Ritorna alla Home Page di: Poeticamente

"Le recensioni qui presentate sono tratte dalla Mailing List di Poeticamente"

I glicini

Di: Marina Torossi Tevini

La triestina Marina Torossi Tevini è laureata in lettere classiche. Ha pubblicato nel 1991 la raccolta di poesie «Donne senza volto» per i titoli della «Edizioni Italo Svevo».

Nei vari concorsi letterari cui ha partecipato annovera un Secondo posto nel premio «Parchetti» di Zagarolo, un terzo al premio Cesare Pavese; nel 1994 la raccolta di racconti «Il maschio ecologico» Campanotto editore è stata finalista al «Carrara Hallstammer» e nel 1997 la raccolta di poesie «L' unicorno» uscito con tipo dello stesso editore ha ricevuto il premio speciale della Giuria al Felsina 1997, menzione speciale al «Via di Ripetta» 1998.

Sue opere sono state incluse in varie antologie letterarie tra cui «Nella fucina delle parole»  volumi I e II, «Centotrentotto mirabili istorie» e «Poeti triestini contemporanei».

Ha ricevuto numerosi riconoscimenti per opere inedite.Lo scorso anno ha pubblicato la raccolta di racconti «Il migliore dei mondi impossibili»,  Campanotto Editore.

Già mi occupai di quest’Autrice, non molto tempo fa. Adesso vaglieremo con umiltà e amore un’altra delle tante poesie pubblicate in Poeticamente: I GLICINI.

«I glicini riempivano la strada

di profumo e di lilla

- e  non pensare

che sempre e soltanto si sprofondi

in un mare di grigio -

Ci saranno pure gli strappi

nella rete

che ci trattiene

e la vita che grida

e la dolcezza

delle sere d'aprile»

Che aria primaverile inonda questo piccolo angolo dove siedo, mi entra nei polmoni ed è un toccasana che fa resuscitare.

Le nuove liriche di Torossi Tevini sono inni a gola spiegata del sentimento vissuto e dei suoi modi di vivere tra il tutto e il niente, tra il cemento della città e i fiori che emanano il profumo che le giunge oltre la cortina di smog, sono la fioritura estrosa della forma poetica più sua, quella del soliloquio e del colloquio, i quali erano già apparsi i modi più originali in altre poesie. Dal soliloquio che dà il titolo alla lirica, al finale della stessa, per lasciare il soliloquio e iniziare il colloquio, che oggi artisticamente è giudicato un colloquio dimezzato, ma non perde importanza nella storia dell'arte torossiana, sia per l'atteggiamento interiore, cioè pel tentativo di rappresentare a pieno l'indifferenza e l'inconsapevolezza, sia per la ricerca stilistica.

«I fiori rispuntati

a grappoli a fragranze

a fragili cristalli

a cascate di lilla chiaro

ci stupiscono sempre

di dolcezza

E il tarassaco

nutrito di catrame

rinasce sull'asfalto

a lato

e ride

della sua forza antica»

Quel suo colloquio con i fiori rispuntati, fa guardare il mondo dalle soglie ultime della vita, quasi Ella fosse con l'animo già staccato dalle mobili parvenze dell'essere, abbracciata «a grappoli e fragranze» nel tempo stesso che non ha raggiunto ancora il non essere e gode e soffre della partecipazione alla vita in atto; è questo il segno profondo della sua originalità e insieme la riconferma che in Lei perdura quel modo lirico-fantastico, il quale, come un aroma, e la fragranza dl profumo dei «Glicini» ha già permeato le poesie più nuove.

La poesia le nasce non nelle ore della dissipazione e del piacere, che talvolta ostenta come a fornire prova di vitalità; non nelle ore della sofferenza, che spesso nasconde; ma nelle ore serene e quasi tranquille del distacco e della contemplazione, in cui si vede vivere; nasce nelle ore appartate, in cui parla a sé soffusa ancora dalla linfa della vita, che scaturisce dal «tarassico nutrito di catrame» e si volge alle cose tutte come ad immagini che svaniscono e  rievocano i ricordi, come figurazioni del nostro essere, a noi che crediamo d’essere e già più non siamo, proprio come i glicini cui il catrame ha offuscato il profumo col suo cadaverico olezzo. Quante volte ritorna ai suoi Glicini con le intonazioni più varie e i sentimenti più diversi. Tra l'essere e il non essere si apre per Lei l'indefinito, in cui la fantasia si sofferma come rapita dalla possibilità di tutte le immaginazioni: quel senso lirico è in Lei acuito da una singolarissima percezione, quella che nel perenne divenire tiene le cose tra l'essere e il non essere; ama il profumo della natura: fiori, erba bagnata di rugiada, della terra appena è spiovuto, ed è per Lei quasi il perenne formarsi delle cose, l’alternarsi dell’olezzo del catrame e dello smog cittadino e il desiderio che in quel caos crescano fiori. Appunto questo spazio di tempo tra la vita e la non vita, non è ancora la catastrofe, quella in cui il mondo inizia già a trascolorare, ma non è ancora certa che questo sia prossimo. Ella attende la primavera, poiché:

«Resterà la natura sopra tutto

sopra la nostra distruzione orrenda

sopra le nostre imperfezioni e rabbie

      sopra la nostra frenesia

furiosa

sopra la nostra transeunte vita»

Nulla è, tutto diviene. L'io ed il non io sono il frutto di un’illusione terrestre. Questo è già uno dei suoi modi contemplativi; questo è il pensiero più insistente di molte prose e poesie del passato e del presente che per sua volontà fa camminare di pari passo verso la medesima via.

Che cosa sono nella sua immaginazione le creature umane, passate sulla terra prima di noi? Sono ombre divise da me dal mistero del non essere più, sotto i Glicini a contemplare i colori al tramonto o all’alba riempiendomi i polmoni del loro profumo, oppure del non essere ancora.

«sopra la nostra distruzione orrenda

sopra le nostre imperfezioni e rabbie»

Mai come oggi mi sono sentita schiava della apparenza, innamorata folle di tutto ciò che è forma, colore, ombra, luce. Poesie, racconti, novelle, non sono per Lei che forme, colori, ombre, luci, parole tra l'essere e il non essere.

In questo modo di contemplare incide il suo attimo d’attesa, il suo desiderio, il suo più segreto diapason lirico.

«Nella stanza smisurata vagoliamo

formiche ospiti di un mondo

sproporzionato

al nostro microcosmo,

armate sì

di lunghe avide mani

ma pur sempre minuscole

nel tutto»

Il mondo le appare sempre fisico e metafisico al tempo stesso, reale e simbolico, che di tanto in tanto è svelato o scacciato perché vi si unisca la descrizione precisa, de I Glicini con la presenza dell'uomo in un mondo dove ci si sente «formiche ospiti del mondo» per cancellare l’oppressione della morte, con le attese di miracolo, le sue speranze di salvezza, che sopraggiungano all’ultimo minuto.

«E il tarassaco rispunterà ancora e sempre

quando un giorno saranno

distrutte   le grigie città

dell'Occidente.      

Altrove s'ergeranno i manufatti

dell' umana vicenda

altri cieli vedranno

ancora altre vite,

altre illusioni

e l'uomo intento a lasciare

il proprio graffio

prima di passare per sempre

nella notte»

Come il temporale, «il tarassaco rispunterà ancora e…» la pioggia trama l'intera poesia, divisa in parti non dissimili tra loro ma diverse come metro. L'invocazione, che apre la poesia, esprime proprio questa ricerca: la copertura della terrazza ornata di Glicini, il volo degli uccelli, la luce che gioca tra le foglie con i penduli profumatissimi, e vede, per il motivo che abbiamo detto, le stelle che risplendono come in un fondo dell'abisso in cui viviamo.

Ma non c'è, in realtà, che solitudine, una città ossessionata dai rumori dei motori delle auto e dall’olezzo purulento dello smog, non la si può immaginare in una notte profonda appena illuminata solo dallo scintillio delle stelle che s’intravedono soltanto perché la luce, lo ripeto, gioca tra i penduli baccanti e profumati dei glicini.

Reno Bromuro

 

 

 

 

 

 

 

Ritorna alla Home Page di: Poeticamente

Ritorna all'indice di: Poesie & Recensioni

Leggi la Poesia recensita