Era una tranquilla notte di stelle
invisibili, con le luci della città che si arrogavano il diritto di
oscurare la calotta celeste. Quentin alla macchina da
scrivere contemplava il suo romanzo.
Tra le dita rigirava il vecchio anello di
famiglia osservandolo come se nelle accennate incisioni del simbolo
rappresentatovi, potesse esserci una qualche rivelazione.
L’orologio a muro, inseparabile
compagno di notti insonni, segnò i due rintocchi e Quentin
sussultò come fosse ripreso per i capelli da un coma profondo.
Guardò per l’ennesima volta il
foglio dattiloscritto sul quale troneggiava, in caratteri eleganti, la
parola” Fine”, eppure
-manca qualcosa- pensava.
Il mondo gli pareva davvero un posto strano
ed insolito, forse per via di un pensiero che gli ronzava per la testa,
qualcosa di vago, confuso, eppure talmente pressante da non potervi rinunciare.
Rimase a sedere con l’elegante
vestaglia da camera e la ruga tra i due occhi pronunciata, come in tutte le
occasioni in cui il viso lasciava trasparire lo sforzo del pensiero, e
aspettò che la nebbia si diradasse.
Miriam non aveva mai avuto una particolare
predisposizione per la scrittura, e poi una donna pragmatica quale lei era considerata da tutti, aveva ben
altro da fare che perdersi in vaneggiamenti letterari o peggio ancora a
confidenze da diario adolescenziale, per giunta l’età avanzata le
aveva portato un fastidioso tremolio alle mani a causa del quale era stata
già costretta ad abbandonare il ricamo.
Eppure sentiva che da qualche parte sulla
scrivania c’era un foglio che andava riempito, mise da parte il bicchiere
dal quale stava sorseggiando vino e impugnò una vecchia, ma sempre
efficiente stilografica:
“Mio respiro ,
la distanza ci ha insegnato cose che non
avremmo mai afferrato stando vicini,
il tempo ci ha educati ad un amore discreto
e silenzioso,
ma ora che su entrambi si affaccia il
tramonto mi chiedo che senso ebbe perdersi per quel troppo
volersi….”, si fermò, la penna mossa da una mano incerta
disegnò uno svolazzo nero sulla pagina, Miriam si ispezionò gli
occhi timorosa che una lacrima li vincesse, firmò la breve lettera, la
mise in una busta e lasciò il tutto a riposare in quella dorata luce
lunare che soave vinceva la tenda socchiusa; forse l’indomani
l’avrebbe spedita…
D’improvviso un soffio di vento
riempì la stanza dei sapori della notte, in lontananza il cane del
guardiano intonava il suo solito canto alla notte. Quentin
ora ricordava, la molla della labile memoria era scattata, si alzò in
piedi e da un cassetto tirò fuori una lettera intonsa, con tanto di
francobollo, impugnò l’elegante tagliacarte d’argento e con
un colpo deciso la aprì: era firmata “Tua Miriam”.
Lesse per un tempo che parve enormemente
dilatato rispetto alla lunghezza del testo, pareva quasi che per una assurda
osmosi le parole venissero direttamente assorbite dal corpo senza mediazioni,
le cose erano sin troppo chiare, Miriam aveva amato un altro uomo più di
quanto non avesse amato lui!
Provò rabbia, un sottile e acuminato
dolore, una forte e fitta gelosia, respirò lentamente rimettendosi a
sedere davanti alla macchina da scrivere con le mani pronte come a voler
suonare una melodia di parole, ed ebbe chiaro cosa ancora mancasse al suo
romanzo.
Scrisse la sua dedica:
-A Miriam, mia madre che cresciuta nel
ricordo di un amore incompleto
mi insegnò ad amare-.
Si alzò, camminando lentamente
accese la pipa, immaginò le stelle oltre le luci artificiali ed il fumo
del tabacco.
Il mondo era un posto strano,
troppo strano per non viverlo.