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Fermiamo quella falce di luna

Di: Franco Santamaria

«Fermiamo quella falce di luna

prima che cada oltre le alte montagne

per sempre».

Che il suo sistema di meditazione sia basato sopra sani principi psicologici è confermato dallo schietto risultato di questi tre versi, che sembrano aprire oltre che le reminiscenze della scuola di Jung, anche i pensieri, il tremore che la falce di luna si appropri dei bellicosi pensieri di chi si sente padrone del mondo. I versi si riferiscono ai sogni in cui una montagna è veduta in un paesaggio e sulla montagna vi è una falce di luna che potrebbe, se non corriamo ai ripari valicare «la montagna» per raggiungerne altre. Tali immagini simboliche sono state considerate come un’indicazione della fine del processo d’individuazione, come un simbolo del conseguimento della spiritualità. Ma nella meditazione uno non aspetta fino a che i simboli necessari si producano spontaneamente, come durante l'analisi della ispirazione che porta il flusso dello stimolo dall’Arte al sogno. Colui che medita è indotto ad occuparsi di certi simboli scelti fino a che abbia esplorato la pienezza del loro significato.

Happich dirigeva coloro che meditavano ad un grado superiore che egli chiamava «Meditazione sull’Arte» o Mandala parola sanscrita che letteralmente significa circolo, ma più specificamente un disegno astratto usato particolarmente nel Buddismo Tibetano come uno stimolo durante la meditazione.

La Poesia, il disegno, l’Arte in generale sul quale si medita è una specie di condensazione, una combinazione di molti simboli uniti in una forma generale. Nel corso della meditazione su queste parole, disegni, suoni, il significato dell'inerente simbolismo può divenire chiaro. Con la meditazione Mandala, il fine non è la produzione di vaste fantasie, ma piuttosto una meditazione vitale sul significato centrale del manufatto. Col tempo colui che medita è diretto a identificarsi psichicamente col simbolo e ad integrare il significato del simbolo con la sua vita psichica. Propriamente parlando, questi atti artistici non sono usati come una tecnica, ma mirano a promuovere il più alto sviluppo della personalità artistica e la sensazione che muoverà l’attenzione del lettore o visitatore. Un esempio di ciò che può essere esperimentato con la meditazione sull’Arte, si trova all'inizio del Faust di Goethe, dove Faust guarda il macrocosmo.

Una forma di meditazione ancora più astratta è la «Meditazione sulla Parola» (quella che a noi interessa ora) diretta verso la scoperta dell’importanza umana. Santamaria si attiene al sano principio dell’uguaglianza dell'attività razionale e irrazionale durante il corso della meditazione. D'altro canto non si dovrebbe meditare su simboli, o parole che stimolano emozioni negative dannose.

«E' l'arma degli eroi

morti e non sepolti lungo i sentieri della luce

sconfitta e prigioniera».

Il suo procedimento, come risalta da questi versi, non è meditazione in senso classico; esso si basa piuttosto sulla psicologia del profondo, ma merita di essere descritto come una tecnica che fa uso attivo dell'inconscio: «I sentieri della luce/sconfitta e prigioniera».

Il presentarsi di simboli archetipici è considerato particolarmente efficace. L’Artista riferisce le sue esperienze via via che le ha, e il punto centrale del metodo è la reazione dell’«IO» creativo che cade in conflitto col «SE» razionale; essendo informato ad ogni momento della scena psicologica che l’ispirazione gli ha creato nella mente e nell’«IO» creativo, suggerisce i mezzi simbolici per cambiare la visione che ogni lettore, si crea quando prende visione della parola vergata.

Nell'ascesa Santamaria fa uso della capacità umana di sublimazione creativa. Nella discesa (durante il conflitto con il «SE» razionale) viene a conoscere le produzioni psichiche al livello della natura istintiva dell'uomo, perché riporta alla memoria ciò che Goethe ha descritto poeticamente come la via dal cielo attraverso il mondo all'inferno: la paura costante che questa falce di luna valichi la montagna. La metafora è chiara, in altre parole penetra nell'immagine cosciente di sé e provvede le espressioni simboliche delle tendenze dell’Arte che motivano gli uomini ai vari livelli psichici.

«Dov'è la nostra dimora;

dove il suono solo conosce gli spasmi del rantolo

che i laboratori dicono

di violenza, di lebbra, di fame».

L'opera di Santamaria è certo più ampia del quadro che sto tracciando: occorrerebbe riparlare anche delle altre opere, come «Storie di Echi» della Personale tenuta a Roma e in Belgio e in altre parti d’Italia, che per me ancora oggi rappresentano un’originale rievocazione con cui l'autore vuole esprimere i miti essenziali della sua vita, come schema immutabile del destino d’ogni uomo; né si dovrebbe dimenticare la sua attività di pittore.

«Fermiamo quella falce di luna

prima che cada oltre le alte montagne.

Per sempre».

La luna la rivediamo ancora mentre chiude il cerchio del viaggio interire del Poeta. Si ripensi ora ai precedenti interni dai quali nascono questi versi, questi scorci, ma si consideri il viaggio politico che Santamaria fa, celandolo nella metafora, e qualche volta nell’analogia.

Si accumulano intanto elementi di politica più che sociale, che sfociano, a metà lirica e nei tre versi finali, che forse, stilisticamente tenti di riprender quota sfuggendo all'ossessione che la falce di luna sia rapita e cada dalla parte opposta della montagna.

I primi versi risentono di un chiaro passaggio trascrittivo dal piano della realtà a quello della memoria e dell'invenzione poetica; gli altri sono appena posati sulla pagina, come per chiedere scusa di essere vergati, però riescono a penetrare ed entrano in profondo, anche se il frasario potrebbe apparire di circostanza, non ha  individualità, per coniare quel sigillo inconfondibile col quale Santamaria segna i punti suoi più felici, perché è un grido di PACE, che rintrona da un punto Cardinale all'altro, più potente della «Tromba di Gerico».

Reno Bromuro

 

 

 

 

 

 

 

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