La città a fine luglio mi dà la stessa sensazione che mi davano da ragazzino gli ultimi giorni di scuola.
La gente sembra aver tirato i remi in barca, i movimenti si rallentano ed il traffico, pur non sparendo del tutto, assume una dimensione più umana.
Sono 5 giorni che sono da solo, la mia casa si è trasformata in una grotta, i piatti si sono accumulati nel lavabo, nel frigo le pesche tentano il suicidio da almeno un paio di giorni. Ieri ne ho beccata una sul davanzale della finestra…ho fatto in tempo a prenderla e rimetterla al suo posto, prima che facesse una pazzia.
Il cesto della biancheria è colmo oltre misura e le finestre non le apro da chissà quanto.
Questa dimensione ha un chè di poetico che non ho alcuna voglia di alterare, e forse non ne ho nemmeno il diritto.
Solo dicevo, ma non proprio…in questi ultimi 5 giorni un tornando silenzioso è riuscito ad infilarsi sotto la porta blindata, si è piazzato sul divano e da lì a preso a far roteare tutto: fogli, abiti, certezze, sensi, valori, sentimenti…
Un tornado che dopo qualche giorno, silenzioso come è arrivato così se ne è andato via…Ma il rumore ora è tutto nella mia testa; un rumore che è musica e frastuono allo stesso tempo, e mi pare quasi che la calura estiva si sia attenuata e il vento si muova solo per me, per darmi sollievo oggi che ne ho più bisogno.
Eccomi sul mezzo, mentre penso a tutto questo ed altro ancora, e ogni volto diventa familiare, ogni auto un compagno di strada, ogni pedone un amico, e il mio motorino non è più un motorino, ma un cavallo con il quale andare a caccia…a caccia di un pollo.
Non ho voglia di tornare a casa, domani ritorno sul pianeta terra, i piatti torneranno nella lavastoviglie, gli alimenti ben conservati nel frigo e la biancheria sarà messa a lavare, e del mio tornado rimarrà lo strano profumo che ha diffuso tutto intorno.
Mi invento un motivo per non tornare, mi invento un pretesto, un gioco, un obiettivo…trovare il mio pollo allo spiedo.
Non avevo mai immaginato che fosse così complicato trovare un pollo, credevo bastasse prestare un po’ di attenzione, trovare una tavola calda, ordinare, pagare, mangiare…una cosa semplice.
Ma nulla è facile così come sembra.
Ho già visitato 3 tavole calde, nella prima un vecchietto mi sussurra con umanità :giuvinò, i polli so già tutti piazzati-, ed io immagino un fiorente mercato del pollame nel quale una variegata popolazione avicola viene contesa a prezzi inarrivabili a noi comuni mortali, magari gli esemplari più degni di nota vengono chiamati con nomi altisonanti, e ne viene magnificata la bellezza, la qualità, la razza:
-Signori, il prossimo esemplare è un Barbante belga, la selezione è stata operata, intorno al 1890, nella regione fra Bruxelles, Wavre, Leuven e Mechelen….; - questo invece è una Valdernese nato da incroci con altre razze fra le quali talune con sangue di Cocincina o di Brahma o di Faverolle, come risulta da tracce di penne ai tarsi e da altri caratteriche, ad occhio esperto, ne tradiscono l'origine incrociata…-.
Mi perdo nelle mie fantasie, ma nei fatti non ottengo il mio pollo.
Al secondo girarrosto un ragazzino pieno di moccolo e capelli ovunque mi fa chiaramente capire che ogni pollo sullo spiedo, del quale lui e solo lui controlla la cottura, ha incontrato il suo moccio, e questo basta per farmi desistere.
Alla terza tavola calda è l’apoteosi, chiedo con educazione il mio pollo, pregustandomi già il successo e immaginandolo accompagnato da patate al forno dorate e croccanti.
La mia richiesta viene ascoltata dall’uomo al bancone il quale, in un incomprensibile idioma la passa al suo aiuto, questi con strani gesti della mano lancia un messaggio all’addetto allo spiedo che, di tutta risposta, mi squadra da capo a piedi, mi fissa negli occhi, mi trapassa più e più volte e poi scuote la testa nella direzione del primo uomo.
-Niente uagliò - , mi dice l’uomo al termine del siparietto.
Non ne capisco le ragioni ma a questo punto penso che sarebbe davvero da folli chiedere spiegazioni, così mi limito a dire: - mi rendo conto-, e risalgo sul mezzo.
La città è sempre più un ferie, la luce è ormai calata, eppure i lampioni per strada sono ancora spenti e così è ancor più facile fare confusione tra un ramo agitato dal vento ed uno scosso da un tornado…
Riprendo la mia giostra, maledico me stesso per non aver smontato il parabrezza che impedisce all’aria fresca di accarezzarmi il viso.
All’altezza del corso mi accorgo di una lacrima, la strappo via manco fosse un proiettile sparatomi dal fuoco amico, e penso che un cacciatore di polli non può permettersi di esser triste.
Una signora seduta su una sedia, a rammentare qualcosa nel mezzo di un marciapiedi, da me interrogata sulla questione pollo, mi risponde con dovizia di particolari che c’è un tale “Peppe o’ Pullar”; che dovrebbe essere ancora aperto e che per arrivarci devo, nell’ordine: 1) seguire la strada che sto percorrendo; 2) girare a destra alla chiesa del Cristo scalzo; 3) superare la casa rossa, 4) farmi un piccolo contromano su per salita palazzaccio; 5) chiedere ad un “verdummaro” che sta aperto fino alle 23 e che mi darà l’ultima indicazione.
A questo punto è una vera e propria caccia al tesoro e non è questione di fame, e nemmeno di principio, ma di Karma, quel pollo è il mio pollo, avrà un messaggio da consegnarmi, o quanto meno qualche potere, - il potere dei sacri polli dell’antico Egitto –, dico a me stesso prendendo maledettamente sul serio tutta la storia.
Intanto attorno a me si è creato una specie di clima da “The Day after”, non ci sono quasi più macchine, pochi motorini, ancor meno pedoni. Percorro il corso, mi lascio a destra il Cristo scalzo, continuo per l’itinerario e alla fine, dopo un po’ scorgo il “verdummaro”.
Lui è lì, accovacciato su una cassetta di frutta che per sostenerlo immagino debba essere almeno di mogano.
Mi guarda come se mi stesse aspettando, si passa le mani sul camice e, sollevando la sua enorme mole, mi si fa incontro.
Arresto il motorino e per un istante sono incerto se tentare la fuga o chiedergli del mio pollivendolo, ma è lui a rompere gli indugi e mi fa: - a quest’ora, e chisti tiemp, sta città si mette in pantofole e canottiera, e se sta na pace, nun è o ver, giuvinò?-.
E’ la terza volta che mi chiamano giuvinò oggi ed io mi domando: - ma la mia borsa da lavoro, così banale ed ordinaria nel rilevare cosa faccio, non svela proprio niente di me, della mia età, di chi sono????
Evidentemente no.
- Mi può indicare Peppe il pollaro?-
- Pepp o Pullar, vuo ricer?-
- Credo di si- rispondo.
- Ti manda la signora ca fa e centrini?-
A questo punto non so più cosa credere, mi pare di essere capitato in una specie di paese dell’assurdità, con personaggi talmente strani che gli unici normali paiono essere solo i polli di cui vado alla ricerca.
- Pare di si- rispondo, cercando di mantenere il tono di chi sa esattamente di cosa si tratta.
- mmm, vienm appress -.
A passi pesanti e traballanti l’uomo mi precede, senza mancare di controllarmi con la coda dell’occhio almeno un paio di volte.
Poi mi indica una porta, il silenzio ormai è assoluto, il suono delle 4 auto ancora in giro qui non arriva, e le luci bastano appena ad evitare che calpesti qualche merda.
Apro la porta con la paura di essere caduto in una trappola riservata a turisti sprovveduti, e di fronte mi trovo il seguente scenario:
un piccolo ring di non più di un metro per un metro; due piccoli riflettori; due minuscole ciotole. D’un tratto mi pare di essere piombato nel mezzo di una fiaba in cui tutti i personaggi sono nani, ma la realtà è un’altra.
Resto in piedi dietro la porta e nessuno pare fare attenzione al mio arrivo, il silenzio di poco prima è squarciato dal vociare di almeno una ventina di uomini ed una decina di bambini i quali loro si, si accorgono della mia presenza e iniziano così, per gioco, a lanciarmi non so che sementi.
Gli uomini no, loro restano concentrati sul piccolo ring.
Da dove mi trovo oltre a prendermi almeno 200 gr dei detti sementi, (-molti rimarranno nei miei capelli per giorni-, penso), posso chiaramente vedere cosa accade e così, dopo pochi minuti, vengono deposti sul ring due polli imponenti, talmente grossi che se li trovassi sulla mia tavola non sarei sicuro di essere io a mangiare loro.
Un rapido passaggio di soldi completa i preparativi, poi i due animali si scagliano l’uno contro l’altro ed è tutto un volare di piume, uno strepitio, un susseguirsi di strane urla equamente emesse dalle bestie e dagli uomini…a saperli distinguere.
Resto ancora un po’, estasiato e disgustato dallo spettacolo, il gallo dalle zampe rosse sta chiaramente avendo la meglio, anche se quello con la cresta gialla pare non volerne sapere di farsi battere, per un attimo mi viene da avvicinarmi e fare il tifo per uno dei due, ma poi penso che sono capitato in un posto assai diverso da quello che cercavo.
Giro le spalle e faccio per andarmene quando il “Sig. Verdummaro” mi si para davanti con la sua mole da gorilla.
- Uagliò, e già te ne vai? Quello mo è iniziato, e poi a Peppe manco lo hai visto…”.
- E, si in effetti, mi ripropongo di tornare…-, ma nel momento stesso in cui pronuncio questa frase in perfetto italiano, mi rendo conto che non ho altra speranza che far scivolare una carta da 10 euro nelle mani del ominide, sperando che basti. Così faccio e sono fuori.
Di nuovo sul motorino e stavolta per strada il vento si è placato, anche se l’aria continua ad essere fresca. Le auto ora sono proprio assenti, il mio orologio segna le 21.30, non troverò più un girarrosto aperto a quest’ora.
Come cacciatore di polli sono davvero un disastro.
E’ il caso di tornare a casa, scelgo la strada più lunga in assoluto, continuo a girare, cammino a zig zag, intono qualche nota di una canzone inventata e nel frattempo un’altra lacrima mi colpisce approfittando della distrazione.
Stavolta decido di lasciarla lì ad asciugare, sono certo che non farà danni, anzi, magari ha qualche proprietà taumaturgica.
- Certo però il mio karma sarà profondamente danneggiato dalla mia infruttuosa battuta di caccia- penso, e mentre lo penso, scorgo in lontananza un “Kebab”, - meglio che niente-, mi dico.
Fermo il motorino ed entro.
Dietro al banco c’è un signore su 60 anni, con i capelli bianchi gli occhi neri e baffi ben curati.
Sorride per invitarmi a chiedere.
Non so nemmeno io perché, ma gli dico: -sa, sono 5 giorni che sono in casa da solo, cioè non proprio da solo, ero solo, poi un tornado silenzioso è riuscito ad infilarsi sotto la mia porta e così i piatti hanno preso ad accumularsi nel lavabo, i panni sporchi ad accumularsi nella cesta, le pesche a suicidarsi, ed io non ho avuto voglia di far nulla, se non godermi il tornado come ne fossi parte, come lo aspettassi da sempre, come se la quiete fosse fatta solo per creare l’attesa del tornado…-
Parlo e parlo, e gli racconto delle tavole calde, della signora seduta in mezzo al marciapiede a far centrini, del “verdummaro”, di Peppe o Pullar, dei galli pugili, del vento, del silenzio in strada…e lui non dice niente, si alliscia i baffi e poi ad un certo punto si gira e va in cucina.
Poi torna e, in uno splendido italiano con cadenza arabeggiante, mi fa: - Ecco a Lei, sono certo che non se la prenderà a male se per stasera non le servo il mio pregiato Kebab, ma una gustosa porzione di pollo arabo. Purtroppo è solo una metà, ma credo possa bastarle. A Lei Signore -.
“Signore”, niente giuvinò!
Mi porge un sacchetto di carta con il prezioso volatile adagiatovi dentro.
Esco dal negozio e il vento ha preso ad agitare alberi, auto e forse anche palazzi, forse è il tornado che passa a salutarmi.
Stringo il mio pollo nella mano e d’un tratto ho chiaro che la caccia l’ho portata a termine.
Il mio Karma è salvo.
Il tornado mi sorride e mi spinge verso casa.