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Dove, quando, come

L'ipogeo della valle delle Memorie, posto alla periferia meridionale di Otranto, fu scoperto nel 1976 dall'architetto milanese Antonio Susini sotto una torre, detta Torre Pinta (il nome deriva dal boccale di birra, di origine inglese, non dai colori, che ancora oggi rappresenta l'unico riferimento per chi ricerca questi meravigliosi resti nella campagna. La torre, di costruzione relativamente recente, risale al secolo XVII e nasconde, nelle fondamenta, cinque file di cellette, le quali sembrano appartenere allo stesso contesto dell'ipogeo, così fittamente crivellato da altre nicchie, la cui probabile destinazione sarebbe stata la conservazione di urne cinerarie di defunti. Invece, unica cosa certa tra i mille interrogativi di questo sotterraneo, le cellette ospitavano piccioni, allevati dal proprietario della vicina masseria. La posizione strategica della torre suggerirebbe l'ipotesi che si trattasse di piccioni viaggiatori, al servizio del comando militare borbonico del presidio di Terra d'Otranto.

L'enigma sepolto sotto la torre

 

Didascalia

  1. Sotto la torre si allineano le celle del "palumbaru", cioè della piccionaia.

  2. La volta dell'ipogeo come era prima del crollo, avvenuto nel Settecento.

  3. Per ottenere una altezza sufficiente alla volta, l'ipogeo fu scavato in un terreno leggermente in salita.

  4. La misteriosa camera del forno. Ancora non si sa se servisse alle cremazioni o a fuochi rituali.

  5. L'ingresso dell'ipogeo. A fianco affiorano resti di mura megalitiche.

  6. Uno dei lunghi gradini disposti alla base delle pareti dell'ipogeo: anche l'uso di essi non è stato ancora definito.

  7. Il vano centrale, dove si dipartono i bracci minori della croce latina: il rapporto è di uno a tre.

 

 

Il Salento è ricco di memorie scavate nel tufo.

Dalla dimora sospesa, dove l'uomo primitivo si rifugiava nella notte dopo aver ritirato la scala di accesso, alla chiesa rupestre, prodigiosamente ricavata da un solo volume con tutte le colonne, le balaustre e gli altari, alle tombe isolate fino alle intere necropoli, questo mondo sotterraneo è stato studiato in modo sufficiente per inquadrarne epoca ed origine.

Ma dell'ipogeo sotto Torre Pinta, a sud di Otranto, non si è ancora riusciti a ricostruire una storia certa ed attendibile.

"Avessimo trovato un vaso, una moneta, un'incisione", diceva l'architetto Antonio Susini, il quale rinvenne l'ipogeo nell'agosto del 1976. "Invece nulla, tanto più se si pensa che le centinaia di nicchie scavate con ordini sovrapposti lungo tutte le pareti e nella volta debbono aver custodito altrettante urne cinerarie".

Nella totale assenza di reperti, non resta che confrontare le caratteristiche di Torre Pinta con quelle di altri ipogei più o meno simili. Secondo alcuni studiosi, potrebbe trattarsi di un ambiente pre-cristiano adibito a culto funerario, trasformato in luogo liturgico dalle primitive comunità cristiane, forse in età costantiniana. Una curiosità consiste nel fatto che le nicchie originarie arrivano fino alla volta. Poi se ne aprono altre, recentissime, ma queste erano destinate ai piccioni viaggiatori alloggiati nella torre.

Un indizio sui possibili costruttori potrebbe celarsi nell'alto gradino che corre lungo tutte le pareti dell'ipogeo: un elemento estraneo alla tradizione cristiana, ma ricorrente nelle tombe dei Messapi, dove il defunto era seduto e non adagiato.

I Messapi, un altro mistero.

Un popolo che arrivò nel Salento mille anni prima di Cristo, non si sa da dove, e che ha lasciato tracce di una civiltà superiore e di una lingua tuttora indecifrabile.

Nella magica luce che filtra dalla volta sfondata, tra le foglie di un fico gigantesco, al centro dell'ipogeo, si possono immaginare i nobili Messapi seduti uno accanto all'altro nella grande nave in viaggio per l'aldilà.

La volta che copriva questo regno dei defunti è crollata, scoprendo il cielo in un fitto intrico vegetale

Il dromos dell'ipogeo, ripreso all'incrocio fra i bracci dove la volta è crollata

Il dromos dell'ipogeo, equivalente alla navata centrale di una chiesa latina. E' lungo 33 metri quanti gli anni della vita terrena di Cristo.

In fondo si vede il transetto della croce latina, che è esattamente un terzo di questa lunghezza