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Treviso, venerdì 13 dicembre 2002, S. Lucia
Sotto la ghiaia spuntano le tangenti
Funzionario regionale e 4 cavatori
inquisiti con l'accusa di corruzione
Nelle tasche del dirigente sono state trovate buste contenenti 17mila euro
di Sabrina Tomè e Sandro Bolognini
 Nella foto a sinistra il sostituto procuratore che conduce l'inchiesta Antonio De Lorenzi A destra la cava del Gruppo Grigolin implicata nell'indagine
TREVISO. Lo hanno fermato martedì a Pieve di Soligo, sulla soglia del ristorante Casa Balbi. Stava andando a pranzo con altre tre persone, due tecnici e un cavatore della Marca. Gli uomini della Squadra Mobile di Treviso hanno esibito il decreto di perquisizione. Lui, il padovano Michele Ginevra, 59 anni, da 30 funzionario all'ufficio di Geologia e Ciclo delle Acque della Regione Veneto da ieri in pensione, non ha opposto resistenza. Dalle tasche del giaccone sono spuntate tre buste gonfie di denaro. Cinquemila euro nella prima, 10 mila nella seconda, 2 mila nella terza; 17 mila euro in tutto. «Gratifiche», secondo il funzionario. Tangenti, secondo il sostituto procuratore della Repubblica di Treviso Antonio De Lorenzi, titolare dell'inchiesta.
Il magistrato ha iscritto il funzionario e quattro cavatori trevigiani nel registro degli indagati; ieri all'alba sono scattate le perquisizioni a carico degli imprenditori. L'ipotesi di reato, per tutti, è corruzione: mazzette pagate al padovano per ottenere le autorizzazioni allo scavo, per avere l'ampliamento delle aree già in uso o per accelerare le pratiche in corso. Un sistema, sospettano gli inquirenti, diffuso e consolidato da oltre 10 anni. Al punto da annunciare ulteriori sviluppi dell'inchiesta con altre persone coinvolte. Per il momento, comunque, il fascicolo è a carico di cinque persone: oltre a Ginevra, il re della ghiaia Roberto Grigolin, 47 anni, residente a Ponte della Priula, amministratore dell'impero che porta il suo nome; Daniele Montesel, 38 anni di Susegana, amministratore della «Ghiaia di Colfosoco»; Antonio Balbinot, 68 anni, abitante ad Asolo e titolare di cave a Vidor e a Volpago; il castellano Ferruccio Guidolin, 59 anni, responsabile della «Postumia Cave» con sede legale a Bassano, ma con le cave a Trevignano. Nei loro confronti, alle 3 di ieri, sono scattate le perquisizioni degli uomini della Mobile, guidati dal vicequestore aggiunto Riccardo Tumminia. Una quarantina di poliziotti hanno passato al setaccio case ed uffici aziendali. Massimo, per il momento, il riserbo degli inquirenti sul materiale sequestrato. Stando comunque ai primi riscontri, nulla sarebbe emerso dalla contabilità di Grigolin. Ma gli investigatori hanno acquisito svariato materiale, tra cui anche fogli di appunti, che verrà esaminato nelle prossime ore.
Il blitz di è scattato dopo due mesi di serrate indagini. Da tanto, infatti, gli inquirenti avevano ricevuto la segnalazione di presunte mazzette pagate dai cavatori al funzionario regionale. Che, in effetti, si faceva vedere nella Marca con una certa frequenza. Martedì scorso l'uomo è in zona: i poliziotti gli sono alle calcagna; in tasca, stavolta, hanno il decreto di perquisizione. Ginevra viene bloccato all'ora di pranzo sulla soglia del ristorante di Pieve. Con lui ci sono due tecnici (estranei alla vicenda) e Daniele Montesel che ieri risultava in viaggio in Polonia. Dalle tasche del funzionario spuntano tre buste: una contiene dieci banconote da 500 euro, un'altra 10 banconote da 200 euro; la terza è particolarmente gonfia perché ha dentro 112 banconote da 50, 5 da 500 e 19 da 100. Diciassettemila euro in tutto: troppi per essere la riserva di denaro con cui una persona gira abitualmente. E infatti, interrogato per quattro ore l'altra sera in Questura a Treviso dal sostituto De Lorenzi, l'uomo ha ammesso di aver ricevuto quel denaro dagli imprenditori trevigiani. Ma ha anche aggiunto che non si trattava di mazzette: «Gratifiche», ha detto al magistrato. In altre parole soldi che avrebbe ricevuto come regali dai cavatori con i quali aveva rapporti di amicizia personale di vecchia data. Ginevra, che ora risulta in ferie, ha escluso trattarsi di tangenti anche perché, ha sostenuto, sarebbe stato per lui impossibile intervenire nell'iter che porta alla concessione delle autorizzazioni allo scavo. Un meccanismo troppo complesso e articolato, ha affermato, per poterlo controllare influenzare. Il suo ruolo, secondo gli inquirenti, era di sveltire le concessioni per l'ampliamento delle cave: Ginevra effettuava gli accertamenti e li illustrava in commissione. E' stata perquisita anche la sede del servizio cave, in Calle Priuli, a Venezia. Questi soldi erano regali fatti per amicizia o, tutt'al più, come ricompensa per i consigli da lui dati. L'uomo ha ammesso trattarsi di una prassi e ha confessato di aver ricevuto in passato altro denaro. Nella sua abitazione sono stati rinvenuti lingotti d'oro, in tutto mezzo chilo, per un valore di circa 10 mila euro e sono stati sequestrati 20 mila euro in contanti.
CHI E' GINEVRA
L'ex assessore Michele Boato lo ricorda così
«Era il cuore dentro il sistema degli affari»
di Ernesto Milanesi
PADOVA. «Non voglio e non posso commentare nulla che mi riguardi. A maggior ragione, rilasciare dichiarazioni a mezzo stampa in questo frangente. Ognuno fa il suo mestiere, appunto. I giudici fanno il loro e indagano, gli avvocati faranno gli avvocati. Io, ora, faccio l'indagato...».
Sono le sole parole che si riesce a strappare a Michele Ginevra. Ieri sera dalla sua casa in via Palesa (una laterale di via Facciolati nel quartiere dell'ospedale SanT'Antonio) ha rialzato una barriera impenetrabile. Non è la prima volta che finisce in un'indagine della magistratura. Abituato ad uscirne sempre, preferisce defilarsi anche questa volta.
Eppure, da vent'anni è lui l'uomo legato a filo doppio con ogni pratica che riguarda le cave del Veneto. Meridionale trapiantato nella città del Santo, funzionario della Regione, si è costruito una sorta di «nicchia»; con l'abilità del burocrate che in fondo disprezza i politici perchè li tiene in pugno e insieme con la sintonia interessata alle ragioni degli «imprenditori» che per ogni colpo di ruspa in più sanno ripagare.
Fino al 1994, Ginevra è rimasto nel cono d'ombra del responsabile del Dipartimento. Defilato, eppure essenziale. Poi ha avuto definitivamente via libera: nessuno sulla testa, tutti ai suoi piedi. Incarna il prototipo del funzionario regionale allevato dalla Dc (all'epoca, l'assessore Camillo Cimenti ed il presidente Gianfranco Cremonese hanno segnato uno «stile» amministrativo...) e approdato nel 2000 senza difficoltà alle dipendenze dell'assessore Massimo Giorgetti targato An.
Sulla scrivania, sempre in bella evidenza le pratiche delle cave: marmo veronese, argilla vicentina, ghiaia trevigiana. Ai bei tempi anche la messa in sicurezza dei «buchi» lungo i pendii dei Colli Euganei. Autorizzazioni regionali indispensabili ai cavatori. Meglio se ottenute in fretta e senza troppi problemi. E Ginevra si era costruito un'affidabilità a 360º. Sostengono i maliziosi addetti ai lavori della politica regionale che era stato in grado di accreditarsi, contemporaneamente, come «uomo» della Dc, del Psi e del Pci. Un perfetto funzionario ad arco costituzionale. Ma anche un collega di lavoro da cui tenersi lontani: le sua «discrezionalità» negli atti amministrativi ha suggerito più di una domanda di trasferimento.
Ginevra ha vissuto soltanto una parentesi «buia». Nel 1992, con l'assessore Michele Boato dei Verdi, ha dovuto imparare per forza a stilare precisi verbali della Commissione attività estrattive e, soprattutto, a sbobinare le registrazioni che impedivano «sviste» nella trascrizione o pertugi interpretativi ad hoc.
Ricorda adesso Boato: «Con lui ho fatto litigate paurose. Di lui, allora, si diceva fosse il "cuore" del sistema degli affari legato alle cave. Non mi sono mai fidato e ho controllato ogni istruttoria. Del resto, con le presidenze di Frigo e Pupillo anche la Regione era cambiata dal punto di vista amministrativo...». E l'ex-assessore non si è più dimenticato un episodio sintomatico: «Per Natale, uno dei tanti cavatori mi aveva recapitato in assessorato una penna d'oro massiccio come regalo. L'ho rispedita subito al mittente, pubblicamente. Ma i cavatori sono sempre stati così: la loro attività rende miliardi a palate. E' "normale" far regali a chi sa come agevolarla».
IL PRESIDENTE DEI CAVATORI
«La legge sulle concessioni va aggiornata
Regole e tempi certi per le autorizzazioni»
s.b.
TREVISO. Vittorio Ceotto ha le idee chiare e non concede attenuanti nei confronti di chi ha sbagliato. «La legge numero 44 del 1982 dev'essere adeguata ai nostri tempi». Il presidente dei cavatori trevigiani di Unindustria, anch'egli imprenditore e titolare di cave, interviene sulla vicenda che ha coinvolto quattro colleghi e un funzionario regionale. «Quella legge dev'essere assolutamente cambiata - ribadisce Ceotto - perché paradossalmente per avere una risposta per l'ampliamento di una cava, possono trascorrere anche quattro anni. E nel frattempo come facciamo a lavorare? Personalmente ho già vissuto quest'esperienza allucinante. Come? Ho avuto una cava bloccata 10 anni». Scusi Ceotto, ma esiste o no questo sistema di corruzione? «Attenzione, in questi casi non si tratta di mazzette vere e proprie - spiega Ceotto - ma si tratta di riconoscimenti per accelerare le pratiche. Perché trovarsi a dover gestire situazioni come quella che ho vissuto sulla mia pelle, è demoralizzante. E allora può accadere che l'imprenditore decide di prendere la scorciatoia per velocizzare la concessione dell'autorizzazione di ampliamento. Ma stavolta se qualcuno ha sbagliato, è giusto che paghi». Ceotto torna sulla richiesta di revisione della legge 44/82. «Serve uno sportello unico che dia certezza agli imprenditori di accorciare i tempi - spiega il presidente dei cavatori - ma allo stesso momento servono nuove regole, di cui la legge attuale è carente. Uno che fa il nostro mestiere ed è messo con le spalle al muro, è invogliato a prendere altre strade».
Chisso: «Amareggiato ma anche sereno
I tecnici sono autonomi dai politici»
Renzo Mazzaro
VENEZIA. «Mi hanno telefonato per dirmi che stavano andando nei nostri uffici a fare delle perquisizioni. Tutto qua il mio coinvolgimento». Parla Renato Chisso, veneziano, forzista, assessore regionale ai lavori pubblici e alle cave, l'uomo in cima alla piramide che conteneva fino all'altro ieri il funzionario che intascava le mazzette.
Assessore, chi le ha telefonato?
«La polizia. Io ho detto naturalmente di sì. Adesso gli accertamenti sono in corso».
E voi non fate nulla?
«Come no. Primo: il caposervizio cave si è dimesso dall'incarico; non solo, si è licenziato anche da dipendente regionale. Secondo: tutte le istruttorie di cui si stava occupando verranno rifatte. Terzo: faremo un'istruttoria interna per verificare il funzionamento degli uffici».
Significa che possono esserci sospetti anche sulle altre pratiche, o che questi sospetti sono infondati?
«Qui bisogna capirsi bene. L'iter per l'apertura di una cava, prevede che l'interessato faccia domanda al suo Comune, il quale invia la pratica alla Provincia. Quest'ultima la trasmette in Regione per l'istruttoria, precisamente agli uffici del Dipartimento. Il parere viene poi espresso nell'ambito di un'altra struttura regionale, la Commissione Tecnica Regionale per le Attività Estrattive, la quale, per regolamento, dovrebbe essere presieduta da me. Ma io ho sempre delegato ad altri, per una precisa scelta».
Quale?
«Fin da quando sono arrivato, ho deciso di fare una separazione netta tra il livello politico e quello tecnico. I tecnici svolgono il loro lavoro in autonomia. La Ctr Attività Estrattive è formata da 30 persone: 3 sono espresse dal Consiglio, 5 dalla giunta, 3 dai sindacati, 1 da associazioni ambientaliste, 1 dagli industriali, 1 dagli artigiani, 1 dai Consorai di bonifica. Poi c'è il sindaco del Comune, la Provincia e ci sono i membri interni. Ma la maggioranza della Ctr è composta da membri esterni e non è raro che la decisione che esce dal Dipartimento venga capovolta in Ctr. Non accade mai che la decisione presa dalla Ctr venga capovolta in giunta, dove la pratica viene trasmessa per la definitiva approvazione».
Lei non si sente dunque in discussione?
«E perché mai? L'iter è quello che ho descritto, prevede una doppia serie di filtri, il coinvolgimento di decine di professionisti. Io non mi sento affatto in discussione. Sono amareggiato, piuttosto, questo sì, per la gravità del fatto: è una cosa diversa. Ma da questo punto di vista, è meglio che queste cose escano: consentono di far chiarezza, cosa che stanno già facendo i responsabili della struttura, avviando l'istruttoria amministrativa».
Fin qui l'assessore Renato Chisso. In materia di cave, va registrata anche una interrogazione alla giunta regionale presentata da alcuni consiglieri regionali Ds: Lucio Tozz, Giampiero Marchese, Claudio Rizzato, Adriana Costantini e Nadir Welponer. I firmatari chiedono se bisognava aspettare una ordinanza del Tar del Veneto (emessa in coda ad una sentenza) che impone alla Regione l'adozione entro 12 mesi del piano regionale per l'attività estrattiva. Manca dal 1982.
Con 232 siti, di cui 80 ancora attivi, Treviso è in testa alla classifica veneta per quantità di estrazioni
Nel Trevigiano record di cave
Si scavano ghiaia e sabbia, ma anche argilla e calcare
di Ingrid Feltrin
TREVISO. Treviso è la prima provincia del Veneto per numero di cave, con ben 232 siti di cui 80 ancora attivi. I dati sono da capogiro solo per ghiaia e sabbia, senza contare argilla e calcare. La superficie di scavo autorizzata in provincia dalla Regione è di 9 milioni di metri cubi.
Si può quindi ben comprendere quale giro di affari rappresenti l'estrazione di ghiaia e sabbia a Treviso, dove le aziende attive sono circa una trentina. Le cifre fornite dagli uffici provinciali fotografano un territorio «groviera»: delle 232 cave totali, 90 sono destinate all'asporto di ghiaia e sabbia di cui 51 attive e 39 estinte, mentre quelle di argilla sono 120 delle quali 19 attive e 101 estinte. Mentre i siti rimanenti sono riservati all'estrazione di materie prime come la marna o il calcare. In particolare per quanto riguarda la ghiaia e la sabbia va detto che la superficie totale autorizzata dalla Regione per lo scavo al 31 dicembre dello scorso anno, era di 10.698.123 metri quadri per un volume netto di 165.097.130 metri cubi ed un volume netto residuo di 48.455.000 metri cubi. Non è quindi un caso che sulle strade della nostra provincia ci sia una presenza massiccia di automezzi pesanti che hanno capacità di trasposto fino a 70 tonnellate. Ma come vengono autorizzate le cave? Generalmente sono le aziende del settore a presentare la richiesta di escavazione in Regione, dove il progetto viene esaminato dalla Commissione Tecnica che chiede un parere consultivo anche al comune interessato ed alla Provincia. «Purtroppo la legge regionale 44 del 1982 - spiega l'assessore provinciale Leonardo Muraro - ci relega ad un parere puramente consultivo e quindi il nostro giudizio, come quello dei comuni, non ha alcun peso sulla decisione della Regione, tanto che molto spesso i nostri pronunciamenti a sfavore dell'apertura di nuove cave vengono ignorati». Va inoltre detto che la legge regionale 44 ha suddiviso il territorio trevigiano in fasce, individuando le aree dove è possibile scavare. Una scelta dettata dalla maggior presenza di materia prima. Comuni come Giavera, Nervesa, Trevignano, Arcade, Vedelago e Montebelluna, dove passava il paleo-alveo del Piave - quindi ricchi di ghiaia - sono stati classificati come zone di escavazione. In questi paesi è possibile destinare alle cave il 3% del territorio agricolo: una porzione di territorio tutt'altro che irrilevante se si pensa che solo a Giavera del Montello equivale a 52 ettari. L'iter burocratico prevede che l'azienda estrattrice che ottiene l'autorizzazione regionale, versi al Comune una quota di 1200 lire per ogni metro cubo estratto, a titolo di risarcimento per il disagio arrecato. La legge obbliga Comuni e cavatori a siglare una convenzione. E in sede di contrattazione spesso le amministrazioni riescono a ottenere anche delle quote aggiuntive che fino allo scorso anno venivano date sotto forma di opere realizzate, ma dal 2002 vengono pagate in denaro. Quanto alle profondità delle cave, variano in base al rapporto tra l'area e il perimetro del terreno individuato e possono raggiungere mediamente i 25 metri rispetto al piano campagna, ma in provincia ci sono anche cave più profonde. L'aspetto della profondità non è irrilevante poiché più volte, in passato, nella nostra provincia si è scavato fino a raggiungere la falda acquifera, intaccando in modo grave il patrimonio idrico della Marca. Negli ultimi anni, però, l'escavazione ha riguarda anche nuove aree dove, attraverso le migliorie fondiarie, sono state autorizzate ulteriori estrazioni.
Un fenomeno nuovo che ha creato non pochi problemi poiché talvolta le autorizzazioni vengono violate scavando più del consentito e rimpiazzando la ghiaia o la sabbia con del terreno che ha minor valore commerciale.
Le aziende sanzionate per il mancato rispetto delle concessioni, se vengono scoperte, devono pagare un ammenda che ammonta solo ad un terzo del valore della ghiaia estratta in eccesso.
I PRECEDENTI
Dagli indagati eccellenti degli anni Novanta
alle indagini su Pasta Zara, Totocalcio, Spisal
s.t.
TREVISO. Ritornano nella Marca le tangenti. Mazzette a un funzionario del Coni, a un ispettore dello Spisal e ora a un dirigente regionale: sono le inchieste che hanno tenuto banco negli ultimi mesi. Lo scorso 27 novembre scattano le manette per Ernesto Vello, ispettore Spisal di Treviso, sorpreso con 1.300 euro in tasca. Il giorno dopo è rinviato a giudizio Gabriele Nogherotto, membro di una commissione Coni: avrebbe chiesto mazzette ai commercianti che volevano aprire ricevitorie Totocalcio. Martedì la polizia ferma Michele Ginevra e indaga 4 imprenditori, alcuni già sotto inchiesta. Come Roberto Grigolin: a fine luglio era stato indagato per il «saccheggio» del Piave. E sempre il Piave è al centro del caso «scavi abusivi» che coinvolge nel '77 Balbinot. Quanto alle tangenti nella Marca, si deve risalire ai primi anni '90 per trovare altri casi eclatanti.
Il 25 agosto '92 viene arrestato il segretario regionale della Dc Gianpietro Favaro; coinvolti nella stessa inchiesta il vicepresidente della Provincia di Treviso, Graziano De Biasi (Psi), il cavatore Adriano Bergamin di Riese, e un funzionario. L'imprenditore, secondo gli inquirenti, aveva pagato tangenti per ottenere agevolazioni per la cava. Favaro (14 giorni di cella) e De Biasi saranno prosciolti.
Nel '93 il presidente della San Benedetto, Giuliano De Polo, viene coinvolto in un'inchiesta di Di Pietro. Nello stesso anno finisce nei guai il sindaco di Pederobba Livio Sartor, accusato di concussione corruzione. Sotto inchiesta anche la Pivato di Oné di Fonte per tangenti sulle strade. Al'93 risala l'inchiesta sulla tangentopoli sanitaria castellana. Nel '95 l'ex vicesindaco Dc Albino Dal Bello finisce davanti ai giudici con il segretario di Bernini, Franco Ferlin, per la presunta mazzetta dei «Giardini del sole». Nel '96 espolde il caso delle mazzette a un funzionario della Motorizzazione. Lo scorso settembre la Corte d'Appello conferma le condanne nei confronti del responsabile della Pasta Zara Franco Bragagnolo per istigazione alla corruzione, per aver offerto una mazzetta da 100 milioni al sindaco di Riese Luca Baggio. Sotto inchiesta, per tangenti, era finito a cavallo degli anni '90 il senatore ed ex ministro asolano Cesare Bernini.
LA PROVINCIA
«Per un territorio così impegnativo
le risorse che abbiamo non bastano»
i.f.
TREVISO. Il controllo delle attività estrattive è demandato dalla Regione alle Province. A Treviso sono i funzionari dell'ufficio Ecologia a fare i sopralluoghi nel territorio per verificare se le autorizzazioni vengono rispettate. Ma l'esiguo numero di addetti e la vastità del territorio, inducono i tecnici a muoversi soprattutto su richiesta dei Comuni o dei cittadini. «Il lavoro è tanto e le risorse sono scarse, ma nel 2000 abbiamo svolto controlli tali da infliggere sanzioni per 2 miliardi di lire - spiega l'Assessore provinciale Leonardo Muraro - Fino allo scorso anno la Regione non ci riconosceva nessun sostegno economico per finanziare questo servizio tanto che abbiamo dovuto dotarci di strumentazioni costose a nostre spese per fare i controlli. Fortunatamente adesso la Regione ci ha concesso di incamerare il 50 % di ogni sanzione attribuita a chi svolge della attività abusive in violazione alle autorizzazioni».
Muraro spiega inoltre che sempre più spesso le aziende sanzionate presentano ricorso al Tar dove però, negli ultimi tempi,la Provincia ha più volte dovuto chinare il capo ed accettare dei responsi che davano ragione ai cavatori. «Il controllo è un compito difficile ma crediamo che solo attraverso il monitoraggio di questi siti si possa tutelare il nostro territorio già fortemente compromesso dalla escavazioni - commenta Muraro - Gli interessi in ballo sono molti e la corruzione è sempre in agguato, ma confidiamo nel nostro personale e nella sua integrità morale». L'assessore si dice inoltre preoccupato perché oltre a dover monitorare le cave, la Provincia è chiamata anche a controllare la migliorie fondiarie, che oltre ad essere numerose rappresentano anche una delle circostanze in cui più frequentemente si registrano delle violazioni.
«Molti di coloro che eseguono le migliorie fondiarie, asportano quantità maggiori di ghiaia rispetto a quanto autorizzato dalla Regione - conclude - volevamo una modifica della legge, ma fino a dora è rimasta lettera morta».
PRIMO PIANO
«Noi, criminalizzati dai soliti sospetti»
Grigolin chiede garanzie. Il legale di Guidolin: «Pronti a collaborare»
Sandro Bolognini
 Roberto Grigolin
TREVISO. Grigolin, «Postumia Cave», «Ghiaia di Colfosco» e Balbinot. Sono quattro colossi dell'imprenditoria estrattiva della provincia di Treviso. Da ieri amministratori e titolari delle imprese sono indagati per corruzione. Il blitz coordinato dalla Procura della Repubblica di Treviso eseguito dagli uomini della Squadra Mobile con a capo il dirigente Riccardo Tumminia, è scattato ieri mattina all'alba e ha trovato tutti ancora nelle proprie abitazioni. Solo Daniele Montesel non c'era: si trova all'estero per lavoro. Proprio colui che martedì si era trovato in un ristorante di Pieve di Soligo con il geologo Michele Ginevra, il funzionario della Regione Veneto sorpreso dai poliziotti con le bustarelle nelle saccocce.
Sulla delicata vicenda il «Gruppo Grigolin spa», che vede indagato Roberto Grigolin, amministratore dell'azienda, parla attraverso un comunicato. «Il Gruppo Grigolin è per l'ennesima volta sorpreso da come una serie di notizie su un'indagine in corso siano già di dominio pubblico - spiega l'azienda di Ponte della Priula - ancor prima che gli inquirenti concludano il loro giusto e giustificato lavoro ci sono già dei colpevoli? O ancora peggio i nomi degli attuali indagati, che magari saranno prosciolti da ogni sospetto e responsabilità, vengono mescolati a varie informazioni su presunti illeciti, presunti colpevoli, presunte responsabilità. Allora se tutto è presunto perché generare un clima da caccia alle streghe? Il Gruppo Grigolin sottolinea che prende le distanze da ogni dichiarazione mirata a gettare fango sull'onestà e professionalità della stessa realtà imprenditoriale. A scanso di equivoci vogliamo sottolineare che il funzionario della Regione fermato in un locale pubblico non era in compagnia di nessun rappresentante del Gruppo Grigolin. Circa gli esiti delle perquisizioni effettuate nei confronti del Gruppo Grigolin, esiti a noi chiari e certi, saranno eventualmente gli stessi inquirenti a renderle pubbliche. Non possiamo che confidare in questi affinché si faccia chiarezza su tutta la vicenda. Speriamo ugualmente che questo episodio serva a cominciare a fare riflettere sul perché un settore economico così delicato sia continuamente criminalizzato. Se ci fosse tutto questo marciume chiediamo noi stessi alle autorità preposte di disegnare a tavolino forme di controllo che tutelino prima di tutto le aziende che vogliono lavorare all'insegna della trasparenza e dell'onestà. Questo per loro stesse, all'insegna di una leale concorrenza e per la tranquillità di tutte le famiglie dei lavoratori coinvolti».
Daniele Montesel, amministratore della ditta «Ghiaia di Colfosco» e Roberto Grigolin, amministratore del Gruppo che ha sede a Ponte della Priula, hanno nominato l'avvocato Piero Barolo quale difensore. «C'è stata una perquisizione non annunciata - spiega il legale trevigiano - nell'atto di perquisizione si parla del reato di corruzione contestato ai due imprenditori. Come difesa non resta che attendere gli elementi dell'accusa per sostenere la difesa. Rimango molto meravigliato sulla vicenda».
Anche Ferruccio Guidolin, 59 anni, di Castelfranco, titolare della «Postumia Cave» con sede legale a Bassano, ieri mattina ha subito quattro perquisizioni nella propria abitazione, a Bassano nella sede operativa a Trevignano e nello studio del commercialista. L'imprenditore si esprime tramite il proprio avvocato, Massimo Malvestio che precisa: «La polizia non ha sequestrato alcun documenti nei quattro posti dove si è recata ieri mattina - afferma l'avvocato Massimo Malvestio - sono stati solamente esaminati numerosi documenti. Nell'informazione di garanzia non è stato indicato il fatto, ma solamente le norme violate. Nel momento in cui verrà indicato il fatto specifico per cui è indagato, Guidolin si è detto disponibile a collaborare con l'autorità giudiziaria. Oltre tutto Guidolin ieri mattina è stato ascoltato senza avvocato, per cui si tratta di atti inutilizzabili».
PARLA BALBINOT
«La cava di Volpago ampliata
senza dover pagare una lira»
s.b.
TREVISO. Antonio Balbinot ha 68 anni. A Vidor, in via Roggia, è titolare di un'azienda di inerti e conglomerati bituminosi. Ieri mattina alle 7 si sono presentati gli agenti della Squadra Mobile e si sono recati nella propria abitazione e in azienda dove hanno effettuato le perquisizioni richieste dal pubblico ministero Antonio De Lorenzi.
Michele Ginevra, il capo servizio cave del servizio geologia della Regione Veneto, prima di recarsi a Pieve di Soligo aveva fatto tappa a Vidor. «Sì, ma io non ho mai pagato quel signore - ammette Antonio Balbinot - gli ho solamente regalato delle bottiglie di vino, così come faccio a fine anno ai miei dipendenti. E' per caso vietato?». Scusi, ma allora perché è indagato per corruzione? «Conosco Ginevra da almeno sette anni - spiega l'imprenditore che vive ad Asolo - ma io non ho mai pagato. Due anni fa ho chiesto l'ampliamento in profondità della cava di Volpago a 20 mila 900 metricubi e l'ho ottenuto. Ciò che ho chiesto, mi hanno dato e senza alcun favore. La polizia ha acquisito numerosi documenti sulla concessione. Io sono pulito».
IL GAZZETTINO Venerdì, 13 Dicembre 2002
Mazzette per scavare, «un sistema consolidato»
Il geologo della Regione avrebbe ammesso: «I soldi dai cavatori? Attestati di ringraziamento per lo zelo impiegato nelle istruttorie»
«Non intendo dire una parola, c'è una indagine in corso». Dalla sua abitazione padovana, Michele Ginevra, fino a ieri capo servizio cave della direzione geologica e ciclo d'acqua della Regione Veneto, non aggiunge altro. Perché ha già parlato. Per quattro ore, martedì scorso, dopo che la Squadra Mobile di Treviso lo aveva trovato in possesso di 17 mila euro, mentre si accingeva a metter piede nel ristorante Casa Balbi, a Pieve di Soligo, in compagnia di un collega, e di un imprenditore. Mazzette , secondo la polizia, ricevute da tre cavatori. La chiave di volta di una indagine partita non più di due mesi fa, culminata ieri mattina con decine di perquisizioni in uffici e abitazioni, quelli dei cavatori finiti nell'inchiesta, ma anche nella struttura regionale dove Ginevra prestava servizio. Tutti trevigiani, gli imprenditori, e tutti indagati per il reato di corruzione: Daniele Montesel (che martedì stava accompagnando Ginevra a Pieve), 39 anni di Susegana, titolare della "Ghiaia di Colfosco" con sede a Colfosco; Roberto Grigolin, 47 anni rappresentate dell'omonimo gruppo, casa e uffici a Ponte della Priula; Antonio Balbinot, 69 anni, titolare dell'omonima impresa operante a Vidor e residente invece ad Asolo; e, infine, Ferruccio Guidolin, 59 anni di Castelfranco, cantiere a Trevignano (la "Postumia Cave") e sede legale a Bassano del Grappa.
Ovviamente, di corruzione deve rispondere anche il padovano Michele Ginevra, 59enne, che cinque anni fa era finito in un'altra vicenda giudiziaria per concorso in falso in atto pubblico, vicenda dalla quale uscì pulito, e che proprio ieri ha raggiunto la quiescenza, come precisato dall'ente per il quale da anni lavorava in qualità di geologo. Anni durante i quali, come lui stesso avrebbe ammesso agli inquirenti, era diventata prassi ricevere ringraziamenti sotto forma di sonanti omaggi. Impossibili da quantificare. È emblematico, comunque, il sequestro di alcuni lingottini d'oro trovati nella cassaforte della sua abitazione, e di 17 mila euro custoditi nel medesimo forziere.
«Un modo per ringraziare il lavoro svolto nella istruttoria delle pratiche», avrebbe ammesso il funzionario regionale nelle quattro ore di fitto interrogatorio avvenuto negli uffici della Mobile nella stessa sera di martedì, al quale non spettava l'ultima parola per decidere se bocciare o promuovere le richieste dei cavatori. Ci avrebbero pensato i politici, in Giunta Regionale, sulla scorta dei vari pareri. Ma, quello di Ginevra, aveva decisamente una importanza non da poco. Era lui che andava ad effettuare personalmente i controlli nei siti che i cavatori intendevano "intensificare", ovvero - ad esempio - scavare più in profondità quando l'estensione della cava aveva raggiunto il limite consentito per legge (il 3\% di ogni singolo territorio comunale). E, dopo i sopralluoghi, arriva il parere, che imprimeva maggiore e minore velocità alla pratica. A seconda della mazzetta? È solo un interrogativo.
Ma l'indagine intende andare oltre. Dove? Il dirigente della Squadra Mobile trevigiana, dott. Riccardo Tumminia, si è limitato a commentare: «Si apre uno spaccato su una gestione delle istruttorie per il rilascio delle autorizzazioni che adesso è sotto inchiesta». Il resto è confermato punto su punto dal magistrato titolare dell'inchiesta, il sostituto procuratore, dott. Antonio De Lorenzi. E, alla domanda: "Una prassi unicamente trevigiana?", la risposta non è arrivata: nè un sì ma nemmeno un no. Sarà l'inchiesta a dirlo. Così come dovrà dire se effettivamente i cavatori indagati siano dei corruttori. Il Gruppo Grigolin, su questo punto, si è detto «sorpreso da come una serie di notizie su una indagine in corso siano già di dominio pubblico». Precisando che, "a scanso di equivoci, il funzionario della Regione fermato in una trattoria non era in compagnia di nessun rappresentante del Gruppo Grigolin». In attesa degli esiti della indagine: «Speriamo che questo episodio serva a cominciare a far riflettere sul perché un settore economico così delicato sia continuamente criminalizzato. Se ci fosse tutto questo marcio, chiediamo noi stessi alle autorità preposte di disegnare a tavolino delle forme di controllo che tutelino in primis le aziende che vogliono lavorare all'insegna della trasparenza e dell'onestà».
Giancarlo D'Agostino
Blitz ieri all'alba della polizia che ha perquisito aziende e abitazioni di alcuni imprenditori del settore
Tangenti per le cave, cinque indagati Montesel, Grigolin, Balbinot e Guidolin coinvolti insieme a un funzionario della Regione
Treviso
Mazzette dai cavatori ad un funzionario della Regione. Una tempesta, quella che questa settimana si è abbattuta fra Venezia e la Marca, l'asse lungo la quale si è sviluppata una delicata indagine avviata due mesi fa dalla Squadra Mobile trevigiana. Delicata, perché le accuse parlano senza mezzi termini di corruzione, reato per il quale cinque persone si trovano ora indagate dalla Procura di Treviso, nella persona del sostituto procuratore Antonio De Lorenzi. Oltre al funzionario, Michele Ginevra, caposervizio cave della direzione geologica e ciclo dell'acqua della Regione Veneto, anche cinque cavatori trevigiani: Daniele Montesel, Roberto Grigolin, Antonio Balbinot e Ferruccio Guidolin.Il ciclone giudiziario, all'alba di ieri si è sviluppato in una decina di perquisizioni, ordinate dopo che martedì scorso lo stesso geologo della Regione era stato trovato in possesso di tre distinte somme di denaro per complessivi 17mila euro, che avrebbe ricevuto da tre dei quattro imprenditori indagati. Ginevra, subito interrogato, avrebbe ammesso: «Una prassi, ma si trattava di forme di ringraziamento a fronte dello zelo dimostrato nelle istruttorie per la concessione a scavare». Una prassi che sarebbe andata avanti da circa 15 anni. Il funzionario, coincidenza, proprio ieri ha lasciato il servizio essendo andato in pensione. Nella sua abitazione, in una cassaforte, custodiva mezzo chilo di lingottini d'oro, un ulteriore "regalo".
D'AGOSTINO
IN PARTE NAZIONALE
LA REGIONE
L'assessore Chisso: «Sono amareggiato ma c'è già una indagine amministrativa»
«Le notizie dell'indagine nei confronti del geologo Michele Ginevra e del primo esito delle stesse mi hanno profondamente amareggiato per la gravità dell'evento». A parlare è l'assessore regionale alle Politiche per l'ambiente, Renato Chisso . «Mi risulta che i responsabili dirigenti della struttura (ovvero gli uffici veneziani della Regione in cui fino a ieri il funzionario prestava servizio in qualità di geologo, ndr) hanno immediatamente avviato un approfondimento amministrativo interno di verifica in relazione alle pratiche affidate e sequestrate all'interessato che peraltro risulta essere in quiescenza dalla data odierna. Sono fiducioso - ha concluso l'assessore - nella magistratura e nel suo operato perché possa fare tempestivamente chiarezza su questa vicenda».
I PRECEDENTI
Anche la Guardia di Finanza si è interessata alle escavazioni lungo l'asta del Piave
Ci sono precedenti indagini, a proposito delle attività di escavazione lungo l'asta del Piave. Ad interessarsene, la Guardi a di Finanza di Treviso che, nella primavera di due anni fa, effettuarono più di un blitz per controllare le opere di bonifica avviate lungo il fiume e le escavazioni: controlli fra Nervesa-ponte della Priula, fino a Maserada. L'indagine, ad oggi, non è ancora conclusa. In quello stesso periodo, le Fiamme gialle scoprirono una escavazione abusiva a Roncadelle di Ormelle, sempre lungo il Piave, fiume legato anche da motivi storici alla Guardi a di Finanza , in quanto durante la Grande Guerra il 7° Battaglione, di slocato lungo il Piave, formò una eroica barriera contro il nemico, che valse alla Finanza la medaglia di bronzo al valor militare.
VITTORIO CEOTTO, PRESIDENTE ATEC
«Leggi carenti, chiarezza in fretta»
«Abbiamo assunto impegni sul fronte della trasparenza». Ricadute sui lavori in corso Vittorio Ceotto, presidente degli industriali del settore delle cave, è stato colto di sorpresa dalla notizia dell'indagine sui soldi versati da colleghi a un funzionario regionale.
«Penso di parlare a nome della grande maggioranza degli imprenditori del settore quando affermo che di per sè sono condannabili questo tipo di operazioni. La magistratura farà le sue indagini. Se ci sono delle responsabilità, emergeranno. Se responsabilità non ci sono, si spera che si faccia chiarezza in fretta. È chiaro che, con un'indagine ancora in corso, al momento attuale resta la solidarietà per le persone coinvolte».
Ceotto fa un passo avanti. «Sul fatto attendiamo di avere certezze. Ma quel che si può affermare subito con cognizione di causa è che la legge regionale sulle cave, risalente a venti anni addietro, è carente. Manca di regole e di tempi certi».Come dire che, laddove non ci sono percorsi precisi, si può aprire lo spazio per discrezionalità degli addetti all'applicazione della legge.
«Gli imprenditori - spiega ancora Vittorio Ceotto per essere più chiaro sui punti insidiosi - presentano una domanda alla quale sono legati importanti investimenti. Ma non hanno certezze sui tempi. In situazioni del genere può capitare che qualcuno, per furbizia o anche per necessità, cerchi un modo per acquisire certezze, per poter svolgere il suo lavoro. È chiaro: non giustifico il ricorso a mezzi illeciti, ma cerco di capire. Abbiamo a che fare con ambiti burocratici che creano molte incertezze. Una legge dovrebbe rimettere a posto questa materia».
«Come categoria - continua il presidente degli industriali delle cave trevigiani - abbiamo fatto sforzi per dimostrare trasparenza. Questo impegno viene disturbato da notizie come quelle appena apprese».
«E in situazioni come questa c'è anche una possibile ricaduta negativa, che dovremmo scongiurare, sul lavoro svolto con le istituzioni - è la conclusione di Vittorio Ceotto - Perchè proprio in questo periodo gli enti pubblici hanno bisogno di molti inerti se si vorranno attuare i grandi lavori necessari a dotare la regione di adeguate infrastrutture viarie».
Barty Stefan
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