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LA METAFORA

                    

La metafora rappresenta sicuramente la più affascinante e la più diffusa delle figure retoriche. In generale, nell'uso tradizionale, essa viene considerata come la sostituzione di una parola con un'altra il cui senso letterale ha una qualche somiglianza con il senso letterale della parola sostituita. Alla base di questo procedimento c'è un paragone:

si identifica un'entità con quella con cui essa viene "confrontata"; donde la definizione di metafora come similitudo brevior (paragone abbreviato): "Un’evidenza cristallina" < "chiara come il cristallo"; "Rommel era una volpe" < "astuto come una volpe". Benché questa concezione sia dura a morire, in pratica non serve a spiegare la maggior parte delle metafore. In un'espressione come:

una bibbia fiorita di miniature gotiche

è bensì implicito un confronto (le miniature sembrano fiori / la bibbia è ornata di miniature come di fiori ecc.), ma il procedimento per cui si arriva alla metafora non è semplicemente la soppressione degli elementi che renderebbero esplicito il paragone (Mortara Garavelli 1988: 159).

 

La metafora secondo Eco

Eco (1984) esalta il valore della metafora, che considera, sulla scia di Aristotele, un insostituibile strumento di conoscenza. Essa trova nuove somiglianze fra le cose (o sarebbe meglio dire fra le unità culturali) e pone sotto gli occhi nuove proporzioni. Qual è allora il meccanismo del suo funzionamento?

Il modello semantico di Eco è per molti aspetti differente rispetto a quello strutturalista. Secondo Eco un semema, cioè un'unità del piano del contenuto, è costituito da un insieme di marche semantiche o semi. La rappresentazione di un semama, però, deve contenere anche altri elementi, che rendano conto del suo corretto uso e della sua corretta interpretazione all'interno dei testi. I sememi, cioè, andranno analizzati come sistemi di "istruzioni orientate al testo" (Eco 1979: 15), che prendono la forma di selezioni contestuali e circostanziali. Rispetto al modello strutturalista, quindi, vengono introdotti elementi e conoscenze che rimandano più che alla vecchia idea del dizionario a quella dell'enciclopedia. Un'enciclopedia che vada oltre la tradizionale definizione lessicale e includa anche sceneggiature (dette anche frames o scripts), che sarebbero "schemi d'azione e di comportamento prestabiliti (come il partecipare a una festa, l'andare alla stazione per partire, servire e consumare un hamburger)" (Eco 1984: 70) e comprendono anche le regole di genere.

Il passaggio da un sistema dizionariale ad un sistema enciclopedico ha molte conseguenze. Innanzitutto, come abbiamo già detto, viene abbandonata la semplicità della definizione lessicale. Secondo Eco (1975: 146), infatti, la definizione di un semema può comportare anche semi che non appartengano direttamente al sistema semiotico cui appartiene il semema. Per esempio, il significato della parola /cane/ comprende anche l'immagine di un cane. Inoltre viene anche abbandonata la differenza gerarchica fra sememi e semi. In effetti il sema che definisce un semema è suscettibile a sua volte di essere interpretato. In quel caso diventerà un semema e non è escluso che, per definirlo, ricorreremo, fra gli altri, anche al semema da cui eravamo partiti (ora diventato sema). L'enciclopedia assume quindi la forma di una rete che consenta il passaggio continuo da un elemento all'altro. In natura questa struttura è tipica di radici che vengono dette rizomi:

ogni punto del rizoma può essere connesso e deve esserlo con qualsiasi altro punto, e in effetti nel rizoma non vi sono punti o posizioni ma solo linee di connessione; un rizoma può essere spezzato in un punto qualsiasi e riprendere seguendo la propria linea; è smontabile, rovesciabile; una rete di alberi che si aprano in ogni direzione può fare rizoma, il che equivale a dire che in ogni rizoma può essere ritagliata una serie indefinita di alberi parziali; il rizoma non ha centro (Eco 1984: 112).

L'impostazione data da Eco al problema semantico porta a considerare in maniera nuova anche il funzionamento di alcune figure retoriche. Tradizionalmente sineddoche e metonimia si distinguono perché la prima sostituisce un termine con un altro basandosi sul contenuto concettuale (relazioni fra genere e specie), mentre la seconda opera in base a generici rapporti di contiguità (la causa per l'effetto, l'autore per l'opera, ecc.). Ora, senza doverci dilungare troppo sull'argomento, è chiaro che nella prospettiva echiana questa differenza non regge più, visto che le marche semantiche hanno tutte la stessa dignitità e viene meno la differenza classica fra proprietà concettuali e fattuali (o analitiche e sintetiche). Di conseguenza, la sineddoche può essere definitivamente ricondotta alla metonimia.

Se si registra tutto il sapere enciclopedico intorno a una data unità culturale, non esistono nozioni fuori dal contenuto concettuale. La foglia è un sema del semema albero tanto quanto lo è il seme, anche se la prima vi appare come componente morfologica e il secondo come causa od origine...

In questa prospettiva la metonimia diventa la sostituzione di un semema con uno dei suoi semi (/Bere una bottiglia/ per «bere del vino», perché la bottiglia sarà registrata fra le destinazioni finali del vino) o di un sema col semema a cui appartiene (/Piangi o Gerusalemme/ per «pianga il popolo d'Israele» perché fra le proprietà enciclopediche di Gerusalemme deve esistere quella per cui è la città santa degli ebrei) (Eco 1984: 178-179).

L'importanza di questo chiarimento dipende dal fatto che Eco (1984) ritiene che la metafora sia una figura complessa basata su un doppio meccanismo metonimico. Nel caso della metonimia, come abbiamo appena visto, un sema prende il posto del suo semema o viceversa. Nella metafora, invece, lo scambio avviene fra due sememi. Ma che cosa consente questo scambio? Il fatto che fra i due sememi sia ravvisabile una qualche similarità, una qualche comune proprietà. Vale a dire, in termini semantici, che fra i due sememi vi sia un sema in comune. In definitiva, quindi, la metafora è resa possibile dalla comunanza di questo sema e dal legame metonimico che esiste fra il sema e i due sememi che andranno a scambiarsi.

 

Metafora e vita quotidiana

Se il meccanismo della metafora è chiaro, potrebbero rimanere dei dubbi sull’estrema importanza attribuita a questa figura retorica. Perché la metafora suscita una così grande interesse? Qual è, in effetti, la sua portata come strumento conoscitivo? Lakoff e Johnson (1980) sono convinti che il sistema concettuale in base al quale pensiamo ed agiamo sia di natura essenzialmente metaforica. La metafora ci permette di vivere un tipo di cosa in termini di un altro. Così, ad esempio, se accogliamo la metafora secondo la quale "la discussione è una guerra" cominceremo effettivamente a pensare alla discussione come ad un conflitto armato e ci comporteremo di conseguenza (elaborando strategie, attaccando punti deboli, distruggendo gli argomenti altrui, ecc.).

Questo fenomeno è ancora più evidente se consideriamo le cosiddette metafore di orientamento, che organizzano un intero sistema di concetti nei termini di un altro e si chiamano in questo modo perché hanno spesso a che vedere con l'orientamento spaziale (su-giù, dentro-fuori, davanti-dietro, profondo-superficiale, ecc.).

Questi orientamenti spaziali derivano dalla costituzione stessa del nostro corpo e dal suo funzionamento nell'ambiente fisico che ci circonda. Le metafore di orientamento danno al concetto un orientamento spaziale: ad esempio, contento è su. Il fatto che il concetto contenuto sia orientato nella direzione su, determina espressioni come "Oggi mi sento su di morale".
Questi orientamenti metaforici non sono arbitrari, in quanto hanno una base nella nostra esperienza fisica e culturale. Ma, sebbene le opposizioni su-giù, dentro-fuori, ecc., siano di natura fisica, le metafore di orientamento basate su di esse possono variare da cultura a cultura (Lakoff - Johnson 1980: 33).

La componente fisica assume dunque un rilievo fondamentale nell'organizzazione del nostro sistema concettuale:

...noi generalmente concettualizziamo il non fisico in termini del fisico, cioè concettualizziamo ciò che è meno chiaramente delineato in termini di ciò che è più chiaramente delineato (Lakoff - Johnson 1980: 81).