"LA POTENZA DEL MITO": VENEZIA 1989
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Il concerto del secolo. Venezia assediata. Megaimpianto. Effetti
speciali. Tutte frasi ricorrenti per presentare i Pink Floyd ed il loro
spettacolo, da loro "fortissimamente
voluto" (ed a loro spese!).
Ma
senza mettere in discussione la musica, le atmosfere ipnotiche che i Floyd sanno
creare, la loro caratura artistica, dobbiamo confessare che lo spettacolo in Tv
non ha emozionato come si voleva fare. Anzi, il regista non ha saputo dare
quella dimensione esatta del grande avvenimento che stava accadendo in diretta.
Un
concerto su una "cattedrale"
tecnologica come quella che i Floyd usano, avrebbe meritato inquadrature più
globali, nulla togliendo ai bellissimi primi piani del folletto Gilmour, o del
pacato Wright, o dello scatenato Mason (ringiovanito di vent'anni), o del
fantastico schermo dietro i musicisti. Anche se, tutto sommato, il filmato in
diretta è senz'altro migliore di quello ufficiale, forse troppo
"montato", senz'altro più vivo, più reale.
(Molo Santa Marta, 13 luglio 1989 © Stefano Tarquini)
(Bacino di San Marco, 14 luglio 1989 © Stefano Tarquini)
Certamente
il gruppo inglese è stato sempre all'altezza della fama che si è meritato in
tutti questi anni: i Pink Floyd, grazie anche all'uso di tecniche visuali, hanno
portato la loro musica a dimensioni che superano il Rock vero e proprio, facendo
sognare i giovani (ed i meno giovani)
da 22 anni!
Le
polemiche che hanno preceduto il concerto veneziano le sappiamo tutti: Venezia
ha praticamente abbandonato la band inglese al suo destino, tanto che i Floyd
hanno dovuto persino pagarsi le transenne per arginare la folla straripante, o
far venire da Trieste sia la zattera dove avrebbero dovuto costruire il palco,
sia i rimorchiatori per portarla nel Bacino di San Marco (poichè costavano di
meno che a Venezia).
(Bacino di San Marco, 14 luglio 1989 © Unknown)
L'Azienda
Veneziana di Promozione Turistica inoltre ha ignorato che i Floyd non potevano
che trarre vantaggi dal concerto "lagunare",
mentre Venezia ha raccolto solo polemiche e panico; la Giunta Comunale Veneziana
prima approva lo show, poi obbietta, quindi se ne lava pilatescamente le mani,
scaricando tutto l'onere e ogni responsabilità sulle povere Prefettura e
Questura; infine, la Sovrintendenza dei Beni Culturali di Venezia inchioda per
quattro giorni le nostre cronache su di una questione di qualche decibel,
dimostrando che per la prima volta al mondo persino una asettica unità di
misura di intensità sonora può essere politicamente strumentalizzata!
Ma
anche se avevano avuto l'ordine di mettere la sordina, i Pink Floyd, da veri
maghi del suono, ce l'hanno fatta a farsi sentire. Da notare che, nonostante il
divieto di superare i 60 decibel, lo show ha raggiunto gradualmente picchi di
90-92 decibel, mentre i sacri e famosi "foghi"
del Redentore hanno superato di gran lunga i 107 decibel, cosa notata di persona
dal sottoscritto!
(Il pubblico di Venezia, 14 luglio 1989 © Didier Jeanmonod)
Con
quello scenario bello da mozzare il fiato, non poteva però essere un concerto
esaltante.
Un
tocco al computer, il soffio di venti lontani, scrosci di temporali, echi
registrati, cinguettii di stormi di uccelli, il rombo di un aereo: sono le 2145
spaccate quando i Pink Floyd hanno acceso Venezia, presentandosi uno alla volta
sull'enorme palco galleggiante (mt. 90 x 30 x 25). E sulle note ormai mitiche di
"Shine
on you crazy diamond" è apparso lui, David Gilmour, leader della
band, capelli biondi ben pettinati, la vecchia Fender al collo ed un pizzico di
emozione, nonostante la lunga carriera. Ma Venezia è un'altra cosa!
Sul
palco cala una specie di astronave (ve ne sono ben quattro), uno dei tanti
marchingegni del gruppo, visti e rivisti nei lunghi tre anni di tour, ma che
oggi prendono tutta un'altra forma. Le luci girano, tra il verde e l'azzurro, lo
scenario è sempre più suggestivo: sul Bacino di San Marco vi è una distesa di
barche e barchette, gondole, imbarcazioni improvvisate e una marea di gente che
assiste al concerto! Sono circa 200.000 ed oltre, dicono le stime ufficiali, ma
tutti sono venuti solo per una cosa: vedere il mito!
Il
palco sembra essere un aeroporto, quando partono le note di "Learning
to fly", ovvero, storie di voli impossibili e fantastici; dietro i
musicisti c'è il grande schermo tondo, circondato da luci su cui passano
immagini spiritate per accompagnare quella marea di suoni.
Dal
solito show sono state cancellate una decina di canzoni, tra cui "One
slip", "A
new machine", e le vecchie ever-green
"Us
and them" e "Welcome
to the machine". Cancellate anche "One
of these days" e "On
the run", e di conseguenza non si sono visti gli incredibili voli
del gigantesco maialone rosa dagli occhi di fuoco, simbolo del potere corrotto,
o dell'enorme letto volante: colpa della diretta Tv, che ha ridotto così lo
show a 90 minuti appena!
Ma
al potere ci sono state musica e fantasia: ed ecco "Yet
another movie", con le bacchette laser di Mason, "Sorrow",
con i suoi strabilianti effetti laser; ed ecco la muta dei cani rabbiosi, che
sembrano uscire dallo schermo per lanciarsi contro Gilmour sul palco, sulle note
iniziali di "Dogs
of war"; e poi la bellissima "On
the turning away", straripante di effetti colorati.
L'attenzione
di tutti i ragazzi è così calamitata più dagli effetti spettacolari, che
dalla musica. Frastornanti, supertecnologiche, divertenti, le trovate della band
accompagnano anche i pezzi vecchi: un brivido corre lungo la schiena per "Time",
sorretta dallo scampanellio di mille orologi e pendoli, rimembranze di tempi
lontani. Quindi, "The
great gig in the sky", con le sculettanti coriste ad improvvisare
gorgheggi alternati, giusto prima della dedica a Syd Barrett, indiscusso genio e
fondatore del gruppo: "Wish
you were here", cantata in coro da migliaia di saccopelisti in
delirio, giovani di mezzo mondo, magliette "live
in Venice" dipinte e sudate, capelli lunghi, nuvole di joints
fumati per infilarsi nella dimensione del favoloso mondo psichedelico!
C'è
ancora tempo, e la scaletta prosegue senza soste, in un crescendo perfetto: la
vecchia, ma mai sorpassata "Money",
con accorgimenti d'arrangio simpatici, passaggi dal blues al reggae. Con la
forza di coinvolgimento superiore al solito, i mitici tre durante lo show
sembrano essere minuscoli evanescenti esseri, schiacciati da mille marchingegni
di un palco grande quanto un'immensa astronave. Ed ancora, la danzante "Another
brick in the wall" e "Confortably
numb", fumi, laser impazziti, braccia di robot roteanti, un globo
scintillante che pende sulla testa dei musicisti e che si apre, diventando un
fiore d'acciaio, luminosissimo. E per finire, la chiusura trionfante e
collaudata di "Run
like hell", dove il palco sembra esplodere, in un susseguirsi di
musica inesauribile, fumi, laser, e fuochi d'artificio, che anticipano solo per
pochi minuti i veri e propri "foghi"
di Venezia!
(La platea, 14 luglio 1989 © Marialuigia Orfanelli)
(Il giorno dopo, 14 luglio 1989 © Unknown)
E'
la fine di un sogno dipinto, di un evento che le acque di San Marco ricorderanno
a lungo, di cui si parlerà in eterno nella storia del Rock.
I
vecchi Pink Floyd, signori di una certa età, festeggiano nei camerini
dell'albergo del Lido con champagne e tartine. Sono tornati a calpestare la
nostra terra dopo 18 anni e sono usciti soli vincitori da questa sfida con la
città intera, con le sue strutture, con la sua festa.
Ed
allora: "GRANDI
PINK FLOYD..... POVERA VENEZIA!"
Copyrights & Credits.
A cura di Stefano Tarquini - da un articolo di Stefano Tarquini per una fanzine inglese (agosto 1989).
La fotografia di inizio è stata scattata pochi minuti prima del concerto ed è apparsa su "Suono"©. Fotografie, per gentile concessione di: Tarquini Stefano © - Didier Jeanmonod © - Marialuigia Orfanelli ©.
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