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Parashat Vaetchannan - Shabbat Nachamù

"Ed osserverete e farete, poiché Essa [la Torà] è la vostra saggezza ed il vostro discernimento agli occhi dei popoli che udranno tutti questi statuti e diranno: ‘Sicuramente è un popolo saggio e discerno questa grande nazione!" (Deuteronomio IV, 6)

La Parashà di Vaetchannan contiene alcuni tra i più poetici versi di tutto il libro di Devarim il quale, in pratica, consiste nell’intero ultimo discorso di Moshè. Anche il verso appena citato sembra essere una splendida testimonianza dell’assicurazione del fatto che le nazioni riconosceranno la grandezza d’Israele. L’amico Donato Grosser di New York propone un interessante quesito. La nostra Parashà, nel verso appena citato sembra sottolineare che le nazioni del mondo loderanno la saggezza d’Israele a causa degli "statuti", i chukim, ossia le mizvot senza un apparente motivo. Si tratta delle mizvot che vanno accettate come decreto Divino ed eseguite in quanto tali, senza alcun secondo fine. Eppure Rashì cita all’inizio della Parashà di Chukat un Midrash ( del quale già ci siamo occupati in passato, cfr. derashà su Parasht Chukat 5758) secondo il quale le stesse nazioni e persino il Satan deridono Israele sostenendo l’inutilità e l’assurdità di leggi prive di base razionale. Le nazioni del mondo, insomma, lodano Israele per gli statuti come dice la nostra Parashà, oppure lo deridono per gli stessi statuti? È in effetti un interessante problema. Raramente la Torà indica con chiarezza il comportamento che i gentili avranno nei confronti di Israele ma quando lo fa, lo fa in maniera precisa. Purtroppo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle la precisione del racconto biblico circa le persecuzioni che ci avrebbero inflitto le genti come punizione per l’inadempienza alla Torà. Come fa allora Rashì a sostenere, almeno apparentemente, l’esatto contrario? Una prima possibile spiegazione mi viene in mente leggendo la derashà dello scorso anno sulla nostra Parashà. In essa discutevamo della domanda del Figlio Saggio della Haggadà che ci interroga circa la differenza tra le varie mizvot. Il Rishbaz, avevamo notato, scompone la domanda del Figlio Saggio e la risposta che viene data in tre parti: testimonianze, statuti ed ordinanze. Ognuno di questi aspetti è presente la sera del Seder. Notavamo con interesse come la Halachà condensi le tre risposte che da la Torà in un’unica quarta risposta che dice "non si mangia niente dopo il Pesach, l’afiqomen". In effetti la Halachà sceglie di rispondere con uno statuto, il Sacrificio Pasquale ad un a domanda sulla totalità delle mizvot. Pur rimandando il lettore alla derashà in discussione diremo che il punto fondamentale che emergeva è che gli statuti sono esemplificativi di tutte le mizvot: il nostro scopo è quello di rendere anche le leggi spiegate in statuti nel senso che dal punto di vista della applicazione siamo tenuti ad osservare ogni singola mizvà, anche quelle che hanno una spiegazione, come se non vi fosse altro motivo che il fatto che D-o Benedetto le ha comandate. Dal punto di vista dello studio, certo, è tutt’altra cosa. Intanto capiamo che le due posizioni, quella di Rashì e quella della nostra Parashà ruotano attorno ad un concetto più profondo ancora: la Torà in generale, e l’approccio di Israele ad essa, che è un approccio nello spirito degli statuti, provocano la reazione delle nazioni. Rashì dice che la reazione è una reazione di derisione, la Parashà di Vaetchannan di lode. Questa prima riflessione, sulla rappresentatività dei chukim, come "mizvot modello" si associa con alcune altre riflessioni che la Parashà stimola. Una delle mizvot più famose, e forse tra le più applicate, è la lettura dello Shemà, contenuta nella nostra Parashà. È un precetto positivo della Torà ascoltarsi recitare i tre brani della lettura ed in particolare il primo. Tale mizvà è senza dubbio interessante anche per il fatto che è la prima mizvà ad essere presa in considerazione dalla Torà Orale. Il primo ordine della Mishnà, Zeraim, si apre con il Trattato di Berachot, la cui prima Mishnà tratta della lettura dello Shemà. L’unicità di D-o, espressa nel primo verso è nelle parole del Rambam "il Garnde Principio, che tutto dipende da esso" (Rambam, Hilchot Keriat Shemà). I Saggi (TB Shabbat 31a) ricavano un’allusione ai sei ordini mishnici in un verso di Isaia (XXXIII;6). La parola che allude all’ordine di Zeraim, è la parola "Emunà", fiducia. Rashì spiega che ciò si riferisce al fatto che l’ordine tratta maggiormente delle regole agricole della Terra d’Israele ed è richiesta molta fiducia al contadino che deve separare la decima e le altre offerte riconoscendo la proprietà della Terra al Signore. Tosfot, similmente, spiegano che il contadino è il prototipo della fiducia in D-o in quanto pianta e semina fiducioso nel fatto che D-o farà crescere e darà pioggia per il Suo raccolto. Dal punto di vista simbolico il contadino guarda il Cielo continuamente. Ecco che il primo precetto anche del quale si occupa il trattato delle Sementi (Zeraim appunto) è la lettura dello Shemà che instilla nell’ebreo la consapevolezza del dominio di D-o sul creato. Rabbì Zaddok HaCoen nel suo "Zidkat HaZaddik" si chiede come mai la Torà orale inizi proprio con questo precetto e risponde dicendo che il Bar Mizvà, nel momento in cui diventa adulto, incontra questa come prima mizvà. In effetti al calare del sole del suo tredicesimo compleanno, l’ebreo, accoglie su di se l’osservanza dei precetti. Dal punto di vista cronologico la prima mizvà che incontra è appunto la lettura dello Shemà, la Torà orale comincia da lì. Notevole è il rapporto con la Torà Scritta. Essa inizia con un asserzione temporale universale che fissa la creazione: "In principio". L’opera Divina è il principio del tutto. L’opera umana e l’opera dell’ebreo di contro inizia con una domanda circa il tempo e non con una affermazione: "Da quando si legge la lettura dello Shemà alla sera"? L’universo nasce "in principio", ossia nel momento in cui D-o lo decide, ma l’opera dell’uomo inizia solo quando egli si interroga in maniera corretta. L’ingresso dell’ebreo nel mondo delle mizvot dal punto di vista della sua evoluzione di individuo inizia con la lettura dello Shemà, con la proclamazione dell’Unità di D-o prima di tutto al proprio orecchio, poiché per uscire d’obbligo bisogna ascoltarsi. Dunque il mondo delle mizvot inizia con un gesto di emunà, di fiducia. Asseriamo la nostra fiducia nell’Eterno. Tale mondo continua poi con l’esecuzione di tanti precetti alcuni dei quali ampiamente motivati, pur nella consapevolezza che l’unica vera causa per l’adempimento è il fatto che D-o lo ha comandato. Dunque queste due componenti, la razionalità della ricerca talmudica e la fiducia della lettura dello Shemà si intersecano frequentemente formando quello che noi chiamiamo "ebraismo". Non possiamo rinunciare all’evoluzione dinamica della Legge così come si sviluppa nelle discussioni talmudiche che non di rado mettono D-o Benedetto Stesso in minoranza, né possiamo prescindere dal fatto che D-o è il Re del mondo che ci ordina come dobbiamo comportarci. In questo senso la domanda con cui esordisce la Torà Orale è esemplare: "Da quando si legge la lettura dello Shemà alla sera?". È una domanda che dà per scontato che lo Shemà la sera va letto, ma che lascia aperta la discussione circa la fissazione temporale del precetto. La risposta che viene data è altresì affascinante: "Dall’ora nella quale i Coanim entrano a mangiare della loro Terumà, parole di Rabbi Eliezer." Ancora una volta lo Shemà, l’accettazione dell’unità di D-o e la Terumà, l’offerta del contadino che riconosce di essere solo usufruttuario della benedizione che D-o concede alla terra, vanno assieme. Non si può scindere il lavoro dei campi, dalla Terumà, la presentazione dell’offerta. Non si può affermare l’Unicità di D-o se non viene presentata la Terumà. Ecco la Terumà come elemento chiave nel processo logico a legare il lavoro del contadino alla proclamazione della Sovranità di D-o. Mi figuro allora l’atteggiamento dei gentili nel tentare un approccio con una cultura così distante dal loro mondo. Rashì sostiene la tesi della derisione circa i Chukim in occasione di un particolare precetto, la Mizvà della Parà Adumà, la Vacca Rossa. E probabilmente ha ragione. Si tratta a mio avviso di una prima fase di approccio delle nazioni: esse vedono un precetto particolarmente strano ed assolutamente illogico e ci deridono. Deridono un atto che non capiscono e che non possono capire, del resto non lo capiamo neanche noi. Il secondo tipo di atteggiamento, quello che cita la nostra Parashà, l’atteggiamento del rispetto e dell’ammirazione sovviene allorquando ci si rende conto che tutta la Torà è basta sulla fiducia che è richiesta nell’adempiere ad un chok, ad uno statuto. Si tratta di un secondo stadio, forse più approfondito. Ossia: si può deridere un atto, una cerimonia, ma non si può deridere l’ebraismo nel suo complesso, non si può negare la grandezza della Torà e tramite di Essa l’apporto che Israele ha dato all’umanità intera. Alcune culture, come quella cristiana, hanno tentato di scollegare il testo biblico e la sua morale, i suoi valori a tutti accessibili dalla necessità di viverlo attraverso l’adempimento degli obblighi che prescrive. L’atteggiamento d’Israele è assolutamente diverso: non c’è morale che prescinda una azione fisica, "i cuori vanno appresso alle azioni". È nel capire quello che a volte noi stessi trascuriamo che i popoli del mondo ci ammirano: cioè che noi facciamo del razionale oggetto di fede. Uccidere non è sbagliato o immorale, uccidere è proibito dalla Torà. Il riposo sabbatico sarà anche razionale ma è degno di rispetto in quanto comandato dalla Torà. Noi siamo portati a venire spesso a compromessi con la nostra coscienza, tutti, ebrei e non. Israele però non può trasgredire la Torà giacché questa non è vincolata alla coscienza di Israele ma alla sua sottomissione all’Eterno. In conclusione hanno ragione sia Rashì sia la Parashà di Vaetchannan: i popoli ci deridono nel microcosmo delle singole mizvot ma ci ammirano nel macrocosmo della Torà. Questo passaggio è però vincolato dal nostro atteggiamento: "Ed osserverete e farete". Siamo noi, con il nostro comportamento che causiamo l’ammirazione dei popoli. Così come osserviamo i precetti ovvi solo perché ordinati da D-o, così ci attiriamo l’ammirazione delle genti solo perché essa si rifletta poi sulla Legge di D-o e quindi sul Creatore. Mi pare che il miglior proposito per la settimana che segue il 9 di Av possa essere un ulteriore sforzo nel migliorarsi nell’esecuzione delle mizvot, soprattutto nello spirito "dell’afiqomen": nel trasformare in chukim anche il resto delle mizvot. Così facendo testimonieremo al mondo che insegnare la Torà Orale ad un bambino significa insegnargli a chiedersi : "Da quando potrò recitare ‘Ascolta Israele, il Signore nostro D-o, il Signore è Unicò?"

Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici