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Ll'urdimo mumento

Di: Vincenzo Giandomenico

Vincenzo Giandomenico  (Napoli,   16 maggio 1922 - 5 maggio 1993), era nato nel popoloso quartiere delle pignasecca, ancora ragazzino frequentava la famosa «Galleria» fulcro dell'arte partenopea, dove conobbe tantissimi poeti napoletani che gli iniettarono nelle vene quell'amore per la poesia e la canzone che già, naturalmente egli possedeva fu allievo di «Galleria» del  poeta Raffaele Viviani  suo riferimento artistico. 

E’ stato un autore al quale va il merito di conservare nelle sue composizioni un contenuto espressivo che unisce metrica e rima senza nulla togliere alla spontaneità ed alla bellezza della lirica.

Per essere sincero io un appuntamento con l’attualità della poesia napoletana, l’ho perduto oltre cinquant’anni fa alla morte di Amedeo Greco, che ci teneva aggiornati, attraverso il suo «PUSILLECO» (quindicinale di poesia, narrativa e costume napoletano), poi c’ è stata la rivista «RIBALTA» di Giuseppe Cicala,  ma questa trattava più critica e recensioni che una vera e propria escursione poetica e tradizionale della Poesia napoletana. Perciò la lacuna di non aver conosciuto in tempo un Poeta della tempra di Vincenzo Giandomenico, mi fa sentire quasi orfano, di quella madre che pure mi ha dato modo di crescere sia scrivendo in lingua sia in napoletano. Nel mio carnet di lettore accanito di produzioni napoletane ho notizie degli ultimi canti, non vagiti (almeno mi pervenissero!), di Salvatore Palomba, Luciano Somma, Enrico Landolfi Petrone. Quando lo ricordo mi sovvengono sempre, quei due novenari che esclamò una sera di primavera in cui il cielo stellato e limpido ci permetteva di ammirare il panorama dai Camaldoli (un panorama in verità, popolato dalle ciminiere fumanti dell’ ILVA) «So’ ‘e stelle scese ‘nterra/o so’ sagliuto je ‘ncielo?» ,

Ci tenevo a quell’appuntamento perché un appuntamento con le liriche di Napoli non è soltanto un incontro con la poesia; è anche un ritrovarsi con l'essenza vera della nostra città che nelle poesie e canzoni, in ogni tempo, ha saputo esprimere il meglio del suo sentimento. Infatti, non poche volte, è stato affermato che la poesia è l'espressione più schietta dell'anima napoletana, però non nel senso che le si usa attribuire, e cioè che possono bastare, ad interpretarle e i pochi versi zuccherosi. Per i napoletani si tratta di ben altro: la poesia è soltanto un'aspirazione, un desiderio, sempre un’esigenza dello spirito, non certo l'anima stessa di questo popolo.

Il giornalista Carlo Nazzaro, in un suo scritto dì molti anni fa, definendo la poesia napoletana «esuberante di contrasti, di penombre, di incongruenze e di chiaroscuri», aggiunse anche che «la vera poesia è quella che nasce dalle passioni, dalla tristezza, dagli slanci verso la gioia di quest'anima misteriosa. Sbagliano, quindi, coloro che a darle un carattere di autenticità ritengono sia sufficiente far rimare Mergellina con Carolina, rimpinzando i loro componimenti poetici di mare blu, di sole lucente e di te voglio bene assai».

Il napoletano «sente» la poesia come una necessità del suo vivere quotidiano, come un richiamo naturale al quale non ci si può sottrarre. Perciò canta qualsiasi moto dell’animo.

Oggi è l'altro verso della medaglia che voglio proporvi, non certo quello commercializzato dai discografici e dall’indifferenza verso la vera poesia, ma quello che riflette gli umori e i sentimenti. Vale a dire ancora una poesia di Vincenzo Giandomenico, frizzante di spirito e di brio: «Ll' urdimo mumento».

«Che ffaie 'mpalata ccà, sott'a stà porta!

Viene vicino a mme, dimme quaccosa ...

io stongo allero, ovvì, c'a nu 'me 'mborta;

tanto, campà e murì è 'a stessa cosa».

Questa quartina racchiude ed espone tutta la filosofia napoletana: che fai sotto la porta, in piedi guardandomi senza profferir parola? Vieni qui, vicino a me; vedi non ho paura, dimmi quello che pensi, ciò che vorresti e non essere triste perché per me vivere morire è la medesima cosa, per questo motivo mi sento allegro e lo devi essere anche tu.

«Pè quanto tiempo inutile, aggiù perzo,

me sò ridotto a st'urdimo mumento;

Ma niente l'aggia scrivere stu vierzo,

'o voglio rimmanè pè testamiento!»

Le nostre donne, parlo delle compagne dei Poeti, che sanno benissimo quanto sia vera l’affermazione di Cicerone «La poesia non dà da mangiare»,si preoccupano e il Poeta Giandomenico, vedendola impalata sotto la porta, appoggiata con una spalla all’infisso, la incoraggia: non pensare al tempo che ho perduto, e solo adesso, in quest’ultimo momento riesco a fare un bilancio della mia esistenza, ma era necessario, l’anima vuole l’appagamento, questo verso lo dovevo scrivere, anzi lo voglio scrivere, per lasciarlo come testamento.

«I 'da stà penna, no, nun vullarrio,

fà, scrivere tristezze e cose amare;

doce, vulesse, rimmanè l'addio

a tutt'e cose ca me songhe care!»

Rallegrati, donna mia, che il sottoscritto da questa penna, non vorrebbe, né vuole che scriva di tristezze e di amarezze; vuole ch’ella scriva solo le cose che ci hanno dato dolcezza e gioia, dimmi qualcosa, che voglio rimanere l’addio a tutte le cose che mi son state care.

Come si può notare, il pensiero del Vate non è rivolto ai ricordi soltanto, oppure al dubbio che quanto ha fatto nella vita sia stata cosa vana e possa andare perduta, ma il pensiero è rivolto a quella donna impalata sotto la porta che ha uno sguardo indecifrabile, non si sa se di condanna per il tempo perduto dal marito perché ha pensato a solo a scrivere e a donare agli altri, oppure è approvazione per quanto ha fatto perché cosciente che il suo uomo ha dato tutto se stesso all’umanità e lei quale parte integrante di quella stessa umanità ha raccolto le briciole dell’amore che il suo Uomo, poeta ha profuso a piene mani.

«Ma tu si fredda, muta, indifferente,

tu nun me puoi capì, pecchè nun saie,

comme felice sò, chisti mumente,

ma che rimmango ccà, diebbete e guaie?!»

Lui non ha capito il silenzio prolungato della sua donna e crede che la sua sia freddezza, indifferenza, come chi non ha voluto mai  capire e ancora adesso non vuole capire. Non può sapere, povera donna chiusa nel dolore più immenso per chi è innamorato ed ha vissuto per anni, accanto ad un essere che si preoccupava di tutto, si interessava dell’andamento dell’umanità, perciò Ella non deve rattristarsi perché lui in questo momento è felice, poiché è certo di non lasciare sulla terra solo debiti e guai.

«'Nu segno 'e lutto, vedarrà sta gente

e 'na si loca, abbascio a s'tu portone ...

è muorto ? E diceranno certamente:

Se sfitta 'a casa, ma quant'è o pesone!»

L’amara ironia che trapela da questi versi intrisi di una indicibile malinconia, spalanca le porte del cuore, e l’anima aggiunge alle già presenti, un’altra ruga profonda.

Quando uscirai  di casa per fare la spesa o andare a messa, la gente vedrà soltanto il tuo vestito nero ( a lutto) e subito seguendo il tuo cammino penserà, è morto; poi va verso la casa e vede il cartello «affittasi» (si loca) domandandosi quanto sarà la pigione mensile?(‘o pesone).

«Ma quanno passaraggio 'pe 'stu vico,

tirato 'a duie cavalle ammartenate,

'o canteniere chiagnarrà st'amico,

pe' quante votte 'e vino, l'ha 'ngignate!»

Immagina che quando passerà per il vicolo, cioè per l’ultimo saluto alla casa, nel carro funebre trainato da due cavalli, in gamba, vedrà il cantiniere che si asciuga una lacrima: piangerà l’amico perché non potrà più vendergli da bere, e quindi piangerà soltanto perché le botti di vino che il Poeta svuotava, rimarranno chiuse, ché nessuno le aprirà (ngignate).

«Nun me ne vaco, no, ma io m'avvio,

pirciò pariente mieie, pecchè chiagnite

v'aspetto tra cient'anne, 'nnante a Dio,

diciteme, pirciò, quante ne site?»

Parenti miei, perché piangete? Io non vado via, mi avvio e vi aspetterò, mi auguro fra cent’anni,davanti a Dio, ditemi perciò quanti siete, altrimenti come faccio ad essere imparziale?

V' aspetto cu' pacienza e vve prumetto

ca me farraggio amico a san Gennaro

pecchè lle scrivo 'o vierzo 'e 'nu sunetto,

ca me darrà 'na casa a rriva 'e mare

Non vi preoccupate, io vi aspetto con pazienza e mi faccio amico San Gennaro, e per farmelo amico gli scriverò dei versi ed anche un sonetto se sarà necessario, perché si deve convincere di assegnarmi una casa in riva al mare.

«I 've saluto, addio, diebbeto e guaie,

ve lasso, pecchè vò accusì sta sorte!

Te si 'ncantata, embè, ma mò che ffaie?

e ghiammuncenne alleramente, morte!»

L’ultimo saluto è riservato ai guai, ai debiti, lui se ne va e non per sua volontà. Ed ecco che l’arcano è svelato, l’ironicamente fino a questi due ultimi versi ci ha fatto credere, immaginare di parlare con una persona cara e… poi la scena finale, come un giallo d’autore, non è alla sua donna, non è alla sua coscienza che si è rivolto, la persona che sta in piedi appoggiata alla stipite non è la sua donna, ne altra persona di famiglia, ma la morte, rimasta incantata di fronte alla velleità gioiosa del morente,al punto che dev’essere lui,il morente, ad incoraggiarla:

«e ghiammuncenne alleramente, morte!» Andiamocene allegramente, morte.

Il soggetto non è originale, anche Petronio immaginò un dialogo con la morte ed anche i suoi funerali, idea e soggetto ripreso più tardi anche da Eduardo De Filippo, in «Gli esami non finiscono mai», questa lirica ha la capacità di permettere al Poeta Giandomenco di giocare, ironizzare, sorridere e far sorridere il lettore, commovendolo anche, qualche volta.

Reno Bromuro

 

 

 

 

 

 

 

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