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-Tokyo ultima chiamata, i passeggeri del volo 7564 per Tokyo sono pregati di recarsi all’ingresso 16-
 
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-Tokyo ultima chiamata, i passeggeri del volo 7564 per Tokyo sono pregati di recarsi all’ingresso 16-

-Il volo 8675 per  Sydney con scalo a Francoforte  imbarcherà tra 5 minuti-.

 

La voce dell’altoparlante mi rimbomba nella testa, il volume mi pare assordante.

Sono maledettamente sudato, la camicia mi si è incollata addosso e credo di avere un aspetto pessimo, al punto che una mamma che spinge il suo bambino nel passeggino, mi guarda e cambia direzione, preoccupata che io possa farle qualcosa, o magari solo spaventarle il piccolo.

Giro su me stesso come una trottola impazzita, ci sono mille cartelli in questo aeroporto e mi stupisco a pensare che ognuna di queste scritte luminose sia un volo e ogni volo centinaia di persone che vanno e vengono, per lavoro, piacere, per far visita a chi non vedono da una vita, o magari solo per riabbracciare il proprio uomo, la propria donna.

Io sono qui, con la mia cravatta nera slacciata e il sudore che continua a cadermi a rivoli dalla fronte, ho gli occhi da pazzo, li faccio roteare come una mosca per guardare tutto e tutti, lei deve essere qui, da qualche parte, e io devo fermarla, devo parlarle.

E’ così assurdo pensare che solo 48 ore fa lei era sopra di me e potevo sentirne il respiro, contarne i battiti del cuore, stringerla e tirarla a me come se mi appartenesse, come se fuori la finestra del mio appartamento non ci fosse alcun mondo al quale dovessimo far ritorno.

 Poi tutto è andato in fretta, una lettera nel mio cassetto, la sua maledetta curiosità…mi sembra di vederla ancora mentre con la schiena nuda fa scorrere i suoi occhi su quel cavolo di foglio.

Ho sempre saputo che il suo culo mi avrebbe messo nei casini e così è stato, ero troppo preso ad ammirarne la perfetta rotondità per accorgermi che stava leggendo qualcosa che non doveva assolutamente leggere.

Mi disse solo, leggendo con un filo di voce l’ultimo rigo della lettera: -spero che questa notte si ripeta all’infinito-, e poi una data, all’incirca un mese fa, non aggiunse altro, prese i suoi vestiti e li indossò rapidamente.

Pensai di parlarle, di spiegare, ma che diavolo potevo dirle, mi aveva preso con le mani nel sacco, avrei potuto provare a farle capire che era stata solo un’avventura, che se c’era una persona che amavo era lei e che queste cose capitano e tutto il resto del copione che si snocciola in queste circostanza, ma sapevo che non sarebbe servito.

Uscì di casa, nella notte buia che più buia sarebbe come esser ciechi, e se ne andò.

 

-I passeggeri del volo 1390  destinazione Berlino  sono pregati di accomodarsi al cancello 12, ripeto i passeggeri del volo 1390 destinazione Berlino sono pregati di accomodarsi al cancello 12-.

 

Non so dove cercarla, forse potrei farla chiamare all’altoparlante, ma capirebbe o quanto meno si insospettirebbe, meglio riprovare sul telefonino.

Quella stronza odiosissima signorina della compagnia telefonica mi dice che il telefono è spento, o non raggiungibile, mi chiedo cosa le costerebbe dirmi qualcosa di più, chessò, dove è seduta in questo momento, o almeno che aereo deve prendere.

E già, perchè Katia, quella simpaticona della sua amica, mi ha detto solo: - guarda, non dovrei nemmeno dirtelo per quanto ci fai schifo, ma mi fai pena, è andata all’aeroporto, parte, ma non mi ha detto dove va per paura che tu me lo chiedessi- “ci fai schifo”, ma che per caso stavo anche con lei da 4 anni? Ma che per caso uscivamo in tre e non me ne sono mai accorto? Stronza e acida più della batteria della mia cinquecento, ma almeno un indizio me l’aveva dato e per fortuna che in città c’è un solo aeroporto.

 

“Night and day, you are the one, only you beneath the moon or under the sun…”

la musica degli altoparlanti viene giù come pioggia e mi fa pensare, se ancora ce ne fosse bisogno che amo solo lei, che sia quando affanno, che quando sono rilassato, c’è lei nei miei pensieri.

 

Quando due giorni fa ha lasciato casa mia, con gli occhi appena umidi per le lacrime, giurai a me stesso che non l’avrei cercata e non perché non la amassi abbastanza, ma perché l’avevo fatta troppo grossa.

C’è un problema di fondo tra uomo e donna che nessuno potrà mai risolvere: un uomo che tradisce pensa che la cosa possa non avere alcuna conseguenza, una donna invece ha ben chiaro in mente che il tradimento inevitabilmente cambia le cose.

Bè fino all’istante prima in cui lei leggesse la lettera, ero convinto che le cose sarebbero andate per sempre alla grande tra noi, che quella tipa era stata solo una cosa di una sera, un colpo a salve per rinvigorire la mia autostima, ma quando vidi la porta chiudersi alle spalle di lei; di lei che per me avrebbe dato non dico un braccio, ma due e forse anche le gambe, bè, mi sentì così sporco da non avere né il coraggio né la voglia di provare a riprendermela.

Fu così che il giorno seguente me ne stetti a casa, serrande chiuse, cellulare spento, telefono fuori posto e Frank Sinatra a palla, in qualche modo dovevo chiudermi in un mondo impenetrabile e privo di pensieri.

Il mio tentativo durò poco, il giorno seguente, mi misi a caccia, chiamai a casa sua, ma niente, solo la segreteria e le cose che dissi a quel nastro sono le cose più dolci e più sentimentali che io abbia mai detto, anzi sono convinto che se quel nastro ha un cuore, allora sono certo che mi cercherà almeno per ringraziarmi.

Poi provai con sua madre, con gli amici comuni, con il suo ufficio, niente di niente, indossai il cappotto di renna e, nella affollata città dell’ora di punta, iniziai a vagare convinto che una donna in crisi dovesse necessariamente votarsi allo shopping e quindi lì al centro l’avrei scovata.

Avvistai centinaia di ragazze che potevano somigliarle, chi per i capelli, chi per profilo, chi per la voce, non facevo altro che girarmi come un matto a destra e a sinistra, ovunque mi giungesse un richiamo di lei.

Inutile dirlo fu tutto vano, mi misi a sedere a un bar e, aspettando la cameriera, mi parve di vederla.

Era seduta in un autobus, con i capelli raccolti e il trucco appena accennato. Con le dita seguiva i segni che la pioggia lasciava sul finestrino, come a volerne raccogliere le gocce.

Ovviamente era solo la mia immaginazione, non c’era nessun autobus e nemmeno pioveva, c’era solo la cameriera, una ragazza pienotta e dai tratti gentili che pazientemente era in attesa della mia ordinazione.

Mi rimaneva solo una cosa da fare, chiamare Katia, e il resto è storia conosciuta.

 

Così ora sono qui, in questo aeroporto ipertecnologico, pieno di luci e specchi, dove tutto pare accelerato e lei non c’è, attorno a me continuano ad alternarsi gli annunci delle partenze e quelli degli arrivi e la musica che vien fuori dagli altoparlanti ora è un vecchio pezzo dei Dire Straits.

 

E’ da che sono piccolo che mi chiedo chi siano quelli che scelgono la musica nei supermercati, nelle stazioni, negli aeroporti… Io lo vedevo come un lavoro grandioso, scegliere le canzoni che migliaia di persone avrebbero ascoltato. Alcuni si sarebbero abbracciati su quelle note, altri detti addio; immaginavo la scena di due fidanzati che si salutano, lui già con un piede sul treno e lei a dargli un ultimo bacio.

Insomma se la vita di molti di noi ha una colonna sonora io credevo, e lo credo anche ora, è grazie a chi fa questo lavoro.

Poi una volta un mio amico, mi ha detto che sono i computer a fare queste selezioni e la cosa mi ha devastato, da quel giorno non riesco più a lasciarmi prendere da un pezzo senza pensare che un qualche chip malato di un pentium III, IV, o mille abbia messo su quel brano senza alcuna ragione.

 

E’ da un paio d’ore che sono qui e di lei non c’è traccia, ho richiamato anche quella canaglia di Katia e lei, stavolta un po’ più cordiale, mi ha giurato di non sapere altro e per un istante ho pensato che un po’ le dispiacesse non potermi aiutare.

Ho il cuore che batte a mille, il sudore per l’aria condizionata si è asciugato addosso e con tutta probabilità mi prenderò un malanno.

E’ tempo di andare via, però prima do un ultimo sguardo in giro…La vedo, non riesco a crederci, su di lei campeggia la scritta GATE 22, destinazione Monaco, -che cazzo ci va a fare a Monaco?- sussurro tra me e me.

Passa i controlli, io non posso andare oltre non avendo il biglietto, la chiamo, tutti i presenti mi guardano come un matto e un poliziotto con il suo cane mi si fa incontro per dirmi di stare tranquillo.

- Guardi- provo a spiegare al tizio in divisa -quella è la mia ragazza, se lei mi facesse la cortesia di farmi entrare nella sala di attesa, anche solo per un minuto…-, ma quello è irremovibile e il suo pastore tedesco mi sta annusando tra le gambe, e avrei voglia di tirare un pugno sul muso di entrambi.

Me ne frego e urlo ancora: -Robyyyyyyyyy-, lei si gira appena, forse sorride, forse è una smorfia, tira fuori dalla borsa un biglietto e imbocca il tunnel che la porterà via da me.

Resto di pietra, ma credo che il suo cuore sia di una pietra ancor più dura.

Me ne vado, lascio tutto alle mie spalle, e il cane del poliziotto, che finalmente ha smesso di annusarmi, pare l’unico disposto a gettarmi uno sguardo di conforto.

 

Eccomi, di nuovo all’aeroporto, come 5 anni fa.

 

-El Cairo ultima chiamata, i passeggeri del volo 6578 per El Cairo sono pregati di recarsi all’ingresso 14-

Mi guardo in giro, è il mio volo, il nostro volo, Paola tiene in braccio nostro figlio e mi sorride, mentre io cerco i biglietti nelle tasche del giaccone, il taxi ha fatto un ritardo mostruoso e ora dobbiamo sbrigarci, sennò addio piramidi.

In lontananza,( ci metto un po’ a capacitarmene), vedo lei, Roberta. E’ da quel giorno di 5 anni fa che non la vedo, né la sento né ho più alcuna notizia. Anche lei mi vede, non pare sorpresa, con passo deciso mi si fa incontro.

Paola con Marco sempre in braccio è già al controllo.

- ciao Fede- mi fa lei

- come va?-

- bene- le rispondo

Non so cos’altro dirle, Paola mi fa cenno di muovermi, non riesco a dire altro che

- com’è Monaco?-

Lei mi sorride e fa – non così bella come sarebbe El Cairo credo, ma se non sbaglio è tardi, è già un’ultima chiamata giusto?-

- giusto- le dico, mi volto verso Paola e Marco, entrambi mi sorridono ed io sorrido loro.

 

Gli altoparlanti tirano fuori un’incredibile versione di “Somewhere over the rainbow”, non può essere un computer ad averla scelta,

certo che no.