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Parashat Bealotechà

"E disse il Signore all’improvviso a Moshè ad Aron ed a Miriam: ‘Uscite tutti e tre verso la tenda della Radunanza’, ed uscirono tutti e tre. E discese il Signore nella Colonna di Nube e stette sull’entrata della Tenda, e chiamò Aron e Miriam ed uscirono entrambi. E disse: ‘Ascoltate per favore le mie parole. Se ci sono profeti tra di voi, in visione Io, Il Signore, Mi faccio conoscere da lui, in un sogno parlerò con lui. Non così è il Mio servo Moshè, in tutta la Mia Casa egli è (il) fedele. Bocca a bocca Io parlo con lui, in una chiara visione e non per enigmi, ed egli guarda l’immagine del Signore; e perché non avete avuto timore di parlare contro il Mio Servo, contro Moshè?" (Numeri XII, 4-9)

 

 

Il tema della diversità è certamente uno dei più discussi dei nostri giorni. In un mondo nel quale le distanze si accorciano ed i popoli entrano in contatto diventa sempre più impellente comprendere quale sia il giusto modo per confrontarsi con il ‘diverso’. La nostra Parashà è piena di spunti per riflettere in tal senso.

Molti sono i personaggi che in questa Parashà si considerano o vengono considerati come dei diversi. Proviamo ad esaminarne alcuni, secondo l’ordine in cui compaiono nella Parashà:

1.Aron e l’accensione della Menorà

La Parashà si apre con l’ordine che D-o da ad Aron di accendere i lumi della Menorà. Rashì commenta in maniera interessantissima: "Perché il brano (che concerne) la Menorà è stato messo vicino (segue) il brano (che concerne l’inaugurazione del Santuario fatta dai) Principi? Perché quando Aron ha visto l’inaugurazione dei Principi si è indebolita la sua mente che egli non era tra loro, non lui e non la sua tribù. Gli ha detto il Santo Benedetto Egli Sia: ‘Sulla tua vita (che la tua inaugurazione) è più grande della loro, poiché tu accendi e prepari i lumi.’" (Rashì su Numeri VIII, 2 citando il Midrash Tancumà). Aron si sente diverso, appartenente ad un gruppo di diversi, in quanto estraniato dalla cerimonia di inaugurazione. Intendiamoci Aron è colui che la cerimonia la dirige, perché è lui che materialmente esegue le offerte dei Principi. Il problema di Aron è che in tale cerimonia non porta del suo. Ci troviamo quindi dinanzi al Sommo Sacerdote, colui che è al vertice della struttura del Santuario che, rappresentante del popolo intero nel Santuario, fatica a trovare la propria personale dimensione nel culto Divino. La risposta di D-o ad Aron coglie, ovviamente, il punto della questione: Rashì dice che la grandezza di Aron è nel fatto che egli "accende e prepara i lumi". Ma a ben vedere Aron fa il contrario, prima prepara i lumi e poi li accende. Se Aron accende i lumi oggi, la prossima volta in cui preparerà i lumi è, al più presto, domani. La grandezza del servizio di Aron è quindi nella sua perpetuità. Tutti i giorni Aron accende i lumi. Secondo i Saggi anche oggi che per i nostri peccati non abbiamo il Santuario, tale inaugurazione viene ricordata dall’accensione della Chanukà. Aron deve accettare la sua differenza. Differenza che è costruttiva perché lo mette su un altro piano. Il piano del contatto intimo col Creatore che lo rende esecutore della Mizvà del Lume Eterno che brilla miracolosamente più del dovuto (una delle uniche due mizvot legate ad un miracolo). Anche qui la simbologia è notevole. La sua inaugurazione, così come la fiamma del Ner Tamid è perpetua ed eterna.

2. Il Secondo Pesach

Durante i quaranta anni di permanenza nel deserto il Korban Pesach, (sacrificio pasquale) è stato offerto una sola volta, nel primo anniversario, ossia nel secondo anno dall’uscita. Se la Torà non lo avesse comandato specificamente (Ivi, IX, 2) il popolo non avrebbe fatto il Korban Pesach perché il comandamento entrava in vigore con l’entrata nella Terra d’Israele. (Tosafot su TB Kiddushin 37b). Il Pesach non può essere offerto da chi si trova in stato di impurità rituale così che alcuni uomini, ritualmente impuri non potevano partecipare all’offerta. Essi esposero a Moshè la loro particolare condizione chiedendo un modo per uscire d’obbligo. Il Talmud si interroga su chi fossero questi uomini e fornisce due versioni (TB Succà 25a): a) si trattava di coloro che portavano il feretro di Josef che doveva essere seppellito in Israele; b) si trattava di persone che avevano trovato un cadavere di cui nessuno si occupava e, come vuole la legge, lo avevano seppellito adempiendo alla mizvà del "met mizvà". Indicandoci questi due scenari il Talmud ci instrada nella vera forza della loro obbiezione. Essi si trovavano in condizione di impurità perché la Torà stessa glielo richiedeva. Sia che essi portassero le spoglie di Josef, sia che si fossero occupati di un cadavere abbandonato, essi avevano eseguito delle mizvot. Come è possibile che la Torà stessa, con un suo precetto ci impedisca la esecuzione di una mizvà che assieme alla milà è l’unica mizvà positiva la cui mancata esecuzione è punita con il karet, la recisione dal popolo? Anche qui è il Signore che risolve la disputa. Moshè infatti, nella sua umiltà, riconosce di non sapere la halachà, e pone la questione al Signore il quale ordina il "secondo Pesach". Si tratta della possibilità che viene data a chi si trova in impurità, oppure lontano da Jerushalaim, di fare l’offerta un mese dopo, il 14 di Yiar.

Anche qui ci troviamo dinanzi a delle persone a cui la Torà chiede di essere dei "diversi", che faticano a trovare la loro dimensione. Anche qui il particolare attaccamento di questi ebrei che non vogliono rinunciare alla mizvà viene premiato tanto che questa mizvà viene data da D-o a loro nome (e non a nome di Moshè).

3. Eldad e Medad

Ed arriviamo a quello che è forse uno dei più interessanti passi circa la ‘diversità’. Moshè chiede a D-o di essere affiancato nella conduzione del popolo. D-o ordina allora la formazione del Sinedrio, l’organo legislativo/giudiziario del popolo ebraico. Moshè deve scegliere 70 anziani per tal fine. D-o poi aumenterà (sic) dallo spirito di Moshè, accendendo le anime di questi settanta. Moshè non sa che fare: settanta non è divisibile per dodici. Dieci tribù avranno diritto a sei seggi e due a cinque. Come scegliere a quale Tribù assegnare meno seggi? Fece allora settantadue biglietti, settanta con scritto "Anziano" e due bianchi. Chiamò poi sei canditati per tribù e fece estrarre loro i biglietti. Due di questi convocati, Eldad e Medad, non si presentano. Rashì offre due ragioni: a) erano molto umili e non si sentivano all’altezza; b) non volevano che qualcuno provasse vergogna pescando il biglietto bianco. Fatto sta che la "lotteria" avvenne comunque e rimasero nell’urna due biglietti con scritto "Anziano". In quel momento lo spirito Divino si era posto su gli eletti così che non solo i 68 eletti che si trovavano nella Tenda della Radunanza , ma anche Eldad e Medad cominciarono a profetizzare. Eldad e Medad però, che profetizzarono nell’accampamento dal quale non si erano mossi, continuarono a profetizzare anche quando gli altri smisero. Il Talmud (TB Sanedrin 17a) cita la profezia dei due: "Moshè muore, Jeoshua fa entrare Israele nella Terra". Ghershom, primogenito di Moshè, avverte il padre dell’accaduto, Jeoshua sentendo la cosa chiede a Moshè di imprigionare i due. Moshè risponde "…magari tutto il popolo dl Signore fosse di profeti…" (Numeri XI, 29).

Abbiamo quindi:

• Moshè, leader indiscusso che fin dall’inizio cerca di evitare contrasti e ricorre all’estrazione. Rimane saldo nella fede anche quando va contro i suoi interessi e accetta la profezia di Eldad e Medad. Verrà premiato alla fine della Parashà con una dichiarazione Divina sulla superiorità di Moshè.

• Jeoshua, discepolo di Moshè, che si preoccupa per l’onore del proprio Maestro. È nella sua umiltà il giusto successore di Moshè.

• Ghershom . È il figlio primogenito di Moshè. Avverte il padre di quanto accade. Non viene nominato dalla Torà che si riferisce qui a lui come al "ragazzo". Egli, rimanendo quello che è, ossia un ragazzo, e non avanzando pretese alla successione del padre si fa testimone del fatto che la Torà non viene data in eredità ma ognuno se la conquista con il proprio studio.

• Eldad e Medad, simboli splendidi di umiltà e sensibilità nei confronti dell’onore altrui. Vengono premiati con una profezia duratura. Stabiliscono il principio che la Torà non è contraria ad un popolo di tutti profeti. Attenzione. Non di tutti Moshè, di tutti profeti. Ognuno deve trovare la profezia (lo zenit) che è in lui: "magari" ciò avvenisse sempre, dice Moshè.

Un insieme di diversi che con la loro diversità ci insegnano tanta umiltà, tanto rispetto e tanta saggezza.

 

1. Moshè, Aron e Miriam

Dalla rivelazione sinaitica in poi Moshè aveva smesso di avere rapporti coniugali con la moglie. Infatti, dopo un rapporto, ci si trova in uno stato di impurità rituale e non si può accedere al Santuario se non dopo essersi purificati. La purificazione richiede tempo e, se ciò non presenta problemi per chiunque, per Moshè, che poteva venire convocato da D-o in qualsiasi momento, l’essere in impurità non era possibile. D-o pertanto gli ordina di mantenersi puro costantemente (non avere rapporti). Aron e Miriam prendono allora le parti della moglie di Moshè, sostenendo che anche loro erano profeti, eppure continuavano la loro vita coniugale. È ancora una volta il Signore che fa chiarezza sulle differenze nel passo che abbiamo citato all’inizio. D-o si rivela all’improvviso, così che solo Moshè fosse puro. È il Signore che suggella la diversità di Moshè, mandando la lebbra a Miriam, rendendola palesemente diversa. Forse che era Moshè che aveva chiesto di non avere rapporti con la moglie? No, gli era stato ordinato, faceva parte del suo ruolo. Se si vuole parlare con D-o "bocca a bocca", bisogna stare alle regole.

Quello che D-o rimprovera a Miriam ed Aron è la mancanza di rispetto nei confronti "del Mio servo, di Moshè". Non di Moshè Mio servo. Ossia: dovreste portargli rispetto anche se non fosse Moshè per il fatto che è il Mio servo, ed anche se non fosse il Mio servo dovreste portargli rispetto perché è Moshè. Visto che è sia Mio servo, sia Moshè, come avete potuto parlarne male?

Anche qui tre fratelli, tre compiti diversi, tre modi di vedere il mondo ed avere un rapporto con la Divinità che entrano in conflitto. Ma il conflitto non è inevitabile. Basta accettare le differenze e cercare ognuno di dare il meglio nei propri limiti.

È una Parashà piena di diversi. Ognuno con le sue caratteristiche, ognuno con le sue debolezze, con i suoi pregi ed i suoi difetti. Ognuno una persona normale. Ognuno, anche Moshè, con qualche cosa da imparare. Così le persone hanno tutto il diritto di essere diverse nei limiti della halachà. Quello che conta infatti è sì l’intenzione ma anche e soprattutto l’azione. Non è consentito di servire Iddio diversamente nel senso di cambiare le mizvot. È doveroso servire Iddio trovando la propria strada all’interno delle mizvot.

Così anche le generazioni hanno delle differenze.

Nella nostra Parashà D-o dice a Moshè: "Fai per te due trombe di argento" (Numeri X, 10)

Nel Talmud è scritto (TB Menachot 28) "Hanno insegnato i Maestri: ‘Tutti gli oggetti (del Santuario) che ha fatto Moshè sono validi per lui così come per le generazioni (successive). Le trombe sono valide per lui ed invalide per le generazioni. Qual è il motivo? Poiché dice il testo : "Fai per te", per te e non per le generazioni."

Rav Eliau Shlezingher (Elle Addevarim, siman 190) spiega il senso di questo insegnamento. Tra gli usi delle trombe uno dei principali è quello di convocare la congrega. Ecco allora che ogni generazione ha bisogno di trombe sue, perché le generazioni spesso faticano a capirsi a vicenda.

Ecco allora che per servire lo stesso D-o studiamo la stessa Torà nello stesso modo. Da quattromila anni.

Ma lo facciamo ognuno con la sua diversa personalità, con il suo diverso approccio.

Le trombe di Moshè ci ricordano che siamo tutti uguali solo quando accettiamo di essere tutti diversi.

Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici