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Parole&Pensieri

racconto n. 2

di Bi

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E’ certamente capitato a tutti noi almeno una volta, a scuola, di fronte ad un tema particolarmente idiota: hai davanti a te un pezzo di carta da riempire di parole che non sai trovare. Spesso si tratta solo di iniziare.

Una volta partiti le cazzate vengon da sé.

In alcuni casi più gravi anche una volta partiti non si sa come procedere. In questa situazione, se state affrontando un tema in classe, si consiglia lo svenimento.

Non è che idee proprio non mi vengano, ma lo fanno quando non ho la possibilità di fermarmi a scrivere. Quando sono in bagno e sto pisciando. Oppure appena sono andato a letto e non ho voglia, o non ho la forza, di rialzarmi e scrivere.

Spesso è la pigrizia che mi frega. Quante idee buone ho lasciato perdere per non dovermi spostare da dove sono. Sto invecchiando male.

Quando sono in vena cerco di scrivere tutto quello che mi viene in mente, e anche questa forse non è una buona idea, inseguendo le mie rarissime ispirazione come un segugio. Ne seguo l’odore e mi illudo di riuscire a riprenderle, ma raramente ce la faccio.

Visto che sono uno che si prende tremendamente sul serio uso un taccuino da vero professionista, di quelli che usavano ed usano gli scrittori famosi quando interpretano se stessi scriventi.

La questione, dicevo, è cominciare.

Partire in una qualunque direzione e vedere dove ti portano le parole. In fondo sono loro che guidano, le parole che abbiamo in testa e che vogliono uscire per farsi vedere anche dagli altri. Bastarde e vanitose.

Adesso, dopo questo esordio quasi inutile, dovrei forse raccontare qualcosa. Credo che sarebbe il degno suggello per lo sproloquio che ho fatto finora.

Ma cosa? È ovvio che il mio è un tentativo pietoso di superare l’ostacolo "volando come vola il tacchino" (citazione!!!).

Erano le 15,27 di un giorno di maggio. I secondi non contano.

Un attimo prima la mia testa scoppiava di parole da dire e da scrivere, quello dopo non c’era più nulla. Ho passato interi giorni senza pensare a nulla. Tabula rasa.

Poi per mesi ho pensato solo "oh cazzo, che è successo?".

Per 61 giorni e alcune ore ho cercato di autodistruggermi in tutti i modi consentiti dalla mia (scarsa) moralità. Suicidarmi col gas di scarico della bicicletta, ubriacarmi oltre ogni limite umano e cantare "11 maggio 2001" in curva nord a S. Siro. Tutto inutile.

Poi pian piano ho cercato di riprendermi.

Mi è rimasta questa maledizione di avere tante idee che credo da Pulitzer fino al momento in cui mi metto davanti al foglio, o alla tastiera del pc. Poi il nulla.

Per vostra disgrazia, ho deciso che è il momento di buttare sulla carta quello che è successo.

Sera, un Pub di provincia di quelli in cui suonano gruppi che si potrebbero definire emergenti, se non fosse che alla fine non emergono mai.

"La Banda" suona un blues fantastico. Sono tutti miei amici per cui non faccio mancare il mio sostegno. Dunque, io sono seduto ad un tavolino e faccio sfoggio della mia competenza musicale ascoltando con aria da intenditore. Il sopracciglio leggermente inarcato per sottolineare i momenti topici e l’espressione di quello che si sente importante, perché è al tavolo con gli amici e conosce i musicisti.

"Sapete già cosa prendere o vi porto le liste?"

Siete mai andati a sbattere contro un palo?

Ve lo ricordate il rumore che fa?

Ecco, quella è la sensazione che ho provato io in quel momento. Sono rimasto senza parole.

Non ricordo più quanti erano gli amici presenti, quale canzone stesse suonando il gruppo, chi c’era quella sera.

Sono certo che una cosa simile sia capitata quasi a tutti e che alcuni di voi siano anche riusciti a fare subito la cosa giusta. Ovviamente io no.

Ho farfugliato qualcosa e, non so come, lei ha capito che volevo una media rossa.

Le cose da non fare per attirare l’attenzione di una ragazza, soprattutto se fa la cameriera in un pub in cui voi siete il cliente:

- bere sei birre medie in una sola serata solo per poterla chiamare al vostro tavolo;

- passare tutta la serata guardando, neppure troppo furtivamente, le sue gambe e la sua scollatura (in maniera scientifica, dedicando intervalli di tempo assolutamente regolari all’osservazione del sopra e del sotto);

fumare uno dopo l’altro tre sigari puzzolenti, fino a provocare le lamentele degli altri avventori;

- ubriacarsi indecorosamente e cercare la lite con quelli del tavolo di fianco.

Preso da un infallibile istinto sono riuscito a fare tutto questo e forse anche altro che non ricordo, viste le condizioni in cui sono stato accompagnato fuori dal locale e fino a casa mia dai componenti della band. Certo mi sono fatto notare, anche perché a fine serata nel locale eravamo rimasti solo io, lei, il barista e i musicisti che smontavano gli strumenti.

Sono tornato lì almeno due volte a settimana per oltre due mesi, ed un po’ alla volta ho trovato il coraggio di parlarle prima e di invitarla poi.

Non so come né perché mi ha concesso, credo su intercessione di qualche santo, un appuntamento con lei. La cosa stupefacente è che dopo il primo ne sono arrivati altri.

Mi sono chiesto spesso cosa ci trovasse in me.

Vi confesso che sono arrivato a pensare che fosse affetta da qualche psicosi latente, che sarebbe inevitabilmente sfociata in una orrenda carneficina.

Le forze dell’ordine avrebbero trovato pezzi del mio corpo sparsi per tutta la tangenziale nord, ed alla fine della strada lei intenta a banchettare col mio pene, un pessimo brachetto ed un piatto di lenticchie (ha sempre avuto un pessimo gusto per i vini).

Non so, c’è dentro tutta questa storia la chimica dell’amore e quel tanto di imprevedibilità che rende interessante la vita. È l’entropia che non fa altro che aumentare, portandosi dietro tutto il suo carico di disordine.

Ci siamo innamorati. Io l’amavo, lei mi amava.

Immaginate una scena con noi due che corriamo nudi su una spiaggia tropicale, al tramonto, mano nella mano. Mai successo realmente, ma rende l’idea.

Io non avrei cambiato lei con nulla al mondo, lei ogni tanto mi diceva che potevo migliorare. Cercava di farmi abbandonare le abitudini meno sane (tutte quelle più divertenti), tipo la birra rossa, il fumo, le bestemmie durante le partite del Milan e quelle fuori dalle partite. Tutte quelle cose che ci fanno sentire più uomini.

Di solito io dicevo "sì si, va bene" e poi non facevo nulla.

Diciamocelo, mi piacevo. Mi piaceva essere trasandato, far tardi la notte, bere birra con gli amici e suonare da cani dei pessimi blues, avere i capelli lunghi e la barba incolta, inseguire sogni da scrittore che, come dice ancora mia madre, è un modo per "cercare di non lavorare mai a nessun costo". Insomma facevo quasi schifo, ma mi sentivo un po’ artista.

Il lavoro non era ai primi posti nella mia classifica. Ero, e sono ancora, un interinale. Un mese si lavora e l’altro no. Non avevo progetti a lungo termine, per me bastava.

Lei Studiava legge e tre sere la settimana faceva la cameriera per avere una sua autonomia economica. Io ero iscritto all’università da una decina di anni: sette esami in lettere moderne. Avevo smesso di frequentare dopo aver avuto la netta sensazione di fare ormai parte dell’arredo dei corridoi. Io vivevo coi miei, lei con i suoi.

Poi un giorno, quel giorno (finalmente ci arriviamo!), il destino ha deciso che era ora di dare una svolta. Oppure è stata lei. Hanno deciso insieme, ma poi io ho fatto la mia parte.

Lei mi spara giù a brutto muso che se io voglio che resti con me devo impegnarmi di più, tagliarmi i capelli, trovarmi un lavoro serio e cercare di fare una vita più regolare.

Io ovviamente non credo che sia necessario.

Ribatto che esagera.

Non tanto per i capelli. Se lei avesse insistito solo su quello me li sarei pure tagliati a zero. Era per il lavoro che avevo dei seri dubbi, ma soprattutto per la vita.

Lei mi dice che è il momento di crescere, pensare al futuro: "come faremo quando decideremo di sposarci?"

"Sposarci???… ….Oooooooooooooh!"

Sposare chi, chi ha mai parlato di matrimonio? Qui è meglio che ci metta una pezza.

O meglio, ci provo.

"Ma se ci frequentiamo solo da sette mesi, non siamo mai neppure andati in ferie insieme e tu vuoi già che ci sposiamo?!"

Grave errore, erano otto mesi. Gravissimo. Portatevi sempre dietro un foglietto con tutte le date importanti, sono fondamentali.

Lei insiste, seria come non l’ho mai vista.

"lo dici sempre anche tu che noi due ci amiamo tanto: il matrimonio è il modo migliore per dire a tutto il mondo che tu sei mio ed io sono tua, per sempre. E poi non sto mica parlando del mese prossimo, voglio solo dire che è il caso che tu ti decida a crescere"

Adesso mi pare anche un ragionamento logico.

Ma io non pensavo al matrimonio. In qualche modo ero sicuro che avremmo finito per vivere insieme tutto il tempo che restava della nostra vita, ma senza soffermarmi su come questo sarebbe successo. Ora voi mi dovete capire, almeno voi.

Io non credo di essere un vigliacco e da lei non mi sarei mai allontanato. Ma allora pensavo che la mia vita fosse perfetta così com'era.

Avevo una casa. Avevo i soldi che mi bastavano, pochi maledetti e subito, per le spese di prima necessità e per uscire la sera con gli amici. Avevo lei.

Non volevo che cambiasse nulla. Nulla.

Cazzo cazzo cazzo cazzzozozozozoz cazoo oooooohH !

Non si fa così!

Allora dissi (forse lo urlai)

"NO"

Alle 15,27 del 25 maggio di due anni fa. Dissi solo "NO".

Una sillaba. Due lettere. Una consonante ed una vocale. "NO".

Fu l’unica cosa che dissi, ma fu anche l’unica cosa che pensai. "NO".

Me ne andai. Non la guardai neppure in faccia. Dissi "NO" e me me andai.

A volte basta poco per spezzare un incantesimo. E’ come al cinema; tu fai un piccolo innocente rutto e subito tutti ti vogliono cacciare.

Continuai a dire NO a tutto per alcuni giorni, a farmi negare al telefono, a tentare di farmi del male. C’è un momento in cui la tua testa ti dice solo via via via via via, fuggi fuggi fuggi fuggi, scappa scappa scappa scappa. Poi anche i NO sono finiti, mi sono chiesto da cosa stessi scappando ed oltre a nuove parole ho tentato di ricostruire ciò che alle 15,27 del 25 maggio avevo distrutto.

L’ho cercata ovunque, ho fatto appostamenti sotto casa sua, all’università, al Pub, ho tampinato i suoi amici. Adesso era lei a farsi negare.

NO. NO! Cazzo cazzo cazzo cazzocazzocazzozzoozozozozozozoz zozzocazzo cazzo ecc

Non è giusto. Non è bello. Non bisogna dare tutto questo peso alle parole.

E poi un "NO", neanche un decimo di secondo, non può cambiare così tanto in una vita.

Invece può, lei non è tornata. E io sono ancora vivo.

Come diceva trainspotting? Ho scelto di vivere.

Ora abito in un bilocale molto pulito. Non bevo più birra, se non nelle grandi occasioni. Vedo ancora una accurata selezione degli amici di prima (sono loro ad aver selezionato me) ma vado quasi sempre a letto presto, molto presto. Ho i capelli corti e pettinati. Ho fatto quasi tutto quello che mi aveva chiesto.

Ora ci penso due volte prima di dire no.

Le parole sono pesanti e cattive. Ti controllano, ti seguono, sanno tutto di te. E se le tratti male si vendicano.

Aspetto il mio momento…