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Parashat Nasò

[1]"E parlò il Signore a Moshè dicendo: ‘Parla Aron ed ai suoi figli dicendo: ‘Cosi benedirete i figli d’Israele, dicendo loro:

‘Ti benedica il Signore e ti custodisca,

Illumini il Signore la Sua faccia verso di te e ti conceda grazia,

Rivolga il Signore la Sua faccia verso di te e ponga su di te pace.

Essi porranno il Mio Nome sui figli d’Israele ed Io li benedirò.’" (Numeri VI, 22-27)

[2] "La benedizione sacerdotale come avviene? Nel paese viene detta (di) tre benedizioni e nel Santuario (di) una benedizione. Nel Santuario (si) dice il Nome così come è scritto e nel paese (si dice) il titolo (Adonai, Mio Signore). Nel paese i Coanim (Sacerdoti) alzano le loro braccia in corrispondenza delle loro spalle e nel Santuario sopra le loro teste, all’infuori del Coen Gadol (il Sommo Sacerdote) che non alza le proprie mani al disopra dello Ziz. Rabbi Jeudà dice: ‘Anche il Coen Gadol alza le proprie mani al disopra dello Ziz, come è detto ‘Ed Aron alzò le proprie braccia verso il popolo e li benedissè(Levitico IX,22)" (TB Sotà 37b-38a)

Uno dei fili conduttori della nostra Parashà è indubbiamente il Santuario. Se è vero che sono molte le Parashot per le quali si può dire ciò, è anche vero che quella di Nasò sembra soffermarsi su alcuni avvenimenti, procedure e regole del Santuario particolarmente strani. Non parliamo di stranezza nei termini comuni (quante mizvot sono "strane"!), ci riferiamo qui a mizvot che sembrano stridere con la solita "politica" della Torà. Ecco le leggi del Nazir, una persona che fa voto di astenersi dal vino, dalla contaminazione rituale e dal tagliarsi i capelli. Il cerimoniale che deve avvenire nel Tempio è particolarmente complesso. Si tratta senz’altro di una legge controcorrente: la Torà ci ammonisce più e più volte a non aggiungere nulla alle restrizioni che già abbiamo (così come a non toglierne). E che dire della mizvà della Sotà? La mizvà del rituale per la donna sospetta adultera in assenza di testimoni è uno dei passi più problematici della Torà. Si tratta addirittura di una delle due uniche mizvot che richiedono un miracolo! Non parliamo poi dell’inaugurazione del Santuario: la Torà che dove può evita parole superflue ripete per dodici volte il contenuto di dodici offerte identiche! Questi pochi esempi sono già sufficienti a dimostrare come tutto ciò che concerne il Santuario debba essere esaminato con un diverso spirito critico. Il Santuario è un mondo a parte, con regole e significati spesso diversi, seppur strettamente connessi, con quelli della vita all’esterno del Monte del Tempio. È particolarmente interessante vedere come la Mishnà, nel trattato di Sotà, esamini la Birkat Coanim, la benedizione sacerdotale, partendo dalle differenze che ci sono tra l’esecuzione di questa mizvà all’interno ed all’esterno del Santuario. Ma vediamo prima in cosa consiste questa benedizione. Essa consta di tre versi, contenenti tre distinte benedizioni. Molti sono i commenti su ognuna delle parole ma in assoluto i Maestri concordano sul senso di ognuna delle tre frasi. La prima benedizione (tre parole) si riferisce alla benedizione materiale. La materia è nel mondo umano la premessa stessa dell’esistenza. Quindi il Coen invoca innanzitutto su Israele una benedizione che afferma, nella interpretazione di Rashì: "Che possano benedirsi le tue proprietà". I Saggi sottolineano come, in genere, chi fa un dono si disinteressi di questo dall’istante in cui lo consegna. Non così Iddio che si rende garante anche del mantenimento: non solo "Ti benedica", dandoti dei beni, ma anche "ti custodisca", mantenendo ciò che ti dona, costantemente. Il secondo verso (cinque parole) inizia con il termine "illumini". Non c’è altra luce che la Torà. Pertanto esso invoca la benedizione del nostro studio della Torà. D’altra parte però D-o non vuole degli eremiti e perciò la benedizione si conclude dicendo: "e ti conceda grazia". Si tratta di trovare grazia agli occhi del prossimo. Lo studio della Torà deve migliorare i rapporti interpersonali e non può essere causa di contrasti sociali. La terza benedizione (sette parole) inizia con una contraddizione: si chiede a D-o di volgere il Suo Volto verso di noi. In ebraico l’espressione "volgere il volto" significa "fare favoritismi". Ora una delle definizioni di D-o è proprio "Colui che non fa favoritismi". Come la mettiamo? È D-o stesso a rispondere agli angeli che fanno la stessa domanda: "Io ho comandato loro di benedirMi solo quando sono sazi e loro hanno deciso di benedirMi anche se hanno mangiato solo una misura di pane grande quanto un uovo (halahà della Birkat ha mazon). Loro vanno oltre il richiesto nei Miei confronti, Io non dovrei andare oltre il dovuto nei loro?" (adattato dal Midrash Rabbà). Questo favoritismo che noi chiediamo al Signore non è altro che il giudicarci secondo misericordia. La benedizione si conclude con la richiesta della pace, il bene supremo. Avrete notato che abbiamo ricordato accanto ad ogni verso il numero delle parole che contiene. In tutto la benedizione sacerdotale contiene 15 parole. Quindici è in ebraico "YA", le prime due lettere del Nome di D-o. Non solo. Nel corso della settimana l’uomo consuma, nella media due pasti completi al giorno. Di Shabbat però i pasti debbono essere tre. Abbiamo quindi 12 pasti nei sei giorni feriali e 3 pasti di Shabbat, in tutto 15. Da notare che il terzo pasto di Shabbat corrisponde alla parola Shalom, pace. Solo chi osserva degnamente lo Shabbat facendo in esso tre pasti arriva alla vera Pace. Ci troviamo dinanzi ad un messaggio straordinario. D-o ci sta ordinando di chiedergli ciò che vogliamo dalla vita, di più, ci sta dicendo cosa volere dalla vita! Alimenti, Torà, Pace. Non è un caso che R. Shimon Pirkiè Avot dice (P.A. I,16) "Su tre cose il Mondo si poggia: sulla legge, sulla verità e sulla pace". La legge per eccellenza nell’ebraismo è quella dei nezikin, dei danni. Ossia la legge che concerne la proprietà, l’oggetto della prima benedizione. La verità è la Torà. E la pace non può essere altro che la pace. Nello stesso ordine della Birkat Coanim. Questi tre livelli ascendenti di realizzazione personale e collettiva corrispondono anche a diversi momenti nella vita d’Israele. Abbiamo visto come lo schema della Birkat Koanim sia 3-5-7. C’è un riscontro di ciò nel numero delle persone che vengono chiamate alla Torà. La prima berachà, quella delle cose materiali, è di tre parole. Tre sono le persone che vengono chiamate alla Torà nei giorni feriali (Lunedì e Giovedì). È proprio nei giorni feriali che noi amministriamo le nostre proprietà. Ma tre sono anche i Padri d’Israel che avevano colto il senso della vita usando le proprietà che D-o aveva dato loro per aiutare il prossimo e per fare ospitalità. La seconda berachà, quella della Torà, ha cinque parole. Cinque sono i Libri della Torà. Ma sono anche le persone chiamate alla lettura della Torà nelle cinque feste: Pesach, Shavuot, Rosh HaShanà, Succot e Sheminì Azzeret. Se il giorno feriale è nella dimensione della materia, le feste sono nella dimensione della Torà con le loro mizvot particolari. La terza berachà, quella della pace, ha sette parole. Sette sono i giorni della settimana, che si concludono con lo Shabbat. E di Shabbat appunto le persone che leggono nella Torà sono sette. Lo Shabbat è il giorno della pace per eccellenza. La pace non è l’assenza della guerra, è molto di più, è armonia tra gli elementi del creato. Così lo Shabbat non è mera astensione dal lavoro ma è il giorno dello spirito. È il giorno in cui l’anima raddoppia. La benedizione completa non si può avere altro che sommando queste tre mini-benedizioni. Allo stesso modo bisogna trovare la propria via nell’osservanza della Torà sia di giorno feriale che nelle feste e soprattutto nello Shabbat. Ma torniamo al Santuario. È scritto nel Cantico dei Cantici (III, 7). "Ecco il letto di Salomone, sessanta prodi gli stanno attorno tra i prodi d’Israele." Il Cantico dei Cantici è, come noto, una visione allegorica del rapporto tra D-o ed Israele. Così il Midrash afferma che qui non si parli di Salomone ma di D-o. È D-o ad essere chiamato anche Shelomò (Salomone, ma letteralmente "la Sua Pace"), poiché la pace è Sua. Che vuol dire allora il verso? Il letto è il Santuario. Così come il letto serve alla procreazione così dal Santuario si moltiplica la benedizione sul mondo (ed il Culto del Santuario corrisponde nella mistica keillu, come se si potesse dire, all’atto sessuale tra D-o e l’umanità). Il rapporto in questione però non può che essere prettamente spirituale ed ecco i sessanta prodi. Sessanta sono secondo la tradizione i trattati del Talmud. Sono i Saggi d’Israele che studiano l’intera Torà Orale a vegliare sul Santuario e sullo speciale rapporto tra D-o ed Israele. Contiamo ora le lettere della Birkat Coanim. Sessanta. Lo studio della Torà Orale è parallelo all’intera Birkat Coanim ed allo steso modo fonte di benedizione. Giungiamo ora, con ciò in mente, alle differenze che ci sono nella stessa Mizvà che i Coanim hanno di benedire il popolo all’interno ed all’esterno del Mikdash. Abbiamo parlato fino ad ora di tre benedizioni distinte che formano la benedizione sacerdotale. All’esterno del Mikdash, ancora oggi, tra ognuna delle tre benedizioni il pubblico risponde "amen!". Nel Santuario la parola "Amen" non viene usata ed è generalmente sostituita (ma non in questo caso) con la frase "Benedetto il Nome del Suo Glorioso Regno per sempre, eternamente", la frase che recitiamo dopo il primo verso dello Shemà. Senza entrare nell’argomento, che potrebbe essere oggetto di una intera discussione, l’assenza dell’amen in questo caso annulla la separazione tra i versi. Il messaggio è fortissimo. Il Santuario è il luogo dove materia, Torà e pace (din, emet e shalom) si fondono in un tutt’uno. La Berachà triplice diventa una nel Santuario. Il Santuario, luogo di Residenza della Presenza Divina, può essere pronunciato dai Sacerdoti il nome di D-o, ma non fuori. Il Nome di D-o, radice dell’esistenza e unica fonte di benedizione trova la sua espressione più alta solo nel Santuario. Infine il motivo per cui nel Santuario i Sacerdoti alzano le mani nella benedizione sopra la testa: nel Santuario la Presenza Divina si trova perpendicolarmente all’uomo e così è preferibile che i Sacerdoti mandino le mani in direzione della Presenza Divina. Aggiungeremmo anche che mani e testa (con i loro rispettivi tefillin) simboleggiano azione e pensiero. Ora se all’esterno del Santuario il Coen, rispetto all’ebreo normale, è "più spirituale", nel senso che non si occupa della coltivazione della Terra, ma pensa piuttosto ad insegnare la Torà, nel Santuario accade l’inverso: i Sacerdoti compiono il servizio, la avodà, il lavoro delle mani. I Saggi, indistintamente dal fatto che siano o meno Coanim, si occupano della Torà nell’aula del Sinedrio. Quindi al di fuori del Santuario, benedicendo, i Sacerdoti tengono la testa più in alto delle braccia (lo spirito sopra la materia) nel Santuario invece avviene il contrario. Unica, interessante, eccezione è il Sommo Sacerdote. Egli porta il Nome di D-o sulla fronte, scritto sullo Ziz, il frontale che deve portare nel Santuario. I Saggi, a differenza di R. Jeudà, sostengono che al Coen è proibito portare le mani più in alto del nome di D-o. In qualche modo il Sommo Sacerdote, anche nel Santuario, deve tenere la testa sopra le mani, lo spirito sopra la materia.

Concludiamo ricordando che così come la Birkat Coanim, che è di sessanta lettere, termina con la parola Shalom, così la Torà Orale formata da sessanta trattati, termina parlando di Shalom. Le ultime parole della Mishnà (Ukzin 3:12) dicono infatti che il Santo Benedetto Egli Sia non ha trovato niente di meglio che contenesse la benedizione per Israele che la pace, come è detto (Salmi XXIX, 11) "Il Signore dà forza al Suo popolo, il Signore Benedice il Suo popolo nella pace".

Shabbat Shalom

Jonathan Pacifici