Parashat Shelach Lechà
"E disse il Signore a Moshè dicendo: ‘Parla ai figli d’Israele e dirai loro e faranno per loro degli zizzit sugli angoli delle loro vesti per le loro generazioni. E porranno sullo zizzit di ogni angolo un filo azzurro. E sarà per voi come zizzit, e lo vedrete e ricorderete tutte le mizvot del Signore e le eseguirete; e non esplorerete appresso ai vostri occhi ed i vostri cuori, appresso ai quali voi vi prostituite. Affinché ricorderete ed eseguirete tutte le Mie mizvot e sarete santi per il vostro D-o. Io Sono il Signore vostro D-o che vi ho tratto fuori dalla terra d’Egitto per essere per voi come D-o; Io Sono il Signore vostro D-o" (Numeri XV, 37-41)
E sarà per voi come zizzit…
La nostra Parashà si chiude con un passo molto famoso. Si tratta del brano che contiene il precetto dello zizzit, le frange che vanno poste su ogni abito che abbia quattro angoli. Tale brano è noto anche perché è il terzo ed ultimo passo dello Shemà che la Torà impone di recitare due volte al giorno in ottemperanza a quanto è scritto "quando ti corichi e quando ti alzi". In esso si dice che lo scopo dello zizzit è ricordare all’ebreo tutte le mizvot. Non si tratta di un ricordo fine a se stesso ma di un ricordo che deve portare alla solerte esecuzione della volontà Divina. Il portare lo zizzit sui propri abiti funge da costante monito per l’ebreo del fatto che Iddio lo controlla costantemente. Fatto è che sembra piuttosto strano affidare la custodia delle azioni di un uomo ad un po’ di fili intrecciati stranamente tra di loro. Che cosa c’è oltre il senso piano di questo brano?
…e lo vedrete…
Dobbiamo innanzitutto riconoscere che ci sono diverse azioni che concernono lo zizzit. Uno dei passi fondamentali è vedere lo zizzit. Rashì cita un interessante etimologia per la parola zizzit. Il verbo "leazziz" vuol dire in ebraico sbirciare. Tale espressione è usata nel Cantico dei Cantici (II,9) dove il pastore è chiamato colui che "sbircia tra le grate". Dunque il nesso con gli zizzit sarebbe nel fatto che gli zizzit vanno osservati, sbirciati, per poi ricordare. Interessante notare che il verso del Cantico qui citato insegna anche un'altra cosa: il fatto che i Coanim debbano allargare le dita delle mani mentre pronunciano la Benedizione Sacerdotale in maniera da formare delle fessure. Secondo l’interpretazione midrashicha quelle fessure sarebbero le grate attraverso le quali l’Eterno sbircia il Suo popolo. Una poetica visione nella quale il Signore osserva fugacemente, come un amante, la propria amata, Israele, proprio mentre i Coanim invocano su di lei la Sua benedizione. Se è vero che il verbo "leazziz" indica il guardare di D-o verso Israele è anche vero che Israele, attraverso lo zizzit "vede", o meglio sbircia, se così si potesse dire, l’Eterno. Ossia il Signore, che è invisibile, è conoscibile solo attraverso la Sua volontà, le mizvot. Quindi guardando lo zizzit che rappresenta tutte le mizvot noi abbiamo la migliore approssimazione umanamente concepibile della visione Divina. Noi possiamo "capire" il Signore solo attraverso le mizvot. (TB Menachot 43b)
…e ricorderete…
La dimensione del ricordo è fondamentale nella Torà intera e particolarmente nel brano dello zizzit. È interessante notare come vi sia disputa tra i Maestri circa il fatto che questo brano venga recitato o meno di sera quando non vige il precetto dello zizzit. La soluzione è che esso viene recitato poiché contiene anche il ricordo dell’uscita dall’Egitto (precetto che vige sia di giorno che di notte) e quindi leggendolo si esce d’obbligo. Ma il ricordo dell’uscita dall’Egitto ed il ricordo dei precetti della Torà, non sono due forme di ricordo del tutto distinte: forse è possibile vederle come due aspetti diversi dello stesso concetto. Infatti se così non fosse si sarebbe potuto utilizzare un qualsiasi altro brano che concerne l’uscita dall’Egitto. Il punto è che, forse, qui è necessaria una forma di ricordo che leghi zizzit ed uscita dall’Egitto. Rashì sembra seguire proprio questa linea. Partendo dal fatto che la Torà usa la stessa parola "canfé" per dire sia "angoli" (sugli angoli delle loro vesti), sia "ali" (sulle ali delle aquile) egli spiega: "sugli angoli delle loro vesti: In relazione a ‘e vi porterò sulle ali delle aquilè (Esodo XIX, 4). Su quattro angoli. E non su (un abito) che ne ha tre, e non su (un abito) che ne ha cinque. (TB Zevachim 18b) In relazione alle quattro espressioni di redenzione che sono state dette in Egitto: e vi farò uscire, e vi salverò, e vi redimerò e vi prenderò. (Esodo VI, 4)" (Rashì in loco)
La logica di Rashì è straordinaria: dall’utilizzo della stessa parola (canfè) impariamo che c’è un legame tra i due versi. Nel verso delle aquile si parla di "ali". "Ali" è plurale ciò vuol dire almeno due. Ma anche "aquile" è plurale, quindi almeno due aquile. Secondo un classico metodo interpretativo allora il testo ci sta dicendo che si parla di quattro ali, che poi si può leggere anche come quattro angoli. Così dobbiamo porre lo zizzit proprio agli abiti che hanno quattro angoli. Ora se il verso delle aquile si riferisce all’uscita dall’Egitto, ecco che c’è un altro nesso tra le quattro frange e l’uscita dall’Egitto. Quattro è infatti un po’ il numero ‘magico’ di Pesach e questo in virtù delle quattro espressioni di redenzione che cita Rashì. Portando gli zizziot agli angoli delle vesti quindi noi ci ricordiamo sia del fatto che il Signore ci ha portato sulle ali delle aquile, sia del fatto che ciò è avvenuto attraverso le quattro espressioni. A livello mistico attraverso il Nome di quattro lettere che denota la misericordia piuttosto che attraverso il Nome di cinque lettere della giustizia o piuttosto ancora che attraverso il Nome di tre lettere che denota la potenza e la autosufficienza di D-o. (Non un vestito con tre né uno con cinque angoli). Ma che perché queste ali delle aquile, che significano? Il verso, con il quale D-o riassume l’esperienza della Yeziat Mizraim, l’uscita dall’Egitto, recita:
"Voi avete visto quello che ho fatto all’Egitto, e vi ho portato sulle ali delle aquile e vi ho fatti giungere fino a Me." (Esodo VI, 4)
Rashì puntualmente osserva: "sulle ali delle aquile: Come un aquila che porta il suo piccolo sulle sue ali. Dato che tutti i volatili portano i loro piccoli tra le gambe, poiché hanno paura di un altro volatile che vola sopra di loro mentre quest’aquila non ha paura altro che dell’uomo che potrebbe tirargli una freccia. Dal momento che non c’è un volatile che vola sopra di lei, lo porta (il piccolo) sulle ali dicendo: ‘e meglio che la freccia colpisca me che mio figlio. Anche Io ho fatto così: ‘E partì l’Angelo del Signore…e giunse tra il campo egiziano…’, e gli egiziani gettavano frecce e pietre da balestra e la nube le riceveva." (Rashì in loco citando il Midrash Mechiltà)
Dunque è proprio la misericordia di un genitore nei confronti del figlio che il Signore dimostra ponendo la colonna di Nube tra noi e gli egiziani che dobbiamo ricordare con lo zizzit. Il Signore si fa garante della nostra incolumità e ci protegge. Ma questo intervento di Rashì si può leggere anche in altro modo. Rashì sottolinea la differenza tra l’aquila e gli altri volatili. L’aquila corre pericoli dall’alto, teme solo l’uomo dal basso. Allo stesso modo il Signore non ha nessuno sopra di Lui. Egli porta l’anima che ha inspirato nelle nari dell’uomo sopra le Sue ali (le ali della Presenza Divina, espressione che si usa per indicare la protezione di D-o ) difendendola dall’unica cosa che può offenderla: la violenza, la materialità dell’uomo. Cerchiamo di capire meglio. Rashì usa il termine "anesher azè", quest’aquila. Non si parla di un aquila qualsiasi quindi. Nella simbologia che usa Rashì, la Shechinà, la Presenza di D-o che viene generalmente definita alata, si interpone tra l’anima umana e la materialità e la violenza umana facendo da scudo alle possibili frecce che l’uomo potrebbe scagliare contro la propria anima. Così facendo l’aquila pone il proprio figlio più in alto occupandosi lei di ciò che è in basso. Così il Signore che tiene Israele in altissima considerazione e lo pone, se così si potesse dire, sopra a Se stesso, rinunciando al proprio onore per amore del proprio popolo. A conferma del fatto che ciò si riferisca proprio allo zizzit c’è un importante episodio nella Parashà di Noach. Vedendo il padre ubriaco e scoperto Cham lo deride mentre Shem prende una veste e lo copre assieme a Jafet. I Saggi derivano da ciò che gli ebrei, discendenti si Shem, meriteranno di porre agli angoli di questo vestito gli zizziot. Ora la colonna di nube viene a separare il campo degli ebrei, discendenti di Shem, dagli egiziani, discendenti per eccellenza di Cham. (L’Egitto è chiamato la Terra di Cham). Se ripercorriamo all’indietro i passaggi logici compiuti fino ad ora scopriamo una nuova ed interessante simbologia circa il precetto dello zizzit.
…tutte le mizvot del Signore…
Ammantandoci con un abito che contenga quattro zizziot noi ci isoliamo dal male che c’è nella materialità attraverso il ricordo. Attraverso il ricordo del fatto che D-o è disposto ad occuparsi di cose materiali fino al punto di andare personalmente a rimuovere i perni delle ruote dei carri egiziani nella oscurità della nube con la quale li aveva avvolti. (Nube della quale parla Rashì). D-o si occupa di cose basse però solo perché questo è funzionale a far si che Israele si possa occupare di cose alte, di Torà. Noi, con lo zizzit, eleviamo la materia, eleviamo un semplice filo riempiendolo di 613 diversi significati. Dando a questo filo il peso di 613 mizvot. Dichiarando che così come noi abbiamo gli zizziot ai quattro angoli delle vesti, ed accettiamo il fatto di essere completamente contornati dalla Torà, così Iddio governa tutto il modo, fino ai quattro angoli della Terra. Inoltre così come Egli ci ha redento pronunciando quattro espressioni di redenzione e ci ha portati sulle ali delle aquile (in tutto quattro ali), così ci raccoglierà dai quattro angoli della Terra e ci porterà in Erez Israel. Con lo zizzit noi affermiamo che la Torà ci deve contornare sempre, deve riempire la nostra vita. Persino vestendoci ci portiamo appresso la Torà! Qualsiasi vestito che mettiamo alla nostra anima deve essere una veste di Torà. Allo stesso modo accettiamo la totalità del Dominio di D-o sul mondo. Il Dominio di D-o riempie i quattro angoli della Terra, la Sua Torà i quattro angoli delle nostre vesti.
…e le eseguirete.
La pratica, l’azione, l’esecuzione. Non c’è niente di più alto della materialità innalzata. La preponderanza dell’azione sul pensiero è pietra angolare dell’ebraismo. Lo zizzit lo dimostra. Non solo devo materializzare il ricordo di ciò che D-o ha fatto a me adempiendo al Suo volere, ma addirittura devo materializzare l’obbligo di ricordare (legandolo agli zizziot), di materializzare il ricordo di ciò che D-o ha fatto a me. Sembra uno scioglilingua ma è quanto la Torà ci chiede. Portare alla pratica persino la più mentale delle operazioni, il ricordo. Capiamo allora perché è proprio questo il passo da recitare nello Shemà anche di sera. Perché l’uscita dall’Egitto (e Pesach con i tre oggetti Pesach Mazzà e Maror ne è lampante esempio) è come lo zizzit la materializzazione del ricordo. La trasformazione di una reminiscenza mentale in un esperienza quotidiana. Allora così come abbiamo l’obbligo costante di ricordarci dell’Uscita dall’Egitto, così abbiamo l’obbligo costante di derivare da tale ricordo le conseguenze per noi rilevanti: il fatto che il ricordo in sè vale poco e niente se non lo si veste di materia. Se la sera non sono tenuto ad indossare lo zizzit (perché è scritto "e lo vedrete" ed al buio, di sera, non si vede) di sera io ho il migliore dei ricordi, il fatto che D-o mi ha redento dall’Egitto, proprio di notte. Oggi molti di coloro che negano Torà e Mizvot fanno della Shoà la loro religione e del ricordo il loro unico precetto. Il messaggio dello zizzit è che non c’è ricordo senza la sua materializzazione, non c’è idea senza azione. Non c’è ricordo senza Zizzit. Non c’è ebraismo senza Torà.
Shabbat Shalom
Jonathan Pacifici
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