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Un passo dietro l’altro, lentamente, senza voltarsi, senza piegarsi ad aggiustarsi i calzini infilati di fretta; un passo diet
 
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Un passo dietro l’altro, lentamente, senza voltarsi, senza paura; un passo dietro l’altro con la testa dritta e gli occhi che da lucidi per le lacrime si fanno di nuovo chiari e un sorriso, che nasce proprio nel mezzo della disperazione, come nei racconti di mare di suo nonno, quando durante la tempesta all’improvviso un raggio di sole apriva il cielo in due e –lì- gli diceva il vecchio Aldo, - lì, Peppì, capivi che, in un modo o nell’altro, ce l’avresti fatta-.

 

 

Anche quella mattina Peppino uscì di casa, alle sue spalle non sentì il rumore della porta chiudersi e non aveva voglia di tornare indietro, probabile avesse addirittura paura di trovarla ancora aperta, e  già, perchè a Peppino Manzi, 55 anni a maggio, lo avevano sempre fregato le porte aperte, mai quelle chiuse e ne  tanto meno quelle sbattute in faccia.

- Una porta aperta - diceva, - nel 90 % dei casi significa restare, significa non cercare un’altra stanza, un’altra casa, un’altra vita- e lui un’altra vita la cercava disperatamente.

Non che la sua non fosse una bella vita, parliamoci chiaro, soldi ne aveva: un’auto decente, un appartamento di proprietà e due in fitto e… una moglie, brava donna, forse un po’infantile, ma innamorata.

Cosa aveva da cercare Peppino?

Mille volte quella povera donna di sua moglie gliel’aveva chiesto:

- Peppì, ma che hai? Peppì, il lavoro? Sei stanco, stressato?  Quello a te lo stress ti fa male, guarda qui pure i capelli ti cadono quando stai così. Prendiamoci una vacanza, che te ne importa del negozio? Diciamo a Pasquale di tenerlo aperto lui per 4 – 5 gg, noi ci prendiamo un bell’aereo e ce ne andiamo da qualche parte, a fare i pascià, come quando ce ne andavamo a Capri da ragazzi, ti ricordi Peppì? Peppì, Peppino, ma mi stai ascoltando???-

 

- ti ascolto Marinè e come non ti ascolto, io ascolto tutto, ma non ho bisogno di una vacanza, non mi serve a niente una vacanza-.

- Anche la vacanza in un certo modo è una porta- pensava Peppino, -parti, lasci tutto alle tue spalle, ma in tasca hai già il biglietto per il ritorno, per la tua vecchia casa, la tua vecchia strada, la solita vita insomma-.

 

E allora cosa voleva questo uomo? Forse un aspetto fisico migliore? Certo non era granchè, soprattutto da quando a causa dell’incidente in moto si era rotto entrambe le gambe e procurato due bei sfreggi in volto.

Un po’ zoppicava, ma solo quando era stanco e con il tempo le cicatrici sul viso si erano nascoste completamente sotto la folta barba, ma in fondo a Peppino non gliene importava niente di essere bello, c’era Marinella a essere bella per tutti e due.

Si, a Marinella lui le voleva bene, bene davvero, un bene che non si muoveva sulle linee che seguono gli altri, perché a lei, lui le aveva messo un bel po’ di corna, una volta era stato pure scoperto e poi perdonato, ma questo non significava che le volesse meno bene.

Le voleva bene come se ne vuole ad una madre, un bene distratto, a volte assente, pieno di sbagli e contraddizioni, ma sempre presente e forte.

-Peppì, tu a me stì fesserie non me le devi dire sennò ti faccio correre, capit’?- diceva Marinella quando lui, con la sigaretta accesa appena dopo aver fatto l’amore, provava a spiegarle cosa provava.

-Marinè, e allora che me lo chiedi a fare? Che mi chiedi a fare un giorno sì e l’altro pure “Peppì ma tu mi vuoi bene? E spiegami quanto e come mi vuoi bene?”

Lui pure al suo amico Pasquale l’aveva detto: - a mia moglie l’hanno inguaiata le telenovelas, perché lì, quando lei chiede a lui “Pablo, mi ami?” quello non se la pensa proprio, la bacia e come se niente fosse, giù di nuovo a fare l’amore.

Ma il mondo normale non è così Pasquà, nel mondo normale, si fa l’amore una volta e al bar si racconta di averlo fatto almeno tre, ma quando stai a letto e l’hai appena fatto, se tua moglie ti fa una domanda, non puoi non rispondere, puoi dire una bugia, ma io le bugie non le so dire, io sono bravo ad omettere le cose, ma se me le chiedono, Pasquà, se me le chiedono, ehh, io canto Pasquà-.

 

In fondo tutto poteva andare come stava andando, con le normali insoddisfazioni e i soliti alti e bassi, ma Peppino era tormentato, la notte dormiva male e al mattino si svegliava con lo stomaco tutto intorcinato, come se qualcuno durante il sonno gliel’avesse legato stretto stretto con le corde e poi a volte, a pranzo, non toccava quasi cibo:

- Marinè, non ti offendere, ha proprio una bella faccia, si vede, ma oggi al negozio arrivano i fornitori, ci sono i pacchi da mettere a posto e… lo sai a me se mangio mi viene sempre un po’ di abbiocco, quindi mi sbuccio una pesca e poi scendo-

e Marinella  che ormai lo conosceva gli faceva sempre trovare in frigo un bicchiere con le pesche già sbucciate e tagliate, “il pranzo di emergenza” lo chiamava, almeno una volta a settimana doveva tirarlo fuori, ma da un po’ di tempo la cosa era diventata più frequente.

 

- Pasquà, io non lo so, forse mi sono rincretinito, ma io, io non ce la faccio più a fare questa vita, è tutto tale e quale, è tutto come ieri, come domani, come tra 10 anni se Dio vuole…ma è possibile che io da 25 anni, tutti i giorni alla stessa ora apro questo negozio, spazzo davanti al bancone, spolvero gli espositori dei chiodi, la vetrina dei trapani, servo clienti, chiamo i fornitori, chiudo vado a casa e poi di nuovo il giorno dopo e quello dopo ancora.

Pasqua in questa ferramenta l’unica cosa che si sta arrugginendo sono io!-

 

-Peppì, tu almeno una volta al mese entri qui dentro, pulisci, fai e dici e poi cominci con questa storia dei 25, dei trapani dei chiodi e così via-

 

- e allora lo vedi che mi dai ragione, pure a lamentarmi sono sempre uguale

 

- Ma ragiona, che vorresti fare? Chiudere la ferramenta? E chiudila, tanto hai gli appartamenti in fitto e soldi non te ne mancano e pure dalla vendita del negozio prenderesti una bella somma, fai così e ti metti che ne so, ad aiutare i bisognosi, pure Don Franco, prima di prendersi quella brutta malattia, aveva venduto la tabaccheria e s’era messo con la Parrocchia ad aiutare gli anziani, anche se a me uno di 70 anni che aiuta uno di 72 non so che  senso ha, però è per dire no?-

 

- Aiutare gli altri? Io devo vedere chi mi aiuta a me. Vendere e fare qualcos’altro…, potrebbe essere un’idea, ma poi lo sai, finisco a leggere il giornale sulla panchina della villa comunale e a dare le briciole ai piccioni, a me poi manco mi piacciono i piccioni, fossero gabbiani, ci penserei, ma comunque io ho bisogno di altro…-

 

Quel giorno Peppino invece di svegliarsi alle 7.10 come faceva in tutti i giorni feriali da 25 anni a quella parte, s’alzò prima; un’ora prima, alle 6.10, al suo fianco Marinella ancora dormiva, non la svegliava niente, quella povera donna fino a prima di sposarsi aveva vissuto proprio affianco alla stazione di San Sebastiano, figuriamoci se si accorgeva del marito che si alzava.

Peppino andò in bagno, prese una lametta pulita, il pennello e iniziò a spalmare la crema da barba sul viso, poi con precisione e delicatezza iniziò a rasarsi partendo dal profilo senza cicatrici, fino ad avere il viso perfettamente sbarbato per metà. Guardandosi si trovò decisamente più giovane, era tanto che non vedeva la sua pelle così nuda.

Poi passò all’altro lato della faccia, un po’ aveva paura di quello che avrebbe visto, s’era fatto crescere la barba non tanto per evitare che gli altri vedessero i segni dell’incidente, ma per dimenticarlo, perché da quel giorno, da quando le sue gambe si erano spezzate come grissini sull’asfalto, da quel 7 marzo di 36 anni fa, quando aveva solo 19 anni, la sua vita aveva fatto una curva a gomito ed era tornata indietro dal mondo dei sogni in cui Peppino stava procedendo a quello della dura realtà.

 

19 anni, prima maglia da titolare in serie B con lo sporting San Gallo, la chiamavano la squadra dei miracoli, in 5 anni era salita dai dilettanti alla seconda serie, e Peppino finalmente sarebbe sceso in campo con la maglia da titolare.

Era tutto pronto nella borsa di pelle nera con il nome della società scritto in caratteri dorati, c’erano persino  quegli scarpini che aveva visto al capitano Morrone, che nelle giovanili se le poteva solo sognare per quello che costavano.

Sarebbe arrivato allo stadio sulla sua moto, niente pullman con il resto della squadra, doveva andare da tutti i parenti e gli amici a farsi vedere con il borsone e la maglia da titolare già indosso, e poi tutti lo avrebbero seguito allo stadio per fare il tifo per lui.

Non arrivò allo stadio, né in moto né in nessun altro modo, al 15° del primo tempo era in sala di rianimazione, al 35° il cuore aveva quasi smesso di battere e al 90°, quando il dottore che lo stava operando si stava togliendo i guanti, la macchinetta del cuore aveva ripreso a emettere i suoi bip.

- Salvo in zona Cesarini- dissero i medici.

Niente più pallone per Peppino da quel giorno, niente allenamenti, borse di pelle con scritte dorate, né scarpini di lusso, solo sogni spezzati a metà, come le sue gambe, sogni squarciati, come il suo viso, sogni trasformatisi nel negozio di ferramenta di suo padre, dove piano piano aveva ripreso a credere che ci fosse un modo per andare avanti.

 

Finì di rasarsi, lentamente diresse gli occhi verso il profilo dove ricordava ci fossero le cicatrici, ma vide solo due piccoli e leggeri segni rossi che percorrevano la guancia per metà, ad un occhio poco attento sarebbero apparse al massimo come i segni del cuscino dopo un bel sonno lungo.

Peppino sorrise, si sciacquò il viso e ritornò in camera da letto dove la moglie ancora dormiva.

 

-Marinè-, avrebbe voluto dirle, -tu lo sai che ti voglio bene, te ne ho sempre voluto, a modo mio, ma te ne ho voluto, in fondo sono quasi 30 anni che stiamo insieme, senza contare i 3 di fidanzamento, e penso di essere stato un buon marito, almeno non peggio di tanti altri, non ti ho mai detto niente sul fatto che non potevi avere figli, ho ingoiato anche questo, come già avevo ingoiato il fatto che tu facevi l’amore solo stando sotto di me, ora però mi sono fatto la barba, le gambe non mi fanno nemmeno male, cammino senza zoppicare… insomma Marinè, io scendo a fare un giro, non lo so se torno, forse vado al negozio, forse vado al campetto dove mi allenavo da ragazzino, o magari parto davvero, e ricomincio tutto da capo, ma tu non ti preoccupare, Pasquale sa già cosa fare nel caso, non ti mancherà niente, … ma poi può essere pure che torno a pranzo e se torno niente pesche, voglio un bel piatto di linguine con gli scampi…se torno-.

Aprì la porta e via, un passo dietro l’altro, lentamente, senza voltarsi, senza paura; un passo dietro l’altro con la testa dritta e gli occhi che da lucidi per le lacrime si fanno di nuovo chiari e un sorriso, che nasce proprio nel mezzo della disperazione, come nei racconti di mare di suo nonno, quando durante la tempesta all’improvviso un raggio di sole apriva il cielo in due e –lì-, gli diceva il vecchio Aldo, -lì, Peppì, capivi che in un modo o nell’altro ce l’avresti fatta-.