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Parashat Mattot-Massè

"E disse il Signore a Moshè dicendo: ‘Conta il bottino che è stato catturato, le persone ed il bestiame, tu ed Elazar il Sacerdote ed i Capi Famiglia della Congrega. E dividerai il bottino tra i partecipanti alla guerra che sono usciti con l’esercito e tra la Congrega’." (Numeri XXXI, 25-27)

"E disse loro Moshè: ‘Se i figli di Gad ed i figli di Reuven passeranno con voi il Giordano, ognuno armato per la guerra dinanzi al Signore, e la Terra verrà conquistata dinanzi a voi, darete loro la Terra di Gilad come possesso. E se non passeranno armati con voi, prenderanno possesso in voi nella Terra di Canaan.’" (Numeri XXXII, 29-30)

Il problema della divisione dei beni materiali e delle risorse naturali è sempre stato motivo di grandi contrasti tra gruppi umani, ma anche tra singoli. Quante guerre e quanti morti l’uomo ha causato e continua a causare per semplici calcoli economici! L’ebraico sottolinea questo increscioso problema chiamando la guerra "milchamà", dalla radice di "lechem", pane. Non si può capire la guerra se non si parte dal presupposto che alla sua radice c’è il pane. Ciò non significa necessariamente che le guerre siano tutte motivate da interessi economici. Il punto è che il pane rappresenta la materialità che c’è nell’uomo e la guerra è un esercizio della materialità che c’è nell’uomo. Nonostante ciò non possiamo dire che la materialità sia negativa e persino la guerra, che certo la Torà non elogia, a volte è purtroppo necessaria. I casi nei quali la guerra si rivela necessaria sono, nella tradizione ebraica, eventi nei quali il conflitto bellico non è solo la incarnazione della materialità umana, ma anche un vero conflitto sui valori. Ne abbiamo un esempio nella Parashà di Mattot. D-o comanda a Moshè di fare guerra a Midian. Non a Moab le cui figlie si sono sì prostituite traviando Israele, ma che aveva dei timori fondati dopo aver visto le precedenti guerre d’Israele, ma Midian. I midianiti che non avevano alcun interesse in quella faccenda, si intromisero in una "lite non loro" nelle parole di Rashì. Si tratta, forse, del prototipo della guerra giusta. Iniziamo col dire che essa rappresenta l’estrema dimostrazione della grandezza di Moshè: Iddio vincola questo comando alla morte del Profeta. Esegui questo comando, dopodiché morirai. Chi di noi avrebbe affrettato l’esecuzione del comando sapendo che nell’affrettarsi avrebbe avvicinato la propria morte? Eppure un uomo della statura di Moshè non tardò un istante, mai anteponendo i suoi interessi a quelli del popolo e tantomeno a quelli di D-o. Questa è anche una guerra nella quale la presenza di D-o è particolarmente attiva: Pinchas, quello stesso Pinchas che aveva fermato la piaga, procede in mezzo all’esercito con in mano il pettorale del Sommo Sacerdote (secondo altri il frontale del Sommo Sacerdote con inscritto il Nome di D-o). Particolarmente affascinante è anche l’opinione secondo la quale Pinchas portò in battaglia l’Arca contenente i resti spezzati delle Prime Tavole del Patto. Rabbì Jeoshua Ben Levì ammoniva i suoi figli (TB Berachot 8b) di portare rispetto ad un Saggio che aveva dimenticato la Torà poiché sia le seconde Tavole (intere) sia i resti delle prime Tavole sono riposti nell’Arca. Il paragone tra il Saggio che ha dimenticato la Torà e le Tavole rotte è particolarmente affascinante. In Midrash racconta che quando Moshè vide il popolo attorno al vitello le lettere si staccarono dalle Tavole e queste si ruppero perché non sorrette dallo spirito della Torà (rimase solo la materia). Questi due insegnamenti ci possono aiutare a capire il senso della partecipazione di Pinchas alla battaglia e soprattutto il senso di ciò che portava con lui. Nell’episodio del Baal Peor, Moshè aveva dimenticato la Halachà come conseguenza del triste spettacolo che si trovava dinanzi. È paragonabile alle prime Tavole, la Torà si è staccata dal corpo e quindi l’uomo non è più in grado di vivere, di agire. Infatti Moshè piange e non sa cosa fare. Moshè potrebbe essere persino considerato in parte responsabile dell’accaduto per non aver saputo fermare la piaga. Ecco allora che proprio Pinchas, che aveva avuto il difficile compito di prendere in mano la situazione e la Halachà (operazione che alla presenza del proprio Maestro è ai limiti della legalità), porta in battaglia l’Arca con i resti delle prime tavole, quasi conscio del principio che il Saggio va rispettato anche quando ha perso la sua saggezza. Pinchas, anche se salva Israele lì dove Moshè fallisce, che conosce una Halachà che Moshè ha dimenticato, ribadisce nella battaglia contro il male che lui la Halachà la conosceva solo perché Moshè gliela aveva precedentemente insegnata. Si tratta comunque di una guerra, dicevamo, permeata da un alone di santità. Basti ricordare che non tutti vi partecipano. Solo mille uomini per tribù prenderanno parte al combattimento. Dodicimila uomini, un esercito relativamente piccolo, per dimostrare che quando tutto Israele si applica nei precetti Divini con la stessa intensità è il Signore che combatte per noi ed il numero dei soldati è ininfluente. La cosa forse più straordinaria è che gli ufficiali, tornando dalla battaglia, annunciano a Moshè di non aver subito alcuna perdita. Il Rambam spiega che ciò non va inteso solo in senso fisico: nessun soldato aveva intaccato la sua anima nella guerra. E più in particolare nessuno aveva ucciso in guerra per motivazioni private, tutti avevano come unico scopo adempiere alla volontà di D-o. Particolarmente interessante è il brano che tratta della divisione del bottino. Esso va diviso in parti uguali tra l’esercito e la Congrega. Viene spontaneo chiedersi il perché. Non sarebbe stato più giusto che solo coloro che avevano rischiato la vita beneficiassero del bottino? La divisone del bottino è particolarmente interessante: i dodicimila soldati rappresentano un cinquantesimo del popolo (12.000/600.000) eppure le proporzioni della divisione sono metà e metà. Sia i soldati che il resto del popolo sono tenuti però a levare dal bottino un offerta per il Signore: i soldati devono consegnare ai Coanim un cinquecentesimo (0.2%) della loro parte. Il resto del popolo invece deve dare un cinquantesimo (2%) ai Leviti. I Saggi fanno notare che la parte che va ai sacerdoti è un decimo di quella che va ai leviti, il che indica che vengono rispettate le normali proporzioni: i leviti ricevono la decima dal popolo ed a loro volta prelevano una decima per i sacerdoti (maaser min amaaser). Questi conti, apparentemente aridi, rappresentano una chiave di lettura. Il testo dice: "E dividerai il bottino tra i partecipanti alla guerra che sono usciti con l’esercito e tra la Congrega". Forse allora esistono dei partecipanti alla guerra che non escono con l’esercito. C’è un altro problema legato alla divisione dei beni nella nostra stessa Parashà. La Tribù di Gad e la Tribù di Reuven decidono, a causa della quantità del loro bestiame di rimanere in Transgiordania, e chiedono pertanto a Moshè di dare loro in possesso la Terra appena conquistata. Moshè pone delle condizioni: queste due Tribù devono partecipare alla guerra di conquista della Terra d’Israele e solo alla fine della conquista potranno tornare in Transgiordania e prenderne possesso. Moshè fa una strana dichiarazione dicendo che se questi parteciperanno alla guerra, potranno prendere la loro parte fuori dalla Terra d’Israele, altrimenti dovranno prendere parte nella Terra d’Israele . Non suona affatto logico! Noi ci aspetteremmo tutt’altro. Mettiamoci nei panni delle altre dieci Tribù: questi non vogliono vivere in Israele, non ci aiutano nella guerra, se ne stanno a casa loro al sicuro e noi cosa dobbiamo fare? Spartire con loro la terra conquistata? Se invece fanno la guerra con noi non dobbiamo dargli niente e possono vivere in Transgiordania. Che senso ha? Forse proprio attraverso questa stranezza possiamo capire anche la divisione del bottino nella guerra contro Midian. Che ci piaccia o meno, noi facciamo parte di un popolo che nel bene o nel male condivide lo stesso destino. Se i figli di Gad e quelli di Reuven vogliono vivere nella Terra di Ghilad l’unico modo che hanno per farlo è sottolineare e dimostrare pubblicamente la loro volontà di mantenere unito il popolo di condividere con esso il destino, nel bene e nel male. Queste due Tribù non hanno modo di uscire dal popolo d’Israele così come qualsiasi singolo non può abiurare il proprio ebraismo. Allo stesso modo, visto che la Terra d’Israele ed il popolo d’Israele sono un tutt’uno, nessuno ha il diritto di rinunciare alla propria parte di terra. In tal modo anche non combattendo essi hanno diritto al loro territorio. Per avere però la legittimazione ad allagare la Terra d’Israele essi devono dimostrare la loro fedeltà al popolo combattendo per la Terra degli altri. Se Israele è in guerra si può distinguere tra quelli che partecipano alla guerra nelle file dell’esercito e quelli che lo fanno rimanendo nella congrega. Certo i militari hanno degli oneri maggiori e pertanto sono remunerati con un bottino che non rispecchia le reali proporzioni numeriche. Sembra quasi che la dimensione del bottino sia proporzionale al prodotto del livello di rischio per il numero degli interessati. Il rischio ed il numero dei soldati (presi assieme) corrispondono al rischio ed al numero del popolo intero, così che il bottino viene diviso per due. Una guerra per Israele non è una guerra solo per i soldati perché non è una guerra che si fa solo con la materialità. In Israele una guerra non è un capriccio legato a valutazioni economiche: è sempre e solo una difesa all’incolumità fisica e spirituale del popolo. Ciò riguarda i soldati come i sacerdoti. La guerra di Midian, ma anche le altre guerre d’Israele sono dei precetti di D-o che riguardano tutto Israele. Ora capiamo perché il bottino viene diviso a metà ed anche perché le due Tribù e mezzo ricevono comunque un pezzo di terra.

Due ultime considerazioni. Moshè invita anche alcune famiglie della Tribù di Menashè ad associarsi alle due già citate. Il grande Profeta vuole creare una situazione nella quale sia stabilito uno stretto rapporto tra le due parti del popolo (da una e dall’altra parte del Giordano) e per fare ciò mette mezza tribù da una parte e mezza dall’altra per accertarsi che ci siano i giusti contatti. Quale tribù migliore di una che discende da Josef che dinanzi all’Angelo di D-o dichiara: "Io ricerco i miei fratelli"? La seconda ed ultima considerazione si riferisce ad un interessante commento di Rashì sulla Parashà della prossima settimana: (Rashì su Deuteronomio I,8). Egli sostiene che se non ci fosse stato il peccato degli esploratori Israele avrebbe conquistato la Terra senza dover usare armi. In un mondo nel quale Israele non si interroga sulle proprie capacità militari ma ha fiducia in D-o ed osserva i Suoi precetti, Iddio combatte per Israele così che l’esercito terrestre di D-o può conquistare senza dover combattere. Ricordiamo solo che Moshè uccide l’egiziano pronunciando il Nome di D-o. Nella nostra realtà l’uso delle armi è purtroppo continuo ma noi possiamo adoperarci per affrettare le parole del Profeta: ‘Non impareranno più l’arte della guerra’. Tutto comincia con la guerra: nella contrapposizione che c’è in ognuno di noi tra lo ‘yezer a Tov’ e lo ‘yezer a Rà’ (l’istinto del bene e quello de male). Vincendo la battaglia dentro di noi ed osservando le mizvot, creiamo non un mondo senza guerra, ma un mondo di pace. E sono due cose molto diverse.

Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici