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Parashat Nizzavim-Vajelech

"E Moshè li comandò [i Sacerdoti] dicendo: 'Al termine dei sette anni, al tempo dell'anno Sabbatico nella festa di Succot, nel giungere di tutto Israele per comparire dinanzi al Signore tuo D-o nel luogo che Egli sceglierà, leggerai questa Torà dinanzi a tutto Israele nelle loro orecchie. Raduna il popolo, gli uomini e le donne e i bambini ed il tuo straniero che abita nelle tua città, affinché ascoltino ed affinché imparino e temano il Signore vostro D-o.'". (Deuteronomio XXXI,10-12)

"Hanno insegnato i nostri Maestri: 'Accadde che Rabbi Jochannan ben Berokà e Rabbi Elazar ben Chismà andarono a trovare Rabbi Jeoshua a Pekiin. Disse loro: 'Quale nuovo insegnamento c'è stato nel Bet Midrash oggi?' Gli dissero: 'Noi siamo tuoi allievi e beviamo la tua acqua.' Gli disse: 'Nonostante ciò è impossibile [per degli studenti uscire dal] Bet Midrash senza un nuovo insegnamento'. Di chi è stata la settimana?' [Gli risposero] 'È stata la settimana di Rabbi Elazar ben Azarià' [Chiese loro] 'Su che cos'era la lezione oggi?' [Gli risposero] 'Sulla Parashà dell'Hakkel' [Chiese loro] 'E che cosa ha spiegato?' [Risposero]: "Raduna il popolo, gli uomini e le donne e i bambini.' Se gli uomini vengono a studiare e le donne a sentire, i bambini perché vengono? Per far sì che venga data una ricompensa a coloro che li portano.' [Disse loro] 'Una perla stupenda avevate nelle vostre mani, avreste voluto negarmela?" (TB Chaghigà 3a)

Nella Parashà di Nizzavim viene stipulato un nuovo patto, patto che ha la caratteristica di sottolineare la dimensione collettiva dell'impegno di Israele. Or HaChaim insite sul concetto di "arevut", garanzia, espresso in questo patto. Ogni ebreo è considerato garante del proprio prossimo sicché se un ebreo trasgredisce pubblicamente la Torà è nostro compito riprenderlo ed indirizzarlo sulla corretta via. Il patto che stipula Moshè tra il Signore ed Israele nell'ultimo giorno della sua vita terrena però applica questo concetto di garanzia dinamicamente nel tempo: in qualche modo siamo responsabili anche delle generazioni che ci seguiranno. Del resto già sapevamo che il padre ha degli obblighi precisi circa l'educazione del figlio ma, nonostante ciò, sappiamo anche che un bambino è esente dall'osservanza della Legge fino a che non compie i tredici anni (dodici per la ragazza) ed è considerato un adulto a tutti gli effetti.

La Torà sottolinea la non-temporalità del patto dicendo:

"E non solo con voi io stipulo questo patto e questo anatema. Ma con colui che è qui con noi oggi dinanzi al Signore nostro D-o e con colui che non c'è qui con noi oggi ". (Deuteronomio XXIX, 13-14)

Un bambino che nasce ebreo non ha modo di uscire dal patto in questione ed è tenuto ad osservare la Torà. Come può essere valido allora un patto che una persona non ha stipulato personalmente ? Perché io mi dovrei sentire vincolato da un patto stipulato qualche millennio fa dai miei avi?

R. Bachya sostiene che in effetti il vincolo sussiste perché abbiamo realmente stipulato il patto personalmente così come sul Sinai. Lo scorso anno abbiamo anche affrontato un passo del Talmud (TB Niddà 30b) nel quale si parla del giuramento che ogni nascituro ebreo fa nel momento in cui lascia l'utero materno. (cfr. Parashat Nizzavim @ http://www.menorah.it)

Il Marhal di Praga nel suo Gur Ariè affronta il problema come un problema strettamente di halachà . Nel Talmud (TB Meghillà 2b) viene affermato un principio generale secondo il quale un tribunale non può inficiare un decreto di un tribunale antecedente a lui superiore. Visto che nessun tribunale si può ritenere superiore a quello di Moshè, la decisione del tribunale di Israele di accettare la Torà ci vincola in maniere definitiva.

Nella visione qui espressa noi non abbiamo il diritto di misconoscere l'eredità che ci hanno lasciato i nostri padri.

Ed è proprio ad una riflessione di halachà che ci affidiamo per comprendere meglio questo concetto.

La penultima mizvà della Torà (la 612 per intenderci) è la mizvà dell'Hakel, "Raduno". Ogni sette anni, al termine dell'anno Sabbatico, nella festa di Succot, nel primo giorno di "chol ammoed" (mezza festa), avveniva una particolare cerimonia. Il re d'Israele leggeva dal Sefer Torà manoscritto da Moshè il libro di Devarim (almeno secondo l'opinione prevalente). Dobbiamo sottolineare che la nostra lettura settimanale della Torà non è un precetto biblico bensì una disposizione rabbinica istituita da Ezrà. In questo caso si tratta invece di una specifica mizvà. La cerimonia serve a rafforzare la fiducia in D-o e soprattutto a ribadire la nostra sottomissione alla Torà.

Pensiamo la scena. Nel cortile interno del Santuario, su una pedana di legno appositamente costruita, il re leggeva gli ammonimenti di Moshè ed invitava il popolo alla Teshuvà, al ritorno a D-o, al pentimento. Questo avveniva al termine di un anno nel quale il popolo intero si era astenuto dal lavoro della Terra dedicando ogni sforzo ad un approfondimento spirituale, ad un maggiore sforzo nello studio della Torà.

Nei versi nei quali la Torà ci comanda la mizvà (versi che abbiamo citato all'inizio) , i più attenti avranno trovato una stranezza.

Sappiamo che le donne sono esenti dalle mizvot positive legate al tempo ed altresì sappiamo che i bambini sono esenti da tutte le mizvot. Come mai allora la Torà include nella mizvà anche le donne ed i bambini?

Proveremo ad analizzare il problema usufruendo di un interessante episodio narrato nel Talmud che abbiamo riportato all'inizio. (TB Chaghigà 3a).

L'episodio concerne un caratteristico incontro tra Rabbi Jeoshua e due suoi alunni. Rabbi Jeoshua risiedeva a Pekiin mentre il Sinedrio si trovava a Javne. Ai due discepoli che vanno a trovare il Maestro egli chiede un "chidush", ossia un "innovazione", un "nuovo insegnamento". Il Maestro chiede agli alunni di renderlo partecipe alla vita del Bet Midrash, dell'accademia. I discepoli obbiettano che quello che il Rav chiede è una inversione dei ruoli che loro non possono accettare: 'Noi siamo tuoi allievi e beviamo la tua acqua.' L'acqua della Torà sosterrebbero i due discepoli deve scorrere nella giusta direzione. Rabbi Jeoshua non accetta questo principio: non è possibile uscire dal Bet Midrash senza aver imparato qualche cosa di nuovo. Chiede allora quale dei due Presidenti fosse di turno. Rispondono che era Rabbi Elazar Ben Azarià. E quindi, finalmente questi acconsentono a dire l'insegnamento di quest'ultimo. "Raduna il popolo, gli uomini e le donne e i bambini.' Se gli uomini vengono a studiare e le donne a sentire, i bambini perché vengono? Per far sì che venga data una ricompensa a coloro che li portano.'

A Rabbi Jeoshua non resta che dire: 'Una perla stupenda avevate nelle vostre mani, avreste voluto negarmela?"

Leggendo nella Ghemarà questo passo mi sono chiesto come mai il testo si dilunghi nella dinamica dell'incontro e non proceda direttamente con l'insegnamento. In genere, quando ciò avviene nel talmud, significa che dobbiamo imparare anche dalle circostanze in cui un "chidush" viene insegnato e non solo dal messaggio che questo porta.

L'inizio del racconto è una sorta di piccola discussione tra i due discepoli e Rabbi Jeoshua sul senso dell'insegnamento. Essi ritengono che spetti al Rav insegnare ed ai discepoli ascoltare. Rabbi Jeoshua sottolinea la sua assenza dal Bet Midrash. I due allievi sono a contatto diretto con la realtà dello studio mentre lui non partecipa alla vita di accademia: non è possibile che non ci sia niente che loro gli possono insegnare. E qui incalza nuovamente Rabbi Jeoshua, quasi a sottolineare questo suo principio: chi era di turno questa settimana?

La domanda si poggia sulla temporanea deposizione di Rabban Gamliel che era stato allontanato dalla carica di presidente del Sinedrio proprio per aver imbarazzato Rabbi Jeoshua (TB Berachot 27b -28a). Rabbi Elazar ben Azarià era stato nominato al suo posto ma, quando Rabban Gamliel era stato nuovamente accettato, si trovarono ad avere due Presidenti in carica: (per il principio che vuole che "si sale in keshushà ma non si discende". Cfr. il caso del Coen che viene nominato Coen Gadol perché il Coen Gadol titolare è temporaneamente impuro e non può ufficiare nel giorno di Kippur. Anche in questo caso il Coen in questione non può tornare ad essere un Coen qualsiasi). Rabban Gamliel era di turno tre settimane al mese e Rabbi Elezar Ben Azarià la rimanente settimana. Facendo la domanda su chi fosse di turno Rabbi Jeoshua ricorda ai suoi alunni che è possibile per un alunno insegnare qualche cosa al Maestro tanto che a Rabbi Elazar Ben Azarià è permesso insegnare alla stregua di Rabban Gamliel. Se volessimo andare più a fondo dovremmo ricordare che proprio l'incidente che aveva causato la spropositata reazione di Rabban Gamliel (che gli aveva causato la deposizione) verteva proprio sulla possibilità per un Maestro di avere una posizione diversa da quella del Presidente del Sinedrio. (cfr. TB Berachot 27b -28a) . Una volta insegnato ai discepoli che anche loro possono e devono insegnare, anche se con il dovuto rispetto per il Maestro, si passa all'insegnamento vero e proprio: gli uomini vengono a studiare perché lo studio vero e proprio è prerogativa primaria degli uomini, lo studio inteso come divenire esperti nella halachà. Le donne vengono a sentire, si tratta dell'approccio femminile al mondo dello studio. È uno studio diverso che rispecchia la differenza biologica tra i sessi. È uno studio più incline al "mussar", alla morale. Ne è un esempio Berurià, la celebre moglie di Rabbi Meir, nota per la sua saggezza.

Ed i bambini? Come si giustifica la loro presenza? Essi, nell'insegnamento di Rabbi Elazar Ben Azarià, vengono per dare un premio a coloro che li portano. La responsabilità delle azioni di un minore è infatti sul padre fino al bar/bat mizvà. Da li in poi il ragazzo/a è un/a adulto/a.

Il punto è che non si può costruire un palazzo dal tetto: per essere in grado di osservare correttamente la Torà, una volta adulti, i bambini necessitano dell'istruzione dei genitori. Visto che insegnare ai figli è una mizvà, la presenza dei bambini permette al genitore di fare la mizvà. La mizvà dell'Hakel prevede che il padre porti il bambino non tanto perché il bambino sia tenuto ad ascoltare ma perché il padre è tenuto ad insegnare.

Il rapporto tra le generazioni è un elemento assolutamente centrale nella tradizione ebraica. Abbiamo più volte sottolineato come sia proprio questo rapporto che Amalek tenta di intaccare. La mizvà dell'Hakel vuole essere un momento nel quale la famiglia si ritrova nel Santuario assieme ad ogni famiglia d'Israele.

I bambini con la loro presenza, seppur non dovendo uscire d'obbligo, mettono i genitori in condizione di aumentare i loro meriti. I bambini sono stimolanti, certamente riempiranno i genitori con molte domande sulla cerimonia intervenendo in maniera sinergetica sulla riuscita della mizvà.

Rabbi Jeoshua, nella sua saggezza, dimostra nell'episodio il senso dell'insegnamento che i suoi discepoli hanno appreso nel Bet Midrash prima ancora che questi ne parlino.

I bambini devono venire perché non è possibile che non abbiano niente da insegnare ai genitori, così come non è possibile che Rabbi Jochannan ben Berokà e Rabbi Elazar ben Chismà non abbiano nulla da insegnare a Rabbi Jeoshua.

Concludiamo ricordando che quest'insegnamento (Soferim (18:6) e nelle Tosafot) è la base dell'uso di portare i bambini al Bet Ha-Keneset (Sinagoga). L'invito allora a tutti i genitori alla vigilia delle grandi Solennità è quella di portare i bambini al Tempio, anche se capiscono poco, anche se si annoiano, anche se abbiamo paura che disturbino un poco.

Fatelo per voi. Non è possibile, direbbe Rabbi Jeoshua , che un bambino non abbia nulla da insegnarvi!

Shabbat Shalom Jonathan Pacifici