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                                       Gent.le

Dott._________,

innanzitutto mi presento, mi chiamo Fabrizio Scarpa, ho 35 anni, figlio di Alfio Scarpa e Marinella Visentin. Sono nato a Somma Vesuviana, un paese a rischio dicono, uno di quelli che si arrampica su per il Vesuvio e che se questi prima o poi si sveglia, sarà tra i primi a essere incenerito.

Mio padre comprò circa 40 anni fa una villetta finemente arredata e decise di partire da lì per costruire il suo impero, inutilmente veniva avvisato da amici e parenti della pericolosità del luogo, “se in questi posti ci hanno vissuto i romani allora possiamo vivere e fiorire anche noi”, nessuno a quel punto dopo aver sentito il modo in cui solennemente diceva “fiorire”, osava dirgli della fine che avevano fatto i romani di Pompei.

Ad ogni modo è lì che mio padre ha messo su, mattone su mattone, è il caso di dirlo, la più grande impresa di costruzioni della Campania la “ Ditta Piramide di Alfio Scarpa & figli.”, all’epoca non aveva figli, o meglio c’era solo Michele, mio fratello più grande, ma aveva 2 anni e al più avrebbe potuto giocare con i Lego, se fossero già esistiti.

Credo sia necessario, affinché Lei comprenda meglio il seguito di quanto le racconterò, spiegarle il perché del bizzarro nome della ditta che il mio vecchio mise su.

Le dico prima di tutto che mio padre non ha studiato molto, da giovane aveva un’unica grande passione: le donne, ma questo è un capitolo che credo sia necessario affrontare in seguito, ma comunque proprio la scarsa frequentazione delle aule scolastiche, una media di 1 volta al mese, lo aveva portato a costruirsi un suo percorso formativo, che si potrebbe definire addirittura precursore del sistema scolastico americano, vale a dire che sceglieva le lezioni da seguire.

Così, la sua scelta ricadeva inevitabilmente sulle ore di Storia, tenute dalla Professoressa Mariella Zenoni, all’epoca 27 enne, taglia da modella e un rapporto diciamo molto “umano” con alcuni studenti, fu così che mio padre iniziò ad approfondire la materia.

Il problema è che la scarsa frequentazione di cui sopra, lo portò a concepire la storia come uno strano susseguirsi di eventi importantissimi intervallati da secoli di vuoto ed il vuoto era il vuoto delle lezioni saltate.

Per farle un esempio, mio padre un giorno in classe sentì parlare della teoria darwiniana dell’evoluzione, la storia delle scimmie e tutto il resto, e dopo un mese, cioè quando si ripresentò in classe, si trovo di fronte all’Homo Sapiens già bello eretto e in grado di piantare chiodi con i suo sfavillanti arnesi, comprenderà quindi il perché il vecchio Alfio sia tutt’ora convinto che un uomo non è altro che una scimmia che un bel giorno aveva deciso di mettersi pancia in dentro e petto in fuori e di depilarsi cominciando a dire anche qualche parolina.

Insomma episodi, quindi per tornare alla storia del nome della “ditta Piramide”, mio padre era convinto che gli egiziani le avessero costruite in poco più di un paio di mesi visto che aveva seguito la lezione sul reclutamento degli operai per costruirle e poi, a distanza stavolta di due mesi, quella sulla struttura assai articolata delle stesse, e così si vantava di poter mettere su un’impresa in grado di costruire case e quant’altro in poco più di una settimana, proprio come avevano fatto gli egiziani con le piramidi.

Sulle prime mia madre aveva tentato di contraddirlo, ma a Mugnano, paese natale di Alfio, non è che ci vivesse il fior fiore della cultura europea e gente come Gentile e De Sanctis erano associati il primo a un vecchio pugile degli anni 20, il secondo al mediano della Pro vercelli, quindi alla lunga la gente cominciò a credergli e a darli i primi incarichi, ora un capannone, ora un muro da rifare e poi le cose più grosse, una stanza, una casa e così via, fino alla svolta; la svolta si chiamava Don Pasquale Salimbene!

E’ d’uopo quindi, per meglio illustrarle il verificarsi di tale svolta, dilungarmi un po’ sulla passione, sopra anticipatale, che mio padre aveva per le donne.

A mio padre, come a tutti o quasi gli uomini, piacevano le donne, ma dire piacevano è riduttivo, Alfio ne aveva il culto, ne faceva una questione di vita o di morte, diceva sempre “senza le donne non c’è speranza e senza speranza non c’è vita” e con questa convinzione aveva passato in rassegna tutte le donne del paese in età “da rassegna” appunto, comprese 2 suore, 7 donne sposate, (di cui 2 mogli di assessori comunali), 6 giovani vedove ancora in tempus lugendi, e molte altre signore e signorine con status e vizi vari.

Ma in quella tempesta ormonale che furono i 18-25 anni di mio padre, a fargli compagnia, ma purtroppo per lui con ben altri risultati indovini chi c’era?

Come non ci arriva? E come potrebbe? Glielo dico io: Pasquale Salimbene, all’epoca tracagnotto, brufoloso e con quella balbuzie tipica di chi si intimidiva anche a vedere nudo sé stesso allo specchio.

Se li immagini tutti e due, mio padre alto, fisico prestante tipico di quegli anni, con il torace ampio e braccia robuste, i capelli sistemati con la fila e un filo di barba sempre presente, e poi quest’altro tipo, bassino, 20 kg soprappeso e che ci metteva 10 minuti solo a dire “ciao”, figuriamoci a intortarsi le donne come faceva il mio vecchio.

Si, perché ad Alfio non interessava farci l’amore con le donne (o meglio non solo), lui voleva farle innamorare, se ne trovava una che voleva solo un’ora di ginnastica, ci stava male ed era in grado di passare settimane e settimane a studiare come doveva farla cadere ai suoi piedi, e immancabilmente ci riusciva.

Pasquale invece pareva destinato alla verginità a vita, tant’è che a 16 anni si convinse che sarebbe entrato in seminario e periodicamente, tra lui e mio padre, che ama raccontare questa storia a tutti, ma proprio a tutti, avvenivano discorsi di questo tipo:

-Alfio, io credo di avere avuto la chiamata, il Signore mi chiama, e forse…-

-Pasquà, senti a me, a te ti sta prendendo una brutta fissazione, ti ho detto di non preoccuparti, te la trovo io una  ragazza e poi mi dici se senti ancora le voci-

- non dire così, non è per questo, è che anche a casa sarebbero contenti-

- ancora che parli, vieni qui che ci fumiamo una bella sigaretta, vabbuò?

- vabbuò, vabbuò-.

E quindi mio padre si era preso l’impegno serio e inderogabile di trovare una donna per l’amico, ci provava sempre, tutti i giorni, aveva preso l’abitudine di metterla come condizione per le donne che si innamoravano di lui: “se vuoi stare con me, o porti un’amica per Pasquale, o lo fai tu sto sacrificio”, mamma mia quanti paccheri che rimediò in quel periodo (pardon, dimentico che Lei è di su, i paccheri sono gli schiaffi giù da noi).

Questo fin a che non arrivarono in paese i Resegnin, veneti, unico caso in Italia di immigrazione al contrario, erano 4: padre, basso, pelato, occhiali tondi e panciotto incorporato; madre alta, magra come una scopa, capelli rossi e una peluria diffusa a tal punto che quando mio padre le vide pensò che si trattasse di quelle scimmie che avevano deciso di non diventare Homo sapiens, e poi le due figlie Susanna e Rosanna, gemelle.

Susanna e Rosanna Resegnin, non erano brutte, erano imbarazzantemente brutte, quando la gente del paese le vide scendere dal treno e addentrarsi nel paese verso la casa che avrebbero poi occupato, pensò che Dio a volte era davvero crudele se aveva addirittura fatto una duplice copia di quello scempio.

Papà me le descriveva così, e io farò lo stesso per lei: 1,50 di altezza, capelli neri, naso adunco, quasi a uncino, occhi talmente a palla che quando fissavano avevi l’impressione che sarebbero venuti giù e poi, tocco finale, baffi.

Del corpo papà mi diceva solo

-Fabrizio a papà, se il loro era un corpo di donna, allora in tanti anni papà tuo ha frequentato donne di un altro pianeta-.

Insomma dottore, le gemelle Resegnin erano un caso umano, talmente umano che persino per sistemarle nella scuola si scatenò un caso, all’assemblea dei genitori, indetta dal preside per inaugurare l’anno scolastico (cose che accadono solo nei piccoli paesi!), la Sig.ra Moresca, la moglie del Sindaco,del paese fece mettere all’ordine del giorno il punto –assegnazione nuovi studenti alle classi-.

Non voglio dilungarmi, le dico solo che a Mugnano il Liceo Scarpati aveva solo 2 sezioni e che per equità, considerato che l’impatto delle gemelle sulla stessa classe sarebbe stato a detta di molti insostenibile, fu deliberato che Susanna si sarebbe inserita nella sezione A e Rosanna nella B.

La B era la sezione di mio padre e di Pasquale.

Papà raccontava sempre che quando Rosanna mise piede per la prima volta in classe, tutti si fermarono per un paio di minuti a osservarla, non erano sguardi di disprezzo o di scherno, ma di meraviglia, come quando si osserva qualcosa di straordinariamente insolito e questo mi induce a pensare che in fondo un eccesso di bellezza e un eccesso di bruttezza finiscono con il produrre il medesimo turbamento.

L’unico ad avere uno sguardo diverso era Pasquale

-Fabrizio, a papà, quello Pasquale la guardava e sorrideva e sorrideva ancora, come un fesso- mi diceva mio padre.

Pare che sorridesse non perché attratto o interessato, ma perché compiaciuto che per la prima volta gli sguardi della classe non fossero rivolti a lui per i suoi brufoli, per la sua pelle sudata, per quelle sue parole tirate fuori a fatica, ma a quella nuova ragazza, di straordinaria bruttezza, ma di altrettanto straordinaria dignità.

E già, perché, caro Dott_________, le due sorelle Resegnin e in particolare la su citata Rosanna, di dignità e decoro avrebbero potuto dar lezioni a tutti, compreso alla Sig.ra Moresca.

Fatto sta che con il passare del tempo, la gratitudine di Pasquale nei confronti di Rosanna Resegnin, si trasformò in affetto e da lì all’innamoramento il passo, come lei ben saprà è assai breve e su questo mi piace ricordare le parole di un tale che diceva: nei rapporti uomo-donna, la differenza tra amicizia e amore sta nel dove si bacia: da amici ci si bacia sulle guance, tra innamorati sulle labbra e labbra e guance distano non più di 3 cm, per cui la distanza tra amicizia e amore, è 3 cm!”.

Ma quei 3 cm parevano impossibili da colmare per il giovane Pasquale e mio padre, che non si era dimenticato della promessa fatta, fece il più grande dei sacrifici.

Deve sapere che l’altra Resegnin, Susanna, aveva il diario pieno di scritte del tipo “Alfio ti amo”, “Alfio ti penso”, ma ovviamente mio padre, preso com’era dalle sue avventure e per nulla intenzionato a cadere così in basso, nemmeno se il mondo intero si fosse d’improvviso svuotato di tutte le presenze femminili all’infuori di Susanna, non aveva mai ricambiato un solo sguardo, o sorriso della ragazza.

Quando però si rese conto che Pasquale aveva sostituito i discorsi sul seminario con quelli sulla Resegnin, capì che era il momento di mantenere la promessa.

Ora, ci sono cose delle quali ciascuno di noi si vergogna, cose più o meno importanti, cose delle quali non si riesce a parlare nemmeno a distanza di tanti anni e così, mio padre, di quello che fece non mi disse mai nulla se non -feci quello che era giusto fare per aiutare un amico-.

A questo punto entra in gioco mia madre, entra in gioco per riempire questa fondamentale lacuna che come una valanga ha travolto l’intera esistenza di tante persone, me compreso.

Mamma, una delle poche al corrente della storia, mi raccontò per filo e per segno di quello che suo marito, all’epoca poco più di un conoscente, fece per il suo amico Pasquale, ma forse anche lei l’avrà immaginato, come in fondo l’avevo in parte immaginato anche io.

Senza girarci troppo a lungo, perché non voglio abusare della Sua pazienza, Le dico che il mio vecchio, il playboy del paese, il più invidiato da tutti i maschi della zona, , proprio lui invitò ad uscire Susanna Resegnin e si perché Susanna, di uscire da sola con Pasquale non ne avrebbe mai voluto sapere e per giunta Pasquale, anche solo a chiederglielo, ci avrebbe messo una vita.

Quindi cosa c’era di meglio che un’uscita a 4?!!

Alfio programmò ogni cosa per evitare che qualcuno li vedesse, prese di nascosto la macchina del padre, avvertì l’amico che sarebbe passato a prenderlo nel primo pomeriggio e poi con lui e le due Resegnin sarebbe andato al bar del paese vicino dove nessuno li conosceva.

Andò tutto secondo i programmi, quando Pasquale vide che l’auto sulla quale viaggiava si fermò davanti alla residenza Resegnin, ebbe un sussulto, la balbuzie si trasformo in un tripudio di parole spezzate e il sudore prese a grondare come pioggia d’autunno.

Susanna e Rosanna uscirono di casa non appena sentirono il rumore dell’auto, indossavano due vestiti identici, azzurro per la prima e rosa per la seconda.

Credo che l’effetto su mio padre sia stato devastante, tanto che mia madre nel raccontarmi la cosa non poté fare a meno di ridere.

Sfoderando un sorriso da attore americano mio padre salutò e fece accomodare le due giovani e poi tutti si avviarono verso il bar del vicino comune.

Fu qui che si consumò l’imprevedibile...(continua...)

2^ PUNTATA

Se li immagini, seduti in 4 in un bar vuoto, a cercare di vincere Alfio il disgusto, Pasquale la balbuzie e l’eccessiva sudorazione, Rosanna le resistenze di papà e Susanna la repulsione che il sudore di Pasquale le provocava.

Fu proprio quando papà decise che avrebbe recitato, Pasquale e Rosanna si furono tranquillizzati, e quando Susanna vista la propria situazione si rese conto che più di tanto schizzinosa non poteva essere…che entro l’intera squadra di calcio giovanile del Mugnano, con tifosi e tifose al seguito per festeggiare la fresca vittoria contro la squadra del vicino comune.

Non mi faccia continuare, faccia viaggiare la Sua mente e comprenderà a pieno la situazione.

Ancora oggi quando ci penso, mi sento male io per il vecchio Alfio; fu il momento credo, in cui il re depose la corona.

Ma non finì così, mia madre dice che a un certo punto, stanco di battute, sfottò e quant’altro, mio padre si alzò dal tavolo e con piglio deciso condusse l’amico e le due ragazze fuori; c’era un piano da portare avanti e mio padre in quanto a mantenere gli impegni non è mai stato secondo a nessuno.

In assoluto silenzio condusse la macchina verso il parco delle girandole, lì parcheggiò, sul sedile di dietro l’amico e Susanna avevano preso a parlare sottovoce e parevano vicini ad una svolta, Alfio vide l’amico avvicinarsi al viso di Susanna, poi vide Rosanna intenta a richiamare la sorella ad un po’ di contegno e per evitare che la cosa interrompesse e rovinasse quell’unico, irripetibile, fondamentale momento…, mio padre lo fece. Baciò Rosanna, anche se sarebbe meglio dire che la zittì con l’ausilio di un vorticoso bacio e quel sacrificio, che da mia madre viene raccontato con la stessa solennità con la quale si racconta delle imprese dei partigiani, permise a Pasquale di colmare quella distanza di 3 cm di cui Le ho sopra già detto.

Mio padre da quello che avrà capito, è uno che le promesse le mantiene, costi quel che costi, ci perse il suo regno, ma quel gesto da disfatta con il tempo si trasformò in successo.

 

Possibile che preso dal vortice degli eventi a Lei, uomo assai attento a tutto ciò che avviene nel paese,il nome di Pasquale Salimbene non ricordi nulla

O forse avrà pensato che si tratti di omonimia?

No, caro Dott _________, quel Pasquale Salimbene di cui le ho parlato, quello basso, balbuziente, cacaglio come diciamo noi del sud, quello che sudava anche solo a respirare…, è lo stesso Pasquale Salimbene delle Legge sui lavori pubblici, nota appunto come Legge Salimbene, dal nome del ministro che l’ha scritta.

Ora si faccia due conti: due grandi amici, uno fa un enorme favore all’altro, uno diventa costruttore e l’altro invece parte per Roma dove si laurea in giurisprudenza e sale, sale tutti i gradini che ci sono da salire, fino a diventare Ministro dei lavori pubblici.

Ora la vede la svolta per la “ditta Piramidi & figli”?

In poco più di 10 anni, da titolare di un’impresa familiare, mio padre si trovò a capo di una società con appalti sparsi in tutta e dico tutta Italia.

No, dott________, non mi deluda anche Lei, non si tratta di raccomandazioni e bustarelle, non tutti quelli del sud vanno avanti così, si tratta di amicizia, io preferisco chiamarla gratitudine e poi le garantisco che mio padre non ha mai pagato una lira a nessuno e finché ne ha avuto la forza, i mattoni li ha messi anche lui in tutto quello che costruiva.

Oggi sui giornali può spesso leggere della “Piramid enterprise”, multinazionale del mattone guidata dal amministratore delegato Dott. Michele Scarpa, mio fratello, primogenito, erede designato di quell’immenso impero partito da un piccolo paesino di provincia.

E io? Io sono stato escluso? Io in quanto secondogenito non potevo occupare nessun ruolo in quella miniera grondante d’oro?

Ancora no, ancora sbaglia se pensa questo, io ero, e sono, semplicemente diverso, la capisco l’importanza del mattone e come se la capisco, un mattone non è fatto solo di pietra, un mattone è di più, è un’idea che prende corpo è una linea su di un foglio  che diventa stanza, poi casa, poi famiglia…il mattone è vita.

E in questo quindi forse mio padre ed io non siamo tanto diversi,  non le nascondo però che quando gli dissi:

-Pà, io non ci voglio lavorare nelle piramidi-, così chiamavamo l’impresa,

il vecchio ci rimase parecchio male, in fondo le ho detto che sin da quando aveva pensato di iniziare a lavorare come costruttore aveva aggiunto al nome della ditta quel “& Figli” e quindi se non avesse sperato nella continuazione del suo progetto, non l’avrebbe chiamata così, non le pare?

Le parole sono importanti, Lei lo sa meglio di me e anche mio padre lo sapeva bene, e anche questa cosa ci accomuna.

Io cosa faccio quindi?

Mettiamola così fino a 5 anni fa, 30 anni per intenderci, pensavo.

Non è che pensassi a qualcosa di particolare, pensavo e basta, avevo pensieri, intuizioni, piccoli barlumi (mi perdoni la presunzione) di genialità, ma poiché i pensieri, al contrario dei mattoni sono fatti di aria, dopo un po’ di quei pensieri non rimaneva più traccia.

Sia chiaro che ho studiato, che mi sono preso la mia brava laurea in scienze delle comunicazioni indirizzo editoriale, 110 e lode, con una tesi dal titolo “Un’economia incentrata sul mattone inteso come bene materiale: confronti, dissidi, scontri tra la civiltà del pensiero e quello del prodotto il tutto nell’ottica della necessità editoriale di recepire i risultati e farne opera letteraria”.

Sono certo che quanto a lunghezza del titolo non sono stato secondo a nessuno né nel mio corso né in quelli a seguire, tant’è che il Prof. Bersani, mio relatore, nel suo corso di editoria manageriale riporta come esempio di titolo che spaventa il lettore allontanandolo, proprio quello della mia tesi.

Piccole soddisfazioni anche queste, non le pare!

E comunque, poi che cosa è successo al sottoscritto? E’successo che quando finisci l’università la misura di quello che vali non ti è data più da un voto, non c’è più quella speranza che nel voto stesso ci sia una corretta valutazione del tuo impegno a crescere oltre che a studiare.

E così decisi che lavorare non faceva per me, non ancora, lo so bene che sono un privilegiato, che ricevo i mie bravi 5.000 euro al mese solo per il fatto di essere parte di un consiglio di amministrazione, in cui mio padre mi ha comunque voluto inserire, ma che non so nemmeno dove e quando e come si svolge, ma non mi si può fare una colpa della mia fortuna, non le pare?

A mia discolpa, o se vogliamo a bilanciare tanta buona sorte c’è di fatto che se si è insoddisfatti, lo rimani al di là di tutti i soldi che hai in banca.

Le dicevo prima del fatto che a 30 anni decisi di scegliermi come attività quella del pensatore, pensavo a tutte le ore del giorno e della notte, anche quando dormivo pensavo, il problema era non perdere il filo, mantenere una certa continuità nei pensieri, metterli in fila così che poi alla fine di tutto ne venisse fuori un risultato, un pensiero di quelli che ci pensi e ti dici “Cavolo, ma l’ho pensato io questo???”, ma purtroppo come diceva un mio amico – il pensiero senza azione è aria né più e né meno di una scoreggia-, volgarità a parte la metafora è azzeccata secondo me.

Pensi che mi capitava di pensare di scrivere un romanzo, un saggio, un progetto, una relazione, qualunque cosa, ma me ne veniva in mente solo il titolo, o magari una frase chiave, si figuri l’inutilità, come voler girare un film d’amore avendo in mente solo la scena in cui lui la insegue mentre lei prende il treno, senza sapere se la donna è sua moglie, l’amante, senza conoscere che cosa fanno e perché si stanno lasciando e se si stanno lasciando.

Era un problema il mio, e sa perché le dico questo? Perché in tanti anni spesi a pensare ho capito che pochi scrivono un libro, ma tutti ne hanno dentro uno, la differenza tra chi lo mette su carta e chi lo tiene chiuso nella testa, sta nella capacità di guardarsi da fuori, perché tutti i libri parlano dell’autore, ma quelli buoni sono quelli nei quali non te ne accorgi, e non solo perché non conosci la vita privata di chi lo ha scritto.

E sa chi è che è in grado di guardarsi da fuori? Quelli che hanno già più o meno chiaro il senso del libro che essi stessi stanno vivendo?

Insomma a me venivano in mente solo frammenti, spezzoni, flesh, perché della mia vita avevo chiaro solo alcuni momenti, alcuni pezzetti che però in nessun modo potevano farsi trama.

La cosa mi sconsolava alquanto, mi chiedevo cosa mai potevo farmene delle mie scene clou, delle mie frasi azzeccate per un libro che non sapevo scrivere, dei miei titoli buoni solo a star su pagine per il resto completamente bianche.

Ma fu proprio alla soglia dei miei 32 anni, quando dietro le pressanti insistenze di mio fratello, mi decisi a lasciare Somma Vesuviana per la capitale, Roma, che il caso si ricordò del mio bizzarro problema.

Credo fosse un pomeriggio di Novembre, una domenica per la precisione, me ne stavo sulla poltrona della mia nuova casa in affitto, poco ammobiliata e interamente da imbiancare, a sfogliare vecchie riviste e qualche quotidiano lasciato lì da chissà quanto. quando l’occhio mi cadde su di un piccolo annuncio sul mensile “Amici della penna”. Diceva: moderna e affermata casa editrice romana cerca giovani 30-40 esperti del ramo, per lavoro creativo e dinamico, inviare curriculum all’indirizzo mail marcosantoro@amicidellapennagroup.com”.

Dissi tra me e me che se proprio dovevo rientrare in un profilo lavorativo, quello era quello che più mi inquadrava, vidi che la data della rivista non era più vecchia del mese e decisi di inviare il mio curriculum.

La faccio breve perché so che Lei è pieno di impegni.

Fui assunto, dopo 3 colloqui dei quali brevemente le riferisco.

1° colloquio. Colloquio conoscitivo, durata 5 min. alla domanda posta in maniera ironica dal mio interlocutore -ma che per caso lei è parente degli Scarpa costruttori? Rispondo si, colloquio superato! A volte il proprio nome aiuta anche a non volere.

2° colloquio. Colloquio motivazionale. Evito di perdermi in vaneggiamenti e mi limito ai classici “ritengo che lavorare in un ambiente stimolante e dinamico come questo possa aiutarmi a …ecc ecc.”Superato!

3° colloquio. Colloquio di gruppo. Rimaniamo in 6. 3 posti a disposizione. Uno esce fuori che beve. Eliminato. Un'altra fa capire chiaramente al selezionatore, del genere dolce e gabbana tutti in uno, che volentieri avrebbe intrattenuto rapporti più intimi. Eliminata e un altro ancora, scoppia in lacrime perché dice che l’uomo all’ingresso gli ricordava troppo il papà scomparso. Eliminato anche questo.

Vengo preso per esclusione. Classico caso di contraddizione in termini.

 

Lo vuole sapere cosa significa quando dicono che farai un lavoro stimolante in un ambiente dinamico??

Significa fotocopie, centinaia di fotocopia, migliaia di fotocopia, talmente tante che a fine giornata ti chiedi perché mai ha passato tanti pomeriggi a studiare quando ti sarebbe bastato allenare un ora al giorno due dita: pollice e medio, quelli che usi per separare le pagine che dovrai fotocopiare.

Andai avanti per circa 6 mesi, in mezzo a quella pagine spedite da autori speranzosi, che lei conosce meglio di me, alla ricerca di qualcosa di positivo da tirar fuori da quel luogo.

Per fortuna il mio carattere quanto mai riflessivo mi aiutò a intessere buoni rapporti con gli altri tipi dell’ufficio, in particolare uno Sergio, aveva preso l’abitudine di commentare con me i fatti del giornale del giorno prima, questo perché entrambi compravamo il giornale la sera per leggero al bagno il giorno seguente, per cui entrambi vivevamo un giorno indietro rispetto al resto del mondo.

Credo che fu per la mia ironia (dicono che ne sia dotato) o magari per il modo in cui sapevo essere involontariamente servile nel portargli il caffè quando lo preparavo per me, fatto sta che Sergio mi inserì sempre di più in quello che era il suo lavoro.

Si occupava del settore “rivalutazione impatto editoriale”, in pratica creava la veste grafica più allettante per i libri che dovevano essere pubblicati, era un mago nella grafica, ma con le parole era davvero negato, per cui quando per questioni grafiche era costretto a modificare un titolo troppo lungo gli venivano fuori cose di una banalità agghiacciante. 

3^ PUNTATA

Su di lui, su Sergio intendo, ci sarebbe da scrivere un romanzo o quanto meno una biografia, che visto il tipo, sarebbe comunque non autorizzata
 
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Su di lui, su Sergio intendo, ci sarebbe da scrivere un romanzo o quanto meno una biografia, che visto il tipo, sarebbe comunque non autorizzata.

Oggi Sergio ha 45 anni, ha una moglie e un figlio, ma non ne parla mai, perché è riservato, o forse perché come poi mi ha detto lui “quando ti abitui a vivere nel silenzio, finisce che il silenzio si mangia anche le parole che vorresti dire”.

Sergio dicevo ha 45 anni, 16, vale a dire più di un terzo della sua vita, l’ha passata in carcere.

Non si stupisca, sa quanta ce n’è di gente che dopo aver pagato il debito con la giustizia torna a vivere, o almeno a provarci.

Nel caso di Sergio poi, parlare di giustizia mi fa ridere, o forse e mi passerà il termine, mi fa incazzare, perché lui in galera doveva andarci e come, ma non per tutto quel tempo e non solo lui e non in quel modo, abbandonato da tutti, anche dalla sua famiglia e sa perché? Perché si era pentito.

Niente mafia, niente camorra né cose del genere, Sergio quando aveva solo 18 anni e i suoi coetanei cominciavano a spratichirsi con le auto dei padri, lo metteva sotto proprio con l’auto il suo, di padre intendo.

Oggi pare all’ordine del giorno uccidere un genitore ed è un qualcosa che dà i brividi, ma a Sergio, per quanto la cosa mi possa fare rabbrividire, io non riesco a dargli completamente torto, come si suol dire non condivido, ma comprendo.

Il papà di Sergio non beveva, non faceva uso di droghe, nemmeno frequentava donnine facili e ambienti ambigui, anzi sa dove lavorava? In banca, allo sportello, stipendio buono, abiti sempre stirati e puliti, sorriso d’ordinanza, però c’aveva un particolare, un piccolo difetto di fabbrica che lo rendeva quanto meno poco amabile: menava!

Ma menava di brutto, con tutto quello che si trovava a portata di mano, e senza ragione, senza un pretesto, senza uno straccio di motivo, o meglio il motivo c’era, ma nessuno riuscì a provarlo davanti al giudice che a Sergio gli ha sottratto quei 16 anni di vita.

Si trattava di una piccola massa nel cervello, grande come una pallina di ping pong, che quando meno te l’aspettavi premeva contro un punto che non so nemmeno scriverlo per quanto è complicato, ed è come se lì scattasse una trasformazione, da uomo a bestia, capitava in casa, all’inizio di rado, poi sempre più spesso, ed i lividi di Sergio si facevano grandi e ai lividi seguivano i tagli, le bruciature.

Come dice? Nessuno in ufficio se ne accorse? Nessuno tra amici e parenti fece niente?

Lei lo sa qual è il modo con il quale la gente crede di poter vivere a lungo e serenamente? La prego non mi faccia continuare, la risposta la conosciamo tutti.

La mamma poi Sergio non l’aveva, morta, per fortuna sua prima che il marito cominciasse a dare i numeri.

Fu così che un giorno, quando ormai i segni delle sigarette spente sulle braccia erano diventati talmente tanti che li si poteva unire e farci uscire fuori un disegno, che Sergio decise di dire basta.

Non fu un raptus, non fu un momento di rabbia, fu qualcosa di meditato, dettato dalla disperazione, dal dolore, da tutto lo schifo che povero cristo s’era visto piovere in testa.

Salì sulla 128 del padre, aspettò che questi uscisse di casa per andare a lavoro e quando giunse sulla strada, a manetta, come un pazzo gli si scaraventò contro.

Il rumore dell’impatto fu violento, subito dopo il colpo Sergio uscì dalla macchina, voleva vedere se era morto, fece appena in tempo a guardargli gli occhi, quegli occhi che ormai ricordava sempre pieni di rabbia e violenza, ma che stavolta, al momento di andarsene gli parvero buoni, quasi come se in un certo senso il padre stesse provando a dirgli “ hai fatto la cosa giusta, ti capisco, ti capisco”.

Se ne stette poi lì, immobile, ad attendere la polizia, e poi ad attendere il processo e la condanna. Attenuanti, aggravanti, perizie mediche, testimoni, amici, nemici, non gli importava più nulla, in nessun modo avrebbe subito un dolore più grande di quello cui era abituato.

20 anni fu la condanna, per aver commesso il fatto con premeditazione, con l’aggravante del rapporto di parentela e con l’esile (lei me la chiama esile???!!!) attenuante delle violenze subite, sporadicamente dal genitore (sporadicamente vuol dire ogni santo giorno??).

Egr. dott.______________io non lo so mica come si vive in un carcere, quando ero piccolo mio padre ogni tanto mi portava a Napoli, ricordo che una volta passammo davanti al carcere di Poggioreale, un posto come tanti, senza nemmeno quell’aspetto tetro come uno se lo può immaginare, mi colpirono però le persone che erano in attesa lì fuori, per lo più donne, molte giovani, molte con bambini in braccio.

-che fanno quelle persone pà- chiesi un giorno

-vanno a trovare i loro cari che sono lì dentro per essere stati cattivi-.

Io all’epoca annuivo, e trovavo giusto che chi era stato cattivo venisse punito e trovavo altrettanto giusto che quelli che li amavano di tanto in tanto andassero a fargli visita.

Questa convinzione ce l’ho avuta a lungo, ma conoscendo Sergio ho capito che non sempre lì dentro ci sono i cattivi e che non sempre quelli che sono fuori, riescono ad accettare ed ad amare ancora chi ha sbagliato.

Sergio mi disse :- se fossi stato un cane con la peste, la mia famiglia mi sarebbe stata più vicina-.

Più di tanto non ho voluto indagare, ma se lei potesse vedere gli occhi di Sergio come sono ora, si accorgerebbe che lì dentro non c’è una vita, ce ne sono 3-4 forse anche di più, altro che titoli, lui è uno cui avevano dato un titolo veramente di merda e che il libro se l’è  dovuto riscrivere un bel po’ di volte.

Com’è che poi è capitato a lavorare dove lavoravo io? Corsi di formazione in carcere, grafica e informatica e poi buona condotta, 20 anni ridotti a 16 e la vita che a 34 riprendere ad andare.

Questa storia me l’ha raccontata una mattina che il server dell’ufficio si era impallato, e l’unico a lavorare ero io con la mia fotocopiatrice, quel giorno si alzò mi venne vicino e disse:

-Fabrì, perché nun vai a prenne 2 caffè, che qui ce penso io?!-.

Così accade di legare tra gli uomini, non le pare? Con gesti piccoli che nascondono pensieri grandi e poi un giorno, un venerdì, lo ricordo bene, perché l’azienda aveva sposato in pieno quella stupida abitudine di matrice americana dei Venerdì casual, vale a dire che potevi fare a meno della cravatta per essere già pronto per buttarti nel divertimento del weekend, Sergio mi chiese nel suo romanesco “A Fabrì, come lo volemo chiamà sto libro?” e facendomi l’occhiolino mi gettò il dattiloscritto sulla scrivania, poco più di 25 cartelle, praticamente la storia di un tipo che sfogava il suo dolore a giorni fissi per stare poi bene gli altri giorni, una sorta di appuntamento fisso con il pianto, Sergio come titolo provvisorio aveva pensato ad un originalissimo “tristezza”, io avevo chiaro fin dall’inizio che ci voleva qualcosa che facesse effetto, che incuriosisse il lettore più di quanto il libro stesso avrebbe fatto.

In fondo un titolo è importante quasi quanto il contenuto, giusto? Questo almeno nel mondo dei manager dell’editoria.

Alla fine dopo mille pensieri ripudiati, mi venne fuori un sommesso “martedì delle perdute lacrime”,

- che stai aFabrì?- mi fece Sergio

- “martedì delle perdute lacrime” dissi nuovamente con voce più sicura.

Seguirono alcuni attimi di silenzio nei quali mi vidi intento a mettere tutte le mie cose in una scatola, stile telefilm americano, per poi lasciare l’ufficio tra gli sguardi finto dispiaciuti di tutti i colleghi, fino a che non mi giunse un

-a Fabrì, ma c’ho sai che me piace, pare quasi er titolo de un libro come se deve-.

A quella volta ne seguirono altre, e poi altre ancora fino a guadagnarmi il nome di “Titolaro”, a tal punto che la cosa fu ufficializzata e mi fu pure aumentato lo stipendio.

Insomma tutti i dattiloscritti prima di essere trasformati in libri veri e propri dovevano passare al mio vaglio, il “Titolaro” si doveva pronunciare, e la cosa straordinaria è che mi veniva incredibilmente facile, quello che era il mio cruccio, era diventato il mio punto di forza e ne andavo fiero pensavo che un buon titolo per un libro fosse come un bel make up per una donna, certo se la donna è un mostro il trucco può solo limitare i danni, ma meglio che niente, non le pare? Lo stesso per i libri.

Attraversai vari periodi, quello parodistico con titoli come “sette personaggi in cerca di dottore”, storia semi seria di 7 malati in cerca di un medico nell’africa centrale, e poi “a ciascuno il mio” resoconto delle vicende giudiziarie di un uomo che per la sua presunta infermità mentale si era visto confiscare tutti i propri beni, fino a passare a un periodo più sperimentale con cose del tipo “esistere e r-esistere”, storia di ordinaria resistenza nell’Italia del fascismo; “ non chiedetemi risposte, fatemi domande”, best seller new age con annesso polpettone su come trovare se stessi stando comodamente seduti in cucina.

Era la mia dimensione, e persino mio fratello, con il quale in fondo c’era sempre stato un buon rapporto, si congratulò con me e non solo, sa cosa fece?

Mi disse che la società aveva bisogno di una nuova campagna pubblicitaria, che i suoi esperti brancolavano nel buio, che non gli andava di rivolgersi a quelle spocchiose società del Nord che fanno quelle riunioni, come le chiamano “brain storming” tempeste di cervelli, in cui tutti sparano cavolate fino a che esce l’idea giusta.

Mio fratello più che una tempesta di cervelli, la vedeva come uno spreco degli stessi.

-e poi ci sei tu che sei il creativo della famiglia, chi meglio di te?-

Sulle prime le confesso che fui tentato di tirarmi indietro, anche così alla lontana occuparmi della “Piramide” mi creava disagio, io ero per i pensieri e mio fratello per i mattoni, non potevamo confondere le acque, ma poi mi resi conto che alla fine io dovevo fare quello che facevo da sempre: pensare e poi tirar fuori una frase, un concetto, un’idea, quello lo sapevo fare, era il mio lavoro, io ero “il Titolaro”.

- Michè va bene, ma se poi non ti piace non voglio sapere niente, d’accordo?- mettere le mani avanti era un mio vizio, un’abitudine cui non sapevo rinunciare e mio fratello lo sapeva bene tant’è che disse:

- E nun te preoccupà Fabrì, che io ti pago lo stesso, non come  papà-.

Mi permetta un’altra divagazione su mio padre, le ho detto che scelsi di non avere nulla a che fare con la “Piramide”, ma questo non mi salvò dal passare alcuni dei pomeriggi più agghiaccianti della mia vita ad aiutare il mio vecchio nelle sue “opere”come le chiamava lui.

Mi diceva sempre: -Fabrì a papà, i soldi te li devi faticare, per due motivi, uno ne capisci il valore e due se hai faticato torni a casa che sei stanco e non te li vai subito a spendere, hai capit?-.

Io annuivo a portavo i sacchi di cemento facevo attenzione a non infilarmi con le scarpe nel cemento fresco che sennò erano cavoli amari e intanto aspettavo la fine della giornata per quella 10 mila lire che significava cinema, libri, benzina per il motorino e tutto il resto, solo che spesso, troppo spesso mio padre si dimenticava di pagarmi e guai a ricordarglielo, se lo faceva subito partiva con  -e i vestiti che hai chi te li ha comprati? Anche quella è la tua paga, le scarpe che porti?lo stesso- e via fino ad arrivare a mutande e calzini tanto che arrivati alla cinta mi giravo e me ne andavo, incavolato come una iena, ma io lo sapevo che lo faceva apposta, gli piaceva farmi arrabbiare, poi a distanza di una settimana o due, da qualche parte in camera, sotto il cuscino, nel cassetto, direttamente nel portafogli, mi trovavo le mie diecimila lire con tutti gli interessi.

Mio padre era fatto così diceva che i figli si baciano nel sonno, sennò se ne approfittano, ma questa secondo me non è una cosa giusta, lei che ne dice dott__________.

 

Tornando alla faccenda di mio fratello, avevo preso l’onere di trovare un titolo alla campagna, si trattava di una serie di villette a schiera costruite in un paesino dell’Emilia, lo scopo mi aveva detto Michele era far capire che ogni villetta, seppure uguale alle altre era in fondo unica.

Mi scervellai per settimane, per fortuna senza danni per il mio lavoro alla casa editrice, visto che ormai in fatto di titoli di libri andavo in automatico.

Alla fine presi la cornetta e telefonai a Michele, temevo il suo giudizio, essere rifiutati dal proprio datore di lavoro è un conto, ma quando il tuo datore di lavoro è anche tuo fratello c’è di più della dignità professionale, gli dissi lo slogan, qualcosa del tipo:

“Villette Piramide, identiche nell’aspetto e nel colore, ma uniche nel calore”.

Rimasi attaccato alla cornetta del telefono in attesa di una qualsiasi vibrazione, in testa avevo l’immagine delle parole di Michele che correvano per i fili telefonici superando ostacoli e difficoltà, e per questo ci mettevano tanto, ma io sapevo che sarebbero arrivate prima o poi, e arrivarono:

- Fabrì, io non lo so se sono i miei pubblicitari a essere scemi o se sei tu a essere un genio-, riattaccò senza dire altro, tradotto nel linguaggio di un fratello burbero e finto scontroso significava tanto, forse più di quanto potessi aspettarmi.

Di lì a 10 giorni l’Emilia era piena di manifesti con la foto delle villette costruite dalla Piramide e con il mio slogan che campeggiava fiero.

Gloria? Gioia? Soddisfazione? Forse un po’ di tutto, ma anche confusione.

Provi a mettersi nei miei panni, nelle librerie un bel po’ di libri portavano il mio titolo, alcuni non sarebbero mai stati acquistati ma tanti ne avrebbero letto i titoli e solo per questo magari si sarebbero soffermati a leggere la quarta di copertina, per le strade cartelloni giganti ripetevano il mio slogan, ed io?

Qualcuno oltre a me e a quelli che lavoravano con me sapevano che quello era il mio lavoro? Erano le mie creazioni? I miei pensieri? Ancora quella frase “i pensieri sono fatti di aria, come le…” si ricorda vero?

E’ che alla fine, anche a voler essere modesti, a voler fare la parte di quelli che amano stare dietro le quinte, tutti vogliono che almeno per una volta il pubblico, la massa sappia che abbiamo fatto noi quella certa cosa, la voglia di gloria, almeno per un secondo è nel dna di tutti.

4^ PUNTATA

Chissà se ancora mi sta seguendo caro dott_________ e chissà se ancora ha la curiosità di scoprire come sono andate avanti le cose, io spero di si, nella peggiore delle ipotesi avrò qualcosa da leggere domattina al bagno
 
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Chissà se ancora mi sta seguendo caro dott_________ e chissà se ancora ha la curiosità di scoprire come sono andate avanti le cose, io spero di si, nella peggiore delle ipotesi avrò qualcosa da leggere domattina al bagno.

 

Ormai il lavoro alla casa editrice andava bene, davvero bene, si era sparsa la voce che lì lavorava un “Titolatore” davvero in gamba e anche altre case editrici presero a rivolgersi a noi per avere qualche bel titolo e la società grazie a me stipulò bei contratti, anche io ovviamente ne beneficiai, adesso avevo io qualcuno che mi faceva le fotocopie ma a Sergio il caffè continuavo a portarglielo, da quella storia di mio padre e Don Pasquale Salimbene, avevo imparato cos’era la gratitudine.

Tutto andava alla grande, ma come sempre accade, quando sei in alto, ti chiedi perché però non puoi volare e così decisi che dovevo mettermi in proprio.

Avevo un bel po’ di contatti e avrei potuto lavorare tranquillamente da casa, poi anche la società per la quale lavoravo avrebbe capito e magari sarebbe diventata mia cliente.

Non lo facevo per i soldi, quelli non sono mai stati un problema, gliel’ho spiegato già, lo facevo per voglia di cambiare, per bisogno di indipendenza e anche per ambizione.

Gira e volta, a scriverle mi sto rendendo conto di una cosa, stavo diventando quello che non volevo diventare, stavo diventando un muratore delle parole, anzi peggio, io i muri non li costruivo, li facevo costruire agli altri e poi ne sceglievo solo il colore, ma c’era di grave che non ero più soddisfatto, volevo che su quei muri fosse scritto, ben visibile, il mio nome.

 

Mi ritrovai quindi faccia a faccia con il mio capo, un tipo dall’apparenza antipatica e fredda, ma in realtà un’ottima persona, sempre disponibile e soprattutto in grado di mettersi nei panni altrui, sarà stato per questo che quando mi vide comparire sulla porta del suo ufficio mi disse:

-l’aumento l’hai avuto, quindi se sei di nuovo qui è perché vuoi lasciarci, vero?-.

Trovai giusto spiegargli per filo e per segno il perché della mia decisione l’unica difficoltà era fargli capire che avrei potuto collaborare con la casa editrice da esterno, dagli impacci mi levò lui stesso all’atto di congedarci:

-ah, Scarpa, ovviamente lavoreremo ancora insieme, sai non mi va di assumere un altro “titolatore” che poi magari prenderà e andrà via, capisci vero?- e sorridendomi fu come se firmasse con me un contratto.

 Così fu che dal giorno successivo, almeno una volta a settimana mi venivano comunicate tutte le opere cui dovevo dare un nome e poiché quello per me fu il periodo della ricerca di libertà, sfornai su una serie di titoli quali “la libertà di non essere nessuno”,  “il volo dei sogni” e cose di questo tipo, tanto che a volte avevo l’impressione di scegliere il titolo disinteressandomi completamente dei libri cui li affibbiavo, ma per fortuna nessun autore ebbe mai a lamentarsi.

Proprio con gli autori iniziai ad avere dei contatti diretti e con loro però stabilivo che da qualche parte nel libro dovesse essere scritto che il titolo era a cura mia, un po’ come facevano per le copertine- che per caso le copertine contano più del titolo?-

Fu però proprio in quel periodo e il mese prossimo saranno 3 anni, che mio padre,il vecchio Alfio venne a mancare.

-Il cuore- disse il medico, -gli si è fermato il cuore- disse, mentre ormai nessuno lo stava ascoltando, visto che mio fratello Michele non faceva che ripetere –ancora i sacchi di cemento voleva portare, ancora i sacchi di cemento- e così avanti, come una litania e mia madre invece se ne stava seduta su una sedia in cucina, davanti ad una tazza di camomilla dalla quale non bevve nemmeno un sorso, forse ero l’unico ad essere vagamente presente, o forse è solo che trasformai immediatamente il dolore in rabbia tanto da rispondere al medico –certo che gli si è fermato il cuore, altrimenti sarebbe ancora vivo, e lei sarebbe un medico?-

-Volevo dire che è stato un infarto- ribatté quello, ma già non lo ascoltavo più.

Egr.io Dottor __________- c’è un modo per descrivere la perdita di una persona cara? Esiste il modo giusto per congedarsi da chi per tanti anni con le sue attenzioni e le sue sbadataggini, con tutti i lati positivi e tutti quelli negativi, ha popolato la nostra vita?

Io credo sinceramente di no, io credo che quando capita di perdere qualcuno, non puoi non sentirti perso, anzi se non stai da cani, se non perdi almeno per un po’ la bussola, allora vuol dire che qualcosa non va.

Di mio padre mi rimangono i racconti, come quelli che le ho fatto all’inizio di questa mia lettera, altri sono racconti privati, storie di una persona che ha vissuto con allegria, con sicurezza, con voglia di spremere dalla vita tutte le gocce che questa poteva permettergli di prendere e credo sia stato per questo che il suo cuore all’improvviso si sia spento, perché era semplicemente stanco e mi piace pensare, mi scuso se le sembro troppo patetico, che in un certo qual modo alle persone come mio padre, che al  mondo ci hanno saputo stare, Dio o chi per lui, riservi la possibilità di scegliere quando andarsene.

Alfio Scarpa, caro Dottore, non è stato portato via dalla morte con la falce e il manto nero, no, non lui, a mio padre se l’ho è portato via una bionda in minigonna e tacchi a spillo e sono certo che mentre se ne andavano a braccetto, lui abbia pure provato a baciarla, per quel suo vizio che l’età non gli aveva sottratto, questo era mio padre, e così lo ricorderò.

Fu così che per un po’, sia Michele che io tornammo nella casa che mio padre aveva comprato  sulle pendici del Vesuvio, quando stanco di Mugnano e dello schifo che era diventato tra camorra e spacciatori, aveva deciso di trasferirsi in un altro luogo, seppure a rischio come le ho già detto.

Adesso quelle casa sarebbe stata abitata solo da nostra madre che da donna coriacea quale era, mai si sarebbe piegata a lasciare quell’ultimo gancio che la legava al marito.

 

Furono dei funerali bellissimi, se mi è passato l’aggettivo, ma non per i fiori, le corone e la funzione, quello non interessava a mio padre e nemmeno a noi figli e moglie, fu una cerimonia bellissima perché da ogni parte d’Italia vennero gli amici di mio padre, quelli che lo avevano conosciuto da ragazzo, quando era il “re” e quelli che lo avevano incontrato per lavoro e ne erano rimasti così impressionati per quella semplicità che il danaro non aveva saputo guastare.

Sa pure chi venne?Non ci crederà, ma vennero le gemelle Resegnin, ora, non che io voglia fare dello spirito sul funerale di mio padre, ma mi creda in quel contesto le uniche che dal velo del lutto ci guadagnavano erano loro, tanto che anche a mia madre scappò un minuscolo sorriso, perché son sicuro che quel pensiero lo fece anche lei.

Vennero anche da me, non so chi fu tra Rosanna e Susanna a parlarmi, le conoscevo solo per aver sentito di loro dai miei e per averle viste in una vecchia foto, che forse avrebbe dovuto essere sequestrata perché arma contundente, fatto sta che una di loro mi si avvicinò e disse: -tu sei il piccolo vero?-

– si feci io, stranito dall’essere considerato tale a 30 e passa anni-

-in genere si capisce della grandezza di una persona solo quando ci lascia, di tuo padre invece, la cosa si vedeva anche in vita, devi esserne orgoglioso-, sulle prime il discorso mi sembrò troppo solenne e pomposo, ma arrivando al concetto mi soffermai a pensare che forse volevano dire che Alfio Scarpa non lo si piangeva perché morto, ma perché non c’era più, la differenza è sottile, ma so che lei la può cogliere.

Ma non è solo questo che accade in quel giorno, il colpo di scena ancora doveva arrivare, ricordo che ce ne stavamo tutti dietro il carro funebre quando a un certo punto, girandomi per constatare la portata del corteo vidi un uomo grosso ed elegante chiudere le fila dei presenti, non ebbi dubbi nonostante la distanza.

Ha indovinato vero? Già, Don Pasquale Salimbene, ministro dei lavori pubblici, amico di mio padre, lo stesso che da bambino cacagliava e sudava anche solo a stare fermo.

Quando mia madre lo vide non poté fare a meno di rompere in un pianto ancor più disperato ed abbracciarlo, lo stesso facemmo anche io e Michele, non avevamo dubbi che sarebbe venuto, a Roma appena saputa la notizia lo avevamo contatto e ci aveva detto che avrebbe fatto l’impossibile per esserci, ma sa come sono i politici, mille impegni e 10 mila distrazioni, ma Don Pasquale che per noi era solo zio Pasquale, non era come gli altri.

Ci strinse tutti come fosse una coperta messa lì a difenderci da quel freddo improvviso che solo il dolore porta.

 

Perché le ho raccontato anche questa storia del funerale? Perché mio padre era un muratore, perché  in fondo sento di aver dato lui un dispiacere a non entrare in azienda, a studiare non come ingegnere come Michele, ma come pensatore qualsiasi, ma poi penso che non c’è stato mai un giorno in cui mi abbia rimproverato per la mia scelta e anche quando il mio lavoro consisteva nel fare fotocopie, si interessava, a modo suo, ma si interessava, chiedendomi, quasi fosse un tecnico, che modello di fotocopiatrice usassi e quante fotocopie faceva al minuto.

Mio padre baciava i figli nel sonno come le ho detto, ma a volte alla luce del giorno sapeva anche accarezzarli.

Fu forse per via della sua morte che le cose presero ad andarmi male, il lavoro c’era, ero io ad essermi preso una vacanza, continuavo a pensare, ad avere flash, immagini, ma tutto in maniera disorganica e monotematica: la morte, la scomparsa, l’assenza, tutti i titoli che davano contenevano questi elementi, ricordo che fui addirittura in grado di chiamare una favola per bambini “La morte e il lupo”, per fortuna fermarono la stampa in tempo altrimenti adesso avrei sulla coscienza un migliaio di infanti traumatizzati.

Non mi rimaneva che mettere da parte il lavoro, correndo il rischio di perdere tutto, ma in fondo continuando a fare quello che stavo facendo l’avrei perso lo stesso.

In quel periodo non feci altro che camminare, in linea di massima senza una meta precisa, camminavo perché mi serviva a far scorrere meglio i pensieri, perché camminando mi sentivo comunque attivo e perché altrimenti in casa ci sarei morto per inedia.

Alla casa editrice provarono a darmi una mano, specie Sergio che mi fece sapere che il mio posto c’era sempre e che sarei potuto tornare anche subito, ma dopo avergli spiegato del mio blocco comprese e qualche volta mi invitò per una birra o due.

Sia chiaro non penso di essere l’unico ad aver avuto un lutto, è solo che fintanto che mio padre  era in vita, avevo la speranza di potergli far vedere che anche io, a modo mio, ce l’avevo lo spirito del muratore, intendo quello di costruire, di sudare e faticare per costruire, anche se poi ad essere tirato su non è un muro o una casa.

Ora non era più possibile dimostrargli niente e non credevo nemmeno a quelle sciocchezze del genere “ti guarda dall’alto”, perché credo che quando uno se ne va dalla terra, ha ben altro da fare che non continuare a guardare le stesse schifezze che succedendo quaggiù, non crede anche lei?

Mi rimaneva però l’alternativa B, fare qualcosa per me, per Fabrizio Scarpa, figlio di Alfio Scarpa, per me che ero la sua prosecuzione e che quindi pure contavo qualcosa, o no?

Certo che poteva funzionare, doveva e poi non avevo tanto da perdere.

Ma cosa potevo fare? Entrare in azienda? Cominciare a prendere parte ai consigli di amministrazione? No, non era e non sarebbe stato mai il mio campo e poi a Michele gli sarebbe venuto un colpo, potevo però continuare a far girare il mio cervello, rimanere con le antenne dritte e magari far sì che pensieri sparsi e confusi prendessero una qualche forma, poi magari, avrei anche potuto trovarmi una donna, visto che a parte episodici incontri, l’unica storia seria risaliva ai miei 20 anni.

-Farsi una famiglia è come costruire una casa- diceva sempre papà, devi innanzitutto aver chiaro cosa vuoi, poi scegliere il materiale, valutarne la consistenza e avere pazienza, una casa come si deve non si tira su in un giorno, non avere fretta, altrimenti mi diventi un “palazzinaro dei sentimenti”- questo mi diceva quel uomo venuto su tra donne e cemento e io trovo che l’espressione “palazzinaro dei sentimenti” sia quanto di più bello ci sia per definire chi crea e distruggere finti amori nell’arco di un girono o poco più.

Io no, io volevo fare le cose a regola d’arte, la mia donna,  i miei figli, la mia famiglia dovevano essere una casa come si deve con tutte le rifiniture e pure ben arredata.

Cosa feci?

, illustre dottor___________, sa quanto me che un conto è prendere una decisione un altro e realizzarla, c’è bisogno di tempo e specie per chi come me delle donne ne faceva uso più che frequentazione, si trattava di cambiare completamente modalità di approccio.

 

Passò del tempo dal funerale di mio padre e la mia decisione di cambiar rotta si fece cosa seria, comunicai le mie intenzioni a Michele il quale, come se non aspettasse altro da una vita, mi invitò a cena con la scusa di parlarmi di questioni testamentarie.

Ha presente quelle situazioni imbarazzanti che in genere si vivono da ragazzi, quando ti portano un’amica affinché tu possa, come dire, approfondire con lei certi discorsi?

, le cene da mio fratello in genere assumevano di queste connotazioni, e questo già molto prima che io sintonizzassi la mia mente sull’idea di farmi una famiglia.

Quello che era sorprendete è come ogni volta Michele e Daniela, sua moglie, facessero di tutto per far risultare l’incontro come una casualità.

Di Daniela devo parlarle per forza, è un’esigenza che provo ogni qualvolta pronuncio il suo nome: Daniela Pacifico, e in genere subito dopo segue un sospiro, e già, perché Daniela, se il mondo non fosse stato montato al contrario, avrebbe dovuto essere la mia di moglie.

Le ho prima accennato di una storia, l’unica seria, diciamo, che mi vide coinvolto poco più che 20 enne, dall’altra parte della rete proprio lei, la mia adorata cognatina.

Ci conoscemmo ai tempi dell’università, lei studiava cinema, all’epoca non faceva altro che dissertare sull’importanza del sotteso nei film russi o del flash back nei capolavori gialli degli anni ’70, io non è che fossi proprio una capra in materia, ma per farle da contro altare non facevo altro che raccontarle le trame dei film di Vanzina e Neri Parenti.

Ci prendemmo cordialmente sulle scatole, il che nello strano mondo dei rapporti uomo-donna vuol dire più o meno flirtare, e già, perché non te la prendi la briga di stare sulle scatole a qualcuna se non ti piace almeno un po’, non le pare?

 

All’epoca Daniela vestiva in maniera alquanto trasandata, credo per corrispondere all’idea che i giovani hanno sempre di se stessi, originali intendo. Nel senso che tutti noi attraversiamo, chi prima chi dopo, un periodo in cui il nostro essere individui passa necessariamente attraverso gli abiti che indossiamo, e se questo è vero allora in quel periodo Daniela voleva essere come Ghandi o come qualche santone indiano, visto che i suoi vestiti in linea di massima miravano a nascondere più che a scoprire quelle forme che da qualche parte le garantisco che c’erano, e come!

Iniziammo ad uscire insieme, come amici, dicevamo entrambi, e un po’ lei, ma solo lei, ci credeva, perché io dal canto mio avrei voluto baciarla sin dal primo minuto altrimenti con il cavolo che mi sarei sorbito tutti i film della retrospettiva campana dal titolo “Piccole simbiosi cinematografiche”, il cui film più interessante aveva come scena madre quella di una mano per venti minuti (cronometrati), fissa su di un pianoforte. Inquietante!

A parte queste stranezza era davvero una ragazza incredibile, capace di amare in quel modo distratto che a quelli come me, li fa impazzire;  questa cosa qui mi paralizzava, era come se vivessi in perenne attesa di un suo gesto, di un piccolo varco per entrare in quello strano colorato mondo che si era creato.

Dopo 3 - 4 mesi di uscite fatte per fortuna non solo di cinema ci fu quello che dall’inizio speravo ci fosse, un bacio e quello ne seguirono altri e poi altro…

Durammo un anno e qualche mese, a dirla tutta so esattamente quanti mesi, in che giorno ci siamo baciati e in che giorno ci siamo lasciati.

Lasciati però è una parola inappropriata , perché quelli che eravamo secondo me, da qualche parte sono ancora insieme che girano per strane retrospettive e in fondo se la ridono di tutto. Gli altri, quelli che con il tempo eravamo diventati, quelli non si appartenevano più, avevano preso strade diverse, talmente diverse che da lì a 5 – 6 mesi lei prese ad uscire con Michele.

Forse Daniela, mi passi la battuta, aveva chiaro più di me, il senso della frase: “farsi una famiglia”.

Non riuscì però ad arrabbiarmi con mio fratello, la persona che Daniela era diventata era la donna adatta per lui, non certo per me, e vederla in quelle nuovi vesti, d’improvviso passata da santona e modello Gucci pret a portè mi faceva sorridere più che soffrire.

E così quella loro storia è andata avanti, Michele è diventato il capo della “Piramide”, giusto definirlo il Faraone e lei la sua degna consorte e io?

Io di tanto in tanto mi limitavo a partecipare a quei loro strani appuntamenti al buio preparati apposta per me, era il loro modo per mostrarmi affetto e per portarmi nel loro mondo, quello che consideravano il migliore, quello fatto di tante piccole certezze dalle quali con tutto me stesso avevo sempre tentato di sfuggire.

Stavo crescendo anche io? Forse si, forse quel mondo non era poi tanto malvagio.

Comunque cosa le stavo dicendo? La cena mi pare, giusto? Certo la cena, sa a volte divago e che mi sembra che ci siano tante cose da dire, ma poi penso che sono tante se a uno gli interessa di sentirle, quindi comincio a temere di annoiarla, però questo è un punto importante.

ULTIMA PUNTATA

Sarà stato Dicembre e, come detto, Michele e Daniela avevano organizzato una delle loro “cene dell’amore”, non tema niente di scabroso, la cosa funzionava così: io arrivavo a casa loro, Michele mi faceva sedere in salone, versava qualcosa da bere chieden
 
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Sarà stato Dicembre e, come detto, Michele e Daniela avevano organizzato una delle loro “cene dell’amore”, non tema niente di scabroso, la cosa funzionava così: io arrivavo a casa loro, Michele mi faceva sedere in salone, versava qualcosa da bere chiedendomi ogni volta se preferivo il bianco o il rosso, ed io ero e sono astemio da sempre!

Poi partiva con il resoconto degli affari della Piramide e con frasi del tipo

-quest’anno il trend è salito-, oppure -il mercato del mattone è un’altalena- e cose del genere, poi spazio 10 minuti dalla cucina usciva Daniela che diceva –finalmente sei qui, non avevo sentito la porta, a proposito questa è_________, ( il nome è l’unica variabile), si è trovata qui per caso e l’ho invitata a rimanere-.

 

Anche quella cena non si sottrasse alla procedura standard.

Devo confessare che la cosa mi divertiva, io poi per natura sono un pigro, e avere qualcuno che si preoccupa di trovarti una compagnia è una gran cosa non trova?

Il problema è che  nelle conversazioni di circostanza non sono una gran cosa, ho la tendenza a mettermi in ridicolo da solo, sarà forse un modo per essere comunque al centro dell’attenzione, di certo c’è che cose tipo raccontare quante serate nell’ultimo anno ho passato a vomitare dopo un ubriacatura, o quanto squallide erano le tipe con cui mi capitava di vedermi saltuariamente, non era il modo migliore per conquistare una donna.

 

Quando Daniela mi presentò Barbara, ebbi subito chiaro che non si trattava di una delle sue amiche il cui orologio biologico sta per suonare la sveglia, e che quindi tentavano di stringere i tempi, era come dire, normale. Ma normale nel senso di naturale, tanto che mi venne il dubbio che davvero poteva esserci capitata per caso in quella casa.

Fu anche la prima volta che riuscì a non far scivolare immediatamente lo sguardo al decolté, il mio record erano 5 secondi sul viso e poi giù, avevo una regola, mai sotto i 3 secondi, perché sotto i 3 secondi sei classificato maniaco dalle donne.

Ma con Barbara fui un fuori classe 7 secondi, lo ricordò perché li contai e poi non solo, prima di scendere ai piani bassi diedi anche uno sguardo a mio fratello, tanto per purificare un attimo la mente, il che potrebbe portare il tutto ad uno stratosferico record di 10 secondi netti.

A ciò doveva necessariamente seguire una ricompensa, le dico solo che tutte le mie attenzioni vennero premiate.

Dopo le presentazioni e due chiacchiere, per fortuna anche esse naturali, ci sedemmo a tavola.

Daniela cucinava bene, lo fa anche adesso, ma il guaio in casa sua e di mio fratello è che vogliono fare gli aristocratici.

Sa quante volte ho litigato con Michele per le sue manie di nobiltà: -Michè, papà era muratore-, e lui di rimando –imprenditore, imprenditore si dice- e così finivamo a mangiare su tavole imbandite con candelabri, 3 bicchieri e un numero imprecisato di forchette.

In linea di massima me ne era sempre fregato di prendere la posata giusta, come le ho detto non ero bravo a far colpo sulle amiche che mi presentavano, con quella ragazza ci tenevo, non volevo fare errori.

Si figuri la scena, un west fatto in casa, tavola rettangolare, Michele ed io ai due estremi, le due signore agli altri lati.

Io guardo lui per vedere che posata prende, un solo obiettivo, prendere la stessa, ma farlo un secondo, solo uno dopo, più tempo farebbe capire che ho dovuto copiare.

La luce del lampadario per l’occasione ci sembra rossiccia, nelle testa mi sembra quasi di udire la voce di barbara che mi dice –Fabrizio, amore, non farlo, potrebbe essere pericoloso-, ma io niente.

Michele prende una forchetta, la alza, io conto fino ad uno e prendo la stessa, a quel punto non guardo più infilo il rigatone che ho nel piatto, poi rialzo lo sguardo come a volermi godere il vento nei capelli e…Noooooooo.

Cosa era successo? Michele aveva preso quella forchetta, prontamente imitato di me, solo per far notare a Daniela la differenza di fattura con l’altro servizio.

Sciocchezze lo so caro dottor_________, ma in quei momenti un uomo mette in ballo tutto se stesso.

, per fortuna nessuno si accorse di niente e poi anche Barbara non pareva esattamente a proprio agio in mezzo a quel casino di posate, questo mi risollevò, lo fece a tal punto che tirai fuori una parlantina da presentatore televisivo, spaziai dall’attualità al cinema, al mio lavoro.

Certo trascurai la faccenda delle fotocopie e degli inizi stentati, ma per il resto andai alla grande.

Anche il dopo cena fu positivo, tanto che Michele e Daniela quasi dovettero cacciarci di casa.

Il risultato? La scortai con la mia auto sino al suo appartamento, le chiesi il numero di telefono e tornai a casa ascoltando tutti brani che in un modo o nell’altro contenevano la parola amore.

Le pare poco???

Fu così che iniziai quella fase riduttivamente detta corteggiamento, dico riduttivamente perché dal vecchio Alfio avevo ereditato una serie di tecniche di seduzione, che magari ponevo in essere in maniera goffa, ma che i suoi frutti finivano sempre con il darli.

 Ci furono fiori, inviti a cena, candele sul tavolo, complimenti sui vestiti, sull’acconciatura dei capelli e soprattutto sulle scarpe, papà mi diceva sempre –le scarpe Fabrì, le scarpe sono il centro di una donna, falle capire che ami le sue scarpe e lei amerà te-.

E poi all’epoca facevo attenzione a tante piccole cose, tipo quelle che si leggono sugli articoli di galateo dei settimanali: “nel locale entra prima l’uomo e poi la donna, mentre quando si esce, lui deve farsi precedere da lei tenendole la porta aperta” e cose del genere.

Non so perché, ma seguire delle regole, in una cosa tanto sregolata come i rapporti sentimentali, mi faceva sentire protetto, forse evitava anche di mettermi in ballo davvero.

Lei pensa che anche questo mio comportamento possa essere tipico di un “titolaro”?Non mi risponda adesso, aspetti che le parli di come andarono avanti le cose, perché le garantisco che di normale, in un incontro, in qualsiasi incontro uomo-donna, non c’è mai, ma proprio mai nulla.

 

Deve sapere che Barbara era davvero una bella donna, magra, occhi verdi, una serie di curve interessanti, ma non eccessivamente pericolose e capelli color…, il colore dei capelli di una donna non si può sapere, diciamo cangievole, ma questo essere una bella donna e prima ancora una bella ragazza e con tutta probabilità una bella adolescente, l’aveva portata a vivere una serie di storie con una serie di ragazzi, che a sentirne il numero non si poteva non rimanerne impressionati.

Ora, d’accordo che bisogna lasciar spazio all’esuberanza femminile, quanto a quella maschile, ma se nel bel mezzo di una cena, in un ristorante sul mare, con una candela che fiocamente illumina il suo viso, questa prende e mi dice -sai, Fabri, io ne ho frequentati tanti di ragazzi, ma davvero tanti- e sottolineando quel tanti la ferita per le parole che stavo udendo si trasformò in squarcio, -ma tu sei davvero quello che mi fa sentire più a mio agio-.

Avrei dovuto essere felice, la ragazza della quale mi stavo innamorando, mi stava facendo chiaramente delle avances, con tutta probabilità se mi fossi giocato bene le mie carte quella sera ci sarebbe stato un bacio e poi altro e chissà una casa, una famiglia, 3-4 fabrizini tra i piedi e dire :-papà, papà-…, ma poiché nell’uomo, almeno in me, la gelosia supera di gran lunga l’intelligenza, non seppi fare altro che dirle –immagino che ti sarai tolta un bel po’ di soddisfazioni in tutte queste frequentazioni!-.

Mi creda dott._______-, ero convinto di averla solo pensata sta cosa, ed invece due sono le cose, o mi era uscita una nuvoletta tipo fumetto con il mio pensiero dentro, o davvero avevo detto quella schifezza.

Barbara non fece altro che sorridere, un sorriso amaro, di quelli che si vedono nei film quando lei dice a lui –ti ho amato come non avrei mai immaginato di amare, ma tu hai preferito il tuo lavoro, che dirti? Buona fortuna!-. Ho reso l’idea?

A quel sorriso io non seppi far seguire nessuna parola di scuse, d’improvviso mi venne in mente mio padre e le sue tecniche di seduzione, mi accorsi che non avevo imparato un granchè, non mi rimase che finire il dessert in silenzio, chiedere il conto e riaccompagnare Barbara a casa.

Ovviamente non ci fu alcun bacio quella sera, né alcuna frase che lasciasse intendere che ci saremmo rivisti.

Egr. dott.__________, credo converrà con me che c’è solo una cosa più difficile che raccontare dell’amore, viverlo.

Così me ne tornai nel mio mondo di titoli strampalati e di intuizioni fini a se stesse.

 

In quel periodo la situazione era la seguente: niente lavoro, niente donna, niente di niente.

Ma com’è che è così difficile coltivare qualcosa?

Mia madre e mio padre per esempio? Loro ci sono riusciti. Si sono incontrati, piaciuti, sposati e amen.

A dire il vero non è stato tutto proprio così semplice, sa, mio padre giovane di bassa estrazione di un paesino della provincia di Napoli e mia mamma invece rampolla di una ricca famiglia del Nord.

Si conobbero quando Alfio aveva 18 anni e mamma solo 15, lui faceva il militare, all’epoca erano 18 mesi e se non capitavi a tipo 1000 km da casa allora non andava bene.

Fu così che si ritrovò a __________, in provincia di _________ feudo della famiglia Visentini.

Arturo Visentini era il re del prosciutto cotto, ma girava la leggenda che fosse un blasonato, tipo un marchese, o qualcosa del genere, ma papà ha sempre preso in giro mamma dicendo che era figlia del salumiere di corte.

Ad ogni modo fare il militare così lontano da casa è davvero una gran fatica per chi come mio padre al sud ci è legato come si può essere legati ad una madre.

Mamma invece all’epoca frequentava il liceo classico Pietravalle, il liceo della città bene, indossava vestiti alla moda e fiocchi colorati nei capelli. La carnagione chiara e liscia di chi non ha mai conosciuto fatica e sudore e l’atteggiamento snob di una piccola principessa.

 

Le libere uscite, dalle 19 alle 22, guardie permettendo, erano l’unica cosa che tenevano in vita Alfio e commilitoni vari, uscivano dalla Caserma Vigano come belve fameliche, alcuni ripiegavano su “donnine a gettonehe che mi presentavano, ma con Barbara ci tenevo, non volevo fare errori.

 come le ho detto non ero bravo a far colpo sulle amic” come le chiamavano, altri, tra cui papà, con quel suo vizio di conquistarle le donne, giravano per locali alla ricerca della preda.

Lui mi raccontava di averne fatte di cotte e di crude e non c’è motivo per non credergli, ma nel raccontarlo non gli brillavano mai gli occhi, l’unica circostanza in cui lo facevano è quando mi diceva di una mattina in cui il colonnello Persico, comandante della sua caserma, gli ordinò di accompagnarlo in via dei Tagliamenti per “motivi di servizio” e di mantenere il massimo riserbo sulla “missione”.

La missione si chiamava Susanna Prestianni, moglie del Notaio del paese, il colonnello la incontrava a giorni fissi e orari fissi.

3 volte a settimana, per un paio d’ore e mio padre, muto come un pesce si guadagnò il ruolo di autista personale del colonnello, che significava 3 mattine fuori dalla caserma, esonero dalle guardie ma anche tanta noia.

Già, perché lui doveva aspettare in macchina che il colonnello completasse la missione e guai a muoversi, perché nel caso in cui il Notaio si fosse presentato in anticipo a casa, lui avrebbe dovuto intervenire in qualche modo.

-Se il nemico si presenta, intervenga Scarpa, intervenga e salvi l’onore dell’esercito-(to be continued....)