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Parashat Pinchas

"E parlò il Signore a Moshè dicendo: ‘Comanda ai figli d’Israele e dirai loro: ‘La Mia offerta, il Mio pane per i Miei fuochi, l’aroma a Me grato, starete attenti di offrirmi al tempo debito" (Numeri XXVIII, 1-2)

"Comanda ai figli d’Israele: Ciò che è detto precedentemente (v. 15) ‘Scelga il Signore ecc.’. Ha detto a lui il Santo Benedetto Egli Sia: ‘Mentre comandi a Me circa i Miei figli, comanda ai Miei figli circa Me." (Rashì in loco)

L’ordine con cui i brani della Torà si susseguono, lo abbiamo visto più volte, non è necessariamente cronologico. Inoltre anche quando l’ordine temporale degli eventi viene rispettato non sempre è chiaro se esista o meno un nesso logico tra i vari brani o se essi vadano interpretati come sconnessi uno dall’altro. Generalmente i nostri Saggi cercano di trovare questo nesso creando un vero filo logico tra parashot altrimenti apparentemente sconnesse. La Parashà di Pinchas, così piena di argomenti, è un classico esempio. Se dovessi scegliere un titolo per definire il filo conduttore che lega i vari brani sceglierei senz’altro: "il rapporto tra le generazioni". La nostra Parashà sembra infatti dedicare molto spazio a questo argomento: vediamo come. Pinchas

L’episodio di Pinchas è senza dubbio tra i più problematici dell’intera Torà. Esso però fornisce anche un interessante spunto per il nostro discorso. Pinchas infatti, prima del suo atto, si trova in uno status particolare. Era egli l’unico nipote di Aron ad essere già in vita nel momento in cui la famiglia di Aron è stata avvicinata al Sacerdozio. Egli non fu investito con il nonno, il padre e gli zii. Ora mentre i discendenti dei figli di Aron nati dopo l’investitura sono sacerdoti per diritto ereditario, Pinchas rimaneva (essendo già in vita) l’unico discendente di Aron ad essere fuori dal Sacerdozio. Ora, visto che il Sacerdozio è ereditario, come abbiamo detto Pinchas (ed i suoi eventuali discendenti) si trovavano ad essere discendenti di Aron ma semplici leviti: una contraddizione in termini. Ed in effetti Pinchas che guadagna il Sacerdozio eterno ed il "patto di pace", lo fa armandosi di una lancia (il cui nome in ebraico corrisponde numericamente al valore numerico dei precetti positivi) ed uccidendo due persone. Insomma Pinchas è una bella contraddizione. Forse una chiave di lettura è proprio nella natura del gesto da lui compiuto: Pinchas ferma un processo di assimilazione di Israele che si basava in un primo momento sulla immoralità sessuale (adulterio e matrimoni misti) e poi sull’idolatria. Ebbene, noi abbiamo già visto che Amalek, la personificazione del male nel mondo, è colui che si inserisce nelle intercapedini che si formano tra le generazioni d’Israele. Il matrimonio misto, nel migliore dei casi, priva i figli di questa unione del 50% del rapporto con la generazione precedente. Privare un figlio di un genitore ebreo significa privarlo di almeno metà del suo rapporto con le generazioni precedenti d’Israele. Significa creare un intercapedine nella quale Amalek si può inserire. Il gesto di Pinchas, nella sua violenza e nella sua unicità, è un gesto che mette pace tra Israele ed il Suo Padre e che quindi riavvicina anche Pinchas al proprio padre ed alla propria famiglia. Pinchas, che stabilisce il principio della non tolleranza nei confronti della perdita d’identità d’Israele, guadagna la garanzia di un Sacerdozio Eterno che è la trasposizione in chiave sacerdotale del Sacerdozio d’Israele.

Il Censimento

Dopo la piaga che era divampata in Israele e che era stata fermata da Pinchas, Iddio comanda a Moshè e ad Elazar di eseguire un nuovo censimento. Chizkuni sostiene che i morti nella piaga sono gli ultimi a morire nel deserto, dopo di ciò, tutti i censiti entreranno nella Terra d’Israele. Ibn Ezra spiega appunto che il censimento è necessario per una corretta divisione della Terra. Una particolare stranezza lessicale viene brillantemente spigata dal Midrash Shir HaShirim Rabbà (IV, 12) . Il nome delle famiglie viene aggettivato nel censimento così che tutte le famiglie cominciano con la lettera (articolo) "hei" e terminano con il suffisso "yod". Il Midrash spiega che le nazioni del mondo, mettevano in dubbio la validità delle genealogie d’Israele sostenendo che certamente gli egiziani avevano avuto rapporti con le loro mogli. Ecco che il Santo Benedetto Egli Sia pone su ogni famiglia una "yod" ed una "hei" (le prime due lettere del Suo Nome, la parte del Nome che è "attuale" nella condizione di esilio) quasi ad apporre un sigillo sulla integrità e sulla purità delle famiglie d’Israele.

Le figlie di Zelofchad

Zelofchad (secondo Rabbì Akivà il raccoglitore della legna di Shabbat) era morto nel deserto "per il suo peccato", senza aver preso parte alla rivolta di Korach. Della natura del peccato di Zelofachad, che secondo Rabbì Akivà si suicida per affermare il principio che la Torà è valida anche fuori da Erez Israel, abbiamo già parlato. Non abbiamo detto però che le sue cinque figlie, biblici esempi di virtù, avevano un profondo legame con la Terra d’Israele, che la Torà sottolinea tracciando la loro genealogia fino a Josef che amava la Terra d’Israele più dei propri fratelli ed è l’unico che pretende di esservi sepolto. Esse lamentano presso Moshè l’impossibilità della loro famiglia di preservarsi in assenza di figli maschi e in assenza di una legge che garantisca l’eredità per via femminile. La loro richiesta è formulata con il garbo e l’umiltà dei giusti ed esse meriteranno che la mizvà della eredità femminile venga aggiunta "a loro nome" nella Torà, premio che la massorà sottolinea ingrandendo la lettera "nun" della parola "mishpatan" (la loro legge) così che non ci si possa confondere e leggere "mishpatò" (la sua legge, di Zelofchad o di Moshè). Le cinque figlie di Zelofchad testimoniano che anche quando il rapporto tra le generazioni viene lacerato da una morte i figli possono ricucirlo: essi vengono aiutati dall’Eterno quando la volontà è quella di onorare il nome del defunto.

La nomina di Jeoshua

Il Signore annuncia a Moshè che la sua morte è prossima. Moshè chiede che l’Eterno scelga il suo successore. Rashì sottolinea che Moshè in un primo momento avrebbe azzardato la candidatura di suo figlio. Il Signore risponde che non così deve essere: l’erede sarà Jeoshua "che non si è discostato dalla Tenda". Jeoshua rappresenta una seconda figura contraddittoria. Egli è il guerriero che non si discosta dalla Tenda (Santuario). Abbiamo quindi un Sacerdote, Pinchas, che si arma di una lancia mentre ci aspetteremmo di trovarlo nel Santuario ed un guerriero, Jeoshua, che se ne sta nel Santuario. Forse è questa la grandezza delle due figure: in Israele un Sacerdote non è tale fino a che non è pronto ad armarsi ed a far valere i principi della Torà anche e soprattutto fuori dal Santuario. Di contro un guerriero d’Israele non tale fino a che non capisce che la vera battaglia avviene all’interno del Santuario. È dalla condotta morale d’Israele che dipende il successo militare. Ed è proprio questo che dice Rashì quando spiega i termini che faccia "uscire ed entrare" il popolo (in battaglia) dicendo "con i propri meriti". Il leader deve aiutare il popolo attraverso i propri meriti. È quindi Jeoshua il giusto erede. Non Gershom, figlio di Moshè, perché la Torà non si eredita come il Sacerdozio. La Torà si guadagna giorno per giorno. L’investitura di Jeoshua testimonia la supremazia del rapporto Maestro-Alunno sul rapporto Padre-Figlio. Almeno nel mondo della Torà. Nel mondo del Sacerdozio le cose vanno diversamente e lo spiega Pinchas.

Il Korban Tamid

La Parashà si chiude con i sacrifici addizionali delle varie ricorrenze. Si tratta dei brani che noi leggiamo nel Sefer di Rosh Chodesh (Capomese) e nel secondo Sefer dei Moadim. Molto interessante il fatto che la Torà introduca il tutto con il comandamento dei due sacrifici quotidiani di "tamid" (perpetui). Nonostante essi siano già stati comandati precedentemente (con l’inaugurazione del Santuario) qui vengono connotati dalla dimensione della perpetuità del servizio. Abbiamo quindi forse il coronamento del discorso. Le feste sono tappe fondamentali nell’anno ebraico ma il loro senso è pur sempre quello di un offerta di "musaf" (=addizionale). Ma l’offerta addizionale non può prescindere l’offerta quotidiana. (Se non ci fosse il "tamid" a cosa sarebbe addizionale l’offerta di musaf?!). Qui il grande messaggio. Le Feste sono importantissime ma devono poter basarsi sul quotidiano. Una festa ebraica è un giorno nel quale la santità ed il valore che ogni giorno ha, si veste di significati addizionali che non possono però negare i molteplici significati perpetui della nostra esistenza. Significati quotidiani. Nella chiave di lettura che abbiamo proposto per la nostra Parashà questo elemento si rivela determinante. La Torà ci chiede che il rapporto tra le generazioni, tra un padre ed un figlio (ma anche le figlie! Cfr. le figlie di Zelofchad), tra un Maestro ed un allievo, tra Israele ed il Signore, sia un rapporto perpetuo. Se Amalek vuole infilarsi nelle intercapedini tra noi ed i nostri padri e tra noi ed il nostro Padre, allora il nostro compito è quello di restringere queste intercapedini fino a chiuderle del tutto. Spiega il Midrash sul primo capitolo di Isaia che in Gerusalemme "pernottava la giustizia" nelle parole del Profeta, perché il tamid della mattina espiava per i peccati della notte, e quello del pomeriggio per quelli del giorno. In questo modo non c’era mai un solo giorno completo nel quale fosse presente peccato in Gerusalemme. Noi abbiamo il compito di vincolare il rapporto con la nostra cultura al sacrificio quotidiano della mattina e del pomeriggio e non ai sacrifici addizionali delle feste. Non ci si può ricordare delle proprie tradizioni solo a Rosh Hashanà: il Capodanno ha un significato addizionale su un impalcatura costruita tutti i giorni dalla quotidianità della Torà. Ricordarsi di essere ebreo a Rosh Hashanà è come costruire un palazzo partendo dal 365° piano! Allo stesso modo non ci si può battere contro propri figli il matrimonio misto quando non gli si è dato niente di ebraico per 25 anni! Il mio ovviamente non vuole essere, chas-veshalom, un invito ad accettare tranquillamente i matrimoni misti, no!!! Vuole essere un invito ad essere coerenti con se stessi, a vivere nel quotidiano ciò che poi, nei momenti importanti della vita, si riconosce come la giusta via. Nella settimana che si è appena conclusa noi abbiamo digiunato in occasione del 17 di Tamuz, il giorno in cui, secondo la tradizione, è stata interrotta l’offerta quotidiana all’epoca della distruzione del Santuario. La cessazione della presentazione del Tamid è il segno della caduta d’Israele. Solo facendo delle nostre giornate delle offerte perpetue garantiremo la perpetuità delle generazioni d’Israele, e la restaurazione dell’offerta del Tamid sull’Altare riconsacrato, presto ed ai nostri giorni!

Shabbat Shalom

Jonathan Pacifici