liscia e livitata, ne vengono presi a strappo piccoli pezzi messi a friggere in olio bollente e profondo; appena calati nell’olio bollente i pezzi hanno la particolarità friggendo di gonfiarsi ad libitum risultando tali pastecresciute dette popolarmente, ma inesattamente zeppole o zeppulelle, più consone giusta la sfericità determinatasi in esse con la frittura, a rappresentare un’ inguinale ernia debordante e gonfia;

guallera = ernia scrotale o anche scroto tout court dall’arabo wadara = ernia;

burzone = ugualmente ernia scrotale o anche scroto tout court il tutto ovviamente in senso ironico e giocoso, accrescitivo reso maschile (si veda il suffisso one) della voce femminile borza da un tardo latino bursa(m), dal gr. byrsa "pelle, otre di pelle"; normale il mutamento rs > rz;

il medesimo senso ironico e giocoso si riscontra in pallera che indica ugualmente l’ernia scrotale, ma più esattamente lo scroto tout court in quanto contenitore delle palle che sono – con voce triviale - i testicoli pensati sferici a guisa di sfere; il suffisso ero/a così come in pallera indica: che riguarda i/le...

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‘O CURTIELLO = il coltello, ma ovviamente non quello da tavola, l’innocua posata usata per mangiare, quanto l’acuminata arma bianca proditoria di punta e di taglio, a serramanico che quando sia provvista di apertura a scatto è detta mulletta che è arma di difesa, ma più spessa d’offesa, arma che facilmente si poté reperire in mano o nelle tasche di delinquenti comuni, camorristi e/o guappi che l’usarono in alternativa con affilatissimi rasule (rasoi) , prima che ci si cominciò ad armare con più rumorose e devastanti armi da fuoco; ‘o curtiello è voce che etimologicamente è dal lat. cultellu(m), dim. di culter coltello, normale l’alternanza l > r;

mulletta = coltello a serramanico, ma con apertura a scatto azionato da una piccola molla è voce che etimologicamente è appunto il diminutivo di molla deverbale di mollare in quanto atto a rilasciare.

rasulo = rasoio è voce che etimologicamente è dal latino rasorium che diede rasoru donde per dissimilazione della seconda r > l il napoletano rasulo

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‘O CCAFÈ = il caffè, ma in quanto bevanda pronta da degustare, o chicchi o polvere per approntare la detta bevanda; si noti infatti che in napoletano esistono delle voci che possono avere una doppia forma grafica: o con la geminazione della consonante d’avvio o con la consonante scempia; quando la grafia, e quindi la lettura di tipo forte, presenta la geminazione iniziale, ci si trova di fronte ad una voce neutra e solitamente son voci che si riferiscono a generi alimentari o inanimati ovvero che non contemplano l’intervento umano (ad. es.: ‘o ccafè, ‘o ppane, ‘o ssale, ‘o ppepe, ‘o ffierro (inteso come metallo); spesso invece una medesima voce può presentarsi con una grafia scempia ed in tal caso cambia di significato (ad es.: ‘o cafè = mescita o negozio dove viene servita la relativa bevanda, ‘o fierro (inteso come attrezzo da lavoro o utensile domestico) o ancora ‘o russo (uno con i capelli fulvi) e ‘o rrusso (il colore rosso e per traslato: il sangue; in base a tale argomentare risulta chiaro che la voce a margine ‘o ccafé debba intendersi come bevanda e non come mescita o negozio; comunque ambedue ‘o ccafè e ‘o cafè etimologicamente sono dal turco kahve, e questo dall'ar. qahwa, orig. 'bevanda eccitante'

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‘ONNA PÉRETA FORA Ô BARCONE = letteralmente donna Pereta fuori (affacciata) al balcone; ci troviamo dinnanzi ad una locuzione usata con divertente immagine per mettere alla berlina una donna becera, villana, sciatta, sguaiata, volgare, sfrontata ed, a maggior ragione, una donna di malaffare o anche solo chi fosse una demi vierge o che volesse apparir tale, soprattutto quando tale donna le sue pessime qualità faccia di tutto per metterle in mostra appalesandole a guisa di biancheria esposta al balcone; tale tipo di donna è detto péreta, soprattutto quando quelle sue pessime qualità la donna le inalberi e le metta ostentatamente in mostra; le ragioni di questo nome sono facilmente intuibili laddove si ponga mente che il termine péreta(nella locuzione a margine usata per dileggio quasi come nome proprio di persona) è il femminile ricostruito di pireto (dal b. lat.: peditu(m)) cioè: peto, scorreggia che sono manifestazioni viscerali rumorose rispetto alla corrispondente loffa (probabilmente dal tedesco loft = aria) fetida manifestazione viscerale silenziosa, ma olfattivamente tremenda. Altrove quella donna becera, sguaiata, volgare e sfrontata è detta, volta volta: locena che nel suo precipuo significato di vile, scadente è forgiato come il toscano ocio ed il successivo locio (dove è evidente l’agglutinazione dell’articolo) sul latino volgare avicus mediante una forma aucius che in toscano sta per: scadente, di scarto; da locio a locia e successiva locina con consueta epentesi di una consonante (qui la N) per facilitare la lettura, si è pervenuto a locena; lumera = esattamente lume a gas e lume a giorno = lume a petrolio atteso che una donna becera e volgare abbia nel suo quotidiano costume l’accendersi iratamente per un nonnulla; tale prender fuoco facilmente richiama quello simile del lume a gas (lumera) o di quello a petrolio (lume a giorno) ambedue altresì maleolenti tali quale una pereta.

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‘E CCANCELLE e cioè le carceri; la voce plurale a margine, femminile va riferita come la maschile ‘e cancielle ambedue alla voce singolare neutra canciello = cancello indicante la/le inferriate: protezioni astate in ferro, canciello è etimologicamente un diminutivo attraverso il suff. iello di un cancer latino = graticcio; nel parlato popolare l’originario neutro singolare canciello produsse due plurali: uno maschile ‘e cancielle = inferriate, cancellate ed uno femminile ‘e ccancelle, femminile che comporta al solito la geminazione della consonante d’avvio, plurale femminile che venne usato esclusivamente per indicare le carceri, le prigioni, partendo dall’osservazione che le prigioni son appunto provviste, per solito di robusti cancelli.

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‘O VINO BBUONO = il vino buono; nell’immaginario popolare partenopeo, frutto di antica tradizione contadinauna figura di preminenza forte, tale da essere considerato pure nel libro dei sogni, è quella del vino, gustosa e sacrale bevanda (non dimentichiamo che Cristo lo trasformò nel Suo Sangue! ) bevanda che va da sé debba essere buona, non potendosi prendere in seria considerazione una bevanda che sia una ciofeca (dall’arabo šafèq che in arabo indica appunto un liquido, una bevanda corrotta o più estensivamente tutto il cattivo delle cose, di qualità inferiore, di scarto, di nessun valore); etimologicamente vino è dal latino vinum e buono dal latino bonum

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‘E SORDE – ‘E DENARE = i soldi e segnatamente le monete sonanti intesi nella loro genericità ; infatti in napoletano esistono – come già ebbi modo di chiarire altrove - numerosissimi vocaboli ad hoc per indicare i varî tipi di monete o soldi, addirittura tali voci pare siano quasi sessanta, per cui qui non mi dilungo segnalando solo l’etimo di sordo/e che è da un acc. latino solidum = nome di una moneta d'oro romana dell'età imperiale > soldum > soldo > sordo, mentre denaro/e viene dal lat. denariu(m) (nummum), propr. moneta da dieci, deriv. di dìni, a dieci a dieci

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‘O MUORTO = il morto (ma rammentato da vivo) e segnatamente un familiare defunto, magari da poco tempo, familiare che per essere probabilmente molto amato ed affettuosamente ricordato, viene facilmente richiamato nella fantasia onirica di parenti o amici; muorto etimologicamente è part. passato del latino volgare morire collaterale del classico mori, è voce che spesso nel parlato napoletano viene addizionato, nelle tipiche iperboli del napoletano, di uno specificativo, come ad es.: muorto ‘e famma (morto di fame che sta per molto affamato), muorto ‘e suonno, ‘e sete, etc. (morto di sonno, di sete nel senso di molto assonnato, molto assetato) cioè a dire: tanto affamato, assonnato, assetato da, addirittura, sia pure solo a parole, morirne

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‘O MUORTO CA PARLA = il morto che parla; questa volta con il numero a margine si significa non un morto, sognato nelle sue manifestazioni da vivo, quanto il defunto cui ho fatto cenno al numero precedente, ricordato o sognato allorché da morto parli e si manifesti esprimendo concetti e consigli a pro del sognatore; si tratta ovviamente di una assurdità: nessun morto può da morto esprimersi e formulare pensieri; ma nell’àmbito dell’onirico tutto è possibile: anche un morto che parli; parla voce verbale (ind. pres. 3° pers. sing.) del verbo parlà/parlare dal lat. volg. parabolare (con sincope delle sillaba implicata bo) deriv. di parabola, poi discorso, parola; rammenterò che un film del 1950 interpretato dal famosissimo A. De Curtis (Totò) fu intitolato in modo – solo apparentemente errato: 47, morto che parla; ho detto apparentemente perché il film trattava le vicende non di un morto che da morto parlasse in sogno, ma di un vivo che – fingendosi morto – parlava ed agiva nel sogno.

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‘O PIEZZO ‘E CARNE = letteralmente è il pezzo di carne, ma in realtà non ci troviamo a trattare di argomento da macelleria; infatti il pezzo di carne a margine fa riferimento, senza remore o falsi pudori, al prosperoso e procace corpo di una donna, offerto senza reticenze agli altrui sensi! Rammenterò che in napoletano la voce piezzo che etimologicamente è un derivato di pezza da un lat. volg. pettia(m), di origine celtica con metaplasmo (nella grammatica tradizionale, qualunque alterazione formale che subiscano le parole nella loro struttura abituale) e cambio di genere, oltre ad indicare un pezzo, una particella di qualcosa, è talvolta usata, come nel caso a margine, quando sia seguita da uno specificativo, quasi in senso antifrastico per significare una gran quantità di qualcosa o una gran sovrabbondanza o prestanza fisica come ad es. ‘nu piezzo d’ommo che sta per un uomo grande e grosso o ad es.: ‘nu piezzo ‘e scemo che sta per un grosso stupido e così via; quanto al termine carne dal pacifico etimo latino carne(m) non mette conto aggiunger altro, avendo già chiarito che quella dell’espressione a margine rapprenta l’intero procace corpo di una donna ed estensivamente la donna tout court.

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‘O PPANE = il pane; sotto questo numero viene ricordata una delle figure più comuni e più ricorrenti nei sogni del popolino partenopeo e cioè quell’imprescindibile, sacro alimento (trasformato da Cristo nel Suo Corpo!) dell’uomo; tale alimento ricorre nei sogni nelle più varie forme o pezzature, corrispondenti a quelle normalmente in uso a Napoli e si avrà perciò ‘o paniello o ‘a panella (etimologicamente dal latino panis + i suffissi di genere iello o ella) ambedue: ampia pagnotta rotondeggiante di ca 1 kg; avremo altresì ‘o palatone (grosso filone di ca 2 kg., bastevole al fabbisogno giornaliero di una famiglia numerosa, il suo nome gli deriva dal fatto che al momento di infornarlo, detto filone occupava per intero la lunga pala usata alla bisogna; la palata è invece il filone il cui peso non eccede 1 kg. ed occupava la metà della pala per infornare; un quarto o meno della pala occupavano le c.d. palatelle (piccoli filoncini da 500 o 250 gr.) per ciò che attiene all’àmbito linguistico rammenterò che ‘o ppane (etimologicamente dal latino pane(m)) è un alimento e come tale di genere neutro, ciò che comporta una grafia con la geminazione della consonante d’avvio: ‘o ppane e non ‘o pane.

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‘O CIARDINO o ‘O CIARDENIELLO; di per sé le voci significherebbero il giardino o il piccolo giardino; etimologicamente ciardino ed il suo diminutivo (vedi suff. iello) ciardeniello vengono dall’antico francese jardain con passaggio dalla sonora gi alla sorda ci come altrove nel napoletano dove si à ad es.: Calibbarde in luogo di Garibaldi etc. Ò usato il condizionale significherebbero in quanto nell’immaginario dei sognanti partenopei con la voce ciardino e più ancora con il diminutivo ciardeniello si suole indicare con traslato furbesco e forse impudico, più che il fronzuto appezzamento di terreno in cui si coltivano fiori e piante ornamentali, un giovane irsuto pube femminile.

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‘A MAMMA o MAMMÀ = la mamma, l’essere più caro specialmente ai soggetti maschili, essere che come tale non poteva assolutamente mancare nell’elenco dei soggetti, oggetti o situazioni sognabili; ed è tanto presente nell’immaginario partenopeo da assegnarle due identificativi: ‘a mamma (etimologicamente dal lat. mamma(m) mammella, poppa e nel linguaggio infantile mamma) voce che appare però più asettica o meno partecipativa della successiva mammà (etimologicamente dal franc. maman) che pur essendo voce essenzialmente regionale, usata sempre senza articolo, appare più coinvolgente emotivamente rispetto alla toscana mamma.

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‘O VIECCHIO o anche ‘O VICCHIARIELLO = il vecchietto; altra figura emblematica che non poteva mancare nella smorfia dei napoletani da sempre adusi a tenere in alta considerazione chi si porti il carico di molti anni, sia che si tratti di familiari (genitori, nonni, zii) sia che ci si riferisca ad estranei con i quali si abbia un sia pure fugace contatto di vita, più o meno quotidiano al segno che nella smorfia il soggetto è indicato con una doppia voce: ‘o viecchio (la persona anziana che si trovi negli ultimi anni di vita) voce che deriva da un basso latinoveclu(m),collaterale del class. vetulu(m), dim. di ve°tus 'vecchio'voce che è però molto fredda e quasi anodina, rispetto alla successiva vicchiariello ( diminutivo, vezzeggiativo della pregressa viecchio) usata piùaffettuosamente per indicare l’anziano di famiglia, voce che per sottolinearne l’uso più partecipativo viene quasi sempre accompagnata dal possessivo mio: del proprio genitore s’usa dire infatti: ‘o vicchiariello mio!

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‘O CAPPIELLO = letteralmente il cappello, ma in senso generico, indifferentemente da uomo o da donna, un qualsivoglia copricapo composto da una cupola o cupolino e da una tesa o falda più o meno pronunciata, quell’oggetto il cui nome viene da un tardo latino cappellu(m) doppio diminutivo maschile di cappa= copricapo e dunque un qualunque copricapo alto o basso di feltro o di felpa, quella felpa (tessuto pesante per confezionare cappelli rigidi) il cui accrescitivo maschile : felpone diede la voce ferbone che indicò qualsiasi proditorio proiettile lanciato dagli scugnizzi sul finire del 1800 contro gli uomini che indossassero alti e rigidi copricapi, allo scopo di dileggiarli, facendo loro cascare il cappello, quel medesimo generico copricapo cui si fa riferimento nella nota frase partenopea: Àccepe cappiello! (riproducente il latino: Accipe cappellum id est: Prendi il cappello (e tira via!) usata a mo’ di canzonatura rivolta dal vincitore al perdente al termine di una gara o tenzone, quasi per dirgli: Ài perduto… Non à più senso che tu stia qui: prendiil tuo cappello e vattene! Aggiungerò che l’oggetto a margine è uno di quegli oggetti elencati nella smorfia con numerosi numeri, secondo il tipo o la specie; ne rammento alcuni: cappello bianco – 57,cappello del papa, camauro -70, capp. vescovile -61, capp. cardinalizio – 62, capp. da prete – 3, cappello alto e bordato – 63, da donna con penne 27(si noti l’irrisione: come specificai con il medesimo num. 27 è elencato il pitale, appaiato qui ad un cappello da donna probabilmente di foggia cilindrica, la stesso d’’o cantero, pitale…), capp. da ragazzo – 58, da cafone -64, da militare generico – 82, capp. di paglia, paglietta – 36, capp. incerato, da pioggia – 39, di seta – 67, con fiori – 10,stracciato – 37, da contadino calabrese -19, da bandito – 36, gibus (che è il cappello a cilindro provvisto di molle che permettono di ripiegarlo e appiattirlo, usato un tempo nell'abbigliamento maschile da sera, e che deriva il suo nome dal fr. gibus, dal cognome del cappellaio Gibus che lo inventò nel 1834) – 53.

55

‘A MUSECA cioè la musica, con particolare riferimento non a quella eseguita da musicisti professionisti al chiuso di teatri, ma a quella gioiosa delle feste popolari eseguita da musicanti improvvisati, all’aperto, con rumorosi strumenti a fiato e/o percussione, quelli stessi che elencai alibi sub STRUMENTI POPOLARI NAPOLETANI ed a cui rimando, per evitare di dilungarmi ripetendomi qui; la voce museca etimologicamente è dal lat. musica(m) (arte(m), che è dal gr. mousiké (téchnì); (propr. 'arte delle Muse).

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‘A CARUTA e cioè la caduta, quell’inopinato accadimento, che quando avviene, se non procura in chi lo subisce gravi danni, muove spessissimo al riso, in ispecie quando detta caduta è goffa e repentina, soprattutto quando chi cada sia persona grossa e/o grassa e se donna metta in mostra nascoste grazie; alla stessa categoria che muove al riso attiene la c.d. sciuliata (che è l’atto dello scivolare ricordato però sotto il numero 68) tanto più divertente quando alla sciuliata faccia seguito una plateale caruta; quanto agli etimi, caruta è un part. pass. femminile sostantivato, con tipica mutazione d’area osco-mediterranea della d>r, ed occorre risalire al lat. volg. cadìre, per il class. cadere; mentre sciuliata risulta essere anch’essa un part. pass. femminile sostantivato dal lat. volg. exevolare attraverso una forma frequentativa exevoliare.

57

‘O SCARTELLATO cioè il gobbo figura emblematica dell’immaginario partenopeo ritenuto portabuono; ricorderò che si sta parlando dello scartellato e cioè di un uomo affetto da una gobba posteriore quella che è detta scartiello (etimologicamente da un basso latino cartellu(m)=cesta, gerla con tipica prostesi della s intensiva partenopea; al contrario, se si sognasse di una donna provvista di scartiello ci troveremmo davanti ad una scartellata, figura decisamente negativa: se lo scartellato porta buono, la scartellata porta male, anzi malissimo; rammenterò in chiusura che qualora si sogni di un uomo che porti la sua gobba non sulle spalle, fra le scapole, ma sul davanti sullo sterno, non potremmo più parlare di scartiello, ma dovremo parlare di bauglio ( che è dallo spagnolo bahùl da un basso latino bajulare=portare) e chi sognasse di un portatore di gobba pettorale (bauglio) non potrebbe più giocare il numero 57, che fa riferimento allo scartiello posteriore e dovrebbe indirizzare le proprie preferenze per il giuoco al num. 75 che è il num. 57 lètto in maniera voltata, come voltatoa è la gobba non più posizionata sulle spalle, ma sul davanti del gobbo.

58

‘O PACCOTTO che è esattamente il grosso pacco, l’ involto di qualsiasi merce confezionata e sistemata ben stretta e legata per un agevole asporto; con il medesimo termine però in senso traslato furbesco e scherzoso si intende anche un vasto, prosperoso deretano muliebre(altrove detto pure culo a buttiglione o a purtera) inviluppato in ampi ed eccessivi vestiti tali da fare apparire il detto culo merce confezionata in grosso pacco pronta per l’asporto; la voce paccotto è etimologicamente da collegarsi al greco paktòs deverbale di pegnýô=comporre, compattare.

59

‘E PILE - i peli e segnatamente i capelli o quelli che ricoprono irsuti ed abbondanti un prestante torace d’un giovane uomo, peli intesi come simbolo di rigogliosa forza e giovinezza e come tali accolti nel libro dei sogni napoletani nel quale le manifestazioni della giovinezza son sempre tenute in gran considerazione;(non dimentichiamo la storiella biblica di Sansone che aveva nelle chiome l’origine della sua forza; i partenopei, gran parte della loro cultura di fondo la devono a greci, arabi, ebrei dai quali mutuarono parecchie idee e concezioni filosofiche, ma pure credenze e norme comportamentali); etimologicamente ‘e pile plurale di ‘o pilo è dal latino pilu(m) parallelo al greco pïlos.

60

‘O LAMIENTO o SE LAGNA – letteralmente il lamento, la lagnanza o si lagna ed ovviamente si tratta di lamenti o lagnanze ben motivati, conseguenze di un dolore provato, o di una vicissitudine subìta; sono escluse dalle voci a margine quelle fastidiose, pretestuose impuntature o capricci, richieste immotivati dei bambini che producono antipatiche lamentele che vanno sotto il nome di ‘nzirie per la cui etimologia, scartati gli inconferenti latini: insidiae ed in-ira, penso si possa risalire al greco sun-eris che ad litteram è con dissidio giusta i contrasti astiosi delle ‘nzirie dei bambini; per l’etimo di ‘o lamiento occorre riferirsi al latino lamentu(m) mentre per quello della voce verbale se lagna del verbo lagnarse occorre pensare ad un tardo latino: laniare se = dilaniarsi per il dolore.

61

‘O CACCIATORE = il cacciatore e segnatamente chi si dedichi allo sport venatorio, armato di fucile o doppietta , accompagnato da uno o più cani da caccia ed agghindato con carniere, tascapane, cartucciera etc., personaggio così noto e presente nell’àmbito campagnolo e provinciale del vivere quotidiano da meritarsi un ben identificato ricordo nella smorfia dei sogni oltre ad essere presente, quantunque con evidente forzatura storico-temporale, nei tradizionali presepî partenopei della fine settecento, princìpi ottocento; sono esclusi dalla voce a margine (che etimologicamente è un deverbale del basso latino captiare frequentativo del classico capere = prendere) ogni altro tipo di predatore che vada a caccia con altro tipo di arma che non sia il fucile ( che è da un lat. volg. (petram) focile(m) '(pietra) da fuoco, acciarino', deriv. di focus 'fuoco') o la doppietta che è un tipico fucile da caccia con doppia (da cui il nome) canna affiancata o sovrapposta.

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‘O MUORTO ACCISO vale a dire il morto ammazzato; qui la smorfia prende in considerazione non il morto semplice, quello cioè defunto per cause naturali, del quale nel parlato comune s’usa dire che è morto nel proprio letto (anche quando tecnicamente ciò non sia vero) e cioè sia morto per malattia, vecchiaia , morto che come tale è già ricordato con il num. 47, ma colui che sia defunto di morte violenta e segnatamente con spargimento di sangue per mano di inveterati o occasionali nemici ed estensivamente anche il morto vittima del proprio dovere, sul lavoro, in guerra etc.; come già vedemmo al num. 47 etimologicamente muorto è il part. pass. del verbo murì dal latino morire collaterale del classico mori, memtre acciso risulta essere il part. passato del verbo latino accidere da un lat. volgare ad – caèdere > accedere > accidere collaterale di ob- caèdere > occedere > occidere > uccidere.

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‘A SPOSA, la sposa, colei che convola a nozze, ma non a quelle… riparatrici; rammenterò che nelle tombole familiari d’antan usava divertirsi ponendo a colui che estraeva i numeri, al momento dell’estrazione del num. 63 addizionato del sacramentale ‘a sposa!, la repentina domanda: Quant’anne teneva? E ‘o sposo? tenendo per buoni e soddisfacenti i due numeri che venivano estratti sùbito dopo quello a margine e l’ilarità era tanto maggiore quanto più fosse alta la differenza tra il numero che nel giochino indicava la presunta età della sposa e quello che indicava la presunta età dello sposo; spesso per un curioso gioco del destino capitava che l’età ipotetica della sposa fosse compresa tra i numm. 70 e 90 e quella dello sposo tra i numm. 20 e 30, per cui immancabilmente s’udiva il salace commento: Se ll’era saputo piglià, eh?! Etimologicamente ‘a sposa risultando essere il part. pass. femminile del basso lat. sponsare 'fidanzarsi', deriv. di sponsus, part. pass. di spondìre 'promettere', dovrebbe significare fidanzata, promessa, ma poi finì per essere attrubuito a colei che giungeva alle nozze, dopo un periodo più o meno lungo di fidanzamento (deverbale di un fr. ant. fiancer 'impegnarsi, garantire', poi 'promettere in matrimonio'.

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‘A SCIAMMERIA letteralmente si tratta di un’ampia giacca da cerimonia che a Napoli è appunto detta con voce intraducibile sciammeria: giacca elegante con falde lunghe, tipica delle cerimonie o ricorrenze importanti, con esclusione dei matrimoni eleganti nei quali sia previsto il tight (detto giocosamente a Napoli: cafè a ddoje porte) la sciammeria probabilmente non è un denominale forgiato sul francese chambre, ma molto più probabilmente è derivato direttamente dallo spagnolo chamberga sempre che non derivi direttamente dal nome del duca di Schönberg (17° sec.) che volle che le sue truppe fossero equipaggiate con una lunga palandrana che, dal nome del duca, è resa in italiano col termine giamberga ; personalmente trovo più convincente l’ipotesi ispanica che più si presta ad approdare a sciammeria attraverso la napoletanissima, solita prostesi di una s intensiva all’originario cia (ch) spagnolo, assimilazione regressiva della b, sincope del gruppo rg sostituito da un ri con una i atona;

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‘O CHIANTO cioè il pianto come manifestazione consistente nella reiterata e copiosa emissione di lacrime che arrossano gli occhi e rigano il volto a sèguito o a causa di un dolore, di un lutto, di un grave dispiacere; in napoletano tuttavia con la parola a margine si indica pure, con linguaggio familiare e scherzoso, una cosa mal fatta, mal riuscita ed ancora una persona noiosa, fastidiosa: ‘stu vestito è ‘nu chianto; questo vestito è un pianto! o frateto è ‘nu chianto: tuo fratello è un pianto! È chiaro che l’accezione della voce a margine è quella che si riferisce ad un dolore, un lutto, un dispiacere che inducono le lacrime, non quella che riguarda l’estensione scherzosa. Detto che etimologicamente ‘o chianto è da un lat. planctu(m) 'colpo di chi si batte il petto', deriv. di plangere 'battere', poi 'piangere'normale ed usuale il passaggio di pl>chj rammenterò che a Napoli L'elemento di fondazione, che segna l'inizio della infrastrutturazione cimiteriale della zona di Poggioreale, è il Cimitero di Santa Maria del popolo, detto "delle 366 fosse", dovuto a Ferdinando Fuga, ed edificato nel 1762. Il cimitero rappresenta un monumento di straordinaria importanza rappresentando l'unico esempio conosciuto di "macchina illuminista" cimiteriale. Si tratta di una attrezzatura civica che anticipa, di almeno cinquant'anni, gli editti napoleonici riguardanti l'igiene delle sepolture e il conseguente obbligo di edificare i cimiteri lontano dall'abitato: si pensi che, all'epoca, a Napoli l'inumazione degli indigenti avveniva in una cavità dell'ospedale degli Incurabili, in piena città. L'impianto è basato su di una corte quadrata, di 80 metri di lato, recintata da un muro che si duplica, all'ingresso, a formare un basso edificio con il pronao d'ingresso, una semplice cappella e l'alloggio del custode. Altro elemento fondativo del complesso cimiteriale è il Cimitero di Santa Maria del Pianto (detto comunemente dal popolo ‘O CHIANTO) con l'omonima chiesa a pianta centrale, di impianto seicentesco, intorno alla quale sin dalla peste del 1656 avveniva l'inumazione dei cadaveri. L'attuale cimitero che consta di una amplissima superficie di oltre 20.000mq ed è dovuto ad una sistemazione ottocentesca e ad espansioni successive, si presenta su di un ripido versante, terrazzato sia nella parte della recente espansione che in quella ottocentesca, e con articolati percorsi a tornante e scale. Il cimitero oggi appare densamente edificato, in prevalenza con cappelle private ed edifici per congreghe di media dimensione. Della ricca vegetazione originale restano alcuni imponenti esemplari di cygas ed un cedro secolare posto all'ingresso, mentre nella espansione recente sono stati impiantati numerosi cipressi. Da rammentare che nel rigoglioso giardino all’inglese del Chianto è ricavato il c.d. recinto degli uomini illustri, dove ànno trovato sepoltura, meta della visita commossa del popolo napoletano, gli uomini illustri partenopei per nascita o morte, o per adozione : letterati, poeti, musicisti, drammaturghi, ma anche cantanti lirici ed attori famosi; tra questi uomini illustri son da rammentare E. Caruso, G. Donizetti, S. Di Giacomo, Libero Bovio, E. Murolo, il principe A. de Curtis in arte Totò e tanti altri.

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‘E DDOJE ZETELLE o anche ‘e ddoje sarcenelle letteralmente: le due nubili o anche le due piccole fascine; ci troviamo di fronte, come ognuno può intendere, ad una indicazione di sapore furbesco; in effetti la voce originaria ricordata con il numero a margine, fu dapprima ‘e ddoje sarcenelle che qualcuno storpiava in ‘e ddoje sarchielle di carattere marcatamente furbesco atteso che con il termine sarcenella, ma anche con sarchiella(quantunque quest’ultima voce non trovava riscontro alcuno e fosse solo una patente corruzione della precedente sarcenella), si intendeva riferirsi all’organo sessuale femminile, e segnatamente a quello di una donna che per essere ancora nubile, sebbene abbastanza anziana l’avesse ispido e ben serrato a guisa di una piccola fascina (buona solo per essere arsa…) e che si tratti di due vulve lo si può agevolmente ricavare dal fatto che il numero a margine è formato dall’accostamento di due 6 (quel 6 che come vedemmo nella 1° parte indica chella ca guarde ‘nterra id est la vulva;) in prosieguo di tempo poiché non tutti all’annuncio: 66 ‘e ddoje sarcenelle, si rendevano conto di cosa si stesse parlando, si abbandonò l’annuncio figurato per dire molto più praticamente: 66 ‘e ddoje zetelle. Etimologicamente sarcenella di cui sarcenelle è il plurale, è il diminutivo di sàrcena da un acc. latino sarcina(m)=fascina da ardere mentre la voce zetella, il cui plurale è zetelle è il diminutivo di zita che è voce di orig. dial., variante di citta = fanciulla.

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‘O TOTARO DINT’ Â CHITARRA letteralmente: il totano nella chitarra,ma anche in questo caso ci troviamo davanti ad una figurazione dal sapore marcatamente gioioso e furbesco, intendendosi con questa figura riferirsi all’immagine del coito ( che è dal lat. coitu(m), deriv. di coire 'andare insieme') in effetti è molto semplice rendersi conto di cosa sia adombrato sotto la figura del totaro e cosa adombri la chitarra con il foro della rosa; quanto all’etimologia abbiamo: totaro deriv. del gr. teuthís o têuthos con lo stesso significato di mollusco simile al calamaro; la voce pur partendo dal greco è giunta nel napoletano attraverso un basso latino tutanu(m) con metaplasmo e cambio di suffisso nu > ro. chitarra dall'ar. qîtâra, che è dal gr. kithára.

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‘A ZUPPA ‘E CARNACOTTA letteralmente la zuppa di carne cotta o zuppa di frattaglie (interiora del vitello affettate sottilmente e cotte in un brodo privo di grassi aggiunti, ma ricco di verdure e spezie; questa zuppa viene servita caldissima, a mestolate, su pochefreselle (dal latino frendere= spezzettare)fette di pane biscottato in un’ampia ciotola, accompagnata da un buon bicchiere di vino rosso e rappresentò, per anni, specie nei mesi invernali il gustoso asciolvere della povera gente o dei salariati. rammenterò che tale zuppa è nota a Napoli anche con il termine ‘a mariscialla; a Napoli una volta esistevano ed  in qualche vicolo  della vecchia città  se ne può incontrare ancora qualcuno, i ventraiuoli cioè i venditori ambulanti   che su attrezzati  carrettini trainati a mano servivano le trippe cioè il quinto quarto della bestia macellata e tali trippe erano servite ben affettate e ridotte in piccoli pezzi, disposti  su fogli di carta oleata ed erano  da portare alla bocca con le dita senza l’ausilio di alcuna posata o attrezzo cosparsi di parecchio  sale ed irrorati con il succo di limone; spesso affettavano la trippa lessata (specialmente la parte detta cientopelle) in  strisce larghe e lunghe come i galloni dei marescialli dell’epoca murattiana quando si indossavano divise fantasmagoriche , per cui i ventraiuoli battezzarono mariscialla  la zuppa ricavata da frattaglie di vitello bollite con aggiunta come ò detto  solo di poche erbe aromatiche; etimologicamente zuppa dal got. suppa 'fetta di pane inzuppata' mentre carnacotta è l’adattamento dialettale per fusione del toscano carne cotta, e mariscialla è un giocoso femminile ricostruito di maresciallo che è dal fr. maréchal, a sua volta dal lat. mediev. mariscalcus; cfr. maniscalco.

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SOTTO E ‘NCOPPA letteralmente sotto e sopra, ma più esattamente posti di fronte in posizione inversa; anche in questo caso, pur partendo dall’ovvia osservazione che il numero 69 è formato con due cifre di cui l’una, il 6 posto in posizione classicamente verticale, mentre il 9 pare quasi un 6 posto in posizione inversa tale da determinare un numero formato da cifre poste di fronte in posizione inversa, ci troviamo a parlare di una situazione furbesca riproducente il c.d. coito orale; quanto all’etimologia, sotto è da un basso latino subtus derivato di sub, mentre ‘ncoppa = sopra è forgiato da un in illativo e coppa dal latino cuppa(m) la parte posteriore superiore del capo che è dunque quella posta sopra.

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‘O PALAZZO o più esattamente ‘O PALAZZO ‘E CASA e cioè il palazzo o con tipica tautologia partenopea il palazzo di casa che – a prima vista – potrebbe sembrare un’inutile precisazione ed invece non lo è, poi che con la parola palazzo che etimologicamente è dal latino palatiu(m) 'colle Palatino', poi 'palazzo imperiale', che nella Roma imperiale sorgeva su quel colle si intende genericamente qualsiasi edificio di grandi proporzioni e di pregio architettonico, adibito soprattutto un tempo ad abitazione di re, principi o famiglie nobili, e oggi per lo più a sede di organi di governo, di uffici pubblici, di istituzioni culturali e sim., mentre con l’espressione palazzo ‘e casa ci si riferisce ad un più contenuto edificio anche non di grandi proporzioni e pregio architettonico dove però si abbia la propria stabile dimora in appartamenti di un numero variabile di stanze dette - con tipica iperbole napoletana – case ( dal latino casa propriamente casa rustica opposta alla domus abitazione del dominus formata di molti più vasti ambienti ed annesse pertinenze: giardini etc.

Tra le specificazioni del palazzo ‘e casa rammenterò il c.d. palazzo ‘e casa a spuntatora e cioè il palazzo con due entrate situate o su strade adiacenti o parallele, palazzo che come la c.d. casa cu ddoje porte risultò molto inviso ai mariti gelosi che temettero la possibilità da parte d’un probabile amante della fedifraga consorte, di attingere le grazie di detta infedele moglie entrando in casa o nel palazzo attraverso l’uscio non usato abitualmente dal marito tradito.

Mi piace rammentare ora un’amenità che si poteva udire, nelle tombole familiari d’antan, all’annuncio dell’estrazione del numero 70; quanto con voce stentorea chi estraeva i numeri, annunciava in sostanzioso napoletano: sittanta! invariabilmente tutti i giocatori in coro, giocando sull’omofonia tra sittanta ( settanta) e ssî ttanto ( sei grosso o alto così e non di più…) gli rispondevano: E nun crisce cchiú ( e non crescerai di più).

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LL’OMMO ‘E MMERDA letteralmente l’uomo di merda ossia l’uomo dappoco, persona infida, riprovevole,disonesta, o solo d’animo ignobile, così definito in quanto si appaleserebbe tal quale fosse per iperbole formato di escrementi; l’espressione a margine sostanzia una corposa offesa rivolta appunto nei confronti di chi venga considerato mancante di ogni decoro e/o dignità ed al contrario mostri cattiveria e protervia d’animo; costui a volte viene apostrofato con la voce mmerdajuolo, usata come sinonimo di quella a margine, quantunque di per sé ( con derivazione dal latino merda(m) con i suff. arius ed olo) indicherebbe colui che – per lavoro – raccattava gli escrementi animali per igiene pubblica e li rivendeva per concimare i campi; a tal proposito rammenterò l’espressione Essere ‘a tina ‘e miezo.

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‘A MARAVIGLIA – la meraviglia con particolare riguardo a tutti quegli accadimenti che dèstino stupore,sbalordimento, stordimento, sbigottimento, emozione, soprattutto quando queste cose provengano dal verificarsi di fatti dai risvolti negativi che mai si sospettava potessero accadere; ad es. desta meraviglia oltre che orrore una madre che uccida un figlio o un figlio che diventi matricida e così via; quanto all’etimo ‘a maraviglia è da un latinomirabilia, propr. 'cose meravigliose', neutro pl. sost.e inteso femminile dell'agg. mirabilis meraviglioso.

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‘O SPITALE – l’ospedale e cioè l’ istituto pubblico nel quale si ricoverano e si curano gli ammalati inteso come luogo di sofferenze e miseria, atteso che è luogo dove vengono accolti per esser curati i cittadini meno abbienti; i più facoltosi infatti fanno ricorso alle c.d. cliniche private ed un tempo si congetturò che anche il personale medico e/o paramedico che prestava la propria opera nell’ospedale fosse meno capace, in quanto peggio retribuito, del personale delle c.d. cliniche private; quanto all’etimo la voce ‘o spitale è da un lat. volg. hospitale, neutro sost. e inteso maschile dell'agg. hospitalis 'ospitale, che accoglie, con sincope della h iniziale e deglutinazione della o intesa come articolo.

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‘A ‘ROTTA e cioè la grotta con riferimento ovviamente non ad un qualsiasi anfratto naturale, ma, sulla scorta della gran tradizione cristiana partenopea, ovviamente la grotta per antonomasia: quella che ospitò il Bambino Gesù riscaldato dal fiato del bue e dell’asinello; prima di rammentare che in napoletano, con il diminutivo della voce a margine, e cioè con ‘a ‘rutticella estensivamente e con raffronto semiblasfemo si intese la vulva muliebre, ricorderò il detto che richiamando il bue e l’asinello detti, parla di ‘o scarfalietto 'e Giesù Cristo Ad litteram: Lo scaldino di Gesù Cristo. Non si direbbe, ma la locuzione ricordata è una dura, sia pure sorridente offesa che si rivolge agli uomini ritenuti ignoranti o anche becchi. Non v'è chi non sappia infatti che Gesù Cristo fu riscaldato nella greppia di Betlemme da un bue e da un asinello; di talché affibbiare ad uno il titolo di scaldino di Gesù Cristo significa dargli dell' asino e del bue id est: ignorante e cornuto e perciò significa accusare sua moglie di infedeltà continuata.

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PULICENELLA e cioè Pulcinella la maschera per antonomasia della tradizione popolare partenopea che come tale non poteva non esser presente nella smorfia rappresentandovi l’uomo più semplice, quello più debole, quello che nella scala sociale occupa l’ultimo posto; è però dotato per compensazione di una furbizia eccezionale, capace perciò di risolvere i più disparati problemi. Chiamato a rappresentare l’anima del popolo, i suoi istinti primitivi, appare quasi sempre in contraddizione, tanto da non avere dei tratti fissi: è ricco o povero, è prepotente o codardo, e talvolta presenta l’uno e l’altro tratto contemporaneamente. La verità sta nel fatto che a questa maschera il popolo ha riservato la funzione di riassumere e di esprimere tutta la sua realtà quale che sia: brutta o bella, meschina o eroica.

La maschera di Pulcinella à una storia che viene di lontano; già non c’è uniformità di vedute sull’origine del nome Pulcinella; secondo alcuni esso si vuole che debba discendere da Pulcinello cioè piccolo pulcino per via del suo naso adunco e per la voce chioccia che in origine usarono gli attori , c’è chi invece propende per Puccio d'Aniello un villano di Acerra del '600 che dopo aver preso in giro una compagnia di commedianti girovaghi si unì a loro come buffone e pare s’inventasse quel mascheramento del volto, mezzo bianco e mezzo nero, palandrana bianca e candido cappello a pan di zucchero; una scuola di pensiero propende per un tal Silvio Fiorillo attore girovago nato all'incirca nel 1560 (Viviani V.), che pare fosse il primo a portare ufficialmente in scena la figura di Pulcinella, anche se l'alternava con la casacca e la spada del capitano Matamoro spagnolo. Fiorillo viene anche ricordato come il primo commediografo pulcinellesco, essendoci giunta una sua commedia intitolata: " La Lucilla costante, con le ridicole disfide e prodezze di Pulcinella " In realtà dove e da chi sia nato Pulcinella non é dato di sapere e molti eminenti studiosi e letterati come Benedetto Croce, Salvatore Di Giacomo e Anton Giulio Bragaglia si siano impegnati in queste ricerche, senza mai poterlo stabilire con certezza; a mio avviso, pur accogliendo in parte qualcosa d’ogni singola ipotesi, penso che non sia tuttavia lontano dalla verità chi, (almeno per ciò che riguarda i caratteri generali), collega Pulcinella al Maccus della commedia atellana latina; la maschera di Pulcinella à una sua variante francese in Polichinelle' ( un fanfarone gradasso con doppia gobba e un vestito giallo-rossiccio detto crocòta) ed una inglese con Punch maschera dall' umore malinconico e brutale, molto diverso dal Pulcinella napoletano brioso e faceto; i medesimi caratteri della maschera napoletana si riscontrano invece nel russo Petruska, nel don Cristobal spagnolo e nel tedesco Kaspar, segno che la maschera napoletana fu esportata in lungo e largo. Esiste un momento centrale ed illuminante, nella storia dei rapporti fra Pulcinella e Napoli, fra Pulcinella ed il teatro ed, in particolare, fra Pulcinella e l'attore : esso coincide con la fine del '600 e l'inizio del '700, allorché la storia dello spettacolo a Napoli si fa suggestiva misura della storia stessa della città e della sua vita culturale. Vi fiorisce un teatro di prosa dialettale, espressione di una straordinaria attenzione alla lingua ed al costume; vi nasce una ricca e fertile generazione di teatranti: teorici, drammaturghi e commediografi, librettisti, musicisti, attori e cantanti, impresari; vi si rinnovano le strutture cittadine di spettacolo: si apre il San Carlo e, all'estremo opposto del consumo sociale del teatro, il non meno nobile San Carlino; si afferma la commedia in musica, detta opera buffa, capace di espandersi ed affermarsi per l'intera Europa con caratteri che ànno fatto pensare addirittura ad una scuola musicale napoletana '; sopratutto, il teatro rinasce, dopo esaltanti esperienze della commedia dell'arte praticata trionfalmente in Europa per tutto il '600 ed in questa prima metà del '700. La maschera à rappresentato e rappresenta tuttora la plebe napoletana' da sempre oppressa dai vari potenti che si sono succeduti, affamata e volgare, smargiassa, codarda e dissacrante. Molti attori ànno impersonato sulla scena il personaggio di Pulcinella ma il più famoso di tutti è stato Antonio Petito (1822 -†1876) trionfatore sul palcoscenico del San Carlino; questo Petito nonostante fosse quasi analfabeta, à lasciato numerose commedie di grande successo che avevano come protagonista lo stesso Pulcinella. Dopo di lui, per tanti aspetti, storici, culturali e tecnici nonostante sulle scene fossero attivi altri grandi interpreti (come Salvatore De Muto(1876 † 1970) ad esempio e Gianni Crosio (di cui, purtroppo non sono stato in grado di reperire notizie biografiche) inizia la decadenza. Pulcinella in teatro diventa un personaggio, e deve attenersi ormai ad una parte scritta, ad un copione. Privata del vivificante contatto diretto con il pubblico, la maschera assume sempre più caratteristiche stereotipate, di genere. Solo nella strada, con le guarattelle (forma metatica di guattarelle= acquattate, nascoste), il teatro napoletano dei burattini, Pulcinella mantiene la sua forza, conservando intatta nel tempo, incredibilmente, la struttura di spettacolo originaria della Commedia all’Improvviso, e in tal forma giungendo fino ai nostri giorni.

Ribadito che  per quel che riguarda l’etimologia del nome Pulicenella o anche Pullicenella con tipico raddoppiamento popolare della l implicata, occorre risalire ad un accusativo latino pullicinu(m)= pulcino variante del tardo latino pullicénu(m), con riferimento – come già detto – al naso adunco ed alla primitiva voce chioccia e pigolante usata dagli attori per dar vita alla maschera, ricorderò che il personaggio eternato sotto il num. 75 della smorfia napoletana non è esattamente la maschera fin qui menzionata, ma il generico buffone, il pagliaccio o l’ uomo di nessuna personalità, quel medesimo che per traslato è detto appunto Pulicenella.

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‘A FUNTANA e cioè la fontana figurazione della vita, rappresentata dal fluire tipico dell’acqua, emblema quasi sacrale che come tale non poteva mancare nel libro dei sogni dei napoletani, da sempre attenti a tutto ciò che abbia un risvolto sacro; etimologicamente è da un accusativo latino fontana(m) aqua(m)= acqua di fonte.

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‘E RIÀVULE e cioè i diavoli; e non faccia meraviglia se i napoletani abbiano accolto nel loro libro dei sogni, una figura (il demonio) così tanto all’opposto della visione sacrale che dell’esistenza ànno i partenopei; se lo ànno fatto, la cosa è avvenuto a puro scopo apotropaico nella convinzione che il considerarlo ed anzi considerarli nella loro numerosità (abbiamo infatti il plurale ‘e riavule e non il singolare ‘o riavulo) li tenesse superstiziosamente a bada e ne allontanasse i malefici influssi; a Napoli purtroppo spesso la superstizione e la religione vanno a braccetto dandosi di gomito; etimologicamente ‘e riavule che è plurale di ‘o riavulo = diavulo con tipica rotacizzazione osco-mediterranea della d>r viene da un tardo latino diabolu(m), dal gr. diábolos, propr. 'calunniatore', deriv. di diabállein 'disunire, mettere male, calunniare', che nel gr. cristiano traduce l'ebr. satan 'contraddittore'.

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‘A BBELLA FIGLIOLA che ad litteram starebbe per la bella ragazza, ma per eufemistico traslato vale la prostituta e più chiaramente ‘a zoccola; trattandosi di chi esercita il mestiere più antico e noto, fu quasi ovvio che entrasse a far parte del libro dei sogni partenopeo, quantunque si eufemizzassero i più usati termini come prostituta o il più corposo zoccola; ò già abbondantemente trattato alibi sub Meretricio e voci collegate, le voci prostituta e zoccola e a quell’articolo rimando, limitandomi qui a dire della voce figlióla che etimologicamente è da un accusativo latino volgare filiòla(m) per il classico filíola(m) e ricordando che il naspoletano à però la vocale tonica del dittongo chiusa.

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‘O MARIUOLO e cioè il mariolo, il ladro ed estensivamente la persona disonesta in genere anche quando non sia dedita al furto continuato; nel libro napoletano dei sogni che fotografa tutta la vita nelle sue manifestazioni ed accezioni non poteva mancare la figura del mariolo che segnatamente (prima di comprendere il disonesto in genere, il furbo e truffatore) fu quel ladro di basso profilo che a far tempo dalla fine del ‘700 ed i princípî dell’’800 operava piccoli furti di destrezza in istrada sottraendo a disattenti pedoni orologi da tasca , fazzoletti di seta e portamonete; esistettero negli anni che ò detto addirittura delle scuole dove i mariuoli alle prime armi prendevano scuola e si allenavano sottraendo a dei fantocci preparati all’uopo le mercanzie ricordate, facendo attenzione durante gli… allenamenti a non far titinnare i numerosi campanelli di cui erano forniti i pupazzi, campanelli che se avessero titinnato avrebbero dimostrato che il mariuolo non stesse agendo con la dovuta rapidità e destrezza e pertanto avrebbe dovuto continuare ad imparare, magari sferzato dolorosamente dalla verga o dallo staffile del maestro mariuolo. Per ciò che attiene all’etimologia del termine mariuolo non c’è uniformità di vedute; taluno si trincera dietro un etimo incerto, qualche altro prpende per un antico aggettivo francese mariol = furbacchione, qualche altro ancora lo legherebbe allo spagnolo marraio e marrullero = imbroglione, monello; trovo invece molto interessante la scuola di pensiero che fa risalire la voce mariuolo ad un acc. latino malevolu(m)>marevolu(m)> marevuolo con sincope definitiva della v donde mareuólo e mariuólo.

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‘A VOCCA si tratta ovviamente della bocca, la cavità nella parte anteriore del viso dell'uomo, delimitata dalle labbra, che è organo della respirazione, della nutrizione e della fonazione; ed è con particolare riferimento a quest’ultima funzione che la bocca è presa in considerazione nella smorfia partenopea in quanto emblema di coloro che erano adusi a parlare d’ogni cosa anche se spesso a sproposito,in quanto non avevano argomenti da esporre o pensieri da sostenere, al segno che, per dileggio, di costoro s’usava dire che aprissero la bocca pe ffà piglià aria â lengua: per arieggiare la lingua; a tal proposito nelle tombole familiari d’antan all’annuncio: Uttanta, ‘a vocca!, tutti i giocatori commentavano in coro: È ‘nu bbellu strumiento, volendo appunto ricordare che spesso la bocca era usata a mo’ di strumento (dal lat. instrumentu(m), deriv. di instruere disporre, costruire) per emetter suoni senza significati. L’etimo di vocca è pacificamente dal latinobucca(m) 'guancia', poi 'bocca' con la tipica alternanza partenopea b/v.

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‘E SCIURE e cioè i fiori figurazione, per la loro bellezza, fragranza e rigogliosità, come la pregressa fontana, della vita, ed in quanto tale non potevano non esser presenti nella smorfia dei partenopei, gente dallo spirito pratico, non disgiunto (a malgrado delle apparenze) da una gentilezza di fondo che fa apprezzar loro i fiori, gioiosa e gentile manifestazione di madre natura. Quanto all’etimologia di sciore (di cui sciure è il plurale) essa è dall’accusativo latino flore(m) con la tipica mutazione del gruppo latino fl che in napoletano diventa sci , come ad es. alibi sciummo che è da flumen, sciamma da flamma(m) etc.

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‘A TAVULA APPARICCHIATA = il desco imbandito, la tavola colma di vettovaglie; quasi ovvio che l’atavica fame del popolo napoletano lo spingesse a considerare nel proprio libro dei sogni un gran tavolo imbandito al quale accostarsi per satollarsi ed ( almeno in sogno!) sconfiggere l’antica fame, figlia della miseria quotidiana; rammenterò che – purtroppo! – qualche napoletano più giovane in luogo d’usare classicamente: ‘a tavula apparicchiata, si è lasciato frastornare dal toscano ed à preso a dire scioccamente ‘a tavula ‘mbandita o addirittura a tavula ‘mbannita ( dove ‘mbandita/’mbannita è l’evidente corruzione di imbandita vocabolo assolutamente estraneo alla lingua napoletana); ‘a tavula non è un generico tavolo, ma il grande (si noti che la parola è stata resa femminile: tavula e non tavulo; e come vedemmo altrove un oggetto femminile è inteso più vasto del corrispondente maschile) desco su cui si prendono i pasti e deriva dal latino tabula(m); apparicchiata= allestita, approntata, ed anche imbandita è etimologicamente p.p. femm. del verbo basso latino ad-pariculare iterativo di parare= preparare mentre ‘mbannita è part. passato femminile del verbo ‘mbandì inutile sistemazione dialettale dell’imbandire toscano ( che è da un in + bandire= convitare).

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‘O MALETIEMPO – il cattivo tempo, quello che oscura il cielo e mal dispone gli animi degli uomini e non solo dei metereopatici (specie in una città come Napoli che nell’immaginario collettivo è città di luce ed aria, ‘o paese d’’o sole!,) uomini che mal si adattano alle cupi nubi, alle piogge noiose ed ai venti turbinosi. nubi, pioggia e vento che connotano il maltempo al margine entrato nella smorfia partenopea come paventato pericolo e come tale quasi sopportato quale simbolo di cattivo presagio; a Napoli chi aprendo la finestra al mattino, vedesse il cielo offuscato da cupe nubi, prodromiche di procellose piogge,il tutto prefigurando cattive nuove, opererebbe sùbito manovre apotropaiche con annessi inconfessabili scongiuri e – potendolo – rientrerebbe tra le coltri, temendo di affrontare una giornata sotto l’egida d’’o maletiempo che risulta etimologicamente derivato da malu ( dal latino malum=cattivo) + tiempo (lat. tempus con dittongazione popolare).

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‘A CHIESIA – la chiesa intesa però non come comunità di fedeli che professano una delle confessioni cristiane: chiesa cattolica, ortodossa, anglicana, luterana, calvinista ma più semplicemente come l’edificio sacro in cui si svolgono pubblicamente gli atti di culto delle religioni cristiane, quell’edificio detto casa del Signore accostato di solito da un campanile dal quale squillanti campane chiamano a raccolta i fedeli; un popolo profondamente religioso come è il napoletano non poteva non considerare nel suo libro dei sogni la c.d. casa del Signore, quella chiesa che è centro e fulcro della vita d’ogni quartiere partenopeo. Etimologicamente la parola chiesia/chiesa è dal lat. ecclesia(m),che è dal gr. ekklìsía 'assemblea', deriv. di ekkalêin 'chiamare'.

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LL’ ANEME D’’O PRIATORIO – e cioè le anime del purgatorio; ritorna il vasto sostrato religioso-fideistico del popolo napoletano, in forza del quale non si poteva non dare un posto nella smorfia, alle anime dei defunti che - giusta l’insegnamento della religione cattolica, non abbiano ancora ricevuto il premio o il castigo definitivo e siano ancóra confinate in un luogo di purificazione dove si emendano dei residui delle colpe trascorse per essere poi chiamate, mondate e purificate, al premio finale; tali anime, benché non si possa evocarle o chiamarle, talvolta, per permesso e volere di Dio si manifestano sia pure in sogno, spesso per chiedere preghiere e suffragi per sé o loro simili, e talvolta per soccorrere, moralmente, ma pure praticamente, chi le invochi con speranzoso rispetto e trasporto; il popolo napoletano à un vero e proprio culto sacro delle anime purganti al segno che – specialmente dal popolino minuto -è d’uso avere in casa delle più o meno contenute statuine di terracotta dipinta raffiguranti i nudi corpi di appunto queste anime del purgatorio avvolti in raccapriccianti lingue di rosso fuoco, quel fuoco simbolo e mezzo della purificazione; dinnanzi a dette statuine vengono accesi lumini votivi o posti piccoli fasci di fiori; in taluni antichi quartieri popolari della città vecchia, è ancóra possibile passim imbattersi in edicole sacre dedicate alle anime purganti la cui iconografia è fornita da statuette così come descritte, con l’aggiunta altresì di macabri teschi ed incroci di ossa tibiali. Quanto all’etimologia, pacifica per anema quella latina anima(m), connesso col gr. ánemos, mentre per priatorio pur risalendo al lat. tardo purgatoriu(m), neutro sost. dell'agg. purgatorius, deriv. di purgare 'purgare, purificare' oltre l’evidente esito metatico non bisogna scordare un incrocio d’avio con il verbo prià = pregare da un lat. volg. precare, per il class. precari, deriv. di prex/ precis 'prece'.

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‘A PUTECA o ‘A PUTECHELLA – la bottega o la botteguccia, simboli della (contrariamente al vieto luogo comune che vuole il napoletano sfaticato, fannullone,ozioso e scioperato) solerte anima partenopea, quei partenopei che spesso, non avendo più certa e remunerativa attività da svolgere, per poter vivere, si dedicavano e dedicano ad improvvisati commerci piccoli o grandi che svolgevano e svolgono in negozi talvolta di fortuna: ‘a puteca e se molto piccola putechella; e tale simbolo di solerzia non poteva non esser presente nella smorfia; ricorderò anzi che spessissimo i napoletani per tener dietro solertemente e senza soluzione di continuità a tali loro commercio usarono ed usano prender dimora in, sia pure, pochi vani di pertinenza del medesimo negozio dove svolgono l’attività per modo che non sprecano tempo per portarsi di casa al luogo del lavoro e viceversa; da ciò nacque il detto: metterse ‘e casa e puteca che significò: occupare proficuamente tutto il tempo dedicandosi ad un’attività lavorativa e/o di studio.Quanto all’etimologia la voce puteca deriva dal lat. apothéca(m), dal gr. apothékì ; in latino indicò il locale che nella domus faceva da dispensa ; mentre in greco fu in primis la farmacia e poi estensivamente il magazzino, il ripostiglio, il negozio così come nel napoletano.

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‘E PERUCCHIE – letteralmente i pidocchi e cioè i piccoli insetti dal corpo piatto, con zampe corte e robuste, che succhiano il sangue dell'uomo vivendo da parassiti sulla testa, sul corpo o nei vestiti, ma va da sé che in quanto tali, non è pensabile che potessero esser presi in considerazione e ricordati nella smorfia sebbene fossero segno di miseria e sporcizia; rammentato allora che, in quanto insetto, la voce perocchio di cui perucchie è il plurale deriva da un tardo latinopeduc’lu(m), dim. di pìdis 'pidocchio, dirò che il termine plurale ‘e perucchie è stato accolto nel libro dei sogni come uno dei circa sessanta sinonimi del danaro in uso nella lingua napoletana, ed in tale accezione ‘e perucchie (segnatamente il danaro quando sia poco e pertanto con limitatissima capacità di acquisizione di beni) sono una corruzione di purchie ambedue coniati su di un antico porchia nel significato di gemma, pollone, richiamante quel rigoglio della vita facilmente assimilabile alla rigogliosità che può dare il danaro.

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‘E CASECAVALLE o ‘AMMUSCIATORE – i cacicavalli o l’annoiatore; il caciocavallo è un famosissimo formaggio tipico dell'Italia merid., a pasta dura, dolce o piccante, in forme simili a grosse pere allungate, fatto con latte intero di vacca o di bufala, prodotto in altura dai casari e poi trasportato a valle legato in coppia a dorso di cavallo, donde il nome, famosissimo ed usatissimo formaggio tale da rappresentare l’emblema del buon nutrirsi (il latte è alimento principe) e perciò del ben vivere(siamo ciò che mangiamo!) ed in quanto emblema di qualcosa d’importante, entrato nella smorfia; la tipica forma a pera ed il fatto che i cacicavalli siano legati a coppia offrirono poi il destro furbesco di farli ritenere simili ai testicoli e poiché nell’immaginario partenopeo chi infastidisca o annoi qualcuno gli abboffa o ll’ammoscia ‘e ppalle e cioè gli gonfia metaforicamente o alternativamente gli rende molli i testicoli, ecco che i cacicavalli/testicoli finirono per richiamare la figura dell’ ammusciatore id est: annoiatore figura ricordata con il medesimo numero ed accanto ai casecavalli di sua pertinenza. ;ricordiamo alcune etimologie delle voci meno note contenute in questa illustrazione; avendo già detto di caciocavallo, abbiamo: abboffa voce verbale di abbuffà= gonfiare voce che quantunque recepita nel toscano è di di orig. merid.; deriv. di buffa nel sign. dial. di 'rospo; ammoscia voce verbale di ammuscià= infastidire, annoiare, render molle che è un denominale di muscio (lat. musteus>mustum=mosto, vino giovane e dolce e di poca forza o consistenza; ammusciatore (vedi ammuscià) = chi infastidisce, annoia o rende molle.

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‘A VICCHIARELLA – la vecchina; per ciò che concerne questa penultima voce a margine, non posso che ripetere – vòlto al femminile - ciò che, al mascile, dissi per ‘o viecchio sotto il num. 53; il vecchietto; la vecchia o vecchina è un’ altra figura emblematica che non poteva mancare nella smorfia dei napoletani da sempre adusi a tenere in alta considerazione chi si porti il carico di molti anni, sia che si tratti di familiari (genitori, nonni, zii) sia che ci si riferisca ad estranei con i quali si abbia un sia pure fugace contatto di vita, più o meno quotidiano; il soggetto femminile ‘a vicchiarella (num. 89) nella smorfia non è indicato con una doppia voce: ‘a vecchia (la persona anziana che si trovi negli ultimi anni di vita) voce che volta al femminile deriva da un basso latinovec’lu(m),collaterale del class. vetulu(m), dim. di vetus 'vecchio' voce che è però molto fredda e quasi anodina,ma solo con il più affettuoso diminutivo ‘a vicchiarella ( diminutivo, vezzeggiativo della rammentata e non usata nella smorfia vecchia) usata più affettuosamente per indicare l’anziano di famiglia, voce che per sottolinearne l’uso più partecipativo viene quasi sempre accompagnata dal possessivo mio: della propria anziana genitrice s’usa dire infatti: ‘a vicchiariella mia!

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‘A PAURA e anche ‘A PUPULAZZIONA la paura e anche la popolazione, il popolo; siamo giunti al termine dei novanti numeri con i principali significati usati nel libro napoletano dei sogni: il novanta con il quale si indica la angosciosa sensazione che si prova in presenza o al pensiero di un pericolo vero o immaginato; sensazione che va sotto il nome di paura e che, essendo uno delle più ricorrenti percezioni del vivere umano occupò un preciso posto nella smorfia e le fu assegnato il numero più grande possibile, per modo che potesse quasi indicare la grande scossa che quella sensazione fastidiosa provoca nell’animo umano; accanto alla paura, sotto il medesimo numero altissimo trova posto la figurazione della pupulazzione cioè a dire la popolazione intesa però non come il complesso degli abitanti di un luogo, quanto più circoscrittamente ‘o popolo e cioè il complesso degli abitanti di un quartiere o di un rione soprattutto quando partecipanti insieme alla vita sociale in manifestazioni ludiche, religiose ed affini; trattandosi di una moltitudine apparve corretto assegnare ad essa un numero grandissimo: il novanta appunto sebbene esso fosse già di pertinenza della paura. Concludiamo con illustrare l’origine delle parole in esame: paura= paura, timore; lemma rifatto sull’acc. latino pavóre(m) attraverso un tardo pavura(m) voce che in talune zone della città vecchia è ancora usata senza sincope della v: pavura e non paura ritenuta troppo toscana; pupulazzione = popolazione, popolo che è da un accusativo tardo latino populatione(m) derivato di populu(m).

 

 Ho in animo di illustrare tutti i 90 numeri con i relativi significati corrispondenti ai singoli numeri, così come tradizionalmente riportati nella smorfia (ma segnalando passim anche significati alternativi attribuiti a taluni numeri in tradizioni familiari) o cabala (che etimologicamente è dall'ebr. qabbalah, cioè propr. 'dottrina ricevuta, tradizione' ed è l’arte con cui, per mezzo di numeri, lettere o segni, si presumeva e si presume di indovinare il futuro o di svelare l'ignoto | (estens.) operazione magica; cosa misteriosa, indecifrabile | cabala del lotto, serie di operazioni aritmetiche per indovinare i numeri del lotto che potrebbero sortire) libro dei sogni in cui ad ogni avvenimento, persona o cosa sognati si assegna un numero di riferimento, tradizionale napoletana; cominciamo col dire che con la parola smorfia non si intende la contrazione del viso che ne altera il normale atteggiamento ed è provocata per lo più da sensazioni dolorose o spiacevoli; ad es.: una smorfia di dolore,...; in tale accezione la parola si fa derivare da un antico sostantivo morfa o morfìa = bocca addizionato di una s distrattiva per significare il movimento contrattivo che altera i normali caratteri della bocca; rammenterò al proposito di morfìa = bocca che da esso termine si trasse il verbo gergale della parlesia (gergo ossia linguaggio convenzionale usato dagli appartenenti a determinate categorie o gruppi sociali al fine di non farsi intendere da chi ne è estraneo: nella fattispecie linguaggio dei suonatori ambulanti) smorfì / smurfì = mangiare; in effetti la parola smorfia come nome dato al libro dei sogni da cui si ricavano i numeri per il lotto, spec. quello con figure destinato agli analfabeti, etimologicamente si fa risalire a Morfeo, nome del mitologico dio del sonno. Ciò detto, cominciamo l’elencazione: