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Istituto Tecnico Industriale Statale

“Alessandro Rossi”

Italo Calvino

Vita,pensieri e motivi,analisi
dell’opera
“I nostri antenati”

 

A cura di:

Daniele Pintus

 

 

Italo Calvino

La vita

Calvino Italo nasce a Santiago de Las Vegas,villaggio vicino all’Avana,in Cuba,il 15 ottobre 1923. Ha sulla carta di identità “questo complicato dato anagrafico” in quanto il padre,agronomo e botanico,insegna in un istituto sperimentale di agricoltura con sede a Cuba. La madre ha una laurea simile a quella del padre ed è sarda. Ma della nascita oltremare Calvino,per sua stessa ammissione ricorda gran poco dato che,a meno di due anni,è già in Italia a Sanremo,luogo nel quale trascorrerà la sua infanzia. Da Cuba però si trova l’origine del nome Italo dato dalla madre che,prevedendo di farlo crescere in terra straniera,non voleva far scordare al figlio la patria dei suoi avi. In Italia,però,il nome,avrebbe avuto un suono “bellicosamente nazionalista”. La giovinezza scorre tranquilla e agiata,immersa nella natura,dato che “vive” in un giardino di piante rare ed esotiche,e sono numerose le escursioni nei boschi delle prealpi liguri con il padre. Frequenta il liceo e inizialmente cerca di seguire la tradizione scientifica della famiglia ma aveva già maturato dentro di sé il piacere della letteratura. Di quell’infanzia immersa nella natura conserverà un ricordo,si di indifferenza e di ostilità verso di essa,ma farà maturare dentro lo scrittore un sentimento minuzioso della campagna che lo porterà nelle sue opere a non parlare confusamente di alberi ma ad elencare con gusto tutte le specie arboree. Sotto le piante che incorniciano il suo vivere e lo proteggono dagli avvenimenti che portano al potere il fascismo comincia ad appassionarsi alla lettura leggendo Stevenson,Kipling ed in particolare Joseph Conrad,autore sul quale,in futuro,preparerà una tesi per laurearsi in lettere.  Mentre cerca di frequentare la facoltà agraria a Torino,nel 1941,conosce Eugenio Scalfari,con il quale si appassiona alla lettura di Montale e Vittoriani. In quello stesso periodo conosce l’antifascismo clandestino. Nel luglio del 1943,dopo la caduta del fascismo,non risponde alla chiamata di leva per la Repubblica di Salò e quindi passa alcuni mesi nascosto. Nel febbraio del 1944 entra nel Pci (Partito Comunista Italiano) e nel movimento partigiano. Viene più volte incarcerato e rischia anche di morire,ma la scelta della resistenza è una scuola di vita:significa fare i conti con la storia,il luogo in cui gli uomini vivono le loro contraddizioni e i loro ideali. Calvino nasce alla letteratura dopo la lancinante esperienza della guerra civile. È infatti in questo periodo che incominciano a fondersi e a scontrarsi i due poli o temi principali nei quali si muove lo “scoiattolo della penna”(come lo definisce Pavese):la natura e la Storia.

Infatti considera la prima come non propriamente “naturale” fin tanto che c’è un uomo che ci vive in mezzo e che la classifica,la analizza,la osserva e cerca così di ridurre quella che è una bellezza anarchica e un caos in una geometrica costruzione. Il suo rapporto con la natura è così già problematico ma lo diventa ancora di più quando vi fa intrusione la Storia,con i combattimenti nei monti tra il sangue,la morte e l’odio. Dopo la fine della guerra,nel 1947,si laurea in Lettere alla facoltà di Torino con la tesi su Joseph Conrad,dopo aver dato tutti gli esami di quattro anni nel ’46. Sono questi gli anni in cui si impegna di più in due attività:la politica e il giornalismo (scrive su “l’Unità” come collaborazionista sui più vari argomenti). Nell’anno in cui si laurea,cioè il 1947,pubblica anche il suo primo libro Il sentiero dei nidi di ragno,con tema principale la resistenza italiana, e scritto in venti giorni nel dicembre del ’46. In quegli anni del dopoguerra l’Italia è pervasa da un’ansia smaniosa,ma confusionaria di ricostruzione. Il paese e la cultura sono a pezzi. L’unico punto di riferimento è la Resistenza e la sua eredità. Un centro della cultura,e della foggiatura per Calvino,diventa Torino che grazie alla casa editrice Einaudi raggruppa attorno a sé molti degli scrittori più importanti del periodo. Proprio in questa casa editrice Calvino conosce Cesare Pavese,incontro che si dimostrerà decisivo per la sua formazione morale e culturale. Si rafforza inoltre il rapporto con Vittorini formando così un simbolico triangolo culturale. Questo verrà spezzato nel 1950 con il suicidio di Pavese,avvenimento che lascerà un profondo segno nella vita di Calvino. In quegli anni Italo prende anche la tessera del Partito Comunista,conseguenza che gli era sembrata logica dalla sua scelta resistenziale. Ma questo impegno politico però non lo appagherà. Voleva impegnarsi appieno nella letteratura dato che non si riteneva né un buon giornalista né un politico di professione. Lo spacco tra Calvino e la politica si accentua quando si inizia a capire come non sia possibile conciliare attività letteraria e politica. Infatti i politici non accettavano l’ingerenza ideologica e pratica degli scrittori,e quest’ultimi non sopportavano le direttive impartite dai politici. Nel 1949 Calvino pubblica la raccolta di racconti Ultimo viene il corvo che si riallaccia a Sentiero dei nidi di ragno. La critica non è molto positiva verso questo lavoro. Nel 1952 c’è una svolta,un salto dello scoiattolo,che pubblica Il visconte dimezzato,in cui Calvino si abbandona alla sua vena più spontanea d’affabulatore in un romanzo scritto di getto e per “puro divertimento”. A sorpresa però c’è una unanimità di consensi tra critici e pubblico. Ma nel 1954 c’è un nuovo balzo per un momentaneo salto al passato,o meglio un pensoso indugio,in quanto pubblica un volume di racconti intitolato L’entrata in guerra,nel quale torna alle prese con il fascismo. La critica è concorde con il fatto che questo libro sia servito all’autore per fare un bilancio di se stesso. Le successive pubblicazioni sono dei continui salti da uno stile all’altro fino al 1957,anno in cui pubblica due romanzi: Il barone rampante e La speculazione edilizia. Sono due libri diametralmente opposti nello stile ma che hanno sullo sfondo lo stesso tema. Sebbene nel primo si sfoghi la fantasia con l’ironia e una lucidità di Voltaire mentre nel secondo si parla dell’Italia e dei suoi problemi,in entrambi i personaggi sono negativi,dei vinti,dei falliti. Paradossalmente,nella loro ostinata negazione dell’ordine esistente,riescono almeno nell’impresa (negativa perché non realizzata nella pratica) di denunciare il male. Nel 1959 conclude la trilogia di racconti fantastici con Il cavaliere inesistente,successivamente raccolti insieme nel volume I nostri antenati,con una prefazione scritta dallo stesso Calvino. Da segnalare in questo periodo è l’uscita dal Partito Comunista di Calvino,dopo il XX Congresso del PCUS. Non aderirà più a nessun partito,tenendosi così in disparte dalla prassi. Un viaggio negli Stati Uniti,durante il quale conosce la Beat Generation di Ginsberg e Kerouac, sembra assumere il significato di un addio alla società. Nel 1963 escono i libri La giornata di uno scrutatore, Marcovaldo ovvero le stagioni in città e nel 1965 Le cosmicomiche. Ricomincia a viaggiare soggiornando a Parigi e tra il 1970 e il 1973 pubblica Gli amori difficili,Le città invisibili e Il castello dei destini incrociati. Torna in Italia nel 1980 stabilendosi a Roma e negli immediati anni successivi tiene conferenze a New York,in Argentina e in Spagna. All’inizio del settembre 1985 è colpito da un ictus cerebrale dopo il quale viene ricoverato all’ospedale di Siena. Morrà qualche giorno dopo,nella notte tra il 18 e il 19 settembre.


 

 

 

 

 

 

Temi e motivi

La prima riflessione da fare è che avvicinarsi al mondo poetico di Calvino è come voler cercare di raggiungere una meta che oltre a continuare a spostarsi in avanti spesso scarta a destra e a sinistra. Non è possibile dare un giudizio complessivo su un suo insieme di opere in quanto esse vivono sotto il segno della contraddittorietà e della ambivalenza. Ma da cosa nasce la mobilità del mondo poetico di Calvino? Una prima risposta potrebbe essere questa:nasce dall’ottimismo biologico irriso dal pessimismo dell’intelligenza. In pratica il suo modo di scrivere e i suoi temi sono il risultato di uno scontro senza vincitori né vinti tra l’aspirazione alla felicità dell’individuo a la tendenza della società a comprimerlo e,al limite,a sopprimerlo. Quindi lo “scoiattolo della penna” è tale proprio perché non riesce a conciliare il naturale pessimismo dell’individuo (come ad esempio la morte certa) con le molteplici manifestazioni di ottimismo del genere umano.

Violenza e trauma

Come si intuisce dalla vita descritta nel paragrafo precedente,fondamentale nella vita di Calvino è stata la Resistenza. Il partecipare a questa forza di liberazione e prendere parte a quella che si rivelerà una guerra civile è un dramma in quanto stravolge tutto quanto fino a quel momento era stato alla base della crescita dello scrittore.  Questa considerazione deriva dal fatto che il “tranquillo antifascismo” a cui partecipa Calvino, che ha alla base il rifiuto dello stesso del culto della forza guerresca,ad un tratto si trasforma per coerenza alle posizioni precedenti in una lotta violenta che lo porta a confrontarsi con le persone che deplorava. Per sua stessa ammissione questo avvenimento fu un trauma. Ma questi sconvolgimenti interiori non sono altro che il ridurre ad individuo quello che accade nel mondo esteriore. Il dramma quindi oltre ad essere interiore diventa culturale nell’accezione più ampia possibile. La borghesia,figlia dell’illuminismo,fautrice di un razionalismo ad oltranza,finisce nelle fauci dell’irrazionalismo fascista.  Seguendo questo pensiero si può quindi affermare che il dramma per Calvino è addirittura doppio in quanto:prima deve affrontare il crollo del tranquillo mondo borghese con tutti i suoi valori e poi si vede costretto ad entrare nell’universo irrazionale della violenza per combatterla con le sue stesse armi. Insomma:il ragazzo che aborriva la violenza è costretto a diventare violento. Questo è un paradosso ma è interessante vedere come reagisce Calvino:vive la Resistenza perché sente che così è giusto,è necessario,è umano. Vede formasi intorno a sé una solidarietà primitiva,allo stato brado senza maschere e camuffamenti borghesi. Sente di FARE la storia e in questa esperienza vede maturarsi la coscienza fondamentale della libertà. Libertà che una volta finita la guerra viene anche troppo osannata in quanto tutti vogliono raccontare le loro esperienze cosicché si rischia di cadere in un mare magnum collettivo. Calvino vuole evitarlo ed è per questo che capisce come tra il mondo reale e l’arte c’è una frattura. La scrittura è per Italo una organizzazione di parole che formano un mondo estetico. Questo deve essere l’unico compito che compete alla letteratura che invece non deve avere la pretesa né di copiare la realtà,operazione inutile,né di dare una risposta ai problemi pratici della vita,operazione che invece spetta al politico di professione. La letteratura è insomma diversa dalla realtà. In questo suo pensiero entra in netto contrasto con il neorealismo del periodo. È per i motivi appena spiegati che Calvino in Sentieri dei nidi di ragno cerca segretamente di eliminare se stesso per non cadere in un autobiografismo patetico o in un semplice documento.

 

 

 

 


 

In nome dell’uomo

Un uomo tutto buono equivale a un uomo tutto cattivo:la virtù soddisfatta di sé,che si circonda di barriere per rimanere pura,provoca forse più danni della malvagità allo stato istintuale. Questa riflessione che si ripete negli scritti di Calvino è esaltata nel Visconte dimezzato in cui tanto la parte buona di Medardo quanto quella cattiva non riescono a capire tutta la miseria del mondo,la sua complessità storica ed etica,perché sono incomplete. Essere dimezzati ha però un vantaggio:credere ciecamente a quello che si fa.  L’eroe positivo irrita particolarmente Calvino. Questo infatti era il tipo di eroe propugnato dal socialismo ma se “il buono” è utile tatticamente,per propagandare un messaggio politico,alla lunga si congela in una burocrazia narrativa per la sua incapacità di mettersi di fronte all’eroe negativo con l’intelligenza di chi vuole capirlo prima di colpirlo.  Questo è uno dei temi,o dei motivi ricorrenti nell’opera di Calvino:fare “attrito” col male del mondo,addirittura esaltarlo per poi annichilirlo attraverso un processo dialettico. L’importante è che “il cattivo” da un condizione di subumanità giunga,mediante un itinerario interiore ed esteriore di incontri-scontri con le cose,gli eventi di tutti i giorni,alla coscienza di come deve essere un uomo degno di questo nome.


 

La poetica della menomazione

Lo schema della favola serve egregiamente a Calvino per rappresentare senza retorica questo sviluppo dall’incoscienza e dall’istinto alla coscienza e alla intelligenza. Questo può sembrare un paradosso dato che la favola sembra il genere meno utile per affrontare un problema di questa portata. Ma si noti come funziona una favola secondo uno schema classico:l’eroe deve superare un ostacolo; combattimento dell’eroe contro l’ostacolo; vittoria dell’eroe.  La favola è dunque il primo genere di narrativa e anche il serbatoio primogenito della saggezza umana. E questa saggezza consiste nel farsi uomo attraverso i pericoli, affrontandoli, combattendoli ad occhi aperti.  Calvino usa lo schema della favola per introdurvi,a seconda dei temi e dell’estro che urgevano dentro, motivi realistici, sociali, politici, ideologici e infine etici.  L’uomo che nasce dalla opera narrativa dello scrittore ha in sé la saggezza dell’eroe della favola e la problematicità inquieta e ricca di tensione del personaggio contemporaneo. Così,per esempio, Il visconte dimezzato è una favola cavalleresca, ma anche l’espressione dell’uomo moderno dilacerato dalla divisione del lavoro nella società capitalistica e dalla fatale menomazione della sua umanità. Ciò spiega anche la ragione per cui nel sorriso ironico di Calvino si insinua una smorfia atroce, una sorta di ribrezzo per quanto gli tocca di vedere e di rappresentare. Malgrado ciò, l’ostinazione che Calvino mette nel perseguire il progetto di costruzione di un’umanità integra,libera e infine felice,in cui l’uomo, la natura e la storia costituiscano gli elementi di una composizione, per così dire, geometricamente armoniosa, questa ostinazione rimane in lui intatta, in quanto la sua fiducia nell’Illuminismo non viene mai meno. Ora ci si potrebbe chiedere come è possibile che idee razionali e illuministiche non entrino in contrasto con la favola che segue sentieri di fantasticherie e di sogni. In realtà però non c’è contraddizione perché lo schema base della favola è geometrico, la sua morale è razionale, o se vogliamo pedagogica (trionfo del bene sul male). Ha quindi la funzione prima di portare l’eroe alla maturità con consapevolezza,dopo avergli fatto attraversare tutta la malvagità e la bontà del mondo. Così un fanciullo che chiameremo Italo Calvino vive la sua infanzia tra gli alberi,oppure guardando il sole che tramonta sulla costa di Sanremo,in una età magica. Ma il fanciullo chiamato per ventura Italo Calvino cresce,legge nei libri del sapere, e si accorge che l’ordina e la felicità non sono che un inganno, e che la presunta innocenza della natura non è che il prolungamento immaginario dell’innocenza del fanciullo. La scoperta del male ottenebra la visione incantata, confonde il pensiero, lo rende sofferente.

Ormai non si può più regredire nell’Eden terrestre;anzi il pensiero deve compiere il massimo sforzo per dominare il nuovo mondo storico-sociale.


La regressione strategica

Tuttavia la nostalgia dell’Eden permane, pullula come un’acqua viva e limpida nell’inconscio o nella memoria. Una sorta di felicità perduta si instaura nello scrittore con i suoi primi romanzi ma che si ritrova nella vena spontanea dei Nostri antenati. Anche qui Calvino racconta la favola della sua infanzia, ma nell’abbandona della scrittura immette tutte le sue esperienze di uomo adulto, di uomo di cultura e di lettere. Il trauma del distacco violento del contatto integro e integrale con la natura è rappresentato con il ritmo e il timbro della favola, ma ora si tratta di una favola intellettuale. Calvino continua, sulla pagina scritta, i giochi della sua infanzia, però con un più decisivo: ora il gioco è consapevole, in un certo senso è un gioco triste. Egli ci diverte e si diverte con il suo Barone rampante o col suo Cavaliere inesistente, ma non dimentica che questi antenati favolosi hanno conosciuto di già la disumanità dell’era moderna. Prima ancora che molte teorie al riguardo (Marcuse) divenissero una moda in Italia, Calvino aveva già compreso il problema dell’uomo moderno in un quadro clinico che comprende tutta la società occidentale cioè quella “dell’uomo a una dimensione” del sistema, che lo schiaccia e lo rende anonimo.  Con l’aiuto di Marcuse si può trovare anche un’altra ragione dello regredire di Calvino ai Nostri antenati. Marcuse,dice grosso modo, che nella società capitalistica il principio del piacere è stato soffocato dal principio della realtà. In altre parole, alla gioia di vivere e all’aspirazione alla felicità il sistema ha sostituito l’etica del sacrificio fine a se stesso,anzi dalla supina donazione di sé al padrone, a chi detiene il potere. Nell’universo a una dimensione, nell’interno di un sistema che pianifica gli individui e dà loro l’illusione della felicità offrendogli continuamente merci, insomma nell’ambito delle tetragono leggi del consumismo, l’uomo non è più arbitro del proprio destino, si sente ed è effettivamente una cosa tra tanti oggetti, né superiore né inferiore. Questa è la situazione oggettiva e soggettiva, anche se taluno può anche credere il contrario. Ma a guardare meglio, l’autenticità dell’uomo, di tutti gli uomini, è una tragica maschera che ripete in infiniti volti la stessa smorfia di dolore, di rabbia, di rassegnazione, di gioia, di ebete euforia. È in pratica il fenomeno del conformismo.



 

 

 

 

 

 

 

I nostri antenati

Una delle più grandi opere di Calvino è sicuramente I nostri antenati. Questa raccolta contiene tre romanzi,Il visconte dimezzato, Il barone rampante e Il cavaliere inesistente,scritti nel decennio ’50-60, e hanno in comune il fatto di essere inverosimili e di svolgersi in epoche lontane e in paesi immaginari. In questa parte dell’approfondimento si farà un esame generale dell’opera e delle idee che volevano essere trasmesse,in un modo quasi scientifico. Citiamo in breve l’inizio delle tre opere. 

Il visconte dimezzato (1952) In una guerra tra Austria e Turchia il visconte Medardo di Terralba viene colpito da una cannonata turca in pieno petto e torna a casa dimezzato.  “Tirato via il lenzuolo,il corpo del visconte apparve orrendamente mutilato. Gli mancava un braccio e una gamba, non solo, ma tutto quel che c’era di torace e d’addome tra quel braccio e quella gamba era stato portato via, polverizzato da quella cannonata presa in pieno. Del capo restava un occhio, un orecchio, una guancia, mezzo naso, mezza bocca, mezzo mento e mezza fronte: dell’altra metà del capo c’era più solo una palpetta.”

Il barone rampante (1956) Il 15 giugno 1767 Cosimo Piovasco di Rondò, mentre siede a tavola con i suoi genitori, il fratello e altri dignitari, respinge con disprezzo un piatto di lumache che gli era stato servito. “Mai si era vista una disubbidienza più grave.” Il padre di Cosimo, il barone Arminio Piovasco di Rondò, esplose in un ira incontenibile. Ma Cosimo tiene duro. “Di lì a poco, dalle finestre, lo vedemmo che s’arrampicava su per l’elce. Era vestito e acconciato con grande proprietà, come nostro padre voleva che venisse a tavola, nonostante i suoi dodici anni: capelli incipriati col nastro a codino, tricorno, cravatta di pizzo, marsina verde a code, calzonetti color malva, spadino, e lunghe ghette di pelle bianca a mezza coscia, unica concessione a un modo di vestirsi più consono alla vita campagnola”.

Il cavaliere inesistente (1959) Questo romanzo inizia sotto le rosse mura di Parigi, dove era schierato l’esercito di Francia. Carlomagno doveva passare in rivista i paladini. Davanti a ognuno si ferma, chiede nome e cognome. I paladini rispondono a puntino, dichiarano l’entità numerica della truppa che hanno con sé, gli onori conquistati sul campo di battaglia, e il casato. Carlomagno ascolta soddisfatto e per tutti ha una parola di elogio. Ad un certo momento si ferma davanti a un paladino,chiuso in “un’armatura tutta bianca; solo una righina nera correva torno torno ai bordi; per il resto era candida, ben tenuta, senza un graffio, ben rifinita in ogni giunto, sormontata sull’elmo da un pennacchio di chissà quale razza orientale di gallo, cangiante di ogni colore dell’iride”. Carlomagno rimane interdetto: non ha mai visto in vita sua un cavaliere così pulito. Gliene chiede il motivo. Il cavaliere non risponde direttamente alla domanda. Dà soltanto il suo nome e quello del suo casato: “Io sono […] Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Altri di Corbentraz e Sura, cavaliere si Selimpia Citeriore e Fez!”. Ma la risposta, tra l’altro troppo lunga anche per i gusti del sire, non soddisfa Carlomagno. Perché il cavaliere non alza la celata e non mostra la faccia al re? “La voce uscì netta dal barbazzale. – Perché io non esisto, sire –.” 

 

 

 

 

 

La raccolta I nostri antenati è realizzata da Calvino l’anno successivo alla realizzazione del Cavaliere inesistente,ovvero nel 1960. Come abbiamo già detto la trilogia nasce da un’unica sollecitazione morale. Ad una lettura affrettata I nostri antenati può sembrare solo come la felice vena creativa del Calvino fantastico e incantatore che si svincola da ogni riferimento diretto alla realtà sociale del proprio tempo. Ma questa raccolta invece dimostra,come altre sue opere,che quando Calvino dà l’impressione di evadere lo fa nell’intento di afferrare da un punto di vista privilegiato (quello dell’osservatore su una torre,in alto), tutta la complessità dei rapporti sociali, politici, e infine morali della realtà che gli sta intorno, che lo preme dappresso nell’atto di scrivere. Il gioco, il divertimento, il gusto di narrare e un certo autocompiacimento nell’esibire la sua cultura; tutte queste cose sono presenti,ma le approfondiremo dopo ma soprattutto non basterebbero a caricare la trilogia di significati così ricchi, così polivalenti, così incisivi, se alla base non ci fosse un’istanza morale. I romanzi che compongono I nostri antenati si possono paragonare a un mare azzurro e caldo e scintillante in superficie: ma appena ci si tuffa e si scende nelle profondità si scorge un paesaggio di neri anfratti, di oscuri cunicoli, di grotte, di pesci mostruosi, di alghe che si muovono figurando inquietanti sagome umane. Solo il cieco che non è in grado di nuotare non può non notare questo secondo paesaggio. Nel 1951,quando Calvino si mise a scrivere Il visconte dimezzato,aveva molti combattimenti interiori. Metteva in forte dubbio la sua vena creativa e il suo essere scrittore. Così,in uggia con se stesso si mise a scrivere la prima opera della trilogia come per un passatempo privato. Senza accorgersene iniziò a scrivere una storia che esprimeva non solo la sofferenza di quel particolare momento ma anche la spinta ad uscirne; cioè non accettare passivamente la realtà negativa ma rimettersi in movimento tirando fuori la spacconeria, la crudezza e l’economia di stile che erano stati nella Resistenza. Già da qualche tempo Italo pensava ad un uomo tagliato in due per lungo, solo successivamente decise di differenziarle con un metodo d’effetto sicuro,ovvero metà buono e metà cattivo alla maniera di R.L. Stevenson in Dr Jekyll and Mr Hyde. La storia in questo modo si organizzava su se stessa in un perfetto schema geometrico. L’effetto che Calvino voleva dare al romanzo era quello del dimidiamento,separazione. Che cosa rappresenta Il visconte dimezzato se non l’uomo alienato dei nostri giorni, diviso a metà da una “cannonata” neocapitalistica? Per Calvino l’uomo odierno è mutilato,incompleto, nemico a sé stesso quello che Marx chiamò “alienato”, Freud “represso”. Lo stato d’antica armonia è perduto e si aspira ad una nuova completezza. Già da questo si capisce come Il visconte dimezzato non è per niente allegro nonostante il tono fabulatorio. Infatti,già dal primo capitolo,si notano immagini  intrise di morte: cavalli uccisi e sventrati, uomini mutilati, la peste che colpisce anche gli avvoltoi. E il visconte Medardo di Terralba, a causa dell’altra metà del corpo che ha perso, diventa un criminale: divide tutto in due parti, le pere, i funghi, incendia i fienili dei contadini, promulga sentenze di impiccagione contro innocenti con un ghigno soddisfatto. Mastro Pietrochiodo ha il compito di preparare e innalzare le forche in cui le persone vengono impiccate. Quest’ultimo personaggio rappresenta anch’esso il “represso” e “alienato” in quanto cerca di costruire forche e strumenti di tortura i più perfezionati possibile cercando di non pensare a cosa servono, così come…così come naturalmente lo scienziato

o il tecnico di oggi costruisce bombe atomiche o comunque dispositivi di cui non sa la destinazione sociale e cui l’impegno esclusivo nel “far bene il proprio mestiere” non può bastare a mettere a posto la coscienza. Nel racconto solo quando riappare l’altra metà di Medardo, si capisce finalmente che quella rimasta non era che la metà cattiva. Alla fine Medardo “…ritornò uomo intero, né cattivo né buono, un miscuglio di cattiveria e bontà, cioè apparentemente non dissimile da quello che era prima di essere dimezzato.” In conclusione il male per Calvino consiste nel non far coincidere o conciliare la bestia e l’angelo che sono nell’uomo intero. Il capitalismo,con la conseguente alienazione, ha diviso a metà l’uomo in maniera addirittura istituzionalizzata. Ad esempio sul luogo di lavoro si è simili ad automi, mentre nel cosiddetto tempo libero si riacquista la propria personalità; ma anche in questo secondo momento l’acquisizione della propria individualità è relativa, e soprattutto effimera e ingannevole. Il racconto ha anche un tema che sarà il vero tema narrativo di Calvino:una persona che si pone volontariamente una difficile regola e la segue fino alle ultime conseguenze, perché senza di questa non sarebbe sé stesso né per sé né per gli altri. Questo tema lo ritroviamo anche nel romanzo successivo, Il barone rampante. In questo caso l’universo di alienazione è trasferito nel Settecento, nel famoso secolo dei Lumi, come a dimostrare paradossalmente che l’ideale illuministico dell’armonia tra l’uomo, natura e storia portava in sé, in embrione, anche il male di vivere della nostra epoca. Anche in questo caso Calvino aveva in testa un’immagine di un ragazzo che sale su un albero e poi non vuole più scendere. Ma farne una storia di fuga dai rapporti umani e dalla società sarebbe stato troppo futile. Così Cosimo,il protagonista,è un uomo continuamente dedito al bene del prossimo, inserito nel movimento dei suoi tempi, che vuole partecipare ad ogni aspetto della vita attiva: dall’avanzamento delle tecniche all’amministrazione locale, alla vita elegante. Sempre però sapendo che per essere con gli altri veramente, la sola via era d’esser separato dagli altri, d’imporre testardamente a sé e agli altri quella sua incomoda singolarità e solitudine in tutte le ore e in tutti i momenti della sua vita, così come è vocazione del poeta,dell’esploratore, del rivoluzionario.  Fitto di riferimenti alla storia e alle idee e a quella politica, il romanzo è difficilmente riassumibile, specie poi se si dovessero prendere in considerazione i tanti personaggi che vi compaiono. Ad ogni modo,in succinto, Il barone rampante narra le avventure di Cosimo Piovasco di Rondò che, dopo quel famoso rifiuto del piatto di lumache, si rifugia su un albero, e vi rimane fin quasi alla fine, quando si aggrappa alla corda di una mongolfiera inglese di passaggio e scompare in mare: o più precisamente in un luogo geografico sconosciuto e oscuro. La vita particolare di Cosimo però non è dovuta e causata dal rifiuto: per Calvino è solamente uno spunto narrativo che gli permette di far salire il ragazzo sulle piante. Il rifiuto di Cosimo di una vita sulla terra ha motivazioni molto più profonde. Davanti a una società corrotta, o meglio ad una società che si avvia verso la Rivoluzione francese, Cosimo sceglie di stare al di fuori della mischia e al tempo stesso di misurarsi con essa e con la natura. Lo schema del romanzo è nettamente fiabesco in quanto l’eroe deve affrontare un certo numero di prove. È interessante quanto avviene nel capitolo ottavo in cui Cosimo è costretto ad uccidere un gatto selvatico. Qui il senso è che per diventare uomini bisogna violentare la natura e ucciderla in un paradosso quasi tragico.  Il destino del protagonista è compiuto solo quando capisce chi è,cioè uno che non si vuole integrare con le regole della società. La morale folle di Cosimo è che la vera vita si può organizzare solo tra i rami degli alberi.  Va citato anche l’episodio degli spagnoli (saliti sugli alberi anche loro ma per protesta),che è uno dei pochi episodi che erano chiari per Calvino fin dall’inizio. Doveva far notare il contrasto tra chi si trova ad essere sugli alberi per motivi contingenti, e, cessati questi motivi, scende; e il “rampante” per vocazione interiore che resta sugli alberi anche quando non c’è nessun motivo per restarci.  Sui personaggi comprimari non c’è molto da dire come nel caso del Visconte dimezzato in quanto sono nati per spontanea proliferazione dell’atmosfera romanzesca. L’unica cosa che li accomuna tutti è l’essere solitari, ognuno con una maniera sbagliata di esserlo, intorno a quell’unico modo giusto di esserlo che è quello del protagonista.  Cosimo non può però essere considerato come un eccentrico che cerca di dare un significato alla sua eccentricità perché visto in questo modo questo personaggio non esauriva il problema che si era posto Calvino. Oggi non si vive in un mondo di eccentrici,anzi di non eccentrici,di persone la cui più semplice individualità è negata, tanto sono ridotte a una astratta somma di comportamenti prestabiliti. Il problema oggi non è più la perdita d’una parte di se stessi, è della perdita totale, di non esserci per nulla.

Dall’uomo inesistente perché indifferenziato dalla materia organica, siamo lentamente arrivati all’uomo artificiale che, essendo tutt’uno coi prodotti e con le situazioni, è inesistente perché non fa più attrito con nulla e non ha più rapporto con ciò che gli sta attorno,ma solo “funziona”. Questa riflessione di Calvino si identifica per lo scrittore nell’immagine di un’armatura che cammina ma dentro è vuota. La storia che ne risulta è quella del Cavaliere inesistente che per asserzione dello stesso autore dovrebbe occupare la prima posizione delle tre storie in omaggio alla priorità cronologica dei paladini di Carlomagno, e anche perché deve essere considerato più una introduzione che un epilogo. Ma occupa comunque l’ultima posizione perché è stato scritto in un’epoca storica più incerta e con un maggior sforzo di interrogazione filosofica, anche se alla fine si risolve con un finale maggiormente lirico. Cosa rappresenta Agilulfo?Se Cosimo sta in alto, fuori dalla portata dei commerci umani,Agilulfo addirittura non esiste. È il simbolo dell’uomo robotizzato, che compie gesti burocratici con incoscienza quasi assoluta. Agilulfo che si identifica totalmente con la sua armatura è l’uomo contemporaneo che si identifica con la sua funzione, cioè con quello che fa, senza cercare di uscire da un pensiero e da una attività “unidimensionali”. In contrapposizione all’assoluto non esistere, o all’assoluto non essere che è Agilulfo, Calvino mette in campo l’ortolano Gurdulù che invece di essere privo di individualità fisica è privo di individualità di coscienza e si confonde con la natura bruta. Questi due personaggi però non potevano sviluppare una storia in quanto erano semplicemente l’enunciazione del tema, che doveva essere svolto da altri personaggi in cui l’esserci e il non esserci lottassero all’interno della stessa persona. La persona che non sa se esserci o non esserci è il giovane; quindi un giovane doveva essere il vero protagonista e questi è Rambaldo,che cerca la vendetta del padre. Per lui la verifica dell’essere è nel fare; Rambaldo sarà la morale della pratica, dell’esperienza, della storia.  A Calvino serviva un altro giovane che rappresentasse la morale dell’assoluto e questi è Torrismondo per cui la verifica dell’esserci doveva derivare da qualcos’altro che se stesso, da quel che c’era prima di lui, il tutto da cui s’è staccato. È interessante anche come Italo Calvino ha dipinto l’amore in quest’ultimo capitolo dei Nostri antenati. Ha rappresentato Bradamante che è l’amore come contrasto, come guerra cioè la donna del cuore di Rambaldo,mentre l’altra è Sofronia, l’amore come pace, nostalgia del sonno prenatale, la donna del cuore di Torrismondo. Dovevano esistere queste due figure perché per il giovane la donna è quello che sicuramente c’è. Analisi da fare è che queste ultime figure hanno una parvenza di umanità, l’aspirazione a conquistarla: Bradamante cerca di raggiungere la perfezione, l’armonia con gli uomini; Rambaldo vuole possedere la realtà in tutte le sue manifestazioni, e Torrismondo cerca di riconciliarsi con la sua infanzia di figlio bastardo. Il romanzo si conclude con la sparizione di Agilulfo, com’è giusto, poiché non è mai esistito. A prescindere dai numerosi episodi in cui si scatena la verve favolistica di Calvino, il nocciolo poetico del Cavaliere inesistente sta nella fusione tra una fantasia di specie ariostesca e l’acre impegno morale di denunciare le storture del mondo di oggi senza mai nominarle. Questa è poi tutta l’opera occulta dei Nostri antenati.

Conclusioni

Perché leggere Calvino e in particolare I nostri antenati? Perché in questo libro le storie non sono lunghissime e la penna dello scrittore corre veloce in un continuo ed irrefrenabile crearsi di immagini e situazioni imprevedibili che hanno dell’incredibile. Lo si può leggere senza particolari apprensioni senza apprenderne il significato intrinseco come anche spingersi oltre l’apparente cielo di fuochi d’artificio di parole per comprenderne il senso autentico. Insomma una lettura adatta a tutti i tipi di lettore che comunque non potrà sottrarsi dall’apprezzare pienamente la creatività e la bravura di Italo Calvino e che l’unica difficoltà che avrà sarà quella di riuscire a staccare gli occhi dalla pagina stampata.