Wiston Bogarde non l'avrebbe mai fatto |
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| racconto n. 20 |
di Bi |
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Il terzino più lento che il Milan recente abbia mai visto non avrebbe mai rincorso la palla solo per evitare una rimessa laterale. In effetti dubito che fosse in grado di rincorrere qualunque cosa, persino la sua ombra era più veloce di lui. Winston Bogarde non era solo un terzino, era un difensore capace di spaziare per tutto l’arco della difesa e di far danno ovunque. Quello che rincorre tutti i palloni nel giro di 60 metri è Schizzo, un terzino della madonna che gioca nella mia squadra, i LMBG. E ho detto tutto. Io sono l’allenatore, il presidente , il libero. Un libero moderno. Sempre attento alla linea della difesa, non alla mia, lentissimo e pesante peggio di Bogarde. Per questo è necessario Schizzo. Non siamo una vera squadra. Non partecipiamo a nessun campionato e non ci alleniamo mai. Quando ci vediamo è generalmente per delle gran bevute, o per far casino giù in paese. Qualche volta però ci scappa di fare una partita, quando troviamo undici folli disposti a farsi immolare sull’altare del calcio spettacolo. Schizzo non è un vero terzino; lui è la difesa. Noi giochiamo generalmente con un 4-4-2 iniziale che subito si trasforma in un 3-5-2 e dopo dieci minuti è un 3-4-3, a metà del primo tempo è già un 3-3-4. In genere arriviamo all’intervallo con un modulo 2-4-4, se la partita si mette male anche un 1-4-5 (l’uno sono io che non me la sento di spingermi in attacco). La norma poi è che finiamo la partita con un più equilibrato 1-4-3, perché uno degli attaccanti si fa espellere quasi sempre. Se ha senso parlare di schemi noi siamo la prima squadra col modulo flessibile di tutta la provincia di Milano. Il Milan di Zaccheroni c’è arrivato dopo, per la necessità tecnica di inserire un Boban in gran forma in una squadra che girava poco. Il cambiamento di modulo nel Milan, dal 3-4-3 al 3-4-1-2 è accompagnato dalla sostituzione di un giocatore. Noi cambiamo modulo senza sostituzioni. Questa sì che è flessibilità. Oltre a me, che faccio la roccia inamovibile, c’è il già menzionato Schizzo, poi Billi, in onore di Costacurta, e AttilailflagellodiDio, per brevità solo Attila. Billi è scarsissimo ma cosciente dei suoi mezzi, per cui se ne sta diligentemente in difesa e ciabatta la palla come meglio può per almeno dieci minuti, poi decide che in attacco c’è bisogno di lui e sparisce. Schizzo nasce terzino sinistro, ma poi gioca ovunque. Io sono BI e faccio il palo. Gioco come Billi, ma avendo avuto io l’idea della squadra mi do arie da allenatore in campo. Ed in effetti di calcio ne capisco. Non per vantarmi, ma tra tutti sono l’unico che ha l’occasione di leggere la Gazzetta tutti i giorni, per cui c’ho la mia bella competenza. Attila attacca e semina distruzione. Qualcuno gli ha detto una volta che lui era un "terzino di spinta nato" ( che cretino, sono stato io, ma ero ubriaco per cui ho le attenuanti) e da allora nessuno l’ha più visto difendere. La difesa è il nostro reparto più sottovalutato. Nel senso che se ne fregano tutti. A proposito, in porta c’è Dino, chiamato così perché non parla mai, oltre che per la vecchia fede juventina e perché fa il barista ("Dino dammi un crodino", oppure "Dino dammi del cretino"), ma soprattutto perché quello è il suo vero nome. Non possiamo fare a meno di lui, anche perché dopo ogni partita vinta andiamo nel suo bar e lui ci offre da bere. Che gentiluomo. Il centrocampo vede schierati, da sinistra a destra: Il Biondo, così chiamato perché di capelli non ne ha più da un pezzo; Maradona, ossia il "pibe de oro" o il "testa de cazo", a seconda della giornata in cui si trova; Il Capitano, monumento al calcio che fu, tutto tocchettini e palle lente, da molti detto anche il fighetta; Roccia, monumentale essere umanoide alto quasi due metri che presidia la fascia destra, perennemente lasciata sguarnita dall’avanzata di Attila; il suo compito è di non lasciare passare nessuno, e lui lo esegue con una ferocia da killer del Mossad. In attacco c’è il Cobra, chiamato così perché fa la boa, e poi c’è Darko Panchev. Potete immaginare il motivo del suo soprannome. La panchina non esiste; già ci ho messo dei mesi a trovare undici titolari, figuriamoci se sono anche andato a cercare qualcuno disposto a fare panca. Che poi vogliono giocare sempre tutti e nessuno vuole mai uscire, quindi ogni sostituzione finirebbe a botte. Dicevo che non siamo una vera squadra, ed è vero. Ma ogni volta che riusciamo a trovare altri undici coraggiosi contro cui giocare diamo vita a partite memorabili. Se va tutto bene la prossima primavera ci iscriveremo ad un qualche torneo, ammesso che si giochi ancora insieme e che si riesca a vincere qualche partita nel frattempo, tanto per fare morale. Tutte le nostre partite però sono finite con una rissa, per cui nessuno si sognerebbe di sfidarci una seconda volta. Finora ne abbiamo giocate una decina e ne abbiamo pareggiata una, perse otto e vinta una, non so neppure come. Era una giornata di grazia per tutti noi ed è stata la partita più incredibile che io ricordi. Si trattava di una amichevole con una squadra che partecipa al campionato dilettanti e che per giunta si chiama "Boys A.C.", anche se sospetto che non possano usare quel nome. Noi li avevamo sfidati e loro avevano accettato per fare un allenamento, convinti che ci avrebbero sommerso di gol e pernacchie. Per quella occasione c’era anche un arbitro e due ragazzini facevano da guardalinee. Ma da come ci vedevano ho atroci sospetti su come tutti e tre impieghino il loro tempo libero. Noi avevamo appena comperato, grazie ad una colletta ed alla vendita di una autoradio che Schizzo ha giurato di aver trovato in un campo dietro casa sua, le maglie nuove. In pratica quelle della Croazia, ma con i numeri scritti in verde; sembrano dei semafori. Due tempi da quaranta minuti. Campo regolamentare. Schieramento ottimale da entrambe le parti. Era la prima volta che giocavo su un vero campo da undici, con l’erba tagliata all’altezza giusta e delle vere panchine. Mi sembrava enorme. C’erano anche delle gradinate, su cui si sono accomodati i pochi tifosi. I miei compagni di reparto erano lontanissimi. Fortunatamente anche gli avversari. Il campo da undici per chi non è pratico è una enorme distesa verde, una sorta di savana inesplorata, che non sai mai se riuscirai ad attraversare interamente. Le squadre si allungano per forza di cose, perché lo scarso allenamento consente al massimo due sgroppate per tutto il campo, non di più. Per evitare questo rischio (da sacchiano di ferro so che la squadra lunga è quanto di peggio possa capitare nella vita) decisi di avanzare la linea difensiva di una decina di metri e di impostare la partita sul fuorigioco e sul pressing di Schizzo, che era l’unico in grado di sostenere fisicamente lo sforzo di rincorrere la palla. Insomma si giocava come la Roma di Zeman, ma senza Totti e Aldair. Appena dato il fischio di inizio urlai "mi raccomando, tenete la squadra corta" e Attila partì, senza la palla, verso l’attacco. Roccia lo vide con la coda dell’occhio e lo placcò stile football americano, poi gli sussurrò qualcosa. Non so cosa, ma Attila se ne tornò dietro mogio mogio e non tentò di avanzare per tutto il primo tempo. Gli avversari ci studiavano con aria compiaciuta, consapevoli della propria superiorità. Facevano come il gatto col topo, si passavano la palla in un torello quasi strafottente, con il Capitano in mezzo. Solo che non avevano capito che lui non aveva la minima intenzione di rincorrere il pallone e facevano inutilmente una gran fatica, perché non essendo anche loro delle cime la maggior parte dei passaggi erano imprecisi e dovevano inseguire la palla. Nei primi dieci minuti riuscirono a tirare verso la porta cinque volte. Noi non facevamo assolutamente nulla per cercare di fermarli e forse questo li disorientava. In dieci minuti l’unico di noi che avesse toccato la palla era stato Roccia, che vistosi davanti il numero 3 avversario gli aveva tirato un urlaccio tale da farlo sobbalzare e si era trovato la boccia fra i piedi. Una volta ottenuto il possesso dell’oggetto Roccia non sapeva cosa farsene, per cui non ha trovato di meglio che calciarlo in avanti con tutta la forza. La palla è finita in un boschetto oltre il recinto del campo e dopo venti minuti di ricerca abbiamo deciso di prenderne un’altra. La pausa era servita a schiarirci le idee. Potevamo farcela. Ce l’avremmo fatta. Cominciava solo allora la vera partita. Durante la pausa di ricerca io ebbi la brillante idea di suggerire alcuni schemi alla squadra. Il primo schema era: se Attila avanza, uccidilo. Ed era rivolto a Roccia, che accolse il suggerimento con un entusiasmo molto preoccupante. Il secondo schema era: Schizzo, stammi vicino che io ho già perso un polmone. Schizzo era fresco come una rosa, pur avendo già corso da solo più di tutta la squadra messa insieme. Ma lui da piccolo aveva fatto atletica ed era anche bravo, per cui la corsa gli era rimasta addosso. Aveva smesso per passare al calcio, ma la sua carriera si è fermata quando è dovuto andare a lavorare. Poi ha perso anche il lavoro e da allora è cominciata una fase indefinita della sua vita. Schizzo correva sempre, anche fuori dal campo di calcio. Aveva fatto il militare nei bersaglieri e si era trovato benissimo. A scuola (eravamo stati compagni di classe al liceo) correva anche quando doveva andare in bagno, nei corridoi. Il terzo schema era: Darko, te la senti di stare a centrocampo e di fare giocare avanti Diego, che mi sembra in serata? Darko se la sentiva, meno male. Diego Maradona, quello vero, è il più grande calciatore di tutti i tempi, su questo non ci piove. Dopo di lui ci sono Pelè, Marco Van Basten e Franco Baresi. Scusate se sono milanista. Anche il nostro Maradona però non se la cava male, anzi posso dire senza timore di essere smentito che è il miglior calciatore con cui abbia mai giocato. Il suo nome intero è Diego Armando Capuozzo (come quello della pizza surgelata, è vero, ma non ci possiamo fare niente se la vita non ha fantasia). Viene da Napoli ed il motivo del nome mi pare chiaro. Quando è in giornata, è veramente un campione. Con la palla fa quello che vuole. È un po’ gracile, ed è per questo che non gioca in una squadra seria, e poi è a Milano solo da tre mesi e noi siamo le uniche persone che conosce. Gioca con noi perché è il cugino di una ex del biondo ed è il pezzo più pregiato della nostra campagna acquisti, anche se quando parla capiamo solo il 15 % di quello che dice. In pratica abbiamo lo straniero. Comunque quella sera Nancy (Annunziata per i parenti) aveva detto a Maradona che lo amava, e lui era un iradiddio. Quando ricominciammo passò all’attacco e Darko, che evidentemente aveva capito tutto, si spostò solo di due metri sulla destra. Così passammo dal 4-4-2 al 4-3-3. La palla era dei Boys. Se la passarono per alcuni secondi, facendo il consueto torello. Ad un certo punto uno di loro, che io simpaticamente ho ribattezzato "il minchione", incespicò sul pallone e lo fece finire sui piedi del Capitano. Questi, ottenuto finalmente il possesso della palla, decise di tenersela per un po’, con la sua solita sequenza di finte e tocchetti. Poi vide il biondo, che aveva appena finito la sigaretta ed era pronto ad uno scatto riossigenante. Gli fece un timido cenno ed il biondo partì. Ottenne la palla al limite dell’area e vide che c’era un corridoio per passare. Il cobra era in mezzo all’area e si sbracciava. Diego uguale, un po’ più verso sinistra. Urlava qualcosa che poteva essere "ue’ guaglio’, passamela a me", ma non sono certo. Da quella distanza non sentivo bene. Per quel che ne so avrebbero anche potuto essere i versi delle prime tre strofe del decimo canto dell’Inferno di Dante tradotti in napoletano dal solito De Crescenzo. Io ero un po’ indietro, completamente in debito d’ossigeno perché quando il capitano aveva preso la palla eravamo scattati tutti in avanti. Il biondo decise di dare la palla a Maradona. Il Pibe si girò, scartò il libero ed il portiere ed insacco nella porta. Il tutto con una rapidità ed un’eleganza da manuale del calcio, anche se c’è da dire che gli avversari che si trovava di fronte erano veloci come una cinquecento parcheggiata. Uno a zero e pellegrini annichiliti. Fu in quel momento che successe tutto. Mentre noi andavamo a complimentarci col Pibe il minchione si mise a correre verso Darko con l’aria di chi vuole vendicare l’onore ferito. Darko infatti s’era fatto intraprendente e, con la scusa del gol, aveva improvvisamente abbracciato una splendida, parcheggiata vicino alla linea di campo, che non aveva avuto i riflessi e la forza per sottrarsi ai festeggiamenti. Purtroppo era la fidanzata del difensore avversario. Roccia, vista la scena, corse verso il minchione interpretando appieno il ruolo di chi deve salvare l’amico in pericolo ed uccidere il nemico. Il portiere dei Boysr tirò su un casino della madonna perché secondo lui il gol non era valido perché il suo terzino era stato distratto da quel pirla che cercava di farsi la sua ragazza. Io, capitano coraggioso, presi per un braccio il numero 10 avversario e gli indicai Roccia che si avvicinava a grandi falcate. Lui capì al volo e corse verso il compagno di squadra veloce come non mai. In pochi minuti tutti, compresi i guardalinee che non vedevano l’ora di un po’ si sangue, ci ritrovammo intorno a Darko ed al minchione, che si guardavano in cagnesco. Dino e il Capitano sudavano sette camicie per trattenere Roccia, che aveva una gran voglia di menar le mani. Credo che lui giochi a calcio solo prefigurando la rissa finale. Il biondo approfittò della pausa per tirare fuori da non so dove un tocco di fumo e si fece un cannone. Sarebbe doping, ma non c’è truffa nei confronti degli avversari perché la canna fece il giro tra tutti coloro che sembravano interessati, senza distinzione di maglia ed età, per cui venne equamente divisa. Dal nostro frigorifero portatile (ogni squadra che si rispetti ne ha uno) saltò fuori anche qualche birra, per cui presto la partita si trasformò in una sorta di pic-nic tra imbecilli in mutande. In cinque minuti eravamo tutti amici per la pelle e la pace venne ristabilita con una solenne stretta di mano collettiva, propiziata dall’intervento arbitrale. La bionda, che essendo direttamente coinvolta nella questione volle partecipare al festino, fece pace col fidanzato infilandogli in bocca mezzo chilo di lingua e strusciandoglisi addosso per cinque minuti buoni. Il risultato di tutto ‘sto strusciamento fu che il minchione si rivelò tale di nome e di fatto. Tutto quello che aveva da offrire al genere femminile gli si rizzò dentro i pantaloncini, al punto che sembrava che ci avesse infilato dentro una bottiglietta di coca-cola. Quando finalmente ricominciammo la partita, stabilendo che mancavano dieci minuti alla fine del primo tempo, la bottiglia era ancora lì, e vi rimase fino all’intervallo. Il minchione in quello stato era ben lontano dalla forma migliore, e Maradona lo irrise per tutto il tempo rimasto con dribbling finte e tunnel molto pericolosi. Ma eravamo tutti talmente stonati che nessuno riuscì a fare un tiro verso la porta della squadra avversaria. Il primo tempo finì così, nello stupore generale del pubblico (cioè la bionda) con noi in vantaggio. L’intervallo fu molto utile per riprendersi, perché riuscimmo a recuperare la lucidità necessaria per capire che eravamo in vantaggio e forse, questa volta, avremmo potuto anche vincere. Anche per l’altra squadra una pausa fu utile. Sentivamo un gran casino dal loro spogliatoio. Era chiaro che non erano contenti e che stavano avendo un cordiale chiarimento. Al rientro la bottiglia del minchione non c’era più, ma lui pareva più stanco ed aveva un principio di occhiaie. Avevamo la partita in mano, se perdonate l’allusione. Quando rientrammo in campo però successe una cosa molto strana: di colpo tutti sembravamo esausti e disinteressati. Per tutto il secondo tempo l’unico che corse dietro alla palla fu Schizzo, ma ogni volta che la recuperava e tentava di darla a qualcuno, questa si perdeva nel limbo e l’azione sfumava. In quel mentre io mi persi dietro ad arcane riflessioni sui terzini del Milan e sugli effetti deleteri del doping. Senza peraltro collegare i due argomenti perché non mi sarei mai permesso. Mi facevo strane domande sull’abulia in campo di gente come Bogarde e Raiziger, che in altre squadre invece erano sembrati delle lippe. Poi venni distratto dai miei pensieri dallo srotolarsi di eventi che, come dicono gli speakers in TV, poco hanno a che fare col calcio e con lo sport. Roccia aveva intrapreso già dall’inizio del tempo un personale combattimento col numero 6 avversario. Si era capito che quei due si stavano reciprocamente sulle palle, ma speravo che il clima sportivo impedisse alla situazione di degenerare. Fecero una buona mezzora di schermaglie, a base di spinte e sgambetti. Poi, forse per via di una considerazione non proprio gentile che mi parve di aver colto da parte di Roccia nei confronti della di lui madre, il piccoletto tirò un cartone in faccia a Roccia e scappò a gambe levate. Schizzo lo rincorse mentre il capitano andava a prestare i primi soccorsi medici. Non che Roccia ne avesse bisogno; un pugno come quello gli fa il solletico, ma fu sufficiente a fargli perdere l’equilibrio ed a farlo cadere sulle chiappe. Attila decise di prendersi una sua vendetta e si buttò contro il primo tipo che gli capitava sotto mano, il capitano avversario. Dino e Billi cercarono di fermarli, ma senza troppo entusiasmo. I due lottavano bene ed era uno spettacolo vederli. Sembrava una di quelle risse che si vedono sempre nei film di Bud Spencer e Terence Hill. Alla fine i due pacieri decisero di prendersi una birra ed assistere all’incontro, facendo ovviamente il tifo per Attila. Il quale se la stava cavando anche abbastanza bene e non aveva bisogno di aiuto. Il minchione cercò di saltare addosso a Darko, che stava soffrendo le pene dell’inferno per il suo ennesimo amore non corrisposto, ma in breve si ritrovò addosso anche il Cobra ed il Biondo e dovette rifugiarsi negli spogliatoi a gambe levate. Darko in effetti non aspettava altro che l’occasione per poter menare quel poveretto, la cui unica colpa era di avere una ragazza troppo bella per i suoi meriti. Gli altri due invece volevano solamente picchiare qualcuno, e la nobile scusa di soccorrere un compagno di squadra fu accolta come un omaggio da parte di un destino altrimenti cinico e baro. L’arbitro sembrava inebetito; assisteva alla scena camminando in mezzo al campo, guadando ora da una parte ed ora dall’altra come se facesse zapping col telecomando. Tutti gli altri stavano a guardare, incerti se cercare di separare i combattenti o unirsi a loro. Tutti tranne Maradona, che non avendo sentito fischi arbitrali ed essendo totalmente concentrato solo sulla porta (e forse anche completamente alienato dal resto del mondo) prese la palla e, con un magnifico pallonetto, segnò la nostra seconda rete. Ufficialmente il gioco non era fermo, tant’è che uno dei difensori aveva anche tentato di contrastarlo, ma era stato uccellato come un principiante ed il gol si poteva considerare valido. Questa almeno è la nostra tesi. Quando Maradona si mise ad esultare come il suo omonimo ai mondiali americani l’arbitro uscì dal coma e decise di fischiare la fine anticipata della partita. Tanto nessuno lo avrebbe controllato col cronometro in mano. E poi la situazione era evidentemente incontrollabile. Finì due a zero, perché dopo aver minacciato la sua vita, la tranquillità della sua famiglia, le gomme della sua auto e le corna che teneva in testa, ho convinto l’arbitro a dare per buono anche il secondo gol. Il fatto che la partita non avesse nessun valore non conta. La rissa è finita al momento del fischio dell’arbitro, quasi come se fosse un’azione di gioco. Dopo il triplice FRIIIIP tutti si sono fermati. Ci siamo guardati negli occhi e siamo rientrati negli spogliatoi, quelli che non c’erano già entrati. Dopo quella sera la bionda ha lasciato il minchione, che in tutta la vicenda ha fatto proprio una brutta figura, e si è messa con Maradona, che adesso ha due ragazze (una a Napoli ed una qua) e gioca sempre meglio. Come abbia fatto a conquistarla non si sa. Col suo linguaggio incomprensibile non credo che l’abbia sedotta per la sua eloquenza, per cui oltre che essere un gran calciatore si vede che ha le sue virtù. Ma di questo proprio non dubito. Si capisce che è uno che ha un sacco di risorse. Le sorti della squadra sono invece molto più contrastate. Si è sparsa la voce che noi saremmo dei balordi, gente che non sa giocare e soprattutto non sa perdere. Le nostre statistiche dimostrano il contrario, ma è difficile combattere contro certi pettegolezzi. Soprattutto se c’è in giro uno come Roccia che picchia chiunque gli ripeta questa voce. Ora è da un po’ che non facciamo una bella partita. Mi sto dando un gran da fare per cercare di organizzarne un’altra, ma non riesco a trovare qualcuno disposto a giocare con noi. Inoltre sto cercando una nuova ala sinistra. Il biondo è stato momentaneamente trasferito nella squadra di S. Vittore. Pare che qualcuno sia riuscito a trovare dove tenesse l’erba e che ce ne fosse un po’ di più di quella considerata per uso personale. Se qualcuno fosse disponibile a giocare con noi lasci pure un messaggio a Dino, presso il Bar dello Sport. Lo riconoscerete subito perché è quello col naso storto, da pugile suonato.
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