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"Camminare" un'idea

Molti sono pronti ad encomiare e ad auspicare l'uso dei mezzi pubblici, tutti sono pronti a lamentarne le carenze...MA:

Andare a piedi

 

LA SOLITUDINE DEL PEDONE

di ANTONIO DEBENEDETTI (Corriere della Sera Mercoledì 6 Novembre 2002)
 

Il pedone, cioè l’uomo o la donna a due gambe e senza altra forza motrice che la pompa del suo cuore, è stato fino a ieri, dovrebbe continuare a essere oggi lo sposo ideale o la sposa prediletta della città. Il suo dovrebbe costituire un matrimonio quasi perfetto con i marciapiedi, gli attraversamenti su strisce e tutti gli altri spazi urbani riservati agli utenti più indifesi, meno rumorosi e inquinanti che calchino il suolo cittadino. Il pedone dovrebbe insomma compiacersi della sua città e la città del suo pedone. Non è così, invece. La Capitale ha tradito infatti il pedone, lo ha fatto becco, lasciandolo solo e scornato! Come? In che modo si è consumato e torna ogni giorno a consumarsi questo malinconico abbandono? Vediamo. Il pedone, fino a ieri, si affidava al marciapiede, vi si abbandonava come il marito o la moglie al talamo nuziale. In quello spazio protetto, in quel luogo tutto suo non aveva nulla da temere. Si sentiva sicuro, forte di diritti inviolabili come fosse a casa propria, ben accompagnato, nel letto datogli dall’amore e dalla legge. Adesso, invece, il marciapiede è il giaciglio di tutti. Peggio di un bordello! Lo violano i motocicli, le ruote delle macchine in sosta, i banchetti degli ambulanti. Come non bastasse, autentiche dighe di due ruote in sosta impediscono al pedone di gettarsi temerario, forse suicida ma libero in mezzo a un fiume di auto. In quei momenti, tutti lo sappiamo, l’uomo o la donna a due gambe si sente solo, sopraffatto, bisognoso d’una comprensione che nessuno gli darà mai. Il marciapiede è morto e i suoi numerosi vedovi sono all’inutile ricerca d’un sostituto legittimo o illegittimo!
Nei momenti di maggiore depressione, a ricordare al pedone la sua solitudine di personaggio ormai anacronistico e a malapena tollerato, intervengono situazioni sempre più aggressive dietro l’apparenza della normalità. Ma è davvero normale quello che succede nelle strade del centro megafonate da guide e ciceroni? Hanno ragione, sempre e comunque, i turisti riuniti in popoloso, straripante gregge? Sono accettabili le colonne di asiatici, i «tranquilli ulivigni» come li definiva D’Annunzio, che formano vere e proprio collane umane sorde a qualunque richiesta di cedere il passo, di lasciare un varco a chi deve raggiungere l’ufficio o sa di aver fatto tardi a un appuntamento di lavoro? Di fronte alla loro indifferenza il pedone si riconosce impotente e l’impotenza, ragionando di se, induce un sentimento di desolata solitudine. Non parliamo qui di quei pedoni che, desiderosi di starsene in compagnia dei loro pensieri, vengono brutalmente riportati al grigiore quotidiano da chi si è perso e non sa dove sia piazza Venezia o Fontana di Trevi. E che dire di quella sinfonia antipedonale suonata, non sempre a ragione, da sirene, allarmi, fischietti e altre armi strazia-timpani?
Oggi si tengono in gran conto le richieste espresse manifestando nella pubblica via. Perché, dunque, nessuno da retta a quei pedoni che con il loro paziente silenzio manifestano quotidianamente un disagio ormai arrivato al limite?
 
 


Cronaca di Roma